Archive for Paolo Lucarelli

Paolo, lo Stregatto …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , on Tuesday, July 14, 2020 by Captain NEMO

Caro Paolo,

è passato un altro anno: tutto procede verso il basso, come da programma. La sensazione generale di disagio ha permeato persino chi dice di amare Alchimia. È uno spiacevole sentire, ma – d’altro canto – l’uomo ripete sempre i medesimi errori. Sempre. Perennemente. Criceti in gabbia, ignari della realtà, e felici del girare in circolo nella gabbia dorata. E va così., giro dopo giro …

Paradossalmente, in questi tempi contagiosi e appiattiti, Madre Natura ci ha regalato una stagione straordinaria, ricca di Spirito Universale e di Forza. Fantastico. Erano anni che non succedeva. La Bilancia  cerca sempre Equilibrio.

Se il cuore mio è felice per le meraviglie che – grazie a te – vado scoprendo, lo è meno per l’apatia che osservo nei giovani: il sottile e mellifluo veleno dell’assuefazione rende tutto piatto, noioso, e quasi nessuno, ormai, sente il richiamo delle Stelle. Eterne. Ci sarà sempre tempo per le Stelle, che vivono il tempo e abitano lo spazio. Profondo. E il tempo dell’uomo è così breve. Mi piacerebbe che i giovani si rendessero conto della incredibile opportunità che Madre Natura, provvida e amorevole, sempre offre a chi scelga di porre la domanda di Parsifal. Ma so che è ben difficile sfuggire al torpore predisposto ed orchestrato da chi vuole impedire che l’uomo acceda alla Conoscenza. Confido che qualcuno possa farcela. Non tocca a me spingere. E continuerò a fare del mio meglio per tentar di fare, almeno in parte, quel che tu hai saputo fare.

La Joie che Madre Natura offre, ogni giorno, ogni notte, è scritta nelle tenere nuvole rosa del tramonto, e nei dipinti delicatissimi dell’alba. Ma per cogliere l’alba, devi esser passato per la notte. Luna è lì, forte e muta, ma parlante. Sveglio, a giocare il gioco dei bimbi con il Fuoco e l’Acqua. Nonostante tutto sembri remar contro. Vecchi giochi, antichi giochi, per vecchi bimbi. Innamorati. Vuoi giocare a nascondino con me? … Quanto mi manca il tuo sorriso, Paolo. La tua arguzia, e quegli occhiali abbassati sulla punta del naso. Sono contento di aver mantenuto aperto il nostro canale, la nostra radio: non so quando squillerà Campanellino, e faccio di tutto per aiutare – come posso – i giovani a risvegliarsi dal profondo torpore che li avvolge. Qualcosa succederà, comunque; mentre procedo con il mio Laboratorio, esplorando cose di cui nessuno ha mai parlato, provo una sensazione che non riesco a descrivere: sto camminando in Reami insospettati, zeppi di luci di ogni tipo, con panorami dai colori mozzafiato, profumi soavi e sconosciuti, pieni di un Tutto che è possente e vitalmente attivo. Fluente. Ben più grande di qualsiasi anima umana. Profondo rispetto; e meraviglia, infinita. LUX. E mille domande, nuove. Il metro e la bilancia non servono più su questi prati. Posso solo affidarmi. E, nelle notti di Luna, accanto al forno allegro, ai crogioli borbottanti, alle monachine danzanti, penso sempre a quanto ci siamo detti, in pochi attimi. Così raro è stato quel nostro incontro, che vorrei parlarne a tutti; ma non posso farlo, e non lo farò mai. A te devo la spinta, la stretta di mano, e lo sguardo caldo e fisso, ed il sorriso più amorevole e Fraterno che possa ricordare. Quella notte, smarriti sulla terra, perduti nella notte, ritrovati. Grazie, vero amico Paolo. Mi manchi. Ti abbraccio, sempre forte.

Salutami gli amici del Joe’s Bar … E che il Cielo ci protegga, sempre. Con Amore,

Captain NEMO

Alcyon … o sull’Anima fuggente di Basilio Valentino

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, July 12, 2020 by Captain NEMO

Come promesso, riprendo il discorso a proposito del passo di Fulcanelli sullo Zolfo doppio (vide Post precedente).

Tripus Aureus, hoc est, Tres Tractatus Chymici Selectissimi, nempe I. Basilii Valentini…Practica una cum 12 clavibus & appendice, ex Germanico – 1618

Mia traduzione di Fulcanelli, in Les Demeures Philosophales, 1930 – Grimoire du Chateau de Dampierre, Serie 7, Cassone 5:

“… Quanto allo zolfo del rame, Basilio Valentino ce lo descrive molto esattamente nel primo libro delle sue Douze Clefs[1]: ‘La lasciva Venere, dice, è ben colorata, e tutto il suo corpo non è quasi che tintura e colore simile a quella del Sole la quale, a causa della sua abbondanza, tende grandemente al rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso e malato, la tintura fissa non può dimorarvi, e, morendo il corpo, la tintura perisce con esso, a meno che essa non sia accompagnata da un corpo fisso, dove possa stabilire il suo posto e dimora in modo stabile e permanente.'”.

Traduzione di Eugène Canseliet di Basil Valentin, Les Douze Clefs de la Philosophie, 1956 – Préface du Frère Basile Valentin de l’Ordre Bénédictin touchant la grand pierre des Anciens Sages, p. 86:

Vénus, très adonnée a l’amour, est remplie et vêtue d’une surabondante couleur. Tout son corps est presque de pure teinture, qui ne semble pas différente, pour la couleur, à celle qui est dans le plut opulent métal et, a cause de la richesse de cette couleur, s’intensifie en rouge. Mais parce que son corps est lépreux, cette teinture ne peut demeurer ferme dans ce corps imparfait et elle est contrainte de périr avec lui. En effet, quand le corps est anéanti par la mort, l’âme ne peut rester et elle est obligée de se séparer et de s’envoler, puisque sa demeure a été détruite et consommé par le feu. Elle ne peut demeurer là ou elle ne trouve pas de place. Par contre, elle habite volontiers et avec constance, dans un corps fixe.“.

Traduzione di Paolo Lucarelli, in Le Dodici Chiavi della Filosofia, 1998, p. 62 (traduzione dal brano di Canseliet):

Venere, molto dedita all’amore, è colma e rivestita di sovrabbondante colore. Quasi tutto il suo corpo è pura tintura, che non sembra diversa per colore da quella che sta nel più opulento metallo e, a causa della ricchezza di questo colore, si intensifica in rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso, questa tintura non può essere stabile in questo corpo imperfetto ed è costretta a perire con lui. Infatti quando il corpo è annientato dalla morte, l’anima non può restare ed è costretta a separarsi e a dileguarsi, dato che la sua dimora è distrutta e consumata dal fuoco. Essa non può stare là dove non trova posto. Invece abita volentieri e con costanza in un corpo fisso.“.

Se si confronta la traduzione di Canseliet (e la conseguente traduzione di Paolo) con l’originale Latino del Tripus Aureus (1618 e [in Musæum Hermeticum] 1677 – scelto da Canseliet come edizione Latina di Riferimento -, si deve dire che si tratta di una traduzione molto buona.

Se d’altro canto la si confronta con quella riportata da Fulcanelli, si notano immediatamente alcune piccole discrepanze; si potrebbe pensare  che quanto riportato nell’Edizione del 1930 de Les Demeures Philosophales potesse provenire dalle tre edizioni Francesi de Les Douze Clefs, quelle di Parigi (Paris, Frères Périer – 1624; Paris, Pierre Moet – 1660; Paris, Guillaume Salmon, 1741); le due ultime edizioni francesi si basarono sulla prima, fatta dai  Frères Périer, tradotta dal Tedesco al Latino, e poi dal Latino in Francese. Ma in realtà il brano tradotto da Fulcanelli è ben più tardo, come vedremo tra poco.

Prima di procedere, tuttavia, mi domando come mai – nel 1955-56, anno di redazione ed edizione della Les Douze Clefs – Canseliet non corresse quanto riportato da Fulcanelli nel 1930 (anno in cui, come si è detto, Canseliet e Champagne editarono e pubblicarono la raccolta di Note alchemiche provenienti dal gruppo di Bourges); non lo fece nel suo libro nel 1956, né lo fece nelle successive edizioni delle due opere di Fulcanelli edite da Pauvert nel 1964 e nel 1979.

D’altro canto, tutte le traduzioni Francesi originate da quella dei Frères Périer riportano che ‘… la teinture fixe n’y peut pas faire sa demeure, mais le corps s’envolant, nécessairement la teinture doit fuiure [ per fuir], car iceluy perissant, l’Ame ne peut pas demeurer …‘, mentre nel 1930 Fulcanelli (o Canseliet? o Champagne?) scrisse ‘… la teinture fixe n’y peut pas demeurer, et, le corps périssant, la teinture périt avec lui …‘.  Ora, la differenza tra ‘tintura‘ e ‘Anima‘ è sottile, ma esiste: Basilio Valentino, nelle pagine precedenti questo passo, sottolinea a lungo che è proprio l’Anima a fornire ai corpi la ‘fissità‘; la tintura indica lo Zolfo capace di tingere (che è naturalmente un corpo, concreto), mentre l’Anima è una proprietà universale dei corpi cosiddetti ‘fissi‘ [… e … sì, l’uomo è un ‘fisso’!], una Qualitas che attiene allo stabilirsi della funzione della fissità di un corpo. E la traduzione proposta da Canseliet, più completa, tratta dalla buona versione Latina di Maier, indica che – a causa della morte del corpo causata dal fuoco – la tintura non può che morire assieme al corpo (come è naturale ed ovvio che sia), mentre l’Anima – restata senza corpo su cui appoggiarsi – non può restare, ed è costretta a separarsi e a volar via [e vedremo in un altro Post che cosa potrebbe succedere, secondo Basilio Valentino, a quest’Anima di Venere].

Come ho detto, la prima traduzione Latina che conosciamo sino ad oggi è quella di Micahel Maier, nel suo Tripus Aureus del 1618; eccone il brano in esame:

Quia vero corpus ejus leprosum sit, tinctura illa firma permanens subjectum in imperfecto corpore habere nequit, at cogitur una cum corpore interire: Quando enim corpus morte extinguitur, nec anima manere potest, sed recedere & avolare compellitur.”.

Risalendo alle fonti, vediamo ciò che scrisse Basilio Valentino in tedesco ; l’Editio Princeps del trattato Von der Grossen Stein der Urhalten  è contenuta in Ein kurtz Summarischer Tractat, pubblicata da Bartholomäus Hörnig a Eisleben, nel 1599; eccone la pagina 42 [Click per ingrandire]:

Questa è la frase che ci interessa [Click per ingrandire]:

la cui trascrizione è:

“… / denn wo der Leib durch todtung verzehret wird fan die Seele auch nicht bleiben / sondern muss aufweichen und fliehen / …“, la cui traduzione suona così:

“… / dove il Corpo è consumato dalla morte, anche l’Anima non resta / ma deve ammorbidirsi[2] e fuggire / …“.

Dato che non parlo Tedesco, voglio ringraziare una persona che lo conosce perfettamente, e che me ne ha tradotto alcuni passaggi: la sua cortesia e disponibilità mi hanno permesso di apprezzare meglio il testo del sapiente Monaco.

Per tirare le somme: la traduzione del brano di Basilio Valentino, proposta da Fulcanelli ne Les Demeures Philosopales (edita e pubblicata da Canseliet e Champagne nel 1930) è senza dubbio incompleta, imprecisa: quando muore il Corpo di Venere, non è la tintura (i.e., la Zolfo tingente) che ‘vola via‘, bensì l’Anima; Fulcanelli – in quelle note sul brano di Basilio –  si è probabilmente riferito ad un’edizione dei Chymische Schriften (del 1717) dove, a p. 177, al posto di ‘Seele‘ (Anima) compare effettivamente ‘Tinctur‘ (Tintura). Come talvolta accade, specie nel ‘700, qualcuno interpreta e/o stravolge qualche termine[3], così si è preferito togliere di mezzo il termine ‘Seele‘ (Anima’) e sostituirlo con ‘Tinctur‘ (Tintura), scambiando la causa per l’effetto: potenza dell’Illuminismo! Che il vero Fulcanelli – chiunque egli fosse – non si sia accorto della sottile distinzione, ed abbia preferito leggere una versione per così dire ‘vulgata‘ di Basilio, mi pare poco credibile: Fulcanelli era un uomo di profondissima preparazione scientifica e alchemica. Ma non si capisce perché Canseliet – uomo che della precisione nelle traduzioni fece un giusto motivo d’orgoglio, e che aveva pubblicato nel 1956 un’ottima traduzione del trattato di Basilio Valentino, nel quale si parla giustamente di tintura e di Anima, differenziandoli – non abbia poi provveduto a correggere il passo pubblicato nel 1930, per di più inserendo nella seconda (1964) e terza edizione (1979) una Nota che recita: “Les Douze Clefs de la Philosophie. Testo corretto sull’edizione di Francoforte; Editions de Minuit, 1956, p. 86.”. E va beh …

Chiarito che – nella visione di Basilio Valentino – il ruolo dell’Anima è cruciale per assicurare fissità a qualsiasi corpo, continueremo il discorso assieme in un altro Post, dove potremo approfondire meglio la questione.

 

[1] [NdA] Les Douze Clefs de la Philosophie. Texte corrigé sur l’édition de Francfort; Editions de Minuit, 1956, p.86.

[2]Aufweichen‘, significa anche ‘indebolirsi‘, ‘staccarsi‘, ‘separarsi‘, come anche – curiosamente – ‘fradiciarsi‘, ‘inzupparsi‘.

[3] Di bontemponi ed errori è naturalmente piena anche l’Alchimia: l’edizione del 1612 del Von dem Grossen Stein der Uhralten (attribuita a Johann Tholden) riporta la frase in esame così: “… / denn wo der Leib durch todtung verzehret wird / fan der Lieb auch nicht bleiben / sondern muss aufweichen und fliehen / …“, cosicché si dovrebbe leggere che ‘… / quando il corpo e consumato dalla morte / anche il corpo non resta / ma deve ammorbidirsi e fuggire / …‘, il che è evidentemente un assurdo. Michael Maier, sapientissimo Conte Palatino, tedesco, e in seguito agente segreto dei Fratelli RC a Londra, si deve esser fatto un mucchio di risate nel leggere il trattato del 1612; e infatti, tradusse quello ‘buono‘, del 1599.

Il Mistero delle Tre Notule … in onore della Gran Dama, quella Universale.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, June 29, 2020 by Captain NEMO

Ho atteso qualche giorno; volevo rendermi conto se qualcuno avesse voluto dire la sua a proposito del sasso gettato nello stagno – o forse meglio, ‘in piccionaia‘? – da parte di Fra’ Cercone; sto parlando di tre vecchi suoi interventi che, parecchi anni fa, furono offerti al pubblico di un altro palcoscenico. E dopo aver atteso, ho riflettuto, non poco, ma tanto, su quelle parole. San Sebastiano, e le frecce. Il tempo scorre, e tutto sembra essere ripetuto, ma la vita alchemica – la mia, quella di Fra’ Cercone, e di tanti altri (sebbene pochi, in verità; per vari ameni motivi) – ha portato esperienza, scoperte, ipotesi, nuovi prati, prove sperimentali, e progressi; e ricordi. Eppure, ancora oggi, quelle parole suonano sincere, veritiere. Condivisibili.

E allora, dato che qualche cosa ho trovato lungo il mio camminare, dato che viviamo tutti – i pochi – nel medesimo mondo che passa come di consueto tra spine e dolori e abbagli e silenzi e clamori, e triti inganni che avvolgono gli uomini, persino quelli che vestono medaglie e mostrine, scorgo in quelle parole l’opportunità di affiancarmi alle riflessioni proposte da Fra’ Cercone; non soltanto per la fratellanza che mi lega a lui, perenne, luminosa, pura, pulita, sempre onesta, allegra, seria e tanto altro; ma – soprattutto – perchè vengo da terre e lune e montagne e acque – acque – sempre fresche, amorevoli, distaccate – quasi per magia naturale – dal mondo delle piccole manovre, delle illusioni, dei mezzucci da quattro soldi. L’Alchimia porta verità, talvolta scomoda verità, ma pur sempre semplice, limpida verità. Quella ho cercato, e quella continuo a cercare. Non la mia verità, che non esiste. Quanto la freschezza della Gaia Scienza, che ho visto ormai calpestata, e tristemente svilita, dimenticata; quasi fosse un inutile cartoccio di sogni. Cammino, pagando il passaggio dovuto, come è costume, e camminerò sempre in cerca di prati verdi, pieni di uccelli e di aria pura, e limpidi orizzonti, cristallini.

Così, proverò a riproporre quelle note oneste dell’onestissimo Frate Cercone, sol per aiutare i giovani che si avvicinano alla Scienza più dolce e vera e bella che ci sia: Alchimia. Vi sono momenti, nella vita di tutti, in cui è opportuno porsi domande, più che in altri momenti: non per mancar di rispetto, ma per il rispetto che si deve agli inesperti, e per il rispetto di chi sempre attende al Joe’s Bar, su Bellatrix; e altrove.

Allora, ecco il primo intervento:

Cari Cercatori,
E’ triste constatare come onesti e volenterosi cercatori vengano ignobilmente circuiti.
Mi suscita grande amarezza vedere l’Alchimia o, per meglio dire, la Filosofia Naturale ridotta a un immangiabile pappone.
Nel minestrone delle nostre nonne, andavano a finire tutti gli avanzi, ma conditi con tanto amore, l’ingrediente sovrano che miracolosamente rendeva prelibato anche il più umile desco.
Invece qui l’amore manca, il piatto è condito con superbia, prosopopea e sopra tutto, al posto del parmigiano, un’abbondante spolverata di frottole ben tritate.
Rimangono gli avanzi, materiale raccogliticcio qui e là e avariato; il pappone non solo è immangiabile, ma anche tossico, per la salute intellettuale.
Per disintossicarsi, consiglio una buona lettura, come ad esempio l’Enchiridion Physicae Restitutae, del Presidente d’Espagnet, (si trova in rete, gratis et amore Dei). E poi, per gli amanti delle scalate di sesto grado superiore, Voyages en Kaleidoscope, dell’enigmatica, quanto affascinante, madame Irene Hillel Herlanger.
C’è un metodo ancora più segreto, insegnato da Joël Joze: basta captare nelle pupille di ogni essere vivente le immagini di tutte le cose visibili, condensarle, fissarle, comprimerle secondo metodi noti solo a lui, ottenerne, grazie a un procedimento sorprendente e vertiginoso la sintesi chimica; perché queste immagini proiettate sullo schermo appaiano subito in METAFORE-ANIMATE. Joël Joze chiama queste proiezioni così particolari
VIAGGI IN KALEIDOSCOPIO
Trasformate nello stesso apparecchio, per mezzo di misteriosissimi fluidi, di sali e di metalli preziosi, le Visioni si concentrano istantaneamente sotto forma di pastiglie platinate che possono poi servire a un numero illimitato di esperienze.
Così, ciascuno di noi, secondo le sue tendenze, scoprirà il SENSO NASCOSTO di ogni cosa
…. M. Joze pretendeva semplicemente di rigenerare il nostro Pianeta.
(da un post di Paolo Lucarelli, in questo Forum, in data 2 febbraio [Candelora!] 2005)
Fraternamente, FC (fra’ cercone fra’ birbone)“.

E la mia risposta, breve:

“Caro Fra’ Cercone & Fra’ Birbone,

Lei scrive ‘ignobilmente circuiti‘; e – concordando – mi verrebbe da chiedere; ma … qualcuno si chiede mai quale mai possa essere il motivo per cui qualcuno vuolecircuire‘ qualcun altro? … la risposta è facile facile, da non richiedere alcun commento da parte mia. Eppure, il ‘corto-circuito‘ continua, e tutti, ma tutti!, sorridono felici, beati, inebetiti, tanto i circuìti che i circuitanti… “… uh, guarda guarda, guarda qui … ma quant’è bello ‘sto ‘circuito‘ !

Poi: ‘o pappone è indigesto; ora che il Laboratorio mi ha portato pietanze buone e succose e mirabili, non posso che concordare. Manca l’Amor… del tutto; ma da lunga pezza. Pare uscito, nessuno lo ha visto, nessuno nemmeno ne parla. Più. E questo è disdicevole, una vera disgrazia. … Eh va beh!

L’Enchiridion del President di Bordeaux è un capolavoro senza pari, ma tutti lo leggono, e nessuno lo studia: ergo, i suoi fiori non vedono la luce negli animi di quelli che ‘leggono‘; figurarsi i frutti, quelli eterni. Rimasti tutti nel cassetto, pura teoria speculativa e simbolica, come proclamano i grandi dotti che animano i conclavi più o meno altisonanti di alchimia (scritto in minuscolo, et pour cause). Peccato.

Dei Voyages di Madame Hillel-Erlanger si parla sempre, a destra e a manca; per forza, è così exotique che fa eleganza blasée sciorinarne i versi; ma le informazioni in esso così ben incastonate, pur brillanti, non vengono colte; anzi, meglio non parlarne, si dice. Resta talvolta, qualche idiota (sedatelo subito, please! …) che sobbalza, for example, nel ‘leggere‘ del ‘bure‘. Ma un sobbalzo solo di qualche attimo, per carità, non c’è da preoccuparsi (la sedazione è rapida ed efficace; pare addirittura che dia piacevole e remunerativa assuefazione). Poi si torna a sviolinare, e a fare la moina di meravigliosa memoria parte napoletana e parte nopea. Posso sorridere con Lei, Messere, sulle ‘… pastilles platinées qui peuvent ensuite servir à un nombre illimité d’experiences’? Che vorrà dire? Peccato, un altro.”

Ecco ora il secondo intervento:

Caro B.,
A mio parere, Il Mistero delle Cattedrali è stato scritto due volte (almeno), o meglio, è stato scritto e poi riscritto.
Il problema è che le due versioni coesistono in un solo libro. Non solo, ma sono state anche accuratamente frammiste tra loro onde, mentre si parla, -già sotto chiave ovviamente-, di un procedimento, improvvisamente e senza alcuna premessa, viene inserita una frase o qualche parola riguardante un altro procedimento.
E non è tutto. Non bisogna dimenticare infatti che Fulcanelli è maestro nella Lingua degli Uccelli, la quale, basata esclusivamente su assonanze, è intraducibile. E sebbene Paolo Lucarelli di ciò faccia menzione, tuttavia, pur generoso al limite del lecito, e forse talvolta anche un po’ oltre, certamente si guarda bene dall’evidenziare i doppi e i tripli sensi, sparsi un po’ ovunque nel testo.
Permangono gli interrogativi di fondo.
Cosa ha spinto Fulcanelli a riscrivere il libro? Solo dopo aver ultimato il manoscritto si è forse accorto che si poteva far meglio? E si è dunque premurato di inserire nel testo le nuove acquisizioni? Oppure, ritenendo di essere stato troppo esplicito, ha voluto mischiare ulteriormente le carte?
In mancanza di risposta certa, mi astengo dal formulare ulteriori ipotesi.
Cerconescamente tuo, FC“.

Cui segue la mia seconda risposta, sempre breve:

“Caro FC,

Due volte!? … poffarbacco! ….’scritto e poi riscritto‘ !? … ma Lei è sicuro !? … non sarà che si tratta di un mucchio di note scritte da una pattuglia di nostalgici appassionati d’alchimia francese (la freccia indica “Bourges“, la cui Cattedrale – magnifica – non appare nel libro), nel quale solo uno – ancora nell’ombra – era quel genio supremo – vero indagatore, vero innamorato, enorme studioso, spirito scientifico senza pari, straordinario praticante – che scrisse le poche note degne della massima attenzione da parte di chi avesse voluto (uso il congiuntivo all’imperfetto, per un buon motivo) sul serio trovare il semplice bandolo della matassa operativa? La seguo sul ‘riscritto‘, capisco dove vuol andare a parare, perché esiste questa possibilità. Tuttavia, per parte mia, comincia a sorgere il sospetto che possa essere stato eventualmente riscritto fors’anche perché qualcuno del gruppo originario mai aveva capito quale fosse il senso vero e la meta operativa vera della Grande Opera; forse – e lo sussurro, ancora con una decina di dubbi – quel genio ancor sconosciuto ha voluto ‘togliere‘, piuttosto che ‘aggiungere‘, specie dopo i gran balli da Belle Epoque dell’Avenue Montaigne. Chissà … magari si era dispiaciuto di qualcosa? E non parlo di chi è venuto dopo quelli di Bourges, i quali hanno imboccato una strada vecchia, e davvero poco utile alla Antica Bisogna. Solo Paolo Lucarelli, scientifico alchimista di enorme caratura, ha compreso Fulcanelli, e gli altri – che lo osannano – credo non abbiano ben afferrato alcune cosette. Ma, naturalmente, è solo la mia povera opinione, tipo San Sebastiano … ça-va-sans-dire.

Sulla Langue des Oiseaux: a proposito di questa surreale invenzione, affascinante e meravigliosa, si parla di un altro genio fuor-del-suo-tempo, il beffardo ma sapientissimo Grasset d’Orcet, e con ragione. Assieme al Bretonissimo Monnier, che amava, e non poco, quella Langue, anche quel ricchissimo dandy, da me più che stimato, Monsieur Roussel,  era parte del Grand Jeau, sin dall’inizio. Se diamo fede alla nota missiva di Dujols a Roussel, Fulcanelli (che sarebbe Decoeur) richiede indietro la prima stesura dell’opera. Per qual motivo? … non che Roussel sapesse molto d’Alchimia, ma il suo saper giocare – e costruire succose assurdità, ma pertinenti – con parole e frasi è cosa ormai arcinota. Et alors ? …. La Cabala Fonetica appassiona tutti, è il miglior trucco per allontanare gli stolti; ma, concordo con lei, è tutta di lingua Franca; solo un Franco ingegnoso&ingegnere poteva escogitar la trappola a-doppio-effetto: le allodole le mandiamo per fratte, tutte contente per le ghiande e le granaglie, e gli svegli – ma debbono aver GIA’ operato sulla via vera, (e non quella falsa) – li aiutiamo un pochino, a patto che abbiano studiato con profitto l’Antica Scienza! Ripeto: … se l’opera è stata ‘ritirata & riscritta‘, ci deve essere stato un motivo, qualcosa di serio doveva essere successo. E qui … al momento, non possiamo che scrivere: ‘ignoramus‘; il che non toglie il fatto che un motivo – seriodeve esserci stato.”.

E, per finire, il terzo intervento:

“Fulcanelli still baffles me.
Lo dico in inglese, perché il verbo ‘to baffle’ non ha in italiano una traduzione adeguata. Significa allo stesso tempo confondere, causare perplessità, eludere e sconfiggere.
Più (ri)leggo Fulcanelli più aumenta la meraviglia, non tanto perché la sua identità terrena sia sfuggita a generazioni di curiosi che vanamente si sono affannati a darle un nome, quanto perché è riuscito ad eludere anche i suoi più stretti collaboratori. Tranne una, l’affascinante Irene Hillel-Erlanger, di cui poco si dice, perché poco si comprende. Non è curioso, –en passant-, che essa ebbe in sorte di condividere, a quanto è dato sapere, lo stesso fato di Nicolas Valois, soppresso anche lui da un’ostrica? Sotto quale polvere sono finiti Joel Joze col suo straordinario caleidoscopio, Gilly il fedele servitore, Vera e Grace? Giusto merito va qui dato a Archer, che non li ha dimenticati e dal suo bel sito ci rammenta: « Sous le couvert d’une fiction surréaliste, l’Auteur dévoile les plus Hautes Secrets de l’Hermétisme Trascendent. Mais ne les déchiffre pas qui veut…. »
Non avendo la vocazione di San Sebastiano, ho esitato a lungo prima scrivere, ma come sempre confido nella Sua clemenza.
E’ forse peccato di lesa maestà additare ai novizi l’incolmabile distanza che separa le Il Mistero dalle Dimore? O il Maestro dall’allievo, o meglio, dai suoi contemporanei? E’ forse riprovevole avvertire gli esordienti, metterli in guardia e, gettando acqua sulla loro ardente fede, ma cieca, risvegliarli dal torpore che li avvolge?
Fulcanelli appare più interessato al futuro che al presente. Il suo “Or du Temps” resiste, inerte come un seme sotto terra, alle illazioni ventilate a più riprese su di lui, per rinascere ai posteri, più vivo che pria. Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti.
La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.
Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione. Un labirinto dal quale occorrono ben più dei fatidici quaranta dì e quaranta notti per uscirne vivi, come nella canzone: ‘Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott, A San Vittur a ciapaa i bott, dormì de can, pien de malann…’
Il Tempo, come sempre galantuomo, renderà giustizia.
Fulcanelli still baffles me.
Con osservanza, spero, FC“.

Cui segue la mia ultima risposta, pur breve:

“Caro FC,

sul ‘bafling‘ non ho dubbi a crederle, dato che ho letto e (ri)letto Fulcanelli alcune centinaia di volte, sempre restandone ammirato, perplesso e sorpreso, talvolta accigliato. Su Madame Hillel-Erlanger ho già detto qualcosa poco sopra, e le dirò che l’episodio della morte-per-ostrica mi ha sempre fatto sganasciare dalle risate; poi, Valois, … lei crede che qualcuno lo abbia letto nel suo Francese antico? … dico meglio: studiato!? … compreso, almeno un tantino!? …. guardi che Valois era uno dei pochissimisi cinque o sei – in venti e passa secoli – che ha detto il vero, e che ha percorso l’operatività ‘naturale‘, quella semplice, dove la evidente prospettiva della Pierre Philosophale – posta sempre in primo piano – ‘baffles‘ la parata di stolti che ancora oggi credono che il detto ‘Una Res, una Via, Una Dispositione‘ sia una dotta affermazione da retori, piuttosto che da appassionati alchimisti. Mi è capitato di incontrare persone che ancora non si sono rese conto di cosa mai possa essere la ‘Dispositionem‘; come anche quelli – e sono un mucchio – che ancora oggi, al giorno d’oggi, in Italia come altrove, parlano della Pietra Filosofale come della vera meta della Grande Opera!

Ma forse, temo, non sono affatto interessati ad approfondire la Conoscenza dei processi di Madre Natura. Ma non mi dilungherò su questo. Per ora.

Quanto al peccato di lesa maestà: ebbene, ritengo che sia il sottoscritto che Lei verremo – se già non lo siamo stati – accusati di tal gravissimo peccato. Urbi et orbi.

Peccato che una tal maestà non esista sulla faccia della terra, per non parlare di Bellatrix, tanto meno nel Regno dell’Alchimia, dove il Re, un Roi qualsiasi, – a parte quello delle metafore -, non potrebbe mai aversi: c’è solo una Reine, Dame Alchimie. Non uomini, ma Madre Natura. Eppure, ne sono certo: il solo presupporre che si possa parlare con pacatezza di tutte quelle ‘incolmabili distanze‘ che lei amabilmente indica (tutte!) farà alzar sopracciglia a molti, sentiremo molti soffiarsi il naso, molti altri guarderanno con altera sufficienza chi osasse sollevar la lampada su quanto si va dicendo, molti si offenderanno, e spareranno cannonate balanzoniche. E siccome non temo, con Gaia Scota postura, faccio mie le sue parole:

Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti. La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.

Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione.‘.”

Concludo con un’allegra raccomandazione, ai giovani; che spero ancora incontaminati: non credete a nulla, tantomeno a noi, ma piuttosto ponetevi sul cammino della Conoscenza di Madre Natura, e al più presto; con tutta la vostra Force, dotatevi prima di un solidissimo e continuato bagaglio tratto dallo studio tenace della Philosophia Naturalis; poi, solo dopo, procedete a mettere in pratica quanto riterrete di aver appreso; aprite il vostro Laboratorio; poi mettetevi in testa che sarà assolutemente necessario salire – e per lunghissimo tempo –  sul trenino quotidiano che porta dai Libri al Laboratorio, poi dal Laboratorio ai Libri, e di seguito così, ogni santo giorno. Sappiate che il cammino che avete intrapreso sarà lunghissimo (decenni, … eh sì!), e che dovrete necessariamente cambiare la vostra visione della vita, radicalmente e per sempre; in effetti, il Laboratorio lo proverà man mano che proseguirete, le cose non stanno come crediamo. La via è semplicissima, e per questo è difficilissima. Non fatevi raccontar balle, nè dagli uomini, nè dai libretti & libercoli, ma procedete con assoluta tenacia a ri-studiare, tutto. La Philosophia Naturalis è sconosciuta persino a chi dice di ‘fare‘ Alchimia; senza di essa, senza quella LUX, approderete a porti fantasma e alle famose – infauste – lucciole per lanterne. Siate indagatori del finissimo e del più che sottile (che non significa ‘sottigliezza’, bensì per minima, quello del Trevisano, di Philalethe e di Santinelli), ma sbarazzatevi sin dall’inizio di chi vi parla di mistica, speculatività, simbolismo, amiccamenti, scorciatoie, io-ho-capito-tutto-e-ti posso-iniziare, e tutte le amenità inventate per secoli da chi ha tentato – molto spesso con successo –  di impadronirsi dell’Arte per irretire gli ingenui e limitare la vostra libertà di indagine. Siate puri, e Gai, ma … sempre veri, onesti, tenaci. Non mollate, non cedete – mai – al Canto delle Sirene.

Per questo, per mettersi in questo Gioco, occorre Passione, Amore, Fratellanza Antica, Umiltà, Allegria, Coraggio.

L’Alchimia è vera, e porta alle Stelle.

Punto.

Le cri de l’Alcyon, … et du Cygne rôti, s’il vous plaît.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, May 11, 2020 by Captain NEMO

Come l’uccello di cui porto il nome, sono apparso a Nantes al solstizio d’inverno, messaggero che annuncia la calma e la pace ai naviganti lanciati sul mare del mondo. gettando attraverso l’aere il grido perforante ripetuto dagli eco, una delle sue grida che emozionano e che fanno sognare questi uccelli sacri che gli antichi chiamavano lingue e che li consideravano come gli interpreti del cielo.“.

