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Il Giglio delle Convalli

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Thursday, November 17, 2016 by Captain NEMO

Jacques Coeur - Tristan & Isolde

Jacques Coeur – Tristan & Isolde

Nel suo Arcanum Hermeticae Philosophiae Opus (1623), al canone XXIII, il Presidente d’Espagnet scrive:

Con il termine Luna i Filosofi non intendono la Luna volgare, la quale nel suo operare è maschio, & che nella copula svolge il ruolo di maschio; che nessuno presuma dunque di  tentare una congiunzione nefasta & contro Natura di due maschi, e non  si concepisca alcuna speranza di prole da una tal copula; ma si congiunga con un congiunzione stabile Gabritius a Beia, il fratello alla sorella, e che si chiamerà propria;  affinché poi si raccolga il fertile figlio del Sole.

Il monito è chiaro, e spesso trascurato: se la nostra mentalità accetta immediatamente un possibile matrimonio tra due generi opposti, un mariage di un fratello e sorella viene ovviamente visto come sola figura retorica. Ma, a mio modesto avviso, vi è dell’altro. Fulcanelli ne accenna nel Volume I de Les Demeures Philophales, al capitolo Le Mythe Alchimique d’Adam et Eve:

Car ils sont réellement frère et soeur, tenant chacun leur être d’une mère commune, et redevables de la contrariété de leurs tempéraments plutôt à la différence d’âge et d’évolution qu’à l’écart de leurs affinités.

L’auteur anonyme de l’Ancienne Guerre des Chevaliers, dans un discours qu’il fait prononcer par le métal réduit en soufre sous l’action du premier mercure, enseigne que ce soufre a besoin d’un second mercure, avec lequel il doit être conjoint afin de multiplier son espèce.

Segue una lunga ed importante dissertazione sul famoso ‘secret des deux mercures‘, nella quale l’Adepto avverte che vi saranno ‘contradictions, erreurs menifestes de logicque ou de jugement‘, forse utili per sbrogliare l’enigmatica matassa:

Or, nous reconnaissons loyalement qu’il n’existe qu’un seul mercure à la base, et que le second dérive nécessairement du premier. Il convenait cependant d’appeler l’attention sur les qualités différentes qu’ils affectent, et faire en sorte de montrer, — fût-ce au prix d’une entorse à la raison ou d’une invraisemblance, — comment on peut les distinguer, les identifier, et comment il est possible d’extraire, directement, la propre femme du soufre, mère de la pierre, du sein de notre mère primitive.“.

Come sempre, lo studio attento e la verifica sperimentale in Laboratorio è d’obbligo; al di là dell’autorship del Capitolo – la cui definizione attiene alla storia complicata, come si è visto, della creazione/elaborazione/sviluppo di entrambi i capolavori firmati come Fulcanelli -, si deve dire che vi è materia per meditare ed avviare tutta una serie di delicati ed importanti esperimenti.

Delle Nozze Chimiche parlerà naturalemtne anche Maitre Canseliet, a più riprese. Una tra tante, da Due Luoghi Alchemici, nella traduzione di Paolo:

É potente l’amore che, nell’innocenza e la purezza, unisce indefettibilmente Gabricus, o Gabritius e Beya, per il necessario androginato della Grande Opera. Nell’Enigma della visione del filosofo Arisleo e dalle Allegorie dei sapienti – Enigma ex visione Arislei Philosophi et Allegoriis sapientum:

Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina – Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina.

Questa citazione di Canseliet è curiosa: quell’ultima frase ‘esplicativa’ di Arisleo – così come viene proposta – appare infatti un po’ ambigua: “Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina“, pur ovviamente corretta, suona leggermente tautologica; se infatti è naturale che Beya è femmina – ‘ea‘ – quel ‘essa è femmina‘ può essere letta al massimo come un rafforzativo. Filosténe Junior, nel suo libro, afferma che Canseliet – una volta ottenuto da Fulcanelli il permesso di firmare le sue opere con la sigla F.C.H – avrebbe utilizzato i risvolti delle pagine illustrative come una sorta di ‘accredito’ indirizzato alla cerchia dei F.C.H. A suo dire, questo spiegherebbe – uso tutto il condizionale – il motivo di alcune criptiche frasi che compaiono a commento delle illustrazioni.

