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Il Mistero delle Tre Notule … in onore della Gran Dama, quella Universale.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, June 29, 2020 by Captain NEMO

Ho atteso qualche giorno; volevo rendermi conto se qualcuno avesse voluto dire la sua a proposito del sasso gettato nello stagno – o forse meglio, ‘in piccionaia‘? – da parte di Fra’ Cercone; sto parlando di tre vecchi suoi interventi che, parecchi anni fa, furono offerti al pubblico di un altro palcoscenico. E dopo aver atteso, ho riflettuto, non poco, ma tanto, su quelle parole. San Sebastiano, e le frecce. Il tempo scorre, e tutto sembra essere ripetuto, ma la vita alchemica – la mia, quella di Fra’ Cercone, e di tanti altri (sebbene pochi, in verità; per vari ameni motivi) – ha portato esperienza, scoperte, ipotesi, nuovi prati, prove sperimentali, e progressi; e ricordi. Eppure, ancora oggi, quelle parole suonano sincere, veritiere. Condivisibili.

E allora, dato che qualche cosa ho trovato lungo il mio camminare, dato che viviamo tutti – i pochi – nel medesimo mondo che passa come di consueto tra spine e dolori e abbagli e silenzi e clamori, e triti inganni che avvolgono gli uomini, persino quelli che vestono medaglie e mostrine, scorgo in quelle parole l’opportunità di affiancarmi alle riflessioni proposte da Fra’ Cercone; non soltanto per la fratellanza che mi lega a lui, perenne, luminosa, pura, pulita, sempre onesta, allegra, seria e tanto altro; ma – soprattutto – perchè vengo da terre e lune e montagne e acque – acque – sempre fresche, amorevoli, distaccate – quasi per magia naturale – dal mondo delle piccole manovre, delle illusioni, dei mezzucci da quattro soldi. L’Alchimia porta verità, talvolta scomoda verità, ma pur sempre semplice, limpida verità. Quella ho cercato, e quella continuo a cercare. Non la mia verità, che non esiste. Quanto la freschezza della Gaia Scienza, che ho visto ormai calpestata, e tristemente svilita, dimenticata; quasi fosse un inutile cartoccio di sogni. Cammino, pagando il passaggio dovuto, come è costume, e camminerò sempre in cerca di prati verdi, pieni di uccelli e di aria pura, e limpidi orizzonti, cristallini.

Così, proverò a riproporre quelle note oneste dell’onestissimo Frate Cercone, sol per aiutare i giovani che si avvicinano alla Scienza più dolce e vera e bella che ci sia: Alchimia. Vi sono momenti, nella vita di tutti, in cui è opportuno porsi domande, più che in altri momenti: non per mancar di rispetto, ma per il rispetto che si deve agli inesperti, e per il rispetto di chi sempre attende al Joe’s Bar, su Bellatrix; e altrove.

Allora, ecco il primo intervento:

Cari Cercatori,
E’ triste constatare come onesti e volenterosi cercatori vengano ignobilmente circuiti.
Mi suscita grande amarezza vedere l’Alchimia o, per meglio dire, la Filosofia Naturale ridotta a un immangiabile pappone.
Nel minestrone delle nostre nonne, andavano a finire tutti gli avanzi, ma conditi con tanto amore, l’ingrediente sovrano che miracolosamente rendeva prelibato anche il più umile desco.
Invece qui l’amore manca, il piatto è condito con superbia, prosopopea e sopra tutto, al posto del parmigiano, un’abbondante spolverata di frottole ben tritate.
Rimangono gli avanzi, materiale raccogliticcio qui e là e avariato; il pappone non solo è immangiabile, ma anche tossico, per la salute intellettuale.
Per disintossicarsi, consiglio una buona lettura, come ad esempio l’Enchiridion Physicae Restitutae, del Presidente d’Espagnet, (si trova in rete, gratis et amore Dei). E poi, per gli amanti delle scalate di sesto grado superiore, Voyages en Kaleidoscope, dell’enigmatica, quanto affascinante, madame Irene Hillel Herlanger.
C’è un metodo ancora più segreto, insegnato da Joël Joze: basta captare nelle pupille di ogni essere vivente le immagini di tutte le cose visibili, condensarle, fissarle, comprimerle secondo metodi noti solo a lui, ottenerne, grazie a un procedimento sorprendente e vertiginoso la sintesi chimica; perché queste immagini proiettate sullo schermo appaiano subito in METAFORE-ANIMATE. Joël Joze chiama queste proiezioni così particolari
VIAGGI IN KALEIDOSCOPIO
Trasformate nello stesso apparecchio, per mezzo di misteriosissimi fluidi, di sali e di metalli preziosi, le Visioni si concentrano istantaneamente sotto forma di pastiglie platinate che possono poi servire a un numero illimitato di esperienze.
Così, ciascuno di noi, secondo le sue tendenze, scoprirà il SENSO NASCOSTO di ogni cosa
…. M. Joze pretendeva semplicemente di rigenerare il nostro Pianeta.
(da un post di Paolo Lucarelli, in questo Forum, in data 2 febbraio [Candelora!] 2005)
Fraternamente, FC (fra’ cercone fra’ birbone)“.

E la mia risposta, breve:

“Caro Fra’ Cercone & Fra’ Birbone,

Lei scrive ‘ignobilmente circuiti‘; e – concordando – mi verrebbe da chiedere; ma … qualcuno si chiede mai quale mai possa essere il motivo per cui qualcuno vuolecircuire‘ qualcun altro? … la risposta è facile facile, da non richiedere alcun commento da parte mia. Eppure, il ‘corto-circuito‘ continua, e tutti, ma tutti!, sorridono felici, beati, inebetiti, tanto i circuìti che i circuitanti… “… uh, guarda guarda, guarda qui … ma quant’è bello ‘sto ‘circuito‘ !

Poi: ‘o pappone è indigesto; ora che il Laboratorio mi ha portato pietanze buone e succose e mirabili, non posso che concordare. Manca l’Amor… del tutto; ma da lunga pezza. Pare uscito, nessuno lo ha visto, nessuno nemmeno ne parla. Più. E questo è disdicevole, una vera disgrazia. … Eh va beh!

L’Enchiridion del President di Bordeaux è un capolavoro senza pari, ma tutti lo leggono, e nessuno lo studia: ergo, i suoi fiori non vedono la luce negli animi di quelli che ‘leggono‘; figurarsi i frutti, quelli eterni. Rimasti tutti nel cassetto, pura teoria speculativa e simbolica, come proclamano i grandi dotti che animano i conclavi più o meno altisonanti di alchimia (scritto in minuscolo, et pour cause). Peccato.

Dei Voyages di Madame Hillel-Erlanger si parla sempre, a destra e a manca; per forza, è così exotique che fa eleganza blasée sciorinarne i versi; ma le informazioni in esso così ben incastonate, pur brillanti, non vengono colte; anzi, meglio non parlarne, si dice. Resta talvolta, qualche idiota (sedatelo subito, please! …) che sobbalza, for example, nel ‘leggere‘ del ‘bure‘. Ma un sobbalzo solo di qualche attimo, per carità, non c’è da preoccuparsi (la sedazione è rapida ed efficace; pare addirittura che dia piacevole e remunerativa assuefazione). Poi si torna a sviolinare, e a fare la moina di meravigliosa memoria parte napoletana e parte nopea. Posso sorridere con Lei, Messere, sulle ‘… pastilles platinées qui peuvent ensuite servir à un nombre illimité d’experiences’? Che vorrà dire? Peccato, un altro.”

Ecco ora il secondo intervento:

Caro B.,
A mio parere, Il Mistero delle Cattedrali è stato scritto due volte (almeno), o meglio, è stato scritto e poi riscritto.
Il problema è che le due versioni coesistono in un solo libro. Non solo, ma sono state anche accuratamente frammiste tra loro onde, mentre si parla, -già sotto chiave ovviamente-, di un procedimento, improvvisamente e senza alcuna premessa, viene inserita una frase o qualche parola riguardante un altro procedimento.
E non è tutto. Non bisogna dimenticare infatti che Fulcanelli è maestro nella Lingua degli Uccelli, la quale, basata esclusivamente su assonanze, è intraducibile. E sebbene Paolo Lucarelli di ciò faccia menzione, tuttavia, pur generoso al limite del lecito, e forse talvolta anche un po’ oltre, certamente si guarda bene dall’evidenziare i doppi e i tripli sensi, sparsi un po’ ovunque nel testo.
Permangono gli interrogativi di fondo.
Cosa ha spinto Fulcanelli a riscrivere il libro? Solo dopo aver ultimato il manoscritto si è forse accorto che si poteva far meglio? E si è dunque premurato di inserire nel testo le nuove acquisizioni? Oppure, ritenendo di essere stato troppo esplicito, ha voluto mischiare ulteriormente le carte?
In mancanza di risposta certa, mi astengo dal formulare ulteriori ipotesi.
Cerconescamente tuo, FC“.

Cui segue la mia seconda risposta, sempre breve:

“Caro FC,

Due volte!? … poffarbacco! ….’scritto e poi riscritto‘ !? … ma Lei è sicuro !? … non sarà che si tratta di un mucchio di note scritte da una pattuglia di nostalgici appassionati d’alchimia francese (la freccia indica “Bourges“, la cui Cattedrale – magnifica – non appare nel libro), nel quale solo uno – ancora nell’ombra – era quel genio supremo – vero indagatore, vero innamorato, enorme studioso, spirito scientifico senza pari, straordinario praticante – che scrisse le poche note degne della massima attenzione da parte di chi avesse voluto (uso il congiuntivo all’imperfetto, per un buon motivo) sul serio trovare il semplice bandolo della matassa operativa? La seguo sul ‘riscritto‘, capisco dove vuol andare a parare, perché esiste questa possibilità. Tuttavia, per parte mia, comincia a sorgere il sospetto che possa essere stato eventualmente riscritto fors’anche perché qualcuno del gruppo originario mai aveva capito quale fosse il senso vero e la meta operativa vera della Grande Opera; forse – e lo sussurro, ancora con una decina di dubbi – quel genio ancor sconosciuto ha voluto ‘togliere‘, piuttosto che ‘aggiungere‘, specie dopo i gran balli da Belle Epoque dell’Avenue Montaigne. Chissà … magari si era dispiaciuto di qualcosa? E non parlo di chi è venuto dopo quelli di Bourges, i quali hanno imboccato una strada vecchia, e davvero poco utile alla Antica Bisogna. Solo Paolo Lucarelli, scientifico alchimista di enorme caratura, ha compreso Fulcanelli, e gli altri – che lo osannano – credo non abbiano ben afferrato alcune cosette. Ma, naturalmente, è solo la mia povera opinione, tipo San Sebastiano … ça-va-sans-dire.

Sulla Langue des Oiseaux: a proposito di questa surreale invenzione, affascinante e meravigliosa, si parla di un altro genio fuor-del-suo-tempo, il beffardo ma sapientissimo Grasset d’Orcet, e con ragione. Assieme al Bretonissimo Monnier, che amava, e non poco, quella Langue, anche quel ricchissimo dandy, da me più che stimato, Monsieur Roussel,  era parte del Grand Jeau, sin dall’inizio. Se diamo fede alla nota missiva di Dujols a Roussel, Fulcanelli (che sarebbe Decoeur) richiede indietro la prima stesura dell’opera. Per qual motivo? … non che Roussel sapesse molto d’Alchimia, ma il suo saper giocare – e costruire succose assurdità, ma pertinenti – con parole e frasi è cosa ormai arcinota. Et alors ? …. La Cabala Fonetica appassiona tutti, è il miglior trucco per allontanare gli stolti; ma, concordo con lei, è tutta di lingua Franca; solo un Franco ingegnoso&ingegnere poteva escogitar la trappola a-doppio-effetto: le allodole le mandiamo per fratte, tutte contente per le ghiande e le granaglie, e gli svegli – ma debbono aver GIA’ operato sulla via vera, (e non quella falsa) – li aiutiamo un pochino, a patto che abbiano studiato con profitto l’Antica Scienza! Ripeto: … se l’opera è stata ‘ritirata & riscritta‘, ci deve essere stato un motivo, qualcosa di serio doveva essere successo. E qui … al momento, non possiamo che scrivere: ‘ignoramus‘; il che non toglie il fatto che un motivo – seriodeve esserci stato.”.