Così si presenta Alcyon, alias Pierre Aristide Monnier: è un Bretone, orgoglioso della sua origine celtica, studioso della tradizione di quella terra singolare, fervente cattolico, Realista legittimista, profondo studioso del greco, dell’ermetismo, di alchimia e dell’opera di Michel de NostreDame. Alcyon viene dal greco ἀλκυών:  l’Alcyon Atthis è proprio il variopinto Martin Pescatore, il Martin Pecheur, l’Eisvögel, il KingFisher. Il Mito ci informa che Alcione era una delle figlie di Eolo, e sposa di Ceice; i due si amavano così tanto che si vezzeggiavano tra loro con il nome di Zeus e Hera, ed Alcione era così bella che veniva spesso scambiata dai pastori per Artemide (la latina Diana); ovviamente Zeus, Hera e Artemide montarono su tutte le furie e – detto fatto – una tempesta marina causò l’annegamento di Ceice, così che la bella Alcione, straziata dalla morte dell’amato sposo, si gettò in mare da una rupe per raggiungerlo: Zeus – mosso da una tardiva pietà – li tramutò così in uccelli dalla livrea magnifica. Il loro nido, però, costruito nei pressi del mare, era continuamente distrutto dalle onde; una seconda mossa pietosa del Re dell’Olimpo placò così il mare per sette giorni prima e sette giorni dopo il solstizio d’inverno, così che le uova degli Alcioni potessero schiudersi: questi quindici giorni vengono ancor oggi ricordati come ‘i giorni d’Alcione‘, giorni di pace e tranquillità. Atthis, inoltre, viene dal greco Ἁκταία, Actæa (meglio conosciuta come Attica) che indica la riva del mare. Troppo poetico? Forse, ma questa ποίησις pare aleggiare anche nel brano del Bretone Monnier.

Con lo stesso spirito, Monnier in un suo scritto indica all’artista che poco prima della morte alchemica dell’aquila e del leone, cioè del combattimento delle due nature, si ode – sottile ma penetrante – un suono, o forse un canto, della materia, che assomiglia a quel grido dell’Alcyon.

D’altro canto, con pari lirismo Canseliet – a proposito di un sifflement – commentò la VI Chiave di Basilio Valentino:

… Cette distillation sèche est attestée par les deux profils flammés et par le vieillard versant l’eau de la mer que rappelle le trident de Neptune, tandis que le cygne, plus discrètement, en marque le détail sonore. Celui-ci constitue la plus sûre indication que l’artiste puisse obtenir de la pratique naturelle et philosophique. C’est ce signe bruyant qui sert de jalon et de point de repère dans la conduite régulière du travail; …. De nouveau, nous solliciterons la décoration du couvent de Cimiez, dans l’une des petites peintures des corridors représentant le bel oiseau, que nous voyons orner, de sa blancheur et de sa majesté, les calmes eaux de nos étangs. Le cygne a toujours été regardé, par les alchimistes, comme un emblème du mercure; il en a la couleur et la mobilité, ainsi que la volatilité proclamée par ses ailes. Au monastère franciscain, la devise latine dégage l’ésotérisme de l’image;

DIVINA SIBI CANIT ET ORBI

Il chante divinement pour soi et pour le monde.

Ce sifflement, qui ne manque pas de surprendre l’opérateur à ses débuts, est nommé le chant du cygne (le signe chantant), parce que le mercure, voué à la mort et à la décomposition, va transmettre son âme au corps interne issu du métal imparfait, inerte et dissous.“.

La versione francese di Canseliet di questa Sesta Chiave, tradotta dal latino (Maier,  nel suo Tripus Aureus del 1618), recita:

L’homme double igné doit se nourrir d’un cygne blanc; ils se détruiront mutuellement et, de nouveau, reviendront a la vie. Et l’air des quatre parties du monde s’emparera des trois quarts de l’homme igné enfermé[1], afin que le chant du cygnes puisse être entendu et, de leur adieu, les tons musicaux exprimés. Alors le Cygne rôti sera le repas du Roi et le Roi igné aimera beaucoup la voix agréable de la Reine, l’embrassera de son grand amour et se rassasiera d’elle jusqu’à ce qu’ils disparaissent tous deux et se fondent ensemble en un corps.“.

Per completezza, riporto il Latino della versione di Maier:

In Italia, l’edizione di Canseliet è stata tradotta da Paolo Lucarelli per le Edizioni Mediterranee.

Curiosamente, in Araldica il Cigno, quando è rappresentato su un nido flottante, viene spesso chiamato Alcione.

Ed a proposito del ‘candido cygno‘, di questo Mercurio che – nelle parole del Maître di Savignies – muore e si decompone, per ‘trasmettere la sua anima al corpo interno generato dal metallo imperfetto, inerte e dissolto‘, val la pena di notare che Paolo Lucarelli ha tradotto il termine ‘issu‘ con ‘generato‘, quando la traduzione più semplice e comune è ‘uscito‘. Questo mercurio-cigno, che canta la propria morte nel ‘trasmettere‘ la sua anima al corpo interno generato dal metallo imperfetto – poco prima del Matrimonio del Re e della Regina – è di un colore evidentemente bianchissimo; ecco come Bernardo Trevisano lo descrive al termine di una serie di sublimazioni, in un procedimento da lui chiamato ‘Primo Grado‘ [come sempre, occorre prudenza nel mettere in corrispondenza i passi di diversi autori, di diverse epoche; e riflessione]:

Ti dico dunque, chiamando Dio come testimone di questa Verità, che questo Mercurio – essendo stato sublimato – è apparso Vestito di una bianchezza così grande, come quella della neve delle alte Montagne, sotto uno splendore sottilissimo e cristallino, dal quale usciva, all’apertura del Vaso, un odore così dolce che non se ne trova di simile in questo Mondo. Ed io, che ti parlo, so che questa meravigliosa bianchezza è apparsa ai miei occhi; che ho toccato con le mani questa sottile cristallinità, e che ho sentito questa meravigliosa dolcezza con il mio olfatto, della quale piansi di gioia, stupefatto di una cosa così mirabile.“.

[da: La Parole Délaissée, in Œuvre Chymique de Bernard le Trevisan- Trédaniel, p. 86]

Canseliet  – forse? – non conosceva l’esistenza e/o l’opera di Monnier, ma di certo la materia ‘canta‘ durante alcuni procedimenti per così dire ‘classici’ dei lavori alchemici. En passant, a proposito del Cigno, ne Les Demeures Philosophales (vide il capitolo Grimoire du Chateau de Dampierre, Serie 7, Cassone 5) Fulcanelli indica che il bianco uccello, trafitto al collo da una freccia, possiede le qualità del ‘mercure initial‘, o ‘notre eau dissolvante‘; nel merito, l’Adepto francese espone il proprio punto di vista sul poco conosciuto enigma dello ‘zolfo doppio‘.

Dato che Le Dimore Filosofali peccano di una traduzione spesso distratta se non imprecisa, riporto il passo con la mia personale traduzione:

“Cassone 5 – Un cigno, maestosamente posato sull’acqua calma di uno stagno, ha il collo attraversato da una freccia. Ed è il suo ultimo lamento che ci viene riportato dall’epigrafe di questo piccolo soggetto graziosamente eseguito:

.PROPRIIS.PEREO.PENNIS.

Muoio per mezzo delle mie proprie penne. L’uccello, in effetti, fornisce una delle materie dell’arma che servirà ad ucciderlo; l’impennaggio della freccia, che ne assicura la direzione, la rende precisa, e dato che le piume del cigno svolgono questa funzione, contribuiscono così a perderlo. Questo magnifico uccello, le cui ali sono emblematiche della volatilità, e la cui nivea bianchezza è l’espressione della purezza, possiede le due qualità essenziali del mercurio iniziale o della nostra acqua dissolvente. Sappiamo che deve essere vinto dallo zolfo – uscito dalla sua sostanza e che lui stesso ha generato, – al fine di ottenere dopo la sua morte quel mercurio filosofico, in parte fisso e in parte volatile, che la susseguente maturazione eleverà al grado di perfezione del grande Elixir. Tutti gli autori insegnano che si deve uccidere il vivo se si desidera resuscitare il morto; è il motivo per cui il buon artista non esiterà a sacrificare l’uccello di Hermès, ed a provocare la mutazione delle sue proprietà mercuriali in qualità solforose, poiché ogni trasformazione resta sottomessa alla preventiva decomposizione e non può realizzarsi senza di essa.

Basilio Valentino assicura che ‘si deve dar da mangiare un cigno bianco all’uomo doppio igneo’, e, aggiunge, ‘il cigno arrostito sarà per la tavola del re‘. Nessun filosofo, a nostra conoscenza, ha sollevato il velo che ricopre questo mistero e ci chiediamo se è opportuno commentare parole così significative. Tuttavia, ricordandoci dei lunghi anni durante i quali abbiamo noi stessi sostato davanti a questa porta, riteniamo che sarebbe caritatevole aiutare il lavorante, arrivato sin qui, a varcarne la soglia. Tendiamo dunque una mano soccorrevole e scopriamo, nei limiti permessi, quel che i più grandi maestri hanno ritenuto prudente mantenere riservato.

É evidente che Basilio Valentino, nell’impiegare l’espressione uomo doppio igneo, intende parlare di un principio secondo, risultante da una combinazione di due agenti di complessione calda e ardente, aventi, di conseguenza, la natura degli zolfi metallici. Per cui si può concludere che, sotto la denominazione semplice di zolfo, gli Adepti, ad un momento dato del lavoro, concepiscono due corpi combinati, dalla proprietà simili ma di specificità differente, presi convenzionalmente per uno solo. Ciò posto, quali saranno le sostanza capaci di cedere questi due prodotti? Una tal domanda non ha mai ricevuto risposta. Tuttavia, se si considera che i metalli hanno i loro rappresentanti emblematici raffigurati da delle divinità mitologiche, sia maschili, che femminili; che traggono quelle particolari corrispondenze dalle qualità solfuree sperimentalmente riconosciute, il simbolismo e la favola saranno in grado di gettare qualche chiarezza su queste cose oscure.

Tutti sanno che il ferro e il piombo sono posti sotto la dominazione di Arès e Chronos, e che ricevono le rispettive influenze planetarie di Marte e Saturno; lo stagno e l’oro, sottomessi a Zeus e Apollo, sposano le vicissitudini di Giove e del Sole. Ma perché Aphrodite e Artemide dominano il rame e l’argento, soggetti di Venere e della Luna? Perché il mercurio è debitore della sua complessione al messaggero dell’Olimpo, il dio Hermés, sebbene sia sprovvisto di zolfo e adempia alle funzioni riservate alle femmine chimico-ermetiche? Dobbiamo accettare queste funzioni come veritiere, e non ci sarebbe[2], nella ripartizione delle divinità metalliche e delle loro corrispondenza astrali, una confusione voluta, premeditata? Se fossimo interrogati su questo punto, risponderemmo affermativamente senza esitare. L’esperienza dimostra, in modo certo, che l’argento possiede uno zolfo magnifico, altrettanto puro e splendente di quello dell’oro, senza averne, tuttavia, la fissità. Il piombo fornisce un prodotto mediocre, di colore quasi uguale, ma poco stabile e assai impuro. Lo zolfo dello stagno, netto e brillante, è bianco e farebbe mettere questo metallo piuttosto sotto la protezione di una dea che sotto l’autorità di un dio. Il ferro, per contro, ha molto zolfo fisso, di un rosso scuro, opaco, immondo e così difettoso che, malgrado la sua qualità refrattaria, non si saprebbe proprio per che cosa utilizzarlo. E tuttavia, eccettuato l’oro, si cercherebbe invano, negli altri metalli, un mercurio più luminoso, più penetrante e più maneggevole. Quanto allo zolfo del rame, Basilio Valentino ce lo descrive molto esattamente nel primo libro delle sue Douze Clefs[3]: ‘La lasciva Venere, dice, è ben colorata, e tutto il suo corpo non è quasi che tintura e colore simile a quella del Sole la quale, a causa della sua abbondanza, tende grandemente al rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso e malato, la tintura fissa non può dimorarvi, e, morendo il corpo, la tintura perisce con esso, a meno che essa non sia accompagnata da un corpo fisso, dove possa stabilire il suo posto e dimora in modo stabile e permanente.’.

Se si è ben compreso quel che vuole insegnare il celebre Adepto, e se si esaminano con cura i rapporti esistenti tra gli zolfi metallici ed i loro simboli rispettivi, non sarà difficile ristabilire l’ordine esoterico conforme al lavoro. L’enigma si lascerà decifrare ed il problema dello zolfo doppio sarà facilmente risolto.“.

Così, gira che ti rigira, il lettore accorto – ma anche il ‘lavorante’, ancor più accorto – dovrà ben riflettere su questa bizzarra vicenda del Cigno arrostito che dovrà essere servito alla tavola del Re: se l’identità del Cigno è manifesta, la questione del ‘doppio uomo igneo‘ (lo ‘zolfo doppio‘) apparirebbe risolta; eppure … eppure … eppure … si può davvero esser certi che Monnier, Canseliet e Fulcanelli non abbiano forse conservato una puntina di sana invidia?

Lo potremo valutar meglio – forse – in una prossima puntata!

Note:

[1] Nota di Canseliet: “… tres quartas ignei viri inclusi occupabit … Variante: … occupera les trois quarts du receptacle fermé de l’homme igné …“.

[2] La frase è interrogativa-dubitativa, e dunque in italiano si potrebbe meglio esprimere come ‘…, e non ci sarebbe forse…‘.

[3] [NdA] Les Douze Clefs de la Philosophie. Texte corrigé sur l’édition de Francfort; Editions de Minuit, 1956, p.86.

Du Feu & du Sel … un viaggio.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , on Tuesday, January 1, 2019 by Captain NEMO

Il Capitolo Settimo dell’Alchimie expliquée sur ses textes classiques – edita da Eugène Canseliet nel 1972 – è intitolato ‘Le Sel des Philosophes‘, ed è uno dei brani più interessanti per chi studia e pratica Alchimia. In tutta evidenza, se è chiaro che anche Canseliet ha sempre sostenuto che lo studio dei buoni testi fosse indispensabile per un proficuo supporto all’esperienza del Laboratorio, è altrettanto chiaro che ciò di cui ha voluto parlare non è certo da prendere alla lettera, come è usanza per chiunque abbia una qualche dimestichezza con il metodo con cui Conoscenza ed esperienza vengono condivise e trasmesse a chi percorre la stessa Via operativa. Torniamo al Capitolo Settimo: il titolo chiarisce che l’oggetto delle considerazioni dell’autore non è in alcun modo il sale comune, ma il ‘Sale dei Filosofi‘, che è – nei fatti – l’attore principale del semplice processo alchemico. Di più: quel ‘Sel‘ di cui parla il Maitre de Savignies non è – e molti ne rimarranno forse sorpresi – nemmeno quel composto chimico che risultasse dalla reazione tra il tartaro e nitro; pur curioso nelle sue qualità, per chi le avesse sperimentate all’Opera, esso è ben lontano da quel  ‘Sel des Phiosophes‘ di cui parlava più di quarant’anni fa Canseliet. Certo, da assiduo sperimentatore quale era – una appassionata assiduità di cui il famoso processo sulla surfusione del piombo ne fu la prova provata – avrà senza dubbio inizialmente ritenuto che quella unione ‘ana‘ potesse essere preziosa: in effetti, la necessità di buoni ‘fondants‘ lungo la via spagirica dei metalli, mostra  all’Artista attento – nel corso della pratica ripetuta centinaia di volte – degli indizi che potrebbero risultare estremamente utili nel corso dei propri studi e delle proprie esperienze: ma occorre un profondo senso dell’osservazione sperimentale , una passione radicata nella Conoscenza della Teoria Alchemica – la quale è Scienza e Arte dei processi della Creazione della Materia, e non certo una tecnica soltanto, banalmente, trasmutatoria mirata all’ottenimento di una o più Pietre – e una abitudine costruita negli anni a verificare sempre nella pratica quella Teoria, più antica del nostro mondo. Nel corso del proprio cammino di studio e pratica l’Artista modula e raffina sia la tecnica che l’operatività: e si accorge che il famoso monito ‘Una Res, una Via, una Dispositione contrasta talvolta con quel che sta cercando di mettere in pratica: e qui, la riflessione, la meditazione profonda sui testi e sui propri appunti di Laboratorio – oh, quanto preziosi -, si rivela – talvolta – esiziale; l’Artista deve studiare Madre Natura nel suo più intimo procedimento della Creazione, e – per l’appunto – è quella peculiare substantia che chiamiamo ‘Sel’ che svolge il ruolo chiave in Creazione negli Universi; e dunque, nel crogiolo alchemico posto nel forno. Quel Sale ha ricevuto una miriade di nomi, frutto dell’acume e dell’ingegno di chi ha studiato e praticato lungo quella Via. Canseliet ne ricorda molti ai suoi lettori: personalmente, credo che sia corretto parlarne come il ‘Sel de Pierre‘, meglio ancora come il ‘Primum Ens dei Sali‘ di Philalethe; più che il nome, quel che conta davvero è la sua funzione, poiché è la funzione di una substantia ciò che la caratterizza nella Creazione di Materia, sia essa in accadimento all’interno di una stella o nel crogiolo alchemico: se l’Artista volesse cogliere meglio quel che cerco di spiegare (perdonate, facile non è spiegare! … direbbe Yoda), quel monito capitale ‘Una Res, Una Via, una Dispositione potrebbe render conto del fatto – sperimentale! – che una stessa sostanza usata in contesti operativi diversi svolge una funzione diversa. Naturalmente non sto parlando di chimica, né di fisica; ma di Alchimia e di Physica, che oggi – chissà perché – nessuno ama più studiare; figurarsi sperimentare.

Prima di proseguire, credo utile esaminare meglio quel Capitolo sul ‘Sel des Philosophes‘, anche alla luce di quanto riportato in un commento del mio Post sulla curiosa medaglia coniata da Herr Friedrich Kleinert (qui), il quale era un appassionato alchimista in quel di Nuremberg, cui il giovane Leibnitz si rivolgeva con una certa riverenza. L’emblema che ha attirato l’attenzione di Madame Compostellae a quanto scritto dall’ottimo e sagace Fra’ Cercone figura per l’appunto all’interno del Capitolo Settimo ed è – secondo quel che scrive Canseliet – ‘La petite vignette, qui éclaire le titre de l’admirable Traité du Feu et du Sel’ di Blaise de Vigenère; eccola:

Traicte du Feu & du Sel – 1642

Il trattato in cui figura la famosa vignetta fu pubblicato nel 1642 a Rouen; tutti conoscono la giusta passione di Canseliet per l’Editio Princeps di un trattato antico; ma questo famoso e ottimo trattato, ritrovato dopo la morte di de Vigenére, fu in realtà edito per la prima volta nel 1618 a Parigi, e questo è il suo frontespizio:


Traicte du Feu & du Sel – 1618

Probabilmente Canseliet scelse la ‘Derniere Edition reueuë & corrigee‘ perché gli era utile per ciò che intendeva esporre a proposito del ‘Sel’; l’emblema dell’edizione del 1642 raffigura il putto-parvulo con una mano che tiene un nastro che sorregge la pietra squadrata, mentre con l’altra indica il Re tra le nubi aperte (si deve notare che questa sua mano destra è ‘alata’); il putto è in piedi su una sommità erbosa, cui fa da sfondo uno specchio d’acqua, con un albero radicato su un promontorio sulla destra di chi guarda. Il motto recita ‘Paupertas summis ingeniis obesse ne provehantur‘, e viene tradotto da Canseliet come ‘La pauvreté nuit aux meilleurs étudiants, de sorte qu’ils n’avacent pas‘. Ai quattro angoli figurano i tre gigli di Francia, una croce greca, il quatre-de-chiffre dell’incisore, e l’Agnus Dei. La didascalia della Pl. XIII recita: ‘Que des confidence Blaise de Vigenère n’aurait pas faites, dans son traité inestimable, qu’il gardait pour lui seul, s’il avait pu prévoir que cet ouvrage fut tout de suite trouvé après sa mort. Ce petit cartouche de titre est assez éloquent du lieu, inaccessible à l’ordinaire, d’ou l’alchimiste reçoit son sel et son feu Philosophiques et secrets.‘.

Se l’Artista volesse esaminare la vignetta del’Editio Princeps del 1618, osserverebbe un uomo-pastore, inginocchiato e forse pregante, posto a sinistra di un ara sacrificale su cui un agnello arde in un fuoco che lo avvolge, il cui fumo sale verso le nubi dalle quali, aperte in due, appare un piccolo Re coronato e radiante; l’altare reca sulla faccia frontale una stella a sei punte (con due lambelli), nel cui centro è raffigurato il simbolo del Mercurio, il tutto ambientato in una campagna bucolica, con ovini che brucano l’erba e quel che sembra una fascina accanto al sacrificante. Il motto recita: ‘Sacrum pingue dabo nec macrum sacrificabo.‘. Si tratta evidentemente di una rappresentazione del sacrificio al Signore da parte di Abele (si noti che il motto, se letto al contrario, rappresenterebbe quello di Caino), ma quel ‘mercurio’ non dovrebbe far parte di questa iconografia biblica. De Vigenére, diplomatico e famoso crittografo, morì nel 1596 e la vignetta dell’ Editio Princeps del 1618 di Parigi fu scelta da Françoise de Louvain, la vedova di L’Angelier, il quale si chiamava Abel; entrambi i coniugi Angelier erano appassionati editori alla corte di Parigi, ma che dire di quel simbolo?

La ‘Derniere Edition‘ del 1642, quella segnalata da Canseliet, fu edita a Rouen da Jacques Caillou(e): ma – forse – Canseliet ritenne di non parlare dell’Editio Princeps per motivi suoi; questo metodo di ‘dire e non dire‘, ‘guarda qui e non là‘, che fa disperare i neofiti – e che induce molti a pensare che i testi non siano degni di esser studiati – venne naturalmente adottato anche da Canseliet (e non solo in questo suo testo del 1972), il quale – ovviamente – scrive nel Capitolo Settimo: ‘A livello sperimentale gli alchimisti mantennero nei riguardi del sale una discrezione impenetrabile e feroce‘. Fu anche questo metodo, assieme alla ‘pelosa’ venerazione da parte della sua corte di contemporanei francesi, che in qualche modo infastidì il giovane ed inesperto Jean Laplace, il quale – al contrario del maestro – non amava i troppi orpelli, le troppe trappole-per-gli-ingenui, che impedivano ai giovani di avvicinarsi all’Alchimia; sed de hoc satis.

Dopo De Vigenére, il buon Maitre de Savignies sostenne il suo discorso con brani tratti da Altus, Basilio Valentino, naturalmente Fulcanelli (in questo contesto, da Le Dimore Filosofali), Sethon, Sendivogius, Lemery, De Saint-Didier, De Copponay de Grimaldy, Digby, Crassellame, Philalethe, Gosset, et alia. In effetti, l’argomento meritava queste citazioni preziose, nel tentativo più che caritatevole di fornire allo studente innamorato una messe di spunti da approfondire, di aspetti su cui meditare. Si tratta, senza dubbio, di uno dei capitoli più belli, importanti e preziosi del libro del 1972, ed il cui valore è di primissimo piano. Tuttavia, proprio perché Canseliet va studiato – come ogni autore – cum grano salis, proverò a segnalare alcuni passi che magari appaiono scontati, ma che sono a mio avviso piuttosto utili alla ricerca del bandolo della matassa che avvolge quel benedetto ‘Sel des Philosophes‘:

… il sale appare costituito in parte di sostanza fissa, in parte di materia volatile. Si sa, in chimica, che i sali, formati da un acido e da una base, rivelano, nella loro decomposizione, la volatilità del primo così come la fissità dell’altro. Poiché il sale partecipa nel contempo del principio mercuriale per la sua umidità fredda e volatile (aria) e del principio solforoso per la sua secchezza infuocata e fissa (fuoco), serve dunque da mediatore tra i componenti solfo e mercurio del nostro embrione.“.

La citazione chimico-fisica – tratta da Fulcanelli, Les Demeures Philosophales, tome II, p. 82 – merita che si sottolinei: la ‘sostanza fissa‘ e la ‘materia volatile‘, poi l’inciso ‘nella loro decomposizione‘, e la presenza contemporanea di un’aria cui soggiace un’acqua, e di un fuoco cui soggiace una terra. E ci si ricordi che chimica e Alchimia non hanno nulla da spartire: non tutto è quel che sembra. Inoltre, si dice qui – in questo contesto! – che il sale ‘serve‘ da mediatore tra zolfo e mercurio ‘del nostro embrione‘.

La confusione è molto più difficile da dissipare, quando i Filosofi considerano il sale che corrisponde al terzo principio, nell’intimo stesso del minerale o del metallo. Cosicché il neofita non dovrà sperare, come la logica sembrerebbe autorizzare a tutta prima, che sarà informato sulla sostanza che esaminiamo dal Trattato del Sale di Alexander Sethon. La discriminazione pretende sicuramente tempo e sforzo.“.

Questo è un aspetto cruciale: si parla qui di una ‘cosa’ che è nell’intimo di qualcosa, sia quest’ultima minerale o metallo; intimo è ‘in-tumus‘, ciò che “è” più-che-dentro. Non appare; e per dargli eventualmente  ‘parvenza’ occorre il tempo e lo sforzo.

Segue poi la descrizione del sale da parte del Cosmopolita:

… ce précieux Sel blanc comme neige, qu’il puisse puiser l’eau vive du Paradis, & qu’il puisse avec icelle préparer la teinture Philosophique …“.

Canseliet avvisa che tale indicazione sarà utile a chi abbia già conoscenza della fontaine du sel !

Segue – dopo la famosa frase ‘Notre sel, ou, si l’on préfère, notre fondant, est double parce qu’il est physiquement composé de l’addition ana de deux sels différents …‘ – la citazione dal Mutus Liber delle tavole VIII e XI con i simboli del tartaro e dell’ammoniaco-harmoniaco; poi: ‘Il figlio della scienza noterà che il triangolo e i suoi tre steli lanceolati, che esprimono la feccia del vino solidificata, designano anche lo zolfo filosofico, così come d’altra parte mostra la tavola presa dal Course de Chymie di Nicholas Lemery.‘ (mia traduzione). Ecco la tavola in questione:

Lemery, Course de Chymie, 1756

A seguire: ‘Ce n’est sans doute pas pour rien, que notre salpêtre fondu – sal petræ, sel de pierre – en sa blancheur d’émail, est appelé le cristal minéral .. Mais l’alchimiste n’ignore plus, que notre adjuvant salin, notre médiateur, est constitué du mélange de deux composés oxygénés, lesquels sont, par là même, le feu des sages..‘. Paolo traduce giustamente quel salpêtre come salnitro, ma può valer la pena riflettere oltre. Inoltre, cos’è uno smalto? E, sempre scansando la chimica, perché si parla di ‘ossigenato’? Come si ‘ossigena’ in Alchimia? Dice inoltre Canseliet, che è proprio per questo artificio  che quei due composti – opportunamente mescolati – ‘sono’ … il fuoco dei saggi (!). Consiglio di non saltar subito alle conclusioni, sebbene anche questo sia un punto cruciale, molto caritatevolmente posto in non-evidente-evidenza.

E poche righe prima della notissima citazione di Limojon sulla ‘natura della calce’ di questo fuoco, Canseliet afferma che l’artista lo dovrà conservare ‘… così come l’avrà estratto dal mezzo che lo ha generato, con la più grande diligenza.‘. Sottolineo il ‘mezzo che lo ha generato.‘.

Si passa poi al magnifico testo di de Copponay de Grimaldy, con il famoso brano sul Nitro celeste, le cui frasi si riferiscono, scrive Canseliet, ‘au premier aidant salin‘.

Segue poi l’altrettanto famoso brano sul Salium Ens Primum di Philalethe, dove giustamente Canseliet avverte della onestà delle affermazioni dell’Adepto Inglese, a dispetto dell’assurda frase sulla relazione tra calore esterno ed interno.

Stabilito che si è che il nitro possa essere arricchito con il suo isomero celeste, si passa poi al secondo composto; ancora Limojon ed il Cosmopolita per indicare che è dalla nostra rugiada che si può trarre il Sal petra Philosophorum, fino ad arrivare alla auspicata conclusione: il Vitriol des Philosophes.

Qui, credo che l’avvertimento sia d’obbligo: non tutto è quel che sembra. Per andar dritto, talvolta occorre una curiosa deviazione. Impercettibile, ma esiziale.

Terminata questa escursione sul Capitolo Settimo, della cui lunghezza mi scuso, ma che spero possa essere di una qualche utilità per chi cerca con cuor allegro e privo dei soliti pregiudizi, torno alle considerazioni di Madame Compostellae: concordo che quell’emblema sia coerente con quanto raffigurato sul verso della medaglia di Herr Kleinert; mentre la invito a considerare ancora una volta il contesto dell’operatività suggerita tanto dalla medaglia che dalle due (due) curiose vignette di cui ho tenuto a parlare, le ricordo che quel putto dell’emblema del 1642 non è alato: è la mano destra ad essere alata e indica l’alto, mentre l’altra è per Natura appesantita dalla gravitas di quella ‘cosa’ (lei dice che è salina?  … uhm; forse sì, forse no; dipende, per l’appunto dal contesto funzionale). Chi è davvero alato è quel tipo tra le nubi dell’emblema del 1618, che è d’altro canto rappresentato in alcuni emblemi (in altri testi, non alchemici) pubblicati dall’atelier L’Angelier sia come un angioletto che come un piccolo re; é da notare quel ‘mercurio’ sull’ara di Abele (è qui che si dovrebbe esclamare “così in alto, come in basso“, forse). E se non si può che sorridere divertiti dal fatto che l’editore parigino si chiamasse proprio L’Angelier, come si fa a non pensare a Lancillotto? Si rilegga lo straordinario Chevalier de la Charette di Paolo, e non dimentichi che la famiglia di Lancillotto, che fu un vero personaggio dell’epoca di Arthur of Britain, si nomava de l’Acs, da cui il banale nome di Lancillotto del Lago; e che l’acqua di cui si parla, e che figura anche nell’emblema del 1642, è un’acqua-che-non-bagna-le-mani, pur essendo lo ‘speculum‘ sia il contraltare terreno del Cielo che quello dei Saggi, dove, secondo Sethon, l’Artista può contemplare – con riverente meraviglia – ‘la Natura’.

Mi permetto poi, di ringraziare ancora una volta il sornione ma fraterno Fra’ Cercone per la sua precisissima indicazione nella sua traduzione dei motti della medaglia di Herr Kleinert.

Dimenticavo: va da sé che consiglio vivamente di leggere e poi studiare al meglio il Traitcté du Feu et du Sel: tra le tante perline degne di nota ne ho scelto una; De Vigenére l’ha presa come punto di partenza del suo scritto e – dal Vangelo di San Marco – suona così:

Tout homme sera sallé de feu; & toute victime sera sallé de sel.

Serendipity – Two, in enker-grene

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Presi come siamo dai vortici della vita d’ogni giorno – vortici che noi stessi creiamo, senza fallo, e nessuno escluso – perdiamo sempre di vista lo sguardo d’insieme della nostra piccola, minuscola astronave: Terra viaggia nel gran mare del nostro universo, non guardiamo neppure fuori dal finestrino, assorti in mille banalità, cui sempre diamo una dimensione come minimo epocale, troppo importante per occuparci di quisquilie fastidiosamente sofisticate come il Cosmo e le sue meraviglie. Eppure sono, le nostre, ridicole baggianate. Tutte.

Guardando fuori dal finestrino in questi giorni – e con antenne semplici, primitive ed alla portata di tutti – ci si sarebbe forse accorti che Sol, la nostra stella, emette un mucchio di ‘materia’ e che la nostra navicella vi naviga attraverso. Tra i tanti segni che Cielo accende per gli innamorati vi sono le Northern Lights. Il nome che abbiamo affibbiato a queste ‘luci nordiche’, ma che meglio sarebbe chiamare ‘luci polari’, è quello di ‘aurora’: per quanto il termine indichi comunemente il chiarore che segue l’alba e precede lo spuntar di Sol, in questo caso indica un fenomeno che è visibile al nostro occhio solo di notte (in realtà, accade ovviamente anche di giorno).

La spiegazione di quanto avviene in Cielo è sempre in corso di aggiornamento, come è d’uopo in ogni impresa, in ogni Queste umana, ma può essere riassunta in questo modo: a seguito della energia (nucleare e non) prodotta continuamente nel nucleo di Sol, la nostra stella – che è il centro di una super-astronave (il sistema di Sol, anch’esso in viaggio cosmico) con tante minuscole ‘navette’ come Terra – erutta continuamente materia d’ogni tipo ad altissima energia e velocità: la Fisica le chiama ‘particelle cariche’ (si parla di protoni ed elettroni, ma anche il neutrone è particella che neutra non è) e viaggiano alla velocità di oltre 800 km/s (ehm); il nomen di questo fenomeno è ‘vento solare’. Queste ‘eruzioni ‘ sono generalmente correlate alle famose ‘macchie solari’, le cui frontiere fluttuanti emettono per l’appunto una “eiezione coronale di massa” (CME, Coronal Mass Ejection). L’attività di questo fenomeno stellare, assolutamente comune e naturale avviene su Sol con un periodo di circa 11 anni (ogni giorno, Sol emette energia sotto forma di particelle, UV, IR e via dicendo per circa 170.000.000 GigaWatts, più di 7000 volte il consumo medio da parte di noi passeggeri ignari; ricordo che Energia è ‘struttura’ della materia, e non un misterioso evento mistico,  o insignificante; si tratta di un costituente fondamentale, tanto più in Alchimia). Bene: mentre facciamo le nostre importantissime cose, la nostra astronave sta attraversando proprio uno di questi periodi di grande attività.

