Archive for Julien Champagne

La Force

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Tuesday, December 6, 2016 by Captain NEMO

Uno dei Capitoli più belli e famosi de Les Demeures Philosophales è quello dedicato a “Le Guardie del Corpo di Francesco II, Duca di Bretagna“.

Tombeau des Ducs de Bretagne - Nantes

Tombeau des Ducs de Bretagne – Nantes

Il monumento sepolcrale dei Duchi più amati dai Bretoni è oggi ospitato nella Cattedrale di Nantes, ma prima della Rivoluzione era stato edificato nella Chiesa del Carmine; nel 1499 Anna Di Bretagna, Regina di Francia e seconda sposa di Louis XII d’Orléans (dinastia Valois),

Devise de Louis XII et de Anne de Bretagne

Devise de Louis XII et de Anne de Bretagne

decise di onorare la memoria dei genitori – François II Duc de Bretagne e Marguerite de Foix; il progetto è affidato a Jehan Perréal, e realizzato da Michel Colombe. Francesco II é inumato assieme alla prima moglie Marguerite de Bretagne, ma in seguito verranno aggiunte le spoglie di Marguerite de Foix, madre della Regina Anna. Alla sua morte, nel 1544, la Regina verrà sepolta a Saint-Denis (che a Parigi ospita i monarchi Capetingi): ma il suo cuore verrà trasportato in solenne processione fino a Nantes, deposto in un prezioso scrigno in oro e posto nella tomba originaria di famiglia. L’esistenza dell’oggetto – ancora oggi venerato e considerato patrimonio della storia della orgogliosa ‘nazione Bretone’ – viene ricordato da Fulcanelli in una Nota:

M. il Canonico G. Durville, alla cui opera dobbiamo questi dettagli ha gentilmente voluto inviarci un’immagine di quest’oggetto curioso, priva, ahinoi!, del suo contenuto, che fa parte delle collezioni del museo Th. Dobrée, a Nantes, di cui è il conservatore. «Vi invio, ci scrisse, una piccola fotografia di questo prezioso reliquario. L’ho posta un momento nel luogo preciso dove era il cuore della Regina Anna, pensando che questa circostanza vi avrebbe legato con maggior interesse a questo piccolo ricordo.»”

Coeur d'Anne de Bretagne

Coeur d’Anne de Bretagne

Coeur d'Anne de Bretagne

Coeur d’Anne de Bretagne

Oltre ad essere il Conservatore e Bibliotecario del museo Dobrée dal 1924 al 1947, Georges Durville (1853-1943) era anche il vice-presidente della Société archéologique de Nantes, e promosse una serie estesa di scavi nei terreni del Vescovato di Nantes, riportando alla luce 3 piscine battesimali databili al IV secolo AC (ritrovamenti pubblicati in Les Fouilles de l’évêché de Nantes (1910-1913). Oltre a citare Etudes sur le vieux Nantes di Durville, Fulcanelli ringrazia un po’ più che formalmente l’archeologo Bretone, suo contemporaneo:

Preghiamo M. il canonico Durville di qui voler ben gradire l’espressione dei nostri vivi ringraziamenti per la sua pia sollecitudine e la sua delicata attenzione.“.

L’interesse di Fulcanelli per la foto del reliquario che aveva contenuto il coeur di Anna di Bretagna, forse, poteva essere un po’ più che solo alchemico.

Jehan Perréal, come ricorda lui stesso in una lettera al segretario di Margherita d’Asburgo, Arciduchessa d’Austria e Princesse de Bourgogne (Perrèal partecipava al progetto di costruzione del mausoleo di Filiberto di Savoia a Notre-Dame de Brou, sotto gli auspici della Princesse sua moglie), aveva assunto Michel Colombe per la realizzazione del monumento funerario a Nantes:

Monseigneur, je vous ay envoyé le patron de la sépulture du duc de Bretaigne tout ainsy qu’elle est faite, sans y adjouter ni diminuer. Les Vertus ont VI pieds et demy. Ledit patron j’ay fait juste; j’ay été toujours quand on le faisait ou le plus de temps. Je l’ay posé en ce lieu, comme autrefois vous ay conté. Quand au marbre on la fet venir de Gênes. Michel Coulombe besongnait au mois et avait pour mois vingt ecuz l’espace de sinc ans; il y avait deux tailleurs de maçonnerie antique Italiens qui avaient chaqun 8 écuz pour mois. On paiait tous fers asserés, tous outilz. Finalement la chose a été si bien achevée que j’y posé au lieu désiré par la dite Dame (i.e., Anne de Bretagne) et cousta à poser, tant pour faire la voute, pour mettre les corps que pour les engins pour l’enrichir d’un peu d’or, la somme de 560 livres, car j’en ai tenu le compte.“.

"La complainte de Nature à l'alchimiste errant"Perréal – pittore della casa reale di Francia – disegna, e Colombe realizza le sculture; Perréal – la cui vita è ricchissima di episodi ed incontri, ma sempre vissuta con un basso profilo – è conosciuto da chi studia Alchimia per esser stato l’ editor de La Complainte de Nature à l’alchimiste errant (attribuito a Jean de Meung, 1516), la cui miniatura è ben nota:

Chiudo questo piccolo preambolo storico con Colombe: se Fulcanelli lo fa nascere a Saint-Pol-de-Léon nel 1460 (ancora in Bretagna), si pensa oggi che sia nativo di Bourges; Bourges, la cui bellissima Cattedrale manca all’interno de Le Mystère des Cathédrales, fu attorno al ‘500 il centro di una sorta di ‘associazione artistica’: gli scultori Jean e Michel Colombe, lo stampatore e calligrafo Geoffrey Tory e il pittore Jean Perréal. La loro attività si svolge attorno ai Valois/Bourbon, prestando la loro opera alle Dames importanti di questo partito dinastico: Madame du Plessis-Bourré, Madame du Beaujeu (per la quale, nel 1497, Perréal compirà una delicata opera di recupero dei diamanti che Madame de Beaujeu aveva affidato a Madame du Plessis-Bourré), la Regina  Anne de Bretagne, la Regina Charlotte de Savoie. Perréal – pare, ogni prudenza è d’obbligo – fosse fra l’altro il Gardien di un ordine piuttosto antico che sarebbe sfociato a metà ‘800 nei F.C.H., anch’essi basati a Bourges.

Pur essendo Les Demeures Philosophales in qualche modo destinato ad illustrare i contenuti esoterici ed alchemici di alcune ‘Demeures’, Fulcanelli dedica alla tomba dei Duchi di Bretagna uno dei Capitoli più belli; quasi un segnalibro Bretone, come pegno di un amore profondo per la terra e la storia di Breizh, il Capitolo è dedicato all’esame rigoroso delle quattro Gardes du Corps, personificazioni delle quattro Virtù Cardinali; l’espressione originarie delle Virtus sono naturalmente les forces che debbono essere utilizzate da ogni essere umano lungo il proprio cammino terreno: Justice, Force, Temperance, Prudence.

Definita da Fulcanelli come ‘le chef-d’œuvre de Michel Colombe‘, La Force offre una raffigurazione di una allegoria estremamente apparentabile all’operatività alchemica: un Dragone strangolato dalla mano della Garde, che lo ‘estrae‘ con forza aggraziata ma decisa da una fenditura di una Torre.

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[Debbo ringraziare due amici francesi, Archer ed Ibrahim: il primo per la riproduzione della tavola originale di Champagne, il secondo per le magnifiche foto di Nantes. La loro passione ed il loro impegno nei confronti della Gran Dama sono, da anni, un serio punto di riferimento per gli studiosi dell’Arte. Merci bien, Monsieurs !…]

Le chef couvert d’un morion plat, au mufle de lion en tête, le buste revêtu du harcelet finement ciselé, la Force soutient une tour de la main gauche et, de la droite, en arrache, — non un serpent comme le portent la plupart des descriptions, — mais un dragon ailé, qu’elle étrangle en lui serrant le col. Une ample draperie aux longues franges, dont les replis portent sur les avant-bras, forme une boucle dans laquelle passe l’une de ses extrémités. Cette draperie, qui, dans l’esprit du statuaire, devait recouvrir l’emblématique Vertu, vient confirmer ce que nous avons dit précédemment. De même que la Justice, la Force apparaît dévoilée.

Il capo coperto da un morione piatto, al musello di leone sul davanti, il busto rivestito dalla cotta finemente cesellata, la Forza regge una torre con la mano sinistra e, con la destra, svelle – non un serpente come riportato dalla maggior parte delle descrizioni, – ma un dragone alato, che strangola serrandogli il collo. Un ampio drappeggio dalle lunghe frange, i cui risvolti poggiano sugli avambracci, forma un cappio nel quale passa una delle sue estremità. Questo drappeggio, che, nell’intento dello scultore, doveva ricoprire l’emblematica Virtù, viene a confermare ciò che abbiamo detto in precedenza. Come la Giustizia, la Forza appare senza velo.

Il Morione era il casco tipico delle fanterie europee del ‘500: il ‘morro‘ spagnolo indica la parte tondeggiante a protezione della testa, forse ispirato dal copricapo usato dai Mori in battaglia. D’altro canto, il Celtico ‘mawr‘ indica per l’appunto ‘testa‘, ma anche ‘mor‘, il ‘cumulo di pietre‘, il monticello del Gallese ‘mur‘. Morione è anche il nome di una varietà di quarzo nero. La Force indossa un Morione piatto, magnificamente decorato sui due lati con un altorilievo a spirale a tre balze: ricorda il Nautilus, ed evoca un ciclo armonico naturale, basato come è noto sulla serie di Fibonacci. La parte anteriore è scolpita come muso di leone a mo’ di celata: sotto il naso, Colombe ha inciso un simbolo ‘a ghianda‘, forse una sorta di marchio d’atelier. Il Copricapo è completato sulla nuca da un paracolpi loricato a cerniera.

Sotto il Morione, si intravede un copricapo in tessuto, da cui spuntano sui lati le ‘tresses‘, intrecciate con eleganza e raggruppate anch’esse a spirale, commentate da Fulcanelli così:

La tresse, nommée en grec σειρα (seira), est adoptée pour figurer l’énergie vibratoire, parce que, chez les anciens peuples hellénique, le soleil s’appelait σειρ (seir).