E, per finire, il terzo intervento:

“Fulcanelli still baffles me.
Lo dico in inglese, perché il verbo ‘to baffle’ non ha in italiano una traduzione adeguata. Significa allo stesso tempo confondere, causare perplessità, eludere e sconfiggere.
Più (ri)leggo Fulcanelli più aumenta la meraviglia, non tanto perché la sua identità terrena sia sfuggita a generazioni di curiosi che vanamente si sono affannati a darle un nome, quanto perché è riuscito ad eludere anche i suoi più stretti collaboratori. Tranne una, l’affascinante Irene Hillel-Erlanger, di cui poco si dice, perché poco si comprende. Non è curioso, –en passant-, che essa ebbe in sorte di condividere, a quanto è dato sapere, lo stesso fato di Nicolas Valois, soppresso anche lui da un’ostrica? Sotto quale polvere sono finiti Joel Joze col suo straordinario caleidoscopio, Gilly il fedele servitore, Vera e Grace? Giusto merito va qui dato a Archer, che non li ha dimenticati e dal suo bel sito ci rammenta: « Sous le couvert d’une fiction surréaliste, l’Auteur dévoile les plus Hautes Secrets de l’Hermétisme Trascendent. Mais ne les déchiffre pas qui veut…. »
Non avendo la vocazione di San Sebastiano, ho esitato a lungo prima scrivere, ma come sempre confido nella Sua clemenza.
E’ forse peccato di lesa maestà additare ai novizi l’incolmabile distanza che separa le Il Mistero dalle Dimore? O il Maestro dall’allievo, o meglio, dai suoi contemporanei? E’ forse riprovevole avvertire gli esordienti, metterli in guardia e, gettando acqua sulla loro ardente fede, ma cieca, risvegliarli dal torpore che li avvolge?
Fulcanelli appare più interessato al futuro che al presente. Il suo “Or du Temps” resiste, inerte come un seme sotto terra, alle illazioni ventilate a più riprese su di lui, per rinascere ai posteri, più vivo che pria. Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti.
La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.
Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione. Un labirinto dal quale occorrono ben più dei fatidici quaranta dì e quaranta notti per uscirne vivi, come nella canzone: ‘Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott, A San Vittur a ciapaa i bott, dormì de can, pien de malann…’
Il Tempo, come sempre galantuomo, renderà giustizia.
Fulcanelli still baffles me.
Con osservanza, spero, FC“.

Cui segue la mia ultima risposta, pur breve:

“Caro FC,

sul ‘bafling‘ non ho dubbi a crederle, dato che ho letto e (ri)letto Fulcanelli alcune centinaia di volte, sempre restandone ammirato, perplesso e sorpreso, talvolta accigliato. Su Madame Hillel-Erlanger ho già detto qualcosa poco sopra, e le dirò che l’episodio della morte-per-ostrica mi ha sempre fatto sganasciare dalle risate; poi, Valois, … lei crede che qualcuno lo abbia letto nel suo Francese antico? … dico meglio: studiato!? … compreso, almeno un tantino!? …. guardi che Valois era uno dei pochissimisi cinque o sei – in venti e passa secoli – che ha detto il vero, e che ha percorso l’operatività ‘naturale‘, quella semplice, dove la evidente prospettiva della Pierre Philosophale – posta sempre in primo piano – ‘baffles‘ la parata di stolti che ancora oggi credono che il detto ‘Una Res, una Via, Una Dispositione‘ sia una dotta affermazione da retori, piuttosto che da appassionati alchimisti. Mi è capitato di incontrare persone che ancora non si sono rese conto di cosa mai possa essere la ‘Dispositionem‘; come anche quelli – e sono un mucchio – che ancora oggi, al giorno d’oggi, in Italia come altrove, parlano della Pietra Filosofale come della vera meta della Grande Opera!

Ma forse, temo, non sono affatto interessati ad approfondire la Conoscenza dei processi di Madre Natura. Ma non mi dilungherò su questo. Per ora.

Quanto al peccato di lesa maestà: ebbene, ritengo che sia il sottoscritto che Lei verremo – se già non lo siamo stati – accusati di tal gravissimo peccato. Urbi et orbi.

Peccato che una tal maestà non esista sulla faccia della terra, per non parlare di Bellatrix, tanto meno nel Regno dell’Alchimia, dove il Re, un Roi qualsiasi, – a parte quello delle metafore -, non potrebbe mai aversi: c’è solo una Reine, Dame Alchimie. Non uomini, ma Madre Natura. Eppure, ne sono certo: il solo presupporre che si possa parlare con pacatezza di tutte quelle ‘incolmabili distanze‘ che lei amabilmente indica (tutte!) farà alzar sopracciglia a molti, sentiremo molti soffiarsi il naso, molti altri guarderanno con altera sufficienza chi osasse sollevar la lampada su quanto si va dicendo, molti si offenderanno, e spareranno cannonate balanzoniche. E siccome non temo, con Gaia Scota postura, faccio mie le sue parole:

Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti. La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.

Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione.‘.”

Concludo con un’allegra raccomandazione, ai giovani; che spero ancora incontaminati: non credete a nulla, tantomeno a noi, ma piuttosto ponetevi sul cammino della Conoscenza di Madre Natura, e al più presto; con tutta la vostra Force, dotatevi prima di un solidissimo e continuato bagaglio tratto dallo studio tenace della Philosophia Naturalis; poi, solo dopo, procedete a mettere in pratica quanto riterrete di aver appreso; aprite il vostro Laboratorio; poi mettetevi in testa che sarà assolutemente necessario salire – e per lunghissimo tempo –  sul trenino quotidiano che porta dai Libri al Laboratorio, poi dal Laboratorio ai Libri, e di seguito così, ogni santo giorno. Sappiate che il cammino che avete intrapreso sarà lunghissimo (decenni, … eh sì!), e che dovrete necessariamente cambiare la vostra visione della vita, radicalmente e per sempre; in effetti, il Laboratorio lo proverà man mano che proseguirete, le cose non stanno come crediamo. La via è semplicissima, e per questo è difficilissima. Non fatevi raccontar balle, nè dagli uomini, nè dai libretti & libercoli, ma procedete con assoluta tenacia a ri-studiare, tutto. La Philosophia Naturalis è sconosciuta persino a chi dice di ‘fare‘ Alchimia; senza di essa, senza quella LUX, approderete a porti fantasma e alle famose – infauste – lucciole per lanterne. Siate indagatori del finissimo e del più che sottile (che non significa ‘sottigliezza’, bensì per minima, quello del Trevisano, di Philalethe e di Santinelli), ma sbarazzatevi sin dall’inizio di chi vi parla di mistica, speculatività, simbolismo, amiccamenti, scorciatoie, io-ho-capito-tutto-e-ti posso-iniziare, e tutte le amenità inventate per secoli da chi ha tentato – molto spesso con successo –  di impadronirsi dell’Arte per irretire gli ingenui e limitare la vostra libertà di indagine. Siate puri, e Gai, ma … sempre veri, onesti, tenaci. Non mollate, non cedete – mai – al Canto delle Sirene.

Per questo, per mettersi in questo Gioco, occorre Passione, Amore, Fratellanza Antica, Umiltà, Allegria, Coraggio.

L’Alchimia è vera, e porta alle Stelle.

Punto.

Le cri de l’Alcyon, … et du Cygne rôti, s’il vous plaît.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, May 11, 2020 by Captain NEMO

Come l’uccello di cui porto il nome, sono apparso a Nantes al solstizio d’inverno, messaggero che annuncia la calma e la pace ai naviganti lanciati sul mare del mondo. gettando attraverso l’aere il grido perforante ripetuto dagli eco, una delle sue grida che emozionano e che fanno sognare questi uccelli sacri che gli antichi chiamavano lingue e che li consideravano come gli interpreti del cielo.“.

Così si presenta Alcyon, alias Pierre Aristide Monnier: è un Bretone, orgoglioso della sua origine celtica, studioso della tradizione di quella terra singolare, fervente cattolico, Realista legittimista, profondo studioso del greco, dell’ermetismo, di alchimia e dell’opera di Michel de NostreDame. Alcyon viene dal greco ἀλκυών:  l’Alcyon Atthis è proprio il variopinto Martin Pescatore, il Martin Pecheur, l’Eisvögel, il KingFisher. Il Mito ci informa che Alcione era una delle figlie di Eolo, e sposa di Ceice; i due si amavano così tanto che si vezzeggiavano tra loro con il nome di Zeus e Hera, ed Alcione era così bella che veniva spesso scambiata dai pastori per Artemide (la latina Diana); ovviamente Zeus, Hera e Artemide montarono su tutte le furie e – detto fatto – una tempesta marina causò l’annegamento di Ceice, così che la bella Alcione, straziata dalla morte dell’amato sposo, si gettò in mare da una rupe per raggiungerlo: Zeus – mosso da una tardiva pietà – li tramutò così in uccelli dalla livrea magnifica. Il loro nido, però, costruito nei pressi del mare, era continuamente distrutto dalle onde; una seconda mossa pietosa del Re dell’Olimpo placò così il mare per sette giorni prima e sette giorni dopo il solstizio d’inverno, così che le uova degli Alcioni potessero schiudersi: questi quindici giorni vengono ancor oggi ricordati come ‘i giorni d’Alcione‘, giorni di pace e tranquillità. Atthis, inoltre, viene dal greco Ἁκταία, Actæa (meglio conosciuta come Attica) che indica la riva del mare. Troppo poetico? Forse, ma questa ποίησις pare aleggiare anche nel brano del Bretone Monnier.

Con lo stesso spirito, Monnier in un suo scritto indica all’artista che poco prima della morte alchemica dell’aquila e del leone, cioè del combattimento delle due nature, si ode – sottile ma penetrante – un suono, o forse un canto, della materia, che assomiglia a quel grido dell’Alcyon.

D’altro canto, con pari lirismo Canseliet – a proposito di un sifflement – commentò la VI Chiave di Basilio Valentino:

… Cette distillation sèche est attestée par les deux profils flammés et par le vieillard versant l’eau de la mer que rappelle le trident de Neptune, tandis que le cygne, plus discrètement, en marque le détail sonore. Celui-ci constitue la plus sûre indication que l’artiste puisse obtenir de la pratique naturelle et philosophique. C’est ce signe bruyant qui sert de jalon et de point de repère dans la conduite régulière du travail; …. De nouveau, nous solliciterons la décoration du couvent de Cimiez, dans l’une des petites peintures des corridors représentant le bel oiseau, que nous voyons orner, de sa blancheur et de sa majesté, les calmes eaux de nos étangs. Le cygne a toujours été regardé, par les alchimistes, comme un emblème du mercure; il en a la couleur et la mobilité, ainsi que la volatilité proclamée par ses ailes. Au monastère franciscain, la devise latine dégage l’ésotérisme de l’image;

DIVINA SIBI CANIT ET ORBI

Il chante divinement pour soi et pour le monde.

Ce sifflement, qui ne manque pas de surprendre l’opérateur à ses débuts, est nommé le chant du cygne (le signe chantant), parce que le mercure, voué à la mort et à la décomposition, va transmettre son âme au corps interne issu du métal imparfait, inerte et dissous.“.

La versione francese di Canseliet di questa Sesta Chiave, tradotta dal latino (Maier,  nel suo Tripus Aureus del 1618), recita:

L’homme double igné doit se nourrir d’un cygne blanc; ils se détruiront mutuellement et, de nouveau, reviendront a la vie. Et l’air des quatre parties du monde s’emparera des trois quarts de l’homme igné enfermé[1], afin que le chant du cygnes puisse être entendu et, de leur adieu, les tons musicaux exprimés. Alors le Cygne rôti sera le repas du Roi et le Roi igné aimera beaucoup la voix agréable de la Reine, l’embrassera de son grand amour et se rassasiera d’elle jusqu’à ce qu’ils disparaissent tous deux et se fondent ensemble en un corps.“.

Per completezza, riporto il Latino della versione di Maier:

In Italia, l’edizione di Canseliet è stata tradotta da Paolo Lucarelli per le Edizioni Mediterranee.

Curiosamente, in Araldica il Cigno, quando è rappresentato su un nido flottante, viene spesso chiamato Alcione.

Ed a proposito del ‘candido cygno‘, di questo Mercurio che – nelle parole del Maître di Savignies – muore e si decompone, per ‘trasmettere la sua anima al corpo interno generato dal metallo imperfetto, inerte e dissolto‘, val la pena di notare che Paolo Lucarelli ha tradotto il termine ‘issu‘ con ‘generato‘, quando la traduzione più semplice e comune è ‘uscito‘. Questo mercurio-cigno, che canta la propria morte nel ‘trasmettere‘ la sua anima al corpo interno generato dal metallo imperfetto – poco prima del Matrimonio del Re e della Regina – è di un colore evidentemente bianchissimo; ecco come Bernardo Trevisano lo descrive al termine di una serie di sublimazioni, in un procedimento da lui chiamato ‘Primo Grado‘ [come sempre, occorre prudenza nel mettere in corrispondenza i passi di diversi autori, di diverse epoche; e riflessione]:

Ti dico dunque, chiamando Dio come testimone di questa Verità, che questo Mercurio – essendo stato sublimato – è apparso Vestito di una bianchezza così grande, come quella della neve delle alte Montagne, sotto uno splendore sottilissimo e cristallino, dal quale usciva, all’apertura del Vaso, un odore così dolce che non se ne trova di simile in questo Mondo. Ed io, che ti parlo, so che questa meravigliosa bianchezza è apparsa ai miei occhi; che ho toccato con le mani questa sottile cristallinità, e che ho sentito questa meravigliosa dolcezza con il mio olfatto, della quale piansi di gioia, stupefatto di una cosa così mirabile.“.