Fatto è che questo ‘vento di Sol’ è per sua natura estremamente pericoloso per il nostro tipo di vita: quelle particelle cariche, accelerate, sono letali per il nostro ciclo vitale. Ed allora, provvidamente, la nostra astronave si è dotata, per Natura, di uno ‘Scudo’ che fende quel ‘Vento’. Lo ‘Scudo’ è generato a sua volta dal Nucleo della nostra astronave: ruotando il Nucleo ad altissima temperatura, l’energia prodotta al suo interno irradia verso l’esterno, producendo il Campo magnetico terrestre; il quale è ‘polare’, nel senso che le linee di forza sono ‘orientate’ lungo i Poli (magnetici, e non geografici); ciò fa sì che nelle zone polari il Campo Magnetico terrestre abbia la forma di due grossi ‘imbuti’. Un piccolo riassunto:

  • il ‘Vento di Sol’ e la sua influenza sul Campo Magnetico delle sue ‘navette’: a 2:24
  • lo Scudo (Campo Magnetico) di Terra: a 3:50 [le immagini dell’interazione tra la CME ed il nostro Scudo sono basate su dati reali raccolti dal sistema VENUS, in orbita]
  • la CME (Coronal Mass Ejection) ed il suo impatto sullo Scudo: a 4:44
  • le ‘particelle cariche’ emesse dalla CME precipitano all’interno degli ‘imbuti’ polari: a 5:00
  • il Campo Magnetico di Terra devia, attraendole come primo livello d protezione, le ‘particelle cariche’ verso i Poli, creando le Northern Lights: a 5:15
  • lo Scudo – attirate le ‘particelle’ – attiva il secondo livello di protezione; Aria interagisce con il ‘vortice’ di Plasma stellare: a 5:40
  • l’Ossigeno cambia il livello di alcuni suoi elettroni: eccitazione (colore Verde), ritorno allo stato naturale (Rosso): a 6:23
  • l’Azoto (Blu): a 6:27

Questo meraviglioso sistema di auto-protezione è in atto – per Natura – da milioni e milioni di anni. Tuttavia, le implicazioni sottili, non meno oggettive e materiali di quanto ‘vediamo’ con i nosttri sensi, sono molte. Ed importanti. Dato che ‘come in alto, così in basso, per il miracolo della cosa Una‘, mi permetto di suggerire che quel che accade attorno a Terra avviene identicamente anche nel crogiolo di ogni alchimista, senza che sia necessario un suo ‘credo’, o una ‘fede’: si tratta, in realtà, di un fatto, di un evento naturale, previsto e messo in atto da Madre Natura, secondo modalità ovviamente scalate e adattate al contesto del microcosmo alchemico.

Sotto la normale ‘apparenza’ degli effetti studiati dalla Fisica, esiste – non visto – il livello della ‘substantia‘ di tutti i corpi investiti dai fenomeni Naturali: di questo si è occupata – da millenni – la Physica Naturalis. E Alchimia, che ne è l’ineludibile specchio sperimentale, canta sempre la medesima musica, sottile, eterna, ugualmente meravigliosa; il ‘microcosmo’ sperimentale degli alchimisti è lo Speculum esatto del ‘macrocosmo’ di noi ignari passeggeri della nostra ‘navetta’, sballottata dai flutti stellari e galattici.  Ripeto: non è una fede; è, piuttosto, un fatto.

Poiché di fatto il modello atomico corrente è ‘modello’  – e non realtà oggettiva -, il cercatore deve riflettere: l’Unica Materia interagisce con sè stessa – in aspetti funzionali diversi – in continuo, in un processo di ‘scambio’ straordinario, nel quale materia combinata – ‘apparente’ ai sensi nelle sue molteplici funzionalità (per. es. ‘ossigeno’, ‘idrogeno’, ‘azoto’ e via dicendo) – si trasforma in materia pura e viceversa, secondo un sistema Naturale la cui portata supera qualunque nostra possibilità di replica: la trasformazione del continuo in discontinuo e poi di nuovo in continuo (in Alchimia è l’interazione Spirito-Corpo, entrambe ‘materie’) attiene a Madre Natura sola, e non alle specie create e trasformate. Diceva Paolo Lucaerlli che un alchimista non ha una weltanschauung, una ‘visione’ del mondo: in effetti, l’alchimista – quando opera nel silenzio pacifico del proprio piccolo laboratorio – non ha ‘visioni’; egli ‘guarda’ il mondo, vede il ‘microcosmo ed i suoi processi all’opera nel proprio crogiolo; la contemplazione del meraviglioso in opera, conduce – lentamente, per gradi – alla Conoscenza.

Nulla di ciò che esiste è oggettivamente ‘vero’. Tutto è in eterna trasformazione. Tutto. Non è dato altrimenti. I sensi sono strumenti estremamente parziali, insufficienti a discernere il vero dal falso. L’intelletto, poi, è nemico ancor peggiore, quando usato per affermare un potere, una supremazia, un controllo: questa è la malattia di noi ‘viaggiatori’, che si sia bassa manovalanza o alti sapienti, gran dottori della legge. Il saggio cammina nel silenzio, cammina come può, secondo Natura, scegliendo Lux e mai oscurità. Se si guarda la storia della nostra civiltà, si vede come sia l’oscurantismo, in ogni sua declinazione e paludamento, ad aver impedito l’ “infusione” naturale della Conoscenza su Terra. Madre Natura non compie actiones in base ad un proprio ego, ad una convenienza, ad una opinione, in base ad un credo, ad una fede, ad un’idea, ad un fanatismo. Tra i tanti passeggeri della nostra ‘Astronave’ solo l’essere umano fa l’esatto contrario, specie i vari sapientes d’ogni epoca e contrada, che hanno scelto il comodissimo oscurantismo nel nome di santi, martiri, fedi ed ideologie. Sed de hoc satis.

Il Merriam-Webster definisce ‘Serendipity‘ come “the faculty or phenomenon of finding valuable or agreeable things not sought for“; si direbbe un’ottima facoltà per ogni alchimista, per ogni cercatore, qualunque cosa egli/ella vada cercando. Osservando il fantastico danzar del ‘vento di Sol’ nel Cielo polare, il Green, il Vert, il Verde, colpisce il nostro cuore, senza una spiegazione. Possiamo solo dire: “…che meraviglia!“. Quel “verde benedetto“, che i tanti testi alchemici indicano e richiamano, è il sintomo Naturale, il signum, di una avvenuta e canonica ‘generatio‘. La quale è figlia solo di una trasformazione della Materia Unica, passando attraverso la naturale Putrefactio. Ora, nel dedalo delle attribuzioni, vi sono molte Putrefactiones possibili, ergo molte generationes possibili, presenti nel Piano di Natura: così, a ben voler guardare …. molti ‘verdi’ potrebbero non esser quel ‘benedetto verde’. Per cercare di esser chiari mi permetto di semplificare, velocemente: nel mondo delle ‘apparenze’, nel nostro, nel mondo di qua dallo Specchio di Alice, il color verde – lo abbiamo appena visto – è dovuto a “quella cosa” ‘vestita‘ da Ossigeno. E dato che l’Ossigeno è praticamente ovunque nella nostra navetta (si noti, please, che esso – meglio: essa funzionalità – non pare ‘apparire’ nello spazio-tempo tra stelle e pianeti), dunque anche nei nostri laboratori, quella ‘funzionalità verdeggiante‘ accade in numerosissimi eventi. Così, o accettiamo l’idea che un certo numero di ‘verdi’ (non tutti, certo) possono essere ‘benedetti’, oppure ci si deve rifugiare nella salvifica ‘fede’. Mah…ognuno farà certo come meglio ‘crede’; forse, meglio, ‘sente’ ? … altro Mah!

D’altro canto, tutta la nostra storia umana è pervasa da quel colore, assegnandogli il ruolo di segnalare ‘vita’, intesa come ‘potenza di generazione’. E poichè Alchimia studia e sperimenta la trasformazione della Materia Unica in ogni actionem di Creazione (una res, una via, una dispositione), ci si deve prima o poi affacciare allo Specchio di Alice, ed avere prima di tutto il coraggio di varcarlo. Cosa non facile, peraltro…

In Sir Gawain and the Green Knight, Galvano ha a che fare per l’appunto con un misterioso quanto possente Cavaliere di verde tutto vestito, che lo sfida a staccargli la testa con un colpo d’ascia se accetterà a sua volta di essere decapitato dopo un anno e un giorno; il colore indicato è, in Middle-English, ‘enker-grene‘, un verde brillante, intenso:

For wonder of his hwe men hade,
Set in his semblaunt sene;
He ferde as freke were fade,
And oueral enker-grene.

Galvano accetta la sfida e gli taglia la testa; ed il cavaliere la raccoglie e se ne va verso il suo lontano castello. Dopo un anno, Galvano si presenta all’appuntamenteo presso la Green Chapel, e viene ospitato nel castello di Bertilac de Hautdesert e la sua bella consorte; lei lo tenterà per tre notti, ma Galvano si limita a dargli prima uno, poi due, e alla fine tre casti baci. Poi si reca alla Green Chapel dove il suo verde avversario lo aspetta con l’ascia: tre volte Galvano tenterà di farsi tagliare la testa, ma il Green Knight non lo farà: alla fine rivelerà che era un gioco per metter alla prova la sua onestà, e che il suo nome è proprio quello di Bertilac de Hautdesert, il marito della tentatrice. Qualche breve nota: il Green Knight che si presenta alla corte di Camelot non è troppo minaccioso.

Il termine ‘axe’, da noi comunemente tradotto con ‘ascia’ è in realtà un ‘falcetto’ (secondo Tolkien et alia), visto che il Cavaliere porta con sè per l’appunto un rametto d’Agrifoglio (l’Holly natalizio, pianta scaramantica e benaugurale), che ha la funzione di proteggere gli alberi giovani dall’essere danneggiati dagli animali della foresta. La sua identità, che rivelerà a Galvano solo alla fine dell’avventura, lo fa signore di ‘Hautdesert‘, che non indicava a quei tempi un’area abbandonata, quanto piuttosto un’area disboscata di fresco per consentire la caccia agevole, inserita nel possedimento del castellano, il qual possedimento – nel testo – è indicato come una foresta fitta, rigogliosa e selvaggia; si trattava, insomma, di un Purlieu-man (figura prevista dalla Forestlaw del tempo), vale a dire di un ‘uomo dei luoghi puri‘, sui quali graziosamente dominava. Il verde Bertilac, è dunque un Green-Man, un uomo della Natura, protettore della fertilità rigogliosa e intonsa, nascosta e dotata di natural possanza; ne vediamo uno tra gli oltre cento sparsi all’interno di quel libro vivente  che è Rosslyn Chapel, cui sono particolarmente legato:

Nel suo prezioso scritto, ‘Ermetesmo e tradizione Arturiana‘, Paolo scrive a proposito del regno di Gorre, dove Méléagant ha preso prigioniera la Regina Guinevere:

Ora, per entrare nel regno vi sono soltanto due modi, comunque entrambi difficili: “ Vous trouverez obstacle et trépas car c’est périlleuse d’entrer en ce pays …. L’accés n’en est permis que par deux cruels passages. L’un a nom pont dessous l’eau, parce qu’il vraiement sous l’eau entre le fond et la surface, il n’a qu’un pied et demi de large et autant d’épaisseur. L’autre pont est le plus mauvais et le plus périlleux que jamais l’homma n’ait passé. Il est tranchant comme une épée et c’est pourquoi tous le gens l’appellent le pont de lépée …” Dunque due vie, una ‘umida’ e una ‘secca’. Nella seconda, la via della ‘spada’, l’acciaio magico (il chalybs del Cosmopolita e di Filalete) sostiene un ruolo fondamentale e insostituibile.

Ricordo un passo di un autore poco noto:

…prendi dell’acciaio ben affilato e aprile (alla materia) le viscere e troverai questa seconda materia dei Filosofi …. Ma senza acciaio ben raffinato e lavorato dalla mano di un buon Maestro, non pensare di venirne a capo …

Da qui il simbolismo della spada magica, usato in tanti racconti, a indicare la via iniziatica prescelta. Pensiamo a Excalibur, la più famosa, dal nome così facilmente interpretabile. Lancelot et Gauvan devono scegliere. Il primo va per la via secca, il secondo per l’altra. Vedremo che Gauvain fallisce, possibile suggerimento sull’inutilità di questa strada. Notiamo che Lancelot a questo punto è ancora in ‘incognito’. Di più, è disprezzato per aver accettato di montare su una carretta di ludibrio, e quindi per essersi volontariamente avvilito senza motivo apparente. Per comprendere, è illuminante il gioco cabalistico, peraltro molto trasparente: charette va inteso come diminutivo di charrèe, la cenere che si usa per la liscivia e come fertilizzante per i campi: “ … O quam praeciosus est cinis ille filiis doctrinae , & quam praeciosum est quod ex eo fit” (In Turba), dicono i Maestri, raccomandandoci di non disprezzarla. E` la piccola ‘Cenerentola’ che tra l’altro fornisce la scarpetta di vetro, di verre, vert, il Verde inestimabile, che sarà stimolo per un’altra avventura, dedicata questa volta a Galvano. E` il colore del vaso prezioso, del Santo Graal, (il sangreal, il sangue regale). La materia va cotta col suo sangue e, come insegna la Turba, tutto ciò che ha sangue ha anche spirito.

In quest’ottica, ricordando che la Via è unica, si dovrebbe fare una riflessione: Lancelot, il Cavaliere della Cenere, è compagno di Gawain che – compiuta la propria avventura con onestà – potrà vestire la Green-Girdle (la cintura verde, a doppio giro, dice il testo) donatagli dopo il terzo bacio dalla moglie di Bertilac:  si tratta di quel vert, dunque, rappresentato dalla doppia natura del Green-Man, che è anche – mi si passi il brutto termine – il prodotto ‘fornito’ proprio da Cendrillon; Bertilac du Hautdesert, così, pare possa anche esser ‘reconnu‘ come la ‘pantoufle de verre‘ di Cendrillon (Cucendron), così indicata dal buon Maître de Savignies:

Dopo aver ben compreso che il Looking Glass di Alice non è soltanto una graziosa metafora, o soltanto un dotto simbolismo, forse il gioco delle apparenze si fa meno enigmatico, meno insidioso, meno insolito, persino meno triste: come dicevo, nulla è ciò che appare, ma tutto è “funzione” di un’Unica Materia, la Mater Ea degli antichi Philosophi.

Per finire, occorre ricordare che l’Uomo-Verde è presente in ogni tradizione, sotto mille forme, peraltro tutte ben evidenti: per esempio, al-Khiḍr, che si vuole fosse uno dei Maestri spirituali di Mosé, e pure di Alessandro Magno, un wali, ed uno dei quattro immortali accanto a Enoch, Elia e Gesù è l’incarnazione della Divina saggezza, infusa in modo naturale ed ineffabile. Letteralmente, il suo nome viene anche tradotto come ‘il Verde‘, per rappresentare la freschezza dello spirito e l’eterna vitalità. Pur se il suo nome non viene mai riportato nel Corano, si crede sia ancora vivo avendo avuto accesso all’Acqua dell’Immortalità (è il mito dell’epica di Gilgamesh, dove il ruolo, la funzione, di al-Khiḍr è svolto da Utnapishtim), e viene spesso rappresentato nell’iconografia vestito di verde.

Se viene pronunciato il suo nome, molti consigliano di salutarlo educatamente come se fosse presente, pronunciando il dovuto “Salaam Aleikum!“: egli è immortale ed anonimo, ma sempre benigno, pur nella sua misteriosa figura di ‘Profeta Nascosto’; egli ha ricevuto la Saggezza direttamente dal Divino – una “Scienza da parte Sua” (al-‘ilm al-ladunnī) – ed ha facoltà di rivelare direttamente la Via ai semplici, a chi non appartiene ad ordini e gruppi, ai non-protagonisti. Questo porsi in qualche modo al di fuori persino dagli schemi del nostro ermetismo intellettuale, tutto occidentale, ne fa lo specchio perfetto del vert, del vero, del cristallo portatore dell’informazione vitale, per ogni essere creato. Il Green Man non risponde alle leggi umane, ma vive in Natura, forse perché egli “è” Natura. Difficile certo da scorgere e/o percepire, ma ciò ovviamente non significa che non esista. Come si vede, potrebbe essere equiparato al Mercurio degli alchimisti, quello alto e puro e primevo, non specificato, di cui parlano, da secoli, i buoni testi; è quell’unico Mercurio che basta per fare l’intera Opera. Poi, il resto, si vedrà…

Ritornando alle Northern Lights, l’ “apparire” del ‘salto’ da parte di quel fenomeno che chiamiamo Ossigeno (segnalato dal rosso e dal verde ) è dovuto all’emissione di fotoni (e non solo) nei ranges rispettivamente di 630.0nm e 557.7 nm, considerate in Fisica come delle ‘transizioni proibite’ in condizioni normali. Al di là dei valori numerici per sé, che di nessuna importanza sono nel contesto alchemico, vi è la però la scala: una grandezza infinitamente piccola genera un evento di scala milioni e milioni di volte più grande, e noi vediamo con gli occhi soltanto quest’ultima scala. Tutto qui …che forse potrebbe essere scritto meglio, come ‘tutto è qui‘.

L’immagine che raffigura il saggio al-Khiḍr assieme al pesce – il cui contorno ricorda la ‘amande‘, simbolo quasi topografico  di un mesomondo vivente e vivificante, un locus amenus –  origina dalla medesima sorgente di Conoscenza antica che indica con esattezza che ‘ἕν τὸ πᾶν‘, così come accennato con idioma teutonico dal filatterio del Rosarium che adorna quel Lion vert, posto come incipit del De nostro Mercurio, qui est Leo viridis Solem devorans:

Ich bin der wahre grüne und Goldene Löwe ohne Sorgen,
In mir sind alle Geheimnisse der Weisen verborgen.

Quel Lion vert è ‘senza preoccupazioni‘, proprio come al-Khiḍr, ed in esso ed in egli sono racchiusi tutti i segreti dei Filosofi. Potrebbe mai esser stato altrimenti? Da quanto indicato dal passo ‘arturiano’ di Paolo si potrebbe dire che quel corpo ‘senza preoccupazioni‘, richieda operativamente alcune pre-occupazioni; trascurarle, credo, sarebbe poco accorto; sarebbe un po’ come non accorgersi che persino Yoda … è un altro Green Man.

Sul piano operativo, dopo magari aver meglio meditato su come ‘appare’ e come accade una Luce del Nord, mi permetto di consigliare la lettura attenta, calma, senza preconcetti e senza aspettative, possibilmente nell’edizione originale latina del 1618, di alcune parti dell’Atalanta Fugiens, offerta a chi cerca da quel saggio ed onestissimo buontempone di Michael Maier, Conte Palatino senza portafoglio; per esempio, alla Fuga & Discorso XXVII – dove si parla dell’accesso al Roseto, chiuso – vien detto a proposito dei due chiavistelli: “Hanc clavem in Hemisphaerio Zodiaci septemtrionalis reverà inveniet si signa bene numerae & discernere sciat, & lorum pessuli in meridionali: Quibus occupatis, facilè erit aperire ostium & intrare“; e a seguire: “In ipso verò introitu Venerem cum suo amasio Adonide videbit; Illa enim sanguine suo albas rosas tinxit purpureas: Ibidem & draco animadvertitur, quemadmodum in hortis Hesperiis, qui rosis custodiendis invigilat.” . Maier ricorda, non a caso, che  “Rosæ intra spinas abditæ capillos flavos habent interiùs & vestem viridem exteriùs.” E se si volesse approfondire, con la medesima attenzione, calma, assenza di preconcetti ed aspettative, si potrebbe studiare la Fuga e Discorso XXXVII: “Tre cose sono sufficienti al magistero, il fumo bianco, ovvero, acqua, il leone verde, cioè il bronzo di Ermete, & l’acqua fetida.“. Sebbene il Major Grubert mi abbia quasi obbligato a riportare le citazioni nella loro lingua originale, come stimolo utile a chi davvero voglia camminare nel Bosco incantato, ecco una mia brevissima e libera traduzione di un passaggio, la cui chiarezza e precisone è – a mio modesto avviso – senza pari:

… questo fondamento viene qui chiamato acqua fetida, la quale è madre di tutti gli elementi come testimonia il Rosario, dalla quale & attraverso la quale & con la quale i Filosofi preparano lo stesso [fondamento], vale a dire l’Elisir al principo & alla fine: viene chiamata Fetida perché manda da sè un fetore sulfureo, & un odore di sepolcri; Questa è quell’acqua che Pegaso fece scaturire dal Parnaso percosso col suo zoccolo, la quale [acqua] il monte Nonacris dell’Arcadia emette prorompente dalla roccia a causa del suo fare, la quale causa dalla sua fortissima forza può essere conservata nel solo zoccolo cavallino; questa è l’acqua del dragone, così come la chiama il Rosario, che si deve fare grazie all’alambicco senza alcuna altra cosa aggiunta, nel fare la quale c’è un massimo fetore … sappi che il fetore, se proprio c’è, presto si cambia in una grande fragranza… ; Dopo l’acqua Fetida è la volta del Leone verde di cui il Rosario [dice]: cercavano infatti la verdezza, credendo che il bronzo fosse un corpo lebbroso a causa di quella viridità che ha. Di conseguenza quindi ti dico che tutto ciò che vi è di perfetto nel bronzo è quell’unica verdezza, la quale è in esso: perché quella verdezza grazie al nostro magistero si converte rapidamente nel verissimo oro nostro & di questo siamo esperti, infatti non potrai preparare alcuna pietra senza il duenech verde & liquido, che si vede nascere nelle nostre miniere: oh benedetta verdezza che generi tutte le cose; per cui sappi che nessun vegetabile e frutto alcuno appare germinando senza che vi sia lì il colore verde; sappi parimenti che la generazione di quelle cose è verde, per cui i Filosofi la chiamarono germe. Così il Rosario: questo è l’oro e il bronzo dei Filosofi e la pietra nota nei capitoli, fumo, vapore & acqua, sputo di luna che deve essere congiunto al lume del Sole; questo leone verde combatte con il dragone, ma viene da esso superato & viene divorato in un tempo successivo … In terzo luogo segue il fumo bianco, il quale se viene coagulato fa acqua e l’acqua svolge il compito di lavare, solvere & togliere le macchie come il sapone:

Fatte le consuete raccomandazioni nel consultare un buon testo d’Alchimia, chiedo subito venia al britannico Major, ai latinisti, agli ermetisti, ai cercatori tutti per questo mio raccontare; al di là di ogni considerazione, sono serenamente convinto che se qualcuno amerà studiare, che non è certo leggere, amerà ancor di più operare, tanto più in Alchimia: senza esperienza, ça-va-sans-dire, non c’è studio che valga e/o tenga.

E così, forse, sono riuscito a rispondere, in tremendo ritardo, al curioso quesito posto tempo fa da Chemyst, in chiusura di un suo bellissimo Post:

La rousée du mois de may
M’a gasté ma verte cotte.
Par un matin m’y levay
En un jardin m’en entray;
Dites vous que je suis sotte?
La rousée du mois de may
M’a gasté ma verte cotte.”

Non è sotte quella donzella, tutt’altro …un saluto a tutti, in

enker-grene!

Serendipity One

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, August 28, 2017 by Captain NEMO

Pare di gran moda propagandare un mantra, secondo un marketing-pseudoermetico da quattro soldi: “I libri non servono in Alchimia…“. Mi pare – questa – una bizzarra postura scimmiottata da qualche zelante zelota, dimenticando egli che se non vi fossero stati i libri, nessuno – oggidì – avrebbe mai potuto conoscere la semplice esistenza non soltanto dell’Alchimia, quanto soprattutto di un cammino di Conoscenza  ben più antico della nostra civiltà.

Però, siccome la polemica è per sua stessa natura sterile, non c’è da perder tempo con coloro i quali vogliono adeguarsi al rito abominevole che Fahrenheit 451 ricordò, qualche tempo fa.

Sul finir dell’estate, provo ad offrire stavolta, oltre a poche immagini, piccoli brani che potrebbero essere utili a chi studia & pratica l’Arte antica, espressione sperimentale precisa della Phylosophia Naturalis;  quest’ultima, pur negletta persino da chi dovrebbe conoscerla a menadito, ed amarla, è la modalità che Natura dipana per creare Corpi (materiali & spirituali) in ogni ‘verso‘, in perenne donazione disinteressata, in ogni dove ed in ogni quando. Senza nulla chiedere, né obbligando il cercatore ad abbracciare fedi o dogmi di alcun tipo.

La Tradizione è la trasmissione dell’idea dell’essere nella sua perfezione massima, dunque di una gerarchia tra gli esseri relativi e storici fondata sul loro grado di distanza da quel punto o unità. Essa è talvolta trasmessa non da uomo a uomo, bensì dall’alto; è una teofania. Essa si concreta in una serie di mezzi: sacramenti, simboli, riti, definizioni discorsive il cui fine è di sviluppare nell’uomo quella parte o facoltà o potenza o vocazione che si voglia dire, la quale pone in contatto con il massimo di essere che gli sia consentito, ponendo in cima alla sua costituzione corporea o psichica lo spirito o intuizione intellettuale.

Elémire Zolla, in Che cos’è la Tradizione, 1971

Il nostro intelletto, nell’incessante ma vano tentativo di afferrare per intero quella prima ed ultima realtà, non sa far di meglio che costruirsi una rappresentazione logica del mondo, ossia un luogo mentale dove ricercare una spiegazione alla continua mutevolezza delle cose percepite dai sensi. Ma proprio nel corso di questa operazione perde ogni possibilità di abbracciare il mondo in una visione unitaria ed allora, per farsene un’idea, o meglio per formulare qualunque idea, è sempre costretto a separarle. É dunque l’incapacità di accedere direttamente alla sorgente delle idee che ci induce a vagheggiare senza tregua immagini mentali illusorie e prive di veritiera realtà; tale incapacità è la misura più evidente del progressivo degrado del nostro intelletto. É il fio che ancor oggi l’uomo deve continuare a pagare per l’esilio di Adamo dal Paradiso Terrestre. Ne era ben consapevole San Tommaso quando scriveva: «intellectus noster secundum statum praesentem, nihil intellegit sine phantasmate», il nostro intelletto alla stato attuale, non intende nulla senza fantasticare. L’inciso messo in contro corsivo indica chiaramente che non fu sempre così: in epoche remote e ormai dimenticate l’intelligenza ebbe accesso diretto alle idee innate, ma non seppe evidentemente farne buon uso. Le ingiurie inferte dai nostri lontani progenitori alla stessa natura umana, dovettero essere così gravi e profonde da provocare l’ottundimento genetico e la successiva scomparsa di quella prerogativa.

La materia universale è l’unità dalla quale procede, per successive differenziazioni, ogni corpo fisico, nella stessa maniera in cui tutti i numeri, e in particolare i primi quattro, procedono dal numero uno; pur essendo la radice del mondo fisico, la materia universale, in quanto unità, è per sua natura metafisica, e implica in sé i quattro elementi solo in potenza. Gli elementi non possono perciò sussistere ciascuno per sé, ma è necessario che concorrano sempre tutti insieme alla costituzione di ogni corpo- Tuttavia, nel primo composto, nella prima particella elementare, é prevalente la funzione di uno solo di essi, esattamente come nel primo solido geometrico, la piramide a quattro facce triangolari, solo uno dei quattro punti può far funzione di vertice, mentre gli altri tre ne costituiscono la base, e forniscono il necessario supporto. Affinché ciascun elemento possa esprimere la propria funzione, è allora necessario che quattro siano i primo composti, ossia le prime particelle elementari costitutive dei corpi più complessi, e che ciascuna di esse, per immergersi nel flusso della continua mutabilità del mondo fisico, cioè più semplicemente, per interagire, sussista in un rapporto di reciproco scambio elementare con le altre tre.

Claudio Cardella, Stefano Costa, in Il Sogno dei Filosofi, 2017

The side of the Great Pyramid at Giza had an original height of 280 cubits and a width of base of 440 cubits. What was the length z of an edge of the pyramid (from a corner to the top)?

Since half of the base would be 220 cubits, we can verify that the seqed or ukullû  [***] of the side of the pyramid would have been 220:280, which gives indeed the famous value of View the MathML source, or 5 palms and 2 fingers per cubit. But to get at the edge of the pyramid, we must use a triangle of height 280 and approximate base View the MathML source.

From an OB [OB = Old Babylonian, NdR] perspective, the right triangle formed by the corner, the center of the base, and the top of the pyramid ought to be considered to have a short side of  b=280 and a long side of l, which by the Diagonal rule in the horizontal isosceles triangle of side length 220 satisfies  View the MathML source. Putting these values into the Diagonal rule now in the vertical triangle, the square of the diagonal is then  View the MathML source and hence you get a square ratio of

View the MathML source

The relevant row of P322(CR-Decimal8) is row 5 which is

Full-size image (3 K)

and from which we can then use the integral values of  b5=65 and  d5=97 to compare ratios

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and so  z≃417.8461.

A more accurate modern answer correct to 8 decimal places is 418.56899073, so we see that the OB table is again the clear winner as far as accuracy is concerned. Note that the OB solution has avoided mention of any irrationalities, and it shows also that the mysterious column I allows access to the table in a variety of important situations coming from the Diagonal rule, as it is a squared quantity! This solution also notably exhibits the utility of the entries b and d  from columns II and III, as the integers 65 and 97 there are both more accurate and generally easier to work with than the decimal numbers 0.90277 and 1.34722 in columns I and II.

… Hence we see that within P322 there is a powerful alternative view of trigonometry based not on angles but on ratios of sides and squared quantities going back to OB times. No subsequent table, from Hipparchus to Madhava to al-Kashi to Rheticus to the monumental 18th century French Cadastre, can compete with P322 with regards to precision – P322 is unique as it contains the world’s only exact trigonometric table.”

Daniel F. Mansfield, N.J. Wildberger. Plimpton 322 is Babylonian exact sexagesimal trigonometry, in Historia Mathematica, 2017

[***: Ratio-based measurements are also found in ancient Egypt, where the term seqed, or sqd, refers to the reciprocal of the slope of an inclined side in Egyptian architecture. This was a prominent measurement used to describe pyramids. According to Gillings (1982, 212):

The seked of a right pyramid is the inclination of any one of the four triangular faces to the horizontal plane of its base, and is measured as so many horizontal units per one vertical unit rise. It is thus a measure equivalent to our modern cotangent of the angle of slope. In general, the seked of a pyramid is a kind of fraction, given as so many palms horizontally for each cubit vertically, where 7 palms equals one cubit.]

 

L’obélisque de Dammartin-sous-Tigeaux (Seine-et-Marne) est l’image sensible, expressive, absolument conforme à la tradition, de la double calamité terrestre, de l’embrasement et du déluge, au jour terrible du dernier Jugement (pl. XLV).

Erigé sur un tertre, au point culminant de la forêt de Crécy (altitude: 134 mètres), l’obélisque  domine les environs, et, par la trouée des voies forestières, s’aperçoit de très loin. Son emplacement fut d’ailleurs admirablement choisi. Il occupe le centre d’un carrefour géométriquement régulier, formé par l’intersection de trois routes qui lui donnent l’aspect rayonnant d’une étoile à six branches. Ainsi ce monument apparaît-il édifié sur le plan de l’hexagramme antique; figure composée du triangle de l’eau et de celui du feu, laquelle sert de signature au Grand Œuvre physique et à son résultat, la Pierre Philosophale.

L’ouvrage, de belle allure, se compose de trois parties distinctes : un socle robuste, oblong, à section carrée et angles arrondis ; un fût constitué par une pyramide quadrangulaire aux arêtes chanfreinées ; enfin, un amortissement dans lequel se trouve concentré tout l’intérêt de la construction. Il montre, en effet, le globe terrestre livré aux forces réunies de l’eau et du feu. Reposant sur les vagues de la mer en furie, la sphère du monde, frappée au pôle supérieur, par le soleil dans son retournement hélicoïdal, s’embrase et projette des éclairs et des foudres. C’est là, nous l’avons dit, la figuration saisissante de l’incendie et de l’inondation immenses, également purificateurs et justiciers.

Deux faces de la pyramide sont orientées exactement selon l’axe nord-sud de la route nationale. Sur le côté méridional, on remarque l’image d’un vieux chêne sculpté en bas-relief. D’après M. Pignard-Péguet, ce chêne surmontait «une inscription latine» aujourd’hui martelée. Les autres faces portaient, gravées en creux, un sceptre sur l’une, une main de justice sur l’autre, un médaillon aux armes du roi sur la dernière.”

Fulcanelli, L’Embrasement, in Les Demeures Philosophales, Vol. 2, 1960

 

La prima materia dei metalli è duplice, ma l’una senza l’altra non crea il metallo. La prima e principale è un umido mescolato al calore dell’aria; questa i Filosofi la chiamarono Mercurio, che è governato nel mare filosofico grazie ai raggi del Sole e della Luna. La seconda è il secco calore della terra che chiamarono Solfo. Ma poiché tutti i veri Filosofi l’hanno accuratamente occultata, noi la spiegheremo un po’ più chiaramente, specialmente il peso, ignorato il quale tutto si distrugge. Da cui avviene che molti da una cosa buona producano un aborto; vi sono infatti alcuni che assumono come materia o seme o sperma tutto il corpo, altri una parte; e tutti questi deviano dal retto sentiero. Per esempio se qualcuno prendesse il piede di un uomo e la mano di una donna e volesse creare un uomo da questa commistione, non sarebbe possibile.

