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Il Mistero delle Tre Notule … in onore della Gran Dama, quella Universale.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, June 29, 2020 by Captain NEMO

Ho atteso qualche giorno; volevo rendermi conto se qualcuno avesse voluto dire la sua a proposito del sasso gettato nello stagno – o forse meglio, ‘in piccionaia‘? – da parte di Fra’ Cercone; sto parlando di tre vecchi suoi interventi che, parecchi anni fa, furono offerti al pubblico di un altro palcoscenico. E dopo aver atteso, ho riflettuto, non poco, ma tanto, su quelle parole. San Sebastiano, e le frecce. Il tempo scorre, e tutto sembra essere ripetuto, ma la vita alchemica – la mia, quella di Fra’ Cercone, e di tanti altri (sebbene pochi, in verità; per vari ameni motivi) – ha portato esperienza, scoperte, ipotesi, nuovi prati, prove sperimentali, e progressi; e ricordi. Eppure, ancora oggi, quelle parole suonano sincere, veritiere. Condivisibili.

E allora, dato che qualche cosa ho trovato lungo il mio camminare, dato che viviamo tutti – i pochi – nel medesimo mondo che passa come di consueto tra spine e dolori e abbagli e silenzi e clamori, e triti inganni che avvolgono gli uomini, persino quelli che vestono medaglie e mostrine, scorgo in quelle parole l’opportunità di affiancarmi alle riflessioni proposte da Fra’ Cercone; non soltanto per la fratellanza che mi lega a lui, perenne, luminosa, pura, pulita, sempre onesta, allegra, seria e tanto altro; ma – soprattutto – perchè vengo da terre e lune e montagne e acque – acque – sempre fresche, amorevoli, distaccate – quasi per magia naturale – dal mondo delle piccole manovre, delle illusioni, dei mezzucci da quattro soldi. L’Alchimia porta verità, talvolta scomoda verità, ma pur sempre semplice, limpida verità. Quella ho cercato, e quella continuo a cercare. Non la mia verità, che non esiste. Quanto la freschezza della Gaia Scienza, che ho visto ormai calpestata, e tristemente svilita, dimenticata; quasi fosse un inutile cartoccio di sogni. Cammino, pagando il passaggio dovuto, come è costume, e camminerò sempre in cerca di prati verdi, pieni di uccelli e di aria pura, e limpidi orizzonti, cristallini.

Così, proverò a riproporre quelle note oneste dell’onestissimo Frate Cercone, sol per aiutare i giovani che si avvicinano alla Scienza più dolce e vera e bella che ci sia: Alchimia. Vi sono momenti, nella vita di tutti, in cui è opportuno porsi domande, più che in altri momenti: non per mancar di rispetto, ma per il rispetto che si deve agli inesperti, e per il rispetto di chi sempre attende al Joe’s Bar, su Bellatrix; e altrove.

Allora, ecco il primo intervento:

Cari Cercatori,
E’ triste constatare come onesti e volenterosi cercatori vengano ignobilmente circuiti.
Mi suscita grande amarezza vedere l’Alchimia o, per meglio dire, la Filosofia Naturale ridotta a un immangiabile pappone.
Nel minestrone delle nostre nonne, andavano a finire tutti gli avanzi, ma conditi con tanto amore, l’ingrediente sovrano che miracolosamente rendeva prelibato anche il più umile desco.
Invece qui l’amore manca, il piatto è condito con superbia, prosopopea e sopra tutto, al posto del parmigiano, un’abbondante spolverata di frottole ben tritate.
Rimangono gli avanzi, materiale raccogliticcio qui e là e avariato; il pappone non solo è immangiabile, ma anche tossico, per la salute intellettuale.
Per disintossicarsi, consiglio una buona lettura, come ad esempio l’Enchiridion Physicae Restitutae, del Presidente d’Espagnet, (si trova in rete, gratis et amore Dei). E poi, per gli amanti delle scalate di sesto grado superiore, Voyages en Kaleidoscope, dell’enigmatica, quanto affascinante, madame Irene Hillel Herlanger.
C’è un metodo ancora più segreto, insegnato da Joël Joze: basta captare nelle pupille di ogni essere vivente le immagini di tutte le cose visibili, condensarle, fissarle, comprimerle secondo metodi noti solo a lui, ottenerne, grazie a un procedimento sorprendente e vertiginoso la sintesi chimica; perché queste immagini proiettate sullo schermo appaiano subito in METAFORE-ANIMATE. Joël Joze chiama queste proiezioni così particolari
VIAGGI IN KALEIDOSCOPIO
Trasformate nello stesso apparecchio, per mezzo di misteriosissimi fluidi, di sali e di metalli preziosi, le Visioni si concentrano istantaneamente sotto forma di pastiglie platinate che possono poi servire a un numero illimitato di esperienze.
Così, ciascuno di noi, secondo le sue tendenze, scoprirà il SENSO NASCOSTO di ogni cosa
…. M. Joze pretendeva semplicemente di rigenerare il nostro Pianeta.
(da un post di Paolo Lucarelli, in questo Forum, in data 2 febbraio [Candelora!] 2005)
Fraternamente, FC (fra’ cercone fra’ birbone)“.

E la mia risposta, breve:

“Caro Fra’ Cercone & Fra’ Birbone,

Lei scrive ‘ignobilmente circuiti‘; e – concordando – mi verrebbe da chiedere; ma … qualcuno si chiede mai quale mai possa essere il motivo per cui qualcuno vuolecircuire‘ qualcun altro? … la risposta è facile facile, da non richiedere alcun commento da parte mia. Eppure, il ‘corto-circuito‘ continua, e tutti, ma tutti!, sorridono felici, beati, inebetiti, tanto i circuìti che i circuitanti… “… uh, guarda guarda, guarda qui … ma quant’è bello ‘sto ‘circuito‘ !

Poi: ‘o pappone è indigesto; ora che il Laboratorio mi ha portato pietanze buone e succose e mirabili, non posso che concordare. Manca l’Amor… del tutto; ma da lunga pezza. Pare uscito, nessuno lo ha visto, nessuno nemmeno ne parla. Più. E questo è disdicevole, una vera disgrazia. … Eh va beh!

L’Enchiridion del President di Bordeaux è un capolavoro senza pari, ma tutti lo leggono, e nessuno lo studia: ergo, i suoi fiori non vedono la luce negli animi di quelli che ‘leggono‘; figurarsi i frutti, quelli eterni. Rimasti tutti nel cassetto, pura teoria speculativa e simbolica, come proclamano i grandi dotti che animano i conclavi più o meno altisonanti di alchimia (scritto in minuscolo, et pour cause). Peccato.

Dei Voyages di Madame Hillel-Erlanger si parla sempre, a destra e a manca; per forza, è così exotique che fa eleganza blasée sciorinarne i versi; ma le informazioni in esso così ben incastonate, pur brillanti, non vengono colte; anzi, meglio non parlarne, si dice. Resta talvolta, qualche idiota (sedatelo subito, please! …) che sobbalza, for example, nel ‘leggere‘ del ‘bure‘. Ma un sobbalzo solo di qualche attimo, per carità, non c’è da preoccuparsi (la sedazione è rapida ed efficace; pare addirittura che dia piacevole e remunerativa assuefazione). Poi si torna a sviolinare, e a fare la moina di meravigliosa memoria parte napoletana e parte nopea. Posso sorridere con Lei, Messere, sulle ‘… pastilles platinées qui peuvent ensuite servir à un nombre illimité d’experiences’? Che vorrà dire? Peccato, un altro.”

Ecco ora il secondo intervento:

Caro B.,
A mio parere, Il Mistero delle Cattedrali è stato scritto due volte (almeno), o meglio, è stato scritto e poi riscritto.
Il problema è che le due versioni coesistono in un solo libro. Non solo, ma sono state anche accuratamente frammiste tra loro onde, mentre si parla, -già sotto chiave ovviamente-, di un procedimento, improvvisamente e senza alcuna premessa, viene inserita una frase o qualche parola riguardante un altro procedimento.
E non è tutto. Non bisogna dimenticare infatti che Fulcanelli è maestro nella Lingua degli Uccelli, la quale, basata esclusivamente su assonanze, è intraducibile. E sebbene Paolo Lucarelli di ciò faccia menzione, tuttavia, pur generoso al limite del lecito, e forse talvolta anche un po’ oltre, certamente si guarda bene dall’evidenziare i doppi e i tripli sensi, sparsi un po’ ovunque nel testo.
Permangono gli interrogativi di fondo.
Cosa ha spinto Fulcanelli a riscrivere il libro? Solo dopo aver ultimato il manoscritto si è forse accorto che si poteva far meglio? E si è dunque premurato di inserire nel testo le nuove acquisizioni? Oppure, ritenendo di essere stato troppo esplicito, ha voluto mischiare ulteriormente le carte?
In mancanza di risposta certa, mi astengo dal formulare ulteriori ipotesi.
Cerconescamente tuo, FC“.

Cui segue la mia seconda risposta, sempre breve:

“Caro FC,

Due volte!? … poffarbacco! ….’scritto e poi riscritto‘ !? … ma Lei è sicuro !? … non sarà che si tratta di un mucchio di note scritte da una pattuglia di nostalgici appassionati d’alchimia francese (la freccia indica “Bourges“, la cui Cattedrale – magnifica – non appare nel libro), nel quale solo uno – ancora nell’ombra – era quel genio supremo – vero indagatore, vero innamorato, enorme studioso, spirito scientifico senza pari, straordinario praticante – che scrisse le poche note degne della massima attenzione da parte di chi avesse voluto (uso il congiuntivo all’imperfetto, per un buon motivo) sul serio trovare il semplice bandolo della matassa operativa? La seguo sul ‘riscritto‘, capisco dove vuol andare a parare, perché esiste questa possibilità. Tuttavia, per parte mia, comincia a sorgere il sospetto che possa essere stato eventualmente riscritto fors’anche perché qualcuno del gruppo originario mai aveva capito quale fosse il senso vero e la meta operativa vera della Grande Opera; forse – e lo sussurro, ancora con una decina di dubbi – quel genio ancor sconosciuto ha voluto ‘togliere‘, piuttosto che ‘aggiungere‘, specie dopo i gran balli da Belle Epoque dell’Avenue Montaigne. Chissà … magari si era dispiaciuto di qualcosa? E non parlo di chi è venuto dopo quelli di Bourges, i quali hanno imboccato una strada vecchia, e davvero poco utile alla Antica Bisogna. Solo Paolo Lucarelli, scientifico alchimista di enorme caratura, ha compreso Fulcanelli, e gli altri – che lo osannano – credo non abbiano ben afferrato alcune cosette. Ma, naturalmente, è solo la mia povera opinione, tipo San Sebastiano … ça-va-sans-dire.

Sulla Langue des Oiseaux: a proposito di questa surreale invenzione, affascinante e meravigliosa, si parla di un altro genio fuor-del-suo-tempo, il beffardo ma sapientissimo Grasset d’Orcet, e con ragione. Assieme al Bretonissimo Monnier, che amava, e non poco, quella Langue, anche quel ricchissimo dandy, da me più che stimato, Monsieur Roussel,  era parte del Grand Jeau, sin dall’inizio. Se diamo fede alla nota missiva di Dujols a Roussel, Fulcanelli (che sarebbe Decoeur) richiede indietro la prima stesura dell’opera. Per qual motivo? … non che Roussel sapesse molto d’Alchimia, ma il suo saper giocare – e costruire succose assurdità, ma pertinenti – con parole e frasi è cosa ormai arcinota. Et alors ? …. La Cabala Fonetica appassiona tutti, è il miglior trucco per allontanare gli stolti; ma, concordo con lei, è tutta di lingua Franca; solo un Franco ingegnoso&ingegnere poteva escogitar la trappola a-doppio-effetto: le allodole le mandiamo per fratte, tutte contente per le ghiande e le granaglie, e gli svegli – ma debbono aver GIA’ operato sulla via vera, (e non quella falsa) – li aiutiamo un pochino, a patto che abbiano studiato con profitto l’Antica Scienza! Ripeto: … se l’opera è stata ‘ritirata & riscritta‘, ci deve essere stato un motivo, qualcosa di serio doveva essere successo. E qui … al momento, non possiamo che scrivere: ‘ignoramus‘; il che non toglie il fatto che un motivo – seriodeve esserci stato.”.

E, per finire, il terzo intervento:

“Fulcanelli still baffles me.
Lo dico in inglese, perché il verbo ‘to baffle’ non ha in italiano una traduzione adeguata. Significa allo stesso tempo confondere, causare perplessità, eludere e sconfiggere.
Più (ri)leggo Fulcanelli più aumenta la meraviglia, non tanto perché la sua identità terrena sia sfuggita a generazioni di curiosi che vanamente si sono affannati a darle un nome, quanto perché è riuscito ad eludere anche i suoi più stretti collaboratori. Tranne una, l’affascinante Irene Hillel-Erlanger, di cui poco si dice, perché poco si comprende. Non è curioso, –en passant-, che essa ebbe in sorte di condividere, a quanto è dato sapere, lo stesso fato di Nicolas Valois, soppresso anche lui da un’ostrica? Sotto quale polvere sono finiti Joel Joze col suo straordinario caleidoscopio, Gilly il fedele servitore, Vera e Grace? Giusto merito va qui dato a Archer, che non li ha dimenticati e dal suo bel sito ci rammenta: « Sous le couvert d’une fiction surréaliste, l’Auteur dévoile les plus Hautes Secrets de l’Hermétisme Trascendent. Mais ne les déchiffre pas qui veut…. »
Non avendo la vocazione di San Sebastiano, ho esitato a lungo prima scrivere, ma come sempre confido nella Sua clemenza.
E’ forse peccato di lesa maestà additare ai novizi l’incolmabile distanza che separa le Il Mistero dalle Dimore? O il Maestro dall’allievo, o meglio, dai suoi contemporanei? E’ forse riprovevole avvertire gli esordienti, metterli in guardia e, gettando acqua sulla loro ardente fede, ma cieca, risvegliarli dal torpore che li avvolge?
Fulcanelli appare più interessato al futuro che al presente. Il suo “Or du Temps” resiste, inerte come un seme sotto terra, alle illazioni ventilate a più riprese su di lui, per rinascere ai posteri, più vivo che pria. Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti.
La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.
Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione. Un labirinto dal quale occorrono ben più dei fatidici quaranta dì e quaranta notti per uscirne vivi, come nella canzone: ‘Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott, A San Vittur a ciapaa i bott, dormì de can, pien de malann…’
Il Tempo, come sempre galantuomo, renderà giustizia.
Fulcanelli still baffles me.
Con osservanza, spero, FC“.