[da: La Parole Délaissée, in Œuvre Chymique de Bernard le Trevisan- Trédaniel, p. 86]

Canseliet  – forse? – non conosceva l’esistenza e/o l’opera di Monnier, ma di certo la materia ‘canta‘ durante alcuni procedimenti per così dire ‘classici’ dei lavori alchemici. En passant, a proposito del Cigno, ne Les Demeures Philosophales (vide il capitolo Grimoire du Chateau de Dampierre, Serie 7, Cassone 5) Fulcanelli indica che il bianco uccello, trafitto al collo da una freccia, possiede le qualità del ‘mercure initial‘, o ‘notre eau dissolvante‘; nel merito, l’Adepto francese espone il proprio punto di vista sul poco conosciuto enigma dello ‘zolfo doppio‘.

Dato che Le Dimore Filosofali peccano di una traduzione spesso distratta se non imprecisa, riporto il passo con la mia personale traduzione:

“Cassone 5 – Un cigno, maestosamente posato sull’acqua calma di uno stagno, ha il collo attraversato da una freccia. Ed è il suo ultimo lamento che ci viene riportato dall’epigrafe di questo piccolo soggetto graziosamente eseguito:

.PROPRIIS.PEREO.PENNIS.

Muoio per mezzo delle mie proprie penne. L’uccello, in effetti, fornisce una delle materie dell’arma che servirà ad ucciderlo; l’impennaggio della freccia, che ne assicura la direzione, la rende precisa, e dato che le piume del cigno svolgono questa funzione, contribuiscono così a perderlo. Questo magnifico uccello, le cui ali sono emblematiche della volatilità, e la cui nivea bianchezza è l’espressione della purezza, possiede le due qualità essenziali del mercurio iniziale o della nostra acqua dissolvente. Sappiamo che deve essere vinto dallo zolfo – uscito dalla sua sostanza e che lui stesso ha generato, – al fine di ottenere dopo la sua morte quel mercurio filosofico, in parte fisso e in parte volatile, che la susseguente maturazione eleverà al grado di perfezione del grande Elixir. Tutti gli autori insegnano che si deve uccidere il vivo se si desidera resuscitare il morto; è il motivo per cui il buon artista non esiterà a sacrificare l’uccello di Hermès, ed a provocare la mutazione delle sue proprietà mercuriali in qualità solforose, poiché ogni trasformazione resta sottomessa alla preventiva decomposizione e non può realizzarsi senza di essa.

Basilio Valentino assicura che ‘si deve dar da mangiare un cigno bianco all’uomo doppio igneo’, e, aggiunge, ‘il cigno arrostito sarà per la tavola del re‘. Nessun filosofo, a nostra conoscenza, ha sollevato il velo che ricopre questo mistero e ci chiediamo se è opportuno commentare parole così significative. Tuttavia, ricordandoci dei lunghi anni durante i quali abbiamo noi stessi sostato davanti a questa porta, riteniamo che sarebbe caritatevole aiutare il lavorante, arrivato sin qui, a varcarne la soglia. Tendiamo dunque una mano soccorrevole e scopriamo, nei limiti permessi, quel che i più grandi maestri hanno ritenuto prudente mantenere riservato.

É evidente che Basilio Valentino, nell’impiegare l’espressione uomo doppio igneo, intende parlare di un principio secondo, risultante da una combinazione di due agenti di complessione calda e ardente, aventi, di conseguenza, la natura degli zolfi metallici. Per cui si può concludere che, sotto la denominazione semplice di zolfo, gli Adepti, ad un momento dato del lavoro, concepiscono due corpi combinati, dalla proprietà simili ma di specificità differente, presi convenzionalmente per uno solo. Ciò posto, quali saranno le sostanza capaci di cedere questi due prodotti? Una tal domanda non ha mai ricevuto risposta. Tuttavia, se si considera che i metalli hanno i loro rappresentanti emblematici raffigurati da delle divinità mitologiche, sia maschili, che femminili; che traggono quelle particolari corrispondenze dalle qualità solfuree sperimentalmente riconosciute, il simbolismo e la favola saranno in grado di gettare qualche chiarezza su queste cose oscure.

Tutti sanno che il ferro e il piombo sono posti sotto la dominazione di Arès e Chronos, e che ricevono le rispettive influenze planetarie di Marte e Saturno; lo stagno e l’oro, sottomessi a Zeus e Apollo, sposano le vicissitudini di Giove e del Sole. Ma perché Aphrodite e Artemide dominano il rame e l’argento, soggetti di Venere e della Luna? Perché il mercurio è debitore della sua complessione al messaggero dell’Olimpo, il dio Hermés, sebbene sia sprovvisto di zolfo e adempia alle funzioni riservate alle femmine chimico-ermetiche? Dobbiamo accettare queste funzioni come veritiere, e non ci sarebbe[2], nella ripartizione delle divinità metalliche e delle loro corrispondenza astrali, una confusione voluta, premeditata? Se fossimo interrogati su questo punto, risponderemmo affermativamente senza esitare. L’esperienza dimostra, in modo certo, che l’argento possiede uno zolfo magnifico, altrettanto puro e splendente di quello dell’oro, senza averne, tuttavia, la fissità. Il piombo fornisce un prodotto mediocre, di colore quasi uguale, ma poco stabile e assai impuro. Lo zolfo dello stagno, netto e brillante, è bianco e farebbe mettere questo metallo piuttosto sotto la protezione di una dea che sotto l’autorità di un dio. Il ferro, per contro, ha molto zolfo fisso, di un rosso scuro, opaco, immondo e così difettoso che, malgrado la sua qualità refrattaria, non si saprebbe proprio per che cosa utilizzarlo. E tuttavia, eccettuato l’oro, si cercherebbe invano, negli altri metalli, un mercurio più luminoso, più penetrante e più maneggevole. Quanto allo zolfo del rame, Basilio Valentino ce lo descrive molto esattamente nel primo libro delle sue Douze Clefs[3]: ‘La lasciva Venere, dice, è ben colorata, e tutto il suo corpo non è quasi che tintura e colore simile a quella del Sole la quale, a causa della sua abbondanza, tende grandemente al rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso e malato, la tintura fissa non può dimorarvi, e, morendo il corpo, la tintura perisce con esso, a meno che essa non sia accompagnata da un corpo fisso, dove possa stabilire il suo posto e dimora in modo stabile e permanente.’.

Se si è ben compreso quel che vuole insegnare il celebre Adepto, e se si esaminano con cura i rapporti esistenti tra gli zolfi metallici ed i loro simboli rispettivi, non sarà difficile ristabilire l’ordine esoterico conforme al lavoro. L’enigma si lascerà decifrare ed il problema dello zolfo doppio sarà facilmente risolto.“.

Così, gira che ti rigira, il lettore accorto – ma anche il ‘lavorante’, ancor più accorto – dovrà ben riflettere su questa bizzarra vicenda del Cigno arrostito che dovrà essere servito alla tavola del Re: se l’identità del Cigno è manifesta, la questione del ‘doppio uomo igneo‘ (lo ‘zolfo doppio‘) apparirebbe risolta; eppure … eppure … eppure … si può davvero esser certi che Monnier, Canseliet e Fulcanelli non abbiano forse conservato una puntina di sana invidia?

Lo potremo valutar meglio – forse – in una prossima puntata!

Note:

[1] Nota di Canseliet: “… tres quartas ignei viri inclusi occupabit … Variante: … occupera les trois quarts du receptacle fermé de l’homme igné …“.

[2] La frase è interrogativa-dubitativa, e dunque in italiano si potrebbe meglio esprimere come ‘…, e non ci sarebbe forse…‘.

[3] [NdA] Les Douze Clefs de la Philosophie. Texte corrigé sur l’édition de Francfort; Editions de Minuit, 1956, p.86.

Un manoscritto inedito di Francesco Pannaria

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , on Sunday, April 26, 2020 by Captain NEMO

Claudio Cardella ha pubblicato su Lulu la trascrizione di un interessantissimo manoscritto, inedito,  di Francesco Pannaria:Aspetti e Scambi della Materia o Energia“; scritto attorno al 1944, è un lungo lavoro di studio che delinea il metodo con cui “Pan” elaborava la propria indagine al confine tra la Manifestazione e l’Immanifesto; si tratta senza dubbio di uno studio complesso, ma affascinante, e che porta in primo piano una “qualità umana” che ogni innamorato della Natura dovrebbe coltivare, sviluppare ed usare ogni volta che affronta quella sottile zona di cerniera tra il Creato e l’Increato. Qualità che è – senza dubbio alcuno – alla base della Queste alchemica vera; non si tratta di un intellettualismo banale da salotto, bensì di una condizione essenziale per chi si occupa di studiare – praticando – i fenomeni di trasformazione/trasmutazione della Materia. Perché Madre Natura una “è”, ed opera sempre allo stesso modo, tanto nel laboratorio alchemico che nella creazione di Universi. La magnificenza con cui Natura crea Materia, e la ‘muove‘ lungo il corso del proprio divenire è l’oggetto ed il soggetto dell’Alchimia.

A questo proposito, ecco l’Incipit della brillante Introduzione del Curatore:

Eugène Canseliet, con intuizione felice e profonda, definì l’Alchimia, metafisica sperimentale. Metafisica: la branca della filosofia che prende in esame la natura fondamentale della realtà, inclusa la relazione tra mente e materia, tra sostanza e attributo, tra potenza e atto. La parola “metafisica” proviene da due parole greche che, insieme, significano letteralmente “dopo o dietro o tra [lo studio della] natura”.1 Ogni alchimista può confermare le parole di Canseliet, perché in laboratorio vede accadere cose che la fisica pura e semplice, -imparata prima sui banchi di scuola poi su quelli dell’università- non è in grado di spiegare. Ma lui è stato il primo a dirlo con tanta chiarezza. La fisica pura e semplice, dicevamo: per intenderci quella che non si pone troppe domande e si accontenta di descrivere i fatti perlopiù con linguaggio matematico, dove s’anestetizzano le contraddizioni per non turbare eccessivamente i sonni degli studiosi e degli studenti. D’altro canto, perché mai dovrebbe essere coerente con i propri assunti una scienza che non è intesa a capire, ma ad usare le risorse della natura? Per sfruttare le risorse della natura non solo non serve la coerenza, ma anzi è dannosa, perché la coerenza, il sano ragionamento, ci ricondurrebbero inevitabilmente a riconoscere che le nostre scelte e il nostro fare non si limita a far danni, ma soprattutto è suicida, o meglio è dannoso perché nefasto (da fas = lecito e nefas = illecito). Per fortuna non tutti quelli che si sono occupati di fisica l’hanno sempre pensata così: alcuni, pochi invero, non hanno dimenticato che la parola Fisica proviene dal greco Physis, Natura e si occupa delle proprietà, dei cambiamenti, delle interazioni della materia e dell’energia. Ed è solo una parte della filosofia naturale: accanto a essa vi è la metafisica che studia le nozioni fondamentali con cui intendiamo il mondo: l’esistenza dei corpi, lo spazio e il tempo, il rapporto tra causa ed effetto. Dunque una Fisica (con la maiuscola stavolta) rettamente intesa assume essa stessa il ruolo di sperimentare la metafisica, si fa metafisica sperimentale, e diventa Alchimia, proprio come affermava Canseliet: senza dimenticare che un grande Alchimista, Jean d’Espagnet (1564–c.1637), fu anche l’autore di un pregevole Manuale di Fisica Reintegrata2, che ogni apprendista e ogni operatore di laboratorio dovrebbe leggere e attentamente meditare. Il miracolo, il meraviglioso, l’inesplicabile, sono fatti della nostra esperienza fisica e sensibile, altrimenti non potremmo percepirli, anche quando non siamo in grado di darne una giustificazione logica; d’altronde il nesso causale, quale che sia, non appartiene al mondo fisico, ma al retroscena fisico del mondo fisico, onde padre Dante ammonisce: state contenti, umana gente al quia3. Prima di sperimentare, sarebbe opportuno sapere con cosa si ha a che fare e, -per usare le parole del Trevisano-, conoscere e indagare le cose secondo le cause, perché l’esperimento è ingannevole se non preceduto dalla comprensione; ma non è sempre possibile e, nel migliore dei casi mai completamente, come ben sanno tutti gli sperimentatori onesti, ovvero quei pochi che riescono a trattenersi (a stento, dobbiamo confessare) dal mettere un dito sulla bilancia per far tornare i conti.