Si deve tener conto che l’origine di questo testo famoso e citato ovunque è ancora molto incerta; si dice che possa trattarsi di un testo arabo – il Risalat madd al-ba hr dhat al-ru’ya -, ma più probabilmente si tratta di una sorta di circolo vizioso, in quanto il supposto testo arabo potrebbe a sua volta essere una ri-traduzione dal Greco di Archelao. Inoltre, come è noto, la Visio è stata inclusa in diverse raccolte prestigiose come l’Aurora Consurgens, l’Artis Auriferae e il Rosarium Philosophorum ed altre. Si tratta insomma di un testo rielaborato, modificato e parcellizzato molte volte, mancando ad oggi una solida ed attestata fonte originale.

Il brano proposto da Canseliet proviene senza dubbio dalla versione inclusa nel volume I dell’Artis Auriferae quam Chemiam Vocant del 1593, che include tra gli altri il trattatello Aenigma ex Visione Arislei Philosophi, et Allegorijs Sapientum:

Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina: tamen emendat ipsum, eò quòd ex ipso est.

[Aenigma I, pp. 147-148]

Una rapida traduzione suona grosso modo così: “Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene [essa sia] la sorella del fratello, e femmina, tuttavia [essa] emenda lo stesso [Gabritium], per il fatto che [essa] è da esso.“.

Così, mi pare che in questo modo il senso della frase sia più evidente. La correttezza di questa lectio è confermata anche dalla edizione precedente del 1572 (Auriferae Artis quam Chemiam Vocant). Lascio ai lettori l’eventuale riflessione nel merito della frase completa.

Propongo ora una notula da parte dell’alchimista Normanno Jean Vauquelin des Yveteaux (1651-1716), tratta dal suo curioso trattato Alchimie du Cantique des Cantiques de Salomon, dove – al versetto 2.1, titolato Ego flos campi, et lilium convallium – si parla del Giglio delle Convalli:

Ce champ, comme l’explique l’hebreu, est celui de saron, c’est à dire que l’on doit en chanter les louanges, et la fleur est la rose de cette campagne. Nous avons dit ailleurs ce que les philosophes entendent par la rose et la fleur de sel. Cette rose icy est blanche.

Et quoyque par le lis des vallées les uns veullent que l’on entende la fleur d’iris accause de la bonne odeur de sa racine profonde, à laquelle profondeur ils raportent le mot de convallium, les autres l’interpretent le muguet, d’odeur si charmante, et qui vient naturellemnt dans les broussailles parmy les ronces et les epines dans les bois.

D’autres veullent que l’auteur aie voulu parler icy du lys ordinaire; mais à le bien prendre dans le sens phisique, il ne faut entendre icy que le lys de l’art, le sujet phisique, dont Paracelse dit que la partie superieure est le lys blanc, la glu de l’aigle, et la partie inferieure est le lys rouge, laton, lion rouge et son sang, la Beia et le Gabritius des sages, de l’union desquels se fait la premiere matiere des metaus.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

C’est de ces lys dont Cortalasseus a tant parlé dans son traitté d’Arca arcani et son Lilium inter spinas, le lili du manuel de Paracelse, et de sa teinture des phisiciens.

Cette fleur peut estre ditte des champs, parce qu’elle y vient d’elle mesme et naturellement, sans opération manuelle de l’artiste, et lis des vallées accause de sa simplicité, et sa pureté. Sapientia est humi moravi, disent les philosophent, et simplicitas veritatis sigillum.

Cette rose de saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, ce lis dont il est dit que par l’arousement des eaus salutaires, il germera comme le lys des vallées.

Eccone la mia rapida traduzione:

Questo campo. come lo spiega l’Ebraico, è quello di Saron, vale a dire che ne si deve cantare le lodi, ed il fiore è la rosa di questa campagna. Abbiamo detto altrove di cosa i filosofi intendono con la rosa ed il fiore del sale. Questa rosa qui è bianca.

E sebbene con i gigli delle valle gli uni vogliono che si intenda il fiore dell’iris a causa del buon odore della sua radice profonda, alla quale profondità rapportano la parola convalli, gli altri l’interpretano come il mughetto, di odore così incantevole, e che spunta naturalmente dai cespugli tra le rocce e le spine nei boschi.

Altri vogliono che l’autore abbia inteso parlare qui del giglio ordinario; ma a ben prenderlo nel senso fisico, qui non bisogna intendere che il giglio dell’arte, il soggetto fisico, del quale Paracelso dice che la parte superiore è il giglio bianco, il vischio dell’aquila, e la parte inferiore è il giglio rosso, lattone, leone rosso ed il suo sangue, la Beia ed il Gabritius dei saggi, dalla cui unione si fa la prima materia dei metalli.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

É da questo giglio di cui Cortolassesus ha tanto parlato nel suo trattato Arca Arcani ed il suo Lilium inter spinas, il lili di Paracelso, e della sua tintura dei medici.

