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La Force

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Tuesday, December 6, 2016 by Captain NEMO

Uno dei Capitoli più belli e famosi de Les Demeures Philosophales è quello dedicato a “Le Guardie del Corpo di Francesco II, Duca di Bretagna“.

Tombeau des Ducs de Bretagne - Nantes

Tombeau des Ducs de Bretagne – Nantes

Il monumento sepolcrale dei Duchi più amati dai Bretoni è oggi ospitato nella Cattedrale di Nantes, ma prima della Rivoluzione era stato edificato nella Chiesa del Carmine; nel 1499 Anna Di Bretagna, Regina di Francia e seconda sposa di Louis XII d’Orléans (dinastia Valois),

Devise de Louis XII et de Anne de Bretagne

Devise de Louis XII et de Anne de Bretagne

decise di onorare la memoria dei genitori – François II Duc de Bretagne e Marguerite de Foix; il progetto è affidato a Jehan Perréal, e realizzato da Michel Colombe. Francesco II é inumato assieme alla prima moglie Marguerite de Bretagne, ma in seguito verranno aggiunte le spoglie di Marguerite de Foix, madre della Regina Anna. Alla sua morte, nel 1544, la Regina verrà sepolta a Saint-Denis (che a Parigi ospita i monarchi Capetingi): ma il suo cuore verrà trasportato in solenne processione fino a Nantes, deposto in un prezioso scrigno in oro e posto nella tomba originaria di famiglia. L’esistenza dell’oggetto – ancora oggi venerato e considerato patrimonio della storia della orgogliosa ‘nazione Bretone’ – viene ricordato da Fulcanelli in una Nota:

M. il Canonico G. Durville, alla cui opera dobbiamo questi dettagli ha gentilmente voluto inviarci un’immagine di quest’oggetto curioso, priva, ahinoi!, del suo contenuto, che fa parte delle collezioni del museo Th. Dobrée, a Nantes, di cui è il conservatore. «Vi invio, ci scrisse, una piccola fotografia di questo prezioso reliquario. L’ho posta un momento nel luogo preciso dove era il cuore della Regina Anna, pensando che questa circostanza vi avrebbe legato con maggior interesse a questo piccolo ricordo.»”

Coeur d'Anne de Bretagne

Coeur d’Anne de Bretagne

Coeur d'Anne de Bretagne

Coeur d’Anne de Bretagne

Oltre ad essere il Conservatore e Bibliotecario del museo Dobrée dal 1924 al 1947, Georges Durville (1853-1943) era anche il vice-presidente della Société archéologique de Nantes, e promosse una serie estesa di scavi nei terreni del Vescovato di Nantes, riportando alla luce 3 piscine battesimali databili al IV secolo AC (ritrovamenti pubblicati in Les Fouilles de l’évêché de Nantes (1910-1913). Oltre a citare Etudes sur le vieux Nantes di Durville, Fulcanelli ringrazia un po’ più che formalmente l’archeologo Bretone, suo contemporaneo:

Preghiamo M. il canonico Durville di qui voler ben gradire l’espressione dei nostri vivi ringraziamenti per la sua pia sollecitudine e la sua delicata attenzione.“.

L’interesse di Fulcanelli per la foto del reliquario che aveva contenuto il coeur di Anna di Bretagna, forse, poteva essere un po’ più che solo alchemico.

Jehan Perréal, come ricorda lui stesso in una lettera al segretario di Margherita d’Asburgo, Arciduchessa d’Austria e Princesse de Bourgogne (Perrèal partecipava al progetto di costruzione del mausoleo di Filiberto di Savoia a Notre-Dame de Brou, sotto gli auspici della Princesse sua moglie), aveva assunto Michel Colombe per la realizzazione del monumento funerario a Nantes:

Monseigneur, je vous ay envoyé le patron de la sépulture du duc de Bretaigne tout ainsy qu’elle est faite, sans y adjouter ni diminuer. Les Vertus ont VI pieds et demy. Ledit patron j’ay fait juste; j’ay été toujours quand on le faisait ou le plus de temps. Je l’ay posé en ce lieu, comme autrefois vous ay conté. Quand au marbre on la fet venir de Gênes. Michel Coulombe besongnait au mois et avait pour mois vingt ecuz l’espace de sinc ans; il y avait deux tailleurs de maçonnerie antique Italiens qui avaient chaqun 8 écuz pour mois. On paiait tous fers asserés, tous outilz. Finalement la chose a été si bien achevée que j’y posé au lieu désiré par la dite Dame (i.e., Anne de Bretagne) et cousta à poser, tant pour faire la voute, pour mettre les corps que pour les engins pour l’enrichir d’un peu d’or, la somme de 560 livres, car j’en ai tenu le compte.“.