Nantes, La Force - la 'Tresse'

Nantes, La Force – la ‘Tresse’

Segue poi l’explication di Fulcanelli sul corsetto cesellato in forma di corazza leggera:

Le scaglie interconnesse sulla piccola gorgiera della cotta sono quelle del serpente, altro emblema del soggetto mercuriale e replica del dragone, anch’esso scaglioso. Delle squame di pesce, disposte a semicerchio, decorano l’addome ed evocano la saldatura, al corpo umano, di una coda di sirena. Ora, la sirena, mostro favoloso e simbolo ermetico, serve a caratterizzare l’unione dello zolfo nascente, che è il nostro pesce, e del mercurio comune, chiamato vergine, nel mercurio filosofico o sale di saggezza. L’identico senso è fornito dalla galletta dei re, alla quale i Greci davano lo stesso nome della lunaσεληνμ (seléné); Questa parola, formata dalle radici σελας (selas), éclat, e ελμ (elé), luce solare, era stata scelta dagli iniziati per mostrare che il mercurio filosofico deriva il suo éclat dallo zolfo, come la luna riceve la sua luce dal sole. Una ragione analoga fece attribuire il nome di σειρμν (seirén), sirena, al mostro mitico risultante dall’unione di una donna e di un pesce; σειρμν (seirén), termine contratto da σειρ (seir), sole, e da μηνη (méné), luna, indica ugualmente la materia lunare combinata alla sostanza sulfurea solare. É dunque una traduzione identica a quella della focaccia dei re, rivestito del segno della luce e della spiritualità – la croce, –  testimonianza dell’incarnazione reale del raggio solare, emanato dal padre universale, nella materia grave, matrice di tutte le cose, e terra inanis et vacua della Scrittura.

Questo passo, in apparenza complesso, è – more solito – un paradigma completo della Grande Opera; fatte salve le apparenze per così dire ‘classiche’ dell’operatività, Fulcanelli indica con precisione il come&perché. Posso solo sottolineare la precisa risonanza con le fondamenta della Philosophia Naturale, di quella stessa, unica, Physica che anima Alchimia. Naturalmente, occorre prima averla studiata, meditata e, nel tempo, afferrata. Non vi affatto casualità nella pratica di laboratorio, bensì l’identica causalità mostrata in chiaro da Madre Natura nel processo continuo della Creazione. Si può far finta di niente e scrollar le spalle, certo, e pensare che tutto si debba ad una attesa fideistica, miracolosa (si trascura spesso che il ‘miracolo’ esprime il senso di ‘una cosa da osservare‘). Nel rileggere questo passo, resto convinto che Alchimia è Scientia & Ars, niente di più, niente di meno. La allegra Cabala fonetica utilizzata da Fulcanelli vela la funzione dei componenti dell’Actio con cui la Materia viene in essere nella manifestazione: quella ‘energia vibratoria‘ è l’effetto – e simultaneamente la causa, ma in un piano speculare riservato, e peculiare – della materializzazione, attraverso Lux, della Forma soggiacente il corpo; questo processo può essere condotto e portato ‘ad terminem‘ soltanto dalla Force, quella di Madre Natura, non certo la nostra. Le Creature non posseggono, non dominano questa Force, che ne è piuttosto la loro origine. Siamo così orgogliosamente affardellati dall’antropomorfismo, che diamo credito di esistenza solo a ciò che possa ricadere sotto i nostri sensi; ma sulla scena del teatro delle apparenze prendiamo spesso lucciole per lanterne, scambiando l’effetto per la causa; chiamiamo ad esempio luce l’emissione del Lumen, pensando che Lux sia solo una deliziosa figura retorica, certo utile per ‘filosofeggiare’. Ma è Lux l’Agente di Natura perenne, che del Campo  – unico – è Signore e proprietario: Lux irradia in continuum, senza frontiere di spazio e tempo (entrambi, sono percepibili dalle creature, ma sono ‘locali’), e l’interazione tra la Materia che deve prender ‘forma’ ed il ‘campo luminoso’, per quanto ai nostri sensi oscuro, avviene secondo un piano perfetto per gradi e attraverso proporzioni: il gioco della liberazione del Mercurio e dello Zolfo – corpi materiali puri in cui albergano i due Principia – richiede all’artista che si dia dispositio alla materia: nel macroscopico essa è espressa dal peso, nel microscopico per quanti. Di quest’ultimo aspetto – che è il dominio esatto d’Alchimia – gli antichi parlano di ‘per minima‘.

Con precisione Fulcanelli evoca questo aspetto: la materia grave, che pesa, la matrice di tutte le cose, è quella terra inane del Genesi; Sol e Luna sono ovviamente già presenti nell’intimo di quella terra, e necessitano di Lux ed Esprit per iniziare il corso di  specificazione del corpo. Sed de hoc satis.

Un ultimo commento, suggerito dalle immagini del magnifico monumento: i due Gisants – poggiati su morbidi cuscini approntati da tre angelots – sono protetti dai due animali simbolici: il Leone per il maschio mostra l’ecu couronné con le armi di Bretagna, mentre il Levriero per la femmina porta il collare dell’ Ordre de la Cordelière (creato da Anna) e mostra le sue armi coronate (partito, a destra di Bretagna e a sinistra di Foix-Béarn-Navarre, ereditato dai genitori di Marguerite ). Entrambe le armoiries mostrano in campo lo smalto d’Hermine, di bianco inseminato di trifoglio di nero e codetta spartita in tre dello stesso.

L’Armellino è stato sempre usato nelle armi di Bretagna, che lo ha sempre anteposto in ordine di importanza tanto all’oro e all’azzurro (colori della Francia): il piccolo mustelide porta la pelliccia bianca d’inverno, e d’estate bruna rossastra sul dorso e bianca sulla pancia. La coda, peraltro, è sempre nera.

Sant Malo - Armes de Bretagne

Sant Malo – Armes de Bretagne

Il Motto recita: “Potius mori quam faœdari” (“Piuttosto morire che macchiarsi“), la stessa devise raffigurata in uno dei cassoni del Palazzo Lallemant, a Bourges: naturalmente, Fulcanelli nel suo commento al Cassone VIII di Dampierre si ricollega alla Bretagna ed alla sua amata Regina Anna, essendo l’ermellino chiuso nel suo recinto il simbolo del mercurio filosofico:

Dampierre-sur-Boutonne, Caisson VIII

Dampierre-sur-Boutonne, Caisson VIII

“L’hermine pure et blanche apparaît ainsi comme un emblème expressif du mercure commun uni au soufre-poisson dans la substance du mercure philosophique.”

Come si vede l’allegoria permette all’alchimista di parlare sempre con precisione della medesima operatività, pur usando fonemi diversi: se si confronta l’explication data per la Force, si conclude che la sirena corrisponde all’ermellino, e che la vergine è il dragone, e che lo zolfo è il pesce. Certo, a seconda di alcuni contesti – verificabili solo nella pratica di laboratorio – vi sono apprezzamenti più coerenti; ma ci si deve arrendere all’evidenza del Grand Jeu: il paradosso in Alchimia mostra la verità, purché si cammini nello studio e nella pratica.

Concludo invitando a riflettere: la Virtù de la Force, Cardinale, non indica solo una forza umana, una terrena volontà, una determinazione da usare per raggiungere uno scopo, sia esso violento o dolce; in verità, la Force di cui si parla in Alchimia è “il” Flusso dell’Actio di Madre Natura; questo Flusso non è una figura retorica, bensì la componente fondamentale del processo di Creazione di Madre Natura, ed attiene alla Physica, in bella evidenza. Non richiede una fede, né un credo. Essendo il modus operandi di Madre Natura, essa – semplicemente – “è”. Un eventuale consenso o dissenso da parte dell’intelletto umano davvero non conta nulla sul piano Universale.

Yes, a Jedi’s strength flows from the Force. But beware of the dark side. Anger, fear, aggression; the dark side of the Force are they. Easily they flow, quick to join you in a fight. If once you start down the dark path, forever will it dominate your destiny, consume you it will, as it did Obi-Wan’s apprentice.

L’aqua-micans e la Course des Hippocampes

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Friday, November 25, 2016 by Captain NEMO

Come promesso in precedenza, riporto il brano di Raymond Roussel, tratto dal suo Locus Solus (1913). Ricordo che Dujols aveva già letto – nel 1906 – l’interessant recit des hippocampes, a proposito del quale pregò Roussel di porgere i suoi saluti al signor de Campagna (che evidentemente non era J.J. Champagne, menzionato pochi paragrafi precedenti nella stessa missiva). É un fatto degno di curiosità, inoltre, che un mese e mezzo dopo l’uscita di Locus Solus Roussel pubblicò su Le Galois du Dimanche, dopo molti lanci di anteprima dell’opera – ovviamente stroncati dalla critica del tempo – un articolo intitolato “Quelques Heures à Bougival“. Ma Bougival – amena località nei pressi di Versailles – non pare comparire nel testo.

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Quelques Heures à Bougival

Inoltre, per quel che se ne ricava dall’esame della prima pagina del manoscritto originale, il personaggio principale – l’estrosissimo ed ingegnoso propietario del parco della Villa di Montmorency – era inizialmente ‘le professeur Boudet‘; poi Roussel aggiunse ‘Daniel Saron‘, ma decise infine di chiamarlo ‘maitre Martiel Canterel‘. Il nomen Locus Solus venne inserito al posto dei puntini: ” …. – c’est le nom de la propriété – est une retraite solitaire où Boudet aime à se livrer en toute tranquillité d’esprit aux multiples et féconds travaux.“.

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Locus Solus – Prima pagina del manoscritto

Detto ciò, ecco la mia personale traduzione del brano:

La revue des ludions terminée, Canterel nous fit reculer un peu, en désignant le haut du récipient. Les bords, qui étaient rentrants et horizontaux pour prêter au tout l’apparence complète d’une gemme démesurée, encadraient une ouverture centrale de forme circulaire, près de laquelle se dressaient côte à cote une bouteille de vin blanc dont l’étiquette portait le mot «Sauternes» et un grand bocal où évoluaient sept chevaux marins. Le poitrail de chaque hippocampe était finement traversé en sa partie la plus saillante par le milieu précis d’un long fil, dont les deux bouts pendants se réunissaient au sein d’un minuscule étui métallique. Chacun des sept fragiles sétons ainsi créés avait son coloris propre évoquant une des nuances de l’arc-en-ciel.

Une pêchette gisait auprès du bocal.

“Terminata la rassegna dei ludioni, Canterel ci fece indietreggiare un poco, indicando la parte alta del recipiente. I bordi, che erano rientranti e orizzontali per dare al tutto l’apparenza completa di una gemma smisurata, inquadravano un’apertura centrale di forma circolare, vicino la quale si ergevano fianco a fianco una bottiglia di vino bianco la cui etichetta mostrava il termine «Sauternes» ed un grande boccale dove volteggiavano sette cavallucci marini. Il pettorale di ogni ippocampo era finemente traversato nella sua parte più sporgente dalla metà precisa di un lungo filo, i cui due estremi pendenti si riunivano in seno ad un minuscolo astuccio metallico. Ciascuno dei sette fragili setóni[i] così creati aveva il suo proprio colorito evocante una delle sfumature dell’arcobaleno.

Un piccolo rampino giaceva presso il boccale.”

