De Calcinatione Philosophica: question mark.

Chissà se qualcuno si è accorto di quanto sia cambiata l’estate: Madre Natura sta mutando il suo ritmo e qualcosa dovrebbe armonicamente mutare anche nel nostro camminare lungo i sentieri del mondo. Ma questo è un discorso che rischierebbe di portar troppo lontano, e di parlare di cose di cui l’uomo adora discutere dottamente e/o a vuoto, dimenticando che senza il semplice ma fattivo mutamento delle proprie azioni quotidiane, persino spicce, mai riuscirà a ritrovar  la strada della Stella.

La Terra ha bisogno di Spirito per generare, e viene alla mente una delle operazioni su cui ogni alchimista e studioso d’Alchimia si è speso a lungo, spesso perdendo di vista l’enorme differenza che esiste tra un’operazione spagirica ed una Filosofica. Tanto per solleticare l’immaginazione di chi ama camminare lungo i sentieri del Bosco Incantato, proporrei di rileggere, con tutta calma, quanto ci viene narrato nel suo Liber duodecimum Portarum (ca. fine del 1400) da quel mattacchione del Canonico di Bridlington – George Ripley – a proposito della Calcinazione Filosofica:

Calcinatio I

Calcinatio I

La Calcinazione è la purgazione della nostra pietra,

restaurandole il suo proprio calore naturale,

nulla perdendo dell’umido radicale,

e che induce la soluzione in primo luogo necessaria alla nostra pietra.

Vi ammonisco ad imitare così i Filosofi,

di non voler operare secondo il costume volgare

tramite gli Zolfi, o i Sali preparati in vari modi.

Ricordo che Ripley venne tenuto in gran considerazione da alcuni grandi alchimisti operativi posteriori, e credo per ottimi motivi. Tralasciando alcune ben singolari traduzioni apparse in stampa o sul Web, una prima riflessione si impone: generalmente, e lo si vedrà bene consultando qualche trattatello di chimica antiquaria, la calcinazione viene descritta come una tecnica che opera il disseccamento di un qualche corpo attraverso l’azione del calore del fuoco, sia diretto o indiretto, fino ad ottenere una polvere secca, priva di ogni traccia d’umidità. Ripley, in accordo con tutti i buoni Maestri ne riferisce in modo decisamente diverso: la Calcinazione dei Filosofi è un’operazione indispensabile che serve a purgare un qualche corpo senza distruggere l’umido radicale nascosto, così da far accadere – per ‘induzione’ – una solutio naturale: questa soluzione è necessaria ‘in primis’. Sarà grazie a questa soluzione naturale che il corpo potrà arrivare alla Putrefazione, ugualmente indispensabile. Prima di proseguire, val la pena di riflettere sul quel ‘restaurans’: c’è qualcosa che, evidentemente, restaura, o forse meglio ‘restituisce’ al corpo ‘il suo proprio calore naturale’. Domanda: si sta parlando di dar fuoco al corpo, o si sta parlando d’altro?

Dopo il solito caveat sull’uso di acque ardenti, corrosivi e quant’altro, proseguiamo nella lettura:

Calcinatio 3

Calcinatio 3

Infatti con questi tipi di Calcinazione, che diminuiscono l’umidità della nostra pietra, i corpi vengono distrutti. Infatti quando i corpi vengono ridotti in polvere, seccano come la cenere, o come ossa combuste. Non vogliamo affatto una calce di questo tipo, infatti moltiplichiamo l’umido radicale Calcinando, & nulla diminuendo di questo.

La ‘bella differenza’ appare  evidente, ma c’è di più: Ripley dice che il Calcinare (dei Filosofi) moltiplica l’umido radicale!..trovo che ci sia da riflettere, e non poco. Si potrebbe/dovrebbe fare un salto sulla sedia…

Poco più avanti, l’autore dichiara come si fa:

Calcinatio 5

Calcinatio 5

Congiungi genere a genere, & specie con specie,

Infatti un qualsivoglia germe risponde al suo proprio seme,

uomo genera uomo, il bruto porta bruto.

Ogni spirito si fissa con la Calce del suo genere…

Questa antica e semplicissima raccomandazione, tipica dell’Alchimia e contraria alla chimica, è quella riassunta nella famosa massima: Natura gioisce di Natura, ma – in questo contesto operativo – la frase merita probabilmente qualche attenzione in più. Domanda: come vien fatta dunque questa Calcinazione Filosofica? Come si può calcinare, purgare, senza distruggere il prezioso umido radicale nascosto nel cuore della materia, ma addirittura moltiplicarlo? Di che si sta parlando?…

Una risposta elegante e molto chiara la darà – tra gli altri – Limojon de Saint Didier, al termine della sua Lettre aux vrais Disciples d’Hermés (1699):

C’est là tout ce que j’avois à vous dire, dans cette lettre; je n’ay pas voulu vous faire un discours fort estendu, tel que la matiere paroit le demander; mais aussi je ne vous ay rien dit que d’essentiel à nostre art; de sorte que si vous connoissez nostre pierre, qui est la seule matiere de nostre pierre, et si vous avez l’intelligence de nostre feu, qui est secret et naturel tout ensemble, vous avez les clefs de l’art, et vous pouvés calciner nostre pierre, non par la calcination ordinaire, qui se fait par la violence du feu; mais par une calcination Philosophique, qui est purement naturelle.

Remarquez encore cecy avec les plus éclairés Philosophes, qu’il y a cette difference, entre la calcination ordinaire, qui se fait à force de feu, et la calcination naturelle; que la premiere détruit le corps, et consume la plus grande partie de son humidité radicale; mais la seconde ne conserve pas seulement l’humidité du corps, en le calcinant; mais encore elle l’augmente considerablement.

L’experience vous fera connoistre dans la pratique cette grande verité; car vous trouverez en effet, que  cette calcination Philosophique, qui sublime, et distile la pierre en la calcinant, en augmente de beaucoup l’humidité: la raison est, que l’esprit igné du feu naturel se corporifie dans les substances qui lui sont analogues. Nostre pierre est un feu astral, qui sympatise avec le feu naturel, et qui comme une veritable salamandre prend naissance, se nourrit, et croit dans le feu Elementaire, qui lui est geometriquement proportionné. 

Semplice & chiaro: meraviglioso. Nessuno apprezza mai la portata di queste parole. Storditi come siamo dall’illusione di aver carpito il segreto della materia, passiamo inerti di fronte alle porte della verità. Sed de hoc satis

Ora, se è ben evidente di che cosa si stia parlando in questo passo, resto sempre piacevolmente sorpreso di quanto l’Alchimia vera, la sola, quella antica, sia rimasta perfettamente integra ed uguale a sé stessa – tanto nella teoria, come nella pratica – per secoli. Non sarebbe questo un buon motivo per trovar sicurezza in un mondo che alimentiamo ogni giorno con le nostre insicurezze, fino al punto da renderlo in qualche modo ancor più malato? Fino al punto che Madre Natura debba intervenire per ristabilire senso, armonia ed equità?

Last, but not least:…e se la raccomandazione di leggere, leggere, leggere fosse davvero un ottimo consiglio?…magari non arrestandosi all’inizio e leggendo bene…jusques au fond?

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70 Responses to “De Calcinatione Philosophica: question mark.”

  1. Da una preparazione “non spagirica” si può ottenere un buon “prodotto della terra” ma non un buon “prodotto del cielo”.
    Nelle medicina spagirica la calcinazione dell’erba secca è fondamentale per trattenere tutti gli umori e i sali della pianta e della rugiada depositata…. antichi rimedi con la doppia damigiana sigillata …. ciaooo

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    • Caro roberto,

      Lei scrive: “Da una preparazione “non spagirica” si può ottenere un buon “prodotto della terra” ma non un buon “prodotto del cielo”.
      Forse non ho capito bene: magari il suo pensiero richiede una spiegazione, non crede?

      Inoltre, gli umori ed i sali della pianta cui lei allude sono proprio altra cosa da quel che il buon Ripley vuol preservare , e con lui i buoni alchimisti. Sulla rugiada, poi, si sono sparsi litri di inchiostro: come sempre, il punto è da che parte dello specchio lei pensa di guardar le cose. Ed ognuno sceglie cosa fare; tutti si fermano a guardar immagini, di qua o di là, ma c’è persino chi pensa di attraversarlo.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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      • Era solo una riflessione su degli studi di erboristeria che ho fatto dove ho trovato il tema della calcinazione molto interessante. Una procedura per non perdere niente della pianta, ad esempio realizzando una tintura madre spagirica.
        Tutto qui… una semplice riflessione…

        Di cuore
        Roberto

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      • Caro roberto,

        grazie, adesso ho capito quel che intendeva. E spero che il passo in questione la aiuti a comprendere meglio l’enorme differenza.

        Sempre di buon cuore

        Captain NEMO

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  2. Caro Capitano,
    qualche giorno fa ho pulito il mio studiolo, messo a posto e in ordine i miei libri, riempito quatro sacchi di carte e cartacce che non servono più, ora è tutto pulito.
    non posso esser lungo ma, pare, che si stia parlando del soggetto dei saggi o no?
    ho trovato una copia in web della Lettre aux vrais Disciples d’Hermés, chiaramente in francese, prometto di ritornare al piu presto sul suo bel post.

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  3. Bentornato Captain Nemo!
    (intanto rileggo…)

    Un saluto
    Irix

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  4. Caro Capitano,
    un grazie intanto per la Vostra preziosa opera di recupero e traduzione.

    A volte infatti il lavoro di traduzione di un testo “tecnico”, come lo sono certamente quelli dedicati alla nostra Arte, non riceve la giusta attenzione meritata. Se nei romanzi e nelle novelle, è fondamentale trasmettere l’emozione, la situazione umana più che restare fedele ai fatti, del resto inventati, nella nostra situazione è necessario penetrare profondamente nel significato delle parole per poter tradurre il testo. Ora è possibile utilizzare nelle traduzioni di volumi dedicati alla viticoltura, dizionari tecnici dedicati, in quelli che parlano dei motori, sfruttare elenchi di significati specifici tratti dai libri di ingegneria. Ogni parola di un’altra lingua, ha un significato, direi quasi un “odore e gusto” del tutto particolari in ogni ambito tecnico diverso. Queste caratteristiche devono essere assolutamente salvate.