Cui segue la mia ultima risposta, pur breve:

“Caro FC,

sul ‘bafling‘ non ho dubbi a crederle, dato che ho letto e (ri)letto Fulcanelli alcune centinaia di volte, sempre restandone ammirato, perplesso e sorpreso, talvolta accigliato. Su Madame Hillel-Erlanger ho già detto qualcosa poco sopra, e le dirò che l’episodio della morte-per-ostrica mi ha sempre fatto sganasciare dalle risate; poi, Valois, … lei crede che qualcuno lo abbia letto nel suo Francese antico? … dico meglio: studiato!? … compreso, almeno un tantino!? …. guardi che Valois era uno dei pochissimisi cinque o sei – in venti e passa secoli – che ha detto il vero, e che ha percorso l’operatività ‘naturale‘, quella semplice, dove la evidente prospettiva della Pierre Philosophale – posta sempre in primo piano – ‘baffles‘ la parata di stolti che ancora oggi credono che il detto ‘Una Res, una Via, Una Dispositione‘ sia una dotta affermazione da retori, piuttosto che da appassionati alchimisti. Mi è capitato di incontrare persone che ancora non si sono rese conto di cosa mai possa essere la ‘Dispositionem‘; come anche quelli – e sono un mucchio – che ancora oggi, al giorno d’oggi, in Italia come altrove, parlano della Pietra Filosofale come della vera meta della Grande Opera!

Ma forse, temo, non sono affatto interessati ad approfondire la Conoscenza dei processi di Madre Natura. Ma non mi dilungherò su questo. Per ora.

Quanto al peccato di lesa maestà: ebbene, ritengo che sia il sottoscritto che Lei verremo – se già non lo siamo stati – accusati di tal gravissimo peccato. Urbi et orbi.

Peccato che una tal maestà non esista sulla faccia della terra, per non parlare di Bellatrix, tanto meno nel Regno dell’Alchimia, dove il Re, un Roi qualsiasi, – a parte quello delle metafore -, non potrebbe mai aversi: c’è solo una Reine, Dame Alchimie. Non uomini, ma Madre Natura. Eppure, ne sono certo: il solo presupporre che si possa parlare con pacatezza di tutte quelle ‘incolmabili distanze‘ che lei amabilmente indica (tutte!) farà alzar sopracciglia a molti, sentiremo molti soffiarsi il naso, molti altri guarderanno con altera sufficienza chi osasse sollevar la lampada su quanto si va dicendo, molti si offenderanno, e spareranno cannonate balanzoniche. E siccome non temo, con Gaia Scota postura, faccio mie le sue parole:

Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti. La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.

Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione.‘.”

Concludo con un’allegra raccomandazione, ai giovani; che spero ancora incontaminati: non credete a nulla, tantomeno a noi, ma piuttosto ponetevi sul cammino della Conoscenza di Madre Natura, e al più presto; con tutta la vostra Force, dotatevi prima di un solidissimo e continuato bagaglio tratto dallo studio tenace della Philosophia Naturalis; poi, solo dopo, procedete a mettere in pratica quanto riterrete di aver appreso; aprite il vostro Laboratorio; poi mettetevi in testa che sarà assolutemente necessario salire – e per lunghissimo tempo –  sul trenino quotidiano che porta dai Libri al Laboratorio, poi dal Laboratorio ai Libri, e di seguito così, ogni santo giorno. Sappiate che il cammino che avete intrapreso sarà lunghissimo (decenni, … eh sì!), e che dovrete necessariamente cambiare la vostra visione della vita, radicalmente e per sempre; in effetti, il Laboratorio lo proverà man mano che proseguirete, le cose non stanno come crediamo. La via è semplicissima, e per questo è difficilissima. Non fatevi raccontar balle, nè dagli uomini, nè dai libretti & libercoli, ma procedete con assoluta tenacia a ri-studiare, tutto. La Philosophia Naturalis è sconosciuta persino a chi dice di ‘fare‘ Alchimia; senza di essa, senza quella LUX, approderete a porti fantasma e alle famose – infauste – lucciole per lanterne. Siate indagatori del finissimo e del più che sottile (che non significa ‘sottigliezza’, bensì per minima, quello del Trevisano, di Philalethe e di Santinelli), ma sbarazzatevi sin dall’inizio di chi vi parla di mistica, speculatività, simbolismo, amiccamenti, scorciatoie, io-ho-capito-tutto-e-ti posso-iniziare, e tutte le amenità inventate per secoli da chi ha tentato – molto spesso con successo –  di impadronirsi dell’Arte per irretire gli ingenui e limitare la vostra libertà di indagine. Siate puri, e Gai, ma … sempre veri, onesti, tenaci. Non mollate, non cedete – mai – al Canto delle Sirene.

Per questo, per mettersi in questo Gioco, occorre Passione, Amore, Fratellanza Antica, Umiltà, Allegria, Coraggio.

L’Alchimia è vera, e porta alle Stelle.

Punto.

Eugène Canseliet / Un hommage …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , on Thursday, January 2, 2020 by Captain NEMO

Ho pensato di offrire – in segno d’augurio – tre piccole interviste a Canseliet; sono sul Web da tempo, e le ho tradotte rapidamente per chi fosse interessato:

  1. Serge Hutin intervista Canseliet nel suo laboratorio, a Savignies, nel 1964, qui;
  2. Gilles Lapouge presenta un’intervista a Canseliet girata a casa sua, a Savignies, nel 1974, qui;
  3. Nicole Brisse intervista Canseliet sui colori delle Vetrate delle Cattedrali medioevali, nel 1980, qui.

Come per l’intervista più famosa, quella del 1978 per Radioscopie con Jacques Chancel, le ho poste in archivio nella Sezione ‘Pages‘ qui a destra.

Tutti coloro che in questi tempi si sono avvicinati all’Alchimia, hanno sicuramente letto i suoi libri ed i suoi numerosi articoli; al di là della solita ridda d’opinioni sul ‘più vecchio studente di Francia‘ abbiamo – tutti – un dolce debito con lui. E sono contento di dedicargli il primo post di questo 2020.

Auguri, a tutti!

La Joie, nel cuore …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Wednesday, January 24, 2018 by Captain NEMO

È sempre più agevole non pensare con la propria testa. Trovare una piccola, sicura gerarchia, e accomodarsi all’interno di essa. Non cambiare nulla, non rischiare la disapprovazione, non mettere in agitazione i colleghi. È sempre più facile lasciarsi governare.

Ursula K. Le Guin, I Reietti dell’altro Pianeta (Dispossed: An ambiguous Utopia), 1974

Abbiamo l’impressione/illusione di vivere su questo nostro ‘Terzo Pianeta”, ma meglio sarebbe chiamarla mera sopravvivenza. Il risultato di questa postura scialba è sotto gli occhi di tutti: tutto va come va, in modo pessimo, e alimentando sempre più non soltanto la fisica sofferenza, ma soprattutto la speranza di raggiungere – tutti – almeno il ‘buon senso’. É bene mettersi in testa che questa pigrissima postura è sempre stata la ‘firma’ di questa nostra specie di arroganti cialtroni: abbiamo nei secoli creato ed alimentato l’Imperium che costringe, affligge e configge – e continuiamo a farlo, in barba ai vari ‘credo’ libertari, sempre acclamati perchè ‘vai-avanti-tu, che …io poi ti raggiungo‘ -, in un evidentemente maledetto circolo vizioso; nel quale tuttavia, in mezzo alle lamentazioni di Geremia, nulla facciamo per cambiare la rotta e la prospettiva. E lo dovremmo fare, se non altro per chi viene e verrà dopo di noi …

Chi si prendesse la briga di studiare sul serio la Storia, e non leggere per criticare e/o filosofeggiare, facilmente si renderebbe conto di quanto sia surreale e colpevole la scelta di sopravvivere e di al contempo lamentarsi della sofferenza. Gli autori di questa inaudita sofferenza siamo noi tutti, da sempre: persino chi sfoggia saggezza, sia essa conclamata o l’etichetta concessa del consensus accademico – ogni accademia è stata e sarà sempre fonte di guai, o prima o poi; sono i subdoli focolai della ‘malattia del pianeta uomo’ -, ieri come oggi o domani, è correo di questo scempio.

Bene: in questo scenario, che senso ha la lamentazione, il pianto, la disperazione, il rantolo, l’additare l’altro come il colpevole del guasto? A cosa serve? La risposta è facilissima: a nulla; ma l’Imperium ingrassa. E la fila per entrare in quei ranghi di controllo e potere si ingrossa sempre, mentre la bellezza della vita vissuta con impegno luminoso viene calpestata, spazzata via, in pochi attimi di ‘scarponi chiodati’ marca ‘Io solo, sono‘.

Sempre in quella Storia nostra secolare, si vede facilmente che l’Imperium è contrastato talvolta dai romantici Ribelli; Reietti, per l’appunto, scalcinati, folli, fuori dagli schemi; ma ribelli; per prima cosa ribelli al pensiero inoculato con cura che ‘… nulla si può, abbiamo perso tutto, ah, mio Dio … guarda che strazio, guarda come si sono allontanati dalla retta via, guarda come hanno tradito i sacri canoni della legge (in taluni casi la si scrive con la maiuscola: in talaltri con la minuscola; ma sempre ‘sacra’ ha da essere, così fa effetto)’. Ancor più si ribellano, quei Reietti coraggiosi, alla solita trita litania “… Ah, grande Ciaparche Verde, io solo sono l’ultimo vero custode della legge (vide supra), proteggi me che ti voglio bene, e stermina lui che si fa beffe del sacro…!“; e via dicendo.

Chi avesse studiato con efficacia le basi fondanti dell’Alchimia, troverà nei testi una vis poco presente in altre dottrine: l’Alchimista è un Ribelle, è il Foux, per definizione; egli esce dal gregge per scelta consapevole, e combatte la visio che il consensus inculca e vende (e non v’è peggior consensus di quello ammantato dagli ieratici crismi pseudo ermetici; ma c’è di peggio…). Senza dubbio, egli paga il fio di questa scelta, come ogni Ribelle sa. La posta in gioco non è la Pietra Filosofale, non è né possesso, né controllo; la posta è Sophia, l’accesso alla via di fuga dalla vita sciaba e sciupata. E tutti sanno che sono pochissimi quelli che vi siano davvero riusciti. Pochissimi.

“Sufference is a lack of Knowledge”

Credo si debba chiarire che la Queste, l’avventura, non si esaurisce con la ‘fuga’ dal terzo pianeta e dalla sua specie arrogante e stolida: vi sono un mucchio di altre cose dopo, che dovranno essere – more solito – prima studiate e poi praticate. Un Universo ha luoghi immensi e tempi più-che-galattici. La Queste continuerà, con nuovi gradini di Sophia, et alia. Una meraviglia per il Ribelle davvero curioso, per chi fosse sul serio innamorato della Dama e curioso al punto di osare sollevare, nei modi consentiti da Natura, i lembi di quel velo …

Allora, il Ribelle che avesse abbracciato con Force il giusto sogno della Libertà dal brutale giogo dell’Imperium, chi avesse la forza grande del Sogno del Piccolo Principe, o la forza di Peau d’âne, e si impegnasse tanto nello studio che nella pratica, entrambi indefessi, … che se ne potrebbe mai fare delle lamentazioni, dei mugugni, delle ‘Geremiadi‘ che sorgono dai roghi della inevitabile Santa Inquisizione? Tanto più oggi in Alchimia, in cui di tutto avremmo bisogno, tranne che dell’inutile “ … siamo alla fine di un Ciclo. … É il tempo dei falsi maestri …“.

Ancora sorella Storia racconta che è sempre stato così, sempre si è parlato di Cicli che son-lì-lì-per-finire, con moniti apocalittici, e sempre abbiamo avuto i falsi maestri, persino tra i tanti Maestri, proclamati tali o dal consensus di cui sopra o per comodissima pigrizia della nostra arrogantissima specie, ammalata di disamore per Sophia. Anche qui: … non sarebbe tempo di mutare postura?

Non è la tristezza la divisa del Ribelle, sia esso Maitre o povero Ouvrier, non è un ipocondriaco lamento, non è l’invettiva contro tutto e tutti nel nome di un Divino sempre maldestramente adattato alla propria pigra insipienza, non sono patenti o tessere o paludamenti – risibili sciocchezza nel contesto della Force che anima la Creazione – che gli permetteranno di progredire nel cammino faticosissimo verso Lux, non sono le recriminazioni né le bizzarre scimmiottature di figure ieratiche a condurlo per mano, non sono la paura o la tenebra a proteggerlo dalla inevitabile reazione alla tentata fuga, non sono religioni o filosofie o scienze o tecniche avanzate che potranno sorreggerlo di fronte alla maestosità provvida di Madre Natura. Il Ribelle è solo, attorniato a volte da fidati Compagni di Queste. Soli con Madre Natura, tanto quando sono immersi nelle pagine di un buon testo d’Alchima, tanto quando sono indaffarati nei propri Laboratori alchemici, notte per notte, giorno per giorno. Unico punto di riferimento: la Materia alchemica in cottura, ed il proprio Fuoco. Una relazione d’Amore privatissima e sovrana.

La Fratellanza nasce dalla comunanza d’appartenenza: ma anche qui, more solito, non si sta parlando delle varie divertenti ‘parrocchiette’ che abbiamo allestito nei secoli come simulacri di ciò che abbiamo scelto di perdere. L’inganno che abbiamo tutti ordito (persino i Magistri), è più che subdolo, e conduce dritto dritto nelle prigioni dell’Imperium. Ogni ‘parrocchietta’, ogni congrega, sia essa santa o santificata o in odore di ineffabile e sublime santità, decorata dai Symbola abusati, garanzia di una protectio agognata, è la porta-trappola verso quelle lamentazioni, quei tristi e bui rantoli di chi non sa più cosa sia bellezza, letizia, giubilo e – sopra ogni cosa – la Joie.