2 Jean d’Espagnet, Enchiridion Physicae Restitutae, Parisiis, 1623.

3 La Divina Commedia, Bologna 1826, con brevi note di Paolo Costa. Purgatorio III, v. 37, p. 24. Ecco il commento del dotto chiosatore al versetto citato: “Secondo Aristotele la dimostrazione è di due sorta: l’una è detta propter quod, ed è quando dimostrasi a priori, cioè quando gli effetti si deducono dalle cagioni: l’altra è detta quia, ed a posteriori, ed è quando le cagioni dimostransi dagli effetti. Intendi dunque: siate contenti, o uomini, al quia, cioè a quelle dimostrazioni che si possono ricavare dagli effetti, pei quali si viene in cognizione delle cagioni loro, e non presumete d’intendere più in là di quello che i fatti vi mostrano.” “.

Il libro è acquistabile su Lulu, qui.

Primavera 2020 – Æquinoctium

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , on Saturday, March 21, 2020 by Captain NEMO

Sol – in perfetta noncuranza – marca il segno dell’Æquilibrium tra Dies e Nox. Tutto cambia, ma il Ritmo rimane sereno, scandito dai cicli provvidi di Madre Natura.

Per Terra, è arrivato il periodo del Primum Vere: ‘… tutti giù per terra …’. Ah, la meraviglia del Girotondo!

Gli alchimisti sono coloro che studiano dappresso Madre Natura, più dappresso di molti altri, e si preparano a rimetter le mani in pasta nei loro solitari Laboratori: è il momento della discesa, dell’attrazione e della corporificazione dello Spirito Universale, vero messaggero di ogni Universo.

Antonio Vivaldi ha scritto forse il pezzo più famoso sulla Primavera, e sono contento di riproporlo nell’interpretazione di Nigel Kennedy, un allegro pazzerellone britannico:

Ma anche in un’altra interpretazione, più classica, da parte di Itzhak Perlman:

 

La Primavera di Vivaldi fa parte dell’opera Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione (composta da 12 concerti).

Il Sonetto che accompagna la musica fu composto – forse – da Vivaldi stesso; eccolo:

Allegro
Giunt’ è la Primavera e festosetti
La Salutan gl’ Augei con lieto canto,
E i fonti allo Spirar de’ Zeffiretti
Con dolce mormorio Scorrono intanto:
Vengon’ coprendo l’aer di nero amanto
E Lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
Indi tacendo questi, gl’ Augelletti
Tornan di nuovo al lor canoro incanto:
Largo
E quindi sul fiorito ameno prato
Al caro mormorio di fronde e piante
Dorme ‘l Caprar col fido can’ à lato.
Allegro

Di pastoral Zampogna al suon festante

Danzan Ninfe e Pastor nel tetto amato

Di primavera all’apparir brillante.

Amabili coincidenze, allegre, gioiose: in questi nostri tempi, così stretti, ma che dovrebbero permettere maggior meditazione, e condurre pian piano all’incanto, non mi resta che augurare a tutti

… una gioiosa e proficua Primavera!

Nantes, βαφη à Bourges … puis Paris – 1

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Sunday, January 12, 2020 by Captain NEMO

De toutes choses materielles il se fait de la cendre, de la cendre on fait du sel, du sel on sépare l’eau et le mercure,, du mercure on compose un elixir ou une quintessence.“.

Da ogni cosa materiale si fa della cenere, dalla cenere si fa un sale, dal sale si separa l’acqua ed il mercurio, dal mercurio si fa un elisir o una quintessenza.”.

La semplicità dell’Opera scatena l’analisi logica – e la logica stessa – degli uomini che sono certi di tutto saper … eppure, direbbe qualcuno, scendere al livello della simplicitas dei bimbi è l’unica cosa che ci sarebbe da fare quando si cerca; ma resta la più difficile delle imprese da parte di chi affronta la Queste nel laboratorio alchemico, tentando di seguire le orme – e le impronte, che non sono orme – di Madre Natura. La logica, la mente, l’ascia della sua stessa ragione si abbatte sullo spirito dell’artista, preso com’è nella rete dell’inganno, della stolidità, e della fame di potere e controllo. Non v’è scampo per l’artista, che sia novizio e persino Magister Ludi: si segue il proprio indice, e non più Luna e la sua Lux, riflessa. Poco male, se non fosse che il giovane innocente, che fosse attratto per destino dalla Via del Bosco incantato, incontrerà non soltanto il rassicurante simulacro di sé stesso, ma addirittura le statue di sale di chi prima di lui ha ceduto il lignaggio per il solito piattino di lenticchie. Certo ammantate di mille ammiccamenti, offerte sul ritual piatto, confidate sotto un portico fidato, e varie amenità; inebrianti seduzioni, ma sempre lenticchie sono.

Il discrimine tra chi cerca e chi dice di cercare è solo uno, da che mondo è mondo: Amor e Conoscenza. In una delle narrazioni sulla genesi della specie umana, si narra che “…ed essi stabilirono il senso dell’uomo: e lo chiamarono Amore e Equità“. Ed è proprio per questa origine probabilmente diversa, non della nostra stessa specie, che noi tutti recitiamo sia amore che equità: ‘essi’ lo stabilirono, e gli uomini ‘stabiliti’, pare si siano un tantino de-stabilizzati… Il libero arbitrio è by definiton libero ed al contempo arbitrio. O no?

Conoscere non è mai facile, perché richiede il continuo abbandono delle proprie certezze, delle proprie convinzioni, siano esse profane o sacrali. Tanto più lungo la Via dell’Alchimia. Tutto deve esser gettato via quando si cammina verso Conoscenza con il solo scopo di Contemplarla. Il compito dell’alchimista – ovemai volesse ritrovar la via di Casa – è dunque sovrumano, perché troppo male siam fatti per scoprire e cogliere la simplicitas di Madre Natura all’opera.

La frase di cui sopra racchiude in sè l’indicazione per la direzione lungo la quale progredisce il mutamento della Materia nel Laboratorio alchemico: la frase è come sempre priva dei dettagli, che l’artista innamorato dovrà tentare di ritrovare nel suo Animus o in qualche raro libro scritto talvolta in Latino o Francese o Inglese (meglio: Old English), sia quando studia di giorno, sia quando lavora di notte. La Luna è una severa Maestra.

Quella frase sta scritta in un libricino stampato nel 1871, ed è l’incipit del capitolo Matière du Grand Oeuvre, alla pagina 119; è intitolato Clef des oeuvres de Saint Jean et de Michel de Nostredame, e l’autore è M.A. de Nantes, vale a dire Pierre Aristide Monnier, aliasAlcyon; di quest’uomo singolare ho già avuto modo di parlare qui; si tratta di una vicenda piuttosto complessa, un tantino scomoda per l’Académie alchimique, e ben poco conosciuta, ma ricca di profondità. Oltre alla parte storica (sorprendente), quella alchemica merita più attenzione, a mio avviso, di quanto si creda.

Continuando:

Le corps se met en cendres pour être nettoyé de ses parties combustibles, en sel pour être séparé de ses terrestréités, en eau pour pourrir et se putréfier, et en esprit pour devenit quintessence. Les sels sont donc les clefs de l’art et de la nature; il n’y a proprement qu’un sel de nature qui se divise en trois: le nitre, le tartre et le vitriol. De ces sels et de leurs vapeurs se fait le mercure que les anciens ont appelé semence minérale.”.

Il corpo si riduce in cenere per essere pulito delle sue parti combustibili, in sale per essere separato delle sue terrestrità, in acqua per marcire e putrefarsi, e in spirito per divenire quintessenza. I sali sono dunque le chiavi dell’arte e della natura: non vi è propriamente che un sale di natura, che si divide in tre: il nitro, il tartato e il vetriolo. Da questi sali e dai loro vapori nasce il mercurio che gli antichi hanno chiamato semenza minerale.”.

Il Bretone arguto non potrebbe essere più chiaro, tanto è Scientiatus (mi si passi il termine), e continua:

La materia prima è chiamata comunemente  zolfo e argento vivo. Raimondo Lullo li chiama i due estremi della pietra e di tutti i metalli. Altri dicono in generale che il sole è suo padre e la luna sua madre; che è maschio e femmina, che è composta di quattro, di tre, di due e di uno, e tutto questo per nasconderla. É certo che non v’è che un solo principio in tutta la natura, e che appartiene alla pietra come ad altre cose. Non v’è inoltre che un solo spirito fisso composto da un fuoco molto puro e incombustibile che ha dimora nell’umido radicale dei misti. É più perfetto nell’oro che in altre cose, e soltanto il mercurio filosofico ha la proprietà e la virtù di estrarlo dalla sua prigione, di corromperlo e di disporlo alla generazione. L’argento vivo è il principio di volatilità, della malleibilità e della mineralità, lo spirito fisso dell’oro non può nulla senza di esso. L’oro è umettato, reincrudato, volatilizzato e sottomesso alla putrefazione per opera del mercurio, e quest’ultimo viene digerito, cotto, inspessito, disseccato e fissato per opera dell’oro filosofico, che lo rende tramite ciò una tintura metallica.

L’uno e l’altro sono il mercurio e lo zolfo filosofico. Ma non è sufficiente che si faccia entrare nell’opera uno zolfo metallico come lievito; ne occorre anche uno come semenza di natura solforosa, per unirsi alla semenza di sostanza mercuriale. Questo zolfo e questo mercurio sono stati saggiamente rappresentati dagli antichi con due serpenti, uno maschio ed uno femmina, avvolti attorno alla verga d’oro di Mercurio. La verga d’oro è lo spirito fisso dove debbono essere fissati.

Questo zolfo è l’anima del corpo ed il principio dell’esuberanza della loro tintura; il mercurio volgare ne è privo, l’oro e l’argento non ne hanno che per sé stessi. Il mercurio proprio all’opera deve dunque per prima cosa essere impregnato di uno zolfo invisibile, affinché sia più disposto a ricevere la tintura visibile dei corpi perfetti e che possa in seguito comunicarla con usura.”.

Come sempre, il ‘vecchio‘ ed il ‘nuovo‘ vanno apprezzati cum Prudentia:

Tondo di Andrea della Robbia

Prudence è una delle quattro Gardes dei Duchi di Bretagna, di cui supra; e che assieme ad essa la Force scorra, sempre …. libera dai noiosi e inutili pregiudizi!

to be continued

Eugène Canseliet / Un hommage …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , on Thursday, January 2, 2020 by Captain NEMO

Ho pensato di offrire – in segno d’augurio – tre piccole interviste a Canseliet; sono sul Web da tempo, e le ho tradotte rapidamente per chi fosse interessato:

  1. Serge Hutin intervista Canseliet nel suo laboratorio, a Savignies, nel 1964, qui;
  2. Gilles Lapouge presenta un’intervista a Canseliet girata a casa sua, a Savignies, nel 1974, qui;
  3. Nicole Brisse intervista Canseliet sui colori delle Vetrate delle Cattedrali medioevali, nel 1980, qui.

Come per l’intervista più famosa, quella del 1978 per Radioscopie con Jacques Chancel, le ho poste in archivio nella Sezione ‘Pages‘ qui a destra.

Tutti coloro che in questi tempi si sono avvicinati all’Alchimia, hanno sicuramente letto i suoi libri ed i suoi numerosi articoli; al di là della solita ridda d’opinioni sul ‘più vecchio studente di Francia‘ abbiamo – tutti – un dolce debito con lui. E sono contento di dedicargli il primo post di questo 2020.

Auguri, a tutti!

Notre Dame de Paris: Fulcanelli e la Cattedrale

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , on Tuesday, April 16, 2019 by Captain NEMO

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La più forte impressione della nostra prima giovinezza – avevamo sette anni – quella di cui conserviamo ancora un vivo ricordo, fu l’emozione che provocò nel nostro animo di bambino la vista di una cattedrale gotica. Ne fummo subito sopraffatti, estasiati, colmi d’ammirazione, incapaci di sottrarci al fascino del meraviglioso, alla magia dello splendido, dell’immenso, del vertiginoso, che sprigionava quest’opera più divina che umana.
Da allora la visione si è trasformata, l’emozione resta. Se l’abitudine ha mutato il turbamento improvviso del primo incontro, non abbiamo mai potuto liberarci da una specie d’incanto di fronte a quei bei libri di immagini innalzati sui nostri sagrati, che estendono sino al cielo le loro pagine scolpite nella pietra.