    Questo fatto richiede che il traduttore, oltre ad essere esperto nella lingua tradotta, deve essere dotato di buona se non ottima perizia nell’argomento di cui si accinge a tradurre un testo.

    Ecco perchè la traduzione di un testo comporta due momenti di elevato significato alchemico: primo la comprensione alchemica del contenuto, e poi la elaborazione dei commenti e delle note. Il lavoro del traduttore non è pertanto chi lavoro sul lavoro altrui, ma è sempre uno sforzo a se stante, gravido di pericoli ed opportunità.

    Quante traduzioni abbiamo potuto leggere, prive della minima comprensione dell’Arte Alchemica, perfette nella forma del lessico ma assurde e quel che è peggio gravemente fuorvianti nel contenuto!

    L’opera della traduzione diventa pertanto lavoro alchemico a pieno diritto, tanto quanto quello del primo autore, o più addirittura. I maestri più cari sono stati grandi amanti e cultori sublimi di questo sottile mezzo di comunicazione alchemica.

    Con stima e riconoscenza

    vostro

    Ptah

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    • Caro Ptah,

      la ringrazio molto per le sue parole.
      Non so proprio se sono di ‘buona perizia‘, ma cerco in ogni caso di puntare un piccolo fascio di luce su alcune opere che ritengo interessanti.
      Il resto, lo deve fare il Cercatore Innamorato.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  5. Carissimo Capitano, bentrovato!
    Mi permetto di riprendere il discorso da quello che mi sembra il fulcro della questione:
    “generalmente la calcinazione viene descritta come una tecnica che opera il disseccamento di un qualche corpo attraverso l’azione del calore del fuoco, sia diretto o indiretto, fino ad ottenere una polvere secca, priva di ogni traccia d’umidità. Ripley, in accordo con tutti i buoni Maestri ne riferisce in modo decisamente diverso: la Calcinazione dei Filosofi è un’operazione indispensabile che serve a purgare un qualche corpo senza distruggere l’umido radicale nascosto, così da far accadere – per ‘induzione’ – una solutio naturale: questa soluzione è necessaria ‘in primis’. Sarà grazie a questa soluzione naturale che il corpo potrà arrivare alla Putrefazione, ugualmente indispensabile […]
    Domanda: come vien fatta dunque questa Calcinazione Filosofica? Come si può calcinare, purgare, senza distruggere il prezioso umido radicale nascosto nel cuore della materia, ma addirittura moltiplicarlo? Di che si sta parlando?…”

    Dunque, mi pare di capire che la differenza tra una calcinazione “volgare” ed una calcinazione “filosofica” sia da attribuirsi al fatto che la prima utilizza un calore, forse è meglio dire un fuoco, volgare, mentre la seconda si serve del fuoco segreto, che è ben diverso. Forse è per questo che il Calcinare (dei Filosofi) moltiplica l’umido radicale?
    Un caro saluto

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    • Se non sbaglio, Limojon afferma che il Fuoco Segreto è “della natura della Calce”.
      Può essere quindi che si sia scelto proprio il termine “Calcin-azione” per intendere l’azione di questo particolare corpo “della natura della Calce”?

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    • Caro operaalnero,

      certo, come già scritto nel Post, le sue considerazioni appaiono corrette; tuttavia ho l’impressione che il senso di quel “moltiplicare” possa essere un pochino più ricco.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  6. Caro Capitano,

    nel dipanare la mole di informazioni fornite nel suo bel post, mi sono more solito applicato al tardo Latino di Ripley, e devo dire con qualche sorpresina: ad esempio, il paragrafo I lo tradurrei così:

    La Calcinazione è la purgazione della nostra pietra,
    (calcinazione) che la restaura per mezzo del calore naturale suo proprio,
    che nulla disperde dall’umido radicale,
    e che induce la soluzione necessaria da principio alla nostra pietra.

    Vi ammonisco affinché imitiate i Filosofi,
    Non vogliate operare all’uso del volgo
    Per mezzo dei Solfi, oppure dei sali preparati per mezzo di vari modi.

    Traducendo così, più letteralmente e meno ‘a senso’ il passo, si individua forse meglio il senso recondito di quel ‘restaurans’, sul quale avete focalizzato la nostra attenzione: l’operazione di calcinazione filosofica serve a purificare la nostra pietra (la pietra dei filosofi è quella di cui si parla qui) e serve a restaurarla, ovvero a riportarla ad uno stato originario, a quello che dovrebbe essere e, attualmente, non è più. Questo avviene per mezzo del suo calore naturale, che ipotizzo sia quello che deriva dall’induzione del suo Fuoco Naturale, per dirla con Limojon. Con questo mezzo, la Calcinazione non toglie nulla dall’umido radicale (ho tradotto ‘de’ come una sorta di ‘moto da luogo’) e nel contempo induce (conduce all’interno…) la soluzione necessaria ‘in principio’ alla nostra pietra. E’ qualcosa dunque ‘sine qua non’ possiamo procedere oltre.

    L’ultimo periodo ha di notevole l’uso del verbo medio ‘operari’ (altro che tardo Latino, Ripley scrive direi in modo semplice ma aulico) che fra i suoi significati secondari ha anche quello di ‘officiare un rito sacro’.
    Ho tradotto anche gli altri due capitoli (noto di sfuggita che ognuno ha sette versi),ma credo di essermi già dilungato abbastanza per un commento. Spero solo di essere stato un po’ utile e solo un po’ noioso…

    Un caro saluto

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    • Caro Chemyst,

      la ringrazio per la sua bella traduzione; la sua cura nel puntualizzare alcune sfumature mette in luce la bellezza dello scritto di Ripley.
      Lascio agli ospiti il piacere di un gioco di “scoperta“, avvertendo – però – di non perder mai di vista il senso profondo dell’operazione descritta da Ripley.
      Ma secondo voi, di che si ta parlando?

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  7. Profondamente ci vedo una nascita, morte e rinascita trasformando la materia calcinata ( corpo fisico ) in un essere spirituale, dove la natura dell’uomo torna alla sua vera essenza.
    Il corpo calcinato muore, ma le sue azioni trascendono e i suoi atti non potranno mai fermarsi.
    Se prendo l’essenza del corpo calcinato, cerco di cogliere le virtù e la sacralità della vita per farla poi rinascere in un altro corpo…. non a caso dopo la rinascita il fuoco aumenta,l’energia del divino – spirituale arriva al suo apice…. e poi ognuno racconterà quello che ha sentito o visto negli altri mondi-spazi per ritornare al mondo dei semplici e degli affanni, degli inganni e delle piccole gioie.

    un caro saluto
    Zio robi

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    • Caro roberto,

      la sua è una descrizione molto bella, anche applicabile – da millenni – alla rude favola dell’uomo.
      Tuttavia, ho l’impressione che RIpley di tutto parli in quel passo, tranne che di un’operazione materiale-spirituale su un essere umano.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  8. Caro Capitano,

    Due frasi mi intrigano parecchio:

    Ripley, in uno dei passi riportati, dice:
    “Ogni spirito si fissa con la Calce del suo genere”.

    e Limojon scrive: “…la raison est que l’esprit igné du feu naturel se corporifie dans les substances qui lui sont analogues”.

    Le due sostanze in gioco durante la Calcinazione Filosofica (la ‘Calce’ e lo ‘Spirito’ Igneo del fuoco naturale) devono essere ‘analoghe’.

    Lei chiede di cosa si sta parlando: nei testi si ripete spesso che ogni materia racchiude un fuoco nel centro occulto, e che questo fuoco deve essere eccitato grazie ad un artificio dell’Artista. E’ necessario risvegliare questo fuoco interno perché la materia che lo racchiude deve essere corrotta per poi giungere alla fase della Putrefazione. Nei testi si dice che ‘la Terra deve essere abbeverata del suo Spirito’, dove per terra intendiamo la materia che racchiude il fuoco (interno) e per spirito intendiamo quello stesso fuoco. Abbeverare la terra del suo spirito significa ‘renderla adatta’ alle fasi successive. Nella mia immaginazione vedo un contenitore (terra) che viene ‘plasmato’ dal suo stesso contenuto (spirito), attraverso una serie ripetuta di solve et coagula in cui la materia si dissolve e si dissecca, finché, come scrive Limojon, lo spirito può incorporarsi (fissarsi) nella terra. Gli autori scrivono che questa terra deve necessariamente essere disaggregata, divisa nelle sue parti più piccole (vedi Artefio – per minima), se si vuole operare bene. La Calcinazione Filosofica la vedo come la corruzione della materia, come ho detto prima, attraverso soluzioni e coagulazioni e attraverso la disaggregazione ‘molecolare’ della terra (per minima).

    Pandora

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    • Cara Pandora,

      complimenti per l’interessante approfondimento; mentre lascio agli altri ospiti il piacere di porsi alcune domande, evidentemente necessarie, a proposito delle sue parole, mi permetto di domandarle: secondo lei, siamo in Prima, Seconda o Terza Opera? … 🙂

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  9. Caro capitano,

    Cosi, a colpo d’occhio, pare si tratti di una distillazione o no?

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  10. ps. è della terra vergine che si sta parlando, senza la quale nulla puo essere fatto, o no?

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  11. Chemyst scrive;Traducendo così, più letteralmente e meno ‘a senso’ il passo, si individua forse meglio il senso recondito di quel ‘restaurans’ forse sarebbe meglio ‘arricchire’ ?

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    • Caro anto-az,

      rispondo rapidamente: no, credo non si tratti di una distillazione. Almeno in senso classico. Sì, la terra Vergine è evidentemente compresa nell’operazione di cui parla Ripley: il punto è però un altro. Se poi quel ‘restaurans‘ le fa venire in mente ‘arricchire‘, perché no?…Però il senso di ‘restaurazione‘ è a mio avviso migliore, pur essendo – evidentemente – un prezioso ‘arricchimento‘.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  12. Caro Captain Nemo,
    le confido il mio pensiero dopo la lettura del suo bellissimo post, ed anche agli altri lettori naturalmente.