"La complainte de Nature à l'alchimiste errant"Perréal – pittore della casa reale di Francia – disegna, e Colombe realizza le sculture; Perréal – la cui vita è ricchissima di episodi ed incontri, ma sempre vissuta con un basso profilo – è conosciuto da chi studia Alchimia per esser stato l’ editor de La Complainte de Nature à l’alchimiste errant (attribuito a Jean de Meung, 1516), la cui miniatura è ben nota:

Chiudo questo piccolo preambolo storico con Colombe: se Fulcanelli lo fa nascere a Saint-Pol-de-Léon nel 1460 (ancora in Bretagna), si pensa oggi che sia nativo di Bourges; Bourges, la cui bellissima Cattedrale manca all’interno de Le Mystère des Cathédrales, fu attorno al ‘500 il centro di una sorta di ‘associazione artistica’: gli scultori Jean e Michel Colombe, lo stampatore e calligrafo Geoffrey Tory e il pittore Jean Perréal. La loro attività si svolge attorno ai Valois/Bourbon, prestando la loro opera alle Dames importanti di questo partito dinastico: Madame du Plessis-Bourré, Madame du Beaujeu (per la quale, nel 1497, Perréal compirà una delicata opera di recupero dei diamanti che Madame de Beaujeu aveva affidato a Madame du Plessis-Bourré), la Regina  Anne de Bretagne, la Regina Charlotte de Savoie. Perréal – pare, ogni prudenza è d’obbligo – fosse fra l’altro il Gardien di un ordine piuttosto antico che sarebbe sfociato a metà ‘800 nei F.C.H., anch’essi basati a Bourges.

Pur essendo Les Demeures Philosophales in qualche modo destinato ad illustrare i contenuti esoterici ed alchemici di alcune ‘Demeures’, Fulcanelli dedica alla tomba dei Duchi di Bretagna uno dei Capitoli più belli; quasi un segnalibro Bretone, come pegno di un amore profondo per la terra e la storia di Breizh, il Capitolo è dedicato all’esame rigoroso delle quattro Gardes du Corps, personificazioni delle quattro Virtù Cardinali; l’espressione originarie delle Virtus sono naturalmente les forces che debbono essere utilizzate da ogni essere umano lungo il proprio cammino terreno: Justice, Force, Temperance, Prudence.

Definita da Fulcanelli come ‘le chef-d’œuvre de Michel Colombe‘, La Force offre una raffigurazione di una allegoria estremamente apparentabile all’operatività alchemica: un Dragone strangolato dalla mano della Garde, che lo ‘estrae‘ con forza aggraziata ma decisa da una fenditura di una Torre.

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[Debbo ringraziare due amici francesi, Archer ed Ibrahim: il primo per la riproduzione della tavola originale di Champagne, il secondo per le magnifiche foto di Nantes. La loro passione ed il loro impegno nei confronti della Gran Dama sono, da anni, un serio punto di riferimento per gli studiosi dell’Arte. Merci bien, Monsieurs !…]

Le chef couvert d’un morion plat, au mufle de lion en tête, le buste revêtu du harcelet finement ciselé, la Force soutient une tour de la main gauche et, de la droite, en arrache, — non un serpent comme le portent la plupart des descriptions, — mais un dragon ailé, qu’elle étrangle en lui serrant le col. Une ample draperie aux longues franges, dont les replis portent sur les avant-bras, forme une boucle dans laquelle passe l’une de ses extrémités. Cette draperie, qui, dans l’esprit du statuaire, devait recouvrir l’emblématique Vertu, vient confirmer ce que nous avons dit précédemment. De même que la Justice, la Force apparaît dévoilée.

Il capo coperto da un morione piatto, al musello di leone sul davanti, il busto rivestito dalla cotta finemente cesellata, la Forza regge una torre con la mano sinistra e, con la destra, svelle – non un serpente come riportato dalla maggior parte delle descrizioni, – ma un dragone alato, che strangola serrandogli il collo. Un ampio drappeggio dalle lunghe frange, i cui risvolti poggiano sugli avambracci, forma un cappio nel quale passa una delle sue estremità. Questo drappeggio, che, nell’intento dello scultore, doveva ricoprire l’emblematica Virtù, viene a confermare ciò che abbiamo detto in precedenza. Come la Giustizia, la Forza appare senza velo.

Il Morione era il casco tipico delle fanterie europee del ‘500: il ‘morro‘ spagnolo indica la parte tondeggiante a protezione della testa, forse ispirato dal copricapo usato dai Mori in battaglia. D’altro canto, il Celtico ‘mawr‘ indica per l’appunto ‘testa‘, ma anche ‘mor‘, il ‘cumulo di pietre‘, il monticello del Gallese ‘mur‘. Morione è anche il nome di una varietà di quarzo nero. La Force indossa un Morione piatto, magnificamente decorato sui due lati con un altorilievo a spirale a tre balze: ricorda il Nautilus, ed evoca un ciclo armonico naturale, basato come è noto sulla serie di Fibonacci. La parte anteriore è scolpita come muso di leone a mo’ di celata: sotto il naso, Colombe ha inciso un simbolo ‘a ghianda‘, forse una sorta di marchio d’atelier. Il Copricapo è completato sulla nuca da un paracolpi loricato a cerniera.