Tout en nous prescrivant l’immobilité, Canterel contourna le monstrueux diamant et, gravissant une fine échelle double qui, faite en métal luxueusement nickelé, se dressait du côté opposé au nôtre, finit par dominer l’ouverture circulaire.

À l’aide de la pêchette, il souleva un par un les chevaux marins hors du bocal pour les plonger dans l’aqua-micans, où se produisit un spectacle imprévu. À droite et à gauche de chaque poitrail, les bords des deux ouvertures artificielles, s’écartant parfois sous l’action d’une poussée interne, livraient passage à une bulle d’air puis se recollaient d’eux-mêmes sur le séton. Lentement périodique au début, le phénomène acquit ayant longtemps une extrême fréquence. Les hippocampes—le maître nous l’affirma—n’auraient pu vivre dans le grand diamant sans leur double exutoire, par où s’échappait le trop-plein d’oxygène que l’onde éblouissante, bien adaptée à la respiration des êtres terrestres, livrait forcément aux animaux aquatiques. Une plate couche de cire, de la même couleur qu’eux, recouvrait le côté gauche de chacun des sept lophobranches.

Canterel, débouchant la bouteille de sauternes, se mit à verser un mince filet de son contenu dans l’étrange réservoir. Or le vin, sans nulle velléité de mélange, se solidifiait au contact de l’aqua-micans et, soudain revêtu d’un éclat magique emprunté à l’ambiance, tombait superbement sous forme de blocs jaunes pareils à des morceaux de soleil. Les chevaux marins, qui, à la vue de ce phénomène, s’étaient spontanément groupés en un cercle étroit placé à souhait, recevaient au milieu d’eux les flamboyantes avalanches, qu’ils malaxaient avec le côté aplani de leurs corps pour en faire un seul conglomérat. Le maître, continuant à pencher le goulot, envoyait sans cesse de nouveaux matériaux à la horde attentive, qui les arrêtait dans leur chute sans en laisser rien perdre.

Enfin, jugeant la dose suffisante, le strict échanson rangea près du bocal la bouteille vivement rebouchée.

Les hippocampes détenaient alors, formée par leur pétrissage continuel, une étincelante boule jaune dont le rayon mesurait à peine trois centimètres. Assiégeants pleins d’adresse, ils la faisaient tourner sur place en tous sens et, par un modelage soigneux uniquement effectué aussi avec leur côté revêtu de cire, s’efforçaient de lui donner une rotondité sans défauts.

Avant peu ils furent possesseurs d’une sphère absolument par faite et homogène, dont aucune marque de soudure ne déparait la surface ou l’intérieur. L’abandonnant brusquement d’un commun accord, ils se placèrent côte à côte sur un seul rang, dans l’ordre que réclamaient leurs sétons pour constituer un arc-en-ciel exact.

Derrière eux la sphère descendait librement. Arrivée au niveau marqué par l’extrémité double de chaque séton, elle attira comme un aimant le métal des sept courts étuis marieurs. L’attelage s’étant mis en marche les traits se tendirent horizontalement, grâce au poids résistant du globe magnétique, entraîné dans le brusque élan général.

Un cri de surprise nous jaillit des lèvres: l’ensemble évoquait le char d’Apollon. Vu son ardente participation à l’éclat de l’aqua-micans, la boule, jaune et diaphane, s’environnait en effet d’aveuglants rayons la transformant en astre du jour.

À la surface de l’eau venaient continuellement éclore de nombreuses bulles d’air expulsées par le poitrail des coursiers, qui, bientôt, contournèrent le petit fût de colonne à immersion fixe. La tension des sétons laissait le fond seul des étuis de métal en contact avec la sphère solaire, dont la masse décrivit passivement une impeccable courbe.

“Pur raccomandandoci l’immobilità, Canterel gira attorno al mostruoso diamante e, arrampicandosi su una sottile doppia scaletta che, fatta di metallo lussuosamente nichelato, si ergeva sul lato opposto al nostro, finì per dominare l’apertura circolare.

Con l’aiuto del piccolo rampino, sollevò uno per uno i cavallucci marini fuori del boccale per tuffarli nell’aqua-micans, dove si produsse uno spettacolo imprevisto. Alla sinistra e alla destra di ogni pettorale, i bordi delle due aperture artificiali, schiudendosi a tratti sotto l’azione di una spinta interna, lasciavano il passaggio ad una bolla d’aria, poi si re-incollavano da sé stessi sul setone. Lentamente periodico all’inizio, il fenomeno acquistò nel tempo una estrema frequenza. Gli ippocampi – ce lo confermò il maestro – non avrebbero potuto vivere nel grande diamante senza il loro doppio esutòrio[ii], attraverso il quale sfuggiva l’eccesso d’ossigeno che l’onda abbagliante, ben adatta alla respirazione degli esseri terrestri, forniva forzatamente agli animali acquatici. Un sottile strato di cera, del loro stesso colore, ricopriva il lato sinistro di ciascuno dei sette lofobranchi[iii].

Canterel, stappando la bottiglia di sauternes[iv], si mise a versare un tenue filo del suo contenuto nello strano serbatoio. Ora il vino, senza alcuna velleità di mescolanza, si solidificava a contatto dell’aqua-micans e, d’un tratto rivestito di un magico eclat[v] improntato all’ambiente, cadeva superbamente sotto forma di blocchi gialli simili a dei pezzetti di sole. I cavallucci marini, che, alla vista di questo fenomeno, si erano spontaneamente raggruppati in uno stretto circolo posto alla bisogna, ricevevano nel loro mezzo le sfolgoranti valanghe, che rendevano molli con il lato piatto dei loro corpi per farne un solo conglomerato. Il maestro, continuando ad inclinare il colletto[vi], inviava senza posa dei nuovi materiali all’orda attenta[vii], che li arrestava nella loro caduta senza perderne nulla.

Infine, giudicando la dose sufficiente, il rigoroso coppiere ripose vicino al boccale la bottiglia vigorosamente ri-tappata.

Gli ippocampi tenevano allora, formata grazie al loro impastare continuato, una scintillante bolla gialla il cui raggio misurava appena tre centimetri. Assediandola pieni di perizia, la facevano girare sul posto in tutte le direzioni e, grazie ad una modellazione accurata per di più effettuata unicamente con i loro fianchi rivestiti di cera, si sforzavano di darle una rotondità senza difetti.

In breve furono possessori di una sfera assolutamente perfetta ed omogenea, [senza] che alcun segno di saldatura ne deturpasse la superficie o l’interno. Abbandonandola bruscamente di comune accordo, si schierarono fianco a fianco in un sol rango, nell’ordine che reclamavano i loro setóni a costituire un esatto arcobaleno.

Dietro di loro la sfera scendeva liberamente. Arrivata al livello indicato dalla doppia estremità di ogni setóne, essa attirò come un magnete il metallo dei sette corti astucci sensali[viii]. Messosi in marcia il tiro, le corregge si tesero orizzontalmente, grazie al peso resistente del globo magnetico, trainato nel brusco slancio generale.

Un grido di sorpresa ci sorse dalle labbra: l’insieme evocava il carro di Apollo. Vista la sua ardente partecipazione all’eclat dell’aqua-micans, la bolla, gialla e diafana, si avvolgeva in effetti di raggi accecanti trasformandola nell’astro del giorno.

Alla superficie dell’acqua venivano schiudendosi continuamente numerose bolle d’aria espulse dai pettorali dei corsieri, i quali, presto, aggirarono il piccolo fusto di colonna a immersione fissa. La tensione dei setóni lasciava soltanto il fondo degli astucci di metallo in contatto con la sfera solare, la cui massa descriveva passivamente una curva impeccabile. … Canterel annunciò una corsa, pregandoci di scegliere i nostri candidati, poi dichiarò che agli ippocampi – handicappati dalle loro posizioni, più o meno vicine ad una corda immaginaria – aveva dato in guisa dei nomi, mirando alla semplicità, le loro cifre latine ordinali, partendo dal setóne violetto, posseduto da Primus, il più privilegiato. Ognuno di noi designò ad alta voce il proprio eletto,  limitandoci a scommettere per la gloria.”

… e parte la corsa, stabilita su tre giri completi! Dopo un’alternanza molto ‘ippica’ (Tertius conduce, seguito dappresso da Sextus, Primus e Quintus; poi Quartus balza in testa al termine della curva, ma è superato da Septimus; in prossimità del traguardo, però, Secundus vince con vantaggio), Canterel proclama il vincitore; e poi parla del diamante e del suo contenuto:

Canterel avait trouvé le moyen de composer une eau dans laquelle, grâce à une oxygénation spéciale et très puissante qu’il renouvelait de temps à autre, n’importe quel être terrestre, homme ou animal, pouvait vivre complètement immergé sans interrompre ses fonctions respiratoires.

Le maître voulut construire un immense récipient de verre, pour rendre bien visibles certaines expériences qu’il projetait touchant plusieurs partis à tirer de l’étrange liquide.

La plus frappante particularité de l’onde en question résidait de prime abord dans son éclat prodigieux; la moindre goutte brillait de façon aveuglante et, même dans la pénombre, étincelait d’un feu qui lui semblait propre. Soucieux de mettre en valeur ce don attrayant, Canterel adopta une forme caractéristique à multiples facettes pour l’édification de son récipient, qui, une fois terminé puis rempli de l’eau fulgurante, ressembla servilement à un diamant gigantesque. C’était sur l’endroit le plus ensoleillé de son domaine que le maître avait placé l’éblouissante cuve, dont la base étroite reposait presque à ras de terre dans un rocher factice; dès que l’astre luisait, l’ensemble se parait d’une irradiation presque insoutenable. Certain couvercle métallique pouvait au besoin, en bouchant un orifice rond ménagé dans la partie plafonnante du joyau colossal, empêcher la pluie de se mélanger avec l’eau précieuse, qui reçut de Canterel le nom d’aqua-micans.

“Canterel aveva trovato il modo di comporre un’acqua nella quale, grazie ad una ossigenazione molto speciale e molto potente che rinnovava di tanto in tanto, qualunque essere terrestre, uomo o animale, poteva vivere completamente immerso senza interrompere le proprie funzioni respiratorie.

Il maestro volle costruire un immenso recipiente di vetro, per rendere ben visibili certi esperimenti che aveva progettato riguardati diversi modi per tirar profitto dallo strano liquido.

La più sorprendente particolarità dell’onda in questione consisteva di primo acchito nel suo prodigioso eclat; la più piccola goccia brillava in modo accecante e, persino nella penombra, scintillava di un fuoco che sembrava intimo ad essa. Preoccupato di dare valore a questo dono attraente, Canterel adottò una forma caratteristica a sfaccettature multiple per la costruzione del suo recipiente, che, una volta terminato [e] poi riempito di acqua folgorante, assomigliò fedelmente ad un gigantesco diamante. Fu sul punto più soleggiato della sua tenuta che il maestro aveva posto la vasca[ix] abbagliante, la cui stretta base poggiava quasi rasoterra su una roccia artificiale; e non appena l’astro riluceva, l’insieme si ammantava di una irradiazione quasi insostenibile. Alla bisogna, un certo coperchio metallico poteva, chiudendo un orifizio rotondo praticato nella parte sovrastante del gioiello colossale, impedire alla pioggia di mescolarsi con l’acqua preziosa, che ricevette da Canterel il nome di aqua-micans.”