    ” La ‘bella differenza’ appare evidente…Calcinare (dei Filosofi) moltiplica l’umido radicale!..trovo che ci sia da riflettere, e non poco.”

    Infatti in relazione alla questione occorre, dal mio punto di vista, focalizzare due tipi di soluzioni. Mi spiego, una in ordine alla proporzionalità in relazione alla prima soluzione, compiuta immagino ‘cum grano salis’, come si usa fare, la seconda riguardante, per induzione,la totalità della ‘riflessione’ stessa, la quale rimane, forse, il principale obiettivo dell’operazione, semplice ma per la quale penso occorra qualche cautela. Pensando di ‘attraversare lo specchio’ si potrebbe correre il rischio di frantumarlo -sic!- cosa che con la sola forza del pensiero mi risulta impossibile, e in un senso e nell’altro. Per non continuare a circumnavigare il problema, forse quel ‘geometricamente proporzionato’ ci verrebbe in aiuto se.. non aprisse a ulteriori possibilità delle quali tutte, al momento, mi sembrano eccessive. Non vorrei mancare per eccesso di fiducia ma, a dire il vero, anche pochissimo temo che sia troppo, o forse troppo, come al solito, è il mio modo di procedere, lento, lentissimo.. Dunque il punto è in che misura ‘Madre Natura debba intervenire per ristabilire senso, armonia ed equità?’ Question mark!

    (Ho trovato questo post straordinario, come gli altri del resto, ma ora che mancava da così tanto..)

    Grazie.

    Irix

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    • Cara Irix o Mina,

      lei scrive cose che meriterebbero alcune piacevolissime ore di dialogo: la ringrazio davvero per le sue considerazioni. Le condivido bene, e spero che gli ospiti possano trovare spunti per ulteriori riflessioni.
      Quanto al suo ultimo ‘question mark‘, esso mi appare in qualche modo ‘jumeau‘ del mio…! E mi trovo ancora una volta in sintonia con quanto prospetta.
      Quanto alla lentezza: non si dice, sempre, ‘festina lente‘?….anche se, osservando Madre Natura di questi tempi ben strani, uno dovrebbe in qualche modo rendersi conto che occorre accelerare: almeno il cambiamento di rotta. Se ripenso alla famosa immagine di Maier, del vecchio cercatore, armato soltanto di occhiali, bastone e lanterna (…aperta…!!!),…ebbene, ho come la sensazione che la Dama che lo precede abbia, come un vento di Fortuna, arrangiato il suo procedere secondo nuovo senso, armonia ed equità.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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      • Carissimo Captain Nemo,

        che dire della Sua accurata e generosa risposta se non ringraziarla ancora infinitamente per Sua benevolenza..

        Sintonia è parola che apre a prospettive che mi propongo di esplorare non più con lentezza dettata dall’inquietudine e dall’incertezza ma con volontà e fiducia. Il cambiamento di rotta è per sua natura affidato sì ad un soffio di vento di Fortuna ma a percepire l’opportunità del cambiamento è prerogativa dell’Ufficiale in grado, non a caso ‘Captain Nemo’, che suggerisce, quanto mai chiaramente, e non parlo solo per me, mi permetto di dire, quale sia l’arrangiamento necessario.
        Per ognuno, per ciascuno.
        Grazie infinite.

        A presto

        Mina (Irix)

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  13. è chiaro che parlo di distillazione Filosofica, che solo chi conosce la nostra pietra e se ha l’intelligenza del nostro fuoco, che è insieme segreto e naturale può fare…In effetti si serve di sè stessa per restaurare se stessa, si arricchisce del suo potere maturante; parliamo della materia naturalmente, il quesito dovrebbe essere in che misura la natura interviene; ma Fulcanelli nelle Dimore Filosofali parla di misure dell’Arte e non di di quelle di natura, in quanto non è dato a noi di conoscerle…. il ‘geometricamente proporzionato’ mi fa venire in mente il fuoco esterno e il fuoco interno…
    Non vorrei confondermi ulteriormente, mi fermo, e spero di non esser stato noioso; il mio punto di vista è ancora quello del chiedere. La ringrazio, e ringrazio tutti per ciò che scrivete.

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  14. Caro Capitano,

    Fulcanelli, a pag. 125 del MdC, parla di Calcinazione, e fa la medesima distinzione fra calcinazione spagirica e ‘quella che l’Iniziato realizza nell’officina dei filosofi”. Credo che nella frase successiva (in cui parla del Fuoco Segreto che occorre per QUESTA calcinazione) sarebbe bene avere il testo francese, dato il numero sovrabbondante di negazioni della traduzione italiana di Lucarelli 😉 ; peraltro, a pag. 129 citando Limojon dice che il FS “… mediocremente eccitato dal fuoco esterno la calcina, la dissolve, la sublima e la scioglie in acqua secca, come dice il Cosmopolita”. il pronome è riferito alla Pietra (sic!).

    Quanto ad individuare il punto dell’Opera in cui si effettua, ho un’idea precisa che necessita di una verifica, tuttavia Fulcanelli dice che la calcinazione (spagirica?) è “metafora di cui si servono gli Autori come esempio per dare un’idea generale del lavoro ermetico”, che, come sappiamo,consiste in cicliche soluzioni e coagulazioni…

    Naturalmente confido nella sua cospicua benevolenza per perdonare eventuali sfondoni, attuali e venturi…

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  15. Caro Capitano,

    eccole alcune mie considerazioni sulla Calcinazione Filosofica nella speranza di essere di qualche utilità anche alla inclita schiera degli altri commentatori.

    Fissiamo (toh, bibi! quando le parole cadono a fagiolo) la nostra attenzione sulla nota dell’ottimo Limonjon:

    “… questa calcinazione Filososfica che sublima e distilla la pietra calcinandola, ne aumenta di molto l’umidità: la ragione è che lo spirito igneo del fuoco naturale si corporifica nelle sostanze che gli sono analoghe”

    Consideriamo poi la traduzione di Ripley in latino, estremamente infedele, ma per una volta provvidenziale:

    “Omnis spiritus figitur cum Calce sui generis.”

    infatti questo verso nel testo originale inglese non si trova, ma qui si fa per dire, perché è praticamente impossibile sapere quale realmente sia il testo originale, dato che l’opera di Ripley (1415-1490) con ogni probabilità ci è stata tramandata solo per manoscritti; così ad esempio in quello pubblicato da Ashmole leggiamo:

    “Every thyng ys fyrst Calcyned in hys owne kynd, …”

    E allora, mettendo insieme i pezzi sparsi del rompicapo se ne deduce che la Calce è ciò che fissa lo spirito nel corpo, e quindi deve avere una natura affine a quella della Magnesia, Chalbis o Calamita che dir si voglia e, se non è proprio la stessa cosa, quanto meno ne sarà un suo prolungamento funzionale. Ma se la Calce fissa lo spirito nella morfologia del corpo, lo rende inutile all’Opera, perché lo specifica, mentre a noi serve universale, rincrudito, ossia retrogradato alla sua forma generale e primaria; forse in ragione di ciò il Cosmopolita prescrive di introdurlo in un soggetto della medesima natura della Pietra. Oppure con la Calcinazione oltre a fissare lo spirito nel corpo, lo si purifica, rincrudendolo al tempo stesso. Questa seconda ipotesi potrebbe giustificare quelle altre e più enigmatiche parole dello stesso Cosmopolita:

    “Vu que le temps s’approche, auquel cette quatrième Monarchie viendra pour régner vers le Septentrion, laquelle sera bientôt suivie de la calcination du monde, il serait à propos de commencer à découvrir clairement à tous en général la calcination ou solution philosophique (qui est la princesse souveraine en cette Monarchie chymique) et dont la connaissance étant acquise, il ne serait pas difficile à l’avenir que plusieurs traitassent de l’Art de faire de l’Or et d’obtenir en peu de temps tous les trésors les plus cachés de la Nature. … Mais comme toutes ces choses, aussi bien qu’une infinité d’autres secrets cachés, n’appartiennent qu’à un bon artiste Elie, nous lui exposerons présentement ce que Paracelse a ci-devant dit : A savoir, que la troisième partie du Monde périra par le glaive, l’autre par la peste et la famine ; en sorte qu’à peine en restera-t-il une troisième part.”
    (Cosmopolite ou Nouvelle Lumiere Chymique, D’Oury, Paris 1691. Du vray Sel des Philosophes, chap III, De la Dissolution, pag 265.)

    “Visto che si avvicina il tempo in cui questa quarta monarchia verrà a regnare verso il Nord, che sarà presto seguita dalla calcinazione del mondo, verebbe a proposito iniziare a scoprire chiaramente a tutti in generale la calcinazione o soluzione filosofica (che è la principessa sovrana in questa monarchia chimica) e la cui conoscenza essendo acquisita, non sarebbe difficile in futuro che molti trattassero dell’arte di fare l’Oro ed ottenessero in poco tempo tutti i tesori più nascosti della Natura. … Ma poiché tutte queste cose, come un infinità di altri segreti nascosti, appartengono soltanto ad un buon artista Elia, adesso esporremo loro ciò che Paracelso ha innanzi detto: Ossia, che la terza parte del Mondo perirà di spada, l’altra di peste e carestia; di modo che ne resterà appena una terza parte.”

    Question mark, question mark, question mark, exclamation mark,

    Fraternamente suo,

    Fra’ Cercone

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  16. Caro Capitano,

    ha chiesto se con la Calcinazione Filosofica siamo in Prima, Seconda o Terza Opera: per poter calcinare filosoficamente occorre avere già la nostra Acqua, per questo direi che siamo al termine della Prima o all’inizio della Seconda, non so bene definire il limite preciso tra la fine dell’una e l’inizio dell’altra. Seguendo un mio schema rudimentale, una volta in possesso del dissolvente posso ‘restaurare’ e aumentare nella materia la vitalità perduta.

    Con affetto,
    Pandora

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  17. …ma certo, ” la bella differenza” appare ‘evidente’… operare nel costume del volgo non è lo stesso dell’operare dei Filosofi, o no?
    di calcinazione Filosofica si sta parlando!
    parliamo di principi…
    mi fermo, per adesso, mi dice se ho inteso ?