V’è infatti in qualsivoglia corpo un centro e un luogo, cioè il punto del seme o sperma; sempre l’ottomiladuecentesima parte, anche nello stesso seme di grano; e ciò non può essere altrimenti. Infatti non tutto il grano o corpo è convertito in seme, ma nel corpo vi è soltanto una certa scintilla necessaria, che è protetta dal suo corpo da ogni eccesso di caldo o di freddo etc. Se hai orecchie e sensi, bada a questo e sarai al sicuro, non soltanto da quelli che ignorano il luogo dello sperma, e si sforzano di ridurre l’intero grano in seme, ma anche da tutti quelli che si dedicano alla vana soluzione dei metalli e vogliono sciogliere totalmente i metalli per poi, dalla loro mutua mescolanza, creare un nuovo metallo.

Ma questi, se considerassero il procedimento della Natura, vedrebbero che la cosa è ben diversa. Infatti nessun metallo è così puro, da non procedere anche dalle sue impurità, l’uno tuttavia meno o più dell’altro. Ma tu, o amico lettore, prima osserverai il punto della Natura, come si è detto sopra, e ne avrai a sufficienza; ma abbi questa cautela, di non cercare quel punto nei metalli del volgo, nei quali non c’è. Infatti questi metalli, specialmente l’oro del volgo, sono morti; ma sono vivi, aventi spirito, i nostri, che sono da prendere: sappi infatti che la vita dei metalli è il fuoco, finché sono ancora nelle loro miniere, e anche la morte è il fuoco, cioè quello della fusione.

Invero la prima materia dei metalli è una umidità mista a un’aria calda, ed è in forma di acqua pingue che aderisce a qualunque cosa, pura o impura; tuttavia in un luogo più abbondantemente che in un altro, il che avviene perché la terra, avente forza attrattiva, in un luogo è più aperta e porosa che in un altro. Talvolta viene fuori da sé, avendo indossato una qualche veste, specialmente nei luoghi dove non ha qualcosa cui aderire; così si riconosce, perché ogni cosa è composta dai tre principî. Ma nella materia dei metalli soltanto è unica senza congiunzione, eccettuata la sua veste o ombra, cioè il solfo, etc.

Cosmopolita – Trattato Terzo, Della vera prima Materia dei metalli, in Novum Lumen Chymicum, 1608  – Traduzione di Paolo Lucarelli

Non farò commenti; così – forse – qualcuno potrebbe intravedere un fil-rouge piuttosto ‘matto‘ in questi brani, e tentare – studiandoli – di pensare e riflettere, e poi mettersi al lavoro: l’Arte è Scienza sperimentale di Natura, nella cui teoria&pratica occorre avere il coraggio della libertà, tanto nell’errare che nel riuscire. Fidatevi sempre dell’Intuizione e non date retta a nessuno, tanto meno al sottoscritto: ma leggete, studiate e praticate. Viaggerete, vi divertirete e scoprirete piccole meraviglie, le quali – chissà – ravviveranno il Cuore e l’Anima.

Non è necessario ricordare che la Conoscenza è un cammino che conduce alla Contemplazione, e che v’è enorme differenza tra il sapiente Bernard Guy ed  il saggio Francesco: uno giudica secondo ‘ordo‘, l’altro ama secondo ‘chaos‘.

In forma d’Epilogo, a voi il serpente aperto&chiuso, l’elefante, e il montone del ‘petit bonhomme‘:

«Vous imaginez ma surprise, au lever du jour, quand une drôle de petite voix m’a réveillé. Elle disait:

– S’il vous plaît… dessine-moi un mouton !

– Hein!

– Dessine-moi un mouton…

J’ai sauté sur mes pieds comme si j’avais été frappé par la foudre. J’ai bien frotté mes yeux. J’ai bien regardé. Et j’ai vu un petit bonhomme tout à fait extraordinaire qui me considérait gravement. Voilà le meilleur portrait que, plus tard, j’ai réussi à faire de lui.  Mais mon dessin, bien sûr, est beaucoup moins ravissant que le modèle. Ce n’est pas ma faute. J’avais été découragé dans ma carrière de peintre par les grandes personnes, à l’âge de six ans, et je n’avais rien appris à dessiner, sauf les boas fermés et les boas ouverts.

Je regardai donc cette apparition avec des yeux tout ronds d’étonnement. N’oubliez pas que je me trouvais à mille milles de toute région habitée. Or mon petit bonhomme ne me semblait ni égaré, ni mort de fatigue, ni mort de faim, ni mort de soif, ni mort de peur. Il n’avait en rien l’apparence d’un enfant perdu au milieu du désert, à mille milles de toute région habitée. Quand je réussis enfin à parler, je lui dis:

– Mais… qu’est-ce que tu fais là ?

Et il me répéta alors, tout doucement, comme une chose très sérieuse:

S’il vous plaît… dessine-moi un mouton…

Quand le mystère est trop impressionnant, on n’ose pas désobéir. Aussi absurde que cela me semblât à mille milles de tous les endroits habités et en danger de mort, je sortis de ma poche une feuille de papier et un stylographe. Mais je me rappelai alors que j’avais surtout étudié la géographie, l’histoire, le calcul et la grammaire et je dis au petit bonhomme (avec un peu de mauvaise humeur) que je ne savais pas dessiner. Il me répondit:

– Ça ne fait rien. Dessine-moi un mouton.

Comme je n’avais jamais dessiné un mouton je refis, pour lui, l’un des deux seuls dessins dont j’étais capable. Celui du boa fermé. Et je fus stupéfait d’entendre le petit bonhomme me répondre:

– Non! Non! Je ne veux pas d’un éléphant dans un boa. Un boa c’est très dangereux, et un éléphant c’est très encombrant. Chez moi c’est tout petit. J’ai besoin d’un mouton. Dessine-moi un mouton.

Alors j’ai dessiné.

Il regarda attentivement, puis:

– Non! Celui-là est déjà très malade. Fais-en un autre.

Je dessinai.

Mon ami sourit gentilment, avec indulgence:

– Tu vois bien… ce n’est pas un mouton, c’est un bélier. Il a des cornes...

Je refis donc encore mon dessin. Mais il fut refusé, comme les précédents:

Celui-là est trop vieux. Je veux un mouton qui vive longtemps.

Alors, faute de patience, comme j’avais hâte de commencer le démontage de mon moteur, je griffonnai ce dessin-ci.

Et je lançai:

– Ça c’est la caisse. Le mouton que tu veux est dedans.

Mais je fus bien surpris de voir s’illuminer le visage de mon jeune juge:

– C’est tout à fait comme ça que je le voulais ! Crois-tu qu’il faille beaucoup d’herbe à ce mouton ?

– Pourquoi ?

– Parce que chez moi c’est tout petit…

– Ça suffira sûrement. Je t’ai donné un tout petit mouton.

Il pencha la tête vers le dessin:

– Pas si petit que ça… Tiens ! Il s’est endormi…

Et c’est ainsi que je fis la connaissance du petit Prince.»

Della Reincrudazione…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, March 15, 2017 by Captain NEMO

La Primavera è arrivata, ed il lavoro di preparazione è già iniziato;  a proposito della Reincrudazione, ci si chiede spesso in cosa consista, sia a livello teorico che operativo. Canseliet – nel suo Alchimie expliquée sur ses textes classiques, nell’edizione Italiana al Capitolo La Materia prossima e la sua preparazione, pp. 91-2 – scrive:

All’inizio dei lavori che Ercole compì, nei tempi mitologici, quale è l’operazione in un certo senso preliminare, sulla quale gli autori per lo più tacquero, o non parlarono se non analogicamente, e che sembra proprio che più di qualunque altra, non sia stata trasmessa se non da bocca ad orecchio?

Questa consiste nell’imperiosa necessità che il soggetto, minerale e d’elezione, il cui ruolo, più tardi sarà di ‘reincrudare’, sia ricondotto il più possibile vicino allo stato primordiale; quello che era il suo e di cui godeva, all’interno del suo domicilio minerario. Ecco perché faremo qui una confidenza affatto insolita, anche se può sembrare a tutta prima, sorprendentemente banale. In effetti, se non si trattasse dello sforzo richiesto dall’uso del mortaio  e del suo pestello, niente sembrerebbe più normale del fatto che l’alchimia riduca la sua materia in polvere fine.

È in questo stato di divisione fisica che l’individuo minerale si presenta in modo conveniente alla misteriosa ‘reincrudazione’. Fulcanelli in una nota a pie’ di pagina, fu il primo a spiegare questo sostantivo così come il verbo che lo genera:

‘Termine di tecnica ermetica che significa rendere crudo, cioè rimettere in uno stato anteriore a quello che caratterizza la maturità; retrocedere verso l’origine ed il principio’.

È necessario che la materia acquisisca al più alto grado, questa qualità genesiaca, per il momento delle operazioni, quando diventerà, secondo l’ ‘antichissimo filosofo’ Artefio, ‘l’unico agente, per quest’arte, nel mondo tutto intero, che, manifestamente, può risolvere e reincrudare i corpi metallici, con la conservazione della loro specie’: unicum agens in toto mondo in hac arte quod videlicet potest resolvere et reincrudare corpora metallica sub conservatione suæ specie.”.

Nella sua mai troppo lodata edizione/traduzione de Il Mistero delle Cattedrali, in una nota famosa a p. 236, Paolo Lucarelli spiega:

È necessario un chiarimento su questo punto di dottrina spesso travisato. Qualcuno intende la rincrudazione come un’operazione che riconduce un metallo morto alla vita, cioè al suo stato primitivo in cui si trovava quando evolveva liberamente all’interno della sua miniera. In realtà un’operazione di questo genere è impossibile, come non sarebbe possibile passare da un pezzo di pane al frumento da cui deriva. Quello che si intende è l’estrazione dello zolfo, che si mantiene sempre vivo anche dopo che il metallo sia passato per il fuoco più ardente. L’agente, cioè il nostro dissolvente, dissocia e distrugge il metallo estraendone lo zolfo. In questo consiste la rincrudazione. Lo zolfo, unito al mercurio, sarà allora considerato un metallo ringiovanito, l’oro bambino di certi testi.”.

I due Maestri stanno parlando della stessa cosa? Ma certo: c’è un ‘reincrudatore’, che è l’agente, il dissolvente; e c’è il ‘reincrudato’, che è il corpo metallico. È bene tener presente, però, che nessuno dei due protagonisti – l’agente ed il paziente – potrebbe mai essere davanti agli occhi dell’alchimista se non grazie alla necessaria presenza – per entrambi – di un loro proprio zolfo e di un loro proprio mercurio, intesi come Principia originari che permettono l’esistenza oggettiva di ogni corpo in manifestazione. Dunque, se da un lato lo studio approfondito della Philosophia Naturalis fornisce le chiavi per la comprensione esatta del processo ‘a ritroso’ che l’artista deve far accadere nel proprio Laboratorio, dall’altro occorre non dimenticare che – con due sostanze in opera – vi sono due zolfi e due mercuri. La loro relazione, la loro funzione, deve essere colta nel vivo dell’operatività.

Alchemical-and-Rosicrucian-Compendium

Les deux Chevaliers…

Senza il successo di questa operazione – strettamente alchemica, di nessuna attinenza con la Chimica – non si va da nessuna parte; a titolo di maggior informazione – ma soprattutto di riflessione – propongo alcuni passi che mi paiono in qualche modo utili alla bisogna, sia per un ulteriore studio&approfondimento, sia come spunti per una sperimentazione continuata in Laboratorio.

Partiamo da Fulcanelli nelle Dimore: come abbiamo visto in alcuni Post precedenti, l’affaire sulla nascita, lo sviluppo e la pubblicazione delle due opere di Fulcanelli, portate avanti per parecchi decenni, l’autorship del libro è senza dubbio attribuibile ad un gruppo di persone, sotto l’egida esperta di Fulcanelli:

La plupart des hermétistes pensent qu’il faut entendre, par le terme de réincrudation, le retour du métal à son état primitif, ils se fondent sur la signification du mot même, qui exprime l’action de rendre cru, de rétrograder. Cette conception est fausse. Il est impossible à la nature, et plus encore à l’art, de détruire l’effet d’un travail séculaire. … Ici encore l’analogie et la possibilité de nature sont les meilleurs et les plus sûrs guides. Or, il n’existe, de par le monde, aucun exemple de régression.

D’autres chercheurs croient qu’il suffit de baigner le métal dans la substance primitive et mercurielle qui, par maturation lente et coagulation progressive, lui a donné naissance. Ce raisonnement est plus spécieux que véritable. En supposant même qu’ils connussent cette première matière, et qu’ils sussent où la prendre, – ce que les plus grands maitres ignorent, – ils ne pourraient obtenir, en définitive, qu’une augmentation de l’or employé, et non un corps nouveau, de puissance supérieure à celle du métal précieux. L’opération, ainsi comprise, se résume au mélange d’un même corps pris à deux états différents de son évolution, l’un liquide, l’autre solide… (une telle entreprise)  est, d’ailleurs, en opposition formelle avec l’axiome philosophique que nous avons souvent énoncé: les corps n’ont point d’action sur le corps; seuls, les esprits sont actifs et agissants. Nous devons donc entendre, sous l’expression: Remettre l’or dans sa première matière, l’animation du métal, réalisée par l’emploi de cet agent vital dont nous avons parlé. C’est lui l’esprit qui s’est enfui du corps lors de sa manifestation sur la plan physique; c’est lui l’âme métallique, ou cette matière première qu’on n’a point voulu désigner autrement, et qui fait sa résidence dans le sein de la Vierge sans tache.”

[Les Demeures Philosophales, Paris, Pauvert – 1979, Tome I, pp. 272-3]

E ancora:

… Le sujet des sages lui-même, qualifiée première matière de l’art, est fort éloigné de la simplicité inhérente à celle du second Adam. Ce sujet est cependant, et proprement la mère de l’Œuvre, comme Eve est la mère des hommes. C’est elle qui dispense aux corps qu’elle enfante, ou plus exactement qu’elle réincrude, la vitalité, la végétabilité, la possibilité de mutation. Nous irons plus loin et dirons, a l’adresse de ceux qui ont déjà quelque teinture de science, que la mère commune des métaux alchimiques n’entre point en substance dans le Grand Œuvre, bien qu’il soit impossible, sans elle, de rien produire ni de rien entreprendre. C’est, en effet, par son entremise que les métaux vulgaires, véritables et seuls agents de la pierre, se changent en métaux philosophiques, c’est par elle qu’ils sont dissous et purifiés, c’est en elle qu’ils retrouvent et reprennent leur activité perdue, et, de morts qu’ils étaient, redeviennent vivants; c’est elle la terre qui les nourrit, les fait croitre, fructifier, et leur permettre de se multiplier; c’est enfin, en retournant dans le sein maternel qui les avait jadis formés et mis au jour, qu’ils renaissent et recouvrent les facultés primitives dont l’industrie humaine les avait privées. Eve et Bacchus sont les symboles de cette substance philosophale et naturelle, – non cependant première dans le sens de l’unité ou de l’universalité, – communément appelée du nom d’Hermès ou de Mercure. … On comprend mieux ainsi la nature spéciale de son action, et pourquoi il ne demeure pas avec les corps qu’il a dilués, purgés, et animés. Et l’on saisit de même dans quel sens il convient d’entendre Basile Valentin, lorsqu’il assure que les métaux sont des créatures deux fois nées du mercure, enfants d’une seule mère, produits et régénérés par elle. Et l’on conçoit mieux, d’autre part, où git cette pierre d’achoppement que les philosophes ont jetée à travers le chemin, lorsqu’ils affirment, d’un commun accord, que le mercure est l’unique matière de l’Œuvre, alors que les réactions nécessaires sont seulement provoquées par lui, ce qu’ils ont dit soit par métaphore, soit en le considérant d’un point de vue particulier…”

[Les Demeures Philosophales, Paris, Pauvert – 1979, Tome I, pp. 309-10]

Dopo questi robusti brani del ‘900, di stampo francese, facciamo un passo indietro e leggiamo un passo del buon Marchese Santinelli (ma, più probabilmente, il misterioso ‘auctore innominato‘ era Gualdi), nel 1666:

Nell’opera Fisica vengono descritte dagli autori tre soluzioni: la prima è del corpo metallico, & crudo, nei suoi principia, per l’appunto zolfo e argento vivo. La seconda è del corpo Fisico. La terza è della terra Minerale; … La prima soluzione deve essere compiuta con cura, quando prendiamo il nostro corpo metallico, & lo dividiamo in Mercurio, e poi in Zolfo. Per cui il lavoro è di estrarre dal nostro soggetto, grazie ad una dedicata industriosità, & al nostro fuoco occulto artificiale, il Mercurio, cioè quel vapore degli elementi; e nell’estrazione, purificare; in seguito, con il medesimo & naturale ordine liberare dalle carceri lo zolfo, cioè l’essenza dello zolfo. Ma tutte questo per mezzo della soluzione & della corruzione, la quale devi conoscere ottimamente. Il segno di questa corruzione è la nigredo, vale a dire l’apparire di una specie di fumo nero nel suo vetro. Questa trae origine dall’umidità corrompente del tuo menstruo naturale, attraverso la quale umidità, nella commozione degli elementi, sale questo vapore; perciò, se vedrai questa vaporosa nigredo, sii certo di star percorrendo la retta via, e che hai trovato l’ordine giusto. La seconda è quando il corpo Fisico, assieme a queste due sostanze, viene dissolto, & in questa soluzione tutte le cose vengono purificate, & raggiungono la purissima natura celeste; così, tutti gli elementi sottilizzati procurano il fondamento di una nuova generazione, [questo fondamento è] allora il vero Chaos Filosofico, e la vera prima materia dei Filosofi, come insegna il Conte Bernardo; pertanto è soltanto dopo la congiunzione della femmina & del maschio, del Mercurio & dello Zolfo che essa deve essere chiamata prima materia, & non prima.

Questa soluzione è la vera reincrudazione, attraverso cui si ha un seme purissimo moltiplicato nella sua virtù; infatti se il grano giacesse nella terra, & la sostanza del grano non reincrudasse, invano l’Agricoltore attenderebbe il raccolto desiderato: tutti gli sperma sono inutili ai fini della moltiplicazione se non sono prima reincrudati: per cui occorre conoscere perfettamente questa reincrudazione, & riduzione in prima materia, solo attraverso la quale si può ottenere questa seconda soluzione del corpo Fisico. Per quel che attiene alla terza soluzione, si dice che sia l’umettazione di quella terra, o dello zolfo Fisico, & minerale, grazie alla quale l’infante comincia a crescere le forze, & viene accresciuto… “.

[Lux obnubilata, suaptè natura reffulgens. Vera de Lapide Philosophico Theorica, metro italico descripta et ab auctore innominato commenti gratia ampliata: pars prima, Venetia, Zatta – 1666, Canzone Terza, Cap. I, pp. 172-4; mia traduzione]

A titolo di ciliegina sulla torta, ma in perfetta sintonia con quanto sopra visto, ecco due brani di Philalethe, del 1669:

“… Hence the noble Sendivogius saith, The Fool (believe me) will not find our Stone, no not in Gold; but the Wiseman will find it in the Dung, That is to say, In Gold (which[1] is the of the Sophi) the tincture of Goldness lies hid. This[2] though it be a most digested body, yet is it incrudated and made raw[3], in one only thing, viz. Our Mercury[4], and receiveth from [5] the multiplication of its own Seed[6], not so much in weight[7] as in vertue.”

[Secrets Reveal’d, London – 1669, Chap. XIII, p. 41]

…even so it is with Gold, as long as it is in the form of a Ring, a Vessel or Mony, ‘tis the vulgar Gold, but as concerning its being cast into our water, ‘tis Philosophical. In the former respect it is called Dead because it would remain unchanged even to the Worlds end; in the latter respect it is said to be living, because it is so potentially; which power is capable of being brought into Art in a few daies, but then Gold will be no longer Gold, but the Chaos of the Sophi; therefore well may Philosophers say, That their philosophical Gold differeth from the vulgar Gold, Which difference consisteth in the Composition. For even as that Man is said to be dead, which hath already received the sentence of Death; so is Gold said to be alive when it is mixed in such a Composition, and put upon such a fire in which it will necessarily receive a germinative life, in a short time: yea, ‘twill demonstrate the actions of a life beginning, and that within a few daies[8]. Therefore the same Sophi that say their Gold is living, do bid thee (the Searcher of Art) to revive the dead, the which if thou knowest to do, and to prepare the Agent, and rightly to mix the Gold, it will soon become living; in which vivification thy living Menstruum will dye. Therefore the Magi command thee to revive the dead, and to kill the living; They do (at the first entrance) call their water living, and say that the death of one principle, with the death[9] of another, hath one and the same period. Thence ‘tis evident, That their Gold is to be taken dead and their water living; and by compounding these together, the seed-Gold, will (by a short decoction) vivifie or quicken, and the live will be killed, that is the spirit will be coagulated with the dissolved bodie, and both of them putrifie together, in the form of dirt or mud, until all the members of the Composition are rent or dispersed into Atoms[10]. Here therefore is the naturality of our Magistery. The Mistery which we so much hide, is to prepare the , truly so called[11], the which cannot be found upon the earth [12]ready prepared to our hands; and that for singular reasons known to the [13]Adeptists.”

[Secrets Reveal’d, London – 1669, Chap. XIII, p. 42-4]

Le note cui si fa riferimento nei due brani di Philalethe sono prese dal libro Philalethe Reveal’d, Vol. 1, edito dal sottoscritto e da Fra’ Cercone; GLO è l’acronimo per un ‘Glosser‘ anonimo che annotò fittamente una sua copia del Secrets Reveal’d nel 1690; queste sue glosse sono, oltre che curiose, di un certo interesse.

Bene: in ogni momento dell’operatività occorre mettere alla prova la propria comprensione dei principi base della antica Filosofia Naturale; non essendo affatto facili da comprendere alla luce della nostra logica moderna, peraltro molto limitata quando la si confronta con l’apparato immenso dei processi della Creazione, il mio invito è sempre quello di non smetter mai di confrontarsi con l’Imaginatio vera sed non phantastica, tra un segnalibro ed un pestello, tra un bizzarro ma buon testo d’alchimia e l’esame accorto delle materie in opera ‘a caldo’ ed ‘a freddo’, tra l’insegnamento scritto di chi ci ha preceduto e l’Intuizione ‘a mani sporche’ di una notte di buona Luna.


[1] Here GLO adds in a note: duely prepared.

[2] Here GLO adds in a note: common; not Sophoru(m).

[3] The incrudation is an alchemical operation through which a substance is returned to its primeval condition, that is to the raw state, also called their prima materia, the first matter. We read in one of the most reputed tracts of Alchemy: “Hæc solutio est vera reincrudatio, ut semen purissimum habeatur in sua virtute multiplicatum, si enim granum in terram iaceret, & substantia grani, non reincruderetur in hanc primam materiam, frustra Agricola, ex eo optatam messem expectaret. Omnia spermata nisi reincrudentur nihil valent in ordine multiplicationis: Unde hæc reincrudatio, & in primam materiam reductio, est per optime cognoscenda, qua sola hæc secunda corporis Phisici solutio acquiri potest. See, Francesco Maria Santinelli, Lux obnubilata suapte natura refulgens, Venetiis, 1666, Caput Primum, p. 174. Translation: “This solution is the true reincrudation, in order to obtain the multiplication in its virtue of the purest seed, in fact if the grain laid in the earth & the grain’s substance did not reincrudate into this first matter, the Peasant would expect in vain the desired harvest from it. All the sperms are worth nothing in order to the multiplication if they are not reincrudated: Thus this reincrudation & reduction into the first matter, has to be very well known, [since] this second solution of the Physical body can be achieved only through it.”.

[4] Here GLO adds in a note: which doth not happen, to of the Sophi: But to the Contrary, the is by the , maturated, fixed and perfected.

[5] Here GLO adds in a note: tamquam menstruo. (as from a menstruum)

[6] Here GLO adds in a note: which is; beeing incrudated.

[7] Here GLO adds in a note: which by reincrudation is diminished.

[8] Here GLO adds in a note: By its internal motion, and Solution.

[9] This is evidently a typo which should be read: the death of one principle, with the life of another, hath one and the same period, consistently with BPC and OOM.

[10]  Here GLO notes: but prittie bigg ones: grains in the beginning t(hen?) they at the End of the work become dust. This means that by the end of this putrefaction the Compound has thinned down to its minimum particles.

[11] Here GLO notes: because it is water which is all Essence.

[12] Here GLO notes: Because it lodges in the magnesia thence to be drawn. But the magnesia, its subject, is made to our hands, by the Avicula Hermetis, & is plenty he henough found everywhere and upon the Earth to.

[13] Here GLO notes: Because they must have the pure spirit without its … [an unreadable word here – EN] Impuritys.

Il Giglio delle Convalli

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Jacques Coeur - Tristan & Isolde

Jacques Coeur – Tristan & Isolde

Nel suo Arcanum Hermeticae Philosophiae Opus (1623), al canone XXIII, il Presidente d’Espagnet scrive:

Con il termine Luna i Filosofi non intendono la Luna volgare, la quale nel suo operare è maschio, & che nella copula svolge il ruolo di maschio; che nessuno presuma dunque di  tentare una congiunzione nefasta & contro Natura di due maschi, e non  si concepisca alcuna speranza di prole da una tal copula; ma si congiunga con un congiunzione stabile Gabritius a Beia, il fratello alla sorella, e che si chiamerà propria;  affinché poi si raccolga il fertile figlio del Sole.

Il monito è chiaro, e spesso trascurato: se la nostra mentalità accetta immediatamente un possibile matrimonio tra due generi opposti, un mariage di un fratello e sorella viene ovviamente visto come sola figura retorica. Ma, a mio modesto avviso, vi è dell’altro. Fulcanelli ne accenna nel Volume I de Les Demeures Philophales, al capitolo Le Mythe Alchimique d’Adam et Eve:

Car ils sont réellement frère et soeur, tenant chacun leur être d’une mère commune, et redevables de la contrariété de leurs tempéraments plutôt à la différence d’âge et d’évolution qu’à l’écart de leurs affinités.

L’auteur anonyme de l’Ancienne Guerre des Chevaliers, dans un discours qu’il fait prononcer par le métal réduit en soufre sous l’action du premier mercure, enseigne que ce soufre a besoin d’un second mercure, avec lequel il doit être conjoint afin de multiplier son espèce.

Segue una lunga ed importante dissertazione sul famoso ‘secret des deux mercures‘, nella quale l’Adepto avverte che vi saranno ‘contradictions, erreurs menifestes de logicque ou de jugement‘, forse utili per sbrogliare l’enigmatica matassa:

Or, nous reconnaissons loyalement qu’il n’existe qu’un seul mercure à la base, et que le second dérive nécessairement du premier. Il convenait cependant d’appeler l’attention sur les qualités différentes qu’ils affectent, et faire en sorte de montrer, — fût-ce au prix d’une entorse à la raison ou d’une invraisemblance, — comment on peut les distinguer, les identifier, et comment il est possible d’extraire, directement, la propre femme du soufre, mère de la pierre, du sein de notre mère primitive.“.

Come sempre, lo studio attento e la verifica sperimentale in Laboratorio è d’obbligo; al di là dell’autorship del Capitolo – la cui definizione attiene alla storia complicata, come si è visto, della creazione/elaborazione/sviluppo di entrambi i capolavori firmati come Fulcanelli -, si deve dire che vi è materia per meditare ed avviare tutta una serie di delicati ed importanti esperimenti.

Delle Nozze Chimiche parlerà naturalemtne anche Maitre Canseliet, a più riprese. Una tra tante, da Due Luoghi Alchemici, nella traduzione di Paolo:

É potente l’amore che, nell’innocenza e la purezza, unisce indefettibilmente Gabricus, o Gabritius e Beya, per il necessario androginato della Grande Opera. Nell’Enigma della visione del filosofo Arisleo e dalle Allegorie dei sapienti – Enigma ex visione Arislei Philosophi et Allegoriis sapientum:

Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina – Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina.

Questa citazione di Canseliet è curiosa: quell’ultima frase ‘esplicativa’ di Arisleo – così come viene proposta – appare infatti un po’ ambigua: “Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina“, pur ovviamente corretta, suona leggermente tautologica; se infatti è naturale che Beya è femmina – ‘ea‘ – quel ‘essa è femmina‘ può essere letta al massimo come un rafforzativo. Filosténe Junior, nel suo libro, afferma che Canseliet – una volta ottenuto da Fulcanelli il permesso di firmare le sue opere con la sigla F.C.H – avrebbe utilizzato i risvolti delle pagine illustrative come una sorta di ‘accredito’ indirizzato alla cerchia dei F.C.H. A suo dire, questo spiegherebbe – uso tutto il condizionale – il motivo di alcune criptiche frasi che compaiono a commento delle illustrazioni.

Si deve tener conto che l’origine di questo testo famoso e citato ovunque è ancora molto incerta; si dice che possa trattarsi di un testo arabo – il Risalat madd al-ba hr dhat al-ru’ya -, ma più probabilmente si tratta di una sorta di circolo vizioso, in quanto il supposto testo arabo potrebbe a sua volta essere una ri-traduzione dal Greco di Archelao. Inoltre, come è noto, la Visio è stata inclusa in diverse raccolte prestigiose come l’Aurora Consurgens, l’Artis Auriferae e il Rosarium Philosophorum ed altre. Si tratta insomma di un testo rielaborato, modificato e parcellizzato molte volte, mancando ad oggi una solida ed attestata fonte originale.

Il brano proposto da Canseliet proviene senza dubbio dalla versione inclusa nel volume I dell’Artis Auriferae quam Chemiam Vocant del 1593, che include tra gli altri il trattatello Aenigma ex Visione Arislei Philosophi, et Allegorijs Sapientum:

Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina: tamen emendat ipsum, eò quòd ex ipso est.

[Aenigma I, pp. 147-148]

Una rapida traduzione suona grosso modo così: “Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene [essa sia] la sorella del fratello, e femmina, tuttavia [essa] emenda lo stesso [Gabritium], per il fatto che [essa] è da esso.“.

Così, mi pare che in questo modo il senso della frase sia più evidente. La correttezza di questa lectio è confermata anche dalla edizione precedente del 1572 (Auriferae Artis quam Chemiam Vocant). Lascio ai lettori l’eventuale riflessione nel merito della frase completa.

Propongo ora una notula da parte dell’alchimista Normanno Jean Vauquelin des Yveteaux (1651-1716), tratta dal suo curioso trattato Alchimie du Cantique des Cantiques de Salomon, dove – al versetto 2.1, titolato Ego flos campi, et lilium convallium – si parla del Giglio delle Convalli:

Ce champ, comme l’explique l’hebreu, est celui de saron, c’est à dire que l’on doit en chanter les louanges, et la fleur est la rose de cette campagne. Nous avons dit ailleurs ce que les philosophes entendent par la rose et la fleur de sel. Cette rose icy est blanche.

Et quoyque par le lis des vallées les uns veullent que l’on entende la fleur d’iris accause de la bonne odeur de sa racine profonde, à laquelle profondeur ils raportent le mot de convallium, les autres l’interpretent le muguet, d’odeur si charmante, et qui vient naturellemnt dans les broussailles parmy les ronces et les epines dans les bois.

D’autres veullent que l’auteur aie voulu parler icy du lys ordinaire; mais à le bien prendre dans le sens phisique, il ne faut entendre icy que le lys de l’art, le sujet phisique, dont Paracelse dit que la partie superieure est le lys blanc, la glu de l’aigle, et la partie inferieure est le lys rouge, laton, lion rouge et son sang, la Beia et le Gabritius des sages, de l’union desquels se fait la premiere matiere des metaus.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

C’est de ces lys dont Cortalasseus a tant parlé dans son traitté d’Arca arcani et son Lilium inter spinas, le lili du manuel de Paracelse, et de sa teinture des phisiciens.

Cette fleur peut estre ditte des champs, parce qu’elle y vient d’elle mesme et naturellement, sans opération manuelle de l’artiste, et lis des vallées accause de sa simplicité, et sa pureté. Sapientia est humi moravi, disent les philosophent, et simplicitas veritatis sigillum.

Cette rose de saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, ce lis dont il est dit que par l’arousement des eaus salutaires, il germera comme le lys des vallées.

Eccone la mia rapida traduzione:

Questo campo. come lo spiega l’Ebraico, è quello di Saron, vale a dire che ne si deve cantare le lodi, ed il fiore è la rosa di questa campagna. Abbiamo detto altrove di cosa i filosofi intendono con la rosa ed il fiore del sale. Questa rosa qui è bianca.

E sebbene con i gigli delle valle gli uni vogliono che si intenda il fiore dell’iris a causa del buon odore della sua radice profonda, alla quale profondità rapportano la parola convalli, gli altri l’interpretano come il mughetto, di odore così incantevole, e che spunta naturalmente dai cespugli tra le rocce e le spine nei boschi.

Altri vogliono che l’autore abbia inteso parlare qui del giglio ordinario; ma a ben prenderlo nel senso fisico, qui non bisogna intendere che il giglio dell’arte, il soggetto fisico, del quale Paracelso dice che la parte superiore è il giglio bianco, il vischio dell’aquila, e la parte inferiore è il giglio rosso, lattone, leone rosso ed il suo sangue, la Beia ed il Gabritius dei saggi, dalla cui unione si fa la prima materia dei metalli.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

É da questo giglio di cui Cortolassesus ha tanto parlato nel suo trattato Arca Arcani ed il suo Lilium inter spinas, il lili di Paracelso, e della sua tintura dei medici.

Questo fiore può essere detto dei campi, perché vi spunta da solo e naturalmente, senza operazione manuale da parte dell’artista, e giglio delle valli a causa della sua semplicità, e della sua purezza. Sapientia est humi moravi, dicono i filosofanti, e simplicitas veritatis sigillum.

Questa rosa di saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, questo giglio di cui si dice che grazie all’innaffiamento delle acque salutari germinerà come il giglio delle valli.“.