Non farò commenti; ognuno leggerà come meglio crederà. Locus Solus, inizialmente denigrato da tutti, ma acclamato dal surrealismo, era forse considerato da Roussel come il suo capolavoro; sembra che vennero trovate alcune copie del libro accanto al corpo esanime nella camera del Grand Hotel et des Palmes a Palermo, nel 1933.

Note

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[i] Il ‘setóne‘ indica la cavità indotta dall’inserimento di un tubulo sotto pelle; si tratta, insomma, di una sorta di tragitto sottocutaneo causato – per l’appunto – dall’inserimento del ‘setóne‘. Si usava praticare questo tipo di intervento sui cavalli per accrescerne i muscoli e migliorarne l’andatura.

[ii] Si tratta di un termine arcaico di chirurgia: è un’ulcerazione artificiale della pelle, mantenuta tramite un unguento o altro corpo grasso, per deviare, o smuovere una irritazione interna di un organo più importante. Dal Latino ‘Exuo‘, ‘spoglio, tolgo‘.

[iii] Termine di Ittiologia antica: ordine di pesci dalle pinne natatorie irraggiate, caratterizzato da un corpo corazzato, un muso allungato in tubo e provvisto di denti, di branchie a ciuffo arrotondato, racchiuse in un orifizio branchiale molto stretto.

[iv] Mentre nel paragrafo precedente il termine “Sauternes” figurava con la maiuscola e tra virgolette – ad indicare il famoso e pregiato vino bianco di Bordeaux (Aquitania) – questa volta il termine è minuscolo e senza virgolette.

[v] Indica lo ‘scintillio‘.

[vi] Della bottiglia; ma è anche il diminutivo di ‘guele‘.

[vii] Ma anche – con una semplice cabala – ‘in attesa‘.

[viii] Con il senso di ‘mediatori di matrimonio‘, nel lessico comune i ‘compari‘.

[ix] Ma in Francese il termine è comunemente utilizzato per indicare il ‘tino‘.

 

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 3

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Saturday, November 5, 2016 by Captain NEMO

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Pierre Aristide Monnier, alias Alcyon

Pierre Aristide Monnier è l’autore di quel curioso libro (“La Clef des Ouvres de Saint Jean et Michel de Nostredame”), pubblicato nell’Agosto del 1871 sotto il nickname di M.A. de Nantes. Alcuni leggono ‘M.A.‘ come ‘Maitre Anonyme‘, altri come ‘Maitre Artiste‘, altri ancora come ‘Maitre Alcyon‘; il Pays de Nantes, d’altro canto è l’arrondissement dove viveva, al confine tra la Bretagne e l’Anjou…”Pierre Monnier, abitante in rue de la Pierre de Bretagne, comune di Montrelais, la cui chiesa è sotto l’invocazione di Saint Pierre … La mia casa fa parte di un gruppo di case situate sul confine tra Bretagna e Anjou. É completamente cintata da alte mura come una cittadella, e, per penetrarvi, si è obbligati a varcare una porta monumentale in mattoni affiancati che è come la torre di questa cittadella.“.

La Pierre de Bretagne era un grosso blocco di granito che marcava la frontiera tra Bretagne e Anjou[i], secondo l’accordo dell’851 tra Carlo il Calvo, Re dei Franchi, e Nominoë, Re dei Bretoni. Monnier è un personaggio figlio della sua terra fiera, fervente cattolico e fortissimamente realista (e legittimista, sostenitore della linea di sangue del Comte di Chambord, Henry V, della Casata di Bourbon[ii]). Notaio di professione, Monnier è allevato ed educato in un territorio la cui storia affonda nella tradizione Celtica antica[iii], in un connubio tra educazione ‘classica’, Celtismo e spiritualismo Cristiano-Cattolico: un conservatore ad ogni costo. Lo Studio dell’ermetismo e dell’Alchimia ‘classica’ costituiranno la radice – neanche troppo celata – dei suoi pochi scritti, e soprattutto delle sue attività extra-professionali. Sarebbe troppo lungo affrontare qui un esame della sua vita – per quel che finora se ne sa -, resta il fatto che Monnier ben conosceva Fulcanelli. Come si sa, in Francia il fervore per l’indagine storiografica sull’identità di Fulcanelli è esploso a più riprese: il più grande ed importante alchimista del secolo scorso, cui tutti oggi dobbiamo la passione per la Scienza e l’Arte della Natura, era Francese, ed è dunque naturale che i Francesi si sentano in qualche modo ‘chiamati’ a questa indagine; se da un lato ciò è comprensibile, personalmente ritengo che sia la portata dei suoi scritti a costituire il maggior tesoro, e non l’esattezza del suo status anagrafico. In ogni caso, dopo un nugolo di candidature sulla cui fondatezza si sono esercitati fior di esperti, l’ipotesi di identità oggi più accettata è quella dell’ingegner Paul Decoeur, che è stata corroborata da diverse prove.

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Paul Decoeur, Natale 1874

Docteru Miracle

Edouard TALLIEN DE CABARRUS

Si tratterebbe di un figlio del Docteur Cabarrus, il Docteur Miracle, famosissimo omeopata della Parigi che conta;  ma è un figlio scomodo, perché nato fuori-del-matrimonio (il 9 Febbraio 1839); e dato che la sposa di Cabarrus si chiama Adelaide de Lesseps, sorella maggiore del famosissimo e ricchissimo  Ferdinand de Lesseps, eroe di Francia e patron del Canale di Suez …

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Famiglia De Lesseps

la famiglia interviene a difesa dell’onore di Adelaide, allontanando il piccolo Paul dal padre ‘tombeur-des-femmes‘, per affidarlo alle amorevoli cure – lontano dalle luci della ribalta parigina – di persone legate ai de Lesseps (fra cui, i ricchi Duchi De Broglie). Una ulteriore conferma – che mi pare importante – proviene da una lettera del libraio Pierre Dujolspierre_dujols , dell’11 Aprile 1911, indirizzata a Paul Decoeur (resa pubblica da Filosténe Junior, un serio alchimista belga):

 

Mio caro Paul,

da qualche giorno le mie gambe mi fanno soffrire sempre più senza una pausa veramente ristoratrice. Per aiutarmi, ho per fortuna il sostegno di M. Samuel Cohen Lidiakos, inviatomi da parte del Barone di Sarachaga per sbrigare la posta e occuparsi della mia corrispondenza di giorno in giorno. Sono molto contento dei suoi servigi e così ringrazio il Creatore di avermene dato il supporto che recentemente mi ha fatto difetto.

Caro amico, come sono lontani i tempi nei quali conversavamo sui filosofi che ci resistevano a causa delle loro parole così circospette! Avevate ragione: la pubblicità ed il chiasso non aiutano in nulla nel cammino del carbonchio. Ne misuro la difficoltà nel quotidiano. Durante le pause mi rimetto volentieri al lavoro. Ma l’opera si allontana. Al contrario di voi, che – presto saranno due anni – avete trionfato su tutti gli ostacoli che sbarravano l’entrata al nido della Fenice. Il suo uovo fu il vostro! Vi ha posto al grado supremo dell’iniziazione. Definitivamente, quanto il cenacolo si è meravigliato della vostra buona fortuna! Avete definitivamente meritato il titolo di “Vulcain Solaire”, l’araldo dei Filosofi ermetici dei nostri tempi.

Quanta gioia nel cuore nel ricordarmi il precedente successo, quello del nostro buon vecchio Maestro, vero Chouan[iv] e discepolo bretone degli antichi druidi di cui non debbo certo darmi la pena di citarvi il nome che voi ben conoscete! Quale fu la nostra emozione alla vista della sua ‘scoperta’, a tanti lustri di distanza. E quale fu la vostra sorpresa, voi che lo frequentavate da più tempo di me.

Ho dato/restituito a Champagne i quindici fogli su Chartres, ignoro se intende ispirarvisi per il testo da pubblicarsi su questa cattedrale. Vedrete voi se l’utilità di questa bozza è reale o semplicemente a vocazione artistica.

Domenica prossima temo di dover passare la mia Pasqua nella mia camera. La mia sposa è davvero coraggiosa nell’assistermi in tutti i miei spostamenti. Spero di ricevere prossimamente vostre felici nuove.

Il vostro devoto Pierre Dujols

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Lettera Dujols-Decoeur – 1911, f. 0

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Lettera Dujols-Decoeur – 1911, f. 1

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Lettera Dujols-Decoeur – 1911, f. 2

 

Da questo documento si deve annotare che:

1) Paul Decoeur era conosciuto come ‘Vulcain Solaire‘.

2) Pierre Dujols, alias ‘Magophon‘ attesta che Paul Decoeur, alias ‘Fulcanelli‘, conclude la sua Opera nella primavera del 1909.

3) Esisteva un ‘cenacolo‘, di cui tanto Dujols che Decoeur facevano parte.

4) Entrambi conoscevano il loro ‘bon vieux Maitre‘ bretone, che era più che probabilmente Pierre Aristide Monnier, aliasAlcyon

5) Monnier ha compiuto l’opera ‘a plusiers lustres‘ prima del 1911.

6) Fulcanelli aveva conosciuto Monnier prima di Dujols.

7) Dujols ha dato/restituito a Julien Champagne quindici fogli di testo sulla Cattedrale di Chartres, dai quali il disegnatore&alchimista avrebbe potuto trarre ispirazione per illustrare il testo di prossima pubblicazione. La decisione se il lavoro (si deve pensare tanto al testo che alle illustrazioni) potesse essere approvato per la pubblicazione finale spettava a Fulcanelli.

Il 7 Maggio 1906, cinque anni prima – e dunque tre anni prima che Fulcanelli concludesse la sua Opera – Dujols aveva scritto una missiva a Raymond Roussel, famoso scrittore ed autore sia de La Poussière de Soleil che del Locus Solus; eccone una mia traduzione:

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Raymond Roussel

Caro Monsieur Roussel,

in risposta alla vostra stimata lettera del 22 Aprile scorso, prendiamo atto della vostra decisione di rinunciare al progetto di scrivere sull’alchimia. Questo progetto al quale Mr. Decoeur tiene particolarmente sarà dunque ripreso a nostra cura.

Il nostro amico ha deciso di riprendere anche i suoi disegni dei dettagli dei medaglioni che ornano le cinque cattedrali coinvolte. Egli conta – per questa parte grafica – di affidarsi ai talenti di Julien Champagne, dell’atelier di Mr. Prinet. Questo artista appassionato d’Alchimia, ci riferisce di avere l’onore di conoscervi già.