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  18. Caro Capitano,
    mi domando, questa calcinazione puo anche essere chiamata ossidazione? se si, allora non è che si sta parlando del caput mortum? e se si non è che si sta parlando della calcinazione del caput propio? certo viene eseguita in modo diverso… ma in questi tempi?
    Grazie.

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    • Caro anto-az,

      Lei pone dei quesiti cui mi pare difficile rispondere in modo esaustivo, qui.
      Prima di dirle – eventualmente – la mia, penso che potrebbe essere utile e divertente vedere che cosa ne pensano gli altri ospiti.

      Captain NEMO

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      • Le frasi di anto-az mi rimandano ancora una volta alla nota di Paolo Lucarelli, ne Il Mistero delle Cattedrali, in cui, tra le tante cose, spiega:

        “L’affermazione di Limojon che [il Fuoco Segreto] sia della natura della Calce, va intesa tenendo conto che in antico calce era il risultato di qualunque ossidazione, in particolare di un metallo o di una lega, per cui si tratterebbe, secondo la terminologia moderna, di un sale.”

        Nella calcinazione ordinaria la calce è il materiale che si ottiene dall’azione del fuoco.
        In quella filosofica, mi chiedo, questo Sale è l’agente che permette la calcinazione o il risultato dell’operazione stessa?

        Mi pare anche interessante il riferimento all’induzione, infatti:

        Induzione (dal latino inductio, dal verbo induco, presente di in-ducere): termine che significa letteralmente “portar dentro”, ma anche “chiamare a sé”, “trarre a sé”.

        La frase “[…] che induce la soluzione in primo luogo necessaria alla nostra pietra.” assume un significato particolare tenendo conto di questa etimologia?

        Mi piacerebbe anche provare a riflettere su quel “geometricamente proporzionato”.
        In matematica una proporzione si dice geometrica quando il prodotto dei termini medi è uguale a quello degli estremi. Esiste poi una particolare proporzione chiamata “aurea” o “armonica” dalle affascinanti proprietà.
        Il termine “geo-metria” significa letteralmente “misura della terra”.
        Può essere che con questa espressione si inviti, da una parte nello specifico, a tenere conto nella proporzione (nella frase in questione tra il fuoco elementare e quello astrale) della quantità di una terra, mentre esternamente a regolarsi in modo armonico alle condizioni della nostra Terra?
        Suona un po’ forzato, ma è una lettura dai risvolti talmente speculari nelle sue interpretazioni da affascinarmi molto.

        Sperando di non aver fantasticato troppo, saluto tutti calorosamente,

        EmmEnthAl

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      • Caro Capitano,
        solo adesso ho potuto leggere i commenti, in quanto la linea telefonica era guasta.
        Lei dice di non poter essere ‘ esaustivo’.
        Ora se mi limito ai miei limiti la cosa spiegherebbe perchè molto spesso non arriviamo fino in fondo alle cose. Non siamo mai esaustivi con noi, e non facendolo non facciamo mai vuoto… non facciamo mai spazio, e questo vuol dire che non possiamo permettere ad altre informazioni di entrare, o almeno di entrare quante ne dovrebbero. Se non superiamo il limite non ci svuotiamo o no?
        Poi dice ‘eventualmente’ allora solo verificatosi quanto sopra, in futuro,si potrebbe riempire, dico imminente futuro?

        Grazie a lei, e a tutti gli altri ospiti.

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  19. Caro Sig. anto-az infatti, infatti mi incuriosiva moltissimo il modo suo di esprimere, come dire, i concetti, le domande che pone. Inizierei a conversare, se vuole, a me farebbe piacere, chiedendole perchè al primo commento afferma di non poter ‘esser lungo’, cioè la ragione per cui ha deciso di non doverlo essere.

    – mancanza di tempo da dedicare, solo in quell’occasione o in generale?
    -ritiene di non doverlo essere perchè così facendo la domanda che pone risulti più chiara a chi la segue, ovvero ponendola in maniera succinta?
    – pensa di usare pochi termini, ma molto specifici, per timore di essere frainteso?
    – non ama ‘i giri di parole’ e preferisce andare subito al nocciolo della questione suggerendo all’interlocutore in questo modo di fare altrettanto nella risposta,eventualmente?
    – altri motivi?

    Se potesse prendersi un po’ di tempo per rispondere potremmo conoscere meglio il suo punto di vista, anche per altri aspetti di questa ricerca, sicuramente. E’ un inizio di conversazione. Il tempo è un argomento più che interessante. Che ne dice?

    Approfitto dello spazio di questo commento per salutare calorosamente anche il Sig. Ptah e il Sig. Fra Cercone che ritrovo con veramente grande piacere.

    Con simpatia
    Irix (Mina)

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  20. Carissimo Capitano,
    In punta di piedi entro nel bel discorso, sottoponendo ai valenti lettori alcune domande e riflessioni.
    Il bel passo di Ripley è davvero degno di tutte le attenzioni. Vorrei però soffermarmi su una riflessione iniziale che Lei pone dicendo : “La Terra ha bisogno di Spirito per generare”. La frase potrebbe essere scontata, ma potrebbe anche far riflettere non crede? A prescindere dallo scopo della terra di generare (ma la Terra chi/cosa genera?) direi che se ci poniamo in un’ottica generatrice/creatrice lo scopo della calcinazione filosofica potrebbe essere per l’appunto quello della generazione arrivandoci anche tramite la fase successiva che chiamiamo “Putrefazione”. Io propenderei a identificare questa fase in quelle iniziali, senza la quale quelle successive non hanno alcun senso, se non al di fuori dell’ambito Alchemico.

    Altra parola che mi ha fatto riflettere è “induzione”. Parola che potrebbe risultare di facile interpretazione, ma alchemicamente direi che è di grosso valore. Come indurre una materia, tramite una operazione, ad una soluzione naturale? E cos’è una soluzione naturale? Di sicuro si evince dalle Sue parole che la soluzione avviene tramite la Calcinazione filosofica che purga (purgare, se non erro, deriva da puro) “un corpo” e questa soluzione E’ NECESSARIA IN PRIMIS per l’appunto ….

    Certo Capitano, l’aumentare l’umido radicale è un’operazione davvero “strana” nell’immaginario comune, soprattutto se si pensa ad una calcinazione non filosofica. Ma è appunto di un’operazione alchemica che si sta parlando e quindi forse, e qui magari mi sto ponendo in un’ottica un pochino al di fuori di quello che si sta cercando di dire in questo post, ma potrebbe essere quel “quid” iniziale sia necessario ad arrivare al “fiat lux”. Da questa operazione in poi effettivamente potremmo parlare di “inizio”…

    Spero, come sempre, di non aver attirato troppe ire e chiedo venia per eventuali “sfrondoni”.

    Con stima ed affetto.

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  21. Cara Irix (Mina),

    son qui che rifletto, rifletto, rifletto…a proposito, potrebbe tentare di spiegare (nei limiti imposti dalla Tradizione) la sua frase:

    “…occorre, dal mio punto di vista, focalizzare due tipi di soluzioni. Mi spiego, una in ordine alla proporzionalità in relazione alla prima soluzione, compiuta immagino ‘cum grano salis’, come si usa fare, la seconda riguardante, per induzione, la totalità della ‘riflessione’ stessa, la quale rimane, forse, il principale obiettivo dell’operazione…”

    Grazie in anticipo,
    Pandora

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  22. Cara Pandora,
    veramente interessante la domanda. Dai suoi presupposti, dalla ‘riflessione’ che significa anche ‘ripiegare’ scaturisce una richiesta di ‘spiegazione’ che vuol dire distendere cosa piegata. E’solo un gioco di parole però l’ho trovato interessante. In realtà d primo acchito ‘riflessione’ mi ha ricordato gli specchi ustori… ma questo è un altro discorso, oppure… “si sta parlando di dar fuoco al corpo, o si sta parlando d’altro?” …
    E’ una question inenarrabilmente complicata, mi creda, ‘spiegare’ senza conoscere le suggestioni, le impressioni che ci lasciano gli scritti che leggiamo sul Nautilus, attiene un poco, ma neanche tanto poco, credo, a quanto sapientemente ci ‘spiega’ il commento del Sig. Ptah, naturalmente traslato ad un livello infinitamente inferiore mi riferisco a quanto vado scrivendo per cercare di capire, anch’io come lei Pandora. Il principio però è lo stesso. Traduzione ovvero elaborazione personale e coordinate del nostro percorso vanno di pari passo, cioè nessuno ci può corrispondere se non includiamo la nostra personale visione, la nostra risposta, in qualche modo. E poi… e poi massima attenzione alle risposte di coloro che lo fanno, non parlo di me naturalmente, questo è sottinteso, ma estrema attenzione alle risposte, tutte. Come per la correzione di un compito di matematica.
    Mi dispiace di non esserle stata maggiormente utile ora, ma se vorrà possiamo riparlarne quando mi scriverà come ha ‘tradotto’ la frase di cui mi chiedeva.
    Comunque, secondo lei, perchè, mi domandavo in questi giorni, la Calcinazione di cui si parla è sempre detta Filosofica e mai alchemica?

    A presto

    Irix

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  23. Vedo che l’argomento del Post ha destato l’interesse di molti ospiti, e la cosa mi fa piacere.
    Ringrazio tutti per i loro commenti: molti nuovi spunti sono emersi e mi auguro se ne possa parlare sempre meglio e più approfonditamente.

    Nella speranza di contribuire al dialogo sin qui avviato, offro alcune mie considerazioni:

    A) La Calcinatione Philosophica cui accenna Ripley non avrebbe alcun senso se fosse caratterizzata da una qualche similitudine con quella ‘volgare‘. Se è certo giusto, ma anche facile, pensare al noto fenomeno della Ossidazione di un corpo, credo sia importante ricordare che in Alchimia le valutazioni di tipo chimico, magari pur giuste, lasciano il tempo che trovano. Le nostre materie, una volta acceso il fuoco (ma, sin da un certo punto dei lavori si dovrebbe usare la ‘F’ iniziale maiuscola) passano in uno stato che potremmo definire ‘doppio’: uno chimico, ma del tutto superficiale quanto inutile e pericoloso da seguire; ed un altro alchemico-filosofico. In quest’ultimo stato, ogni osservazione deve essere oggettiva e calata nella realtà operativa alchemica. Altrimenti, si rischia di perdere il Filo e le tracce della Dama; esse sono preziose e costituiscono il solo dato cui l’artista deve riferirsi.