La Joie della Fratellanza antica, quella che non necessita di alcun ornamento, alcun paludamento, alcuna obbedienza a regole etichettate con abuso tremendo del termine Sacro (è bene studiare, prima, durante, e dopo; cum practica, lo dico sempre), quella che lega ogni creatura in ogni Universo, quella ove Amor regna e mai tradisce, quella che sorregge Terra e i miliardi di luoghi animati dalla vita, quella che arde del Fuoco della Force, dove Natura Regna e non i finti dei di plastica, adattabili alla moda che meglio ci aggrada, quella semplice di un sorriso radioso qualunque cosa accada, persino di fronte a ciò che chiamiamo – stupidamente – ‘morte’, … quella Joie è il signum distintivo di un alchimista onesto, fosse egli un neofita o un esperto.

Quando vedrete Joie in Alchimia, sorridete e camminate.

La vita, in verità, è evento meraviglioso; ed una straordinaria opportunità, da non lasciar calpestare, o trascurare per ammantarsi di un gingillo del Club dei Custodi della tradizione (in questo caso, la minuscola minuscolissima è d’obbligo). Ancor più per chi sceglie di camminare lungo i sentieri della Gran Dama.

A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie.  Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.” (Ursula K. Le Guin, 2014, discorso alla consegna a New York del National Book Award).

Si sostituisca, con rispetto, il termine ‘scrittori‘ con ‘alchimisti‘; ed accanto a ‘tecnologica‘, magari, ‘ed ermetica‘.

 

Philalethe Reveal’d

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Saturday, December 12, 2015 by Captain NEMO

C’è voluto un po’ di tempo per concludere il lavoro di creazione degli Indici per l’edizione Hardcover a Colori, ma per chi sceglie l’autopubblicazione è una cosa che fa parte del gioco.

Ecco dunque finalmente completata la pubblicazione dei due Volumi Hardcover a Colori, in lingua Inglese. Questa è la copertina del Volume 2:

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Chi fosse interessato potrà acquistare il Volume 2 OnLine sul sito di Lulu, qui.

Mentre  il Volume 1 (768 pagine, con un ricco corredo di immagini, tra cui alcune poco conosciute) è dedicato all’analisi critica ed al confronto delle tre prime edizioni del trattato di Eireneo Philalethe (Secrets Reveal’d in Inglese – 1669, Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium in Latino – 1667, L’Entrée Ouverte au Palais Fermé du Roi in Francese – 1672) – cui è annesso un Capitolo sulla Filosofia Naturale, il Volume 2 (750 pagine, con un numero maggiore di immagini, che riteniamo interessanti) ha un taglio diverso: nel corso delle ricerche condotte sull’origine del Secrets Reveal’d in Inglese – che sia io che Fra’ Cercone consideriamo l’edizione più fedele dell’opera di Philaethe – ci siamo via via imbattuti in uno scenario storico straordinario, in cui l’Alchimia tradizionale e non è stata l’indiscussa protagonista di un ultimo, possente tentativo per donare all’umanità una visione ‘scientifica’ esatta dell’ordine Naturale e delle leggi della Creazione, ancora oggi sconosciute tanto alla Fisica che  – probabilmente – a chi si interessa alla pratica alchemica. Il secolo XVII ha visto alcune tra le maggiori figure alchemiche (Seton, Sendivogius, Basilio Valentino, Maier, Eugenius Philalethe e molti altri), infiammate dal Furor Rosacrociano, percorrere l’Europa dilaniata dallla sanguinosa Guerra dei Trent’Anni nel tentativo di condividere e diffondere la Dottrina alchemica come strumento di vera Conoscenza, sia a livello teorico/filosofico che sperimentale. Nel bel mezzo di un confronto religioso drammatico che spaccherà l’Europa, in una condizione sociale, politica ed economica estremamente precaria, la fioritura di trattati alchemici è impressionante. L’Alchimia è studiata e praticata ovunque: si cerca la Pietra Flosofale, ma vi sono moltissime opere che parlano, più o meno velatamente di altre mete, di altre opportunità, celate.

Un gruppo di learned men, capeggiati da Samuel Hartlib, costituirà un incredibile e capillare network informativo internazionale e raccoglierà, nel tempo, una mole enorme di manoscritti, di inventions e scoperte, con lo scopo manifesto di fondare un nuovo modello di Società, basato sulla Prisca Sapientia. Il giovane John Wintrhop Jr. verrà conivolto – più o meno consapevolmente – in questo progetto ambizioso che lo vedrà diventare – sul piano pubblico – uno dei primo Founding Fathers dei futuri Stati Uniti, come primo Governatore del Connecticut; sul piano personale, diventerà uno dei maggiori alchimisti di ogni tempo.

Poi, il sogno di farsi guidare da Madre Natura si infrangerà contro gli interessi di chi, al contrario, vede l’opportunità dello sfruttamento della Natura e di una economia basata dull’industria e sulla futura tecnologia. L’uomo abbandonerà la Filosofia Naturale, vera scienza, e svilupperà l’illusione di una conoscenza paradigmatica e dogmatica, che chiamerà – con deliziosa ironia – ‘metodo scientifico‘. Pochi, pochissimi, resteranno fedeli al sogno. Uno di questi sarà Eireneo Philalethe che affiderà al tempo un trattato alchemico di grandissimo valore.

I capitoli del Volume 2 sono questi: The Alchemical Context, The Elias Artista’ century, The Rosicrucian Forerunners, Four Men under the Lens, e Alchemical Lab & Chemical Lab: two worlds apart; concludono il Volume 19 Appendici dedicate ad alcuni documenti e nostre ipotesi legati alla incredibile storia del Secrets Reveal’d, e una Bibliografia completa delle opere cui facciamo riferimento in questo volume.

Philalethe Reveal’d è nato dallo studio dell’Introitus Apertus tradotto e commentato da Paolo Lucarelli, pubblicato nel 2001 dalle Edizioni Mediterranee; Paolo scelse come opera di riferimento l’edizione di Modena del 1695, in Latino. Studiandola con attenzione ci siamo resi conto – ancora una volta – che le note da lui accluse alla traduzione erano magistrali, ma anche suggestive, affascinanti. Ed è anche per questo che decidemmo – ormai otto anni fa – di proporre il nostro studio in Inglese nella speranza di far conoscere anche all’estero il nome e l’opera straordinaria di Paolo Lucarelli.

Il nostro libro non ha alcuno scopo, né pretesa, se non quello di tentare di fornire uno strumento che ci auguriamo possa essere utile a chi fosse davvero interessato all’Alchimia del XVII secolo ed allo studio del testo di Philalethe. Niente di più, niente di meno.

Come detto in altro Post, oggi io e Fra’ Cercone presenteremo Philalethe Reveal’d a Roma.

Presto, inoltre, completeremo l’Edizione in Bianco&Nero (Paperback, più economica), pubblicando a breve il Volume 2 ed il Volune 3 (il contenuto è naturalmente identico all’edizione a Colori, ma con una paginazione diversa per motivi legati al tipo di rilegatura da parte di Lulu).

La Grande Opera Alchemica

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Sunday, November 29, 2015 by Captain NEMO

Chi fosse in cerca del non cercato non potrà che apprezzare  – ancora una volta – la mano gratiosa offerta da parte di Gratianus nel suo ultimo libro. Lo stile è quello consueto, quello dei libri precedenti: tono asciutto, molto dolce, pacato, deciso.

La Grande Opera Alchemica

Questa volta Gratianus dirige lo sguardo del lettore verso alcuni scritti di Basilio Valentino, Filalete, Santinelli, Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli, allo scopo di illuminare alcuni passaggi operativi – peraltro, tutti i passaggi operativi, quanto meno quelli ‘permessi’ – che caratterizzano la pratica della Grande Opera in laboratorio. Questi Capitoli preziosi non vanno letti in fretta: pur presentando brani ben conosciuti a chi studia Alchimia, trovo che vi siano alcune sottolineature da parte di Gratianus ancor più marcate rispetto alle sue opere precedenti. Oltre ai moniti dovuti, alle precisazioni su trappole in cui molti ancora cadono, sia in ambito puramente speculativo che pratico, vi sono numerosi Signa che meritano riflessione da parte di chi studia e di chi pratica. E che meritano senza dubbio ringraziamenti. Naturalmente, non è facilissimo coglierli nella loro essenzialità, e molti – more solito – penseranno che Gratianus abbia ripetuto quel che aveva già donato in precedenza. Ma non è così. Se dovessi sintetizzare, direi che le sorprese non finiscono mai.

Le note sui passi degli autori prescelti sono precedute da alcuni capitoli di Alchimia e Filosofia Naturale dedicati a chi desidera studiare con profitto Alchimia: com ho detto, lo stile di Gratianus concentra il lettore sulle fondamenta dell’Arte Sacra, cercando di evitare al lettore lo smarrimento sempre provocato dall’enorme apparato allegorico che ‘veste’ da secoli Achimia. Anche questa, considerati i tempi in cui viviamo, non è cosa da trascurare, ma da approfondire ancor di più da parte del lettre onesto.

Mi piace sottolineare qui l’aggettivo – espresso credo per la prima volta ‘in chiaro’ – con cui Gratianus ha descritto la ‘discesa dal monte‘: “la dissennata discesa dal monte“. Sono certo che molti, plaudendo nei consueto salotti dotti, continueranno a far orecchie da mercante, esibendo ‘distinguo‘ e ‘subtiliora considerationes‘. Ma sono problemi loro. Resta, chiaro, l’avviso: il Mercurio Comune ha origine Divina e come tale deve indurre l’artista fortunato (benvoluto?) che lo invita nel proprio Laboratorio non soltanto a non portarlo poi nel mondo della specificazione, ma a preparare al meglio le condizioni indispensabili per la sua – eventuale – comparsa: una tra queste è la propria personale purificatio.

Tra i tanti brani proposti da Gratianus scelgo – fior da Fiore, un po’ come Daniele nella fossa dei leoni – un passo su Basilio Valentino:

La terza Chiave, ovvero il Combattimento delle due Nature nate dal dragone, ci mostra in primo piano il drago fornito di arti aguzzi ed ali membranose, con lunghi denti e coda, mentre sullo sfondo una volpe in corsa tiene tra le fauci un gallo, e un secondo gallo la becca con ferocia standole sulla schiena. E’ evidente che  la volpe divorerà il gallo, ma che sarà a sua volta  divorata dal gallo.

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Un po’ più avanti Gratianus riporta un’altra nota di Paolo Lucarelli, ben nota:

Quando Fulcanelli scrive del gallo e della volpe, il Maestro [ i.e., Paolo] non perde l’occasione di chiarire ulteriormente il processo dell’Opera ermetica: ‘Il gallo è il mercurio già chiamato dissolvente, mercurio comune, acqua che sgorga dal soggetto iniziale, fonte che scaturisce  dalla roccia, acqua divina degli antichi, etc. … Come si vede, lo conferma Filalete, tutto il problema, il segreto, consiste nell’acqua, nel far sgorgare la sorgente dalla fontana. Voglio ancora far notare che , se l’acqua contiene in sé tutto, si può immaginare che le sue applicazioni possano andareben al di là della Pietra Filosofale, per quanto questo risultato possa sembrare attraente’.”

In questo breve parallelismo vorrei mostrare quanto sia amorevole la volontà dei due Maestri di aiutare l’Artista nei suoi lavori: la cura nella scelta delle parole, dei tempi, del fraseggio è evidente; la logica è il vero nemico di chi intenda cimentarsi con l’Arte Sacra.

Last, but not least, il libro si chiude con il brano sullo studiolo di Isabella d’Este, con gli affreschi straordinari del Parmigianino a Fontanellato: bellissimo e ugualmente prezioso. Al lettore è lasciato l’onere della contestualizzazione nell’operatività alchemica.

Una sola critica mi permetto: un gran peccato che le immagini scelte da Gratianus siano state rese in modo così scialbo e confuso.

A presto, Gratianus; e … grazie!

In memoria di Paolo Lucarelli

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Tuesday, October 6, 2015 by Captain NEMO

Alcuni allievi ed amici di Paolo Lucarelli hanno scritto quattro Libri per ricordarne la preziosa opera di alchimista e studioso dell’Arte Sacra.

CopertineGiovedì 22 Ottobre – alle 17.30 a Milano, presso lo Spazio Eventi US49 – Via Ettore Ponti, 49 – si terrà la presentazione delle quattro opere:

GratianusLa Grande Opera Alchemica, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

MarwanIl Risveglio di Ermete, Marcelin Berthelot e le origini dell’alchimia, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

Daniele RuinettiAlchimia e Cabala: la Maravigliosa visione del riminese Pacifico Stivivi, Un cammino francescano, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

Captain NEMO e Fra’ CerconePhilalethe Reveal’d. The Masterpiece of an English Adept, Nautilus Editions & Alla Via Jacobea Editions, 2015

Saranno presenti gli autori.

Inoltre, il 29 Ottobre i quattro libri verranno presentati ad Asti, alle 20.30, presso il Centro Sociologico Italiano (CSI) – sede di Asti, Via Verdi 34; saranno presenti Marwan e Gratianus.

Poichè nel corso del 2015 e del 2016 si terranno altre presentazioni dedicate alle quattro opere, presto sarà disponibile una pagina separata (non un Post) con il Calendario degli eventi che verrà di volta in volta aggiornato.

Vi aspettiamo!

Captain NEMO

L’Alchimia svelata dal mito – Un incontro a Roma…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , , on Thursday, April 16, 2015 by Captain NEMO

Il sacrificio di Odino è un tema caro all’Alchimia. Il processo di apprendimento dell’operatore dell’Arte Regale lo porterà all’autoiniziazione: l’alchimista comincerà il suo percorso avvalendosi di una <formula> utile ma falsa, che gli servirà per estendere la propria sperimentazione a trecentosessanta gradi. Non troverà alcun aiuto da parte dei fratelli maggiori se non sul piano dell’esperienza psicofisica, nell’ambito del simbolo e dell’allegoria e nell’indicazione di testi utili. Nessuno che faccia parte di questa manifestazione potrà mai aiutarlo davvero.