Paul Decoeur mi incarica di chiedere il vostro parere a proposito del titolo globale dell’opera le cui precedenti/antiche note, vecchie di nove anni, voi avete messo a punto. Ha pensato a: ‘I motivi lapidari delle cattedrali ed altre dimore nel loro rapporto con il simbolismo della Grande Opera Alchemica’. Non è troppo lungo?

Si scusa di non potervi scrivere di persona, ma voi non ignorate il terribile lutto che lo affligge da qualche giorno.

Il decesso inopinato di Pierre Curie ha sconvolto molte persone ed i funerali hanno aggravato la costernazione generale.

Similmente, l’annuncio tragico ci ha immerso di nuovo nel pensare a Montpellier dove abbiamo seguito a suo tempo il corso di cristallografia dispensato da Mr. Jaques Curie, fratello del defunto, al quale abbiamo inviato le nostre più sincere condoglianze.

A proposito del suo amico Pierre, Mr. Decoeur ci ha confidato di essere stato turbato della sua recente conversione spirituale. Non può impedirsi di rivedere nello spirito il cerimoniale dei Druidi praticato nei bacini della Miniera a Guyancourt nei pressi di Versailles.

Per di più, i due amici progettavano di pubblicare una memoria sulla crescita cristallina in omaggio al Professor Hautefeuille: ecco un bel progetto che non vedrà più la luce.

Potete farci addebitare le spese di spedizione dei documenti?

Vi restituisco, con la presente comunicazione, l’interessante racconto dei Sette Ippocampi e ringraziate molto Mr. de Campagna a questo proposito.

Nel ringraziarvi in anticipo della vostra benevola collaborazione, vogliate gradire Monsieur Roussel, i nostri devoti sentimenti

Dujols

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Lettera Dujols-Roussel – 1906, f. 1

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Lettera Dujols-Roussel – 1906, f. 2

Da questo documento si deve annotare che:

1) Raymond Roussel rinuncia a scrivere (o a partecipare) ad un progetto sull’Alchimia.

2) Dal 1906 il progetto in questione – cui Paul Decoeur ‘tiene molto‘ – viene portato avanti da Dujols.

3) Decoeur richiede anche la restituzione degli schizzi da lui effettuati dei medaglioni che ornano le 5 Cattedrali prese in considerazione nell’ambito di tale progetto. Decoeur affiderà la realizzazione ‘in bella‘ dei suoi schizzi a Julien Champagne, ‘artista appassionato d’Alchimia‘. Champagne conosceva Roussel.

4) Roussel ha ‘messo a punto‘  le note precedenti del progetto, già ‘vecchie di nove anni, vale a dire risalenti a prima del 1897.

5) Decoeur, tramite Dujols, chiede a Roussel un’opinione sul titolo dell’opera ‘globale’, che è basata sull’esame del simbolismo alchemico di ‘cattedrali ed altre dimore‘.

6) La morte tragica di Pierre Curie (19 Aprile 1906)[v] getta nello sconforto il suo amico Decoeur; il quale – a proposito dell’interesse (ai fini scientifici) da parte di Pierre per alcuni fenomeni ‘spirituali’ – ripensa al ‘cerimoniale dei Druidi‘ praticato nei Bacini della Miniera[vi] di Guyancourt.

7) Dujols ha seguito un corso di Cristallografia tenuto da Jacques Curie, fratello di Pierre, a Montpellier.

8) Paul Decoeur e Pierre Curie avevano intenzione di scrivere una memoria sulla ‘crescita cristallina‘ come omaggio a Paul Hautefeuille[vii].

9) Roussel aveva evidentemente in precedenza inviato una nota a proposito dei Sette Ippocampi; e Dujols lo prega di ringraziare Monsieur de Campagna[viii].

A titolo di ulteriore riflessione occorre notare che è quantomeno curioso che Fulcanelli/Decoeur e Curie – due personaggi, per di più Accademici, di formazione e pratica indubbiamente “scientifica” – potessero in qualche modo interessarsi al Druidismo, se non per motivi ben precisi e delineati, liberati cioè dalla coltre di ciarpame che da secoli ha avvolto, sporcandola, la naturale Conoscenza della Natura (perdonate la apparente tautologia, indispensabile in questo caso) di cui i Druidi erano gli studiosi e praticanti. Tale interesse, nel caso di Fulcanelli, può essere maturato quasi certamente dalla lunga frequentazione con il Bretone Pierre Aristide Monnier (1824 – 1899), profondo conoscitore, seppur iper-cattolico, del valore rivoluzionario di quella antica scienza pagana.

Inoltre, l’importanza della relazione tra Decoeur e Roussel non deve essere trascurata: il lettore di Locus Solus non può che rimanere stupefatto, dopo una prima inevitabile reazione di stizza di fronte alla fantasia folle dell’autore, della singolarità non soltanto dell’intera opera, quanto dell’arguzia – davvero astuta – e del linguaggio utilizzato dal genio ‘foux‘ di Roussel. Dei sette capitoli di Locus Solus, il terzo descrive – come ricordato da Dujols – una corsa fantastica e bizzarra di Sette Ippocampi attorno ad un ancor più sorprendente cristallo – in forma di Diamante – immerso in una vasca piena di aqua-micans … per ora, non voglio commentare oltre; magari, mi riprometto di proporre una mia traduzione del passo in questione, dato che – more solito – il pur bravo traduttore dell’edizione italiana non ha colto la sottigliezza del merveilleux infusa dal visionario Roussel nel suo lavoro.

Il Bretone Monnier è il padre putativo di un ‘cenacolo’ di personaggi legati da interessi ermetici, tradizionali e ‘scientifici’, ove l’Alchimia – intesa come Physica, alla d’Espagnet, per intenderci – indica la direzione dello sviluppo della umana Conoscenza, prima a livello teorico e poi pratico.

Questo excursus – lo preciso – non intende celebrare, approvare o disapprovare una possibile identità di Fulcanelli; la vicenda – ricchissima fra l’altro di un mucchio di aneddoti e personaggi famosi  ad essa connessi – è certo interessante ed appassionante, ma ciò che è davvero importante è osservare che:

Il fil-rouge alchemico che sfocerà nell’opera di Fulcanelli ha una matrice alchemica solidissima, antica e molto ‘classica’, come vedremo meglio in seguito.

Questo fil-rouge si dipana attraverso personaggi che hanno una visione ed un approccio molto pragmatico, e che appartengono ad un ambiente senza dubbio “scientifico”, guidati da uno spirito di ricerca puro, privo di pre-giudizi e/o stereotipi. Il ‘cenacolo’ di cui si parla è fatto di uomini di Scientia e di Ars, che si muovono ovviamente nel loro tempo, in mezzo a vicende difficili per il loro paese e che appaiono – nei loro pregi e nei loro difetti – umani. Pur nella loro emportance, nella loro caratura, si tratta di uomini che fanno della Conoscenza, e della Ricerca connessa, il loro pane quotidiano ed extra-quotidiano.

Inoltre, e non ultimo, inizia ad apparire un progetto di diffusione di uno scritto che ha una storia lunga, una gestazione di decenni, e che passa per le mani di un certo numero di persone: Il Mistero delle Cattedrali e Le Dimore Filosofali[ix] sono il risultato di sforzi di appassionata didattica e divulgazione – nei limiti della Tradizione – ma nello spirito di una ricerca seria, continuata, affiancata a ciò che la chimica-fisica del tempo andava sperimentando e trovando, e sposata con magistrale bellezza alla Physica antica. Quegli uomini, con i loro pregi ed i loro difetti, hanno progettato – ed a lungo – un lavoro di grandissimo valore teso a ridare all’Alchimia lustro e pulizia, nutrendolo sin dall’inizio dello scopo mai taciuto dell’Alchimia: Conoscenza.

Attraverso un libro certo di difficile comprensione, ma precisamente scientifico, dato che il suo terreno d’origine ed il fine sono – de facto – i processi che presiedono alla entrata in manifestazione della Materia, secondo le leggi di Madre Natura, in ogni Universum. Scienziati ed Artisti. Non altro.

Dopo la scomparsa di Monnier, Fulcanelli guida questo progetto, sia a livello dottrinale che di pratica alchemica: tale progetto include un numero considerevole di testi e referenze, evidentemente selezionati non casualmente nell’enorme mole di testi alchemici. L’invito a studiare e praticare è chiaro e perentorio, ovviamente con tenace passione, serietà e dedizione totale. Nelle Dimore Filosofali il famoso capitolo Alchimie et Spagyrie dimostra con semplice chiarezza la perfetta conoscenza da parte dell’autore delle correnti pratiche di laboratorio chimico-fisico, tipica di un uomo che ne conosce sia la tecnica che i limiti; é un uomo della scienza di quel tempo che scrive ed indica ‘cosa-manca‘ e ‘cosa-fa-la-differenza‘. Allo stesso tempo, è il Filosofo della Natura che indica ‘dove-cercare‘ ed in quali libri ‘trovare‘. Si dice sempre che i libri sono scritti per chi già ‘sa’. Vero. Ma anche falso. Se si studia e si pratica, apprendendo il metodo di ricerca impiegato ed indicato da Fulcanelli – che evidentemente lo ha percorso sia attraverso l’elaborazione di un suo modello teorico, sia a livello di sperimentazione nel laboratorio alchemico – si dispone degli strumenti utili alla bisogna: il successo, il risultato, non ha alcuna importanza. Ciò che conta è il procedere lungo il percorso, con metodo, amore ed umiltà.

Sempre nelle Dimore Filosofali, l’ultimo Capitolo della prima Edizione è dedicato a Le Cadran Solaire du Palais Holyrood d’Edimbourg:

C’est plutôt un cristal érigé, une gemme élevée sur un support … il se compose essentiellement d’un bloc géométrique, taillé en icosaèdre régulier, aux faces creusées d’hémisphères et de cavités à parois rectilignes, lequel est supporté par un piédestal dressé sur une base pentagonale formée de trois degrés plans. … Arachne, où les heures étaient, dit-on, gravées à l’extrémité de fils ténus, ce qui lui donnait l’aspect d’une araignée … Le mot grec уνωμων, qui s’est intégralement transmis aux langues latine et française (gnomon), possède un autre sens que celui de l’aiguille chargée  d’indiquer, par l’ombre projetée sur un plan, la marche du soleil. Γνωμων désigne aussi celui qui prend connaissance, qui s’instruit; il définit le prudent, le sensé, l’éclairé. Ce mot a pour racine γιγνωσχω, que l’on écrit encore γινωσχω, double forme orthographique dont le sens est connaître, savoir, comprendre, penser, résoudre. De là provient Γνωσισ, connaissance, érudition, doctrine, d’où notre mot français Gnose, doctrine des Gnostiques et philosophie des Mages. … Mais la racine grecque d’où proviennent уνωμων et уνωσις, a également formé уνωμη, correspondant à notre mot gnome, avec la signification d’esprit, d’intelligence. …

L’icosaèdre gnomonique d’Edimbourg est donc bien, en dehors de sa destination effective, une traduction cachée de l’OEuvre gnostique, ou Grand OEuvre des philosophes. Pour nous, ce petit monument n’a pas simplement et uniquement pour objet d’indiquer l’heure diurne, mais encore la marche du soleil des sages dans l’ouvrage philosophal. Et cette marche est réglée par l’icosaèdre, qui est ce cristal inconnu, le Sel de Sapience, esprit ou feu incarné, le gnome familier et serviable, ami des bons artistes, lequel assure à l’homme l’accession aux suprêmes connaissances de la Gnose antique.