    B) Trovo giuste le osservazioni di coloro i quali si pongono la domanda del ‘dove‘ inserire l’operazione descritta da Ripley: in effetti, la ‘porta’ della Calcinatione Philosophica è la porta indispensabile per arrivare alla ‘veraPutrefactio. Come si sa, si possono avere molte Putrefazioni, anche utili, ma quella ‘perfetta‘, il nero del nero, è una sola. Senza quella, non si entra nel Giardino Incantato.

    C) Il passo del Cosmpolita offerto da uno degli ospiti mi pare meriti una attentissima lettura: il passo è noto, e tutti vi passiamo sopra …di corsa, quasi fosse scontato. Non dobbiamo mai dimenticare che i buoni autori, pur magari percorrendo sentieri operativi tecnicamente diversi, solcano tuttavia l’unico sentiero che porta al Giardino di cui sopra. L’utilizzo di parole altre, allegorie, fraseologie e via dicendo non deve spaventare, bensì stimolare il cercatore a trovare – da solo – il proprio modus pensandi et operandi. Questo modus personale sarà destinato, nel tempo, nello studio e nella pratica a mutar d’aspetto e di modalità, nel tentativo grazioso di avvicinarsi sempre più a quell’unico sentiero.

    D) Oltre ai passi sin qui citati, il cui parallelismo con il passo di Ripley appare evidente, esistono molti altri brani che si possono affiancare nell’esame e nello studio della Calcinatione Philosophica. Si tratta di assumere una postura serena ed aperta alle sensibilità usate dai buoni autori; l’errore comune è quello di adottare una postura logica e critica, innamorandosi di un passo per qualche tempo e trascurando l’unità unica della Via; tale unità ed unicità non sono percepibili con un atteggiamento di “inchiesta”, quanto – al contrario – con una disposizione a ricevere un’eventuale Grazia, come una “Visione“. I vecchi saggi Sufi insegnano.

    E) Occorre aprirsi alle novità offerte dagli antichi e dai buoni Maestri: non è paradossale per la nostra mente che una calcinazione di un corpo possa avvenire attraverso un’acqua, la quale – addirittura – moltiplica l’umido radicale del corpo stesso? Credo che il paradosso non possa mai essere superato con i comuni strumenti intellettivi di cui disponiamo: il cambiamento dell’atteggiamento interno nell’esame di un testo è cosa – temo – davvero importante. Gli alchimisti, lo si ricorda sempre, scrivono i propri scritti per essere compresi da chi già opera, ma anche per stimolare, con un puro atto di Amore senza attese di ricompensa, il cuore del cercatore veramente innamorato. Occorre, anche, una discreta dose di ‘follia‘, se mi si passa il termine. L’Alchimia è un’Arte, il cui svolgersi operativo ed i cui prodotti eventualmente materiali e spirituali NON sono di questo mondo. Ciò non significa che non esistano o non siano ben tangibili, quanto che – come ho tentato di dire poco sopra – tocca all’artista rimettersi in sintonia con il Cielo. Dal quale siamo, tutti, venuti. Il punto è che amiamo, diabolicamente, dimenticarlo.

    F) Last but not least: credo sia molto sensata l’osservazione da parte di un ospite relativa alla differenza tra Filosofico ed alchemico. Si tratta certo di una possibile sfumatura, il cui approfondimento però potrebbe rivelarsi utile. Ricordando anche che l’aggettivo ‘Filosofico‘ non significa qualcosa di intellettuale o astruso: il Mercurio Filosofico è un corpo. Così come lo è lo Zolfo Filosofico. Oltre che significare l’appartenenza alle possibili manipolazioni di un Filosofo della Natura, mi domando e domando: quale operatività alchemica viene richiesta da parte dell’artista affinchè un corpo possa essere chiamato – alla fine – Filosofico?

    Sempre di buon cuore

    Captain NEMO

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    • “…NON sono di questo mondo.”
      Non mi trovo in sintonia, e vorrei spiegarmi riferendomi ad un testo classico e molto importante.
      Nell’epistola di Pontano: “Et qui aliqui a subiecto separat…et tota denique substantia subiecti perficitur in corpus spirituale fixum, mediante igne nostro”.
      La separazione richiamata dal filosofo in questo passo, è una “separazione da”, e non la “separazione in o entro” che è necessaria perchè il corpo, in virtù della congiunzione dei due principi, acquisti carattere filosofico.
      E’ significativo qui notare che “corpo” vale come “forma”, “immagine” o anche “bellezza”.
      Alla luce di questo, si può pensare che è in virtù del vaso, e secondo lo stesso principio, che la calcinazione consente di evitare la diminuzione dell’umidità radicale, essendo filosofica,
      Secondo Fulcanelli “Pontanus confessa che prima di conoscere questo recipiente segreto aveva ricominciato lo stesso lavoro più di duecento volte, ma senza successo,sebbene lavorasse con i materiali adatti e convenienti e secondo il metodo giusto.”
      E tuttavia, per quanto approssimata possa essere la traduzione del passo, “Ma com’ebbi conosciuto la materia, errai a lungo prima di invenire la vera materia, l’operazione e la pratica”.

      con l’augurio di una certa riuscita,
      Ermes

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      • Caro Signor Ermes,

        La ringrazio per il suo commento.
        Il passo da lei citato – tratto dalla famosa Epistola de Igne Philosophorum – è il seguente:

        …& qui aliquid à subjecto separat, putans id necessarium esse, is profecto in Philosophia nihil novit, quia superfluum, immundum, turpem, faeculentum, & tota denique substantia subjecti, perficitur in corpus spiritualem fixum, mediante igne nostro.

        La sua nota a proposito di una separazione “da” è precisa, ma, in questo altrettanto preciso contesto, non ho mai sostenuto il contrario.
        Concordo anche sulla sua proposta funzionale del vaso, del quale molti hanno elaborato le più fantasiose ipotesi.
        Ancora, concordo che quel ‘corpus‘ possa valere ‘forma‘…tuttavia, quel corpus spiritualem fixum è un risultato, un eventuale risultato che si pone dopo la Calcinazione Philosophica.
        Prima, e durante, e dopo, accadono altre cose…Tali cose sono beninteso legate tra loro, e l’avvio di questo miracolo – la corporificazione di uno spiritus – è dato per l’appunto dalla comprensione di tale Calcinatione e del mezzo con cui compierla; vale a dire della precisa operatività, che deve essere naturale e secondo Filosofia di Natura.

        E dunque, ancora, sono convinto che proprio a causa dell’azione del Fuoco dei Filosofi, unica ed insostituibile, quel ‘corpus spiritualem fixum‘ ha proprietà intime ed essenziali che non attengono a questo mondo; quello spiritus che viene fissato – tralasciando qui se tale azione avvenga o meno nel contesto preciso cui Lei qui si riferisce, e fissando l’attenzione su quel corpus ottenuto come risultato dei Lavori dell’alchimista – è esattamente lo Spirito Universale, l’Anima del Mondo. La quale, proprio perché agisce in modo assolutamente unico nel mondo – con una azione di veritiera vivificazione delle forme – non potrebbe mai appartenere a questo mondo. Quello spiritus, infatti, è estremamente volatile, e non per caso gli alchimisti lo definiscono fugitivus
        Certo, lo si può fissare in un modo che solo l’Alchimia conosce, ma la sua prima ed esiziale apparizione in fixum, vale a dire la sua corporificazione – la prego di credermi – NON è una fissazione duratura. Quello spiritus corporificato si fa corporificare, se mi passa quel ‘si fa‘ – solo e soltanto per ‘fare‘ qualcosa. Come detto, appena può, quello Spirito Universale torna là dove originano le cose che debbono agire in questo mondo di manifestazione. Il discorso, qui, sarebbe troppo lungo: e in quanto a quel ““, non si tratta di un locus secondo il nostro comune modo di sentire, ma possiede una realtà sua, propria, oggettiva seppur separata da questa manifestazione. Il messaggero tra questi due mondi è per l’appunto lo Spirito Universale; che è chiamato tale proprio perché è di tutto & di tutti, ma anche perché tipico & topico in & pro ogni Universum.

        Sempre di buon cuore

        Captain NEMO

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      • La sua rispsta non ammette, almeno nella sua forma telematica, replica. E’ un peccato, ma io voglio rispettare la sua volontà, permettendomi questa che le invio soltanto per ringraziarla delle riflessioni proposte.

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      • Caro Signor Ermes,

        ben sapendo che non so nulla se non ciò che sperimento e studio, sono sempre interessato alle repliche: magari potremmo scoprire che l’eventuale differenza dipende soltanto da banali malintesi semantici.
        La sostanza delle cose è ciò che può attirare, e deve interessare ad ogni cercatore.

        A presto!

        Captain NEMO

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      • il malinteso semantico, ed è davvero banale, sta tutto nella valenza dei termini “spirito” e “materia”.
        quando ci trovassimo ad essere benintesi, non saremmo come due asini legati allo stesso palo?
        a meno che non fossimo adepti…
        io credo che il rinnovato interesse per questa disciplina, in grandissima parte dovuto all’opera ed al desiderio di Canseliet e di Lucarelli in Italia, stia pagando un giusto prezzo in termini di rigore nelle metodologie di ricerca e divulgazione.
        Canseliet stesso si definì come uno studente…

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      • Caro Signor Ermes,

        pur comprendendo l’immagine dei due asinelli, mi domando: …et alors? 🙂
        Ciò significherebbe che non sia possibile studiare e tentare di apprendere sempre meglio? Mi pare un tantinello riduttivo, non crede?