In quale lingua, in che modo potremmo esprimere la nostra ammirazione, testimoniare la nostra riconoscenza, i sentimenti di gratitudine di cui il nostro cuore è colmo per tutto ciò che ci hanno insegnato ad apprezzare, a riconoscere, a scoprire, questi capolavori muti, questi maestri senza parole e senza voce? …

“… Se il raccoglimento sotto la luce spettrale e policroma delle alte vetrate, e il silenzio, invitano alla preghiera e predispongono alla meditazione, d’altra parte l’apparato, la struttura, l’ornamentazione emanano e riflettono, nella loro straordinaria potenza sensazioni meno edificanti, uno spirito più laico e, ammettiamolo, quasi pagano.
Vi si possono distinguere, oltre all’ardente ispirazione nata da una fede robusta, le mille preoccupazioni della grande anima popolare, l’affermazione della sua coscienza, della sua volontà, l’immagine del suo pensiero, complesso, astratto, essenziale, sovrano.

[Fulcanelli, Il Mistero delle Cattedrali – Ed. Mediterranee, Roma – 2005, p. 59-60]

La ‘Stryge’

Notre Dame de Paris : un’inconsolabile tristezza …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , on Monday, April 15, 2019 by Captain NEMO

Equinozio – Primavera 2019

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , on Wednesday, March 20, 2019 by Captain NEMO

Quest’anno abbiamo una Luna magica: non accadeva dal 1905 la corrispondenza tra Luna Piena e l’Equinozio di Primavera, e non riaccadrà prima del 2144!

L’alchimista non potrà che accogliere con allegria questa sincronicity: che i Foux, dunque, si apprestino a coccolare i loro Feux, con Amore, Gioia e Passione!

Buona Primavera, a tutti!

Veritas & Scientia

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Wednesday, December 5, 2018 by Captain NEMO

Anche se il mondo attraversa uno dei tanti momenti di estrema incertezza e follia, capita di trovare pepite dimenticate in qualche frattura dell’asfalto che livella – e cancella – il profumo della terra e della vita: la lettura da parte di un grande attore di un brano tratto da un libro in uscita – qui – è un piccolo momento prezioso, per tutti utile all’emozione, ed alla riflessione. Riporto così quel brano di un dialogo magnifico tra Lucrezio e Seneca, l’Epicureo e lo Stoico, proposto da Ivano Dionigi, ex Rettore dell’Alma Mater di Bologna:

Lucrezio: “Io non ti rimprovero la mancanza di coerenza e virtù, ma di lucidità e conoscenza. Filosofia e Virtù non vanno insieme. Non si è morali o immorali ma consapevoli o ignoranti; la miseria non è etica ma intellettuale, e l’impotenza non è della volontà ma della ragione. A me interessa capire, non credere.“.

Seneca: “Non quello che siamo, ma quello che possiamo e vogliamo essere: questo mi è stato sempre a cuore. Tu, Lucrezio, fissi e pietrifichi utto: ma il sapere non è un algoritmo, è un dialogo dell’anima con se stessa; l’uomo non è un cristallo e la verità non è una conquista definitiva. Io cerco la verità e la cerco ostinatamente. Essa, la verità, è amica e alleata del futuro, perché ha sempre da essere, e ognuno dovrà cercarla da solo, senza interposta persona: non bisogna giurare sulla parola di nessun maestro. Io non mi sono reso schiavo di nessuno, non porto il nome di nessun filosofo: ho grande fiducia nel giudizio degli uomini insigni, ma rivendico qualche diritto anche al mio pensiero. Anche i grandi infatti ci lasciarono non verità scoperte, ma verità da scoprire; e dopo di noi altri scopriranno cose a noi sconosciute.

La mia pietas non è quella dell’universo, ma quella dell’uomo; una sorta di misericordia che non conosce dogmi, pregiudizi, schieramenti. A me interessa conoscere non per piacere o per scommessa, ma per imparare a vivere e a morire; prima che ammirare il cielo stellato, la filosofia giova a porre rimedio alla vita e a risollevarsi dai fallimenti. A prendersi cura di sé. …“.

Conciliare le due visoni è naturalmente impossibile, ed ognuno sceglierà la sponda del fiume che più gli sarà congeniale; l’importante, forse, è non dimenticare che il fiume scorre, al di là delle parole, le temperie, dei due amici-nemici.

Ed in tempi di preparazione per la nuova stagione dei lavori, anche l’alchimista innamorato potrà, o piuttosto dovrà, confrontarsi con le domande che sorgono dalle acque del fiume; verità e conoscenza, due facce dell’identica medaglia offertaci dal seguire le orme di Madre Natura. Qualunque fosse la risposta, sarà lo sporcarsi le mani e l’osservazione attenta della Creazione nel crogiolo incandescente che potrà fornire soluzione all’impossibile confronto. Magari sorridendo alle … legende !

Nuremberg. Silver medal, no year (ca. 1700), die cut by Philipp Heinrich Müller, from the Friedrich Kleinert medal mint. Luna-Diana over Mercury, lying on the burning stake. Rev. Winged Saturn chains fleeing Mercury with vine, between them Jupiter, sitting on an eagle and holding a torch.

 

 

Riflessioni Lunatiche

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , on Wednesday, April 4, 2018 by Captain NEMO

Ogni volta che entro in Laboratorio sto bene, per quanto Locus Terribilis est iste. L’alchimista operoso ritrova la pace del silenzio, e si abbandona – finalmente – al poter domandare e rispondere non più ad un essere umano, ma ad esseri di natura silente, come i minerali. Stupiti? .. Non serve a nulla lo stupore: ogni minerale continuerà a vivere serenamente, con o senza lo stupore nostro. Ma dicevo dell’alchimista, nel suo privato luogo di studio e pratica: egli domanda ed interloquisce con Madre Natura, in un colloquio intimo, ma profondissimo, continuato, animato. Sempre più sorprendente, a dispetto della consuetudine serale. La Pace è con l’alchimista che segue Natura. Non v’è altro. Osserva, attento, il succedersi delle ‘comunicazioni’, delle informazioni che ‘in-formano’ la Materia in evoluzione. Ogni volta, ogni istante, ogni notte, incontra Luna e le sue meraviglie. Si dice che la Force sia una forma romantica propria del raccontar fiabe, si dice che il meraviglioso resti racchiuso nella scatola delle chimere, delle quali abbiamo bisogno per crederci ‘viventi’, acculturati, credenti, sapienti. Eppure la Force è proprio ciò che permette e spinge la Vita, ogni vita; siamo abituati ad elucubrare, secondo arguzia e fine dialettica, su ogni minuzia che la mente apparecchia per affermare il proprio dominio sul ‘come-stanno-le-cose’. Si dicono molte cose sul meraviglioso. Ma pochi, persino tra chi si occupa manualmente di Alchimia, si rendono conto che l’Opera è all’opera, sempre, in ogni vivente. Meraviglia non è un sogno, ma, semplicemente, una ‘cosa-da-guardare’: mirabile. Basta guardare per vibrare, letteralmente e persino fisicamente, come sta scritto nei libri antichi della Philosophia; i quali non sono quisquilie intellettuali, ma veri ‘manuali’. Noi elaboriamo sovrastrutture del tutto inutili, e poi protestiamo perché non comprendiamo. Mirare, ammirare, per fare. Invece, protestiamo, contestiamo, ci ergiamo. E stabiliamo. Eppure, è tutto già qui, tutto già lì, tutto, da sempre. In Opera. Luna attrae e Force scorre, potente. Se Luna piena è sintomo di massima forza, dovremo aumentare o diminuire i fuochi? Se Luna cala, perché mai non tenerne conto anche quando volessimo porger acqua ad un fiore che chiudesse quelle notte la corolla? La corolla, non assomiglia forse alla corona di un Re o di una Regina, piccoli o grandi che essi siano? Se un sasso, o ciò che ‘noi’ crediamo solo un sasso, ‘sente’ Luna e muta nel proprio divenire, e si sposta lungo l’asse del proprio luogo e del proprio tempo (non i nostri, ça-va-sans-dire), perché in armonia di fase con la frequenza del battito lento Lunare; se esso sasso ‘sente’ e muta, e si orienta e si occidenta, e mostra nuovo colore, se tutto “si” cangia senza parole e senza pensare, senza mente; se Madre Natura guida serena il cammino di ogni cosa vivente, incurante del nostro abbaiar sentenze dotte o dogmi ingannevoli o lamentazoni infinite … ebbene, perché mai continuiamo a sostenere che  – per esempio – Luna non induca mutamenti concreti anche in noi esseri umani? … mutamenti che non assecondiamo, né seguiamo più? … il ‘fiatar’ “…AMO!” (viene da quel ‘Fiat’ !!) in Luna che sale non avrà un grado ed una direzione specifica differenti (funzionalmente!) se Luna scende? L’andar su e l’andar giù, un alto e un basso, il battere, il periodo: definizione di un circuito, di un percorso, mirabile. Il periodo è alla base di ogni frequenza, alla base di ogni ciclo, di ogni circolo, di ogni ruota, di ogni irraggiamento, di ogni interazione del Campo (John Dee docet!), di ogni sentire, di ogni Musica: non è forse arcinoto che è “l’Amor che move il sole e l’altre stelle“? Dice: ma dai. Dico: guarda, studia e fai. Degnati di ‘fare’, di agire, MA … secondo Natura! Dico ancora: se un sasso ‘sente’ il ‘fiatar’ di Luna e si accorda a quell’Amor di cui sopra, possiamo ancora sostenere che il nostro ‘fiatar’ non debba accordarsi con quello di Natura? E poi ci si chiede “cosa” sia Ri-Sonanza, e ‘… come-si-fa’, o ‘… a che serve’? … e si dovrebbe continuare, più nel profondo delle cose nostre, ma scopriremmo scomodi altari sui quali la nostra mente non potrebbe mai posarsi indenne. Eppure così è, se vi pare.

L’alchimista è testimone del divenire in atto, in Opera. Non è difficile accorgersene quando si è soli, in pace, danzando con il battito lento di Luna. Si dimentica, l’alchimista, dei propri affanni, delle proprie convinzioni, dei propri graniti, delle proprie certezze: e osserva, sorridente, la facilità con cui tutto volge verso il vert, dans le Printemps. Magia? Fantasia? Esoterismo? Rosa Croce? … ma va là, non diciamo sciocchezze. Ogni vivente è un Servant di Madre Natura, unica vera guida di ogni mutamento. Il Progetto, il Blueprint, è il suo; siamo bimbi Servant. Tutto qui. Qualcuno potrebbe chiedere, con presupponente arguzia: “Servant? … saremmo ‘servitori’ di una vaga entità, frutto del nostro intelletto? … Non sarà che siamo noi, al contrario a dover guidare il nostro cammino, secondo Scuola, Ordine e Rito?” Potrei rispondere, in tutta serenità, che il vero arciere non è colui che si fregia di un titolo, o del Badge del XII° Gruppo Arcieri di Magister San Gelasio, Suprema Cripta 21 ‘La Foudre du Soleil“; no, sono ormai certo che il vero arciere, il vero Arjuna, sia in semplicità il Servant dell’Arco. Nulla di più e nulla di meno. Quando, e se, si raggiungesse questa serena consapevolezza, allora – forse – uno può essere (non ‘chiamarsi’) arciere. Servant. Dell’Arco. Dice: “… ma … lei intende il Royal Arch? … ‘quel’ Royal Arch’?“. Totò, Principe di Bisanzio, risponderebbe: ” … ma mi faccia il piacere!“.

Luna batte, ed il sasso e l’alchimista seguono il corso indicato, né dal luogo, né dal tempo.

Anche questa, credetemi, è la bellezza dell’Alchimia operativa:  dopo più di quarant’anni miei, danzo l’antica danza dei semplici. Il resto, consentitemelo, è privato. Tra me e la Regina Bianca.

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Primavera 2018

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , on Wednesday, March 21, 2018 by Captain NEMO

Sakura

Mentre fuori piove, nevica, soffia il vento freddo, i Cuori degli Innamorati – dentro – sono caldi e sintonizzati sul maestoso orologio cosmico, che gli Antichi conoscevano e vivevano meglio di noi.

La stagione è propizia ed i Fucohi silenziosi si sono accesi in piccoli Laboratori, sparsi, pronti all’abbraccio; sono dei Foux gli alchimsiti, e sono dei bimbi; guardano il Cielo con gli occhi dell’abbandono alla grandezza di Madre Natura, ed il fiammifero accende la Lampada fedele, sull’accordo del primo giorno di Primavera.