Quando lavora al forno, l’alchimista chiede aiuto ad un’energia che non è di questo mondo. Ogni operatore deve far sua quell’immagine, poiché è solo in questa manifestazione e riceverà l’aiuto di cui necessita da un altro mondo, quello in cui regna l’energia intelligente idifferenziata, o Spirito universale o essenza della luce.

La materia iniziale che utilizza l’alchimista è da sempre paragonata ad un drago. L’operatore ermetico dovrà trafiggerlo con la sua lancia e impegnarsi in una lotta mortale per ottenere la parte del drago suscettibile di trasmutazione, che è la bava rilasciata nell’agonia dalla bocca aperta del mostro, prima della sua morte. É questo il primo lavoro operativo di una certa importanza che l’alchimista è chiamato a compiere. La sua preparazione deciderà l’esito dell’incontro.

Il drago non è uno sprovveduto, e conosce ogni deboleza del suo nemico. Il cavaliere alchimista si è preparato all’uso della lancia e della spada, e rimanendo saldo in sella nel condurre il suo destriero avrà qualche probabilità di riuscita. In seguito, quando non avrà più a disposizione armi per difendersi dovrà escogitare una nuova strategia fondata sulla perseveranza e sull’abbandono al Progetto della Natura.

Le tre divinità rappresentano le tre materie dell’alchimia: Brahma è lo zolfo che dà forma al mondo, Vishnu il mercurio nelle sue molteplici incarnazioni, Shiva il risultato delle manipolazioni delle materie precedenti. É distruttore, procreatore, asceta dal cui capo sgorga l’acqua – Canseliet direbbe che si tratta della bava del drago appena ucciso – energia del cosmo allo stato puro, rappresentata dai movimenti sinusoidali continui dei serpenti che lo avvolgono.

Ho atteso a lungo prima di recensire quest’ultima opera di Gratianus: ho voluto rileggerla più volte, con tutta calma. Il contenuto è come sempre straordinario: nei tempi confusi in cui viviamo, nel triste bailamme di ‘scuole alchemiche’ ammantate di patenti e Maestrie di ogni tipo, il libro è la testimonianza chiara della presenza della Tradizione alchemica più antica.

Il Silenzio che parla a chi ha orecchie per ascoltare.

Lo stile è diretto, senza fronzoli ed arzigogoli, privo di sovrastrutture, ricchissimo di indicazioni. Gratianus ci ha regalato un’altra perla davvero preziosa, come sempre ‘in bella evidenza‘ per chi vuol studiare seriamente, per chi vul stare lontano dal clamore e dalla umana stupidità. I brani che ho scelto parlano da soli: l’insegnamento è cristallino. Naturalmente, molti neanche si accorgeranno del valore prezioso di questo testo: in Alchimia tutti cercano la soluzione del ‘mistero’ nel simbolismo, nel dotto discutere, nel ‘parolare‘ per apparir sapienti. Il processo operativo alchemico è qui descritto in modo ben più che esauriente: occorre evidentemente sgomberare il campo dalle proprie presunzioni, ed accostarsi con semplicità e tanta umiltà (merce rarissima al giorno d’oggi) al più bel dono che il Cielo può – se vuole – riservare all’alchimista innamorato.

Gratianus presenterà il libro a Roma il prossimo 9 Maggio, alle ore 18:

 

Un’altra preziosa occasione per incontrare un alchimista vero, gentile, generoso e risolutamente operativo.

Da parte mia – sempre un po’ commosso – non posso che ringraziare Gratianus per il suo tender la mano a chi cerca e a chi lavora, da vero Fratello pellegrino.

 

Segnalazione: Introduzione all’Alchimia operativa

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , on Saturday, May 25, 2013 by Captain NEMO

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Il vero problema è quello del risveglio dell’operatore…l’operatore non è sempre consapevole dei rischi cui va incontro durante questo percorso. Il destino è molto crudele. Colpisce sempre nel punto più debole. Comunque è anche detto che l’Alchimia o trova l’uomo pio, o lo fa e che la clemenza, virtù che l’uomo ha dimenticato, è esercitata da Dio. Nella prima opera si incontra il vero Maestro, che è lo Spirito Universale. Come e perché nessuno lo ha mai svelato. L’arcano della prima opera è quello più riservato per la sua elevata sacralità.

Giovedì prossimo – 30 Maggio – a Torino, alle ore 18.30, Gratianus presenterà il suo primo libro (Incontri con il Maestro), pubblicato nel 2000. Si tratta di un’opera bellissima, come sempre piena di amorevoli ‘suggerimenti’, e sono certo che la presentazione possa essere un’altra buona occasione per ascoltare Gratianus.

Per chi fosse interessato, ecco l’indirizzo:

Libreria Arethusa, Via Giolitti n° 18, Torino

Dimenticavo…passo il messaggio così come mi è arrivato da parte di Gratianus: ‘…senza dimenticare gli scritti successivi.

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, April 22, 2013 by Captain NEMO

Per chi fosse interessato, segnalo che a partire dal 4 Maggio si terranno a Roma quattro incontri introduttivi su Fisica & Alchimia; il periodo storico di riferimento va dal Cinquecento al Novecento. Gli Incontri programmati per Sabato avranno una durata di circa due ore e mezza, mentre quelli per Domenica dureranno circa tre ore.

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA -Roma

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA -Roma

Questi primi quattro Incontri saranno l’occasione per un rapido ‘volo d’angelo‘ sulla storia dell’indagine Naturale da parte dei maggiori personaggi che ci hanno lasciato testimonianze di opere, teorie e proposte. Fisica e Alchimia non erano due realtà così precisamente distinte, per metodo e scopi, così come lo sono al giorno d’oggi. E’ alla fine del Seicento, come è noto, che si consuma la Grande Separazione: il meraviglioso e l’immaginazione da una parte, e il positivismo e il razionalismo dall’altra. E poichè ci sembra che una delle cause del disagio di oggi sia proprio quella Separazione, il nostro vuole essere un semplice tentativo – con uno spirito quasi omeopatico – per raccontare quel che è successo: magari qulacuno potrà decidere di ritrovare le radici di una ricerca personale, individuale, privata, chissà…

Il programma (di massima) degli Incontri è il seguente:

Il Cinquecento

La visione unica del mondo antico.
Jabir, Artephius, Arnaldo da Villanova, Bernardo Trevisano, Raimondo Lullo, Roberto Grossatesta, Nicholas Flamel, Pietro Bono da Ferrara, Ruggero Bacone, Cipriano Piccolpassi, il monaco Ferrarius, Lacinius, Johannes Pontanus, Nicolas Valois.
Le Arti: Palestrina, Monteverdi, Josquin Des Prez, Vermeer, Van Dick, Botticelli, Lotto.
Paracelso: La rivoluzione della visione medica
Cardano: La rivoluzione della visione meccanica
Brahe, Copernico, Galilei, Campanella, Bruno: La rivoluzione della visione cosmologica.
John Dee: Propedeumata, Monade Geroglifica.
Salomon Trismosin.
Il mistero di Basilio Valentino.

Il Seicento

Le Grand Siècle: l’eredità scomoda di Paracelso.
Movimento Rosacroce.
Riforma e Controriforma.
La colonizzazione del nuovo mondo.
La Guerra dei Trent’Anni.
I transfughi protestanti: Samuel Hartlib. I libertini francesi. La Regina Cristina di Svezia a Roma.
The Invisible College. La Royal Society e la nascita delle Accademie: Accademia dei Lincei, Académie de France , Accademia di Berlino, Accademia di Mosca.
Lambsprink.
Germania: Kassel, Landgravio Moritz, Von Suchten.
Eglin: Protestanti contro Gesuiti.
Michael Mayer, Francis Bacon, Sendivogius, Jean d’Espagnet, Robert Fludd, Eireneus Philalethe, J.B. Van Helmont, Robert Boyle, Isaac Newton, Gottfried Leibnitz.

Il Settecento e l’Ottocento
L’immersione dell’Alchimia.
La nascita dell’Illuminismo.
Nascita della Massoneria.
L’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert: la ragione come unico strumento d’indagine.
Federico Gualdi e il Principe di Hultazob, Raimondo di Sangro Principe di San Severo, Cyliani, Cambriel, Les Récréations Hermétiques, Amedeo Avogadro, M.E. Chevreul, Michael Faraday, James C. Maxwell.

Il Novecento
Fulcanelli, Pierre Curie, Nikolas Tesla, Guglielmo Marconi, Thomas Edison.
Werner Heisenberg, Ettore Majorana, Albert Einstein, Enrico Fermi: la nascita della Fisica Atomica.
Il Progetto Manhattan: la nascita della Fisica Nucleare; Hiroshima e Nagasaki.
Wolfgang Pauli, Niels Bohr, Satyendra Bose, Paul Dirac.
Carl G. Jung: la nascita della Psicoanalisi.
Elémire Zolla, Francesco Severi, Francesco Pannaria.
Henry Coton-Alvart, Eugéne Canseliet, Paolo Lucarelli.

Se, come speriamo, questa iniziativa riscuoterà una buona accoglienza…si pensa di preparare per l’Autunno-Inverno una serie di Seminari più specifici (e ben più numerosi) per approfondire meglio i contenuti che lo meriteranno.

Se son rose…fioriranno!

Epifania pratica…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, January 6, 2013 by Captain NEMO

La leggenda cristiana racconta che tre gran Re vennero dall’Oriente per adorare Gesù nella mangiatoia. Uno era bianco e portava l’incenso, l’altro era biondo e portava l’oro, l’altro era nero e portava la mirra. Questi tre magi rappresentano le tre materie dell’opera, le quali concorrono, attraverso la loro unione, alla nascita dell’infante divino…“.

Cathedrale d'Autun - Le Sommeil des Mages

Cathedrale d’Autun – Le Sommeil des Mages

Questa è l’opinione di Pierre Dujols a proposito della ‘composizione‘ necessaria per la ‘nascita‘; e tutti sanno che in Alchimia la nascita – ma attenzione: anche il concepimento ! – è contrassegnata dalla Stella. La Maris Stella di Fulcanelli:

…una vetrata molto curiosa, che si trovava vicino alla sacrestia nell’antica chiesa di Saint-Jean a Rouen, oggi distrutta. Questa vetrata raffigurava il Concepimento di san Romano. ‘Suo padre Benedetto, consigliere di Clotario II, e sua madre Felicita, erano sdraiati su un letto interamente nudi, secondo l’uso che durò sino alla metà del XVI secolo. Il concepimento era rappresentato da una stella che brillava sopra la coperta a contatto col ventre della donna…la cornice di questa vetrata, già singolare per il suo motivo principale, era ornata da medaglioni nei quali si distinguevano, non senza sorpresa, le figure di Marte, Giove, Venere, etc., e perché non si avessero dubbi sulla loro identità, la figura di ogni divinità era accompagnata dal nome.‘”. [Il Mistero delle Cattedrali]

Una vetrata, distrutta. Vicino alla Sacrestia, nella vecchia ecclesia di san Giovanni  a Rotomagus (nella Gallia Lugdunensis, cioé facente capo a  Lugdun – che dopo diventerà Lyon -, che in Celtico è il ‘dun‘ del dio Lùg, il ‘monte protetto della Luce’; Rotomagus è il ‘luogo, la piana della ruota’, ed è la seconda civitas della provincia romana con ‘a capo’ Lugdunum, per i Romani l’oppidum di Lug). Nei pressi di questa sacrestia – cioè il luogo del sagrestano, in antico francese sacrestein, che è colui che conserva la Pietra-Sacra – della vecchia chiesa, distrutta, c’era una vitrail. Raffigurava Benoit & Félicité, nudi…senza vestiti. Una coppia, senza abiti. La Stella è sur la couverture, en contact avec le ventre de la femme. Sur la Bordure, il bordo della vitrail, dei médaillonsnomen est omen.

Dimenticavo: Lùg, era diventato per i Romani Mercurius Artaios, cioé il ‘protettore dell’orso’. Ci sono due Orse in Cielo, la Maggiore e la Minore, l’una l’inverso dell’altra, e la meno grande indica sempre il Nord. La stella Arcturus appartiene alla costellazione di Boote, il Bifolco, colui che spinge l’aratro, racchiuso tra la Chioma di Berenice e la Corona Boreale. Boote, che spinge il bue a trainare l’aratro nel campo, per qualcuno spinge un gallo; ma non è un Gallicus.

I trois rois Mages seguono la stella, evidentemente da Oriente a Occidente, dove è stato concepito ed è nato un giovane Re. Gli offrono tre strani doni, che tutti prendono per i ben noti Symbola: potere, divinità e guarigione. Marco Polo riporta (Il Milione) una storia: i tre Magi sono tre Re di origine iranica, e provengono da ‘Sava’, dove il veneziano ha visitato il loro sepolcro; i loro corpi sono intatti, con tanto di barba e capelli. A tre giorni di viaggio, Marco trova un castello, ‘Cala Ataperistan‘; significa ‘Castello degli adoratori del fuoco‘. Gli abitanti del castello gli raccontano una strana storia dei Re Magi: i tre re erano partiti da quella provincia per rendere visita a un ‘profeta che era nato’, portando i tre famosi doni. Una volta giunti, i tre si presentano singolarmente a Gesù bambino: il più giovane dei re trova che il bimbo ha la sua stessa età. Entra il secondo, Gesù ha la sua età; idem per il terzo. Stupefatti, i tre si raccontano l’un l’altro lo strano avvenimento, e decidono di entrare tutti assieme: stavolta Gesù è un bimbo tal quale era ‘poiché non aveva che tredici giorni di vita‘. Ricevuti i tre doni dai Re, Gesù consegna ai tre un cofanetto, chiuso. Ripartiti verso il loro paese, i Magi vollero vedere cosa contenesse: lo aprirono e restarono delusi, perché conteneva una pietra. Allora la gettarono in un pozzo: ed immediatamente dal cielo discese un ‘fuoco ardente che entrò completamente nel pozzo‘. I Re, accortisi della natura divina del prodigio, ‘presero di quel fuoco‘ e lo portarono con sè in patria, lo posero in una ‘chiesa‘ molto bella e ‘da allora lo fanno ardere continuamente‘.