        Se poi lei vuole intendere per forza le mie parole come pronunciate dall’alto di una Cathedra di Maestria alchemica, la tranquillizzo immediatamente: sono e sarò sempre un semplice Compagno di Viaggio. Nulla più.
        Se poi ciò che racconto del mio viaggio la infastidisce, me ne dispiace.
        Se poi l’Alchimia stia ‘pagando un giusto prezzo‘, lascio che tutti ne disquisicano come meglio credono; la Gran Dama, temo, sorriderà benevola di queste umane pre-occupazioni, e ho smesso da tempo di interessarmi di tali aspetti.
        Per quanto mi riguarda, io studio Alchimia e la pratico.
        Sa, ognuno ha i suoi pallini, nella vita transiente…che qualcuno chiamava ‘transitus Naturae‘.

        A questo punto, mi permetto di domandare: ma lei, che mi pare non concordare con le mie opinioni,…che opinioni ha in materia alchemica? Faccio questa domanda, perché rileggendo al mio meglio il suo commento su Pontano, non mi è riuscito di farmi un’idea di quale sia il suo pensiero nel merito.

        La ringrazio.

        Captain NEMO

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      • Ciò che lei racconta non mi infastidisce affatto, e sono anzi sorpreso ed un poco dispiaciuto di questa sua nota.
        Non ho l’abitudine, specialmente con riguardo a questa materia, di esprimermi riguardo a questioni che non rivestano un profondo interesse, e non ho l’intenzione di dedicarmi a bisticci fini a sè stessi o peggio allo screditare il lavoro altrui.
        E’ al contrario la massima stima per i suoi resoconti di viaggio ad aver animato il mio desiderio di intervenire, forse anche proprio in virtù del disaccordo sul “non essere di questo mondo” da cui abbiamo tratto lo spunto per questi incontri.
        Non vedo nessuna cattedra dalla quale lei potrebbe parlare che non fosse la sua esperienza, ed è questo che, a quanto pare, sta facendo di noi dei compagni di viaggio.
        Sulla questione degli asinelli non mi è riuscito, lo constato dalla sua risposta, di comunicarle in modo corretto la mia posizione, e tuttavia non senza rammarico le dirò che non dispongo di parole adeguate a chiarirle meglio il punto.
        Le sottoporrò invece una nota curiosa che spero possa rispondere da un lato alla questione delle umane preoccupazioni – che ritengo onestamente e senza acrimonia lei abbia sottovalutato – e dall’altro all’esigenza di esporle le mie opinioni in merito alla materia.
        Conoscerà senz’altro questo passo: «So, non per averlo scoperto io stesso, ma perché l’Autore me lo ha confermato più di dieci anni fa, che la chiave dell’arcano maggiore è data senza alcuna finzione da una delle figure che illustrano l’opera. Questa chiave consiste molto semplicemente in un colore che si manifesta all’artista sin dalla prima operazione…»
        Conoscerà anche la soluzione proposta da Lucarelli.
        Tuttavia, parlando del colore in un passo molto bello del mistero, troviamo: “Fino ad ora abbiamo parlato dei colori da un punto di vista soltanto teorico…” e poi, la chiave che le propongo “Non vi riferite troppo al colore”.
        Che c’è da aggiungere? Se non altro che cosa sia il regime, e Fulcanelli lo fa a seguire in un passo che è magistrale davvero.
        Vi sono altri luoghi nel mistero in cui si tratta il regime, ovvero di come debba essere retto il fuoco, che conducono in particolare ad una delle figure, nella quale si vede l’agente già attivo nel modo che gli vale l’attributo di segreto, congiunto al paziente e dentro la materia stessa come in uno specchio.
        Ed ecco tutta l’opinione di cui dispongo.

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  24. Caro Capitano,
    è interessantissimo il discorso che si è sviluppato, anche se un po’ ‘per li rami’: non credo quindi sia inopportuno commentare alcuni spunti tirati fuori dagli altri ospiti, ed anche per esempio apprezzarne le differenze di considerazione. Partendo dalla fine, ad esempio, la distinzione fra Alchemico e Filosofico io non l’avrei stressata più di tanto, ma dopo il suo commento non posso che convenire che abbia importanza: un mercurio filosofico ha un ‘livello’ sicuramente più ‘puro’ o ‘elevato’ di un mercurio comune, nonostante entrambi siano frutto di operazioni alchemiche e nonostante la cruciale importanza dell’ultimo, senza il quale non si accede al primo…
    Dissento leggermente, a meno che la nostra buona Irix non parli di pratica di laboratorio, quando dice ‘nessuno ci puo’ corrispondere se non includiamo la nostra personale visione’. Ci può ben essere qualche differenza nei modi, e si può vivere certamente in modo individuale ognuno la propria esperienza, ma il Capitano ci ricorda che ‘Una res, una via…’. L’individualità della propria esperienza, se lecitamente comunicata, può invece essere una ricchezza in più per chi legge. Trovo anch’io molto interessante (oltre che divertente, nel senso migliore del termine) l’osservazione del Sig. Emmenthal, che consentirebbe di ‘tradurre’ Calcinatio con ‘Calx in actio’. Mi piacerebbe anche tornare sull’argomento, devo andare a cercare una cosa che mi frulla nella testa ;-). Saluti cari a tutti.

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  25. Gentile Capitano,
    la ringrazio, insieme a tutti i suoi ospiti, per la condivisione dei propri pensieri.
    Devo ammettere la mia ignoranza dicendole che il suo contributo ha toccato molti punti di cui non ero a conoscenza.
    Dalla sua genuina e preziosa prima indicazione, che non avevo mai incontrato nella sua semplice evidenza, fino all’ultima domanda, che non avevo mai prima d’ora preso in considerazione.
    Proverò quindi ad esprimere la mia opinione su argomenti di tale portata sperando di non dire sciocchezze.

    A proposito della ‘vera’ Putrefactio, trovo un riferimento nel Libro delle figure geroglifiche di Flamel:

    E veramente ti dico di nuovo, quand’anche tu lavorassi sulle vere materie, se all’inizio dopo aver messo le confezioni nell’Uovo filosofico, cioè qualche tempo dopo che il fuoco le ha irritate, non vedi questa testa di Corvo nero del nero nerissimo, devi ricominciare: perché questo errore è irreparabile e incorreggibile.

    Questo Corvo è chiamato da Fulcanelli “sigillo canonico dell’Opera” nel Mistero delle Cattedrali, dove afferma anche, in accordo con le parole di Flamel:

    Infatti nella cottura del Rebis filosofale [il Corvo] rappresenta il color nero, primo aspetto della decomposizione che segue la perfetta mistione delle materie dell’Uovo.”

    Si tratterebbe quindi, tra le varie putrefazioni dell’Opera, di quella relativa alla fase finale che attesta l’effettiva canonicità del lavoro svolto.

    Questo si accorderebbe anche con la risposta che mi sono dato sulla differenza tra l’aggettivo alchemico e Filosofico da anteporre alla Calcinazione: ho pensato infatti che il riferimento fosse al Mercurio Filosofico (come già citato da Chemyst), e questo avrebbe un senso se si considera che nell’ultima fase dell’Opera questo deve già essere stato preparato essendo tra l’altro parte dell’Uovo citato dagli autori.

    Per quanto riguarda il passo del Cosmopolita, mi permetto di studiarlo meglio prima di commentarlo.

    Un saluto a tutti,

    EmmEnthAl

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  26. Caro Chemyst,
    noto con piacere che pur dissentendo aderisce in pratica a quanto andavo caldeggiando alla cara Pandora, cioè che è ‘necessario’ comunicare la nostra personale esperienza, ma non solo, intendevo, per quanto attiene alla nostra pratica, ma tanto più bensì, anche in prima istanza, alla teoria in quanto trattandosi, secondo me, di momenti strettamente vincolati, è quanto mai opportuno ‘aggiustare’, verificare, confrontare con chi abbiamo la ventura di avere per Compagno di Cerca. Infatti ‘Una res , una via, – ma anche – una disposizione. Assegnerei, per seguirla nel suo ragionare, un’importanza cruciale invece al mercurio comune in quanto il nostro Mercurio Filosofico essendo già coniugato, doppio, ha già acquisito la sua proprietà androgina; leggo nelle Dimore Filosofali: la dissoluzione dello zolfo o, in altri termini, il suo assorbimento da parte del mercurio … il corpo risultante, “omogeneo” e perfettamente preparato, mantiene il nome di Mercurio Filosofico. Dissento, con qualche perplessità, quando lo indica come più puro ed elevato, forse per certi aspetti, ma sostanzialmente direi che è ‘diverso’, ha mutato Natura. Forse quì potremmo inserire la prima nozione di ‘corpo Filosofico’ di cui ci chiedeva il Capitano ma non siamo certo alla fine, con l’acquisizione dello Zolfo Filosofico (!) saremmo già un passo più avanti, e reiterando, e così via …
    Sempre nelle DF poco più avanti a quanto ha riportato lei nel suo precedente commento, a pag. 126, sempre in merito alla Calcinazione, leggo: “Questo fuoco o ‘acqua ardente’ è la scintilla vitale comunicata dal Creatore alla materia inerte, è lo spirito racchiuso nelle cose, il raggio igneo … racchiuso in fondo alla sostanza oscura, informe e frigida. … Siamo giunti al più grande segreto dell’Opera … purtroppo noi stessi fummo bloccati per più di vent’anni a causa di questa difficoltà … la cui rivelazione dipende dal ‘Padre delle Luci’.” Direi che trovo questa affermazione, perchè immagino veritiera, una tra le più sorprendenti che mi è stato dato di leggere in questo Libro.
    Quanto poi quale sia l’operatività alchemica, per rispondere alla domanda finale del nostro buon Capitano, proporrei di caratterizzarla con ‘un modus operandi’ che si confà alla succitata ‘omogeneità’, pur trattandosi evidentemente di sostanza di ‘altra’ Natura.
    Infine citare la Putrefazione, il nero del nero, in materia di Calcinazione Filosofica l’ho trovato approppriato, invero, a mio modo di vedere…
    Grazie per la Vostra partecipazione all’argomento

    Un caro saluto a tutti

    Irix

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  27. Non ho dimenticato di rileggere più volte il passo del Cosmopolita regalatoci da Fra Cercone … ma è molto difficile ‘tradurlo’, ci provo ma, attendo lumi …

    A presto,

    Irix

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  28. Caro Capitano,

    Ineffetti, a mio parere, potrebbe essere illuminante la lettura a pag. 273 de MdC in merito alla legenda di Offerus e, le note al punto 29 del Maestro Paolo Lucarelli, bhe… converebbe leggere l’intero capitolo se vogliamo, che è quello di ” BOURGES”.
    Tuttavia, mi trovo al crocevia, mi conviene citare pure una lettura che sempre secondo me, potrebbe aiutare, ed è il quinto capitolo che ha per titolo “IL Fuoco purificatore e il suo Messaggero apocalittico” de L’ALCHIMIA, simbolismo ermetico e pratica filosofale, del Maestro Eugène Canseliet.
    Scusate se insisto, dimenticavo, “L’Orsa e le due Scimmie” il capitolo ne ” Due Luoghi Alchemici” in margine alla scienza e alla storia, sempre del Maestro Canseliet, La Stella polare dei Magi, capitolo nono de L’Alchimia spiegata sui suoi testi classici.