Questo fiore può essere detto dei campi, perché vi spunta da solo e naturalmente, senza operazione manuale da parte dell’artista, e giglio delle valli a causa della sua semplicità, e della sua purezza. Sapientia est humi moravi, dicono i filosofanti, e simplicitas veritatis sigillum.

Questa rosa di saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, questo giglio di cui si dice che grazie all’innaffiamento delle acque salutari germinerà come il giglio delle valli.“.

Cortholasseus è uno dei tanti nicknames assunti da Johannes Grasshof (ca. 1560 – 1623), e l’opera cui des Yvetaux fa riferimento è la sua Aperta Arca Arcani Artificiossimi, una raccolta famosissima in quei tempi; all’interno figura il trattatello sul Lilium, costituito dal famoso racconto allegorico (Der Kleine Baur). Oltre all’inevitabile omaggio a Sendivogius – certo uno dei più stimati e famosi alchimisti dell’epoca – credo non si debba dimenticare che la probabile origine di questa allegoria legata alle convallibus è Virgilio, che d’Espagnet – chissà perché! – amava molto.

eneide_convallibus

La bellezza dello studio dell’Alchimia è dovuta alla Sophia che anima il suo tessuto, stabile e radicata nei secoli, al riparo dai pre-concetti, stereotipi, e giudizi di ogni sorta, così tipici degli esseri umani; non è importante la parola, ma il cercare con serena umiltà, studiare e praticare: Sophia è lì, da sempre, con i suoi semplici, basici Principia Naturalia, pronta per essere sperimentata. Tutto è stato scritto, in molti ‘cantica‘ e ‘legende‘. La Via è una, e occore naturalmente ‘orientarsi’. L’esploratore che usa la bussola basata sul Nord magnetico, non è consapevole del fatto che si sta orientando grazie ad un Campo unico e non soltanto ‘locale’, all’interno del quale le frequenze sono  gli strumenti usati da Madre Natura per informare la Creazione. Se all’esploratore geografo o archeologo questa consapevolezza non è certo indispensabile, per l’alchimista è di assoluta importanza. So che molti storceranno il naso ed alzeranno le sopracciglia: non importa. V’è ben altro che è importante.

Nigra sum et formosa filia Jerusalem
Ideo dilexit me Dominus
Et introduxit me in cubiculum suum
Et dixit mihi: surge amica mea et veni.
Jam hiems transiit, imber abiit et recessit,
Flores apparuerunt in terra nostra,
Tempus putationis advenit.

Il ‘Cantique’ di Vauquelin…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Thursday, June 6, 2013 by Captain NEMO

Nel tempo, il Cantico dei Cantici è stato variamente interpretato e quale che sia il senso che gli si voglia attribuire, resta un emozionante inno d’amore: che sia tra Dio e la sua Ecclesia, o tra Salomone e la sensuale Sulamita, la sua lettura lascia sempre un po’ sgomenti.

Per gli alchimisti, rappresenta una sorta di racconto dell’amore tra i due sposi ermetici; e probabilmente il suo versetto più famoso è quel ‘Nigra sum sed formosa’ che viene citato a più riprese in molti trattati.

Visto che il Post in cui se ne è parlato è uno dei più letti del mio Blog (qui), ho pensato di esplorare meglio qualche aspetto.

Prima di tutto, una precisazione: molto probabilmente quel ‘sed’ è il frutto di un adattamento o di una cattiva traduzione. Il testo greco, al versetto 1:5, suona come segue:

‘μέλαινα ειμί και καλή θυγατέρες Ιερουσαλήμ ως σκηνώματα Κηδάρ ως δέρρεις Σολομώντος’

‘Nera sono e bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come la pelle [che nasconde] Salomone.

‘και’ significa ‘e’ e non ‘ma’; tuttavia, forse perché gli interpreti –  ecclesiastici o meno – ritenevano che una donna di colore scuro potesse essere associata con la bruttezza […poteva mai Re Salomone unirsi ad una ‘brutta‘?], quella congiunzione è diventata una specificazione più rassicurante. D’altro canto, un alchimista non dovrebbe essere sorpreso che il nero sia in realtà il sinonimo del ‘bello’, ancorché – naturalmente – nascosto. Eppure anche nei testi alchemici quel ‘ma’ è restato.