Secondo gli studiosi, uno dei tre Re – Gaspare, il più giovane – sarebbe stato identificato come Gondophares, il primo re indo-parto (I° sec. DC). Il suo nome significherebbe ‘il conquistatore del ‘Pharn‘, cioé del Farr in persiano. Alcune monete attribuite al suo regno lo raffigurano nelle vesti di cavaliere sul recto, e di Giove volto a destra con la mano destra alzata sul verso; accanto il simbolo di Mercurio.

Gondophares - Moneta

Gondophares – Moneta

Gondophares - altra Moneta

Gondophares – altra Moneta

Chi ha imparato a camminare nel meraviglioso, potrebbe restar stupefatto, non credete?

Jheronimus Bosch dipinge un giorno il suo famoso ‘Trittico dell’Adorazione dei Magi‘ (fine del ‘400):

Bosch - Trittico Adorazione dei Magi

Bosch – Trittico Adorazione dei Magi

Gaspare è il nero avvolto da un bianco mantello, curiosamente spinoso in alcuni punti e dalla bordura che mostra degli esseri alati; tiene tra le mani il suo dono, la myrrhe: una ‘boule‘ con un’incisione a rilievo dell’Offerta dell’acqua al re David da parte dei tre Forti; sopra la boule uno strano rettile alato pare intento a combinare qualcosa; dietro di lui c’è un servitore di ben minor statura, in rosso, con un curioso copricapo, che stringe al petto una sorta di contenitore istoriato (ma forse è il ‘cappello’ del suo padrone). Melchiorre, vestito un po’ all’occidentale, ha un mantello blu con collare di metallo e mantellina istoriata, dove è raffigurata la Visita della Regina di Saba a Salomone (La regina era ‘nera’ e Salomone era il figlio di David), e offre l’or su un piatto; Baldassarre, il più vecchio dei tre, ha un manto rosso: deposta la tiara ai piedi della Vergine, le ha appena offerto il suo dono, l’encense, sotto forma di scultura che raffigura il Sacrificio di Isacco; la Vergine ha il suo mantello blu scuro, sopra una veste scura che lascia intravedere una tunica bianca.

Chi sarà lo strano personaggio sul retro, mezzo nudo e mezzo addobbato come un re?…in testa ha una corona metallica e irta di aculei, nella sinistra regge un’altra tiara (forse il cappello di Melchiorre?)…

Bene: Anche in questo caso, vi sono molte precise indicazioni operative. Se poi qualcuno vuol trarre da questo festivo calembour la convinzione che l’Alchimia sia speculativa, interna, spirituale o quant’altro…è liberissimo di farlo. Magari, un altro giorno, in occasione di un’altra Epifania, potrebbe domandarsi di nuovo se un Symbolon possa esser altro che una figura intellettuale. Se non addirittura un po’ retorico.

Dimenticavo Dujols, che conclude:

La riunione di questi tre elementi nel grano fisso costituisce il ternario magico, il trinum magicum, figura rudimentale della grande trinità universale che regge il mondo. Questo grano fisso formato dalle tre materie sopradette è il mercurio; è racchiuso in  un gateau metallico. E’ a questo riguardo che si distribuisce il gateau des Rois tra Natale e la purificazione, dove si trovano nascosti una fava, oppure un fagiolo, o un bebè di porcellana che viene chiamato il ‘baigneur(il bagnante, che ha evidentemente un doppio senso…), traduzione incompresa di un gioco di parole in greco, βαλανευσ, baigneur, per βαλανοσ che significa ‘le gland, la gale et la truffe du chene‘ (la ghianda, la galla e il tartufo (meglio: il fungo) della quercia). Questo rito è fondato sulla scienza ermetica, al punto che non può essere spiegato senza di essa. Colui al quale viene consegnata la parte che contiene la fava o il bebè ha estratto il re, e viene proclamato re…”.

Con l’augurio di trovar lavoro da fare,  a tutti una

Buona Epifania…!!!

The Alchemist’s CookBook – Oro in Umido, avec Metaux, mais pas Metaux…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , on Tuesday, January 1, 2013 by Captain NEMO

Molti di coloro che cercano di capire ‘come si fa‘ cercano le ‘ricettine‘; ve ne sono centinaia e centinaia. Ma occorre studiare; meglio: ‘saper studiare‘, con un metodo molto diverso da quello con cui si studia un testo al solo scopo di tenere celebrate conferenze. Ma anche questa è un’Arte in via di estinzione…

Poi, occorre mettersi al forno: non vi può essere alcuna speranza di verificare se una ‘ricetta‘ sia buona o fasulla, senza metterla in opera.

Ma, anche questo, è considerato da tutti una cosa da farneticanti, da persone matte, addirittura non necessaria: (Scena I – Un uomo di fronte allo Specchio; dice: ‘…ma non diciamo scemenze…quell’Oro sono io, io sono il centro e lo scopo della creazione; in me ho già mercurio e zolfo‘. E si avvia verso la cucina…).

L’Alchimia pratica, fatta con le mani, fa paura. Bene. Qualcuno direbbe: ‘Meglio così…‘.

Dunque, come un jeux d’enfants, riporto un passo di Philalethe, tratto dalla Manuductio ad Rubinum Coelestem:

In verità per arrivare all’ultima parte dell’incarico da me assunto, non mancherò di mostrare con quali mezzi si possa ottenere questa nostra pietra; infatti non si deve ricercare fabbricata dalla Natura; ma deve essere composta con lavoro secondo arte & ingegno, tuttavia con l’aiuto e la prestazione d’opera della natura: come infatti è già stato abbondantemente dichiarato, la materia di questa pietra non deve essere cercata altrove che nei metalli; nondimeno tuttavia questi metalli non sono la nostra pietra, ciò che risulta facilissimo da capire: infatti, hanno una forma diversa diversa da quella della nostra pietra. Cionondimeno, non nego che la nostra medicina si debba estrarre da essi, ma per estrarla bisogna prima togliere necessariamente la forma del metallo, e ciò sotto la conservazione della specie, sebbene mediante distruzione di questo specifico individuo metallico. Infatti la specie metallica risiede & si conserva nello spirito, il quale spirito non risiede altro che nell’acqua omogenea al proprio genere: l’acqua è infatti la dimora dello spirito, che innanzitutto bisogna mantenere nella conservazione della specie. Quindi l’Oro deve essere obbligato a lasciare la sua forma, e questo in un’acqua omogenea al suo genere, nella quale acqua si conservi lo spirito dell’Oro, il quale successivamente ricondensa la sua Acqua, e induce dopo la putrefazione una nuova forma, migliaia di volte più perfetta della forma dell’Oro (che ha perso con la reincrudazione).” [la traduzione è a cura del buon Frate; dal canto mio, ho messo qualche virgola e qualche nastrino.]

Affermo che questo è tutto quel che serve per fare quel che si deve fare. Posto che ci si sia accorti di quel che si deve fare. Il passo di quell’incredibile autore che è Philalethe – mai studiato abbastanza. Sulle fonti! – è perfetto, completo, chiarissimo. Ma se non lo si mette in Opera, non si saprà mai qual’è la trappola in cui è obbligatorio cadere per vedere.

E siccome nessuno mai si abbasserà così tanto da metter le mani nella terra dei Filosofi, non resterà altro che leggere e interpretare. Così, la mente resta piena, ed il piatto si riempirà delle più belle pietanze, per sé e per gli Hospites. Poi, terminata la lettura, si ripone il testo e si può tornare a vivere secondo diletto.

Intanto…è passato un treno che non era da perdere !?

L’Oro spirituale di Philalethe…una densitas sorprendente, ma sufficiente.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, November 14, 2012 by Captain NEMO

La Fons Chemicae Philosophiae di Eireneo Philalethe è spesso trascurata; chissà perché. Eppure è un testo ricchissimo e degno di essere studiato con la massima cura, parola per parola. L’Adepto va in effetti alla radice, alla fonte di tutta la Filosofia Naturale; e compie un’operazione di spiegazione minuziosamente onesta e veritiera. Tra i tanti passaggi che meriterebbero, da soli, una conferenza, ne ho scelto uno che mi ha colpito molto, e che meriterebbe  – seriamente – una piccola rivoluzione.

Infatti il Mercurio è lo sperma dei metalli, che la Natura ha formato in metallo nelle vene della terra con estrema sagacia, e non gli manca nulla se non la pura digestione, ma non è digerito se non da un puro zolfo metallico bruciante che  in effetti ha nel suo centro e per mezzo del quale la Natura in un lungo periodo forma l’oro. Ma all’uomo è ignoto in che modo lo faccia con la sua arte. Infatti, anche se si potesse fare l’oro dal solo mercurio senza nessuna aggiunta, non si preparerebbe, se non in molto tempo e con molte spese, che sarebbe sciocco sopportare per fare del semplice oro.

Vi è nel mondo un unico zolfo preparato dalla natura, che sia stretto parente del mercurio.

Perciò i due si mescolano radicalmente, e per mezzo dello zolfo il mercurio si cuoce, mentre il mercurio per la ripugnanza delle loro qualità lo fa putrefare. Così, grazie alla rigenerazione, risorge un oro, non come quello che si trova nelle miniere, ma spirituale, penetrante e tingente, tanto che può entrare facilmente in tutti i metalli imperfetti quando vi viene proiettato. Allora in un tempo brevissimo li digerisce sino alla proporzione perfettamente equilibrata dell’oro, e rigettate le feci, li riporta a perfetta salute.

[Ireneo Filalete, Opere, a cura di Paolo Lucarelli – 2001, Ed. Mediterranee, pp. 100-101]

SufficitInnanzitutto, alcune brevi considerazioni sul testo.

Il primo paragrafo – Un’osservazione ovvia, ma la cui portata sfugge alla lettura affrettata; lo sperma minerale ha una curiosa conformazione, e il termine non potrebbe essere più appropriato: il Mercurio porta di fatto lo Zolfo al suo interno, nel suo ‘centro’; a differenza dello sperma animale, che è un carrier del seme maschile e che per generare un nuovo essere deve essere unito al seme femminile (esterno), lo sperma minerale è già composto dal seme maschile e da quello femminile; gli manca solo la cottura, la digestione. Madre Natura, con ‘estrema sagacia’, è l’unica in grado di portare a termine questa operazione e l’uomo ne ignora del tutto le modalità. Il punto è, infatti, che lo zolfo bruciante del centro – lo si è detto mille volte – è assolutamente ben nascosto, imprigionato, addormentato, dormiente. Capovolgendo la favola, è in qualche modo ‘il bello addormentato’…e solo un bacio potrebbe risvegliarlo. A parte la difficoltà per  ‘il’ o ‘la’ baciante nel poterlo raggiungere, lascio a voi ritrovare la meraviglie del bacio ed il suo segreto significato. L’ultima frase meriterebbe troppe riflessioni, che tralascio per non risultare antipatico.

Il secondo paragrafo – Nel ‘mondo’ – lo ridico: nel ‘mondo’ – esiste un unico zolfo che sia stretto ‘parente’ del Mercurio; il termine dell’originale – Philalethe parrebbe aver scritto questo testo in Latino – è ‘familiarissimum’, sul quale credo opportuno meditare.

Il terzo paragrafo – Grazie alla particolare conformazione di cui sopra, lo Zolfo digerisce il Mercurio e – contemporaneamente – il Mercurio fa putrefare lo Zolfo. Questa doppia azione che ha del miracoloso, provoca la generazione di un nuovo corpo, che Philalethe definisce ‘oro spirituale’. E questo è tutto, quantum sufficit; questo è tutto ciò che caratterizza l’Alchimia.

Invito il curioso a leggere bene il trattato, che vale tanto ‘oro spirituale’ quanto pesa! E lascio all’appassionato le riflessioni dell’ambito operativo: il punto di partenza, naturalmente, è  comprendere cosa sia ‘quel’ Mercurio di cui parla l’Adepto; poi, in seguito si potranno fare ipotesi più strettamente legate alle manipolazioni di laboratorio. Ovviamente, avverto, c’è una trappola; ma indispensabile. Senza cadere in quella trappola, non si comprenderebbe come uscirne, e come iniziare a operare.

Ma, stavolta, vorrei raccontare alcune mie personali riflessioni, che scaturiscono dal brano riportato. In buona sostanza, gli attori, una volta messi in grado di compiere il loro ruolo, fanno tutto da soli. Il ruolo dell’operatore è laterale: come ripeterà ancora, poco dopo, Philalethe ricorda che la congiunzione dei due Principia  ‘…non si fa con un’operazione manuale ma naturale, e che l’uomo, non solo non aiuta, ma non ne capisce bene nemmeno la causa, per cui quest’opera è detta divina’. In effetti, la causa è misteriosa, visto che per noi animaletti avidi la cosa è assolutamente incomprensibile.

Ma, se non è dato conoscere la causa, l’Adepto spiega come accada questa misteriosa e miracolosa congiunzione. Riporto un brano di poco precedente:

Il motivo per cui il colore del mercurio nella dissoluzione (nell’originale: ‘decoctione’ ) non è modificabile dal corpo dissolto consiste nel fatto che la terra e l’acqua del mercurio sono omogenee e così contemperate che nessuna delle due può essere separata dall’altra, e sono così fortemente commiste, che tanta è la densità della sostanza con la meravigliosa tenuità della materia da nascondere i colori.”