Il capitolo in questione – oltre a questa inequivocabile indicazione sul senso e sulla direttrice cui punta la Science e l’Art d’Alchimia – offre una messe di riferimenti preziosi per l’operatività. Ed altro …

To be continued …

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Note

[i] Sull’Anjou sarebbe troppo lungo dissertarne in questo contesto: è sufficiente ricordare il ruolo assolutamente importante della Casata i cui discendenti – diffusi in tutte le Genealogie dei maggiori Regni d’Europa – saranno protagonisti di gesta e ‘orientamenti’  determinanti, che influenzeranno profondamente lo sviluppo dell’Europa. Non va dimenticato, inoltre, il ruolo ugualmente esiziale dell’Aquitanie: in estrema sintesi storica, tutta la parte occidentale della terra di Francia è la depositaria della più antica tradizione Celtica.

[ii] Henri Charles Ferdinand Marie Dieudonné d’Artois, duc de Bordeaux, Comte de Chambord fu Re (contestato) dal 2 al 9 Agosto 1830, e non venne mai proclamato Re; a partire dal 1844 al 1883 fu il Pretendente Legittimo alla Corona, e fu l’ultimo Re di Francia.

[iii] L’attuale Bretagna (Breizh) nasce da un’emigrazione  di varie tribù di Britanni, un fiero popolo Celtico che abitava la parte centrale e meridionale della attuale Inghilterra: attorno al 380, sotto la spinta degli invasori Sassoni, un considerevole numero di  Britanni, guidati dal Dux Britanniae Magnus Maximus – in gallese: Maxen Wledig -, varcarono il Canale per approdare nella parte occidentale dell’Armorica Romana e negli attuali Paesi Baschi, ove si stanziarono. Breizh fu sempre Regno – e poi Ducato – totalmente indipendente dal Regno di Francia; solo nel 1532 venne unita – e non annessa – al Regno di Francia come Provincia, e governata come nazione separata.

[iv] Si tratta di un soprannome dato ai partigiani realisti dell’Ovest francese, che insorsero contro La Republique: a sua volta, il termine viene dal soprannome di Jean Cottereau, che radunava i suoi compagni insorti al grido di ‘chat-huant‘, che è anche il nome dell’Allocco (il rapace notturno).  La pronuncia in vecchio francese e nei dialetti suona come ‘Savant‘, ‘Sapiente‘. Ma vi è anche un’altra Cabala Fonetica, una delle passioni condivise dai due amici.

[v]  Pierre Curie (1859 – 1906) grandissimo fisico, padre della cristallografia, studioso del magnetismo, scopritore dell’effetto piezoelettrico e della radioattività; ricevette il premio Nobel in Fisica nel 1903, assieme alla moglie Marie e a Becquerel “per gli straordinari servizi resi dalle loro ricerche congiunte sui fenomeni radioattivi scoperti dal Professor Henry Becquerel“.

[vi] Gli ‘Stagni della Miniera‘ facevano parte di una serie di imponenti lavori diretti da J.B. Colbert tesi ad assicurare il rifornimento di acqua (Riviére du Roi Soleil) per l’enorme parco di Versailles (8000 ettari), e risalgono al 1668. Pierre Curie adorava quella zona boscosa e ricca d’acqua: ” Sì, mi ricorderò sempre con riconoscenza del bosco della Miniera! Di tutti i posti che ho visto, è quello che più ho amato e dove sono stato più felice. Spesso partivo di sera, e risalivo la vallata, ritornavo con venti idee in testa…“.

[vii] Paul Hautefeuille (1836 – 1902), emerito mineralogista e  chimico, membro dell’Académie des Sciences dal 1895; famoso per aver scoperto la sintesi di molti cristalli grazie all’azione di catalizzatori.

[viii] Si tratta di Vincent de Campagna (che non ha nulla a che fare – temo – con Julien Champagne), che compare sia nell’agenda personale di Roussel (78, Avenue de Wagram – Paris 8me, e anche La Rivière Thibouville, Nassandres) che come destinatario di una dedica autografa da parte di Roussel di una copia de La Poussière de Soleil: “Et de ces millions de Soleils chacun est le pivot de quelque univers!“.

[ix] Il progetto iniziale pare essere stato costituito dall’esame in chiave ermetica ed alchemica sia delle maggiori Cattedrali che di alcune Dimore di Francia. Considerando l’impianto del lavoro originale, è davvero curioso notare che le 5 Cattedrali previste diventano nell’edizione finale solo 2 (spicca l’assenza di Chartres e Bourges); ed alla luce di quanto esposto, l’inserimento ne Les Demeures Philosophales del magnifico capitolo Les Gardes du Corps de François II, Duc de Bretagne (a Nantes) indica ancor meglio il legame intercorso tra Monnier/Alcyon e Decoeur/Fulcanelli.

La caccia all’Oro Filosofico

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Eugéne Canseliet, 1926

Eugéne Canseliet, 1926

1839 – nascita (stimata) di Fulcanelli

1862 – nascita di Pierre Dujols de Valois

1877 – nascita di Jean Julien Champagne

1887 – nascita di René Adolphe Schwaller

1899 – nascita di Eugéne Canseliet

1913 – primi incontri tra René Adolphe Schwaller e Jean Julien Champagne, a Parigi

1912 – Jean Julien Champagne viene presentato a Fulcanelli dai De Lesseps

1915 – primo incontro di Eugéne Canseliet con Fulcanelli, a Marsiglia

1916 – Fulcanelli presenta Jean Julien Champagne a Eugéne Canseliet, a Marsiglia.

1919 – Eugéne Canseliet torna a Parigi, dove Fulcanelli, anche lui a Parigi, lo introduce nei salotti della Ville Lumiére, tra cui spicca quello dei de Lesseps. Anche Jean Julien Champagne frequenta gli stessi ambienti.

1919 – René Adolphe Schwaller viene ‘nobilitato’ da Oscar Wenceslas de Lubicz-Milosz, Principe di Lusazia, conte di Lahunovo; nasce René Adolphe Schwaller de Lubicz

1920 – René Adolphe Schwaller de Lubicz fonda il gruppo Les Veilleurs

1920 – Pierre Dujols de Valois, nella dedica a Fulcanelli del suo Hypotypose (Mutus Liber), lo indica come ‘Philosophe-Adepte’

1922 – Eugéne Canseliet compie una trasmutazione di 120 gr. di piombo in oro nelle Officine a Gas di Sarcelles, utilizzando la polvere di proiezione di Fulcanelli, in presenza dello stesso Fulcanelli, di Jean Julien Champagne e di Gaston Sauvage

1923 – Fulcanelli fa recapitare a Eugéne Canseliet tre manoscritti (Il Mistero delle Cattedrali, Le Dimore Filosofali, Finis Gloriae Mundi) impacchettati e sigillati in cera verde, perché si occupi di farli pubblicare. Fulcanelli si allontana da Canseliet, ormai in grado – secondo lui – di affrontare da solo la Grande Opera.

1925 – Eugéne Canseliet e Jean Julien Champagne affittano due mansarde contigue a Parigi

1926 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso J. Schemit, la prima edizione (300 esemplari) de Il Mistero delle Cattedrali, con le illustrazioni di Champagne.

1926 – morte di Pierre Dujols de Valois

1929 – René Adolphe Schwaller de Lubicz e la moglie Isha (Jeanne Germain Lamy) si stabiliscono a Plan de Grasse, in Provenza, in una proprietà ribattezzata Mas de Coucagno

1930 – dopo 19 anni di tentativi più o meno continuati, Schwaller de Lubicz e Jean Julien Champagne – chiusi nel laboratorio di Plan de Grasse – riescono a condurre a termine la produzione alchemica del rosso e del blu nella massa del vetro, ricreando la materia delle perdute vetrate delle Cattedrali Gotiche, grazie ad un libro del 1830 che Champagne aveva ‘trafugato’ da una libreria

1926 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso J. Schemit, la prima edizione (500 esemplari) de Le Dimore Filosofali, con le illustrazioni di Champagne.

1932 – morte di Jean Julien Champagne

1938 – Eugéne Canseliet intraprende la ‘Grand Coction‘: è il famoso evento legato alla “rottura dell’uovo”, collegata con una vasta aurora boreale

1952 – Eugéne Canseliet, come lui stesso ripeterà molte volte, incontra nuovamente Fulcanelli, nei pressi di Siviglia

1957 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso Lavritche, la seconda edizione (1000 esemplari) de Il Mistero delle Cattedrali, con le illustrazioni di Champagne.

1964 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso Pauvert, la terza edizione de Il Mistero delle Cattedrali, con le foto di Pierre Jahan.

1965 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso Pauvert, la terza edizione de Le Dimore Filosofali, con le foto di Pierre Jahan.

1982 – Eugéne Canseliet lascia questo mondo

Eugéne Canseliet...

Eugéne Canseliet...

Questa piccola cronologia potrebbe essere completata da altre date, da altri nomi e da altri eventi. L’intento, qui, non é la identificazione di Fulcanelli, bensì quello di fornire un tessuto temporale ad una particolare notazione che appare nella seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali, scritta da Canseliet nel febbraio del 1958;  si tratta del famoso passo in cui il Maitre di Savignies ricorda che Fulcanelli passò venticinque anni alla ricerca dell’oro dei filosofi; eccola:

Allora il Maestro commentava, con il grave e nobile volto, incorniciato dalla massa dei lunghi capelli grigi, curvo sulla nostra spalla:

‘E così, l’oro filosofico, anche se pieno d’impurità, circondato da spesse tenebre, coperto dalla tristezza e dal lutto, dev’essere considerato come l’unica e vera materia prima dell’Opera; allo stesso modo in cui la vera e unica materia prima è il mercurio, da cui è nato quest’oro invisibile, miserabile e sconosciuto. Questa distinzione, che di solito non si fa, precisò poi, è d’importanza capitale; infatti facilita grandemente la comprensione dei testi e permette la soluzione delle prime difficoltà.’