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  29. Rileggendo il Vostro post, caro Capitano, e visto che questa notte desideriamo riposare pericolosamente, non possiamo resistere alla tentazione di chiedervi se la Vostra calcinazione che descrivete come unica e prodotta tramite e per virtù del nostro fuoco, potremmo dire dall’interno per influsso esterno come è ben noto, è l’unica calcinazione o se ne ritenete esistere altre, di fattura diversa e procedimento difforme.
    In parole più chiare, se parlar di calcinazione sia di per sè fonte di spiegazione, o se non sia piuttosto il prodotto atteso a determinare gli estremi e le caratteristiche dell’atto. Nello svolgersi del nostro lavoro infatti troviamo calcinazioni, soluzioni, e quant’altro, che agiscono su materiali ben diversi, ora preliminari senza ridurne l’umido radicale ma con azione di fuoco volgare, ora comuni, in cui i fuochi si congiungono come le materie, ora filosofici, ove il nostro fuoco regna sovrano.
    A noi pare che vi siete limitati alla ultima fattispecie, senza menzionare le altre, inducendo in gravi sofferenze dell’animo non pochi onesti cercatori! Essi ben consapevoli del Vostro fuoco, tentano di usarlo per altre calcinazioni, rinunciando ai fuochi di natura e contro natura e pertanto disperdendosi in inutili lavori con spreco di risorse ed energia.
    Va ammesso che Voi chiaramente dite di cosa parlate, e nessuno dovrebbe soffrire le pene da noi descritte, ma conoscendovi come uomo benevolo e chiaro, e non volendo rischiare da solo la quiete notturna, siamo ad appellarci alla Vostra benevolenza nel chiederVi di descriverci tutti i tipi di calcinazione di cui si serve l’accorto Artista.

    Con stima

    Vostro

    Ptah

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    • Caro Signor Ptah,

      siccome il riposo è la porta dei sogni, ed a me piace molto sognare, non sia mai che io possa indurla a pericolosamente riposare!

      All’uopo, dunque, e pure alla bisogna, rispondo per ora brevemente alla sua amorevole considerazione: in questo Post ho inteso proporre qualche riflessione sulla Calcinatione Philosophica, che – lo dovrebbe dire il nome stesso – vien compiuta con il ‘nostro‘ fuoco. D’altro canto, come tutti i Maestri veri hanno saputo e voluto insegnare, nulla di Filosofico può mai compiersi su questa terra senza il prezioso ed ineludibile ausilio dell’unico Agente. Però, e qui spero vorrà serenamente sorridere nell’appisolarsi in questa notte di primissima madre Luna (pochi l’hanno veduta, e pochi hanno osservato il sottile anello di padre Sole che l’ha circondata, abbracciandola…), tutti sapranno che quel ‘nostro‘ abbisogna di una dolce e gentile, e cauta, spintarella perché la danza magica possa iniziare, così come si deve fare (vide Fulcanelli, Philalethe, Trevisano, Basilio, Maier, Ripley, Lucarelli, Canseliet, D’Espagnet et alia). L’artista, altrimenti, che artista sarebbe?

      Ciò detto, torno ad avviarmi ai miei sogni, assicurandole, Messer Ptah, che quanto prima – o almeno quando ne avrò occasione – chiarirò al mio povero meglio l’astuto dilemma calcinatorio, da lei or ora proposto.
      Comunque, la mia risposta è già nell’aria (dei Filosofi): è un po’ come per la Stella. Ce ne sono tante in Cielo, e tante anche nell’Opera…eppure, quell’onestissimo perfido di Philalethe, dice che solo una è la Stella. E allora – a costo di apparir pedante – dico che una sola è la Calcinatio. Le altre, numerose, even useful – come direbbero i sudditi dell’Impero – sono le calcinazioni.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

      PS: in un ultimo impeto prima del sogno, le dirò che pure 🙂 questo suo piccolo inciso potrebbe dar adito a qualche grattacapo per il giovane cercatore:

      …rinunciando ai fuochi di natura e contro natura…

      Come sa, i Maestri hanno spessissimo – e volutamente, pour cause – confuso il noto elencuccio dei fuocherelli, le rispettive funzionalità, origini e metodiche (l’elenco dei nomina di quei Maestri è identico a quello sopra). Non sarà, allora, come tentavo di spiegare poco sopra, che invece che cercare negli Autori degli ‘schemi’ concordanti per la nostra famelica logica, questa confusione (lo ridico: voluta!…) non sia un’indicazione perché il cercatore capisca – finalmente – che è proprio lui che deve comprendere, (studiando, a lungo, a lungo, a lungo) e trovare il vero senso dei fuocherelli?…certo di averla liberata dal ‘pericolo‘, mi avvio sereno al sogno vero.

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  30. Gentile Irix,

    qualche post fa mi ha invitato a dare una mia ‘traduzione’ di questa sua frase:

    “…occorre, dal mio punto di vista, focalizzare due tipi di soluzioni. Mi spiego, una in ordine alla proporzionalità in relazione alla prima soluzione, compiuta immagino ‘cum grano salis’, come si usa fare, la seconda riguardante, per induzione, la totalità della ‘riflessione’ stessa, la quale rimane, forse, il principale obiettivo dell’operazione…”

    Ci provo, ma per me resta una frase difficile da comprendere (in senso operativo, si intende).
    Quello che mi sembra di aver colto è che, nell’operare la Cacinazione Filosofica, si attuano due diverse soluzioni: la prima badando alle ‘proporzioni’, la seconda inducendo una ‘riflessione’.
    Sono proprio questi due termini che mi incuriosiscono, perché qua e là, nei Testi, si sottolinea spesso l’importanza delle proporzioni, così come si trovano riferimenti alla riflessione (e allo specchio).

    Questa duplice ‘azione’ potrebbe aver a che fare con ciò che scrive D’Espagnet nel Canone 95:

    « Tuttavia è credibile che il fuoco corruttore, che si chiama contro natura, non sia altro che il fuoco naturale, ma soltanto al primo grado del suo calore, poiché l’ordine della natura richiede che la corruzione preceda la generazione. Il Fuoco naturale, dunque, conformemente alle leggi della natura, fa l’uno e l’altro, eccitando via via due tipi di movimenti nella materia. Il primo è un movimento lento di corruzione, suscitato da un calore flebile, per rammollire e preparare il corpo. L’altro movimento è quello della generazione, più vigoroso e più forte, eccitato da un calore più violento, al fine di animare e d’informare pienamente il corpo già disposto dal primo. Si fanno dunque due tipi di movimento, a due diversi gradi di calore, da parte dello stesso fuoco. E non bisogna pensare tuttavia che vi siano due tipi di fuoco, ma con molta più ragione, bisogna dare il nome di fuoco contro natura a quello che distrugge attraverso la violenza.”

    So bene che qui non si parla né di proporzioni né di riflessioni, quindi avrò preso un granchio…però questo brano di D’Espagnet è interessante.

    A quanto pare resta intatta la mia incapacità di ‘tradurre’, gentile Irix, quella sua frase.

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    • Carissima Pandora,
      il brano che ha riportato di D’Espagnet è semplicemente straordinario, me lo lasci dire, non lo conoscevo, e di questo la ringrazio, come ringrazio della sua risposta alla mia esortazione a ‘tradurre’. Non credo che sia importante, chissà forse a qualsiasi punto dello studio, ma forse azzardo, di far ad ogni costo ‘aderire’ il nostro modo di percepire la probabilità di aver compreso un dato passaggio o un’operatività segreta e mai svelata in nessun testo, quanto invece sia estremamente importante ‘ritrovarla’ a chiare lettere, facile, espressiva e lampante, svelata parola per parola – parole oscure è vero – ma quanto mai risonanti ad una rilettura che consegue l’esperienza diretta, la pratica.

      Mi vien da pensare che questo Post, ma anche tutti gli altri contenuti quì, con tutti i suoi commenti sarebbero bastati, a mio modesto parere, a far la felicità di Ricercatori di altri tempi che chissà, non potendo disporre di mezzi così immediati e alla portata avranno dovuto con fatica centuplicata cavarsi d’impaccio e non riesco neppure ad immaginare con quanta pena e dedizione hanno saputo portare avanti la Ricerca nel pressochè totale isolamento. Orribile solo a pensarci.

      Ora a noi, cara Pandora, le sue considerazioni sono corrette per quel che mi pare di capire, ma le direi che quel che mi intriga maggiormente del suo modo di pensare è la curiosità che manifesta nel voler comprendere nella quale spesso mi ritrovo. Per questo non c’è che un modo, uno solo, secondo me,la pratica. Una pratica prudente e ragionevole certo, ma necessaria se non altro per comprendere. Ma lei ha mai provato a mettere la materia sul fuoco? Scusi la mia curiosità, è giusto per capire. Studiare è fondamentale e mi pare che in questo lei mai si sia distratta, ma sarebbe oltremodo interessante scambiare opinioni e impressioni per quanto riguarda l’altro lato del problema, che è parimenti ricco di sorprese… ma nessun granchio, non abbia timore. Tuttalpiù si prova e si riprova, costantemente, ma questo è solo la normalità in questo campo. Potrebbe essere sulla buona strada e rischiare di non saperlo mai. Che fa, ci pensa?