E’ un gesto che ripetiamo ogni anno, come ogni Cercatore ha fatto e farà: in silenzio, in umiltà, con Gioia fraterna, grande. Con un sorriso sereno.

Che il Cieo, gentile, protegga chi viaggia nel Bosco Incantato della Dama!

Il Sogno dei Filosfi

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, March 7, 2018 by Captain NEMO

Se un lettore si imbattesse in un libro titolato Il Sogno dei Filosofi, e considerasse il sottotiolo ‘dall’Hylè di Aristotele alla Materia Pura di Severi-Pannaria, ovvero, La Fisica alla luce della Filosofia Perenne‘, potrebbe non accorgersi di avere di fronte a sé una rara opportunità; nel panorama di oggi è ben difficile leggere un testo che abbraccia con perizia e dovizia l’argomento periglioso della Materia in una Manifestazione; certo, vi sono fior fiore di opere di filosofi gallonati, di scienziati rinomati, di divulgatori di vario ordine e grado, di experiti con blasone e medaglie, di Soloni sapienti, e via dicendo.

Ma questo lavoro di Claudio Cardella e Stefano Costa offre con grande coraggio una visione nuova, consistente e intelligente, dell’evento più misterioso ed appassionante che ci sia:

cosa è Materia?, e … come ‘funziona’?

Da uomini di scienza, ma anche – e forse, soprattutto, onesti e leali Cercatori – l’approccio dell’impresa è quello di mettere sul tavolo lo stato attuale delle nostre idee, dei limiti intellettuali, filosofici ed oggettivi, e coniugare più fil-rouges che diano modo al lettore di comprendere il modello teorico proposto: Aristotele, le immani contraddizioni della Fisica moderna, gli echi solidissimi dei Filosofi antichi, le dizioni e contraddizioni dei paradigmi teologici disponibili, e la genialità del modello di Francesco Severi e Francesco Pannaria. Il risultato è un libro di respiro amplissimo, pur nella naturale difficoltà dell’argomento e delle argomentazioni, che illumina una serie di aree scientifiche e filosofiche essenziali per la comprensione dello scenario (ancora una volta, immane) proposto. Una miglior esplorazione di quelle aree potrebbe essere foriera, nel tempo, di nuova Conoscenza, e di una consonanza con il processo con cui Natura opera sempre. Quella Conoscenza non implica né potere, né controllo, i quali sono di fatto i valori tossici di questa nostra civiltà; implica, al contrario, rispetto ed uguaglianza, merce rarissima oggidì.

Va da sé che il mio interesse per Il Sogno dei Filosofi, oltre alla fraterna amicizia che mi lega a Claudio Cardella, è dovuto alla ricerca alchemica, ed ai risultati osservabili che il Laboratorio riserva a chi si toglie dalla testa la stolidità del pre-giudizio: l’Alchimia è l’aspetto pratico di una sensata e libera osservazione della Natura, poggiata sulle antiche  fondamenta della Filosofia Naturale. Leggendo il libro ho sorriso molte, molte volte ripensando ai ‘fatti’ che accadono in Laboratorio; ed alle conseguenze inevitabili di tali ‘ritrovamenti’. E di quanto lontani dalla Natura siano oggi la cultura della Scienza, i vari circoli esoterici e compagnia-bella, il modello sociale corrente, e – purtroppo – la nostra privata consapevolezza. Persino la piccola nicchia degli alchimisti, qui e altrove, ha perduto lampada, occhiali e bastone. Nonostante il ben conosciuto monito Dantesco, siamo solo dei poveri Bruti.

L’impianto del libro è senza dubbio complesso, come la materia richiede; l’esame razionale di quanto scritto è naturalmente ugualmente complesso, e al lettore è richiesta una non risibile padronanza dei temi scientifici di base esposti, ma anche della curiosità – quasi l’emblema del Cercatore – di consultare le tante fonti dei temi filosofici a sostegno, e la capacità non comune di elaborare un modello naturale ben diverso da quanto scuole ed accademie oggi passano per oro colato. Ma le opportunità di studio offerte dal libro sono outstanding: e meravigliose, se solo uno seguisse la rotta.

Parafrasando me stesso: … sono dei Ribelli i due autori? Mi par proprio di sì.

Il modello che prende forma man mano che procede la lettura è un oggetto semplice ed ingombrante: praticamente nessuno dei ‘sacri teoremi’ della Fisica moderna regge, ed emerge una visione nuova, animata da una logica più onesta e utile; la quale è oggi indispensabile per comprendere cosa sia Materia e come essa operi. La teoria del Principio di Scambio di F. Pannaria (si leggano, con calma ed attenzione le Memorie Scelte, qui) pare provenire da un altro mondo, tanto è semplice e chiara, rispetto alle attuali ‘trovate’ di chi asserisce di aver la patente-a-spiegare-come-stanno-le-cose (e non solo quelle scientifiche, ma pure alchemiche!). Certo, lo ripeto, il solo affacciarsi di tale semplicità, di tale efficacia nel descrivere il percorso della Materia nel suo eterno divenire (continuato nel discontinuo), genererà immediatamente steccati, palizzate, distinguo, reproches, e ignorante arroganza. Forse, però, qualcuno inizierà a studiare; scenderà dal suo piccolo palco umano, e si metterà in cammino verso Lux ed Amor, unici Agenti di Creazione in ogni universo. Dice: e Dio ? … rispetto chi vuol porsi la domanda e vuol darsi la sua risposta; non so dire, tuttavia, se si chiami davvero Dio, ma nel Bosco di Madre Natura si odono canti e si scorgono luci che parlano di semplicità ed amore. Sed de hoc satis.

A proposito del modello Severi-Pannaria, il lettore certo ricorderà che l’Accademia dei Lincei – che conserva gran parte dei manoscritti iniziali di Severi sulla Materia Pura e sui suoi sviluppi seguenti – appose ‘con un asterisco’ la seguente dicitura in calce alle Memorie:

I Soci Nazionali  della Sezione di Fisica dell’Accademia, a conclusione di lunghe discussioni avvenute tra loro, e col compianto Socio Severi, sul contenuto della Memoria [Nota] …, si accordarono, il 14 Novembre 1961, per accompagnare detta Memoria [Nota] con la dichiarazione seguente:

‘I Soci Nazionali Amaldi, Bernardini, Carrelli, Ferretti, Occhialini, Persico, Perruca, Polvani, Wataghin, desiderano render noto che essi non condividono quanto è espresso nella Memoria [Nota] del Socio’.

Ecco, questo è un esempio di quanto volgare, miope e dogmatica – terribile a dirsi in un contesto di ricerca veritiera – possa essere la visio del mondo accademico, così noiosamente auto-referenziale. Per non dire inelegante, visto che all’epoca ‘il Socio Severi’ stava per lasciare questo mondo.

Il Sogno dei Filosofi (edito da Lulu, acquistabile qui) val la pena di essere ben letto, con assoluta calma e con estremo impegno: l’argomento lo richiede; poi, andrà letto ancora, e poi studiato, a lungo. La conclusione? … essa spetta al Cercatore, che adotterà la sua propria postura, sia di sviluppo del proprio studio, sia della propria  ricerca, sia della sperimentazione.

Mi sento tuttavia di avvertire, in assoluta umiltà, e senza volermi in alcun modo sostituire ai due autori, che la verifica sperimentale di tal modello geniale, pur nei suoi limiti naturali, implica l’abbandono totale del metodo scientifico corrente: forse, quando l’accademico cesserà di guardare un alchimista come un povero deficiente, quella agognatissima ‘Teoria Unificata’  vedrà finalmente – negli anni – una sperimentazione più vera, più Naturale; ma quest’abbraccio, temo, non avverrà mai. Il canonico non abbraccerà mai l’eretico. Paradossale, n’est-ce pas ?

Conoscere porta alla Contemplazione della Bellezza suprema, nel silenzio della semplicità.

L’essere umano tende in genere ad altre mete, ad altre utilità.

Il formidabile apparato di analisi, elaborazione e sviluppo contenuto in questo libro merita ogni plauso, ma richiederebbe anche, nel lettore, e ancor più nello studente, una rivoluzione interiore: i mondi, gli universi, le stelle, le creature non sono come li descriviamo, come li vendiamo, come li passiamo ai nostri figli. Accadrà? … chi può dirlo?

Ai due autori va la mia riconoscenza per l’enorme mole di lavoro offerto; al Cercatore appassionato, al lettore di questo libro, al Ribelle all’Imperium del mondo parruccone e bardato in ogni modo e stile, lascio il piacere e l’onere di leggere, studiare e praticare.

Il Sogno dei Filosofi non è una chimera, bensì l’azione nostra – meglio: il nostro mutare; quasi un capovolgimento – verso Madre Natura.

La Joie, nel cuore …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Wednesday, January 24, 2018 by Captain NEMO

È sempre più agevole non pensare con la propria testa. Trovare una piccola, sicura gerarchia, e accomodarsi all’interno di essa. Non cambiare nulla, non rischiare la disapprovazione, non mettere in agitazione i colleghi. È sempre più facile lasciarsi governare.

Ursula K. Le Guin, I Reietti dell’altro Pianeta (Dispossed: An ambiguous Utopia), 1974

Abbiamo l’impressione/illusione di vivere su questo nostro ‘Terzo Pianeta”, ma meglio sarebbe chiamarla mera sopravvivenza. Il risultato di questa postura scialba è sotto gli occhi di tutti: tutto va come va, in modo pessimo, e alimentando sempre più non soltanto la fisica sofferenza, ma soprattutto la speranza di raggiungere – tutti – almeno il ‘buon senso’. É bene mettersi in testa che questa pigrissima postura è sempre stata la ‘firma’ di questa nostra specie di arroganti cialtroni: abbiamo nei secoli creato ed alimentato l’Imperium che costringe, affligge e configge – e continuiamo a farlo, in barba ai vari ‘credo’ libertari, sempre acclamati perchè ‘vai-avanti-tu, che …io poi ti raggiungo‘ -, in un evidentemente maledetto circolo vizioso; nel quale tuttavia, in mezzo alle lamentazioni di Geremia, nulla facciamo per cambiare la rotta e la prospettiva. E lo dovremmo fare, se non altro per chi viene e verrà dopo di noi …

Chi si prendesse la briga di studiare sul serio la Storia, e non leggere per criticare e/o filosofeggiare, facilmente si renderebbe conto di quanto sia surreale e colpevole la scelta di sopravvivere e di al contempo lamentarsi della sofferenza. Gli autori di questa inaudita sofferenza siamo noi tutti, da sempre: persino chi sfoggia saggezza, sia essa conclamata o l’etichetta concessa del consensus accademico – ogni accademia è stata e sarà sempre fonte di guai, o prima o poi; sono i subdoli focolai della ‘malattia del pianeta uomo’ -, ieri come oggi o domani, è correo di questo scempio.

Bene: in questo scenario, che senso ha la lamentazione, il pianto, la disperazione, il rantolo, l’additare l’altro come il colpevole del guasto? A cosa serve? La risposta è facilissima: a nulla; ma l’Imperium ingrassa. E la fila per entrare in quei ranghi di controllo e potere si ingrossa sempre, mentre la bellezza della vita vissuta con impegno luminoso viene calpestata, spazzata via, in pochi attimi di ‘scarponi chiodati’ marca ‘Io solo, sono‘.

Sempre in quella Storia nostra secolare, si vede facilmente che l’Imperium è contrastato talvolta dai romantici Ribelli; Reietti, per l’appunto, scalcinati, folli, fuori dagli schemi; ma ribelli; per prima cosa ribelli al pensiero inoculato con cura che ‘… nulla si può, abbiamo perso tutto, ah, mio Dio … guarda che strazio, guarda come si sono allontanati dalla retta via, guarda come hanno tradito i sacri canoni della legge (in taluni casi la si scrive con la maiuscola: in talaltri con la minuscola; ma sempre ‘sacra’ ha da essere, così fa effetto)’. Ancor più si ribellano, quei Reietti coraggiosi, alla solita trita litania “… Ah, grande Ciaparche Verde, io solo sono l’ultimo vero custode della legge (vide supra), proteggi me che ti voglio bene, e stermina lui che si fa beffe del sacro…!“; e via dicendo.

Chi avesse studiato con efficacia le basi fondanti dell’Alchimia, troverà nei testi una vis poco presente in altre dottrine: l’Alchimista è un Ribelle, è il Foux, per definizione; egli esce dal gregge per scelta consapevole, e combatte la visio che il consensus inculca e vende (e non v’è peggior consensus di quello ammantato dagli ieratici crismi pseudo ermetici; ma c’è di peggio…). Senza dubbio, egli paga il fio di questa scelta, come ogni Ribelle sa. La posta in gioco non è la Pietra Filosofale, non è né possesso, né controllo; la posta è Sophia, l’accesso alla via di fuga dalla vita sciaba e sciupata. E tutti sanno che sono pochissimi quelli che vi siano davvero riusciti. Pochissimi.