Sotto il Morione, si intravede un copricapo in tessuto, da cui spuntano sui lati le ‘tresses‘, intrecciate con eleganza e raggruppate anch’esse a spirale, commentate da Fulcanelli così:

La tresse, nommée en grec σειρα (seira), est adoptée pour figurer l’énergie vibratoire, parce que, chez les anciens peuples hellénique, le soleil s’appelait σειρ (seir).

Nantes, La Force - la 'Tresse'

Nantes, La Force – la ‘Tresse’

Segue poi l’explication di Fulcanelli sul corsetto cesellato in forma di corazza leggera:

Le scaglie interconnesse sulla piccola gorgiera della cotta sono quelle del serpente, altro emblema del soggetto mercuriale e replica del dragone, anch’esso scaglioso. Delle squame di pesce, disposte a semicerchio, decorano l’addome ed evocano la saldatura, al corpo umano, di una coda di sirena. Ora, la sirena, mostro favoloso e simbolo ermetico, serve a caratterizzare l’unione dello zolfo nascente, che è il nostro pesce, e del mercurio comune, chiamato vergine, nel mercurio filosofico o sale di saggezza. L’identico senso è fornito dalla galletta dei re, alla quale i Greci davano lo stesso nome della lunaσεληνμ (seléné); Questa parola, formata dalle radici σελας (selas), éclat, e ελμ (elé), luce solare, era stata scelta dagli iniziati per mostrare che il mercurio filosofico deriva il suo éclat dallo zolfo, come la luna riceve la sua luce dal sole. Una ragione analoga fece attribuire il nome di σειρμν (seirén), sirena, al mostro mitico risultante dall’unione di una donna e di un pesce; σειρμν (seirén), termine contratto da σειρ (seir), sole, e da μηνη (méné), luna, indica ugualmente la materia lunare combinata alla sostanza sulfurea solare. É dunque una traduzione identica a quella della focaccia dei re, rivestito del segno della luce e della spiritualità – la croce, –  testimonianza dell’incarnazione reale del raggio solare, emanato dal padre universale, nella materia grave, matrice di tutte le cose, e terra inanis et vacua della Scrittura.

Questo passo, in apparenza complesso, è – more solito – un paradigma completo della Grande Opera; fatte salve le apparenze per così dire ‘classiche’ dell’operatività, Fulcanelli indica con precisione il come&perché. Posso solo sottolineare la precisa risonanza con le fondamenta della Philosophia Naturale, di quella stessa, unica, Physica che anima Alchimia. Naturalmente, occorre prima averla studiata, meditata e, nel tempo, afferrata. Non vi affatto casualità nella pratica di laboratorio, bensì l’identica causalità mostrata in chiaro da Madre Natura nel processo continuo della Creazione. Si può far finta di niente e scrollar le spalle, certo, e pensare che tutto si debba ad una attesa fideistica, miracolosa (si trascura spesso che il ‘miracolo’ esprime il senso di ‘una cosa da osservare‘). Nel rileggere questo passo, resto convinto che Alchimia è Scientia & Ars, niente di più, niente di meno. La allegra Cabala fonetica utilizzata da Fulcanelli vela la funzione dei componenti dell’Actio con cui la Materia viene in essere nella manifestazione: quella ‘energia vibratoria‘ è l’effetto – e simultaneamente la causa, ma in un piano speculare riservato, e peculiare – della materializzazione, attraverso Lux, della Forma soggiacente il corpo; questo processo può essere condotto e portato ‘ad terminem‘ soltanto dalla Force, quella di Madre Natura, non certo la nostra. Le Creature non posseggono, non dominano questa Force, che ne è piuttosto la loro origine. Siamo così orgogliosamente affardellati dall’antropomorfismo, che diamo credito di esistenza solo a ciò che possa ricadere sotto i nostri sensi; ma sulla scena del teatro delle apparenze prendiamo spesso lucciole per lanterne, scambiando l’effetto per la causa; chiamiamo ad esempio luce l’emissione del Lumen, pensando che Lux sia solo una deliziosa figura retorica, certo utile per ‘filosofeggiare’. Ma è Lux l’Agente di Natura perenne, che del Campo  – unico – è Signore e proprietario: Lux irradia in continuum, senza frontiere di spazio e tempo (entrambi, sono percepibili dalle creature, ma sono ‘locali’), e l’interazione tra la Materia che deve prender ‘forma’ ed il ‘campo luminoso’, per quanto ai nostri sensi oscuro, avviene secondo un piano perfetto per gradi e attraverso proporzioni: il gioco della liberazione del Mercurio e dello Zolfo – corpi materiali puri in cui albergano i due Principia – richiede all’artista che si dia dispositio alla materia: nel macroscopico essa è espressa dal peso, nel microscopico per quanti. Di quest’ultimo aspetto – che è il dominio esatto d’Alchimia – gli antichi parlano di ‘per minima‘.