Cortholasseus è uno dei tanti nicknames assunti da Johannes Grasshof (ca. 1560 – 1623), e l’opera cui des Yvetaux fa riferimento è la sua Aperta Arca Arcani Artificiossimi, una raccolta famosissima in quei tempi; all’interno figura il trattatello sul Lilium, costituito dal famoso racconto allegorico (Der Kleine Baur). Oltre all’inevitabile omaggio a Sendivogius – certo uno dei più stimati e famosi alchimisti dell’epoca – credo non si debba dimenticare che la probabile origine di questa allegoria legata alle convallibus è Virgilio, che d’Espagnet – chissà perché! – amava molto.

eneide_convallibus

La bellezza dello studio dell’Alchimia è dovuta alla Sophia che anima il suo tessuto, stabile e radicata nei secoli, al riparo dai pre-concetti, stereotipi, e giudizi di ogni sorta, così tipici degli esseri umani; non è importante la parola, ma il cercare con serena umiltà, studiare e praticare: Sophia è lì, da sempre, con i suoi semplici, basici Principia Naturalia, pronta per essere sperimentata. Tutto è stato scritto, in molti ‘cantica‘ e ‘legende‘. La Via è una, e occore naturalmente ‘orientarsi’. L’esploratore che usa la bussola basata sul Nord magnetico, non è consapevole del fatto che si sta orientando grazie ad un Campo unico e non soltanto ‘locale’, all’interno del quale le frequenze sono  gli strumenti usati da Madre Natura per informare la Creazione. Se all’esploratore geografo o archeologo questa consapevolezza non è certo indispensabile, per l’alchimista è di assoluta importanza. So che molti storceranno il naso ed alzeranno le sopracciglia: non importa. V’è ben altro che è importante.

Nigra sum et formosa filia Jerusalem
Ideo dilexit me Dominus
Et introduxit me in cubiculum suum
Et dixit mihi: surge amica mea et veni.
Jam hiems transiit, imber abiit et recessit,
Flores apparuerunt in terra nostra,
Tempus putationis advenit.

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – Interludio, Verde

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Molto inchiostro è colato nell’interpretazione dell’Ecusson final che apparve con la prima edizione del 1926 de Le Mystere des Cathedrales. Una lettura araldica canonica e di buon senso (da parte di Althea, alias Madame Elena Frasca Odorizzi) potrebbe essere: “Di rosso, all’Ippocampo d’oro, cimato da una spiga d’orzo dello stesso, attraversante su una campagna del secondo“. Paolo Lucarelli, che ebbe la benevolenza di parlarmene poco prima della pubblicazione della sua nuova traduzione ed edizione della prima opera di Fulcanelli (2005), canta il blasone comme-il-faut, tenendo anche conto dell’elmo, vale a dire dell’origine alchemica dell’ormai famoso blasone: “Troncato di rosso e d’oro, all’Ippocampo d’oro dell’uno all’altro accompagnato in capo da una spiga d’orzo, timbrato da elmo di cavaliere crociato ornato di due lambrecchini, con impresa d’anima che dice uber campa agna”. Paolo, per miglior aiuto, fece anche colorare, basandosi su questa lettura, il blasone di Fulcanelli, ponendolo in quarta di copertina.

fulcanelli_ecu1926-copy

I Tre Ecussons

In reverente omaggio ai Frères Chevaliers d’Heliopolis, ho pensato di giustapporre il blasone originale (del 1926), a quelli di Eugène Canseliet e Jean Laplace; trovo infatti che vi sia da riflettere. Ricordo anche che Paolo mi riferì di esser rimasto molto turbato dal fatto di non aver avuto notizie da Jean durante l’ultimo periodo della sua vita terrena. Come è noto, erano due stretti amici. Se tutti conosciamo il rivoluzionario contributo di Paolo alla corretta direzione da dare dell’operatività alchemica stretta, pochi – temo – hanno voluto consultare le opere di Jean.

L’unico colore ‘araldico’ nell’Ecusson di Fulcanelli è il rosso, il quale ne specifica con chiarezza cristallina il senso, cioé l’Initium, vale a dire il risultato della ‘prima operazione’: “Questa dunque è la prima operazione di alchimia, come diceva Canseliet, alla fine della quale deve manifestarsi quel rosso tanto misterioso e importante da essere definito arcano maggiore dell’Arte, che sovrasterà l’oro, o meglio un’acqua dorata, più o meno nelle proporzioni che qui si vedono.”.

Nell’Ecusson di Jean appaiono tre  colori: dall’esterno all’interno il nero, il bianco, il verde; fino al centro, rappresentato dal Sol, d’oro (il quale, in araldica,  è metallo e non colore). Da un suo saggio apparso ne La Tourbe des Philosphes, numero 31, titolato Aperçus Vitriolique, sottopongo un passo:

“« Aujourd’hui clair de lune

Il fera demain clair de l’autre. »

De Cyrano Bergerac : Le pédant joué

La séparation est de telle importance qu’elle influence, de façon décisive, l’aspect des matériaux à la fin du premier oeuvre. Eugène Canseliet, unique disciple de Fulcanelli, disait souvent que le vitriol véritable n’est pas nécessairement atteint lorsqu’on obtient un sel vert lors des purifications du mercure. Chacun pourra en juger à présent, en prenant connaissance de la description exacte du composé que nous avons pu élaborer et que voici :

L’étoile, qui est un synonyme philosophique du sel dont nous parlons, est générée à partir des seuls matériaux réservés à l’oeuvre lorsqu’ils sont travaillés selon la technique sans envie décrite au chapitre conjonction et séparation de « L’alchimie expliquée ». Le vitriol est insoluble quel que soit le solvant employé depuis l’eau, le chloroforme, l’acétone jusqu’à l’alcool le plus subtil, voir même l’acide chlorhydrique. On peut donc le considérer comme un émail de la meilleure qualité, certains le comparent même à l’or. Par-dessus tout, il est transparent comme du cristal de Bohême teinté du plus beau vert. Cette transparence est le signe le plus certain d’une exacte préparation si l’odeur de l’encens accompagne les opérations de purification. Sa couleur est fixe. Le vitriol, coulé puis refroidi à la surface du mercure, se brise en mailles de filet. Les veines de ces brisures deviennent, à l’air ambiant, autant de lignes opaques hérissées d’une multitude de poils blancs dont la structure ressemble à l’amiante. Toutefois, cette « oxydation » se limite aux seules fêlures de la masse compacte qui reste, elle, exempte de toute dégradation. Les fumeroles qui s’insèrent lors de la solidification sont la cause la plus plausible de ces apparitions poilues.

Cela dit, il est assuré qu’il sera impossible d’opérer aux sublimations avec un vitriol qui soit opaque dans sa masse, à cause d’une mauvaise séparation ou d’une purification mal conduite. Au stade du second oeuvre, le pur désire habiter avec le pur c’est pourquoi il change de lieu pour monter à la surface où se trouve le vitriol. Ce phénomène magnétique ne s’accomplira que si l’émeraude philosophique a les qualités requises, afin que le semblable s’unisse au semblable.“.

Il passo è del 1988 ed è di facile traduzione. Segnalo che Jean lasciò questa manifestazione nel 1996, e che il passo si riferisce al ‘verde‘. Come ricorda Canseliet, e Jean lo sottolinea, “… il vitriolo veritiero (‘véritable‘, e non ‘vrai‘) non è necessariamente raggiunto allorché otteniamo un sale verde durante le purificazioni del mercurio“. Sembra di poter/dover intendere, così, che vi siano diversi ‘verdi’ durante l’Opera (ma vi sono anche diversi ‘rossi’, per non parlare dei ‘neri’ e dei ‘bianchi’).  Ora, non intendo certo dare delle indicazioni operative, per ovvi motivi tradizionali; come sempre, è il caso di porsi domande utili all’operatività, soprattuto nel dove&quando; mi limito tuttavia a segnalare che non mi meraviglio affatto di questa affermazione, soprattutto se si è ben compreso, prima, cosa è in Physica un colore. Specifico che la versione corrente proposta dalla fisica, non è completa, né tanto meno veritiera. Mancano alla fisica molti ‘pezzi’, tutti peraltro ben presenti all’interno della Physica. Per chi ama studiare praticando, questo è un terreno che riserva frutti, utili – a mio modesto avviso – durante l’operatività alchemica.

Ora, se nelle lingue latine ‘véritè‘, ‘véritable‘ indicano – i F.C.H docent – la Force legata alla crescita indispensabile nell’Opera pratica, segno cioè di una fissata capacità di nuova vita, le lingue nordiche suonano in modo più perentorio: il ‘green‘ inglese, così come il ‘grün‘ tedesco provengono dal radicale Proto Indo Europeo ‘ghre‘, che indicava per l’appunto il momento della crescita di una pianta. Il fonema originario ‘ghros‘, da cui ‘grass‘ – l’erba – informava l’ascoltatore del  ‘giovane germoglio‘ (“shoot“), del ‘pollone‘ (“sprout“). Vi è in questa modalità sonora più di un senso utile alla bisogna. Si parlerà, lo so, di aspetti intellettuali, marginali. E sorrido, di conseguenza.

In verità, ogni materia che cresce ha un suono distintivo, tipico dell’animale, del minerale e del vegetale. Il che è naturale, meglio: Naturale. Se qualcuno/qualcosa ‘entra’ in una stanza chiusa, produce necessariamente un suono: ogni materia che ‘entra’ in Manifestazione si comporta in modo identico. Ogni materia vibra, oscilla; è la sua signature, la firma. Quella vibrazione propria dell’organizzazione cristallina, matrice della nuova materia – la Matta Reah di Heliopolis antica – interagisce con il Campo unico. L’allineamento della vibrazione cristallina che punta, per gradi, alla Risonanza con il Campo, produce un’onda che ha una caratteristica sonora precisa, tradotta in una frequenza sonora delicata, secca, esatta e che riverbera – per un fenomeno elettrico&magnetico ovvio – nell’esaltazione di micro-particelle ‘profumate’ e ‘colorate’. L’occhio percepisce il colore, l’orecchio il suono, il naso il profumo.

Vi sono così, più ‘verdi‘ (e più ‘colori’). L’alchimia antica precisa che vi sono più mercuri e più zolfi. Il “Pensare”, d’altro canto, genera onde, e Madre Natura risponde, con assoluta precisione. L’Entanglement ha una caratteristica di merveilleux, ma racchiude in sé anche l’assoluta incertezza del fenomeno ‘veritable‘. Occorre dunque un supporto per discernere ciò che si cerca, prima teorico (Physica) e poi pratico (Alchimia).

Detto questo, si comprenderà forse meglio il florilegio di achievements capitati ai numerosi alchimisti che sono arrivati nei dintorni di questa zona di Force, meglio: di questo Campo di Forza. Essendo inevitabile che l’artista innamorato è parte interagente di questo Campo, e delle Risonanze in corso d’Opera, è essenziale la frequenza (Canseliet parlava, più che correttamente, del famoso Dyapason). Pregare, meditare, è senza alcun dubbio una postura essenziale e dovuta di fronte a Madre Natura all’Opera, quando fa nascere una nuova vita in un Cristallo. Noi non siamo nulla di fronte alla Madre, di fronte alla Materia, soprattutto a quella Matta Reah. Ma la possibilità di consapevolezza di alcune frequenza base della Creazione può essere esiziale nel non prendere lucciole per lanterne, nella speranza timida ed umile di saper come orientarsi durante quel rapidissimo canto profumato.

Il Desiderio di Arjuna è la forza di nascita dell’Entanglement, e non v’è scampo: Connaitre richiede una dispositio sia della Materia che dello Spirito dell’Artista. Il senso allegorico della Veille del futuro, eventuale, Chevalier – solitaria, nella notte, di fronte alle proprie armes posate di fronte al fuoco della Lux – è questo, e non si compie pour chance, ma attraverso una scelta consapevole di Risuonare con la Creazione. Occorre tempo, molto tempo, studio, molto studio, pratica, molta pratica. Ed essere, naturalmente, véritables.

 

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 1

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Piccolo prologo:

Ora, lege, lege, lege, relege, labora et invenies

La pratica – ripeto: pratica – alchemica prevede obbligatoriamente lo studio profondo dei testi; i quali, pur talvolta poco comprensibili, costituiscono l’asse di fondazione di qualsiasi sperimentazione di laboratorio. Inoltre, come è noto, il risultato della sperimentazione del laboratorio alchemico obbliga il Cercatore onesto a ritornare sui testi migliori e confrontare/ri-trovare il risultato ottenuto – sia esso parziale o finale – con la solida teoria alchemica, racchiusa solo in quei testi migliori. Senza l’elaborazione di un modello teorico serio e canonico la sperimentazione in un laboratorio alchemico porta a risultati che paiono mirabili e/o canonici, ma che sono totalmente avulsi dalla unica verità indicata con chiarezza estrema dalla Scienza e dall’Arte alchemica. Non è un caso fortuito o altro che possa condurre l’essere umano verso la Conoscenza, ma unicamente lo studio tenace e umile, l’apprendere le basi della Philosophia Naturale prima sui testi e poi nel Laboratorio, e l’impegno solido nel processo del Conoscere studiando e praticando. Questo è il cambiamento – imprescindibile – del famoso ‘mantello gettato alle ortiche‘ da Fulcanelli, Scienziato ed Artista a tutto tondo.

Indipendentemente dal giudizio, o dal pre-giudizio, o dal pre-concetto della mente umana, che ignora la realtà vera ma “Coelata” dell’Alchimia, è bene chiarire che il cuore della Scienza e dell’Arte è stato, è, e sarà la CONOSCENZA, esatta, descritta come φυσικὰ καὶ μυστικά dagli antichi, molti secoli dopo studiata e rinnovellata da Sir Isaac Newton come Prisca Sapientia. Tale Conoscenza deriva precisamente dallo studio incessante dei testi migliori e dalla pratica ugualmente incessante del laboratorio alchemico (il quale, ça-va-sans-dire, nulla ha a che fare con quello chimico o fisico): questa possibilità – ovviamente di difficile accettazione per l’ignorante o il pigro o l’arrogante – giace perenne nel cuore della Natura, che la offre liberamente ad ogni essere libero dal giudizio, dal pre-giudizio, o dal pre-concetto. Questa triade costituisce l’Onestà del cercatore, nulla di più, nulla di meno.

Dico questo al solo vantaggio di chi inizia il viaggio, ma anche di coloro i quali si avventurano nel Bosco Incantato da tempo…

L’amico ‘caso’ mi ha portato a consultare – e poi studiare – un testo curioso, certo bizzarro, del quale pour-le-moment tacerò il titolo e l’autore, come in un gioco per bambini onesti – e che contiene alcune piccole perle; il testo, del 1871 –  è francese e proviene da quella terra orgogliosamente Celtica che è la Bretagna; a detta di alcuni chercheurs Francesi l’autore era piuttosto in confidenza con Fulcanelli, forse qualcosa di più che ‘en confidence‘. Certo, leggedolo e studiandolo, molte cose mostrano la base dello stile e della allure magistrale di Fulcanelli. E molto, molto altro del cammino di studi e pratica di Fulcanelli. Inizio questa piccola collana di perle con l’incipit del capitolo ‘Physique Hermètique‘. Eccone la mia traduzione:

Il Filosofo Ermetico modella le operazioni della sua opera su quelle della Natura, deve dunque prima di ogni cosa conoscere quest’ultima. Lo studio della Fisica fornisce questa conoscenza.

Dio parlò e tutto venne fatto, dice Mosé, nel libro del Genesi; … il suo racconto chiaro e preciso è quello di un uomo ispirato, di un grande Filosofo, di un vero Fisico. Se ci si allontana dai suoi dati si sragiona, e se vi si appoggia ci si trova sempre nella verità.

Nulla di più semplice della Fisica. Il suo scopo, per quanto molto composito agli occhi degli ignoranti, non ha che un solo principio, ma diviso in parti, le une più sottili delle altre. Le differenti proporzioni utilizzate nella miscela, la riunione e la combinazione delle parti più sottili con quelle che lo sono meno, formano tutti gli individui della Natura. E siccome queste combinazioni sono pressoché infinite, anche il numero dei misti è tale.

Dio è un essere eterno, una unità infinita, principio radicale di ogni cosa. … Nella Creazione fa emergere questa grande opera che aveva concepito da tutta l’eternità. Si sviluppa attraverso una estensione manifesta di sé stesso, e rende attualmente materiale questo mondo ideale, come se avesse voluto rendere palpabile l’Immagine della sua Divinità. Si tratta di ciò che Hermès ha voluto farci intendere quando dice che Dio cambia forma; che allora il mondo fu manifestato e cambiato in Luce. Sembra probabile che gli Antichi intendessero qualcosa di simile [parlando] della nascita di Pallade uscita dal cervello di Giove attraverso l’aiuto di Vulcano o della Luce. … il Creatore ha messo un così bell’ordine nella massa organica dell’Universo, in modo tale che le cose superiori sono mescolate senza confusione con quelle inferiori e divengono simili attraverso una certa analogia. Gli estremi si trovano legati molto strettamente attraverso un mezzo insensibile, o attraverso un nodo segreto di questo ammirevole operaio, in modo tale che tutto obbedisce di concerto alla direzione del moderatore supremo senza che il legame delle parti differenti possa essere rotto se non attraverso ciò che ne ha fatto l’assemblaggio. Hermès dunque aveva ragione …

Il passo, che ovviamente appare innocuo e banale, sebbene vi si adotti la consueta onesta perfidia, racchiude in sé alcuni assunti di primaria importanza per chi cerca, e che sono naturalmente identici – fatta salva la semantica – con la Tradizione vera; della quale avevo parlato, qualche mese fa, a proposito di Philalethe, qui, qui, qui e qui; ma che si ritrova anche in alcuni testi molto poco conosciuti di Sendivogius (ma che a mio avviso provengono da Sethon). Questa Tradizione, naturalmente, non ha nulla a che fare con la tradizione di cui tanto si sente parlare anche ai nostri giorni, frutto di un grave misunderstanding da parte di tanti addetti-ai-lavori, dal medioevo ai giorni nostri.

Una precisazione finale: un frammento della φυσικὰ καὶ μυστικά – che si attribuisce allo Pseudo-Democrito – recita l’insegnamento ricevuto dal Persiano Ostane:

ἡ φύσις τῇ φύσει τέρπεται, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν νικᾷ, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν κρατεῖ

La natura si rallegra della natura, la natura vince la natura, la natura domina la natura

Oltre la bellezza poetica evidente dell’Imago, si deve notare che questo è l’Assioma generale della Fisica fondamentale della Manifestazione, di ogni manifestazone, hinc&nunc; ed ha un esatto connotato di Scienza, con un preciso riflesso nella sperimentazione alchemica. Ritengo utile sottolineare che questa è la prima base di quella conoscenza pratica (vale a dire ‘Fisica’, nel senso antico e veritiero) che è l’Alchimia; l’ottimo Nicolas Valois lo ricorda bene a chi si abbassa a studiare il suo splendido testo. Per poi procedere con il Laboratorio, a lungo, in un processo di Studio&Pratica continua e continuata. Come purtroppo pochissimi hanno fatto, oggi come ieri.

Così è, se vi pare …

Paolo …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Thursday, July 14, 2016 by Captain NEMO

Caro Paolo,

qui tutto scorre more solito, vale a dire secondo gli usi e costumi degli uomini; uno strano miscuglio di stupidità e intelligenza, di stoltezza e saggezza, di arroganza e di irresponsabilità. Nonostante gli enormi lamenti dei Geremia, le grandi sofferenze, le grandi ineguaglianze, le intolleranze di ogni tipo, la violenza di ogni fatta, l’egoismo mascherato, il fanatismo della verità comprata al bar,… beh, Terra va avanti, passando in uno dei consueti, periodici, tempi di disperazione. Nulla è cambiato, nulla cambierà. Saperlo accora e sostiene. Succederà, ancora …

Ma questo lo sai. Ne parlammo a lungo, e concludemmo ridendo che vi sono altri luoghi ed altri tempi in cui val la pena di continuare ad imparare, divertendosi. Ti immagino preso dalla tua nuova ricerca, dal tuo nuovo compito. Alchimia, ne parlammo, qui si è naturalmente ‘immersa’, come un delfino allegro che corre lungo il mare del divenire [… so long for all the fishes …]. Le solite parrocchiette, i soliti gruppetti bardati di costumi e grembiulini, altre amenità frutto del ‘social’, e via dicendo: tutti sono sicuri – che dico: certi! – di essere i veri ed unici ed ‘autorizzati‘ alfieri della ‘vera alchimia‘. Bah, … come se Alchimia potesse mai essere patrimonio e potestà di qualcuno. Così, guardo quel che succede – talvolta resto stupefatto – e studio e lavoro, esattamente come ne parlammo.

Manchi, manca il tuo spirito, la tua verve, la tua cultura, il tuo eterno sorriso sotto i baffi. Tutti si dan da fare per farti ‘santo&beato‘ nelle parrocchiette, nelle logge, nei libri, sul web. La santa corsa alla ‘patente’ da metter tra le proprie carte, da esibire, in cerca di un’esclusiva, per sopraffare l’altro: è il solito spettacolo indecoroso, che sporca Alchimia.

Mi hai mostrato la Via, mi hai parlato di cose che mai ripeterò, e mi hai spinto, con Amore, ad accendere il mio fuoco. Prima o poi ti rivedrò di nuovo, e ci metteremo a giocare il nostro gioco di fisici e alchimisti, molto bimbi, sdraiati sul pavimento, incuranti della noia di quel che sempre accade, del cicaleccio sgraziato di chi pretende di esser dotto&unto. Se uno non prova gioia – e dentro e fuori -, se uno non trova divertimento, che Alchimia è? … e qui son tutti con i musi lunghi, le ciglia aggrottate, gli occhi pieni di tristezza e vuoto. Ah, che scenario da manuale …

La Via è dolce, e forte, e semplice, e piena di meraviglie, e diversa da quel che viene – per così dire – ‘insegnato’. Il Campo è tutto, il Campo è Uber, e ti vedo sorridere contento. Di quel Campo, unico e indispensabile, parlò anche quel tale che si presentò a Parigi, a quel matacchione di Berger. Sento di dover in qualche modo spiegare ai giovani che Alchimia è esatta e affatto casuale, e che la nuova conoscenza – profonda – di Madre Natura che ne deriva va di pari passo con lo studio accorto dei buoni testi e la continua pratica di laboratorio. Continuerò a farlo, da antico fratello di una Fratellanza che nessuno conosce. Non sono gli uomini a decidere chi è alchimista, ma Natura. Se questa vita me lo consentirà, ci vedremo là dove abbiamo stabilito. Ti abbraccio forte. Molto forte.

Captain NEMO

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 4

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , on Tuesday, May 3, 2016 by Captain NEMO

And what great one is this that is so wise, as to gather from these things, that a new King is born more powerful than all the rest, a Redeemer of his Brethen from original Defilements? for ‘twas expedient that he died to be exalted aloft, that he might give his Flesh and Blood for the Life of the World. Good God! How wonderful are these thy Works? ‘Tis thy doing and it seems miraculous in our eyes. Father I thank thee, that thou hast hidden these things from the Wise, and revealed to Babes.

“E quanto grande è colui che è così sapiente, da ricavare da queste cose, che un nuovo Re è nato più potente che tutto il resto, un Redentore della sua Fratellanza dalla sordidezza originale? Poiché era espediente che morisse per essere esaltato in alto, affinché potesse dare la propria Carne e Sangue per la Vita del Mondo. Buon Dio! Quanto meravigliose sono queste tue opere? É opera tua e pare miracoloso ai nostri occhi. Padre ti ringrazio, che tu abbia nascosto queste cose al Sapiente, e rivelato esse ai Bimbi.

Così si conclude il Capitolo V del Secrets Reveal’d, nel quale Philalethe ricorre alla retorica di carattere religioso, da buon Cristiano come era, e come era opportuno per sottolineare l’importanza del discorso che precede. Del resto, il parallelismo con l’operatività alchemica è attestato: la ‘nascita’ di un nuovo corpo, più nobile dei suoi genitori, calza a meraviglia con il racconto del miracolo della Redenzione. E senza nulla togliere allo stupore ed all’estasi contemplativa che rapirà il cuore dell’Innamorato all’effettivo apparire della sostanza tanto ricercata, sembra di scorgere nei termini di questa edizione (quasi certamente la Princeps) alcune peculiarità.

Gather‘ indica il ‘raccolto‘, il ‘raccogliere‘, come giustamente Paolo traduce il latino ‘colligat‘; viene dall’Old English ‘gadrian, gædrian‘, con il senso per l’appunto di ‘unire, assemblare, collazionare, immagazzinare‘; la radice è l’Indo-Europeo ‘*ghedh-‘, per ‘unire, legare assieme‘. Ancora una volta, pare una perfetta fotografia di un atto esiziale nel corso dei lavori alchemici.

Brethren‘ è ovviamente ‘Fratellanza‘: e mentre – nel contesto Cristiano – si riferisce naturalmente all’umanità di cui il Cristo è il Redentore, nell’ottica della pratica alchemica è la compagine minerale che il Dissolvente Universale potrà – eventualmente – ‘redimere‘. Ma altri significati sono sottesi. Curioso che ‘Redeemer‘ sia ‘un‘, e non ‘il‘; una precisione da parte di Philalethe per indicare l’ambito operativo cui intende riferirsi.

original Defilements‘: se la versione Latina di Modena parla di ‘labe originali‘, ad indicare il ‘peccato originale‘, il termine Inglese vale senza dubbio ‘ciò che è sordido, deturpante, sporco, corrotto, inquinato‘, una scoria legata all’ Origo, insomma. Si tratta dell’identico termine usato da Philalethe nel Capitolo III: “… there shalt thou see a fair Infant by removing the defilements, …”

L’explicit del Capitolo – in corsivo nell’originale Inglese – si può leggere su due livelli: il primo è quello del rapporto profondo che lega l’uomo al suo Creatore ; l’altro è quello dell’operativo stupefatto dalla magnificenza di Madre Natura, unica vera artefice di ogni processo alchemico. E l’ultima frase suona come un severo monito ai tanti ‘saggi‘ che non potranno mai accedere a ciò che i ‘parvuli‘ possono vedere, con innocenza e gioia. La seriosità conduce a straordinari vicoli ciechi, e l’allegria ed il sorriso dei Bimbi rendono la vita ben più armonica. Tanto più in Alchimia.

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 3

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Sunday, April 24, 2016 by Captain NEMO

The Earth is an heavy body, the Matrix of Minerals, because it keeps them occultly in it self, although it brings to light Trees and Animals. It is the Heaven wherein the great Lights together are rowled about and it sendeth down its virtues through the Air, unto inferior things; but in the Beginning all being confounded together, made a Chaos. Behold, I have just opened to them the truth; for our Chaos is as ‘twere a Mineral Earth in respect of its own coagulation; and yet notwithstanding is indeed volatile Air, within which the Heaven of the Philosophers is, in its Centre; which Centre is truly Astral, shining upon Earth with its Beams, even to the very superficies.

La matrice – la Mater – di ogni minerale in manifestazione è dunque, a sentir Philalethe, Terra; essa ‘porta alla luce‘ le specie Vegetali ed Animali, e tiene ‘occulti‘ al suo interno i minerali. Per questo, è naturalmente un ‘corpo pesante‘, nel senso che ha massa (sia in termini di Fisica che di Alchimia: cosa sia la ‘massa’ – ben diversa dal ‘peso’ – lo ha ben spiegato Newton all’inizio dei suoi magnifici Principia, sebbene con delle sottigliezze alquanto ermetiche che – lo dico con rispetto – sfuggono persino agli alchimisti più navigati ed esperti. Dimenticano, costoro, che Newton era un alchimista appassionato della Prisca Sapientia, l’unica fonte per una pratica alchemica avanzata come la sua; e forse ignorano che del suo secondo periodo alchemico, durato una decina d’anni spesi chiuso in laboratorio, non si sa quasi nulla. Ma di questo ho già parlato a iosa).

A tal ‘corpo pesante‘ – Terra – fa da naturale contraltare Cielo, nel quale sono ‘in revolutio’ i grandi Luminari, i quali ‘inviano in basso‘ le sue virtù, la vis, la forza (del Cielo, si noti, please …) attraverso Aria. Così, il sistema è costituito da Cielo sopra (con i Luminari, in moto: delle meraviglie del moto in Natura parlerò magari in un altro momento), Aria nel mezzo e Terra sotto. Manca Fuoco, pare: ma no, se ne è parlato nel Post precedente a sufficienza. Philalethe è un perfetto Scienziato di Natura, ed il suo metodo di trasmissione tradizionale è straordinario. Infatti, ora torna al protagonista di questo Capitolo: il Chaos; esso, lo ha già detto parafrasando in modo ammiccante le parole del Genesi, è costituito dai tre Elementi ‘confusi assieme‘. La ‘forma‘ del Chaos, di questo Chaos, è ovviamente determinata da quelle dei suoi componenti: il ‘nostro Chaos‘ – dunque ci si sta spostando sul tavolo del Laboratorio – è ‘come se fosse una Terra Minerale‘. Ma non è esattamente una ‘terra’, si tratta di qualcosa di diverso, pur simile nelle apparenze. Se il ‘nostro Chaos‘ appare come ‘terra’ a causa della sua coagulazione, nonostante questo è davvero Aria volatile, ‘all’interno del quale‘ (del Chaos) sta il Cielo dei Filosofi. Dove? … ovviamente, nel Centro. Ora è chiaro, per ciò che è stato sin qui comunicato da parte di Philalethe, che siccome il Cielo contiene i grandi Luminari (Sol e Luna) ‘in moto’, quel centro nascosto è ‘Astrale‘, assimilabile dunque al potere di radianza delle stelle (Astrum indica sia la dispersione spaziale, quanto la capacità di ‘dardeggiare’): per questa possanza, sempre secondo Natura, quel centro irradia Terra (quella terra ci sui sopra) con i suoi raggi, persino sino alla ‘vera e propria‘ superficie.

Paolo aggiunge qui una nota, più che preziosa: “Canseliet notava a questo proposito: ‘… il caos dei Filosofi è una terra minerale, più esattamente un solfuro, ma ciò che Fulcanelli non dice è che occorre rendere a questa materia bruta lo spirito di vita indispensabile e latente che possedeva nella miniera quando il Grande Principio la spingeva dal centro alla periferia.'”.

Beh, se su questo punto essenziale Fulcanelli ha taciuto, pare che Philalethe abbia parlato chiarissimo, seppur nel modo tradizionale: si può ‘intuire’ facilmente di cosa si tratti, ma in questo caso basta abbassarsi a leggere e studiare. Senza paraocchi, senza pre-giudizi. Con Joie.

Paradiso_Canto_31

ma già volgeva il mio disio e il velle,
sì come rota ch’ugualmente è mossa,
l’Amor che move il sole e l’altre stelle.

[Dante, Paradiso, Canto XXXIII, vv. 143-5]

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 2

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Sunday, April 17, 2016 by Captain NEMO

Therefore, In the Beginning God created the Heaven and the Earth, and the Earth was void and empty, and Darkness were upon the face of the Deep; and the Spirit of the Lord was carried upon the face of the Waters, and God said, Let there be Light, and there was Light. These words are sufficient for a Son of Art, for the Heaven ought to be conjoined with the Earth upon the bed of Friendship and Love: so shall he honourably Reign all his Life.“.

Perciò, All’Inizio Dio creò il Cielo e la Terra, e la Terra era vuota e cava, e le Tenebre erano sopra il volto dell’Abisso; e lo Spirito del Signore era portato sopra il volto delle Acque, e Dio disse, Che sia Luce, e vi fu Luce. Queste parole sono sufficienti per un Figlio dell’Arte, poiché il Cielo deve essere congiunto con la Terra sul letto dell’Amicizia e dell’Amore: così egli Regnerà onorevolmente per tutta la sua Vita.“.

Bene, bene: apprendiamo così che ‘nel Principio’ Cielo e Terra erano già stati creati; ma che Terra era vuota e cava, e che le Tenebre – l’oscurità, vale a dire la totale assenza di Luce – stavano sopra il volto dell’Abisso, del Profondo.

Qualche notula a questo proposito:

A) ‘nel Principio‘ non pare indicare esattamente un atto preciso di ‘partenza’; Canseliet in L’Alchimie expliquée sur ses textes classiques, Capitolo ‘La Matière prochaine et sa préparation‘ sottolinea che il Latino ‘In Principio‘ o il greco ‘ν ρχ‘ del Prologo del Vangelo di San Giovanni non debbano esser tradotti con ‘All’inizio‘ – che indica una temporalità – quanto come ‘Dans le Principe‘, ‘Nel Principio‘; uno ‘stare‘. Ove il Principio vale come ‘Origo‘, ‘Origine; nel contesto suggestivo utilizzato da Philalethe, l’osservazione di Canseliet vale tanto oro quanto pesa: la cosiddetta ‘Creazione’ di Cielo e Terra è già avvenuta, e risiede – dall’eternità – all’interno del Principio Creante. Provo a dirlo meglio: la Creazione di Cielo e Terra, che evidentemente non valgono qui come elementi filosofici, bensì come Entes originati e fondanti, è continuamente in atto, e risiede e agisce al’interno del Principio Creante. Chiamiamolo Verbo, chiamiamolo Logos … è qualcosa di ben preciso, e universale. Vale cioè come base materiale e spirituale per ogni atto creativo, al di fuori dello spazio e del tempo, i quali hanno valore soltanto locale, specifico dell’universo in manifestazione.

B) Tutti sappiamo che ‘la Terra era inane e vacua‘. Che cosa diamine può voler significare? ‘Inanis‘, oltre a ‘vuoto‘ significa ‘privo di mezzi‘, ‘esanime‘, ‘privo di vita‘, ‘mancante di‘, ‘vano‘; e pare provenire, in una variante, da ‘In-ac-nem‘, con il senso di ‘inetto a raggiungere un fine‘. E ‘vacuus‘, d’altro canto, indica ‘il vuoto‘ cioè qualcosa che non è occupato da alcuna materia. Paolo traduce l’inciso come ‘cava e vuota‘, quasi a fotografare quella Terra.