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  31. Dottissimo Capitano,

    le vostre parole vanno diritte alla fonte e forse ora siete Voi a dover temere un certo titillìo dietro le orecchie, che avete trasmutato il nostro, ammettiamo ancora assai oscuro, pezzo in chiarissima istruzione!

    Non vi è che un solo amore, dicono alcuni, e in analogia possiamo dire che non vi è altro che una sola operazione, che si compone di molti agenti tra loro fratelli e sorelle strettissimi! Se però vogliamo essere chiari fino in fondo, va detto che – seppur essendo sempre una calcinazione – diverse sono le operazioni che di essa si servono, e siccome nel nostro lavoro il fine determina la morfologia della ipostasi reale del nostro operare, le azioni a volte, senza nulla togliere al risultato intrinseco, risultano dissimili.

    Molte sono le stelle, dite voi, e dite il vero. Una è la nostra stella, e dite sempre il vero. Più di uno è il fuoco, ma il nostro fuoco è un solo. E dite sempre il vero.

    Ma ognuno di questi serve all’opera, che senza di essi non può compiersi. Il lavoro al forno, unico vero precetto inderogabile, viene eseguito in tanti modi, senza troppo affliggersi di patemi struttuarli e ricerche ansiose, perchè come dice giusto il filosofo, la materia preleverà quel di cui ha bisogno, nella misura e nel regime che gli aggrada, senza che l’operatore possa intervenire sulle quantità. Se molti pesano con accurata attenzione, granelli singoli e piccoli mucchietti dai precisi numeri, la natura invece con fare sovrano si appropria di tutto secondo la sua Volontà e Necessità. Solo ripetendo molte volte, intervallando l’opera con la lettura, il giovane amante dell’Arte può infine intendere un sì semplice segreto!

    Nulla togliendo alla Vostra chiarezza a dir poco commovente, siamo però ora a chiedervi conto della vostra affermazione assai enigmatica:
    “tutti sapranno che quel ‘nostro‘ abbisogna di una dolce e gentile, e cauta, spintarella perché la danza magica possa iniziare”!
    Vi riferite a quale atto attivo e quale atto passivo?

    Vi saremmo infinitamente grati se voleste illuminarci in merito, che molti dubbi ci attanagliano.

    Ed infine vogliamo rassicuravi: un dolce sonno ci ha avilluppati nella notte della luna sottilissima, tale da non turbare i nostri abituali viaggi nel mondo inesistente. Ma siete stato proprio voi, caro Capitano, a svegliare in noi un siffatto timore, ricordate? Egressio mentis, egressio mundis. Intanto, dato che come dice Fulcanelli possiamo comandare tutto ma non il tempo, riempiamo di sorriso l’obbligatoria attesa.

    Con sincera stima e affetto, vostro

    ptah

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  32. Caro Capitano,

    l’indicazione sulla ‘spintarella’ mi fa tornare in mente la spiegazione fornita da J. Laplace della parola Vescovo:

    “…il convient de se pencher sur le sens du mot évêque. Nous aimerions apprendre comment certains lexicographes font venir le mot évêque du grec ou du latin épiscopos ou épiscopus. Certes, le sens y est mais il n’est pas possible que du mot épiscopos naisse le vocable évêque. Pour nous, évêque vient du grec épheika parfait de éphinmi signifiant qui permet, ordonne, recommande, mais aussi qui POUSSE, excite…”

    Il Vescovo è il ‘mediatore’, ed è colui che ‘spinge’ ed ‘eccita’ le parti…e non è sempre lui che compie due operazioni in una volta sola: solve una ‘materia’ mentre ne coagula un’altra?

    …ho scoperchiato un vaso buono, N’est-ce pas?

    Pandora

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  33. Caro Capitano,
    per Gentile cauta spintarella si riferisce mica ad un lievito?
    che credo comunque sia un fuoco o no? che aiutato dal ‘nostro’ Fuoco, dia inizio alla danza…
    prendo fischi per fiaschi o no?

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  34. Cara e gentile Pandora,

    mi consenta una celia, o piuttosto un ‘jeu de mots’; li sappiamo fare pure noi, sa? Anche se il nostro italico idioma talvolta, come in questo caso, mal si presta alla bisogna.

    Ha ragione da vendere quel furbacchione (ma proprio tanto) di Laplace quando dice che,

    ” … il convient de se pencher sur le sens du mot évêque….”

    per poi allegarci la sua dottissima chiosa.

    Eppure a me sembra, ed ecco ‘le jeu de mots’ che le propongo, più appropriato associare, in questo contesto, il senso della parola ‘évêque’ a quello del verbo ‘evoquer’, evocare, dal nostro latino ‘vocare ex’, ossia ‘chiamare da’, oppure ‘richiamare’ o, ancor meglio, la facoltà della memoria di ‘suscitare un ricordo’.

    Cerconescamente suo,

    Fra’ Cercone

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  35. Caro Fra’ Cercone (mai come stavolta Birbone),

    come potrà immaginare sono giorni che mi trastullo con il suo amabile ‘jeu de mots’ nella speranza di ‘evocare’ qualcosa…

    In mancanza di meglio, ‘suscitare un ricordo’ mi fa venire in mente questo verbo: affiorare.

    Ma si può fare di meglio, e di meglio farò!

    Con affetto,
    Pandora

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  36. Gentile Irix,

    studio da poco più di tre anni e non ho mai operato.
    La pratica è necessaria e ha ragione da vendere, anche perché, semplice semplice: senza pratica non si fa Alchimia.

    Quando accadrà di preciso non lo so, ma nel momento in cui varcherò la soglia del mio Laboratorio e accenderò il mio primo fuoco, potrò sperimentare ogni appunto operativo riportato sui miei quaderni…

    Pandora

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  37. Gentile e cara Pandora,
    ça va sans dire… la soglia del suo Laboratorio l’aspetta.
    Anch’io studio da ancor meno tempo di lei e le auguro di sperimentare, quando vorrà, gli appunti riportati sui suoi quaderni. Magari non proprio tutti, perchè trattandosi di materiale che immagino copioso, visto che parla di quaderni al plurale, sarebbe un lavoro lungo, lungo… ma che invece le auguro breve ed anche semplice semplice. 😉

    Irix

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  38. Caro Ermes,
    voglia benevolmente perdonare questa “invasione di campo”, ma la mia chiosa è volta al solo fine di ampliare un così interessante dibattito.

    La pratica di laboratorio mi conferma che proprio perché quello specchio mostra la Natura allo scoperto, la congiunzione profonda tra agente e paziente non è ancora avvenuta.

    Fraternamente,

    Fra’ Cercone

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    • Le prometto che quando avrà rinvenuto la figura e sarà sicuro di averla esaminata in un particolare minuto dettaglio io sarò d’accordo con lei, anche se non so per certo su cosa saremo d’accordo.

      l’ipotesi che mi sembra maggiore, è che saremo d’accordo sul fatto che l’artista di Notre Dame avrebbe potuto fare di più, e dire anche di più.

      ma se l’avesse fatto di cosa staremmo discutendo?

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    • Nella confusione ho risposto alla persona sbagliata; mi perdoni lei visto che io non ho nulla da perdonarle.

      al contrario non posso che ringrazirla per la sua verità.

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  39. Gentile Ermes,

    ho letto con attenzione i suoi post e francamente, soprattutto per quanto riguarda gli ultimi due, non capisco proprio il suo pensiero.

    In altre parole: di cosa stiamo discutendo?

    L’Alchimia è ermetica, mai incomprensibile.

    Cordialmente,
    Pandora

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    • Pandora, lei mi concede la possibilità di tirare una somma, ringraziare per lo spazio e l’attenzione, ed augurare buon lavoro a tutti.

      Sono inizialmente intervenuto, benchè combattuto, avendo stimato la competenza, la capacità e la dedizione di Captain Nemo, che mi hanno commosso, e sapendo per intelligenza, ragione ed esperienza che lavorando su certi che non sono che presupposti (la questione dell’altro mondo) la meta – se mai ambita – è resa più difficile se non impossibile.

      Comunicare, in questa materia e con questi mezzi, non è un processo formalmente così lineare come la semplicità della cosa vorrebbe richiedere.

      Perciò ho fatto tutto quello che ho creduto per comunicare quello che volevo, sino al punto in cui si è ingenerata l’incomprensibilità.

      E’ stato necessario.

      Ma credo che lei sia in errore quando dice che è ermetica e mai incomprensibile, se questo la porta a non esperire l’incomprensibilità.

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  40. Gentili Signori, vi ringrazio per l’ospitalità.
    Ho letto con attenzione tutti i Vostri colti ed eleganti interventi.
    Permettetemi di esprimere alcuni dei paradossi alchemici, (o alchimici) ai quali cerco di conformare la mia mente.
    Una è la Materia, una è l’operazione, uno il vaso e uno il fuoco.
    E ancora, calcinazione, digestione, distillazione, separazione, abluzione, sublimazione, fissazione, ecc. sono una sola operazione.
    L’operatività la possiamo dividere idealmente nei tre colori o nei sette pianeti, o nelle vie secca ed umida, secondo dello stato della materia.
    L’alto è come il basso, l’energia è come il corporeo.
    In alchimia il modo di operare è fondamentalmente uno, ma si personalizza, si caratterizza secondo la Volontà dell’artefice.
    L’acqua può diventare vapore, cioè spiritualizzarsi, per poi ritornare allo stato liquido e poi ancora corporeo del ghiaccio, depositando in questo ciclo parte delle sue fecce.
    Il lavoro si può compiere prevalentemente con metodi naturali o artificiali, ma il fine è lo stesso.
    Inoltre, alla materia nulla si aggiunge di cose diverse da sé stessa.
    Filosofico è quando il Mercurio ha acquisito carattere universale.
    Vogliate scusarmi per la rozza intrusione e perdonarmi.
    Un cordiale saluto
    Antos

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  41. Caro Antos,

    la base dell’Alchimia non dimentichiamocela però.E’ la Genesi. Perciò è consigliabile prendere in considerazione le cose elementari, semplici, per sfiorare l’Arte Ermetica. Il serpente che si morde la coda è il simbolo, l’Archetipo. Senza questo sogno primordiale, la Via non può esser perseguita.

    Con umiltà
    D.

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