Con precisione Fulcanelli evoca questo aspetto: la materia grave, che pesa, la matrice di tutte le cose, è quella terra inane del Genesi; Sol e Luna sono ovviamente già presenti nell’intimo di quella terra, e necessitano di Lux ed Esprit per iniziare il corso di  specificazione del corpo. Sed de hoc satis.

Un ultimo commento, suggerito dalle immagini del magnifico monumento: i due Gisants – poggiati su morbidi cuscini approntati da tre angelots – sono protetti dai due animali simbolici: il Leone per il maschio mostra l’ecu couronné con le armi di Bretagna, mentre il Levriero per la femmina porta il collare dell’ Ordre de la Cordelière (creato da Anna) e mostra le sue armi coronate (partito, a destra di Bretagna e a sinistra di Foix-Béarn-Navarre, ereditato dai genitori di Marguerite ). Entrambe le armoiries mostrano in campo lo smalto d’Hermine, di bianco inseminato di trifoglio di nero e codetta spartita in tre dello stesso.

L’Armellino è stato sempre usato nelle armi di Bretagna, che lo ha sempre anteposto in ordine di importanza tanto all’oro e all’azzurro (colori della Francia): il piccolo mustelide porta la pelliccia bianca d’inverno, e d’estate bruna rossastra sul dorso e bianca sulla pancia. La coda, peraltro, è sempre nera.

Sant Malo - Armes de Bretagne

Sant Malo – Armes de Bretagne

Il Motto recita: “Potius mori quam faœdari” (“Piuttosto morire che macchiarsi“), la stessa devise raffigurata in uno dei cassoni del Palazzo Lallemant, a Bourges: naturalmente, Fulcanelli nel suo commento al Cassone VIII di Dampierre si ricollega alla Bretagna ed alla sua amata Regina Anna, essendo l’ermellino chiuso nel suo recinto il simbolo del mercurio filosofico:

Dampierre-sur-Boutonne, Caisson VIII

Dampierre-sur-Boutonne, Caisson VIII

“L’hermine pure et blanche apparaît ainsi comme un emblème expressif du mercure commun uni au soufre-poisson dans la substance du mercure philosophique.”

Come si vede l’allegoria permette all’alchimista di parlare sempre con precisione della medesima operatività, pur usando fonemi diversi: se si confronta l’explication data per la Force, si conclude che la sirena corrisponde all’ermellino, e che la vergine è il dragone, e che lo zolfo è il pesce. Certo, a seconda di alcuni contesti – verificabili solo nella pratica di laboratorio – vi sono apprezzamenti più coerenti; ma ci si deve arrendere all’evidenza del Grand Jeu: il paradosso in Alchimia mostra la verità, purché si cammini nello studio e nella pratica.

Concludo invitando a riflettere: la Virtù de la Force, Cardinale, non indica solo una forza umana, una terrena volontà, una determinazione da usare per raggiungere uno scopo, sia esso violento o dolce; in verità, la Force di cui si parla in Alchimia è “il” Flusso dell’Actio di Madre Natura; questo Flusso non è una figura retorica, bensì la componente fondamentale del processo di Creazione di Madre Natura, ed attiene alla Physica, in bella evidenza. Non richiede una fede, né un credo. Essendo il modus operandi di Madre Natura, essa – semplicemente – “è”. Un eventuale consenso o dissenso da parte dell’intelletto umano davvero non conta nulla sul piano Universale.

Yes, a Jedi’s strength flows from the Force. But beware of the dark side. Anger, fear, aggression; the dark side of the Force are they. Easily they flow, quick to join you in a fight. If once you start down the dark path, forever will it dominate your destiny, consume you it will, as it did Obi-Wan’s apprentice.

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…may the Force be with you!

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, December 8, 2013 by Captain NEMO

Avviso ai Naviganti: questo post è lunghetto, per cui una buona tazza di English Tea o di Cioccolato fondente potrebbero ben accompagnarsi alla lettura.

“Che cosa s’intende per influsso dinamico, forza dinamica?