Philalethe descrive qui le caratteristiche della commistione originale dei due Elementi che compongono il Mercurio; e questa descrizione è talmente straordinaria da meritare un approfondimento: l’ultimo periodo latino recita: ‘…quod una cum mira materiae tenuitate tanta est substantiae densitas,…’; una traduzione meno elegante è la seguente: ‘…assieme ad una straordinaria tenuità della materia vi è una talmente grande densità della sostanza…’. Questo periodo innocente e magari ritenuto una sorta di figura retorica, racchiude in verità qualcosa di straordinario ed unico. Naturalmente tutti lo leggiamo con il nostro metro comune, quello di umani indaffarati nelle cose della vita; ma Philalethe sta raccontando una cosa che ha delle implicazioni colossali, sia per averla concepita e scritta a metà del 1600, sia per il gran coraggio nel proporre la visione del Sistema Naturale, persino per i suoi tempi. Si tratta di una visione ben più che moderna, tanto è avanzata rispetto a quella odierna. Cercherò di accennarne qualcosa, nei limiti di ciò che è permesso: in soldoni, l’Adepto, usando solo dieci parole dieci, descrive uno dei meccanismi più intimi e segreti del come la materia prende corpo in manifestazione. E lo fa da autentico Scienziato della Natura, con semplicità pesantissima e umiltà: vi sono due ‘cose’, la materia e la sostanza; per quanto molti storcano il naso, queste due ‘cose’ sono ben diverse: la materia del Mercurio è la parte materiale del corpo, ed essa è ‘straordinariamente tenue’, vale a dire straordinariamente rarefatta. La sostanza, la sub-stantia, è la parte spirituale del corpo, ed essa è molto densa. Infatti, è una materia anch’essa, con una qualità – quella spirituale – che caratterizza in modo informativo l’altra materia, la materia materiale. Questi due aspetti del corpo – una volta arrivato in manifestazione, vale a dire ‘creato’ – coesistono in spazio e tempo. Chi lo desiderasse, troverà nella mia Introduzione al Liber Secretus di Arthephius alcuni utili spunti a proposito della materia spirituale (…una tenue pubblicità, di cui chiedo venia). Le implicazioni legate a questa visione, sia di carattere scientifico che sperimentale, tanto per l’alchimista che per il fisico, sono enormi. E non ritengo opportuno affrontarle qui. Si tratta di collateral damages che è preferibile affrontare nel più privato silenzio, se proprio lo si vuole.

Per spiegare la mia meraviglia nel riflettere su quella precisazione di Philalethe, vi invito a soffermarvi sul senso di una densità di una ‘cosa’ spirituale: la materia spirituale è ‘densa’ di Spirito. In effetti, lo Spirito deve avere una sua massa, perché, sulla bilancia della cucina, quello spirito pesa. Gettando alle ortiche il consueto ciarpame occultistico e le solite dotte definizioni mistico-esoteriche, si sta affermando che la componente spirituale possiede una densità, nel caso del Mercurio superiore a quella della componente materiale. Qui ci si dovrebbe porre una domanda: ‘…da dove viene questa maggiore densità?‘…è da notare che questo ‘carico’ di densità è  – Naturalmente – mutevole. Per esempio, l’alchimista cerca infatti di arricchire il contenuto di Spirito Universale – non corporificato – di questo corpo miracoloso che ospita il Principio Mercurio; se vi riesce, e confermo che è possibile riuscirvi, la conclusione è che il transito di questa componente spirituale deve avvenire tramite un locus non appartenente a questa manifestazione. Debbo fermarmi qui, ricordando che questo Mercurio porta il suo Zolfo al suo interno, e che non vi è dubbio alcuno sul fatto che la Fisica moderna non ha nemmeno l’idea di come stanno le cose nel cuore intimo della materia.

Mi pare comunque che questo enunciato semplice e chiarissimo dovrebbe obbligarci a delle serissime meditazioni, tanto in campo epistemologico quanto nel dominio non banale dello studio dei fenomeni Naturali.

Riepilogo breve: Madre Natura, in questa manifestazione che ci vede ospiti del tutto ignari, è in qualche modo preordinata al fine di produrre il corpo – definito perfetto – dell’oro metallico, quello che Philalethe definisce ‘semplice oro’. Oltre, non va. Né ci andrà mai. Tralasciando il fatto non marginale per cui quest’oro metallico è il vero dio di questo pianetucolo (oggi siamo riusciti anche a affliggerci con mostruose transazioni in ‘oro virtuale’, istantanee, che squassano i destini di tutti i viventi), l’Oro vero, quello spirituale di Philalethe, è un corpo ‘unico nel mondo’, che Natura non produce. Tuttavia, può essere prodotto da un artista illuminato, utilizzando il Principio Mercurio che Madre Natura, graziosamente, ‘prepara’ (ma di cui nessuno sa dell’esistenza, né della sua funzione; a che serve, ci si dovrebbe chiedere, questo Mercurio?…e l’oro spirituale, serve per solvere metalli e vari corpi, per fare la Pietra Filosofale?).

Sembra dunque di dover concludere che l’affermazione famosa di Paolo Lucarelli, che definì questo nostro mondo una ‘prigione’, sia confermata nella sostanza: Madre Natura non produrrà mai, qui, qualcosa di più ‘perfetto’ dell’oro metallico. Siamo fritti, e lo siamo sempre stati; ab initio. Il Progetto Naturale che ci vede ospiti è ‘perfettamete’ fissato e non migliorabile; è così perfetto nel suo meccanismo, che l’uomo ha sempre e soltanto basato la sua vita sulla ricerca del possesso del metallo raro e dei sui moderni derivati. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, sono sempre state evidenti, e non muteranno per qualsiasi modello futuro: Madre Natura non produce Oro Spirituale. Et alors…?

Allora, qualche povero pazzo, molto meno che una mosca bianca, va dicendo che – nel Progetto – è presente la possibilità di utilizzare ciò che Natura ha ‘preparato’ – in gran segreto – per “fare qualcosa”; il compito terribile, per la sua gravosità e per gli annessi&connessi, è quello di ‘fare’ una nuova, piccola ‘creazione’. Molti sorrideranno, immagino, o scuoteranno la testa. Eppure, questo è ciò che leggiamo nei testi migliori. Perché tale nuova creazione possa avere un senso, però, occorre far sì che quella ‘densitas’ di Spirito Universale possa venir attratta canonicamente e corporificata opportunamente. Il senso dell’Alchimia è tutto qui: l’alchimista ha un compito gigantesco, i cui risvolti – Naturalmente – non sono affatto personali, bensì universali. Per inciso, la disponibilità di Spirito Universale in questo corpo ‘unico’ ha delle conseguenze che non sono a mio avviso ben percepite, né da chi studia Alchimia, né da chi ne parla. Anzi, probabilmente non lo sono mai state. Di fatto, tutti hanno l’idea che l’alchimista sia uno che sogni di far oro, o quant’altro. In realtà, l’alchimista si affaccia ad una finestra dell’universo, il cui limite è molto più che vertiginoso. Si percepisce, in un lampo, che siamo del tutto non proporzionati alla ‘densitas’ di quello Spirito Universale, ed il senso di inadeguatezza è pesantissimo. Siamo, di fatto, troppo ‘tenui’. Estremamente rarefatti, e – per di più – estremamente stupidi. Ma non posso qui dilungarmi su questo.

Un ultimo avviso: il giovane Isaac Newton possedeva la Fons Chemicae Philosopiae nella sua biblioteca alchemica (MS Keynes 35), e la studiò a lungo. Poi, qualche anno dopo, pubblicò i suoi magnifici Philosophiae Naturalis Principia Mathematica: ho scritto qui qualcosa di quel famoso incipit, mai compreso per davvero dal mondo degli accademici, e lo riporto perché lo trovo molto assonante con ciò che Philalethe andava dicendo:

Quantitas Materiae est mensura ejusdem orta ex illius Densitate & Magnitudine conjunctim.

Va da sé che la Massa del corpo di cui parla Sir Isaac non è proprio quella che si ottiene moltiplicando la densità per il volume occupato; forse, una riflessione molto accorta, persino accorata, sulla ‘tanta densitas’ del passo di Philalethe e su quel ‘conjunctim’ di Newton potrebbe aiutare il pellegrino ad incamminarsi e – soprattutto – a ‘darsi da fare’, al suo meglio. Naturalmente.

Le dolci emozioni di un’Arca d’Argento…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , on Friday, April 15, 2011 by Captain NEMO

Ogni libro ha una sua storia ed un suo sentimento: ogni autore cerca e mostra quel che porta dentro. Ed ogni lettore cerca e trova quel che, dentro, lo accomuna all’autore. E’ una sorta di piccolo circuito quello che lega un autore ad un lettore, tanto più vero nel caso di un libro scritto da un alchimista operativo. Ho letto Verso l’Arca d’Argento (qui), una piccola perla che Gratianus ha posato con silenziosa delicatezza su un cuscino di sogni : potrei dire che si tratta di un libro bellissimo, di un’opera magistrale, di un testo immancabile nella libreria di ogni étudiant; ma mi preme sottolineare quel che ho trovato, dentro, non appena posato il libro, dopo l’ultima pagina…una delle più commoventi.

Gratianus - Verso l'Arca d'Argento

Gratianus - Verso lArca dArgento

La dolcezza senza frizzi & lazzi, la pacatezza, la semplicità e la gioia profonda nel ritrovare il carattere del Maestro dolce, pacato, semplice e gioioso, in ogni pagina. Mi sono ritrovato a sorridere, commosso ed emozionato, ma con un senso di calma e di condivisione fuor dell’ordinario. Lungo il pellegrinaggio verso Santiago di Compostela, percorso attraverso ogni tappa in poco più di un mese, affiorano vivide le immagini della Natura che l’autore è andato cercando e riconoscendo: di fronte ad ogni bivio, Gratianus ha sempre scelto quello lontano dalla folla, dal frastuono della civiltà, lontano dagli uomini che costruiscono prigioni, attraverso boschi, prati verdi, deserti, distese di pietre calde, fiori dai colori variopinti, ruscelli, fiumi e torrenti. Il percorso più semplice ed il più difficile, anche se – quasi sempre – il meno scelto da parte dei Pellegrini.

Le soste negli ospizi di ogni tipo, il combattimento con la fatica tremenda, con il caldo e con il freddo, con la pioggia e con il vento, sorretta dalla fede nel senso nascosto della meta agognata, l’incontro con tanti viandanti, ognuno sempre sfiorato senza mai cadere nel vizio del giudizio, il mistero di un Angelo che si materializza nei punti meno attesi e che indica la lettura di simboli ed immagini incontrate in una chiesa, un tempio, una fontana, un crocefisso. E le Madonne: tante, tutte diverse nel loro suggerire, ma sempre le stesse, a sottolineare quanto sia indispensabile il contesto in cui una Vergine possa parlare al cuore del cercatore innamorato, eterno Pellegrino  verso la speranza della Gerusalemme Celeste. Il linguaggio piano, l’attitudine a costantemente imparare da Madre Natura, e dall’Angelo segreto, l’insegnamento racchiuso in ogni piccolo segno, manifesto o nascosto, che si incontra lungo il cammino faticoso, un cammino di cui nessuna ‘ratio‘ potrebbe mai dar contezza.

Nel dolce diario del viaggio verso Santiago, riconosco Gratianus, con il suo essere schivo, sensibile, semplice, ormai arrivato alla comprensione perfetta ed al compimento dell’Opera Grande: i cenni interpretativi, i caritatevoli indizi sono innumerevoli, davvero tanti, e tutti secondo l’antica Tradizione della Via Universale. Non ne parlerò qui, almeno per ora, per non privare i lettori della gioia e della sorpesa nel ritrovare le indicazioni di sempre, ma offerte con la fraterna semplicità di un viandante che condivide la propria acqua con chi ha sete. Però uno, tra i tanti, vale la pena che venga contemplato; perché non si potrebbe far altro, vista la impossibile logica del ‘signum‘ offerto dall’immagine di Daniele che accoglie il Pellegrino a Santiago, nel Pòrtico de la Gloria:

Santiago de Compostela - Daniele e il Tour de main

Santiago de Compostela - Daniele e il Tour de main

Il sorriso di Daniele, che srotola il suo cartiglio con una mano torta, innaturale ma naturale; Gratianus, assieme ad Angelo, afferma che si tratta dell’indicazione dell’indispensabile tour de main, non senza far notare il piede destro, raffigurato anch’esso in bella e strana evidenza.

La dolcezza disarmante del sorriso del Profeta gettato nella fossa dei leoni, che verrà ‘liberato‘ da Dio; la serenità del viaggio compiuto nel silenzio della propria fede interiore nella Via antica, alla riscoperta dell’universalità e dell’unicità dell’Arte d’Alchimia.

Cerca
la perla
nel fuoco nero
rendila lucida come cristallo
fissala
sul tuo anello
e al cielo mostrala

Così si chiude il primo viaggio, all’ultima pagina; ed un nuovo viaggio, verso la Gerusalemme Celeste, si prepara…Quante emozioni, stanotte; le emozioni sono il balsamo prezioso e struggente di ogni cuore. In silenzio, con gioia, si cammina lungo le orme dei padri…talvolta con qualche lacrima.

Choisir le Grand Jeu…in cerca di ciò che non si può possedere.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Wednesday, February 16, 2011 by Captain NEMO

Canseliet diceva negli anni ’80 che l’Alchimia stava godendo di un momento di grande  rilievo, sia per l’interesse crescente  da parte dei più giovani, sia per una sorta di nuova consapevolezza da parte dell’uomo. Forse era così. A quei tempi, è curioso dirselo, il sottoscritto faceva parte di quei giovani.

Oggi, pare, le cose sono mutate: forse a causa dei momenti bui che la nostra banale civiltà sta vivendo sul pianeta, siamo tutti, chi più chi meno, incatenati alle cose pratiche, materiali, spicce. Si dice che vi sia una crisi economica globale, ma più probabilmente si tratta di una crisi di valori interni. L’uomo si scopre sempre più povero materialmente e dimentica, come sotto gli effetti di una brutta droga, la ricchezza del Creato. E’ un processo ciclico, che si può riscontrare molte volte nella nostra storia: una sorta di modello perverso, in cui il salire o lo scendere una scala sempre uguale ci fa assomigliare più a dei teneri criceti in gabbia, appagati dallo stare in gabbia, che ad anime in cerca di verità.