[Fulcanelli, Le Dimore Filosofali, prefazione alla Seconda Edizione – Ed. Mediterranee]

L’edizione Italiana tradotta da F. Ledvinka è purtroppo piuttosto imprecisa; d’altro canto quel richiamo alla ‘distinzione‘ non è giustificato da quanto tradotto, ma nessuno – forse – ci fa gran caso: quale sarebbe la distinzione cui allude Fulcanelli nel testo così come è stato tradotto?…qualcosa non va. Vediamo allora lo stesso passo preso dall’originale, nella edizione Francese di Pauvert:

Le Maitre commentait alors, sa grave et noble figure noyée dans le longues cheveux gris et penchée sur notre épaule:

‘Ainsi, l’or philosophique, tout rempli d’impuretés, environné d’épaisses ténèbres, couvert de tristesse et de deuil, doit-il etre considéré néanmoins comme la véritable et unique première matière de l’Oeuvre, de meme qu’en est la veritable et unique matière première, le mercure, d’ou cet or invisible, miserable et méconnu a pris naissance. Cette distinction, qu’on n’a pas coutume de faire, précisait-il, est d’une importance capitale; elle facilite grandement la compréhension des textes et permet la résolution des premières difficultés‘”

[Fulcanelli, Les Demeures Philosophales, preface à la Deuexieme Edition – Ed. Pauvert]

Qui appare chiara quella ‘distinzione‘ che era di fatto incomprensibile nella traduzione italiana: Fulcanelli parla della première matière, attribuendola all’oro filosofico, e della matière première, attribuendola al mercurio. Il passo assume allora il suo vero significato:

Il Maestro commentava allora, il suo grave e nobile volto inondato dai lunghi capelli grigi e curvo sulla nostra spalla:

‘Così, l’oro filosofico, tutto pieno d’impurità, circondato di spesse tenebre, coperto di tristezza e di lutto, deve nondimeno essere considerato la prima materia dell’Opera, allo stesso modo in cui ne è la veritiera ed unica materia prima il mercurio, da cui quest’oro invisibile, miserabile e misconosciuto è nato. Questa disitinzione, che non siamo abituati a fare, precisava, è di un’importanza capitale; essa facilita grandemente la comprensione dei testi e permette la risoluzione delle prime difficoltà’

[Fulcanelli, Le Dimore Filosofali, prefazione alla Seconda Edizione – Ed. Mediterranee – mia personale traduzione]

La ‘distinzione’ tra prima materia e materia prima è molto importante a livello di Filosofia Naturale e, di conseguenza, a livello operativo. Pochi si soffermano a riflettere, pensando che siano la stessa cosa, il che in un certo senso un po’ grossolano è certo vero ma non veritiero, o ritenendo che si tratti di uno dei tanti sofismi che si attribuiscono, stoltamente, ai trattati alchemici. Secondo il senso comune di oggi un chimico ha sempre ragione e conosce la verità, mentre un alchimista ha sempre torto e non conosce come stanno le cose. Siamo abituati a frequentare luoghi comuni, perchè rassicuranti per la nostra esistenza incerta ed affannosa, e mai quelli veramente straordinari; quelli ‘veritieri‘, per dirla con Fulcanelli. A proposito: a mio avviso esiste una differenza tra ‘vero‘ e ‘veritiero‘, tra ‘vrai‘ e ‘veritable‘. Sottile, ma esiste: il veritiero è portatore del vero. Semplice, ma chi ama oggidì le cose semplici? Ma torniamo a quella ‘distinzione‘ sfuggita, che Canseliet aveva amorevolmente incluso nel suo scritto del 1958: la prima materia è qualcosa che attiene molto più all’origine della creazione, essendo di fatto il seme da cui tutti i corpi prendono forma sostanziale e manifesta; pur essendo un termine ‘spostato’ verso il mondo metafisico, è tuttavia uno stato della materia primo, che è alla base di ogni manifestazione. Ovviamente si tratta di trovare, ottenere, questa prima materia, vero primo passo dell’Opera. E’ l’oro dei filosofi. Ma attenzione: l’oro dei filosofi di cui si parla nel passo è ancora in potenza, nascosto, prigioniero, chiuso dalle impurità, dal lutto e dalle tenebre. E’ ovvio che lo scopo è quello di portarlo alla luce, di farlo nascere: quando sarà effettivamente nato potrà chiamarsi più propriamente Oro dei Filosofi.

La materia prima è invece il corpo principale, il protagonista ineludibile della Grande Opera, quello che ne giustifica l’esistenza stessa e ne permette il compimento. Se si legge il passo con attenzione, con calma, con serenità,  si comprende che questa materia prima contiene essa stessa quella prima materia: quello zolfo, che sarà l’Oro dei Filosofi, nasce “dal” mercurio e non soltanto “grazie al“. Molti Maestri l’hanno indicato chiaramente: e molti pensano che le affermazioni come “il vento l’ha portato nel suo ventre” siano solo delle curiose frasi su cui disquisire dottrinalmente, in genere per ore.  Dimenticando che l’Alchimia è una cosa reale, frutto di studi approfonditi, certo, ma che alla fine si compie con le mani , in un piccolo Laboratorio. Dunque questo mercurio di cui si parla è anch’esso un seme, ma di funzione diversa; si legge chiaramente che uno è il maschio, indicato in questo passo nel suo stato di ‘potenza’, nascosto ed occultato; l’altro è la femmina, quello che è in grado – reso manifesto dall’Arte – di portare all’atto quella potenza. Si tratta di una visione cruciale del funzionamento di Madre Natura, ovviamente ben diversa da quella della Chimica; non è una reazione quella che si cerca, anche se la nostra logica ci spinge a incasellarla in questo senso, quanto piuttosto un’azione primordiale e completamente naturale, essendo l’esatta replica di una Creazione.

E’ ovvio che questo processo, di difficile comprensione per la nostra logica, lo è anche a livello operativo. Anche se Madre Natura è di una semplicità disarmante, è per noi umani molto difficile realizzare con compiutezza questa ‘naturalità’. Siamo troppo distanti, per complessità biologica e dunque per funzionamento intellettuale, dalla semplicità originaria del mondo minerale, che fu il primo dei tre regni ad apparire nella manifestazione. E’ così importante riflettere sul termine ‘apparizione‘ che gli antichi, di ogni epoca e contrada, ci ricordano che Maya, l’illusione, è ciò che permea tutta la nostra cosiddetta realtà: la vera esistenza, l’ “essenza” è sempre nascosta, diversa: e questa essenza si manifesta grazie allo zolfo ed al mercurio di ogni corpo manifesto. Quelli sono ‘veritieri‘. Ma sono decisamente occulti, lontani dalla nostra possibilità ‘meccanica’ di percezione: ma sono essi gli attori unici, assieme a qualche altra cosa, della Grande Opera. E a causa di questa difficoltà percettiva, che si riflette immediatamente nella possibilità operativa di ogni artista, i Maestri indicano, con infinita pazienza e molto Amore, il sentiero dello studio assiduo, teso a sgretolare le nostre convinzioni logiche, e quello della pratica ad esso collegata, con identica assiduità, alla ricerca del vero attraverso l’identificazione del veritiero; ecco perché, molto spesso, la ricerca di questo zolfo così importante viene indirizzata in corpi adatti alla bisogna; e nascono le Vie, più o meno particolari. In questo modo, si spera (ma è certamente possibile, e più facile), si può ottenere quello zolfo da un corpo diverso, che tuttavia deve ovviamente essere ‘adatto’ alla femmina a disposizione. Ecco perchè ogni étudiant scopre presto di trovarsi in un vero labirinto di ipotesi, di lavorazioni e di corpi (ma non solo per questo; come si sa senza il Fuoco Segreto non si fa Alchimia); e qui, in soccorso amorevole allo smarrimento che prende il cuore di ogni cercatore, Paolo Lucarelli scrive in un passo della sua Introduzione a Il Mistero delle Cattedrali:

“Si tratta di aggiungere al mercurio comune uno zolfo vivo, definito metallico. È proprio in un metallo, o almeno in qualcosa che ne può assumere la definizione, che Fulcanelli ci invita a cercarlo. Si tratta di aprire questo metallo, il secondo libro chiuso, detto anche oro, oro filosofico, oro non volgare, e di estrarne la parte viva e attiva. Operazione – in realtà insieme di operazioni – detta anche rincrudazione, quella in cui si uccide il vivo per rianimare il morto, che non è evidentemente una vera rianimazione di un metallo morto, ma, come già detto, l’estrazione del suo zolfo e la sua unione con il mercurio.”

In questo caso, è evidente che occorre saper estrarre dal metallo il suo zolfo: una serie di operazioni permetterà di liberare il prigioniero e di rendere possibile quell’unione tra Principia di cui si parla ovunque in ogni testo alchemico. Si noti, tuttavia, come del resto è normale in Alchimia, che bisogna imparare a leggere!…

Ritornando a quanto scritto da Canseliet, a quel preciso ricordo del vecchio Maestro chino sul discepolo, un’immagine parlante che indica quanto fosse stato intenso quel particolare momento per il giovane discepolo, ci si potrebbe chiedere: ma quando è avvenuto tutto questo? Canseliet scrive nel 1958, ha 59 anni ed ha già fatto un bel pezzo del suo cammino, prima filosofico e poi operativo; Se dobbiamo leggere tra le date che ho riportato sopra, con tutte le cautele necessarie, si potrebbe dire che Fulcanelli era vicino alla felice conclusione dei suoi lavori. Siamo dunque attorno agli anni ’20, visto che Fulcanelli sarebbe ‘scomparso’ attorno al 1930. Canseliet potrebbe aver avuto un’età compresa tra i venti ed i trent’anni; ha ventiquattro anni all’epoca della famosa trasmutazione di Sarcelles, compiuta sotto gli occhi del Maestro e dei suoi due amici; in ogni caso, è molto giovane, sia anagraficamente che filosoficamente. C’è da ritenere che se nel 1958, in occasione della sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali, a Savignies, decide di rendere nota quella così particolare raccomandazione da parte del Maestro, che era rimasto bloccato per venticinque anni alla ricerca dell’oro filosofico, debba essere stato per una ragione importante. Se si decide di dar fiducia ad Atorène, Canseliet sarebbe riuscito ad isolare lo zolfo filosofico nel 1936, ‘dopo sedici anni di pratica‘: il che ci porta a dire che Canseliet inizia il suo lavoro operativo per l’appunto negli anni ’20. Se poi si prende in considerazione il fatto che Fulcanelli avrebbe concluso la Grande Opera attorno al 1920 (o forse prima?), visto che è nel 1923 che Canseliet riceve i tre manoscritti di Fulcanelli, se ne dovrebbe dedurre che Fulcanelli avrebbe cominciato ad operare attorno al 1895, o forse prima. E’ dunque attorno agli anni ’20 che sembra di poter datare quel particolare colloquio tra Maestro e discepolo: Fulcanelli ha un’ottantina d’anni e Canseliet è un ventenne!