“Sufference is a lack of Knowledge”

Credo si debba chiarire che la Queste, l’avventura, non si esaurisce con la ‘fuga’ dal terzo pianeta e dalla sua specie arrogante e stolida: vi sono un mucchio di altre cose dopo, che dovranno essere – more solito – prima studiate e poi praticate. Un Universo ha luoghi immensi e tempi più-che-galattici. La Queste continuerà, con nuovi gradini di Sophia, et alia. Una meraviglia per il Ribelle davvero curioso, per chi fosse sul serio innamorato della Dama e curioso al punto di osare sollevare, nei modi consentiti da Natura, i lembi di quel velo …

Allora, il Ribelle che avesse abbracciato con Force il giusto sogno della Libertà dal brutale giogo dell’Imperium, chi avesse la forza grande del Sogno del Piccolo Principe, o la forza di Peau d’âne, e si impegnasse tanto nello studio che nella pratica, entrambi indefessi, … che se ne potrebbe mai fare delle lamentazioni, dei mugugni, delle ‘Geremiadi‘ che sorgono dai roghi della inevitabile Santa Inquisizione? Tanto più oggi in Alchimia, in cui di tutto avremmo bisogno, tranne che dell’inutile “ … siamo alla fine di un Ciclo. … É il tempo dei falsi maestri …“.

Ancora sorella Storia racconta che è sempre stato così, sempre si è parlato di Cicli che son-lì-lì-per-finire, con moniti apocalittici, e sempre abbiamo avuto i falsi maestri, persino tra i tanti Maestri, proclamati tali o dal consensus di cui sopra o per comodissima pigrizia della nostra arrogantissima specie, ammalata di disamore per Sophia. Anche qui: … non sarebbe tempo di mutare postura?

Non è la tristezza la divisa del Ribelle, sia esso Maitre o povero Ouvrier, non è un ipocondriaco lamento, non è l’invettiva contro tutto e tutti nel nome di un Divino sempre maldestramente adattato alla propria pigra insipienza, non sono patenti o tessere o paludamenti – risibili sciocchezza nel contesto della Force che anima la Creazione – che gli permetteranno di progredire nel cammino faticosissimo verso Lux, non sono le recriminazioni né le bizzarre scimmiottature di figure ieratiche a condurlo per mano, non sono la paura o la tenebra a proteggerlo dalla inevitabile reazione alla tentata fuga, non sono religioni o filosofie o scienze o tecniche avanzate che potranno sorreggerlo di fronte alla maestosità provvida di Madre Natura. Il Ribelle è solo, attorniato a volte da fidati Compagni di Queste. Soli con Madre Natura, tanto quando sono immersi nelle pagine di un buon testo d’Alchima, tanto quando sono indaffarati nei propri Laboratori alchemici, notte per notte, giorno per giorno. Unico punto di riferimento: la Materia alchemica in cottura, ed il proprio Fuoco. Una relazione d’Amore privatissima e sovrana.

La Fratellanza nasce dalla comunanza d’appartenenza: ma anche qui, more solito, non si sta parlando delle varie divertenti ‘parrocchiette’ che abbiamo allestito nei secoli come simulacri di ciò che abbiamo scelto di perdere. L’inganno che abbiamo tutti ordito (persino i Magistri), è più che subdolo, e conduce dritto dritto nelle prigioni dell’Imperium. Ogni ‘parrocchietta’, ogni congrega, sia essa santa o santificata o in odore di ineffabile e sublime santità, decorata dai Symbola abusati, garanzia di una protectio agognata, è la porta-trappola verso quelle lamentazioni, quei tristi e bui rantoli di chi non sa più cosa sia bellezza, letizia, giubilo e – sopra ogni cosa – la Joie.

La Joie della Fratellanza antica, quella che non necessita di alcun ornamento, alcun paludamento, alcuna obbedienza a regole etichettate con abuso tremendo del termine Sacro (è bene studiare, prima, durante, e dopo; cum practica, lo dico sempre), quella che lega ogni creatura in ogni Universo, quella ove Amor regna e mai tradisce, quella che sorregge Terra e i miliardi di luoghi animati dalla vita, quella che arde del Fuoco della Force, dove Natura Regna e non i finti dei di plastica, adattabili alla moda che meglio ci aggrada, quella semplice di un sorriso radioso qualunque cosa accada, persino di fronte a ciò che chiamiamo – stupidamente – ‘morte’, … quella Joie è il signum distintivo di un alchimista onesto, fosse egli un neofita o un esperto.

Quando vedrete Joie in Alchimia, sorridete e camminate.

La vita, in verità, è evento meraviglioso; ed una straordinaria opportunità, da non lasciar calpestare, o trascurare per ammantarsi di un gingillo del Club dei Custodi della tradizione (in questo caso, la minuscola minuscolissima è d’obbligo). Ancor più per chi sceglie di camminare lungo i sentieri della Gran Dama.

A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie.  Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.” (Ursula K. Le Guin, 2014, discorso alla consegna a New York del National Book Award).

Si sostituisca, con rispetto, il termine ‘scrittori‘ con ‘alchimisti‘; ed accanto a ‘tecnologica‘, magari, ‘ed ermetica‘.

 

Epifania: … spigolature nella calza del 2018.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Saturday, January 6, 2018 by Captain NEMO

L’antica festa di precetto fissata al 6 Gennaio nel nostro calendario dista 12 giorni dal Dies Nativitatis, posto dalla Chiesa a sostituire il giorno dedicato alla celebrazione del Sol Invictus.

Come si sa, il termine greco ἐπιφαίνω (‘mi rendo manifesto‘) indica la manifestazione della presenza divina, e – nel culto – è caratterizzata da tre signa: l’Adorazione dei Magi, il Battesimo (nell’acqua!), e il primo miracolo (la trasmutazione dell’acqua in vino durante le nozze di Cana [Giovanni, 2, 1-11]).

Il popolino la celebra come la ‘discesa nel camino della vecchia che viaggia sulla “Saronìs“”, i cui dona prima contenuti in un vecchio sacco, cadono poi sui carboni ardenti (da cui, l’usanza di appendere una calza, nella speranza che l’astuta vecchietta la riempisse).

Il culto Mitriaco – cui gli Imperatores ed i loro soldati si dedicavano più o meno segretamente – è ormai ben conosciuto; il famoso Banchetto Mitriaco è raffigurato in questo bassorilievo presente nel Foro Romano:

Mythraic Banquet - Rome

Mitra è  il Sol Invictus (è quello a destra, in alto), accanto a Sol, che riceve una coppa contenente il sangue del Toro da parte di Cautes; a destra Cautopates punta il fiammante Caduceo alla base di un’ara su cui è raffigurato il Serpente.

Il culto romano avveniva in templi sotterranei, ed al termine del rito appropriato i patecipanti prendevano parte ad una banchetto.

Da una cultura più antica e precedente (forse originariamente Accadica), ecco un bel bassorilievo conservato al Louvre, dove vediamo  raffigurati Aglibol (signore della Luna), Baalshamin, e Malakbel (signore del Sole); Ba’al Šamem (generalmente tradotto come Signore dei Cieli) è qui raffigurato al centro, accompagnato da Sol e Luna (entrambi divinità con ‘aspetto’  maschile); manca qui Bel, la sua controparte.

Nella calza di quest’anno trovo che il termine Saronide era presente anche nell’antico Celtico: il Saronyddion o Seryddion indicava un Druido Astronomo, dal Cimmerico ‘ser‘, ‘seren‘ per ‘stella’ e ‘heni‘ per ‘rendere manifesto’.

Natale 2017: “…End?… And beyond, the far green country, …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Friday, December 22, 2017 by Captain NEMO

Hogmanay: oggi, il ciclo di luce&tenebra apparente si inverte; ma è Lux – in continuum – la sorgente di ogni manifestazione. Alchimia 1, le basi.

Da millenni, ci ripetiamo angosciati che “…tutto è perduto, non vedi che è tutti-contro-tutti?“. Comoda stolidità di chi ha distolto lo sguardo dalla Natura per coltivare il possesso ed il controllo del proprio orticello. La solita commedia, vecchia-vecchia.

Non c’è fine, mai … e  – – c’è molto altro, da fare.

Pippin: “I didn’t think it would end this way.” Gandalf: “End? No, the journey doesn’t end here. Death is just another path. One that we all must take…The gray rain curtain of this world rolls back, and all turns to silver glass. And then you see it.” Pippin: “What, Gandalf? See what?” Gandalf: “White shores. And beyond, the far green country, under a swift sunrise.” Pippin: “Well, that isn’t so bad.” Gandalf: “No. No, it isn’t.

Sul palco della medesima commedia, in questo  peculiare giorno di rivoluzione ci si augura sempre un Buon Natale, ma nulla – mai – cambia veramente: … perché esser buoni solo a Natale?

Così, val meglio forse il consiglio del Cappelaio Matto per i prossimi 364 giorni, ammantati di Lux: serenità, pace vera, uguaglianza, comunanza, fratellanza. E la Joie! … tanta!

Buon Non-Natale a voi tutti!

… nessuna buona azione resta impunita!

Serendipity – Two, in enker-grene

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, September 11, 2017 by Captain NEMO

Presi come siamo dai vortici della vita d’ogni giorno – vortici che noi stessi creiamo, senza fallo, e nessuno escluso – perdiamo sempre di vista lo sguardo d’insieme della nostra piccola, minuscola astronave: Terra viaggia nel gran mare del nostro universo, non guardiamo neppure fuori dal finestrino, assorti in mille banalità, cui sempre diamo una dimensione come minimo epocale, troppo importante per occuparci di quisquilie fastidiosamente sofisticate come il Cosmo e le sue meraviglie. Eppure sono, le nostre, ridicole baggianate. Tutte.

Guardando fuori dal finestrino in questi giorni – e con antenne semplici, primitive ed alla portata di tutti – ci si sarebbe forse accorti che Sol, la nostra stella, emette un mucchio di ‘materia’ e che la nostra navicella vi naviga attraverso. Tra i tanti segni che Cielo accende per gli innamorati vi sono le Northern Lights. Il nome che abbiamo affibbiato a queste ‘luci nordiche’, ma che meglio sarebbe chiamare ‘luci polari’, è quello di ‘aurora’: per quanto il termine indichi comunemente il chiarore che segue l’alba e precede lo spuntar di Sol, in questo caso indica un fenomeno che è visibile al nostro occhio solo di notte (in realtà, accade ovviamente anche di giorno).

La spiegazione di quanto avviene in Cielo è sempre in corso di aggiornamento, come è d’uopo in ogni impresa, in ogni Queste umana, ma può essere riassunta in questo modo: a seguito della energia (nucleare e non) prodotta continuamente nel nucleo di Sol, la nostra stella – che è il centro di una super-astronave (il sistema di Sol, anch’esso in viaggio cosmico) con tante minuscole ‘navette’ come Terra – erutta continuamente materia d’ogni tipo ad altissima energia e velocità: la Fisica le chiama ‘particelle cariche’ (si parla di protoni ed elettroni, ma anche il neutrone è particella che neutra non è) e viaggiano alla velocità di oltre 800 km/s (ehm); il nomen di questo fenomeno è ‘vento solare’. Queste ‘eruzioni ‘ sono generalmente correlate alle famose ‘macchie solari’, le cui frontiere fluttuanti emettono per l’appunto una “eiezione coronale di massa” (CME, Coronal Mass Ejection). L’attività di questo fenomeno stellare, assolutamente comune e naturale avviene su Sol con un periodo di circa 11 anni (ogni giorno, Sol emette energia sotto forma di particelle, UV, IR e via dicendo per circa 170.000.000 GigaWatts, più di 7000 volte il consumo medio da parte di noi passeggeri ignari; ricordo che Energia è ‘struttura’ della materia, e non un misterioso evento mistico,  o insignificante; si tratta di un costituente fondamentale, tanto più in Alchimia). Bene: mentre facciamo le nostre importantissime cose, la nostra astronave sta attraversando proprio uno di questi periodi di grande attività.