Noi sappiamo che la nostra terra con una forza misteriosa ed invisibile fa girare intorno a sé la luna in giorni 29 e qualche ora e che la luna, a sua volta, alternativamente, in ore stabilite, determina nei mari settentrionali il flusso e per ugual durata il riflusso (con qualche variazione a luna piena e a luna nuova). Vediamo questi fatti e ne siamo meravigliati, poiché i nostri sensi non percepiscono il perché questo avvenga. Evidentemente questi fenomeni non avvengono per mezzo di strumenti materiali, con disposizioni meccaniche come in opere umane. Così attorno a noi vediamo molti altri fenomeni, quali conseguenza dell’azione di un corpo su un altro, senza che sia riconoscibile coi sensi il rapporto tra causa ed effetto. Solamente l’uomo istruito, avvezzo ai confronti e all’astrazione, può formarsi un’idea astratta, che lo metta nella possibilità di allontanare nel pensiero e nella concezione di tali concetti tutto quanto è materia e meccanica. Egli chiama tali azioni dinamiche, virtuali; ossia avvengono per azione assoluta, specifica, pura (di un corpo su un altro). Per esempio la forza dinamica degli agenti patogeni sull’uomo sano, come la forza dinamica dei medicamenti sul principio vitale per guarire il malato, va concepita non in modo materiale o meccanico, ma come si concepisce la forza di una calamita quando attrae un pezzo di ferro posto ad essa vicino. Si vede che il pezzo di ferro viene attratto da un polo della calamita, ma non si vede come questo avvenga. Questa forza invisibile della calamita, per attrarre il pezzo di ferro, non adopera nessun aiuto meccanico o materiale, nessuno strumento, nessuna leva; essa attrae il ferro ed agisce su esso, o su un’asta di acciaio, anche comunicando in modo dinamico ossia in modo puramente immateriale, invisibile la propria energia – forza magnetica – pure invisibile (dinamica). L’asta di acciaio anche se non è toccata dalla calamita, anche ad una certa distanza da essa, diviene ugualmente magnetica e trasmette dinamicamente a sua volta ad altre aste di acciaio le stesse (proprietà) virtù magnetiche avute prima dalla calamita.” [S. Hahnemann, Organon dell’Arte del guarire]

Oggi, in tutta probabilità, questa descrizione da parte di Samuel Hahnemann del sistema delle forze verrebbe definita ingenua da un cultore della scienza: e costui avrebbe certamente ragione se volesse spiegare come la scienza di oggi analizza quel particolare sistema proposto dal padre fondatore dell’Omeopatia. Eppure, avrebbe torto: la visione di Hahnemann è tanto coraggiosa quanto antica. È l’eterno problema della Fisica moderna, che si basa su ‘definizioni’ (una sorta di dogmi politically-correct): cosa è una Forza? Risposta: non lo sappiamo. Conosciamo, grazie a papà Newton e a qualche altro che scorazzava lungo i confini della Conoscenza, che essa sarebbe il prodotto tra la massa e l’accelerazione: nel senso che, se vediamo che un corpo di una certa massa aumenta l’accelerazione, ne deduciamo che su di esso sta agendo qualcosa, che chiamiamo forza. Un qualcosa di cui ignoriamo tutto. Un Fisico un po’ più onesto di molti altri noiosi monoliti dell’ accademia disse:

“Se avessimo scoperto una legge fondamentale, che asserisce che la forza è uguale alla massa moltiplicata per l’accelerazione, ed in seguito definissimo la forza essere la massa moltiplicata per l’accelerazione, non avremmo scoperto nulla…

Per esempio, se dovessimo scegliere di dire che un oggetto lasciato a sé stesso mantiene la propria posizione e non si muove, allora – quando vediamo qualcosa che si muove – potremmo dire che ciò debba esser dovuto ad una ‘gorza‘ (nel testo: ‘gorce’, che è un gioco di parole su ‘force’ e ‘go’) – una gorza è il tasso di cambiamento di posizione. Ora abbiamo una nuova meravigliosa legge, tutto sta immobile eccetto quando una gorza agisce. Vedete, sarebbe analogo alla definizione di forza, ma non conterrebbe alcuna informazione. Il vero contenuto della Legge di Newton è questo: che si suppone che la forza abbia alcune proprietà indipendenti, oltre alla legge F=ma; ma le proprietà specifiche indipendenti che la forza possiede non vennero completamente descritte da Newton o da qualcun altro, e dunque la legge fisica F=ma è una legge incompleta.”[Feynman, Lecture on Physics, Vol I, Chap. 12]

Dunque, è certo – e sarebbe utile tenerlo sempre ben presente – che non sappiamo un bel nulla di nulla su cosa sia davvero ciò che definiamo forza, e tanto più nei suoi aspetti: meccanica, elettrica, magnetica, nucleare e via dicendo. Ne conosciamo solo gli effetti. Altra idea antica, ben nota: ma, se lo ricordi ad un fisico, ti tacciano subito subito di essere un pedante filosofo. Risponderei: perché, tu sei sicuro di star facendo Fisica?

Allora, torniamo allo scenario proposto da Hahnemann, il quale ci parla di dynamis, virtualità (da virtus, virtù), azioni assolute, specifiche e pure.

Questo scenario viene grossomodo rappresentato dalla Fisica con il concetto di Campo.