C) Oscurità, Tenebra stavano sul ‘volto‘ del Profondo; Canseliet – nella sua lectio dice ‘… et les ténèbres ètaient sur l’extérieur de l’abîme;‘. Parrebbe insomma di capire che quel ‘cavo’ di cui sopra fosse avvolto dalle Tenebre: come abbiamo visto, il ‘cavo mancava di vita’; l’assenza di Luce (quale?) è Oscurità, assenza di ‘vita’, intesa come vitalità e – credo molto importante per chi studia e pratica Alchimia – come capacità di vivificare.

D) Non è questo il luogo per approfondire il tema dell’apparire dell’Acqua; fiumi di inchiostro sono stati scritti in proposito. Il punto è che l’acqua pare non ‘creata’. Nel Genesi Acqua fa la sua apparizione come il locus sull’esterno del quale lo Spirito si muove. Ancora una volta si parla di ‘esterno’; ergo, è lapalissiano che esiste un ‘interno’. Acqua e Spirito sono dunque intimamente legati, interconnessi. Il soffio di Dio – Ruach – aleggia sull’Acqua. Paolo legge ‘…lo Spirito di Dio poggiava sull’orlo dell’acqua‘. Ancora una volta, una precisa fotografia; ‘orlo’ è ‘il margine’, ‘il confine’, che in Greco è ‘Ωρος’ – da cui il nostro ‘Orizzonte’, ‘Oriente’ – ma forse anche il Latino ‘os‘, ‘bocca’.

Una scuola di pensiero sostiene che Cielo e Terra siano derivati dalla separazione compiuta da Dio tra Acque superiori ed acque inferiori: il confine tra le due acque è chiamato ‘firmamento‘, vale a dire ciò che fornisce ‘stabilità‘. Il che significherebbe che quel Principio abbia come sostanza su cui agire … un’Acqua. Che non ha nulla a che fare con l’acqua cui siamo abituati: la sua morfologia, dovuta al Locus del Principio, è ineffabile. Il che non significa che non esista. Anzi.

Insomma, in quest’ottica, Cielo e Terra sono il risultato di una precedente Separatio delle Acque. Terra è però ‘inane e cava’, perché manca ancora il Principio vitale: lo Spirito, che in quanto ‘alitato’, ‘soffiato’, porta in evidenza l’Elemento classico dell’Aria. Finora, abbiamo così tre degli Elementi degli antichi: Acqua, Terra, Aria.

E) Ed eccoci al ‘Fiat Lux‘, che traduciamo sempre con ‘Che la luce sia‘. Eppure si tratta di Lux e non della luce che conosciamo. Lux non si vede, eppure causa l’effetto luminoso. Cardano e Grosseteste ne hanno parlato perfettamente: i loro testi sono indispensabili a chi voglia prima studiare di che si tratta e poi praticare in laboratorio (e di nuovo, ritornare sui testi). Tornando al testo del Genesi, nella lectio di Philalethe, si nota che al comando di Dio seguì Lux. Tutto è compiuto. Se nel racconto delle Scrittura ora appare la vita grazie all’azione extra-ordinaria di Lux (Lux produce istantaneamente lo spazio, che è ‘pieno’ della sua sostanza invisibile), per ‘un figlio dell’Arte‘ – come dice Philalethe – l’insegnamento è completo: Lux – forse ‘agendo’ assieme allo Spirito poggiato sul confine dell’acqua, forse su quel ‘firmamento’?) – è Fuoco. Le quattro Qualitas ora hanno “vita” (meglio “vis”?) nella Quantitas.

F) Così, il Cielo (‘ciò che è celato‘, perché sono le Acque superiori, separate dalle inferiori – le nostre – dal ‘firmamento’, ciò che ‘stabilizza’) va unito alla Terra, cava e vuota, ma ora ‘viva’, fecondata da Lux. L’unione è compiuta sul letto dell’Amicizia e dell’Amore. Amicizia e Amore, merce rarissima nel nostro povero mondo che ‘veste’ questi termini, ignorandone completamente l’essenza e la funzione. Che cosa ha voluto dire l’Adepto Britannico con questi due termini? Non ne bastava uno?

Per oggi mi fermo qui, a riflettere: il Chaos di cui parla Philalethe è ben chiaro, ben ‘illuminato’, a testimonianza della raccomandazione di d’Espagnet: pochi libri, ma buoni. E studiare, e poi pedalare in laboratorio. Avanti ed indietro.

Il Chaos è legato ad una cosa che è ‘acqua’: il risultato felice di chi riuscisse a risalire al Chaos originario, per gradi, e poi lavorarlo alchemicamente secondo le leggi di Madre Natura è ovviamente un’acqua che – qui – è secca e che – come è noto – non bagna le mani. Acqua divina.

Mentre contemplo la bellezza dell’Arte e delle sue semplici, poche, leggi, mi sento di consigliare a latere la lettura ponderata delle due opere di d’Espagnet, bellissime; due trattati di Fisica della Natura che ben si sposano con l’opera preziosa di Philalethe. Ci vorrà tempo, perché lo studio richiede sacrificio non facile. Ma la melodia dell’Alchimia permea in profondità il testo, e investe l’anima.

Non la mente, il nostro cuore.

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 1

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , on Tuesday, April 12, 2016 by Captain NEMO

The Chaos of the Sophi.

“Let the Son of the Philosophers hearken to the Sophi unanimously concluding, that this Work is to be likened to the Creation of the Universe.”.

Il Chaos dei Sapienti

“Che il Figlio dei Filosofi presti attenzione ai Sapienti che concludono unanimemente, che quest’Opera è da paragonarsi alla Creazione dell’Universo.”.

L’eterno dibattito  tra creazionisti ed evoluzionisti, con il consueto, noioso, scontro di pensiero tra Scienza e Religione trova in questa frase semplice e pulita, la prova della sua innata inutilità, della protervia dei Balanzoni vari, siano essi dotti, ignoranti, santi, saggi o ignavi.

Due note:

A) ‘Hearken‘ (oggi sintetizzato in ‘Harken‘) significa ‘prestare attenzione‘, ‘dare ascolto‘: il senso antico viene dall’Old English ‘heorcnian‘, il drizzar le orecchie dei segugi quando il cacciatore ‘abbaia’ ai cani perché ritrovino la pista perduta.

B) ‘likened‘ indica il nostro ‘paragone‘ e proviene dall’Old English ‘gelik‘, a sua volta originato dall’Old Saxon ‘gilik‘ (‘ga-‘ = ‘con‘ + ‘*lik‘ = ‘corpo, forma‘); in Latino è il nostro ‘conforme‘, che racchiude il senso originario legato alla ‘forma‘.

Da qui, per chi fosse interessato a meglio prepararsi tanto nello studio&ricerca come nella pratica indispensabile, l’avvertimento di Philalethe è inequivocabile: l’Opera Alchemica non è la Creazione di un Universo, bensì una serie di operazioni che utilizzano la medesima ‘forma‘ con cui ogni cosa entra in manifestazione. Il fatto che questa frase così precisa, diremmo noi ‘scientifica‘, venga posta come incipit del Capitolo V dell’Introitus costituisce il punto di repere per la esatta comprensione di cosa sia/possa essere Alchimia; e – soprattutto – di qual fatta debba essere l’attitudine dell’Artista veritiero. Non c’è trucco, né inganno: Philalethe – mentre offre un sontuoso argomento (la ‘Creazione dell’Universo’) a chi cerca belle parole che si usano nei salotti buoni – parla ammiccando di una ‘forma‘, di un ‘corpo‘ che è alla base di quel sontuoso argomento; il ‘conforme‘ non è soltanto ‘simile‘ (e potrebbe non esserlo in taluni stati, Hahnemann lo aveva ben percepito), bensì è della medesima appartenenza della sostanza che caratterizza l’entrata in manifestazione della Materia; in termini più vicini a noi e meglio – con buona pace dei punti di singolarità ed altre amenità della Fisica di oggi, che tenta di scalare la propria immagine riflessa in uno specchio con i ramponi –  si parla delle ‘forme’, dei ‘corpi‘ con cui Materia Pura si ‘addensa’ in Manifestazione, sotto forma di Materia Combinata (si veda il modello offerto da Pannaria e Severi). Ripeto: l’alchimista non creauniversi‘, ma ne studia l’origine attraverso la ‘forma‘ utilizzata da Madre Natura, ne indaga la funzione, ne ipotizza la modalità di azione ed elabora un protocollo sperimentale – fatto di operazioni semplici e ‘basiche’ – che dovrà sottoporre alla propria, privata, verifica sperimentale. Paolo Lucarelli lo sottolineò immediatamente, e la sua nota 12 (Opere, Ed. Mediterranee, 2001 – p. 35) è esemplare: “Il Filosofo ermetico … avrebbe nelle sue mani il mondo delle cause, degli Archetipi e potrebbe perciò esercitare la sua curiosità in una vera e propria metafisica sperimentale.“.

Temo che pochi, molto pochi, si domandino perché abbia voluto usare il tempo condizionale; temo che ancora meno che pochi abbiano l’onestà intellettuale di Paolo per rispondere a tal domanda, senza contare – per sovrappiù – l’umile capacità di accettare il senso positivo, allegro e felice della curiositas, che forma i bimbi e i Bambi. D’altro canto, il carattere della Scienza e dell’Arte è proprio la curiosità fine, intemerata e sorridente, non altre cianfrusaglie che oscurano la bellezza della Queste.

Philalethe Reveal’d

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Saturday, December 12, 2015 by Captain NEMO

C’è voluto un po’ di tempo per concludere il lavoro di creazione degli Indici per l’edizione Hardcover a Colori, ma per chi sceglie l’autopubblicazione è una cosa che fa parte del gioco.

Ecco dunque finalmente completata la pubblicazione dei due Volumi Hardcover a Colori, in lingua Inglese. Questa è la copertina del Volume 2:

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Chi fosse interessato potrà acquistare il Volume 2 OnLine sul sito di Lulu, qui.

Mentre  il Volume 1 (768 pagine, con un ricco corredo di immagini, tra cui alcune poco conosciute) è dedicato all’analisi critica ed al confronto delle tre prime edizioni del trattato di Eireneo Philalethe (Secrets Reveal’d in Inglese – 1669, Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium in Latino – 1667, L’Entrée Ouverte au Palais Fermé du Roi in Francese – 1672) – cui è annesso un Capitolo sulla Filosofia Naturale, il Volume 2 (750 pagine, con un numero maggiore di immagini, che riteniamo interessanti) ha un taglio diverso: nel corso delle ricerche condotte sull’origine del Secrets Reveal’d in Inglese – che sia io che Fra’ Cercone consideriamo l’edizione più fedele dell’opera di Philaethe – ci siamo via via imbattuti in uno scenario storico straordinario, in cui l’Alchimia tradizionale e non è stata l’indiscussa protagonista di un ultimo, possente tentativo per donare all’umanità una visione ‘scientifica’ esatta dell’ordine Naturale e delle leggi della Creazione, ancora oggi sconosciute tanto alla Fisica che  – probabilmente – a chi si interessa alla pratica alchemica. Il secolo XVII ha visto alcune tra le maggiori figure alchemiche (Seton, Sendivogius, Basilio Valentino, Maier, Eugenius Philalethe e molti altri), infiammate dal Furor Rosacrociano, percorrere l’Europa dilaniata dallla sanguinosa Guerra dei Trent’Anni nel tentativo di condividere e diffondere la Dottrina alchemica come strumento di vera Conoscenza, sia a livello teorico/filosofico che sperimentale. Nel bel mezzo di un confronto religioso drammatico che spaccherà l’Europa, in una condizione sociale, politica ed economica estremamente precaria, la fioritura di trattati alchemici è impressionante. L’Alchimia è studiata e praticata ovunque: si cerca la Pietra Flosofale, ma vi sono moltissime opere che parlano, più o meno velatamente di altre mete, di altre opportunità, celate.

Un gruppo di learned men, capeggiati da Samuel Hartlib, costituirà un incredibile e capillare network informativo internazionale e raccoglierà, nel tempo, una mole enorme di manoscritti, di inventions e scoperte, con lo scopo manifesto di fondare un nuovo modello di Società, basato sulla Prisca Sapientia. Il giovane John Wintrhop Jr. verrà conivolto – più o meno consapevolmente – in questo progetto ambizioso che lo vedrà diventare – sul piano pubblico – uno dei primo Founding Fathers dei futuri Stati Uniti, come primo Governatore del Connecticut; sul piano personale, diventerà uno dei maggiori alchimisti di ogni tempo.

Poi, il sogno di farsi guidare da Madre Natura si infrangerà contro gli interessi di chi, al contrario, vede l’opportunità dello sfruttamento della Natura e di una economia basata dull’industria e sulla futura tecnologia. L’uomo abbandonerà la Filosofia Naturale, vera scienza, e svilupperà l’illusione di una conoscenza paradigmatica e dogmatica, che chiamerà – con deliziosa ironia – ‘metodo scientifico‘. Pochi, pochissimi, resteranno fedeli al sogno. Uno di questi sarà Eireneo Philalethe che affiderà al tempo un trattato alchemico di grandissimo valore.

I capitoli del Volume 2 sono questi: The Alchemical Context, The Elias Artista’ century, The Rosicrucian Forerunners, Four Men under the Lens, e Alchemical Lab & Chemical Lab: two worlds apart; concludono il Volume 19 Appendici dedicate ad alcuni documenti e nostre ipotesi legati alla incredibile storia del Secrets Reveal’d, e una Bibliografia completa delle opere cui facciamo riferimento in questo volume.

Philalethe Reveal’d è nato dallo studio dell’Introitus Apertus tradotto e commentato da Paolo Lucarelli, pubblicato nel 2001 dalle Edizioni Mediterranee; Paolo scelse come opera di riferimento l’edizione di Modena del 1695, in Latino. Studiandola con attenzione ci siamo resi conto – ancora una volta – che le note da lui accluse alla traduzione erano magistrali, ma anche suggestive, affascinanti. Ed è anche per questo che decidemmo – ormai otto anni fa – di proporre il nostro studio in Inglese nella speranza di far conoscere anche all’estero il nome e l’opera straordinaria di Paolo Lucarelli.

Il nostro libro non ha alcuno scopo, né pretesa, se non quello di tentare di fornire uno strumento che ci auguriamo possa essere utile a chi fosse davvero interessato all’Alchimia del XVII secolo ed allo studio del testo di Philalethe. Niente di più, niente di meno.

Come detto in altro Post, oggi io e Fra’ Cercone presenteremo Philalethe Reveal’d a Roma.

Presto, inoltre, completeremo l’Edizione in Bianco&Nero (Paperback, più economica), pubblicando a breve il Volume 2 ed il Volune 3 (il contenuto è naturalmente identico all’edizione a Colori, ma con una paginazione diversa per motivi legati al tipo di rilegatura da parte di Lulu).

La Grande Opera Alchemica

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Sunday, November 29, 2015 by Captain NEMO

Chi fosse in cerca del non cercato non potrà che apprezzare  – ancora una volta – la mano gratiosa offerta da parte di Gratianus nel suo ultimo libro. Lo stile è quello consueto, quello dei libri precedenti: tono asciutto, molto dolce, pacato, deciso.

La Grande Opera Alchemica

Questa volta Gratianus dirige lo sguardo del lettore verso alcuni scritti di Basilio Valentino, Filalete, Santinelli, Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli, allo scopo di illuminare alcuni passaggi operativi – peraltro, tutti i passaggi operativi, quanto meno quelli ‘permessi’ – che caratterizzano la pratica della Grande Opera in laboratorio. Questi Capitoli preziosi non vanno letti in fretta: pur presentando brani ben conosciuti a chi studia Alchimia, trovo che vi siano alcune sottolineature da parte di Gratianus ancor più marcate rispetto alle sue opere precedenti. Oltre ai moniti dovuti, alle precisazioni su trappole in cui molti ancora cadono, sia in ambito puramente speculativo che pratico, vi sono numerosi Signa che meritano riflessione da parte di chi studia e di chi pratica. E che meritano senza dubbio ringraziamenti. Naturalmente, non è facilissimo coglierli nella loro essenzialità, e molti – more solito – penseranno che Gratianus abbia ripetuto quel che aveva già donato in precedenza. Ma non è così. Se dovessi sintetizzare, direi che le sorprese non finiscono mai.

Le note sui passi degli autori prescelti sono precedute da alcuni capitoli di Alchimia e Filosofia Naturale dedicati a chi desidera studiare con profitto Alchimia: com ho detto, lo stile di Gratianus concentra il lettore sulle fondamenta dell’Arte Sacra, cercando di evitare al lettore lo smarrimento sempre provocato dall’enorme apparato allegorico che ‘veste’ da secoli Achimia. Anche questa, considerati i tempi in cui viviamo, non è cosa da trascurare, ma da approfondire ancor di più da parte del lettre onesto.

Mi piace sottolineare qui l’aggettivo – espresso credo per la prima volta ‘in chiaro’ – con cui Gratianus ha descritto la ‘discesa dal monte‘: “la dissennata discesa dal monte“. Sono certo che molti, plaudendo nei consueto salotti dotti, continueranno a far orecchie da mercante, esibendo ‘distinguo‘ e ‘subtiliora considerationes‘. Ma sono problemi loro. Resta, chiaro, l’avviso: il Mercurio Comune ha origine Divina e come tale deve indurre l’artista fortunato (benvoluto?) che lo invita nel proprio Laboratorio non soltanto a non portarlo poi nel mondo della specificazione, ma a preparare al meglio le condizioni indispensabili per la sua – eventuale – comparsa: una tra queste è la propria personale purificatio.

Tra i tanti brani proposti da Gratianus scelgo – fior da Fiore, un po’ come Daniele nella fossa dei leoni – un passo su Basilio Valentino:

La terza Chiave, ovvero il Combattimento delle due Nature nate dal dragone, ci mostra in primo piano il drago fornito di arti aguzzi ed ali membranose, con lunghi denti e coda, mentre sullo sfondo una volpe in corsa tiene tra le fauci un gallo, e un secondo gallo la becca con ferocia standole sulla schiena. E’ evidente che  la volpe divorerà il gallo, ma che sarà a sua volta  divorata dal gallo.

3me Clef

Un po’ più avanti Gratianus riporta un’altra nota di Paolo Lucarelli, ben nota:

Quando Fulcanelli scrive del gallo e della volpe, il Maestro [ i.e., Paolo] non perde l’occasione di chiarire ulteriormente il processo dell’Opera ermetica: ‘Il gallo è il mercurio già chiamato dissolvente, mercurio comune, acqua che sgorga dal soggetto iniziale, fonte che scaturisce  dalla roccia, acqua divina degli antichi, etc. … Come si vede, lo conferma Filalete, tutto il problema, il segreto, consiste nell’acqua, nel far sgorgare la sorgente dalla fontana. Voglio ancora far notare che , se l’acqua contiene in sé tutto, si può immaginare che le sue applicazioni possano andareben al di là della Pietra Filosofale, per quanto questo risultato possa sembrare attraente’.”

In questo breve parallelismo vorrei mostrare quanto sia amorevole la volontà dei due Maestri di aiutare l’Artista nei suoi lavori: la cura nella scelta delle parole, dei tempi, del fraseggio è evidente; la logica è il vero nemico di chi intenda cimentarsi con l’Arte Sacra.

Last, but not least, il libro si chiude con il brano sullo studiolo di Isabella d’Este, con gli affreschi straordinari del Parmigianino a Fontanellato: bellissimo e ugualmente prezioso. Al lettore è lasciato l’onere della contestualizzazione nell’operatività alchemica.

Una sola critica mi permetto: un gran peccato che le immagini scelte da Gratianus siano state rese in modo così scialbo e confuso.

A presto, Gratianus; e … grazie!

In memoria di Paolo Lucarelli

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Tuesday, October 6, 2015 by Captain NEMO

Alcuni allievi ed amici di Paolo Lucarelli hanno scritto quattro Libri per ricordarne la preziosa opera di alchimista e studioso dell’Arte Sacra.

CopertineGiovedì 22 Ottobre – alle 17.30 a Milano, presso lo Spazio Eventi US49 – Via Ettore Ponti, 49 – si terrà la presentazione delle quattro opere:

GratianusLa Grande Opera Alchemica, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

MarwanIl Risveglio di Ermete, Marcelin Berthelot e le origini dell’alchimia, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

Daniele RuinettiAlchimia e Cabala: la Maravigliosa visione del riminese Pacifico Stivivi, Un cammino francescano, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

Captain NEMO e Fra’ CerconePhilalethe Reveal’d. The Masterpiece of an English Adept, Nautilus Editions & Alla Via Jacobea Editions, 2015

Saranno presenti gli autori.

Inoltre, il 29 Ottobre i quattro libri verranno presentati ad Asti, alle 20.30, presso il Centro Sociologico Italiano (CSI) – sede di Asti, Via Verdi 34; saranno presenti Marwan e Gratianus.

Poichè nel corso del 2015 e del 2016 si terranno altre presentazioni dedicate alle quattro opere, presto sarà disponibile una pagina separata (non un Post) con il Calendario degli eventi che verrà di volta in volta aggiornato.

Vi aspettiamo!

Captain NEMO

Paolo…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Monday, July 13, 2015 by Captain NEMO

Dieci anni fa, in queste ore, sei tornato a Casa.

Hai lasciato molte cose qui, e molti conoscenti. Pochissimi veri amici, fedeli compagni della stessa Queste che hai intrapreso. Hai aperto la Via come nessuno aveva fatto. Ancora meno che pochissimi si sono davvero accorti di quale rivoluzione hai portato lungo il Sacro cammino della Belle Dame sans Merci.

Mi manchi, molto. Ma ti sento, sempre.

Grazie per tutto quel che hai voluto regalare ai poveri Foux di questo mondo profondamente malato. Spero di riabbracciarti presto, così come abbiamo fatto quella magica notte in cui mi hai indicato la Via del Fuoco, quella antica e solitaria.

Se arriverò all’appuntamento…dipenderà da me, e dalla ‘manina dal Cielo‘.
Con grande Amore, e riconoscenza. Profonda.

Captain NEMO

Una precisazione…sulla segnalazione!

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , on Monday, December 8, 2014 by Captain NEMO

Il Thread sul Boleus Armenus Rubeus (qui) si è arricchito di molte note, segno che – naturalmente – l’identificazione della Materia è una delle prime ‘cacce al tesoro’ in cui lo studioso d’Alchimia deve impegnarsi. Sul tema si sono scritti fiumi d’inchiostro, per secoli.
Per chiarire la mia posizione, e le mie precedenti osservazioni, debbo ricordare che il solco della Tradizione antica percorso da Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli è piuttosto chiaro in proposito; se i loro testi vengono studiati con cura è evidente che la Materia benedetta non è certo l’argilla; poiché forse il riferimento a L’Arte del Vasaio potrebbe far generare l’equivoco a proposito della ipotetica parentela dell’argilla con il Bolus Armenus Rubeus, val la pena di rileggere – ancora una volta – la citazione su Cipriano Piccolpasso fatta da Fulcanelli ne Il Mistero delle Cattedrali (p. 296-7, 2005):

La Sibilla, interrogata su cosa fosse un Filosofo, rispose: ‘Colui che sa fare il vetro’. Dedicatevi a farlo secondo la nostra Arte, senza tener troppo conto dei procedimenti di vetreria. Il mestiere del vasaio sarà più istruttivo; guardate le tavole del Piccolpassi, ne troverete una che rappresenta una colomba le cui zampe sono attaccate ad una pietra. Non dovete, secondo l’eccellente parere di Tollius, cercare e trovare il Magistero in una cosa volatile? Ma se non possedete nessun vaso per trattenerla, come le impedirete di evaporare, di dissiparsi senza lasciare il minimo residuo? Perciò fate il vostro vaso, poi il vostro composto; sigillate con cura in modo che nessuno spirito ne possa esalare; scaldate il tutto secondo l’arte fino a completa calcinazione. Rimettete la porzione pura della polvere ottenuta nel vostro composto che sigillerete nello stesso vaso. Reiterate per la terza volta, e non ci ringraziate.“.

C. Piccolpasso - Li tre libri dell'Arte del Vasaio, 1548

C. Piccolpasso – Li tre libri dell’Arte del Vasaio, 1548

Una prima curiosità è che Fulcanelli ricorda che è importatne apprendere come fare il vetro (ma secondo l’Arte, quella alchemica); ed invece che rivolgersi ad un mastro vetraio, consiglia di rivolgere la propria attenzione ad una tavola di Piccolpasso, vasaio. Non si parla di materia prima, né di soggetto. Si sta parlando del Vaso, il quale serve per ‘trattenere’ quel volatile.

Il passo deve essere letto nel contesto preciso in cui l’ha inserito Fulcanelli: sta parlando del RERE RER RERE RER RERE RER presentato nella nicchia del Palazzo Lallemant. Dopo aver suggerito l’equivalenza del bizzarro termine RERE con REBIS, vale a dire ‘il composto dei Filosofi‘, ‘una materia doppia, umida e secca, amalgama d’oro e di mercurio filosofici‘, Fulcanelli suggerisce che RER è ‘il Vaso dei Filosofi‘: RER serve per cuocere – alchemicamente parlando – RERE.
Siamo, a parer mio, piuttosto avanti nei lavori; certo non all’inizio dell’Opera. La nota di Paolo Lucarelli a p. 297 va letta con molta attenzione, e – nonostante l’amorevole consiglio – è facile perdersi: si parla di ‘Mercurio Comune‘, ma il suo commento sul passo di Fulcanelli spiega che:

“...il vaso è il nostro mercurio o dissolvente, mentre il composto o mercurio preparato è il Rebis, detto anche amalgama dei Saggi. Otenuto da questo, con una prima cottura, lo zolfo o pietra del primo ordine, questa va ridissolta nel mercurio e cotta per altre due volte. Quindi, ancora una volta si affronta il problema della prodizione del mercurio comune, base indispensabile e strumento insostituibile di tutte le operazioni successive, senza il quale, come dice l’Adepto, ‘sarà impossibile ottenere il minimo risultato nell’Opera’.”.

Consiglio, poi, di aggiungere alle riflessioni di cui sopra la famosa notula di Canseliet a proposito di Piccolpasso: in Alchimie (p. 340, 1964) viene commentata l’altra immagine de L’Arte del Vasaio:

Sic_in_Sterili

C. Piccolpasso – Li tre libri dell’Arte del Vasaio, 1548

[Legenda tratta dall’Edizione originale di Piccolpasso: “Io vi ho posto, qui per scontro, nel fin di questa mia fatiga, la Terra di Durante, patria mia, la qual fo già edificata da Guglielmo Durante decano di Chieretere. Questa è bagniata da tre lati dal fiume Metauro. Di qui, non lontan un miglio, vedesi il Barco, circondato di mura at­torno attorno, pieno di diversi animali. Quivi fanno delicati vini, sa­poriti frutti; l’aria è assai temperata. Quivi, da dua bande, si estende un’amena pianura che da l’una ariva alla radice dell’Apenino et da l’altra si bagnia nel mare Adriatico.“]

Si deve ricordare che il Maître di Savignies dice chiaramente che il ‘cavalier‘ Piccolpasso è a suo dire un ‘cabalier‘, e che anche Canseliet – qui, come altrove – è molto ‘cavalier/cabalier‘: viene affermato, infatti, che

…sa matière première, par lui nommée aussi ballon de terre, qui nous précise ancore, dans sa notule marginale, ‘c’est a sçavoir, masse , moncel‘ que nous interprétons mon sel, cabalistiquement“.

Più tardi, in Deux Logis Alchimiques (p. 293, 1979; il più bel trattato di Canseliet, secondo me) – dopo aver ricordato ancora una volta il Filatterio (‘Sic in sterili‘) che adorna la tavola di Piccolpasso – Canseliet riporta le parole di Fulcanelli a proposito della Legenda in questione:

É l’albero che parla:
Metauro. Meta = limiti, confini
Auro = oro

Chiere Tere = che cerca la terra coltivabile”

La materia di quella terra è ‘la Terra di Durante‘; ma – temo – si sta parlando cabalisticamente. Si potrebbe accostare questa terra a quella di ‘Damasco‘, a quella ‘Damascena‘ di Gualdi. Ma lascio a chi lo desideri l’eventuale approfondimento…senza dimenticare, ma è meglio alla fine dello studio, l’ottimo Orthelius. E perché non Maier?

Michael Maier - Atalanta Fugiens, 1617

Michael Maier – Atalanta Fugiens, 1617

Si dovrebbe sempre ricordare che l’allegoria cela il senso di quanto i Maestri indicano con precisione, e che non è la lettera che conta: l’argilla del vasaio serve per far vasi e basta; ciò non ha impedito, per secoli, che molti abbiano impiegato l’argilla tout-court come soggetto dei lavori dell’Opera. Ma questo l’ho già ricordato. Mi auguro dunque di aver meglio chiarito il mio pensiero sul possibile motivo per il quale Fulcanelli, Canseliet e Lucarelli hanno segnalato l’eccellente lavoro di Piccolpassi, e che si cerchi e si segua il senso dei loro precisi e preziosi consigli, non la lettera. Fra l’altro, la lettura del trattato di Piccolpasso (meglio nell’edizione originale, italica), è molto divertente. Sempre tenendo bene a mente che – specie su questo soggetto – tutti fanno i ‘cavalieri‘, vale a dire i ‘cabaliers‘.

E che talvolta, nel Bosco, si deve procedere con…Piccol passo!

…may the Force be with you!

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, December 8, 2013 by Captain NEMO

Avviso ai Naviganti: questo post è lunghetto, per cui una buona tazza di English Tea o di Cioccolato fondente potrebbero ben accompagnarsi alla lettura.

“Che cosa s’intende per influsso dinamico, forza dinamica?

Noi sappiamo che la nostra terra con una forza misteriosa ed invisibile fa girare intorno a sé la luna in giorni 29 e qualche ora e che la luna, a sua volta, alternativamente, in ore stabilite, determina nei mari settentrionali il flusso e per ugual durata il riflusso (con qualche variazione a luna piena e a luna nuova). Vediamo questi fatti e ne siamo meravigliati, poiché i nostri sensi non percepiscono il perché questo avvenga. Evidentemente questi fenomeni non avvengono per mezzo di strumenti materiali, con disposizioni meccaniche come in opere umane. Così attorno a noi vediamo molti altri fenomeni, quali conseguenza dell’azione di un corpo su un altro, senza che sia riconoscibile coi sensi il rapporto tra causa ed effetto. Solamente l’uomo istruito, avvezzo ai confronti e all’astrazione, può formarsi un’idea astratta, che lo metta nella possibilità di allontanare nel pensiero e nella concezione di tali concetti tutto quanto è materia e meccanica. Egli chiama tali azioni dinamiche, virtuali; ossia avvengono per azione assoluta, specifica, pura (di un corpo su un altro). Per esempio la forza dinamica degli agenti patogeni sull’uomo sano, come la forza dinamica dei medicamenti sul principio vitale per guarire il malato, va concepita non in modo materiale o meccanico, ma come si concepisce la forza di una calamita quando attrae un pezzo di ferro posto ad essa vicino. Si vede che il pezzo di ferro viene attratto da un polo della calamita, ma non si vede come questo avvenga. Questa forza invisibile della calamita, per attrarre il pezzo di ferro, non adopera nessun aiuto meccanico o materiale, nessuno strumento, nessuna leva; essa attrae il ferro ed agisce su esso, o su un’asta di acciaio, anche comunicando in modo dinamico ossia in modo puramente immateriale, invisibile la propria energia – forza magnetica – pure invisibile (dinamica). L’asta di acciaio anche se non è toccata dalla calamita, anche ad una certa distanza da essa, diviene ugualmente magnetica e trasmette dinamicamente a sua volta ad altre aste di acciaio le stesse (proprietà) virtù magnetiche avute prima dalla calamita.” [S. Hahnemann, Organon dell’Arte del guarire]

Oggi, in tutta probabilità, questa descrizione da parte di Samuel Hahnemann del sistema delle forze verrebbe definita ingenua da un cultore della scienza: e costui avrebbe certamente ragione se volesse spiegare come la scienza di oggi analizza quel particolare sistema proposto dal padre fondatore dell’Omeopatia. Eppure, avrebbe torto: la visione di Hahnemann è tanto coraggiosa quanto antica. È l’eterno problema della Fisica moderna, che si basa su ‘definizioni’ (una sorta di dogmi politically-correct): cosa è una Forza? Risposta: non lo sappiamo. Conosciamo, grazie a papà Newton e a qualche altro che scorazzava lungo i confini della Conoscenza, che essa sarebbe il prodotto tra la massa e l’accelerazione: nel senso che, se vediamo che un corpo di una certa massa aumenta l’accelerazione, ne deduciamo che su di esso sta agendo qualcosa, che chiamiamo forza. Un qualcosa di cui ignoriamo tutto. Un Fisico un po’ più onesto di molti altri noiosi monoliti dell’ accademia disse:

“Se avessimo scoperto una legge fondamentale, che asserisce che la forza è uguale alla massa moltiplicata per l’accelerazione, ed in seguito definissimo la forza essere la massa moltiplicata per l’accelerazione, non avremmo scoperto nulla…

Per esempio, se dovessimo scegliere di dire che un oggetto lasciato a sé stesso mantiene la propria posizione e non si muove, allora – quando vediamo qualcosa che si muove – potremmo dire che ciò debba esser dovuto ad una ‘gorza‘ (nel testo: ‘gorce’, che è un gioco di parole su ‘force’ e ‘go’) – una gorza è il tasso di cambiamento di posizione. Ora abbiamo una nuova meravigliosa legge, tutto sta immobile eccetto quando una gorza agisce. Vedete, sarebbe analogo alla definizione di forza, ma non conterrebbe alcuna informazione. Il vero contenuto della Legge di Newton è questo: che si suppone che la forza abbia alcune proprietà indipendenti, oltre alla legge F=ma; ma le proprietà specifiche indipendenti che la forza possiede non vennero completamente descritte da Newton o da qualcun altro, e dunque la legge fisica F=ma è una legge incompleta.”[Feynman, Lecture on Physics, Vol I, Chap. 12]

Dunque, è certo – e sarebbe utile tenerlo sempre ben presente – che non sappiamo un bel nulla di nulla su cosa sia davvero ciò che definiamo forza, e tanto più nei suoi aspetti: meccanica, elettrica, magnetica, nucleare e via dicendo. Ne conosciamo solo gli effetti. Altra idea antica, ben nota: ma, se lo ricordi ad un fisico, ti tacciano subito subito di essere un pedante filosofo. Risponderei: perché, tu sei sicuro di star facendo Fisica?