E’ il caso, per esempio, di Messire Jean Vauquelin des Yveteaux, alchimista normanno della fine del XVII secolo; si tratta di un singolare personaggio, la cui vita certo curiosa – per quel po’ che se ne conosce – ho tentato di riassumere nell’Introduzione storica alle Récréations Hermétiques (il libro lo trovate qui).

Oltre a varie opere, da noi poco conosciute, Vauquelin ha affrontato una sua personale interpretazione del Cantico: Le Cantique des Cantiques de Salomon, interprété dans le sens Physique, par des Yveteaus. L’opera ha ricevuto un apparato critico di tutto rispetto da parte di Sylvain Matton in Documents oubliés sur l’alchimie, la kabbale et Guillaume Postel: offerts, à l’occasion de son 90e anniversaire, à François Secret par ses élèves et amis. Issue 353 of Travaux d’Humanisme et Renaissance.

Il trattatello di Vauquelin des Yveteaux offre poco a chi cerca segreti d’Alchimia, ma ne riporterò alcuni estratti: si vedrà così – ed è quel che mi preme mostrare a quegli stessi che cercano, o che dicono di cercare – che la Teoria alchemica è sempre una, identica a sé stessa da secoli, chiara, semplice ed al tempo stesso serenamente ermetica, perfino per un alchimista normanno di quei tempi.

Vauquelin des Yveteaux sa bene che l’argomento del Cantico è un terreno scivoloso, tanto più a quei tempi; ed allora, dopo aver chiarito che non si sogna nemmeno di metter in dubbio l’autorità dei Padri, dichiara che ‘…esaminerà soltanto con qualche attenzione leggera come i naturalisti giudichino che sotto le stesse espressioni si sia celebrato il mistero della pietra benedetta.

‘…sotto il nome dello sposo e della sposa sua sorella, usciti dalla stessa madre o dallo stesso padre…la quale sposa sospira ai suoi baci senza numero, senza i quali non crederebbe di avere il pegno, né essere assicurata del sigillo che costituisce il legame e la pace di tutte le creature; ed è attraverso un’alleanza che accade che ella non è animata che dallo spirito del suo sposo, attraverso il quale viene liberata dalla corruzione che il serpente aveva introdotto in lei; di modo che corporificatosi questo spirito in lei, non furono più che un identico soggetto o materia spiritualizzata, o il medesimo spirito corporificato, unica materia dei filosofi che qualificano con il nome di loro mercurio, e del quale – in questo stato – dicono: est in mercurio quidquid quaerunt sapientes.’

‘Sotto il nome di sposo e sposa, sono intesi lo spirito luminoso, o il fuoco fissato nella terra vergine, che è la sposa; e per sposa si intende lo spirito vitale luminoso invisibile, fuoco naturale contenuto nella natura umida, inviato dal cielo in qualità di spirito universale, che vivifica e anima tutta la natura.’

Fatta questa premessa luminosa, ecco quel che racconta Vauquelin a proposito della famosa frase di cui sopra [l’autore scrive in francese dell’epoca, con alcuni inserimenti in latino]:

Nigra sum,  sed formosa, Filiae Jerusalem, sicut tabernacula Cedar, sicut pelles Salomonis.

Je suis noire mais je suis belle, o filles de Jerusalem, comme les tentes de Cedar, comme les pavillons de Salomon.

I Filosofi chiamano nero tutto ciò che non è affatto luminoso e che nasconde la luce che racchiude, e la sposa si rivolge alle figlie di Gerusalemme per attirare la loro attenzione… Le tende di Cedar sono quelle degli Arabi, nere all’esterno e tessute di pelo di capra morta, bruciate e arrostite dal sole, esposte alle ingiurie del tempo… Lo sposo ama la dimora della sua sposa come se essa fosse altrettanto superba e scintillante, come i così ricchi e così splendidi padiglioni che Salomone faceva costruire, ed è lo sposo stesso che ne costituisce la parure e l’ornamento. Si cruenta si tetra mundabo. [Nota di Vauquelin: ‘Aqua aqua sunt omnia, aqua lavat, aqua clarificat, et illustrat omnia’].

Questa sposa è nera del fumo elementare e mondano, a causa del suo risiedervi, e per la sua propria miseria da cui essa è avvolta. Ma essa diviene bella e purificata atraverso lo spirito del suo sposo, praemittitur nigredo, et augetur decor.