Ma il 4 Dicembre 1933, a 34 anni, Canseliet decide di scrivere una lettera a Schwaller de Lubicz; si tratta di un testo molto strano, in cui Canseliet di rivolge in modo estremamente deferente all’autore di Adam l’homme rouge: Champagne è morto tragicamente da un anno, dopo aver terminato i suoi lavori con Schwaller de Lubicz a Plan de Grasse, tenendo all’oscuro di qualcosa il compagno di studi che abitava nella mansarda accanto. E proprio da una nuova riflessione su una confidenza fatta dal suo compagno, che Canseliet cambia qualcosa nel suo piano di lavori; nella lettera dalla calligrafia caratteristica, riprodotta e riportata da G. Dubois nel suo Fulcanelli Dévoilé, si narra di questo cambio di passo; eccone una parziale riproduzione:

Lettera di Eugéne Canseliet a René Schwaller de Lubicz, 1933

Lettera di Eugéne Canseliet a René Schwaller de Lubicz, 1933 - tratta da 'Fulcanelli' di G. Dubois, Ed. Mediterranee - 1996

Sembra dunque di capire che Canseliet, nel 1958, proprio a causa di un suo errore giovanile, voglia dare testimonianza, ancora una volta, della bontà di quella caritatevole riflessione a voce alta di Fulcanelli, evidentemente incompresa sino al 1933; en passant, si può notare quanto poco fondate possano risultare quelle ipotesi che fanno di René Schwaller de Lubicz o di Jean Julien Champagne due possibili candidati per tentare di risolvere il grande giallo sull’identità di Fulcanelli.

Sempre nella stessa lettera, piena di amare considerazioni su Champagne, Canseliet riporta una piccola notula di Schwaller de Lubicz, che evidentemente condivideva sul piano operativo (click per ingrandire):

Lettera di Eugéne Canseliet a René Scwaller de Lubicz, 1933 (Notula) - riprodotta da 'Fulcanelli' di G. Dubois - Ed. Mediterranee, 1996

Lettera di Eugéne Canseliet a René Scwaller de Lubicz, 1933 (Notula) - riprodotta da 'Fulcanelli' di G. Dubois - Ed. Mediterranee, 1996

Come si vede, ogni alchimista è un essere umano e nel suo percorrere con passione immensa il cammino sulle tracce della Dama, può (e deve) compiere errori. D’altro canto il cammino è lungo e sempre pieno di ostacoli, nulla è mai scontato. Se veniamo informati dell’ipotesi che fu nel 1936 che Canseliet riuscì nella delicata operazione dell’isolamento dell’Oro dei Filosofi, sarà lo stesso Maitre ad ammettere in un’intervista nel 1978, soavemente e dolcemente, quasi ottantenne, di essere ancora in cammino…

In conclusione, riporto quanto Limojon de Sainct Disdier, nel suo Il Trionfo Ermetico, fa dire ad Eudossio in una famosa spiegazione:

…Essa (la Pietra) sostiene, invece, che è lei che nasconde nel suo seno il vero Oro dei Saggi, vale a dire i primi due tipi di Oro (quello Astrale e quello elementare) di cui ho appena parlato: poiché dovete sapere che la Pietra, essendo la più pura porzione degli elementi metallici, dopo la separazione e la purificazione che il Saggio ne ha fatto, è propriamente l’Oro della seconda specie. Quando questo Oro (l’Oro dei Saggi!) perfettamente calcinato ed esaltato sino alla purezza ed al biancore della neve, ha acquisito grazie al magistero una simpatia naturale con l’Oro Astrale, di cui è diventato visibilmente il vero magnete, egli attira e concentra i se stesso una così grande quantità di Oro Astrale e di particelle solari, che riceve dalla continua emanazione che se ne fa dal centro del Sole e della Luna, che si trova nella disposizione prossima ad essere l’Oro vivente dei Filosofi…

Come sempre, occorre leggere sforzandosi di comprendere, perchè la lettera uccide…a titolo di chicca finale in questa caccia all’Oro dei Filosofi, ecco una pagina molto chiara ed onesta, tratta dall’Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium di Ireneo Filalete, nella traduzione di Paolo Lucarelli per le Edizioni Mediterranee (Cap. XIII, pag. 53):

Filalete - l'Oro dei Filosofi

Filalete - l'Oro dei Filosofi

In questo caso, nel leggere, occorre il quadruplo delle precauzioni; Filalete è noto per la candida onestà e splendida chiarezza, ma non si deve credere – lo dichiara lui stesso – che non abbia preso le sue precauzioni, nello scrivere…

Proprio Paolo Lucarelli soleva ripetere – sempre sorridendo – che  “Il problema dell’ermetismo è che …è così ermetico!

Consiglio finale:…andare alla fonte, …porta acqua. Buona caccia!

Nigra sum sed formosa…

Posted in Alchemy with tags , , , , , , , , , , on Wednesday, October 22, 2008 by Captain NEMO

Moltissimo si potrebbe dire a proposito del Vespro della Beata Vergine, pubblicato nel 1610 da Claudio Giovanni Monteverdi. Magari con l’aiuto di qualche amico musico riuscirò un giorno a mostrar meglio la bellezza di quest’opera musicale, tanto amata dagli alchimisti; Eugène Canseliet sosteneva amabilmente che Monteverdi fosse soltanto divinamente ispirato quando compose il Vespro; ma l’interesse del compositore per l’Arte pare testimoniato da una serie di lettere (23 Agosto 1623 – 28 Marzo 1626), in cui Monteverdi – che stava lasciando la corte del suo mecenate Don Vincenzo Gonzaga, Duca di Mantova, per divenire Maestro di Cappella della Basilica di San Marco a Venezia – si diceva interessato a praticare l’Alchimia. Anche in alcune lettere successive indirizzate all’amico Ercole Marigliani si parla di acquisto di storte e palloni dalla manifattura di Murano, di piccole partite di mercurio e di un accender il foco proprio il 28 Marzo 1626. Certo è poco per farne un alchimista serio: d’altro canto sembra che Monteverdi fosse afflitto da un malanno quasi cronico, dovuto all’assunzione di un catartico a base di mercurio sublimato (era figlio di un farmacista); forse anche per questo si dilettava d’Alchimia, come molti altri a quel tempo, del resto, alla ricerca della panacea universale. Sia come sia, ci resta in ogni caso una mole di composizioni straordinarie, in cui il Vespro emerge come un affresco musicale estremamente evocativo.

Tutti conoscono senza dubbio l’apertura maestosa (Cantico & Responsorio: Deus in adiutorium) del Vespro; ma il mottetto Nigra sum sed formosa – tratto dal Cantico dei Cantici – è una piccola perlina; fate clik su  Play per ascoltare il brano di Monteverdi:

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Nigra sum sed formosa filia Ierusalem.
Ideo dilexit me Rex, et introduxit [me]
in cubiculum suum et dixit mihi:
Surge, amica mea, et veni.
Iam hiems transiit, imber abiit et recessit,
flores apparuerunt in terra nostra;
tempus putationis advenit.

Credo che non si possa fare a meno di restare stupefatti di fronte alle tante allusioni – neanche tanto ermetiche, per la verità – di questo splendido Canto d’Amore, che svela in bellissima evidenza molte cose. Come dicevo nel Post precedente, relativo alle Fiabe, occorre sapersi meravigliare, saper mirare e lasciarsi cadere, rapiti, nell’abbraccio del suono e dell’immagine, entrambi meravigliosi.

Naturalmente uno degli accostamenti più immediati è quello con la Vergine Nera di cui parla Fulcanelli:

Julien Champagne - Vierge Noire
Julien Champagne – Vierge Noire

che ne parla così ne Le Mystère des Cathédrales:

Notre Dame de Confession, célèbre Vierge noire des cryptes saint Victor, à Marseille, nous offre un beau spécimen de statuaire ancienne, souple, large et grasse. Cette figure, pleine de noblesse, tient un sceptre de la main droite et a le front ceint d’une couronne à triple fleuron.

La storia locale lega la statua alla Leggenda dei Ceri Verdi, a cui Fulcanelli si riferisce in questo modo ne Les Demeures Philophales:

Cette légende contient, derrière le voile allégorique, la description du travail que doit effectuer l’alchimiste pour extraire, du minéral grossier, l’esprit vivant et lumineux, le feu secret qu’il renferme, sous forme de cristal translucide, vert, fusible comme de la cire, et que les sages nomment leur vitriol“.

Si sta parlando, insomma, di una indicazione che lega la materia nera e vergine all’ottenimento del Fuoco Segreto. Sempre giocando con la gaia scienza, forse ci si renderà conto del perchè la materia nigra sia davvero formosa: essa contiene, infatti, una forma in cui prende ricettacolo lo Spirito Universale, unico vero attore della Grande Opera. La leggenda è ben conosciuta, e Fulcanelli la riassume pefettamente per chi sa intendere. Ma, se non fosse sufficiente, trovo giusto segnalare un bell’articolo sulla Leggenda dei Ceri Verdi apparso sul Blog del mio amico Archer, qui. Il 2 Febbraio si celebra la festa della  Candelora (‘…dall’inverno semo fora ! ‘; non è divertente che la nostra nigra proclami ‘Iam hiems transiit’ ??), che celebra il rito della purificazione delle candele, a richiamare probabilmente quello più antico delle Lucerne romane; inoltre, nel Levitico 12,2-4, si dice che:

Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione“.

E siamo a quaranta giorni; il che non guasta, no?

Nel calendario celtico la Candelora è in corrispondenza con il giorno di Imbolc (1 Febbraio), che significa per l’appunto nel grembo, tanto per sottolineare come la Sapienza sia sempre una, indipendentemente da ogni luogo e tempo. In quel giorno, e magari ne riparleremo quel giorno, Terra è astronomicamente equidistante dal punto di solstizio d’Inverno e da quello dell’equinozio di Primavera; e dunque si tratta di un momento davvero peculiare, in cui si esce da un ciclo oscuro per entrare in un ciclo di Luce, visto che la vergine nera dovrà partorire un figlio luminoso; e per questa ragione si compie un rito di Luce, legato alla benedizione delle candele verdi, colore simbolo della vita nascente, rappresentato nell’iconografia alchemica dal vetriolo cui accennava quel perfido ma amorevole Maestro che era Fulcanelli.

Dimenticavo: Imbolc suona molto come Oimelc, che significa latte ovino (da cui l’inglese ovine milk): è infatti subito dopo Imbolc, che nascono gli agnelli, ai quali – per gli alchimisti accorti, naturalmente – era destinato …il latte della Vergine!

E così, da un mottetto sapido su una formosa nera, musicato da Monteverdi, siamo passati per l’appunto al verde, per finire con Champagne all‘Uber Campa Agnas !

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