Allora, torniamo allo scenario proposto da Hahnemann, il quale ci parla di dynamis, virtualità (da virtus, virtù), azioni assolute, specifiche e pure.

Questo scenario viene grossomodo rappresentato dalla Fisica con il concetto di Campo.

Il Campo è una quantità fisica che ha un valore definito in ogni punto dello spazio e del tempo. “Occupa spazio. Contiene energia. La sua presenza elimina il vuoto” [Sir John Archibald Wheeler]. Il Campo, secondo R. Feynman, ‘nasce‘ così: “A more adequate representation of the situation is to say that the existence of the particle [positive charge], in some sense, distorts, or creates (sic!) a “condition” in space, so that when we put the particle in it, it feels a force”.

Insomma, la sola esistenza di un corpo produce un campo, all’interno del quale agiscono le forze (o le gorze?): senza dimenticare che ignoriamo cosa sia la forza, non posso fare a meno di sorridere alla onestà intellettuale di Feynman (che amava suonare bongos ed era – pur fisico strictu sensu – uno spirito libero); si parla di esistenza, cioé del fatto misterioso in cui osserviamo un corpo entrare in manifestazione (ex-sistere), creazione di una condizione (da còndere: mettere assieme, costruire). Il corpo, dunque, all’istante dell’entrata in manifestazione, ‘crea’ un sistema grazie al quale la propria esistenza viene ‘sentita’ da altri corpi. Non mi pare una cosa da poco, ma piuttosto meravigliosa. È un dato di fatto, certo e indiscutibile, tanto dal filosofo che dal fisico. E’ cosa misteriosa assai, ma tant’è: stando qui, essendo noi stessi parte di questo sistema, non possiamo far altro che osservare; ma comprendere il nascosto è compito pressoché arduo. Ma qualcosa, cercando e cercando si potrebbe scoprire.

Si dovrebbe ricordare che un grande scrutatore delle cose nascoste, John Dee, scrisse una cosa strabiliante nel suo Propaedeumata Aphoristica (1588):

Si deve asserire che non sono [sono dotate di essere] soltanto le cose in atto visibili e note in natura: ma i sapienti possono insegnare anche quelle che sussistono nei recessi della natura in modo quasi seminale.

Tutto ciò che esiste in atto, emette sfericamente raggi, alle singole parti del mondo che riempiono [ciascuna] a proprio modo l’universo mondo. Quindi ogni luogo del mondo contiene i raggi di tutte le cose in esso esistenti in atto.”

Niente male, no?…poi Faraday, tre secoli dopo, scopre il Campo. Comunque, a ben leggere le pesantissime parole di Dee, ci sarebbero molte riflessioni da fare, anche per un alchimista. E, per continuare a sgomitolare il Fil Rouge partito da Hahnemann (il quale di certo non ignorava lo studio approfondito dell’Alchimia), credo giusto riportare uno dei Capitoli più famosi di Eirenæus Philalethe, molto istruttivo; è il Capitolo 4 del suo Secrets Reveal’d, che trascrivo nel suo Inglese del tempo (se si può, è sempre meglio leggere il testo originale, no?):

“Even as Steel is drawn to the Loadstone, and the Magnet doth of its own accord convert itself to the Chalybs, even so the Magnet of the Sophi draweth their Chalybs; therefore I have taught that the Chalybs is the Minera of Gold: In like manner our Magnet is the true Minera of our Chalybs. Furthermore, I declare that our Magnet hath an occult Centre abounding with Salt, which Salt, is the Menstruum in the Sphere of the Moon, which knows how to calcine Sol, this Centre doth convert it self to the Pole with an Archetick Appetite, in which the virtue of the Chalybs is exalted into Degrees. In the Pole is the the Hearth of , which is a true Fire (in which is the rest and quiet of his Lord) sailing through this great Sea, that it may arrive to both the Indies, and direct its course by the aspect of the North-Star, which our Magnet will cause to appear to thee. The Wiseman will rejoyce, but the Fool will disesteem these things, nor will he learn Wisdom, even though he behold the Central Pole turned outwards, marked with the notable Sign of the Omnipotent. They are so stiff-necked that though they will see even Signs and Miracles, yet will they not lay aside their Sophistications, nor enter the right Path.”

Calamita, Magnete, Chalybs, Virtù. Par di esser seduti allo stesso tavolo, gustando un Tè delle Indie; dice Philalethe: “…Dichiaro che questo Magnete possiede un Centro occulto abbondante di Sale…questo Centro converte di fatto sé stesso al Polo con un Appetito Archetico, nel quale la virtù del Chalybs viene esaltata per gradi“. L’ Appetìtus, dice Pianigiani, è la tendenza appassionata non guidata dalla ragione, un Ardente desiderio. E, se è Archetico, è forse più vicino all’antico Archeus, che sta molto, molto lontano nella scala della nostra manifestazione: noi, come il ferro ed altre amenità, siamo ben in basso, mentre lui è proprio in alto, molto vicino alla porta oscillante della Manifestazione. Non è archetipico, a mio avviso, ma primevo, il primus: insomma, il Magnete converte sé stesso (si ri-gira, come un guanto) con un Ardente desiderio d’Archeus (l’origine è identica per tutto e per tutti) nel Polo. Un Polo?…per avere un Polo, si deve avere il suo opposto. Tutto questo assomiglia – ma non è – al concetto di Carica; ma – ancora una volta – una Carica della Fisica è un oggetto ignoto: dice Feynman:

“Quali sono le forze a breve raggio?…È la gravità? La risposta è no. La gravità è decisamente troppo debole. Immaginiamo invece una forza simile alla gravità, che vari inversamente al quadrato della distanza, ma enormemente più grande e con una differenza sostanziale: mentre nel caso della gravità, tutte le cose si attraggono tra loro, immaginiamo che esistano due classi di “cose”, e che questa nuova forza (che è la forza elettrica, naturalmente) abbia la proprietà che gli uguali si respingono e i contrari si attraggono: l’entità che porta questa forte interazione si chiama carica.“.

Insomma, anche qui, non possiamo far altro che sospirare: una entità, vale a dire una “cosa” che vive il proprio stato di esistenza; di nuovo: se una cosa esiste (ex-sistere), se un corpo entra in Manifestazione assume un aspetto proprio, specifico, polare. Bianco e Nero, Yin e Yang. Il mondo della dualità: il nostro. La Trappola dorata.

Mastro Dee, cosa è maschio e cosa è femmina?

Cosa è dunque, poi, un Ermafrodito?…forse un Rebis?…e come fa una res-bina ad ex-sistere in Manifestazione?

And… please, some more Tea, Sir Eirenæus? E lui: “...Nel Polo è il Cuore del , (nel quale è il riposo e la quiete del suo Signore) che veleggia attraverso questo gran Mare, così che possa arrivare ad entrambe le Indie, e dirigi la sua rotta grazie all’aspetto della Stella-del-Nord, che il nostro Magnete farà in modo di farti apparire“.

Entra un uomo che sorride sotto i baffi, con gli occhialetti calati sulla punta del naso; guardando di sottecchi, annota:

“Il Magnete è l’antica magnesia (greco μγνης, magnes), che attira lo spirito dell’acciaio. È per l’azione di questi che dalla fontana degli innamorati della Dottrina sgorga l’acqua estremamente necesaria all’Opera, chiamata anche dissolvente universale o mercurio comune. Dom Belin (Le avventure del Filosofo Sconosciuto nella ricerca e invenzione della Pietra Filosofale…,Parigi, 1646) fa dire alla Natura: ‘…E’ la miniera dei miei saggi figli…prendi dell’acciaio ben raffinato e aprile le viscere…Ma senza acciaio ben raffinato e lavorato dalla mano di un buon Maestro, non pensare di venirne a capo. Questo minerale è la fontana nascosta: se tu lo apri col tuo acciaio, troverai dell’acqua. Quest’acqua è il mercurio dei Saggi filosofi.[Nota in Ireneo Filalete, Opere, Cap. IV, a cura di Paolo Lucarelli]

Philalethe sorride sornione all’udire ‘...dalla mano di un Maestro‘, ed io non posso che fare lo stesso pensando alle sottili, piccole differenze presenti nel testo citato da Paolo (testo molto bello, peraltro).

Questo ☿ è la forza forte di ogni forza. Punto.

Apro un libro arrivato da poco, L’Apprendista, l’arte di coltivare il Cielo; è l’ultima bellissima opera di Gratianus, e l’uomo che sorride sotto i baffi si rallegra, raggiante; leggo: “La fenice rappresenta le nostre materie che muoiono nel vaso tra le fiamme per poi risorgere purificate, e questa è l’interpretazione più banale, mentre l’allegoria più nascosta indica che la fenice è il fuoco che consuma, rigenera e dona la vita“. E ancora, a proposito di una operazione di distillazione conclusa felicemente: “Il risultato è di questo mondo e per questo mondo. Anche la spagiria minerale è di questo mondo e per questo mondo. Usare tecniche che sono l’allegoria di quelle dell’Arte regale non conduce ai risultati che avremo nell’alchimia tradizionale. La spagiria vegetale e minerale è estremamente efficace in questo mondo per contrastare l’insorgere della malattia e curare i traumi che colpiscono il corpo. L’Arte regale ha come obiettivo la fuga dal mondo, mentre l’arte spagirica ha quello di curare e possibilmente sanare i malanni di questo mondo.” [Gratianus, L’arte di coltivare il Cielo – L’apprendista, lo straordinario percorso iniziatico di un giovane alchimista tedesco dello Schwarzland nel XVII secolo, Ed. Mimesis]

Ecco fatto, Madre Natura amorevolmente cela il segreto. Velato. Svelato. Rivelato. L’eretico medico omeopata di Rue de Milan, l’enigmatico Philalethe, il sapiente Magus Royal, l’irriverente fisico onesto, e l’uomo che sorride sotto i baffi hanno salutato; e sul tavolo ci sono sei tazze. Alcuni di loro vivono altrove.

L’alchimista in cammino, innamorato, sente nel cuore il senso della felice solitudine, il distacco inevitabile, la passione per il porto delle Indie, quello unico ed antico: tutto è detto e scritto, ma leggere forse è facile, afferrare il salvagente nel mare in tempesta è più difficile. Il viaggio è lungo, molto lungo, e tocca scoprire di non aver proprio ben osservato Madre Natura, la quale sola compie cose mirabili, silenziosa. Scopro di essere andato un po’ troppo lontano dai sentieri battuti, e mi ritrovo spogliato di abiti inutili. Sempre con meno cose da avere, possedere. Guardo il mondo e Natura, e mi affido alla Provvidenza. Ma con una gran serenità. Non resta altro che lavorare, e chiedere il supporto indispensabile della mano che scende dal Cielo: è quella che anima la forza, quella stessa forza, o ‘gorza’ che muove l’universo mondo.

Curioso, se non addirittura ovvio, che per lasciare bene questo bel povero mondo, occorra proprio il soccorso della forza che lo anima, invisibile, ma agente. La domanda di questi tempi foschi è sempre quella: Cosa è la forza? Ma, credo, andrebbe meglio rimodulata: Chi è Forza?

Il che assomiglia tanto alla famosa domanda mai posta da Parsifal nella sua Queste du Graal: Chi serve il Graal? Chrétien de Troyes aveva detto che il mirabile oggetto era ‘toute sainte chose‘, una cosa tutta santa. I fisici sono arrivati a inserire nelle loro definizioni il termine “cosa“, proprio perché l’oggetto della ricerca dell’Anima del Mondo non può avere un nome di questo mondo. E’ una “cosa”; ma, dicono le leggende, una cosa ‘tutta santa‘.

È il Sacro.

Tra gli Chevaliers partiti per la madre di tutte le avventure, Sir Galahad assiste alla Missa Virginis, celebrata dal vescovo Josephus; al momento della Consacrazione, Galahad viene chiamato a dare un’occhiata dentro il Graal: “…ora mi viene rivelato quello che la lingua non può riferire né mente concepire. Ecco la fonte del valore che non ha paura; la sorgente dell’ardimento; qui vedo la meraviglia che supera ogni altra!“. Lo Chevalier si prostra davanti al Graal e muore, mentre il Graal scompare librandosi verso il cielo.

Pare una perfetta foto di un evento alchemico, dove – chissà perché – i termini usati sono sempre quelli: la fonte, la sorgente, l’ardimento. Qui, Galahad è l’alchimista al termine del suo lungo, periglioso, ma amatissimo viaggio verso la Forza.

È l’incontro con lo Spirito; ammonisce Gratianus:

“L’alchimia è caratterizzata dal tentativo dell’essere umano di mettersi in contatto con lo Spirito indifferenziato dell’universo. Non sono la preghiera, la meditazione delle laudi, la macerazione della carne, il digiuno e il cilicio che possono condurci allo Spirito indifferenziato! Entrare in contatto con Lui è qualcosa che non si può raccontare, non per invidia ma perché non esistono parole per descrivere l’incontro! Esiste però un altro problema, e questo è drammatico: spesso ci rifiutiamo di accettare la realtà dell’incontro con lo Spirito.”

L’essere umano, ben più complesso e lontano dalla semplicità di quella entità di cui si parlava sopra, tenta di mettersi in contatto con lo Spirito indifferenziato dell’universo: sono parole scolpite nella pietra, e certo Gratianus le ha ponderate una per una. Se siamo partiti da una forza specifica, dobbiamo arrivare ad una forza non specifica, non differenziata: quella è Forza. Quella è Graal. Ed è dell’universo: forse, è l’universo.

In questa prospettiva, pur semplicissima, ci appare l’enormità della meta che ci si prefigge nella Queste. Di certo, non si potrà arrivare a quest’incontro vestiti dei soliti vestiti con cui abitiamo il mondo: la ragione non abita da quelle parti. È il cambiamento, lento, progressivo, ineluttabile dell’alchimista. Si allontana, per scelta, dal mondo in cui continua a vivere. Non saprei come descrivere meglio. Forse per questo, e tanto più in un momento oscuro – tra i tanti – che vive la nostra civiltà, Alchimia si è allontanata, immersa, appartata. Continua ad esistere, naturalmente, ma lontana dalle arroganze umane che la vogliono per possesso e non più per abbandono e desiderio di Amore. Ma mi impongo di fermarmi qui.

Chi cerca, cammina.

Non so bene quel che accadrà, ma – appagato dalla joie che mi da la mia Queste privata – cammino nel silenzio della vita verso la sorgente, dove bisogna costruire la fontana: non posso che ringraziare Paolo e Gratianus, con tutto il cuore, per avermi indicato il cammino antico; e ricordo sorridendo la frase di un film molto amato: “…che la Forza sia con te“. Che è un po’ come il nostro “….che la Pace sia con te“, cui si rispondeva con grazia

et cum Spirito tuo“.

Segnalazione: Introduzione all’Alchimia operativa

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , on Saturday, May 25, 2013 by Captain NEMO

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Il vero problema è quello del risveglio dell’operatore…l’operatore non è sempre consapevole dei rischi cui va incontro durante questo percorso. Il destino è molto crudele. Colpisce sempre nel punto più debole. Comunque è anche detto che l’Alchimia o trova l’uomo pio, o lo fa e che la clemenza, virtù che l’uomo ha dimenticato, è esercitata da Dio. Nella prima opera si incontra il vero Maestro, che è lo Spirito Universale. Come e perché nessuno lo ha mai svelato. L’arcano della prima opera è quello più riservato per la sua elevata sacralità.

Giovedì prossimo – 30 Maggio – a Torino, alle ore 18.30, Gratianus presenterà il suo primo libro (Incontri con il Maestro), pubblicato nel 2000. Si tratta di un’opera bellissima, come sempre piena di amorevoli ‘suggerimenti’, e sono certo che la presentazione possa essere un’altra buona occasione per ascoltare Gratianus.

Per chi fosse interessato, ecco l’indirizzo:

Libreria Arethusa, Via Giolitti n° 18, Torino

Dimenticavo…passo il messaggio così come mi è arrivato da parte di Gratianus: ‘…senza dimenticare gli scritti successivi.

L’oratoire de ce bijou de la Renaissance…à ses débuts.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, May 15, 2013 by Captain NEMO

Primo: “Nell’oratorio di questo gioiello architettonico del Rinascimento nei suoi inizi, si nota, su uno dei compartimenti del soffitto, una sfera armillare che sembra posta nel seno di lunghe fiamme che si elevano da un focolare unico e gigantesco… Il fuoco che avviluppa così la sfera di Tolomeo, nella sua metà inferiore, ci appare al tempo stesso celeste e magnetico, poiché, privo di combustibile apparente, esso emana da un punto invisibile dell’Universo esterno.

Palazzo Lallemant, Cassone 5

Palazzo Lallemant, Cassone 5

Secondo: “Da ciascun lato sono due bambini, alati e paffuti, portatori dello stesso fluido giustiziere che quello di destra, che si apparenta ad uno degli angeli dell’Apocalisse, soffia e ravviva, al suono della sua tromba. Piccoli Eros, che incarnano anche il principio vitale e creatore, il cui arco infallibile, privo della sua corda staccata e incrociata a X con un filatterio, proclama, sul cassone vicino, che la loro funzione sovrana sarà sospesa per un tempo.

Palazzo Lallemant, Cassone 4

Palazzo Lallemant, Cassone 4

Palazzo Lallemant, Cassone 6

Palazzo Lallemant, Cassone 6

Palazzo Lallemant, Cassone 3

Palazzo Lallemant, Cassone 3

Terzo: “Grazie alle note del Maestro che ci restano…grazie a queste note, sappiamo che l’emisfero boreale subirà l’arrostimento, mentre l’altro sarà sottomesso all’inondazione. Di conseguenza, non potremmo comprendere che Jean Lallemant ci abbia mostrato il polo australe del Mondo esposto al braciere universale, se ignorassimo che egli volle tradurre in immagine la portata cabalistica del vocabolo topico in questo luogo. Questo non si applica affatto al doppio cataclisma in sé, come si potrebbe credere, ma alla causa che lo provoca e che costituisce la terribile convulsione geologica. In effetti, il bouleversement è il versement de la boule, esattamente il capovolgimento delle due estremità dell’asse o la capriola dei poli, dei quali l’uno prende bruscamente il posto dell’altro.

Quarto: “Nei due cassoni che seguono, l’Adepto espresse, con i punti di vista alchemico e ciclico, l’associazione dei due elementi antagonisti per un’azione simultanea: è ancora un angioletto, non meno grassoccio dei precedenti, che mantiene, al centro di un focolare irradiante come un sole, una conchiglia di San Giacomo, ricettacolo consacrato dell’acqua alchemica: poi un aspersorio, agganciato sotto una banderuola, che lascia cadere delle gocce enormi sulle fiamme identiche, sempre prodotte senza corpo di combustione.

Palazzo Lallemant, Cassone 2

Palazzo Lallemant, Cassone 2

Palazzo Lallemant, Cassone 1

Palazzo Lallemant, Cassone 1

Questi passi (e le belle immagini, di cui debbo ringraziare l’ami J.) sono tratti dalla seconda Prefazione di Eugéne Canseliet a Les Demeures Philosophales; e seguono dappresso altri famosi passi a proposito dello zolfo nero, l’oro filosofico di Philalethe e curiose note cabalistiche, che tralascio per non essere troppo lungo. Magari qualcuno, più volenteroso, le vorrà rileggere…

Ma un commento di Fulcanelli mi pare sottolinei meglio di che cosa si stia parlando:

Così, l’oro filosofico, tutto pieno di impurità,, avvolto da tenebre spesse, coperto di tristezza e di lutto, deve nondimeno essere considerato come la vera e unica prima materia dell’Opera, così come ne è la la vera e unica materia prima, il mercurio, da cui quest’oro invisibile, miserabile e sconosciuto ha preso la nascita. Questa distinzione, che non si è soliti fare, è di un’importanza capitale; essa facilita grandemente la comprensione dei testi e permette la risoluzione delle prime difficoltà.

Come si sa, Fulcanelli commentò brevemente solo diciassette dei trenta cassettoni del Palazzo Lallemant, soffermandosi su quelli che riteneva più interessanti; in questa Prefazione, Canseliet punta la sua attenzione – in modo quantomeno curioso – sui famosi angioletti, sempre indaffarati e giocosi. Il suo riferimento al terribile Bouleversement, ricordato da Fulcanelli in chiusura della sua seconda opera, è ben noto e Jean Laplace lo sottolineò a sua volta in seguito (ne ho parlato qui); ebbene, senza dimenticare le gravi considerazioni a proposito di quest’evento catastrofico che minaccia il nostro povero pianeta, credo che si possa tentare anche una lettura  – per così dire – più ‘disincantata‘. Naturalmente, il Major Grubert sorride sempre in questi casi e mi ricorda che Paolo Lucarelli spesso ripeteva quanto Canseliet amasse essere cabalistico. Lo sarà stato anche in questo caso?

Da parte mia non posso che sottoporvi la mia traduzione personale di questi passi, visto che quella italiana disponibile è piuttosto ‘freddina‘, se non talvolta imprecisa; certo, il ritmo del fraseggio così flamboyante del buon Maitre di Savignies si perde in italiano, ma ho preferito una traduzione piuttosto letterale. Di ‘poli‘, lo ricorderanno i Compagni di Viaggio, spesso ha parlato l’onestissimo e perfidissimo Philalethe; e la lettura calma di questa Préface – nell’originale francese – credo che sarà utile: Canseliet ricorda, infatti, che Les Demeures Philosophales si aprono con in frontespizio ‘La Salamandre de Lisieux‘ e si chiudono con il ‘Sundial di Holyrood Palace‘ in quarta di copertina (nell’edizione originale del 1930), a significare l’evoluzione ‘…della stessa sostanza, il cui studio approfondito… è l’espressione meticolosa della pena enorme che essa inflisse al nostro Maestro per la sua invention, degli sforzi inauditi che essa gli aveva richiesto per la sua perfetta preparazione‘. E’ da ricordare che questa Prefazione porta la data del Febbraio 1958. Ma, secondo il Major Grubert, ‘…a date is a date‘, vale a dire che ‘…una data è un appuntamento‘!

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, April 22, 2013 by Captain NEMO

Per chi fosse interessato, segnalo che a partire dal 4 Maggio si terranno a Roma quattro incontri introduttivi su Fisica & Alchimia; il periodo storico di riferimento va dal Cinquecento al Novecento. Gli Incontri programmati per Sabato avranno una durata di circa due ore e mezza, mentre quelli per Domenica dureranno circa tre ore.

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA -Roma

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA -Roma

Questi primi quattro Incontri saranno l’occasione per un rapido ‘volo d’angelo‘ sulla storia dell’indagine Naturale da parte dei maggiori personaggi che ci hanno lasciato testimonianze di opere, teorie e proposte. Fisica e Alchimia non erano due realtà così precisamente distinte, per metodo e scopi, così come lo sono al giorno d’oggi. E’ alla fine del Seicento, come è noto, che si consuma la Grande Separazione: il meraviglioso e l’immaginazione da una parte, e il positivismo e il razionalismo dall’altra. E poichè ci sembra che una delle cause del disagio di oggi sia proprio quella Separazione, il nostro vuole essere un semplice tentativo – con uno spirito quasi omeopatico – per raccontare quel che è successo: magari qulacuno potrà decidere di ritrovare le radici di una ricerca personale, individuale, privata, chissà…

Il programma (di massima) degli Incontri è il seguente:

Il Cinquecento

La visione unica del mondo antico.
Jabir, Artephius, Arnaldo da Villanova, Bernardo Trevisano, Raimondo Lullo, Roberto Grossatesta, Nicholas Flamel, Pietro Bono da Ferrara, Ruggero Bacone, Cipriano Piccolpassi, il monaco Ferrarius, Lacinius, Johannes Pontanus, Nicolas Valois.
Le Arti: Palestrina, Monteverdi, Josquin Des Prez, Vermeer, Van Dick, Botticelli, Lotto.
Paracelso: La rivoluzione della visione medica
Cardano: La rivoluzione della visione meccanica
Brahe, Copernico, Galilei, Campanella, Bruno: La rivoluzione della visione cosmologica.
John Dee: Propedeumata, Monade Geroglifica.
Salomon Trismosin.
Il mistero di Basilio Valentino.

Il Seicento

Le Grand Siècle: l’eredità scomoda di Paracelso.
Movimento Rosacroce.
Riforma e Controriforma.
La colonizzazione del nuovo mondo.
La Guerra dei Trent’Anni.
I transfughi protestanti: Samuel Hartlib. I libertini francesi. La Regina Cristina di Svezia a Roma.
The Invisible College. La Royal Society e la nascita delle Accademie: Accademia dei Lincei, Académie de France , Accademia di Berlino, Accademia di Mosca.
Lambsprink.
Germania: Kassel, Landgravio Moritz, Von Suchten.
Eglin: Protestanti contro Gesuiti.
Michael Mayer, Francis Bacon, Sendivogius, Jean d’Espagnet, Robert Fludd, Eireneus Philalethe, J.B. Van Helmont, Robert Boyle, Isaac Newton, Gottfried Leibnitz.

Il Settecento e l’Ottocento
L’immersione dell’Alchimia.
La nascita dell’Illuminismo.
Nascita della Massoneria.
L’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert: la ragione come unico strumento d’indagine.
Federico Gualdi e il Principe di Hultazob, Raimondo di Sangro Principe di San Severo, Cyliani, Cambriel, Les Récréations Hermétiques, Amedeo Avogadro, M.E. Chevreul, Michael Faraday, James C. Maxwell.

Il Novecento
Fulcanelli, Pierre Curie, Nikolas Tesla, Guglielmo Marconi, Thomas Edison.
Werner Heisenberg, Ettore Majorana, Albert Einstein, Enrico Fermi: la nascita della Fisica Atomica.
Il Progetto Manhattan: la nascita della Fisica Nucleare; Hiroshima e Nagasaki.
Wolfgang Pauli, Niels Bohr, Satyendra Bose, Paul Dirac.
Carl G. Jung: la nascita della Psicoanalisi.
Elémire Zolla, Francesco Severi, Francesco Pannaria.
Henry Coton-Alvart, Eugéne Canseliet, Paolo Lucarelli.

Se, come speriamo, questa iniziativa riscuoterà una buona accoglienza…si pensa di preparare per l’Autunno-Inverno una serie di Seminari più specifici (e ben più numerosi) per approfondire meglio i contenuti che lo meriteranno.

Se son rose…fioriranno!

Paolo Lucarelli – Scritti Alchemici e Massonici

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , on Thursday, February 7, 2013 by Captain NEMO

Molti sapranno che Gratianus ha curato una raccolta di scritti di Paolo Lucarelli, edito dalla Mimesis (qui), molto articolata e interessante; chi studia Alchimia potrà rendersi conto così del percorso filosofico ed operativo di un grande alchimista italiano. Gli scritti coprono un periodo di oltre venticinque anni e costituiscono, a mio avviso, una rara e preziosa testimonianza di come un uomo sinceramente innamorato, appassionato, fedele, estremamente caritatevole e ancorato all’operatività manuale abbia potuto raggiungere la meta segreta ed agognata. Il libro è così ricco di stimoli e cultura alchemica che presto proporrò alcuni spunti che meritano qualche riflessione e cambio di passo, tanto da parte del neofita che del pellegrino che è già avanti nel cammino verso Casa.

In quest’ottica, dunque, ho il piacere di segnalare la presentazione del libro da parte di Gratianus, che avrà luogo a Roma Domenica 17 Marzo alle 17.30 presso l’Associazione MitreoIside (qui maggiori informazioni per raggiungere il posto); ecco la Locandina:

Locandina di presentazione del libro

Locandina di presentazione del libro

Sarà un’occasione per incontrare Gratianus e per parlare un po’ d’Alchimia.

Non so se il Maggiore Grubert presenzierà o meno, ma certamente sia Captain NEMO che Fra’ Cercone saranno presenti…!

Segnalazione…last minute!

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , on Thursday, November 29, 2012 by Captain NEMO

Per chi volesse godere di un’utile opportunità di approfondimento, segnalo un incontro a Torino previsto per Sabato prossimo, 1 Dicembre, a partire dalle ore 17.30; verrà presentato il libro ‘Scritti Alchemici e Massonici di Paolo Lucarelli‘, edito per la Mimesis editrice, e curato da Gratianus. Questa è la locandina:

Lucarelli_Gratianus_Torino

Oltre all’opportunità di apprezzare l’importanza di questa raccolta di scritti di Lucarelli, chi potrà recarsi a Torino avrà anche occasione di conoscere meglio Gratianus ed il suo pensiero. Di questi tempi, è davvero una bella occasione…

Del libro, appena ne avrò terminata la lettura, ne parleremo tra breve…

 

L’Oro spirituale di Philalethe…una densitas sorprendente, ma sufficiente.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, November 14, 2012 by Captain NEMO

La Fons Chemicae Philosophiae di Eireneo Philalethe è spesso trascurata; chissà perché. Eppure è un testo ricchissimo e degno di essere studiato con la massima cura, parola per parola. L’Adepto va in effetti alla radice, alla fonte di tutta la Filosofia Naturale; e compie un’operazione di spiegazione minuziosamente onesta e veritiera. Tra i tanti passaggi che meriterebbero, da soli, una conferenza, ne ho scelto uno che mi ha colpito molto, e che meriterebbe  – seriamente – una piccola rivoluzione.

Infatti il Mercurio è lo sperma dei metalli, che la Natura ha formato in metallo nelle vene della terra con estrema sagacia, e non gli manca nulla se non la pura digestione, ma non è digerito se non da un puro zolfo metallico bruciante che  in effetti ha nel suo centro e per mezzo del quale la Natura in un lungo periodo forma l’oro. Ma all’uomo è ignoto in che modo lo faccia con la sua arte. Infatti, anche se si potesse fare l’oro dal solo mercurio senza nessuna aggiunta, non si preparerebbe, se non in molto tempo e con molte spese, che sarebbe sciocco sopportare per fare del semplice oro.

Vi è nel mondo un unico zolfo preparato dalla natura, che sia stretto parente del mercurio.

Perciò i due si mescolano radicalmente, e per mezzo dello zolfo il mercurio si cuoce, mentre il mercurio per la ripugnanza delle loro qualità lo fa putrefare. Così, grazie alla rigenerazione, risorge un oro, non come quello che si trova nelle miniere, ma spirituale, penetrante e tingente, tanto che può entrare facilmente in tutti i metalli imperfetti quando vi viene proiettato. Allora in un tempo brevissimo li digerisce sino alla proporzione perfettamente equilibrata dell’oro, e rigettate le feci, li riporta a perfetta salute.

[Ireneo Filalete, Opere, a cura di Paolo Lucarelli – 2001, Ed. Mediterranee, pp. 100-101]

SufficitInnanzitutto, alcune brevi considerazioni sul testo.

Il primo paragrafo – Un’osservazione ovvia, ma la cui portata sfugge alla lettura affrettata; lo sperma minerale ha una curiosa conformazione, e il termine non potrebbe essere più appropriato: il Mercurio porta di fatto lo Zolfo al suo interno, nel suo ‘centro’; a differenza dello sperma animale, che è un carrier del seme maschile e che per generare un nuovo essere deve essere unito al seme femminile (esterno), lo sperma minerale è già composto dal seme maschile e da quello femminile; gli manca solo la cottura, la digestione. Madre Natura, con ‘estrema sagacia’, è l’unica in grado di portare a termine questa operazione e l’uomo ne ignora del tutto le modalità. Il punto è, infatti, che lo zolfo bruciante del centro – lo si è detto mille volte – è assolutamente ben nascosto, imprigionato, addormentato, dormiente. Capovolgendo la favola, è in qualche modo ‘il bello addormentato’…e solo un bacio potrebbe risvegliarlo. A parte la difficoltà per  ‘il’ o ‘la’ baciante nel poterlo raggiungere, lascio a voi ritrovare la meraviglie del bacio ed il suo segreto significato. L’ultima frase meriterebbe troppe riflessioni, che tralascio per non risultare antipatico.

Il secondo paragrafo – Nel ‘mondo’ – lo ridico: nel ‘mondo’ – esiste un unico zolfo che sia stretto ‘parente’ del Mercurio; il termine dell’originale – Philalethe parrebbe aver scritto questo testo in Latino – è ‘familiarissimum’, sul quale credo opportuno meditare.

Il terzo paragrafo – Grazie alla particolare conformazione di cui sopra, lo Zolfo digerisce il Mercurio e – contemporaneamente – il Mercurio fa putrefare lo Zolfo. Questa doppia azione che ha del miracoloso, provoca la generazione di un nuovo corpo, che Philalethe definisce ‘oro spirituale’. E questo è tutto, quantum sufficit; questo è tutto ciò che caratterizza l’Alchimia.

Invito il curioso a leggere bene il trattato, che vale tanto ‘oro spirituale’ quanto pesa! E lascio all’appassionato le riflessioni dell’ambito operativo: il punto di partenza, naturalmente, è  comprendere cosa sia ‘quel’ Mercurio di cui parla l’Adepto; poi, in seguito si potranno fare ipotesi più strettamente legate alle manipolazioni di laboratorio. Ovviamente, avverto, c’è una trappola; ma indispensabile. Senza cadere in quella trappola, non si comprenderebbe come uscirne, e come iniziare a operare.