Aronne e Maria sua sorella mormoravano  del fatto che Mosé (che appariva così raggiante di luce) aevsse preso una Etiope come [sua] donna. Sed Aethiopem lavavit.

La regina <di> Saba [Nota di Vauquelin: ‘Saba secondo saint Jerosme significa Ritorno’] venne a vedere e se ne ritornò tutta illuminata dalla gloria di Salomone, foelix nigredo quae mentis candorem parit, lumen scientiae, conscientiae puritatem, nec quod nigrum sustinere confusa, nec quomodo formosum est imitari pigra. Queste sono le lodi più grandi che si possano fare a una sposa che trae tutto il suo lustro dal suo sposo, il quale attraverso la sua unione e le sue frequenti visite imbianca e illumina la terra vergine che prima aveva un’apparenza sporca, difforme, oscura e così annerita dal fumo e dall’azione del fuoco che aveva preparato.

Il fuoco è il sole del filosofo, vicario di quello celeste, la cui eccitazione esterna non cessa di eccitare e animare il fuoco interno della materia, che è qui vista come la sposa annerita al sole a cui è stata esposta allo scoperto nel suo [di lei] più grande ardore.’

Già su questo passo c’è da riflettere, e non poco. Vauquelin parla esattamente come parla un alchimista, questo è ovvio: tuttavia, alcune singolarità appaiono evidenti nella sua esposizione; ne sottolineo una: se la sposa è ‘formosa’, anche lo sposo è ‘formoso’.

Poi, Vauquelin prosegue:

Nolite me considerare quod fusca sim, quia decoloravit me sol. Filii matris meae pugnaverunt contra me; posuerunt me custodem in vineis; vineam meam non custodivi.

Ne consideré pas que je suis devenue brune, car c’est le soleil qui m’a osté ma couleur. Les enfans de ma mere se sont élévez contre moy, ils m’ont fait gardienne des vignes : je n’ay point gardé ma vigne.

<È> il soggetto dell’arte o la seconda materia dei filosofi esposta all’ardore del sole [Nota di Vauquelin: Si può chiamare sua giovinezza la prima preparazione, che è l’inizio dell’opera filosofica secondo Rhenanus. E in questo senso la calcinazione le fa provare tutto l’ardore del vicario del sole di cui il filosofo fa uso] sin dalla sua gioventù, poiché nella sua origine e nella sua purezza senza mescolanza essa non era nera. Ma essendo stata corporificata, essa è stata bruciata dal sole. Perché la semenza caduta tra le pietre di cui si parla nel Vangelo fu bruciata e calcinata dal sole, ciò che le impedisce di dar frutto per mancanza d’umidità… Questo sole ha annerito la sposa nelle materie differenti e specificate, e nella meno determinata essa appare nera in presenza del sole il cui splendore eclissa ciò che essa ha di luminoso [Nota di Vauquelin: R. Lullo, Codicill….dice che uno spirito di luce lo conduceva a disporre i corpi ad una naturale e segreta decozione, per mezzo della quale attraverso un ordine retrogrado con una lancia toccante (nel testo: poignante) tutta la sua natura fu di colpo dissolta in pura nerezza]. … Poiché l’acqua purga la solforosità escrementizia che il fuoco fa apparire nella calcinazione. Sem (quod nomen vel virtus) et Japhet (quod pulchritudo) cooperiunt retrocedendo quod Cham (calor) detexit et separavit prebens inde occasionem irridendi Noe quod semen mundi. L’Acqua piena di efficacia ripara la sporcizia prodotta dal fuoco di calcinazione.’

Come si vede, Vauquelin cammina sulle orme della Dama: si riconosce senza dubbio la consistenza delle sue note con la Tradizione classica dell’Alchimia, in modo molto chiaro. Naturalmente, avverto, occorre adottare le solite precauzioni. Il racconto’ dell’opera è questo, ma prendere tutto alla lettera è come sempre un azzardo.

Sono certo, comunque, che molti in questi tempi tristi e disperati – dove chi ‘dice’ di cercare vuol ‘trovare’ in quattro e quattr’otto il ‘come si fa’ e ‘cosa si mette nel crogiolo’ – correranno nei vicoli ciechi che li attendono, perdendo di vista alcune sfumature curiose, ma ben nascoste, che Vauquelin ha voluto inserire qua e là. Non posso indicarle, né intendo indicarle; già mi par troppo aver ripreso questo sconosciuto trattato.

Concludo, citando il Cantico:

Ego flos campi, et lilium convallium’.

Probabilmente qualcuno sorriderà.

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