Il Campo è una quantità fisica che ha un valore definito in ogni punto dello spazio e del tempo. “Occupa spazio. Contiene energia. La sua presenza elimina il vuoto” [Sir John Archibald Wheeler]. Il Campo, secondo R. Feynman, ‘nasce‘ così: “A more adequate representation of the situation is to say that the existence of the particle [positive charge], in some sense, distorts, or creates (sic!) a “condition” in space, so that when we put the particle in it, it feels a force”.

Insomma, la sola esistenza di un corpo produce un campo, all’interno del quale agiscono le forze (o le gorze?): senza dimenticare che ignoriamo cosa sia la forza, non posso fare a meno di sorridere alla onestà intellettuale di Feynman (che amava suonare bongos ed era – pur fisico strictu sensu – uno spirito libero); si parla di esistenza, cioé del fatto misterioso in cui osserviamo un corpo entrare in manifestazione (ex-sistere), creazione di una condizione (da còndere: mettere assieme, costruire). Il corpo, dunque, all’istante dell’entrata in manifestazione, ‘crea’ un sistema grazie al quale la propria esistenza viene ‘sentita’ da altri corpi. Non mi pare una cosa da poco, ma piuttosto meravigliosa. È un dato di fatto, certo e indiscutibile, tanto dal filosofo che dal fisico. E’ cosa misteriosa assai, ma tant’è: stando qui, essendo noi stessi parte di questo sistema, non possiamo far altro che osservare; ma comprendere il nascosto è compito pressoché arduo. Ma qualcosa, cercando e cercando si potrebbe scoprire.

Si dovrebbe ricordare che un grande scrutatore delle cose nascoste, John Dee, scrisse una cosa strabiliante nel suo Propaedeumata Aphoristica (1588):

Si deve asserire che non sono [sono dotate di essere] soltanto le cose in atto visibili e note in natura: ma i sapienti possono insegnare anche quelle che sussistono nei recessi della natura in modo quasi seminale.

Tutto ciò che esiste in atto, emette sfericamente raggi, alle singole parti del mondo che riempiono [ciascuna] a proprio modo l’universo mondo. Quindi ogni luogo del mondo contiene i raggi di tutte le cose in esso esistenti in atto.”

Niente male, no?…poi Faraday, tre secoli dopo, scopre il Campo. Comunque, a ben leggere le pesantissime parole di Dee, ci sarebbero molte riflessioni da fare, anche per un alchimista. E, per continuare a sgomitolare il Fil Rouge partito da Hahnemann (il quale di certo non ignorava lo studio approfondito dell’Alchimia), credo giusto riportare uno dei Capitoli più famosi di Eirenæus Philalethe, molto istruttivo; è il Capitolo 4 del suo Secrets Reveal’d, che trascrivo nel suo Inglese del tempo (se si può, è sempre meglio leggere il testo originale, no?):

“Even as Steel is drawn to the Loadstone, and the Magnet doth of its own accord convert itself to the Chalybs, even so the Magnet of the Sophi draweth their Chalybs; therefore I have taught that the Chalybs is the Minera of Gold: In like manner our Magnet is the true Minera of our Chalybs. Furthermore, I declare that our Magnet hath an occult Centre abounding with Salt, which Salt, is the Menstruum in the Sphere of the Moon, which knows how to calcine Sol, this Centre doth convert it self to the Pole with an Archetick Appetite, in which the virtue of the Chalybs is exalted into Degrees. In the Pole is the the Hearth of , which is a true Fire (in which is the rest and quiet of his Lord) sailing through this great Sea, that it may arrive to both the Indies, and direct its course by the aspect of the North-Star, which our Magnet will cause to appear to thee. The Wiseman will rejoyce, but the Fool will disesteem these things, nor will he learn Wisdom, even though he behold the Central Pole turned outwards, marked with the notable Sign of the Omnipotent. They are so stiff-necked that though they will see even Signs and Miracles, yet will they not lay aside their Sophistications, nor enter the right Path.”

Calamita, Magnete, Chalybs, Virtù. Par di esser seduti allo stesso tavolo, gustando un Tè delle Indie; dice Philalethe: “…Dichiaro che questo Magnete possiede un Centro occulto abbondante di Sale…questo Centro converte di fatto sé stesso al Polo con un Appetito Archetico, nel quale la virtù del Chalybs viene esaltata per gradi“. L’ Appetìtus, dice Pianigiani, è la tendenza appassionata non guidata dalla ragione, un Ardente desiderio. E, se è Archetico, è forse più vicino all’antico Archeus, che sta molto, molto lontano nella scala della nostra manifestazione: noi, come il ferro ed altre amenità, siamo ben in basso, mentre lui è proprio in alto, molto vicino alla porta oscillante della Manifestazione. Non è archetipico, a mio avviso, ma primevo, il primus: insomma, il Magnete converte sé stesso (si ri-gira, come un guanto) con un Ardente desiderio d’Archeus (l’origine è identica per tutto e per tutti) nel Polo. Un Polo?…per avere un Polo, si deve avere il suo opposto. Tutto questo assomiglia – ma non è – al concetto di Carica; ma – ancora una volta – una Carica della Fisica è un oggetto ignoto: dice Feynman:

“Quali sono le forze a breve raggio?…È la gravità? La risposta è no. La gravità è decisamente troppo debole. Immaginiamo invece una forza simile alla gravità, che vari inversamente al quadrato della distanza, ma enormemente più grande e con una differenza sostanziale: mentre nel caso della gravità, tutte le cose si attraggono tra loro, immaginiamo che esistano due classi di “cose”, e che questa nuova forza (che è la forza elettrica, naturalmente) abbia la proprietà che gli uguali si respingono e i contrari si attraggono: l’entità che porta questa forte interazione si chiama carica.“.