Ma, stavolta, vorrei raccontare alcune mie personali riflessioni, che scaturiscono dal brano riportato. In buona sostanza, gli attori, una volta messi in grado di compiere il loro ruolo, fanno tutto da soli. Il ruolo dell’operatore è laterale: come ripeterà ancora, poco dopo, Philalethe ricorda che la congiunzione dei due Principia  ‘…non si fa con un’operazione manuale ma naturale, e che l’uomo, non solo non aiuta, ma non ne capisce bene nemmeno la causa, per cui quest’opera è detta divina’. In effetti, la causa è misteriosa, visto che per noi animaletti avidi la cosa è assolutamente incomprensibile.

Ma, se non è dato conoscere la causa, l’Adepto spiega come accada questa misteriosa e miracolosa congiunzione. Riporto un brano di poco precedente:

Il motivo per cui il colore del mercurio nella dissoluzione (nell’originale: ‘decoctione’ ) non è modificabile dal corpo dissolto consiste nel fatto che la terra e l’acqua del mercurio sono omogenee e così contemperate che nessuna delle due può essere separata dall’altra, e sono così fortemente commiste, che tanta è la densità della sostanza con la meravigliosa tenuità della materia da nascondere i colori.”

Philalethe descrive qui le caratteristiche della commistione originale dei due Elementi che compongono il Mercurio; e questa descrizione è talmente straordinaria da meritare un approfondimento: l’ultimo periodo latino recita: ‘…quod una cum mira materiae tenuitate tanta est substantiae densitas,…’; una traduzione meno elegante è la seguente: ‘…assieme ad una straordinaria tenuità della materia vi è una talmente grande densità della sostanza…’. Questo periodo innocente e magari ritenuto una sorta di figura retorica, racchiude in verità qualcosa di straordinario ed unico. Naturalmente tutti lo leggiamo con il nostro metro comune, quello di umani indaffarati nelle cose della vita; ma Philalethe sta raccontando una cosa che ha delle implicazioni colossali, sia per averla concepita e scritta a metà del 1600, sia per il gran coraggio nel proporre la visione del Sistema Naturale, persino per i suoi tempi. Si tratta di una visione ben più che moderna, tanto è avanzata rispetto a quella odierna. Cercherò di accennarne qualcosa, nei limiti di ciò che è permesso: in soldoni, l’Adepto, usando solo dieci parole dieci, descrive uno dei meccanismi più intimi e segreti del come la materia prende corpo in manifestazione. E lo fa da autentico Scienziato della Natura, con semplicità pesantissima e umiltà: vi sono due ‘cose’, la materia e la sostanza; per quanto molti storcano il naso, queste due ‘cose’ sono ben diverse: la materia del Mercurio è la parte materiale del corpo, ed essa è ‘straordinariamente tenue’, vale a dire straordinariamente rarefatta. La sostanza, la sub-stantia, è la parte spirituale del corpo, ed essa è molto densa. Infatti, è una materia anch’essa, con una qualità – quella spirituale – che caratterizza in modo informativo l’altra materia, la materia materiale. Questi due aspetti del corpo – una volta arrivato in manifestazione, vale a dire ‘creato’ – coesistono in spazio e tempo. Chi lo desiderasse, troverà nella mia Introduzione al Liber Secretus di Arthephius alcuni utili spunti a proposito della materia spirituale (…una tenue pubblicità, di cui chiedo venia). Le implicazioni legate a questa visione, sia di carattere scientifico che sperimentale, tanto per l’alchimista che per il fisico, sono enormi. E non ritengo opportuno affrontarle qui. Si tratta di collateral damages che è preferibile affrontare nel più privato silenzio, se proprio lo si vuole.

Per spiegare la mia meraviglia nel riflettere su quella precisazione di Philalethe, vi invito a soffermarvi sul senso di una densità di una ‘cosa’ spirituale: la materia spirituale è ‘densa’ di Spirito. In effetti, lo Spirito deve avere una sua massa, perché, sulla bilancia della cucina, quello spirito pesa. Gettando alle ortiche il consueto ciarpame occultistico e le solite dotte definizioni mistico-esoteriche, si sta affermando che la componente spirituale possiede una densità, nel caso del Mercurio superiore a quella della componente materiale. Qui ci si dovrebbe porre una domanda: ‘…da dove viene questa maggiore densità?‘…è da notare che questo ‘carico’ di densità è  – Naturalmente – mutevole. Per esempio, l’alchimista cerca infatti di arricchire il contenuto di Spirito Universale – non corporificato – di questo corpo miracoloso che ospita il Principio Mercurio; se vi riesce, e confermo che è possibile riuscirvi, la conclusione è che il transito di questa componente spirituale deve avvenire tramite un locus non appartenente a questa manifestazione. Debbo fermarmi qui, ricordando che questo Mercurio porta il suo Zolfo al suo interno, e che non vi è dubbio alcuno sul fatto che la Fisica moderna non ha nemmeno l’idea di come stanno le cose nel cuore intimo della materia.

Mi pare comunque che questo enunciato semplice e chiarissimo dovrebbe obbligarci a delle serissime meditazioni, tanto in campo epistemologico quanto nel dominio non banale dello studio dei fenomeni Naturali.

Riepilogo breve: Madre Natura, in questa manifestazione che ci vede ospiti del tutto ignari, è in qualche modo preordinata al fine di produrre il corpo – definito perfetto – dell’oro metallico, quello che Philalethe definisce ‘semplice oro’. Oltre, non va. Né ci andrà mai. Tralasciando il fatto non marginale per cui quest’oro metallico è il vero dio di questo pianetucolo (oggi siamo riusciti anche a affliggerci con mostruose transazioni in ‘oro virtuale’, istantanee, che squassano i destini di tutti i viventi), l’Oro vero, quello spirituale di Philalethe, è un corpo ‘unico nel mondo’, che Natura non produce. Tuttavia, può essere prodotto da un artista illuminato, utilizzando il Principio Mercurio che Madre Natura, graziosamente, ‘prepara’ (ma di cui nessuno sa dell’esistenza, né della sua funzione; a che serve, ci si dovrebbe chiedere, questo Mercurio?…e l’oro spirituale, serve per solvere metalli e vari corpi, per fare la Pietra Filosofale?).

Sembra dunque di dover concludere che l’affermazione famosa di Paolo Lucarelli, che definì questo nostro mondo una ‘prigione’, sia confermata nella sostanza: Madre Natura non produrrà mai, qui, qualcosa di più ‘perfetto’ dell’oro metallico. Siamo fritti, e lo siamo sempre stati; ab initio. Il Progetto Naturale che ci vede ospiti è ‘perfettamete’ fissato e non migliorabile; è così perfetto nel suo meccanismo, che l’uomo ha sempre e soltanto basato la sua vita sulla ricerca del possesso del metallo raro e dei sui moderni derivati. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, sono sempre state evidenti, e non muteranno per qualsiasi modello futuro: Madre Natura non produce Oro Spirituale. Et alors…?

Allora, qualche povero pazzo, molto meno che una mosca bianca, va dicendo che – nel Progetto – è presente la possibilità di utilizzare ciò che Natura ha ‘preparato’ – in gran segreto – per “fare qualcosa”; il compito terribile, per la sua gravosità e per gli annessi&connessi, è quello di ‘fare’ una nuova, piccola ‘creazione’. Molti sorrideranno, immagino, o scuoteranno la testa. Eppure, questo è ciò che leggiamo nei testi migliori. Perché tale nuova creazione possa avere un senso, però, occorre far sì che quella ‘densitas’ di Spirito Universale possa venir attratta canonicamente e corporificata opportunamente. Il senso dell’Alchimia è tutto qui: l’alchimista ha un compito gigantesco, i cui risvolti – Naturalmente – non sono affatto personali, bensì universali. Per inciso, la disponibilità di Spirito Universale in questo corpo ‘unico’ ha delle conseguenze che non sono a mio avviso ben percepite, né da chi studia Alchimia, né da chi ne parla. Anzi, probabilmente non lo sono mai state. Di fatto, tutti hanno l’idea che l’alchimista sia uno che sogni di far oro, o quant’altro. In realtà, l’alchimista si affaccia ad una finestra dell’universo, il cui limite è molto più che vertiginoso. Si percepisce, in un lampo, che siamo del tutto non proporzionati alla ‘densitas’ di quello Spirito Universale, ed il senso di inadeguatezza è pesantissimo. Siamo, di fatto, troppo ‘tenui’. Estremamente rarefatti, e – per di più – estremamente stupidi. Ma non posso qui dilungarmi su questo.

Un ultimo avviso: il giovane Isaac Newton possedeva la Fons Chemicae Philosopiae nella sua biblioteca alchemica (MS Keynes 35), e la studiò a lungo. Poi, qualche anno dopo, pubblicò i suoi magnifici Philosophiae Naturalis Principia Mathematica: ho scritto qui qualcosa di quel famoso incipit, mai compreso per davvero dal mondo degli accademici, e lo riporto perché lo trovo molto assonante con ciò che Philalethe andava dicendo:

Quantitas Materiae est mensura ejusdem orta ex illius Densitate & Magnitudine conjunctim.

Va da sé che la Massa del corpo di cui parla Sir Isaac non è proprio quella che si ottiene moltiplicando la densità per il volume occupato; forse, una riflessione molto accorta, persino accorata, sulla ‘tanta densitas’ del passo di Philalethe e su quel ‘conjunctim’ di Newton potrebbe aiutare il pellegrino ad incamminarsi e – soprattutto – a ‘darsi da fare’, al suo meglio. Naturalmente.

Un tout-petit grain de Sel…Extremus

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , on Wednesday, November 30, 2011 by Captain NEMO

In extremo judicio mundi, per ignem mundus judicabitur, ut quod prius à magistro ex nihilo factum, rursus per ignem redigatur in cinerem, ex quo cinere Phoenix tandem pullos suos produceret: nam in ejusmodi cinere latet verus & genuinus tartarus, qui solvi debet, & post solutionem ejus, sera fortissima conclavis regii aperiri potest

Queste parole di Basilio Valentino sono tratte dalla Chiave Quarta del suo famosissimo trattato sulle Docici Chiavi (in Musaeum Hermeticum, Francofurti, 1677 – Practica, cum Duodecim Clavibus et Appendice, de Magno Lapide antiquorum Sapientum, scripta & relicta).

Eugéne Canseliet, esperto latinista, le tradurrà – nel 1956, in Les Douzes Clefs de la Philosophie, Les Editions de Minuit – come segue:

Au dernier jugement du monde, par le feu, le monde sera jugé, afin ce qui fut primitivement fait de rien par le Maitre, au rebours, par le feu, soit réduit en la cendre de laquelle, enfin, le Phénix créera ses petits. Car, semblablement, dans la cendre, est caché le tartre vrai et naturel qui doit etre dissous. Après la dissolution de ce tartre, la puissante serrure de l’appartement du Roi peut etre ouverte”.

A sua volta, Paolo Lucarelli, le tradurrà in italiano – nel 1998, in Le Dodici Chiavi de la Filosofia, Ed. Mediterranee – così:

Nel giudizio finale del mondo, il mondo sarà giudicato per mezzo del fuoco, perché ciò che prima fu fatto dal nulla dal Maestro, sia di nuovo ridotto nella cenere da cui la Fenice infine creerà i suoi piccoli. Perché in modo simile, nella cenere sta nascosto il tartaro vero e naturale che deve essere dissolto. Dopo la dissoluzione di questo tartaro, la potente serratura dell’appartamento del Re può essere aperta”.

 Il buon Maitre di Savignies aggiunge una caritatevole nota, indicando che il passo parla della “preparazione di uno dei componenti l’aggiunta salina (in Canseliet: adjuvant salin) che, all’inizio della Grande Opera, entra in azione mescolata intimamente ai due protagonisti minerali”.

Gli alchimisti operativi sanno che si avvicina una fine dei tempi, ed ho pensato che quel riferimento di Basilio all’ extremo judicio potesse avere una qualche consonanza con il senso di pacifica urgenza avvertita. Quell’extremo può valere molto: non soltanto come ultimo, finale, ma anche come ciò che sta alle estremità di un asse. Molti ricorderanno l’accorato avvertimento di Fulcanelli sulla fine dei tempi, il Bouleversement di Canseliet, che può forse suonare anche come un versare – per inclinazione – da una sfera. Come spesso ricorda l’onestissimo ma perfidissimo Philalethe, tutti prendono alla lettera le parole dei Maestri, dimenticando che sotto il velo delle parole – limite umano scontato – essi celano, con Amore e per Amore, il cenno indispensabile per ritrovar la Stella. Extremus viene da Exterus, di cui è il superlativo: si tratta di ciò che è fuori, vale a dire di quel che è più fuori. Exterus, a sua volta, è composto dalla particella Ex, fuori, e da Terus, dal verbo Tero, che ha il senso di pestare, triturare, polverizzare. L’estremo suona forse più chiaramente, e la sua localizzazione assiale può aiutare il Cercatore.

 E’ certo giusta e perfetta l’indicazione operativa aggiunta da Canseliet in nota: ma mi chiedo se non si possa trattare anche d’altro, ferma restando l’acuta corrispondenza con alcuni lavori preparatori; quell’accenno al tartaro vero e naturale, oggi, commuove; come a dire che c’è dell’altro, oltre il tartaro. Faccio notare che Lucarelli traduce correttamente quel soit réduit en la cendre di Canseliet con sia …ridotto nella cenere. Nell’italiano parlato si dice generalmente ridurre in cenere, con il senso di incenerire. La cosa pare, in questo piccolo e bizzarro contesto, diversa, visto – fra l’altro – che nell’italiano è scomparsa la seconda ripetizione del per ignem di Basilio, presente anche in Canseliet come par le feu. A seguire questo mio personale filo di follia, pare di dover concludere che è solo la cosa che sta nella cenere che – eventualmente – potrà ricevere il nomen di verus & genuinus tartarus.

 Et alors, di che cenere si starebbe parlando?

Dopo un debito, quanto evidentemente consequenziale, ammonimento sulle proprietà della Calce, Basilio prosegue il suo discorso:

Basilio Valentino - Clavis Quarta

Basilio Valentino - Clavis Quarta

Il passo viene tradotto da Lucarelli – che legge Canseliet – come segue:

 “Se una cosa è ridotta in cenere e trattata secondo l’arte, da se stessa libera il proprio sale. In modo  che nella dissezione di questo sale tu possa conservare separatamente il solfo e il mercurio e poi rimetterli nuovamente nel loro sale, secondo l’esigenza dell’arte. Grazie all’azione del fuoco, questo sale potrà allora divenire quello che  era stato prima della sua distruzione e dissezione. I saggi di questo mondo considerano questo stoltezza e lo ritengono cosa vana, definendola una nuova creazione, che non è permessa al peccatore davanti a Dio. Non comprendono che questa creazione era prima e che l’artista ha almeno dimostrato la propria qualità di maestro col seme di natura e il suo aumento“.

Questa volta in cinerem viene tradotto con in cenere, temo con gran ragione. L’operazione qui descritta è molto interessante e fondamentale: si tratta di comprendere cosa sia la dissezione (anatomia) del sale e come estrarre lo Zolfo ed il Mercurio del sale (ohibò), cosa che ovviamente non viene rivelata. Come le Stelle in Cielo e nell’Opera sono tante – lo si diceva in un commento nel Post precedente – anche i sali sono numerosi. E’ bene ricordarsene.

Le mie, beninteso, sono riflessioni a Cielo aperto e non posso che accingermi a verificarle: in Laboratorio, l’unico banco di prova dell’alchimista. Però…come non sorridere in mezzo a questa banda di amorevoli bambini …così Foux?

Une Fontaine… pas trop Indécente

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on Friday, April 22, 2011 by Captain NEMO

Il nostro vecchio continente è pieno di Castelli ed uno dei più belli e famosi è probabilmente quello di Le Plessis-Bourré, nel Pays de la Loire, in terra di Francia.

Chateau Le Plessis-Bourré

Chateau Le Plessis-Bourré

Fu naturalmente Eugène Canseliet a renderlo ancor più caro agli studiosi d’Alchimia, grazie ad un attento rendiconto interpretativo dei cassoni in legno dipinto che adornano il soffitto della bella Salle des Gardes.

Jean Bourré

Jean Bourré

Marguerite de Feschal

Marguerite de Feschal

Il proprietario di questa sontuosa dimora del XV secolo fu Jean Bourré, tesoriere del Re di Francia, che vi abitò assieme alla moglie Marguerite de Feschal. Con l’incarico di Grand Argentier del Re di Francia, succeduto a Jacques Coeur, un altro personaggio legato all’Alchimia, condusse una vita discreta e lontano dai fasti, nonostante l’incarico di enorme prestigio. Di lui, a parte qualche piccolo dato biografico, poco si sa…ed anche lui, come Jacques Coeur, affidò a delle curiose immagini allegoriche il suo segreto amore per l’Arte; un segreto che forse il Re Luigi avrebbe conosciuto, secondo quanto sostiene Canseliet:

“Mons. Del Plessiz, vi invio ciò che Mons. De Crussol domanda. Andate domani a Parigi e voi e Mons. il Presidente trovate del denaro nella Boete a l’Enchanteur per quel che sarà necessario e che non manchi. Scritto al Puyset, questo venerdì, XVIII giorno di gennaio”

Sia come sia, credo interessante esaminare più da vicino il testo di Canseliet relativo ad uno dei cassoni, chiamato La Fontaine Indécente (in Deux Logis Alchimiques). Poiché dietro l’apparente singolarità del testo si nasconde forse un doppio senso, soprattutto legato ad una particolare operazione, proverò a estrarre alcuni passaggi, nel bel francese del Maitre di Savignies giustapposti alla fedele traduzione italiana di Paolo Lucarelli:

“In un bacino a sei lati, pieno di una specie di magma ribollente, si erge una specie di elegante balaustro in cima al quale sta seduto un leone che tiene con le zampe anteriori uno scudo dal blasone incerto. Questo animale dall’aspetto araldico proietta dalle fauci un liquido sulfureo e igneo che un uomo, interamente nudo, assorbe bevendo golosamente a garganella. Il bevitore si appoggia al bordo con una discreta contorsione, nello sforzo di vincere la grande difficoltà della sua ingurgitazione così poco comune…a sinistra e in primo piano, un secondo personaggio altrettanto svestito e con lo sguardo ispirato porge il proprio cappello nel gesto del mendicante, e vi riceve l’urina che una bionda pulzella piscia gagliardamente. Ha rialzata la gonna sino alla cintura e si è installata risolutamente di tre quarti perché si percepisse perfettamente il suo sesso senza tosone e non sfuggisse nulla di una tale funzione che resta naturale ma che, questa volta, è qui molto diversa dalla posizione femminile abituale, richiesta sia dalla comodità che dalla decenza”

“Dans un bassin à six còtés, rempli d’une sorte de bouillonnant magma, se dresse un élégant balustre au sommet du quel un lion est assis, qui tient, de ses deux pattes antérieures, un écu au meuble incertain. Cet animal, à l’allure héraldique, projette, pas sa gueule, le liquide sulfureux et igné qu’un homme, entièrement nu, absorbe goulùment, comme à la régalade. Le buveur s’appuise sur le bord et s’y contorsionne passablement, dans son effort à vaincre la grande difficulté de sa peu courante ingurgitation… à gauche, et au premier plan, un second personnage, tout paréillement dévétu, le regard inspiré, avance son chapeau, dans le geste du mendiant, et y reçoit l’urine qu’une blonde pucelle pisse gaillardement. Elle a retroussé sa jupe jusqu’à la ceinture, et, résolutement, s’est installée de trois quarts, afin qu’on aperçut parfaitement son sexe sans toison et que rien n’échappat d’une fonction qui reste naturelle, mais, cette fois, fort différente de la position féminine, habituelle et autant réclamée par la commodité que par la bienséance”

La Fontaine Indécente

La Fontaine Indécente

Sotto il velo della indecenza, che spesso viene compensata da una risata di apparente complicità da parte dei benpensanti, ci si dovrebbe chiedere perché mai Canseliet sottolinei che la bionda pulzella sia di tre quarti, perché mai la mancanza del toison possa toglierci il dubbio sul sesso della pulzella, e perché mai l’autore insista sul fatto che la ‘funzione resta naturale‘, senza contare che tale posizione all’impiedi, oltre che poco acconcia alla ‘bienséance‘, è in genere quella utilizzata dai maschietti.

“La scena va osservata con attenzione. Il nostro artista vi rappresenta, col suo congenere, le due parti di un tutto che sono imbevute, largamente e differentemente, con l’acqua indispensabile. Questa, che appare pesante nel bacino, diventa leggera, chiara e spumeggiante per il cappello. Questa è l’immagine della preziosa terra nera, raccolta durante la prima opera e la sua separazione”

“On regarderà la scène avec attention. Notre artiste y figure, avec son congénère, les deux parties d’un tout, lesquelles sont abbreuvées, largement et différemment, de l’eau indispensable. Celle-ci, paraissant lourde dans le bassin, devient légère, claire et mousseuse par le chapeau qui, lui, est l’image de la terre noire, précieuse et recuillie lors de la premier oeuvre et de sa séparation”

Ad una prima lettura, non ci si accorge di quanto abbia voluto esser chiaro l’autore: e l’indicazione, mi pare, non è così comune nei testi d’Alchimia. L’acqua nel ‘bacino‘ viene detta essere pesante e diventa leggera, chiara e spumeggiante ‘per il cappello‘. Non solo: i due ometti nudi, l’uno ‘contorto‘ e l’altro ‘mendicante‘, essendo congeneri, indicano ‘due parti di un tutto’. E qui mi debbo fermare…

Ritorniamo per un attimo alla gagliarda pulzella bionda: è lo stesso Canseliet a ricordare l’immagine del Palazzo Lallemant, a Bourges, dove un tenero angioletto inpertinente compie anch’egli quel che deve compiere, aprendo la propria tunica talaris:

Palais Lallemant, Bourges - Angelo & Sabot

Palais Lallemant, Bourges - Angelo & Sabot

Provvista di due ali, come si conviene, l’infante celeste sta comunque ben piantata sulle gambe in modo da aprire come un sipario la veste che la ricopre. Dirige così abilmente in uno zoccolo di legno il getto obliquo e teso della sua pipì verginale

Pourvue de ses deux ailes, comme il se doit, l’enfant céleste ne s’en tient pas moins campée sur ses deux jambes, afin d’ouvrir, tel un rideau, le vetement qui la recouvre. Ainsi dirige-t-elle, dans un sabot de bois, habilment, malgré son attitude, à la fois verticale et difficultueuse, le jet oblique et roide de son virginal pipi

Si noti che l’angioletto è detto essere curiosamente femmina, anche se il voler conoscere il sesso degli angeli sia in genere considerato ardua impresa…ed anche in questo caso, Canseliet bada bene a sottolineare che la posizione non è delle più comuni (l’edizione italiana, non riporta l’inciso che appare in quella francese di Pauvert, 1979). Ancora, per l’immagine di Bourré si parla di una pucelle e qui di una ‘angioletta‘, a sottolineare la qualità femminile e virginea del soggetto dell’azione. Comunemente, in molte conversazioni a proposito di queste immagini, la memoria va alla ben più famosa fontana di Bruxelles, al Manneken Pis:

Bruxelles, Fontaine Manneken Pis

Bruxelles, Fontaine Manneken Pis

In effetti, qui si tratta di un ragazzino, senza alcun dubbio un maschio; in queste raffigurazioni tanto intime quanto naturali le femmine portano vesti, i maschietti no…curioso che possa sembrare, si tratta di una cosa diversa, pur se l’acqua, l’urina, è ovviamente simile. Ma una differenza deve esistere, altrimenti non si parlerebbe in Alchimie del giovane colerico e della fanciulla vergine. Parlare d’urina fa scattare automaticamente in tutti noi una qualche sorta di blocco, e si tende in genere a portare immediatamente l’attenzione su particolari più piacevoli e meno nauseabondi. E l’indicazione sfugge: ma Canseliet insiste, e ricorda al lettore l’immagine dello Speculum Veritatis, attribuito a Eireneo Filalete, in cui – nella seconda tavola – si vede il ‘piccolo atleta saturnino‘ far pipì dall’alto della sua nuvoletta a cancellare il simbolo di una misteriosa semi-stella nera…”dirige le triple jet de sa liqueur d’harmonie“. Il rimando al brano inserito in Alchimie è il seguente: “…Le symbole de Saturne s’y constitue par fragments, dans la sphère du petit Monde des Sages, tandis que s’efface l’étoile noire, d’abord d’une moitiè, ensuit de trois quarts, sous le triple jet de l’alcali celeste, dont l’émetteur juvenile et nu, debout sur son nuage – Manneken-Pis d’une autre genre – et, d’autre part, présentateur du meme signe saturnien, proclame, avec le terrestre, la parfaite identitè“.

Speculum Veritatis

Speculum Veritatis

Paolo Lucarelli, nella sue edizione delle Opere di Filalete, ha fatto colorare l’urina del fanciullo in verde; la didascalia recita: “Purificazione della materia e riduzione del generato crudo in Generatore cotto, in modo che la sua Urina lavi il Mercurio“. La frase è ambigua quel tanto che ci vuole per destare l’attenzione: di chi è in questo caso la pipì? Il latino ci può esser d’aiuto: “Purgatio Materiae et reductio Geniti crudi in Genitorem coctum ut Vrina sua lavet Mercurium“.

Qui vediamo all’opera due fuochi: quello volgare del forno, con una evidente tripla ripetizione, e quello spirituale della colomba ad ali spiegate sopra il semi-caduceo del Filosofo di sinistra. Quello di destra, vestito in modo un po’ diverso,  brandisce un martello sull’incudine, indicando qualcosa (ma cosa?)…e forse anche la pipì che lava l’étoile ha una sua valenza ignea. Canseliet, per parte sua, chiude il cerchio per l’étudiant: in Alchimie commenta questa tavola così: “Combien révélateur se montre aussi le caisson du Plessis-Bourré, où une jeune femme, retroussée jusq’à l’ombelic, dirige, debout, un jet horizontal, qu’un homme. completement nu, reçoit dans son chapeau”. Par di dover concludere, insomma, che la pulzella ed il ragazzino faccian pipì allo stesso modo: ma, come abbiamo visto, questa differenza viene indicata…

Forse la soluzione potrebbe essere suggerita ancora un volta dal brano di Deux Logis Alchimiques: dopo aver fatto notare che il liquido della fontana, quello sulfureo che zampilla dalle fauci del leone verso la gueule dell’uomo nudo e contorsionnée, deve essere diverso da quello della pulzella, Canseliet aggiunge:

E’ evidente che la candida buontempona è ben lontana dal trasmettere il contenuto del serbatoio esagonale in seno al quale si costituisce l’invisibile unione degli elementi ostili. Questo matrimonio è sempre raffigurato con la sovrapposizione in senso contrario dei due trigoni equilateri che preannunciano il sale tanto promettente della stella a sei punte. Dopo questa mescolanza imperfetta, l’impudica Venere cede la sua acqua pontica acuita col sale detto harmoniaco, che conviene raccogliere con speranza, ora che ha ricevuto il seme del metallo maschile“.

Il est évident que le candide luronne est éloignée de trasmettre le contenu du réservoir hexagonal, au sein duquel s’établit l’invisible union des élements hostiles. Ce mariage est toujours figuré par la superposition, en sens contraire, des deux trigones équilatéraux qui amorcent alors le scel tant prometteur de l’étoile à six branches. Après cette mixtion première et imparfaite, l’impudique Vénus livre son eau pontique qui est acuée du sel dit harmoniac et qu’il convient de recuillir avec espoir, maintenant qu’elle a reçu la semence du métal male“.

Anche in questo caso, conviene leggere con grande attenzione: queste poche parole sono davvero molte!…Quanto a quell’acuée, credo utile ricordare una frase di Lucarelli, mentre – qualche anno fa – si commentava un’altra famosa immagine che raffigura il bimbo incontinente:

Cabala Mineralis

Cabala Mineralis

 “...Le tre reiterazioni indicate dai tre fiori celesti ci fanno ottenere questo mercurio, sale di pietra o sale armoniaco, che viene irrorato dalla rugiada e aguzzato dall’urina del fanciullo, il nostro ariete celeste. Otteniamo così l’acqua viva aguzzata e poi la stella dei saggi. Le aquile ci ricordano che questo in fondo è un processo di sublimazione“.

E ancora:

“...Mi sono reso conto che non ho detto … perchè “l’urina”. Mio Dio, è semplice, come al solito. E’ il nostro fuoco filosofico che libera il mercurio comune, il dissolvente, e gli si unisce per formare con lui l’acqua viva, che ne è appunto aguzzata (o acuita se preferite). Tra l’altro posso confermare che l’urina dell’ariete ha un fortissimo odore di ammoniaca, cioè di urina putrefatta.
I nomi usati dai maestri hanno sempre un senso molto banale e operativo“.

L’equivalenza tra il maschietto incontinente e l’Ariete Celeste è ben evidenziata, con una qualche sottigliezza in più, nella prima tavola dello Speculum Veritatis:

Speculum Veritatis

Speculum Veritatis

E’ la Casa dell’Ariete, allora, il luogo dove abita il fanciullo impertinente, e nel Le Mystere des Cathedrales Fulcanelli chiosa a questo proposito con un brano tratto da Les Préceptes du Père Abraham:

Il faut tirer cette eau primitive et céleste du corps où elle est, et qui s’exprime par sept lettres selon nous, signifiant la semence première de tous les êtres, et non spécifiée ni déterminée dans la maison d’Ariès pour engendrer son fils. C’est à cette eau que les Philosophes ont donné tant de noms, et c’est le dissolvant universel, la vie et la santé de toute chose. Les Philosophes disent que c’est dans cette eau que le soleil et la lune se baignent, et qu’ils se résolvent eux-mêmes en eau, leur première origine. C’est par cette résolution qu’il est dit qu’ils meurent, mais leurs esprits sont portés sur les eaux de cette mère où ils estoient ensevelis… Quoy qu’on dise, mon fils, qu’il y a d’autres manières de résoudre les corps en leur première matière, tiens-toi à celle que je te déclare, parce que je l’ay connuë par l’expérience et selon que nos Anciens nous l’ont transmis“.

In consonanza con l’insegamento dei Maestri, questo primo seme deve essere non specificato, né determinato: altrimenti non potrebbe essere utile allo scopo dei lavori dell’alchimista. Il perché ce lo spiega con adamantina chiarezza Eireneus Philalethe, nel suo Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium, al Cap. XI:

“...Perciò i Maghi cercando più lontano uno zolfo attivo, lo cercarono e lo trovarono nascosto molto profondamente nella Casa di Ariete. Questo è assorbito con grande avidità dalla prole di Saturno, che è una materia metallica purissima, tenerissima, vicinissima al primo ente metallico, del tutto priva di zolfo in atto, e tuttavia pronta a ricevere lo zolfo. Per cui lo attira a sè come un magnete, lo assorbe e lo nasconde nel suo ventre, e l’Onnipotente, per ornare sommamente quest’Opera, vi imprime il suo sigillo regale“.

In questo lungo percorso tra immagini e testi, si dipana tutto il Fil Rouge che conduce alla meta cercata; certo, me ne rendo conto, appare complesso. Non pretendo certo di averlo chiarito in ogni dettaglio, ma spero che il quadro generale possa essere percepito meglio. I punti fondamentali, su cui val la pena di riflettere ed interrogarsi, sono, grosso modo, questi:

  • L’Ariete Celeste e la sua Maison
  • I due angioletti, il maschietto e la femminuccia
  • La pulzella (ma sarà d’Orléans?…), vergine & impudique Vénus
  • Il Chapeau & il Sabot
  • …e l’Urina dei vari protagonisi!

Ovviamente, oltre ai soliti trucchi dei Maestri, indispensabili per confondere…le acque, non bisogna dimenticare il famoso Tour de Main, evocato, lo si è accennato in alcuni commenti al Post precedente, dalla postura contorta dell’uomo nudo che beve à la régalade il getto sulfureo del leone, seduto in cima alla Fontaine. Da parte mia, trovo veramente divertente che moltissimi siano stati tratti in inganno ed abbiano operato con emissioni umane di ogni tipo: l’uomo cerca sempre di ricondurre tutto a sè stesso, come fosse il centro del creato. In realtà, questo flusso celeste, che parte dal Cielo ed arriva alla Terra passando per arieti, angioletti e vergini sfacciate è il percorso naturale dello Spirito Universale, indicato e spiegato in ogni buon testo. A ben vedere, è forse l’estrema semplicità di questa funzionalità di Madre Natura che ha costretto gli alchimisti operativi, credo non senza qualche sorriso ed ammiccamento, al gioco delizioso delle allegorie e dei calembours sovrapposti: se la comprensione di una cosa semplicissima è cosa non facile per noi ‘logici‘, se non impossibile, la realizzazione pratica di quanto indicato resta un compito che può essere realizzato soltanto con il lavoro silenzioso nel Laboratorio, con l’aiuto sperato di una Grazia sempre impetrata. Non basta infatti la manualità del chimico, scettico o ispirato che sia, a costringere Madre Natura a svelare gli Arcana: questo connubio tra la materia minerale e l’alchimista innamorato non può essere realizzato senza la presenza trascendente ed accettata del Mistero meraviglioso per cui e con cui le cose accadono. Più si entra nel Bosco e meno possiamo esser certi di arrivare a quella Fontaine incantata. Ma si può camminare…senza farsi prendere da miraggi ed aspettative di alcuna sorta. Una di queste singolari coincidenze è quella che ho trovato consultando una carta del Cielo di queste notti di Primavera, in cui accadono cose:

Il Cielo...

Il Cielo...

 Ah, quanto è meravigliosa Madre Natura!

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