Noto, con un certo disagio, che non si dialoga più d’Alchimia, di Filosofia della Natura, nemmeno tra coloro i quali hanno in qualche modo abbracciato il cammino lungo verso il Campo della Stella. E’ un preciso segnale. Se dovessi dire la mia, parafrasando al contrario ciò che diceva il buon Maitre di Savignies, l’Alchimia non desta più vera Meraviglia. E questo, a mio modesto avviso, è un gran peccato. Voglio dire che abbiamo, di nuovo, smarrito il senso del Meraviglioso. Ma, ormai l’ho ben compreso, non è un problema. L’uomo ama le parole e non ha mai amato più di tanto la sostanza delle cose. L’essere umano è malato, come il mondo in cui dice di vivere, protestando. E soffre: la Baghavad Gita dice che la Sofferenza è mancanza di Conoscenza. Cognoscere è ‘essere con la Gnosi‘, un compito immane. Conoscere la substantia significa andare alla ricerca di ciò che giace sotto, di ciò che regge ciò che ‘sta’. Ma la ricerca  fattuale, non intellettuale, non metafisica, della substantia è una cosa da cui tenersi alla larga.

Il motivo di questo singolare caveat, forse, risiede nel fatto che una volta che soltanto si ipotizzi che tale substantia non abbia i connotati delle certezze che amiamo costruire attorno a noi e  – soprattutto – dentro di noi, allo scopo mai troppo dichiarato di garantirci una sopravvivenza, l’uomo fugge. Atterrito. Tutto ciò in cui crede ed ha creduto, crolla, miseramente. Le cosiddette sicurezze, cessano all’istante di esistere.

La realtà delle cose, di ogni cosa, di ogni Creazione, non è affatto quella che descrivono le nostre Scienze ed i nostri sistemi di conoscenza. Dunque, una cosa è l’interpretazione di un fenomeno attraverso modelli, certo tanto utili e spendibili quanto sempre poco duraturi, un’altra è scoprire che le Cause Prime che sono alla base di tutto ciò che vediamo, tocchiamo, utilizziamo e consumiamo hanno una connotazione unica ed estremamente opposta alla logica umana. E’ un po’ come dire che ci si può innamorare solo di una cosa che è in qualche modo simile a noi stessi: il paragone di Narciso è calzante, e probabilmente lo scambiare il riflesso di noi stessi nelle cose che ci circondano è la miglior operazione per evitarci lo chock di vedere con occhi disincantati come Madre Natura compie il suo corso.

Oggi, temo, a pochissimi importa davvero cercare la substantia, il senso delle cose, scoprire come Natura crea, sforzarsi di comprendere. Tutti vogliamo sapere per usare, nessuno vuole più comprendere per contemplare. Abbiamo bisogno di cambiare, ma non cambiamo. E’ tutto molto semplice, e per questo quasi impossibile.

L’Alchimia, diceva Paolo Lucarelli, è un’Arte d’Amore.

Ma quanti sono disposti ad Amare senza possedere? Madre Natura nasconde bene i suoi tesori, pur mettendoli davanti agli occhi di tutti. Tocca all’uomo smarrito il mettersi in cammino verso Casa. Ma certo occorrerebbe prima rendersi conto che una Casa c’è, e che si può, se non addirittura si dovrebbe,  tornare a Casa. Nessuno verrà mai a dirci perché nasce una stella, o un uomo, o un fiore, o un sasso. Siamo tutti – sempre – scontenti, ma nessuno muta il proprio camminare. La paura della morte è l’unico mantra costante di una vita spesa spesso dietro ad illusioni continue, in cicli di cadute e risalite. Il Meraviglioso però c’è, ovunque, persino in questo mondo malato. Ma se non amiamo comprendere per contemplare, se non intuiamo la serenità che può donare l’abbandonarsi alla scoperta di nuove letture delle Cause Prime, allo sforzo di destituzione della logica ferrea che incatena l’anima che soffre, come mai potremmo aver il semplice diritto a protestare?

L’uomo ha dimenticato il legame con il Cielo e scrolla, come un vecchio mulo recalcitrante di fronte al cambio radicale di direzione, la testa resa ottusa dai comodi dogmi imposti dai propri simili cui ha delegato il compito Sacro di Cognoscere: amiamo sicurezza, mentre in Natura non esiste. Amiamo i meccanismi ad incastro, mentre in Natura nulla si fa fermare. Amiamo consumare inquinando, mentre Natura trasforma senza sporcare. Amiamo possedere, mentre Natura libera. Amiamo forzare, mentre Natura sfiora.

Gli alchimisti sono quelli che si mettono in viaggio: il più lungo dei viaggi, il più solitario. Sono pochi. E l’uomo non ama affatto la solitudine, il silenzio, l’umiltà, l’accettazione di cose ben più smisurate del nostro immaginare. Gli alchimisti cercano la Madre, la Mater ea, e chiedono a dei sassi di mostrare il cammino dello Spirito nella Materia. Gli alchimisti si abbandonano alla Provvidenza munifica che permette di vedere con gli occhi cose mai vedute e di toccare con le mani cose mai toccate. Quante volte si è parlato di Spirito Universale, di Anima del Mondo, di Umido Radicale…ma al di là della bellezza concettuale, qualcuno si rende davvero conto dell’importanza fondamentale di queste cose – tangibili ed osservabili – nell’equilibrio dinamico del Creato? Davvero pensiamo ancora che lo Spirito Universale possa essere soltanto una affascinante figura retorica? Quanti, oggi come ieri, sono davvero interessati a buttare a mare i propri credo e le proprie certezze per soltanto mettersi in cammino verso un mondo nuovo? Quanti potrebbero mai investire il proprio tempo e – soprattutto – il proprio Amore per ipotizzare di poter comprendere come funziona tutto?

E’ per questo, forse anche per questo, che gli alchimisti vengono presi per dei poveri pazzi. La società mette etichette, cataloga. E loro, felici ed un po’ perfidi, si mettono volentieri al collo quel vecchio ed arguto cartello con la scritta ‘Fou‘. E quanti potrebbero mai voler entrare nel Bosco, rinunciando ai propri inganni? Sembra obsoleto ricordare che il Philosophus è colui che ‘ama Sophia‘: ancora una volta, si parla d’Amore. E tutti pensano che per questo Amore basti leggere qualche libro bizzarro, metter le mani su una ricettina intrigante e poter contemplare il volto di Sophia. Forse per questo il vero Amore non è di questo mondo. Chissà.

Ciò che importa è il mettersi nella prospettiva di un cambiamento percettivo, e cambiare la propria vita, le proprie abitudini quotidiane, dall’interno: questo mutamento, radicale, permea la vita dello studente e si traduce, pian piano, in una percezione diretta, mediata – un giorno, se il Cielo vorrà – dall’osservazione disincantata delle materie nel Laboratorio, del modus operandi di Madre Natura.

Al di là delle possibili letture operative, chiunque legga un buon trattato d’Alchimia dovrebbe saper cogliere un aspetto esplosivo: la descrizione del sistema Naturale fatta dai Maestri d’Alchimia è precisa, semplice, diretta. Da secoli, non è mai mutata. E’ una Via di conoscenza perfettamente uguale a sè stessa, lungo tutto l’arco dei secoli. Vorrà dire qualcosa? Pare che chi scriva goda di una visione straordinaria, privilegiata, rivoluzionaria. Talmente rivoluzionaria che subito la nostra mente, probabilmente per proteggere il proprio avido ruolo di Strumento Unico di giudizio, cataloga quello scritto come una visione, un’allegoria, una magnifica costruzione filosofica. Una chimera, alla fine dei conti. Una cosa bella, certo, ma tutto sommato inutile. Non si ricava potere dall’Alchimia, infatti. Per questo è considerata inutile. L’Alchimia non è da considerare, per i più, persino per chi dice di volerla studiare,  frutto di un’esperienza diretta da parte dell’autore, quanto come un bel dipinto da contemplare ogni tanto, quando proprio non si abbia nulla da fare. Quelle descrizioni sono belle, ma perchè mai immaginare che possano – addirittura – descrivere eventi reali, veri, che sono accaduti e che accadono? Meglio dire che l’Alchimista è uno strano personaggio, meglio sostenere che l’Alchimista è un uomo che si immagina fantasie, meglio dire che l’Alchimista altera la verità.

A nessuno pare più capitare di porsi una domanda semplice: “…e se quegli uomini stessero facendo di tutto per narrare come stanno le cose che hanno visto e sperimentato?“. Voglio dire: dimenticando per un attimo il valore simbolico, allegorico, iniziatico, delle parole di quell’autore che tanto si sforza per descriverci, per esempio, la danza di Zolfo e Mercurio, come si fa a non accorgersi che quegli uomini stanno probabilmente facendo ogni sforzo per indicare che Natura esiste e che la Via per Conoscere è aperta a coloro i quali fossero soltanto disposti a guardare oltre lo specchio illusorio della propria razionalità? E per quale folle motivo quegli uomini si sono impegnati nello sforzo di un linguaggio nuovo, più semplice, più diretto, più onesto, per descrivere a tutti il funzionamento del Creato, se non per un purissimo atto d’Amore?…”senza nulla a pretendere“, come diceva Totò.

Se fossero proprio loro, quei Foux,  a donare ciò che hanno visto? Se fossero loro a cantare la musica da cui tutti siamo ‘nati‘ ed a cui tutti dobbiamo ‘morire‘? E se fossero loro ad indicare la strada di quel cambiamento che da secoli e secoli ogni umano afferma di volere e che nessuno è mai riuscito ad indirizzare?

Leggendo per esempio Philalethe, si resta colpiti dalla esposizione di alcuni strani capitoli; un’esposizione certo singolare, persino noiosa talvolta, perché apparentemente priva di segreti da carpire ma che meriterebbe lunghe riflessioni persino da parte degli ‘addetti ai lavori‘: il capitolo VIII dell’ Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium, per esempio – intitolato ‘Fatica e noia della prima preparazione‘ – ci presenta con parole quasi un po’ retoriche un ben strano scenario; si dice qui che molti ‘Chimici’ sognano che l’Opera sia un semplice lavoro di ricreazione, pieno di piacevolezza; l’autore sostiene invece che ci siano fatiche e difficoltà pesanti da superare, e che in mancanza di Labour, Industry e Diligence il raccolto eventuale che si farà in seguito non potrà che essere vuoto e vano. Pare, insomma, che Philalethe faccia un po’ una sorta di predica a chi pensi di avventurarsi in quella che lui chiama la prima preparazione ritenendola un gioco da bambini. E’ una figura retorica scontata da parte di un Maestro. E tutti i lettori, alzando le sopracciglia, vanno avanti nella lettura, perchè non ritrovano qui le consuete allegorie: giovani alati con spada e/o caducei, dragoni, cani rabbiosi, ombre cimmerie, aquile e via dicendo.

Poniamoci una domanda: un personaggio come Philalethe può davvero aver inserito un capitolo come questo al solo scopo di fare un pistolotto? Vi dico subito la mia personale opinione: no. Non fornirò la mia interpretazione di questo passo, per due motivi: non si può aprire sempre un dono prezioso sottraendosi alle regole della Tradizione, e non sarebbe mai giusto fare i compiti per chi non è capace di impegnarsi con umiltà e serietà. In ogni caso, il passo presenta un insegnamento prezioso, ma evidentemente molto ben criptato. Lo si dovrebbe capire immediatamente quando, alla fine, l’Adepto – dopo il pistolotto in cui si è sperticato a dire quanto sia importante dedicarsi con vera passione al Labour ed al Work (che sono due ‘cose‘ evidentemente diverse; ma quali?), quanto sia inevitabile doversi sobbarcare faticose e tediose lavorazioni – se ne esce con questa frase innocente, che nessuno nota:

But the Mercury, once prepared, then is the rest obtained, which is far more desirable than any Labour, as saith the Philosopher

Questa frase, del tutto innocente e scontata per chi abbia una pur minima conoscenza d’Alchimia, fa da controaltare al pistolotto. Ovviamente, ad una prima lettura, è difficile percepire dove voglia andare a parare l’autore. Lascio a chi vorrà impegnarsi l’onere del cimento, ma segnalo che il metodo utilizzato da Philalethe per indicare qualcosa di importante si basa qui sulla citazione; dopo quella di Augurello, la quale da sola meriterebbe un discorso molto articolato, vi è quella di D’Espagnet. Philalethe ne riporta un piccolo riassunto, e nessuno – o forse pochissimi – si prende la briga di andare a consultare la fonte. Allora, tanto per divertirci un po’, la riporto: il passo di D’Espagnet cui si riferisce Philalethe è il Canone XLII dell’ Arcanum Hermeticae Philosophiae:

“In philosophica Mercurii Sublimatione sive preparatione prima Herculeus labor operanti incumbit; nam sine Alcide expeditionem Colchicam frustra tentasset Iason;

Alter inauratam noto de vertice pellem
Principium velut ostendit, quod sumere possis;
Alter onus quantum subeas.

limen enim à cornupetis belluis custoditur, quae temeré accedentes  non sine dispendio arcent; earum ferocitatem sola Dianae insignia & Veneris columbae mulcebunt, si te fata vocant.”

Come dicevo, a chi interessa andare un po’ più alla scoperta di cose operative lascio il piacere di tradurre (…se i Fati lo chiamano!); raccomandando di far caso a molte parole; in sostanza viene citato ancora una volta Augurello, e forse varrebbe la pena andare a leggere l’intero passo (…ma che fatica, però!). Ma, allo scopo di illustrare prima il metodo adottato da Philalethe in questo capitolo, e poi il sempre trascurato Amore dei Maestri per chi ami sul serio mettersi sul cammino di Madre Natura, raccomanderei di leggere bene il seguito dei Canoni di D’Espagnet, che ovviamente Philalethe non poteva riportare in extenso (…forse parlava ‘a suocera, perchè nuora intenda‘?); in particolare, riporto il Canone LI:

“Duobus perficitur philosophica Mercurii sublimatio, superflua ab eo removendo, & deficientia introducendo; superflua sunt externa accidentia, quae fusca Saturni sphaera rutilantem Iovem obnubilant; emergentem ergo Saturni livorem separa donec purpureum Iovis sydus tibi arrideat. Adde Sulfur Naturae, cuius granum & fermentum Mercurius quidem in se habet, quantum sibi sufficit; sed fac ut etiam aliis sufficiat. Multiplica itaque; Sulfur illud philosophorum invisibile, quousque exprimatur lac virginis; tunc prima tibi patet ianua.”