Insomma, anche qui, non possiamo far altro che sospirare: una entità, vale a dire una “cosa” che vive il proprio stato di esistenza; di nuovo: se una cosa esiste (ex-sistere), se un corpo entra in Manifestazione assume un aspetto proprio, specifico, polare. Bianco e Nero, Yin e Yang. Il mondo della dualità: il nostro. La Trappola dorata.

Mastro Dee, cosa è maschio e cosa è femmina?

Cosa è dunque, poi, un Ermafrodito?…forse un Rebis?…e come fa una res-bina ad ex-sistere in Manifestazione?

And… please, some more Tea, Sir Eirenæus? E lui: “...Nel Polo è il Cuore del , (nel quale è il riposo e la quiete del suo Signore) che veleggia attraverso questo gran Mare, così che possa arrivare ad entrambe le Indie, e dirigi la sua rotta grazie all’aspetto della Stella-del-Nord, che il nostro Magnete farà in modo di farti apparire“.

Entra un uomo che sorride sotto i baffi, con gli occhialetti calati sulla punta del naso; guardando di sottecchi, annota:

“Il Magnete è l’antica magnesia (greco μγνης, magnes), che attira lo spirito dell’acciaio. È per l’azione di questi che dalla fontana degli innamorati della Dottrina sgorga l’acqua estremamente necesaria all’Opera, chiamata anche dissolvente universale o mercurio comune. Dom Belin (Le avventure del Filosofo Sconosciuto nella ricerca e invenzione della Pietra Filosofale…,Parigi, 1646) fa dire alla Natura: ‘…E’ la miniera dei miei saggi figli…prendi dell’acciaio ben raffinato e aprile le viscere…Ma senza acciaio ben raffinato e lavorato dalla mano di un buon Maestro, non pensare di venirne a capo. Questo minerale è la fontana nascosta: se tu lo apri col tuo acciaio, troverai dell’acqua. Quest’acqua è il mercurio dei Saggi filosofi.[Nota in Ireneo Filalete, Opere, Cap. IV, a cura di Paolo Lucarelli]

Philalethe sorride sornione all’udire ‘...dalla mano di un Maestro‘, ed io non posso che fare lo stesso pensando alle sottili, piccole differenze presenti nel testo citato da Paolo (testo molto bello, peraltro).

Questo ☿ è la forza forte di ogni forza. Punto.

Apro un libro arrivato da poco, L’Apprendista, l’arte di coltivare il Cielo; è l’ultima bellissima opera di Gratianus, e l’uomo che sorride sotto i baffi si rallegra, raggiante; leggo: “La fenice rappresenta le nostre materie che muoiono nel vaso tra le fiamme per poi risorgere purificate, e questa è l’interpretazione più banale, mentre l’allegoria più nascosta indica che la fenice è il fuoco che consuma, rigenera e dona la vita“. E ancora, a proposito di una operazione di distillazione conclusa felicemente: “Il risultato è di questo mondo e per questo mondo. Anche la spagiria minerale è di questo mondo e per questo mondo. Usare tecniche che sono l’allegoria di quelle dell’Arte regale non conduce ai risultati che avremo nell’alchimia tradizionale. La spagiria vegetale e minerale è estremamente efficace in questo mondo per contrastare l’insorgere della malattia e curare i traumi che colpiscono il corpo. L’Arte regale ha come obiettivo la fuga dal mondo, mentre l’arte spagirica ha quello di curare e possibilmente sanare i malanni di questo mondo.” [Gratianus, L’arte di coltivare il Cielo – L’apprendista, lo straordinario percorso iniziatico di un giovane alchimista tedesco dello Schwarzland nel XVII secolo, Ed. Mimesis]

Ecco fatto, Madre Natura amorevolmente cela il segreto. Velato. Svelato. Rivelato. L’eretico medico omeopata di Rue de Milan, l’enigmatico Philalethe, il sapiente Magus Royal, l’irriverente fisico onesto, e l’uomo che sorride sotto i baffi hanno salutato; e sul tavolo ci sono sei tazze. Alcuni di loro vivono altrove.