Questa volta, vista la imprecisa traduzione francese di M. Bachou, offro una mia rapida resa in italiano:

“La sublimazione filosofica del Mercurio si compie grazie a due, rimovendo da esso le superfluità, ed introducendo ciò di cui è deficitario; le superfluità sono gli accidenti esterni, che nascondono il rutilante Giove con la fosca sfera di Saturno; quindi separa l’emergente livore di Saturno finché l’astro purpureo di Giove ti arrida. Aggiungi Zolfo di Natura, di cui il Mercurio in verità ha in sè il grano ed il fermento, quanto gliene è sufficiente; ma fa in modo che anche agli altri sia sufficiente. Moltiplica così; quello Zolfo invisibile dei filosofi, fino a quando si esprima il latte della vergine; allora ti si apre la prima porta.”

Al di là dei numerosi, enigmatici, riferimenti operativi, i quali in ogni caso – vista la apparentissima scontatezza – sarebbero da meditare ben più che bene, mi preme qui sottolineare la sensazione di stupore di fronte a questo piccolo squarcio offerto da D’Espagnet: si sta dicendo qui che per effettuare quel che viene chiamata la ‘sublimazione filosofica del Mercurio, vi è una contemporanea separazione delle scorie esterne ed un aggiunta di qualcosa che manca: questo è lo Zolfo di Natura, che il Mercurio possiede come grano e fermento. Fermiamoci un momento a riflettere: l’autore afferma che il Mercurio, che in questo caso è evidentemente un corpo tangibile, con le proprie naturali inclinazioni volatili, possiede ‘in sè‘ il ‘grano ed il fermento‘ dello Zolfo; ma, quello di Natura. Il quale è, naturalmente, un corpo tangibile, fisso. Come la mettiamo? Il dualismo della substantia della manifestazione, di ogni manifestazione, è qui ben mostrato: Madre Natura utilizza i due Principi, Zolfo e Mercurio, per fare ogni cosa; ma non già per unire ciò che la nostra mente ama razionalizzare come qualità separate, distinte, quanto per rendere attive, attraverso una unione di ‘purezze’, qualità doppie già in essere nel Creato.

Si tratta di una descrizione della base materiale straordinaria, le fondamenta della materia in Essere, di una semplicità incredibile, la cui portata – non soltanto in termini di speculazione intellettuale – è gigantesca. Nel cuore della materia, di tutte le materie, spirituali e corporee, il doppio volto dell’evoluzione è presente, sin dall’inizio. Ogni materia racchiude in sé la sua perfetta completezza: il Progetto Naturale è perfetto, non soltanto perché è di origine per così dire Divina (e questo può magari attenere ad una visione metafisica), ma soprattutto perché ontologicamente tutto quel che è necessario è già in ogni tutto. Sostanzialmente. I due termini Zolfo e Mercurio rappresentano dunque solo i ruoli istantanei delle azioni naturali – e per questo quasi ‘automatiche’ – assunti dai Centri nascosti di ogni corpo quando sono attivati dall’unico Agente capace di infondere l’impulso naturale; questo, lo si sa, è proprio lo Spirito Universale. Questo è il Grand Jeu della Creazione manifesta. Non potrebbe essere espresso con miglior efficacia.

En passant, lo studente potrebbe ricordare quanta passione abbia messo Paolo Lucarelli nel passare una informazione singolare: nella nostra manifestazione, qui, – al momento topico – sembra esserci stato un errore!…per questo, qui, tutto è malato. Anche noi. Questo errore potrebbe essere assimilabile al concetto del Peccato Originale. Curiosamente, proprio D’Espagnet , nel Canone precedente afferma che :

“Argentum vivum a peccato originale inquinatum est, ut duplici labe scateat…”

Come sempre, i Maestri sono in diapason perfetto, pur essendo tra loro separati da secoli: compito nostro è ben comprendere…cosa si possa fare, e come fare per uscire dal cul-de-sac. Ma è ben più elegante, nelle platee dotte, dirimere la vexata quaestio: “Signore e Signori…come mai Dio (…ma… siamo sicuri?) ha potuto addiritura sbagliare?…non sarà un’eresia?“…oppure: “…allora ha ragione Santa Madre Chiesa, allora dobbiamo fare penitenza!”, e via dicendo. Tutto giusto, ma tutto molto lontano dal fatto – semplice, caritatevole e veritiero, – passatoci sottobanco in un impeto d’Amore. Qualcuno si domanda come possa mai un alchimista fare un’affermazione di questa portata?…la risposta è tanto semplice, quanto lontana da chi dimentica cosa fa un alchimista nel proprio piccolo Laboratorio.

Tornando all’affermazione di D’Espagnet a proposito del Mercurio e dello Zolfo, credo sia d’uopo un’ulteriore riflessione: Madre Natura compie in estrema e semplice ‘naturalezza‘ – è il caso di dirlo – una cosa che per noi ‘separatori‘ è impossibile: noi non possiamo mai essere in grado di ‘produrre’ una cosa come il Mercurio o lo Zolfo, figurarsi isolarli (come adorerebbe poter fare il povero chimico moderno). Per loro nascita naturale, in ogni dove ed in ogni quando, la cosa è doppia. E’ la caratteristica della manifestazione: dall’Uno si passa al Tre, tramite il Due. Sic & simpliciter. Questo processo avviene in continuo, da sempre e per sempre. Questo imprinting naturale è il signum dell’Essere venuto in Luce. Lo si trova qui, come su ogni sassetto di ogni pianeta, di ogni sistema, di ogni galassia, di ogni universo. Noi non siamo assolutamente in grado di produrre questo evento prodigioso che permette la Creazione, che scorre tra ciò che chiamiamo nascita, vita e morte. Quelle qualità doppie sono naturali, non di nostra proprietà, non di nostro possesso, non nella nostra disponibilità. E questo il cuore della Natura, è questo il fondamento – corporeo e spirituale – di ogni materia apparsa ed in via di apparizione. Il Mercurio di Natura – ovviamente ‘quel‘ Mercurio – racchiude già in sè il ‘granum‘ ed il ‘fermentum‘ dello Zolfo di Natura: così, per gradi di sviluppo successivi, si fanno – per Natura – le cose ‘maschie‘ e le ‘cose ‘femmine‘. Le quali, come si vede, sono di per sé rappresentazioni funzionali. Apparenze. Suona tutto come l’Illusione, tanto cara alla Saggezza orientale. In verità, anche un eventuale ‘maschio perfetto‘, quale è la Pietra Filosofale, rappresenterà – al proprio massimo ed al proprio meglio – il ruolo indispensabile del Gran Teatro della manifestazione: ed infatti, quando – dopo il necessario orientamento-  trasmuterà il metallo vile, lo farà ‘morendo‘ a sè stessa, degradando il proprio Zolfo (nato dal Mercurio) ad attivare il Mercurio addormentato nel Centro occulto del metallo vile: il gioco è Zolfo-Mercurio, Mercurio-Zolfo, Zolfo da Mercurio, Mercurio da Zolfo. Per questo Shiva, che danza, crea distruggendo e distrugge creando. Questo gioco danzante, terribile e meraviglioso al contempo, assolutamente incomprensibile per la nostra ragione nutrita di etica e di filosofia sempre troppo da salotto, è la base di ogni apparizione della materia e del suo percorso in ciò che chiamiamo (ma non sono ciò che vogliamo che siano, in verità) spazio e tempo. Tutto è in tutto. Qualcuno, e li abbiamo sempre chiamati filosofi, dimenticando cosa  veramente muova il Philosophus, lo aveva già detto. Da un mucchio di tempo. Però… è più comodo pensare agli atomi (inesistenti), e giocare a far gli Dei, e spaccare ogni cosa, alla ricerca di una cosa che non c’è.

Tornando a Philalethe e D’Espagnet, mi auguro possa risultar un po’ più chiaro il perché un povero umano possa decidere di scegliere un cammino come quello dell’Alchimia: lo studio dell’Arte offre scorci sulle Cause Prime che sono alla base di Madre Natura. E non mi pare poca cosa. Se poi si riflettesse che l’Alchimista fedele, e D’Espagnet e Philalethe lo hanno fatto, racconta ciò che vede e che gli viene offerto da Madre Natura tramite le materie, nel suo piccolo Laboratorio, forse si potrebbe giustificare il mio avervi costretto a leggere questo lungo Post. Necessariamente incompleto, necessariamente un ‘work-in-progress‘.

 

Speculum Naturae

Speculum Naturae

Quel brano di D’Espagnet, indicato perfidamente da Philalethe – ma in realtà con Amore vero – è stato scritto per chi sogna (ma cos’è il ‘sogno‘, in Alchimia?) di arrivare vicino allo Specchio di Madre Natura, spogliato dei dogmi e dei modelli offerti da chi intende usare, nel senso più volgare, quasi diabolico, Madre Natura. Quegli uomini erano uomini come noi, immersi come noi nelle loro cose. Non erano dei Buddha; D’Espagnet era uomo di lettere, diventato Presidente del Tribunale di Bordeaux. Philalethe era uomo di gran prestigio, di gran fede, di grande peso istituzionale: loro hanno fatto, come noi, un mucchio di errori, forse anche azioni non sempre proprio ‘buone’; entrambi, come noi, ‘tenevano famiglia’. Hanno percorso la loro vita, facendo errori, e soffrendo, e facendo soffrire. Uomini tutto sommato normali: l’unica non normalità, era quella di aver scelto – nel cuore – di andare a cercar Natura. Con tutto il proprio cuore. Hanno dedicato la vita allo studio ed alla pratica dell’Alchimia. Il loro corpo è ormai ben decomposto, come si conviene, come a tutti capiterà. Hanno acceso il Fuoco e lo hanno tenuto sempre acceso, anche di fronte al dolore, alla sciagura, alla guerra, alla arrogante stupidità umana. Hanno lasciato degli scritti. Ermetici. Ma pieni: pieni dell’Amore nel voler condividere lo stupore che coglie l’umano quando vede la Dama far giocare  la Materia e lo Spirito nel Gran Teatro della Manifestazione. Lo hanno raccontato. E tutti hanno detto che sono dei poveri pazzi, che cercavano la Chimera della Pietra Filosofale.

Da una parte, quelli che affermano che lo scopo dell’Alchimia è la Pietra, hanno una qualche ‘ragione’: ma – temo – non si renderanno mai conto di quanto s’ingannino. Il punto è ‘scegliere’: ogni scelta è un abbandono finale di ciò che possediamo, senza alcuna garanzia di arrivare. L’unica certezza è che non si possederà: più e mai.

Ecco perché nessuno ama parlare davvero d’Alchimia; ecco perché è sempre stato e sempre sarà così. E va bene così.

Un piccolo hommage ad Eugène Canseliet…

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale with tags , , , , on Wednesday, December 1, 2010 by Captain NEMO

In seguito ad una dolce quanto apprezzata richiesta da parte di un fedele amico, ho tradotto e trascritto in italiano il contenuto dell’intervista ad Eugène Canseliet – lui la chiamava “l’interview” – fatta da Jacques Chancel nel Giugno del 1978, così come trasmessa da Radio France Inter. Il documento si può consultare qui.

Il documento sonoro originale è conservato, come memoria storica, negli archivi della BNF, ed è disponibile nella sua interezza, di 55 minuti e 30 secondi, presso l’INA (qui).

Ricordo che il Copyright della registrazione sonora è naturalmente di proprietà dell’INA, e qualunque riproduzione di questa mia trascrizione italiana deve riprodurre le necessarie diciture di appartenenza. E’ ovviamente proibita ogni utilizzazione commerciale, trattandosi di un documento che offro ai lettori all’unico fine di studio e consultazione personale.

Quanto al contenuto dell’intervista, si tratta di un documento che testimonia soprattutto del grande Amore del Maitre di Savignies per la Gran Dama: chi si aspettasse di trovare indicazioni operative resterà deluso; Canseliet parla d’Alchimia e del contatto con la dimensione inspiegabile, ma ben presente per chi pratica in Laboratorio, del Sacro. In questo, nella profondità del suo pensiero, Canseliet mostra la qualità dell’Amore di un alchimista per la sua Dama.

Il Maestro è già vecchio, ha 79 anni, e la traduzione, necessariamente letterale, mostra le esitazioni, le ripetizioni tipiche dell’età. Ma qualcuno apprezzerà la semplicità e la prova d’Amore di Eugène Canseliet, in un contesto così freddamente radiofonico, eppure così appassionata e precisa. Si parla d’Alchimia, di Fulcanelli, del famoso incontro del 1952 con il Maestro, del Sacro, della scienza moderna, delle Ondes perturbate, della vera Spiritualità dell’Arte. L’intervistatore gli chiede della Pietra – tutti chiedono della Pietra ad un alchimista, no? – e Canseliet risponde che non l’ha, la Pietra. Ognuno potrà fare le proprie riflessioni, e restare convinto che un alchimista che non abbia la Pietra Trasmutatoria non sia de facto un alchimista. Su Canseliet, che ha portato con maestria e somma dignità il pesante carico di araldo pubblico dell’Arte d’Alchimia, dopo l’apparizione provvida e misteriosa di Fulcanelli, si sono abbattuti cicloni di ogni tipo, sia a favore che contro.

Per i quieti, i pacifici, calmi, i sereni compagni di viaggio, gli innamorati dello stesso identico viaggio di Canseliet, resta da apprezzare la profondità, la dignità e la semplicità di un uomo che ha donato tutto sè stesso alla Gran Dama, tentando con ogni mezzo, non soltanto di insegnare, ma soprattutto di testimoniare la forza di una fiamma preziosa, accesa nel cuore di ogni solitario cercatore. Ogni ètudiant dovrebbe ringraziare il Cielo che ci sia stato, su Terra, un uomo buono come Eugène Canseliet. Ma tendiamo spesso a dimenticarcene…Mercì, Maitre!

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