L’alchimista in cammino, innamorato, sente nel cuore il senso della felice solitudine, il distacco inevitabile, la passione per il porto delle Indie, quello unico ed antico: tutto è detto e scritto, ma leggere forse è facile, afferrare il salvagente nel mare in tempesta è più difficile. Il viaggio è lungo, molto lungo, e tocca scoprire di non aver proprio ben osservato Madre Natura, la quale sola compie cose mirabili, silenziosa. Scopro di essere andato un po’ troppo lontano dai sentieri battuti, e mi ritrovo spogliato di abiti inutili. Sempre con meno cose da avere, possedere. Guardo il mondo e Natura, e mi affido alla Provvidenza. Ma con una gran serenità. Non resta altro che lavorare, e chiedere il supporto indispensabile della mano che scende dal Cielo: è quella che anima la forza, quella stessa forza, o ‘gorza’ che muove l’universo mondo.

Curioso, se non addirittura ovvio, che per lasciare bene questo bel povero mondo, occorra proprio il soccorso della forza che lo anima, invisibile, ma agente. La domanda di questi tempi foschi è sempre quella: Cosa è la forza? Ma, credo, andrebbe meglio rimodulata: Chi è Forza?

Il che assomiglia tanto alla famosa domanda mai posta da Parsifal nella sua Queste du Graal: Chi serve il Graal? Chrétien de Troyes aveva detto che il mirabile oggetto era ‘toute sainte chose‘, una cosa tutta santa. I fisici sono arrivati a inserire nelle loro definizioni il termine “cosa“, proprio perché l’oggetto della ricerca dell’Anima del Mondo non può avere un nome di questo mondo. E’ una “cosa”; ma, dicono le leggende, una cosa ‘tutta santa‘.

È il Sacro.

Tra gli Chevaliers partiti per la madre di tutte le avventure, Sir Galahad assiste alla Missa Virginis, celebrata dal vescovo Josephus; al momento della Consacrazione, Galahad viene chiamato a dare un’occhiata dentro il Graal: “…ora mi viene rivelato quello che la lingua non può riferire né mente concepire. Ecco la fonte del valore che non ha paura; la sorgente dell’ardimento; qui vedo la meraviglia che supera ogni altra!“. Lo Chevalier si prostra davanti al Graal e muore, mentre il Graal scompare librandosi verso il cielo.

Pare una perfetta foto di un evento alchemico, dove – chissà perché – i termini usati sono sempre quelli: la fonte, la sorgente, l’ardimento. Qui, Galahad è l’alchimista al termine del suo lungo, periglioso, ma amatissimo viaggio verso la Forza.

È l’incontro con lo Spirito; ammonisce Gratianus:

“L’alchimia è caratterizzata dal tentativo dell’essere umano di mettersi in contatto con lo Spirito indifferenziato dell’universo. Non sono la preghiera, la meditazione delle laudi, la macerazione della carne, il digiuno e il cilicio che possono condurci allo Spirito indifferenziato! Entrare in contatto con Lui è qualcosa che non si può raccontare, non per invidia ma perché non esistono parole per descrivere l’incontro! Esiste però un altro problema, e questo è drammatico: spesso ci rifiutiamo di accettare la realtà dell’incontro con lo Spirito.”

L’essere umano, ben più complesso e lontano dalla semplicità di quella entità di cui si parlava sopra, tenta di mettersi in contatto con lo Spirito indifferenziato dell’universo: sono parole scolpite nella pietra, e certo Gratianus le ha ponderate una per una. Se siamo partiti da una forza specifica, dobbiamo arrivare ad una forza non specifica, non differenziata: quella è Forza. Quella è Graal. Ed è dell’universo: forse, è l’universo.

In questa prospettiva, pur semplicissima, ci appare l’enormità della meta che ci si prefigge nella Queste. Di certo, non si potrà arrivare a quest’incontro vestiti dei soliti vestiti con cui abitiamo il mondo: la ragione non abita da quelle parti. È il cambiamento, lento, progressivo, ineluttabile dell’alchimista. Si allontana, per scelta, dal mondo in cui continua a vivere. Non saprei come descrivere meglio. Forse per questo, e tanto più in un momento oscuro – tra i tanti – che vive la nostra civiltà, Alchimia si è allontanata, immersa, appartata. Continua ad esistere, naturalmente, ma lontana dalle arroganze umane che la vogliono per possesso e non più per abbandono e desiderio di Amore. Ma mi impongo di fermarmi qui.

Chi cerca, cammina.

Non so bene quel che accadrà, ma – appagato dalla joie che mi da la mia Queste privata – cammino nel silenzio della vita verso la sorgente, dove bisogna costruire la fontana: non posso che ringraziare Paolo e Gratianus, con tutto il cuore, per avermi indicato il cammino antico; e ricordo sorridendo la frase di un film molto amato: “…che la Forza sia con te“. Che è un po’ come il nostro “….che la Pace sia con te“, cui si rispondeva con grazia

et cum Spirito tuo“.

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