Fatto è che questo ‘vento di Sol’ è per sua natura estremamente pericoloso per il nostro tipo di vita: quelle particelle cariche, accelerate, sono letali per il nostro ciclo vitale. Ed allora, provvidamente, la nostra astronave si è dotata, per Natura, di uno ‘Scudo’ che fende quel ‘Vento’. Lo ‘Scudo’ è generato a sua volta dal Nucleo della nostra astronave: ruotando il Nucleo ad altissima temperatura, l’energia prodotta al suo interno irradia verso l’esterno, producendo il Campo magnetico terrestre; il quale è ‘polare’, nel senso che le linee di forza sono ‘orientate’ lungo i Poli (magnetici, e non geografici); ciò fa sì che nelle zone polari il Campo Magnetico terrestre abbia la forma di due grossi ‘imbuti’. Un piccolo riassunto:

  • il ‘Vento di Sol’ e la sua influenza sul Campo Magnetico delle sue ‘navette’: a 2:24
  • lo Scudo (Campo Magnetico) di Terra: a 3:50 [le immagini dell’interazione tra la CME ed il nostro Scudo sono basate su dati reali raccolti dal sistema VENUS, in orbita]
  • la CME (Coronal Mass Ejection) ed il suo impatto sullo Scudo: a 4:44
  • le ‘particelle cariche’ emesse dalla CME precipitano all’interno degli ‘imbuti’ polari: a 5:00
  • il Campo Magnetico di Terra devia, attraendole come primo livello d protezione, le ‘particelle cariche’ verso i Poli, creando le Northern Lights: a 5:15
  • lo Scudo – attirate le ‘particelle’ – attiva il secondo livello di protezione; Aria interagisce con il ‘vortice’ di Plasma stellare: a 5:40
  • l’Ossigeno cambia il livello di alcuni suoi elettroni: eccitazione (colore Verde), ritorno allo stato naturale (Rosso): a 6:23
  • l’Azoto (Blu): a 6:27

Questo meraviglioso sistema di auto-protezione è in atto – per Natura – da milioni e milioni di anni. Tuttavia, le implicazioni sottili, non meno oggettive e materiali di quanto ‘vediamo’ con i nosttri sensi, sono molte. Ed importanti. Dato che ‘come in alto, così in basso, per il miracolo della cosa Una‘, mi permetto di suggerire che quel che accade attorno a Terra avviene identicamente anche nel crogiolo di ogni alchimista, senza che sia necessario un suo ‘credo’, o una ‘fede’: si tratta, in realtà, di un fatto, di un evento naturale, previsto e messo in atto da Madre Natura, secondo modalità ovviamente scalate e adattate al contesto del microcosmo alchemico.

Sotto la normale ‘apparenza’ degli effetti studiati dalla Fisica, esiste – non visto – il livello della ‘substantia‘ di tutti i corpi investiti dai fenomeni Naturali: di questo si è occupata – da millenni – la Physica Naturalis. E Alchimia, che ne è l’ineludibile specchio sperimentale, canta sempre la medesima musica, sottile, eterna, ugualmente meravigliosa; il ‘microcosmo’ sperimentale degli alchimisti è lo Speculum esatto del ‘macrocosmo’ di noi ignari passeggeri della nostra ‘navetta’, sballottata dai flutti stellari e galattici.  Ripeto: non è una fede; è, piuttosto, un fatto.

Poiché di fatto il modello atomico corrente è ‘modello’  – e non realtà oggettiva -, il cercatore deve riflettere: l’Unica Materia interagisce con sè stessa – in aspetti funzionali diversi – in continuo, in un processo di ‘scambio’ straordinario, nel quale materia combinata – ‘apparente’ ai sensi nelle sue molteplici funzionalità (per. es. ‘ossigeno’, ‘idrogeno’, ‘azoto’ e via dicendo) – si trasforma in materia pura e viceversa, secondo un sistema Naturale la cui portata supera qualunque nostra possibilità di replica: la trasformazione del continuo in discontinuo e poi di nuovo in continuo (in Alchimia è l’interazione Spirito-Corpo, entrambe ‘materie’) attiene a Madre Natura sola, e non alle specie create e trasformate. Diceva Paolo Lucaerlli che un alchimista non ha una weltanschauung, una ‘visione’ del mondo: in effetti, l’alchimista – quando opera nel silenzio pacifico del proprio piccolo laboratorio – non ha ‘visioni’; egli ‘guarda’ il mondo, vede il ‘microcosmo ed i suoi processi all’opera nel proprio crogiolo; la contemplazione del meraviglioso in opera, conduce – lentamente, per gradi – alla Conoscenza.

Nulla di ciò che esiste è oggettivamente ‘vero’. Tutto è in eterna trasformazione. Tutto. Non è dato altrimenti. I sensi sono strumenti estremamente parziali, insufficienti a discernere il vero dal falso. L’intelletto, poi, è nemico ancor peggiore, quando usato per affermare un potere, una supremazia, un controllo: questa è la malattia di noi ‘viaggiatori’, che si sia bassa manovalanza o alti sapienti, gran dottori della legge. Il saggio cammina nel silenzio, cammina come può, secondo Natura, scegliendo Lux e mai oscurità. Se si guarda la storia della nostra civiltà, si vede come sia l’oscurantismo, in ogni sua declinazione e paludamento, ad aver impedito l’ “infusione” naturale della Conoscenza su Terra. Madre Natura non compie actiones in base ad un proprio ego, ad una convenienza, ad una opinione, in base ad un credo, ad una fede, ad un’idea, ad un fanatismo. Tra i tanti passeggeri della nostra ‘Astronave’ solo l’essere umano fa l’esatto contrario, specie i vari sapientes d’ogni epoca e contrada, che hanno scelto il comodissimo oscurantismo nel nome di santi, martiri, fedi ed ideologie. Sed de hoc satis.

Il Merriam-Webster definisce ‘Serendipity‘ come “the faculty or phenomenon of finding valuable or agreeable things not sought for“; si direbbe un’ottima facoltà per ogni alchimista, per ogni cercatore, qualunque cosa egli/ella vada cercando. Osservando il fantastico danzar del ‘vento di Sol’ nel Cielo polare, il Green, il Vert, il Verde, colpisce il nostro cuore, senza una spiegazione. Possiamo solo dire: “…che meraviglia!“. Quel “verde benedetto“, che i tanti testi alchemici indicano e richiamano, è il sintomo Naturale, il signum, di una avvenuta e canonica ‘generatio‘. La quale è figlia solo di una trasformazione della Materia Unica, passando attraverso la naturale Putrefactio. Ora, nel dedalo delle attribuzioni, vi sono molte Putrefactiones possibili, ergo molte generationes possibili, presenti nel Piano di Natura: così, a ben voler guardare …. molti ‘verdi’ potrebbero non esser quel ‘benedetto verde’. Per cercare di esser chiari mi permetto di semplificare, velocemente: nel mondo delle ‘apparenze’, nel nostro, nel mondo di qua dallo Specchio di Alice, il color verde – lo abbiamo appena visto – è dovuto a “quella cosa” ‘vestita‘ da Ossigeno. E dato che l’Ossigeno è praticamente ovunque nella nostra navetta (si noti, please, che esso – meglio: essa funzionalità – non pare ‘apparire’ nello spazio-tempo tra stelle e pianeti), dunque anche nei nostri laboratori, quella ‘funzionalità verdeggiante‘ accade in numerosissimi eventi. Così, o accettiamo l’idea che un certo numero di ‘verdi’ (non tutti, certo) possono essere ‘benedetti’, oppure ci si deve rifugiare nella salvifica ‘fede’. Mah…ognuno farà certo come meglio ‘crede’; forse, meglio, ‘sente’ ? … altro Mah!

D’altro canto, tutta la nostra storia umana è pervasa da quel colore, assegnandogli il ruolo di segnalare ‘vita’, intesa come ‘potenza di generazione’. E poichè Alchimia studia e sperimenta la trasformazione della Materia Unica in ogni actionem di Creazione (una res, una via, una dispositione), ci si deve prima o poi affacciare allo Specchio di Alice, ed avere prima di tutto il coraggio di varcarlo. Cosa non facile, peraltro…

In Sir Gawain and the Green Knight, Galvano ha a che fare per l’appunto con un misterioso quanto possente Cavaliere di verde tutto vestito, che lo sfida a staccargli la testa con un colpo d’ascia se accetterà a sua volta di essere decapitato dopo un anno e un giorno; il colore indicato è, in Middle-English, ‘enker-grene‘, un verde brillante, intenso:

For wonder of his hwe men hade,
Set in his semblaunt sene;
He ferde as freke were fade,
And oueral enker-grene.

Galvano accetta la sfida e gli taglia la testa; ed il cavaliere la raccoglie e se ne va verso il suo lontano castello. Dopo un anno, Galvano si presenta all’appuntamenteo presso la Green Chapel, e viene ospitato nel castello di Bertilac de Hautdesert e la sua bella consorte; lei lo tenterà per tre notti, ma Galvano si limita a dargli prima uno, poi due, e alla fine tre casti baci. Poi si reca alla Green Chapel dove il suo verde avversario lo aspetta con l’ascia: tre volte Galvano tenterà di farsi tagliare la testa, ma il Green Knight non lo farà: alla fine rivelerà che era un gioco per metter alla prova la sua onestà, e che il suo nome è proprio quello di Bertilac de Hautdesert, il marito della tentatrice. Qualche breve nota: il Green Knight che si presenta alla corte di Camelot non è troppo minaccioso.

Il termine ‘axe’, da noi comunemente tradotto con ‘ascia’ è in realtà un ‘falcetto’ (secondo Tolkien et alia), visto che il Cavaliere porta con sè per l’appunto un rametto d’Agrifoglio (l’Holly natalizio, pianta scaramantica e benaugurale), che ha la funzione di proteggere gli alberi giovani dall’essere danneggiati dagli animali della foresta. La sua identità, che rivelerà a Galvano solo alla fine dell’avventura, lo fa signore di ‘Hautdesert‘, che non indicava a quei tempi un’area abbandonata, quanto piuttosto un’area disboscata di fresco per consentire la caccia agevole, inserita nel possedimento del castellano, il qual possedimento – nel testo – è indicato come una foresta fitta, rigogliosa e selvaggia; si trattava, insomma, di un Purlieu-man (figura prevista dalla Forestlaw del tempo), vale a dire di un ‘uomo dei luoghi puri‘, sui quali graziosamente dominava. Il verde Bertilac, è dunque un Green-Man, un uomo della Natura, protettore della fertilità rigogliosa e intonsa, nascosta e dotata di natural possanza; ne vediamo uno tra gli oltre cento sparsi all’interno di quel libro vivente  che è Rosslyn Chapel, cui sono particolarmente legato:

Nel suo prezioso scritto, ‘Ermetesmo e tradizione Arturiana‘, Paolo scrive a proposito del regno di Gorre, dove Méléagant ha preso prigioniera la Regina Guinevere:

Ora, per entrare nel regno vi sono soltanto due modi, comunque entrambi difficili: “ Vous trouverez obstacle et trépas car c’est périlleuse d’entrer en ce pays …. L’accés n’en est permis que par deux cruels passages. L’un a nom pont dessous l’eau, parce qu’il vraiement sous l’eau entre le fond et la surface, il n’a qu’un pied et demi de large et autant d’épaisseur. L’autre pont est le plus mauvais et le plus périlleux que jamais l’homma n’ait passé. Il est tranchant comme une épée et c’est pourquoi tous le gens l’appellent le pont de lépée …” Dunque due vie, una ‘umida’ e una ‘secca’. Nella seconda, la via della ‘spada’, l’acciaio magico (il chalybs del Cosmopolita e di Filalete) sostiene un ruolo fondamentale e insostituibile.

Ricordo un passo di un autore poco noto:

…prendi dell’acciaio ben affilato e aprile (alla materia) le viscere e troverai questa seconda materia dei Filosofi …. Ma senza acciaio ben raffinato e lavorato dalla mano di un buon Maestro, non pensare di venirne a capo …

Da qui il simbolismo della spada magica, usato in tanti racconti, a indicare la via iniziatica prescelta. Pensiamo a Excalibur, la più famosa, dal nome così facilmente interpretabile. Lancelot et Gauvan devono scegliere. Il primo va per la via secca, il secondo per l’altra. Vedremo che Gauvain fallisce, possibile suggerimento sull’inutilità di questa strada. Notiamo che Lancelot a questo punto è ancora in ‘incognito’. Di più, è disprezzato per aver accettato di montare su una carretta di ludibrio, e quindi per essersi volontariamente avvilito senza motivo apparente. Per comprendere, è illuminante il gioco cabalistico, peraltro molto trasparente: charette va inteso come diminutivo di charrèe, la cenere che si usa per la liscivia e come fertilizzante per i campi: “ … O quam praeciosus est cinis ille filiis doctrinae , & quam praeciosum est quod ex eo fit” (In Turba), dicono i Maestri, raccomandandoci di non disprezzarla. E` la piccola ‘Cenerentola’ che tra l’altro fornisce la scarpetta di vetro, di verre, vert, il Verde inestimabile, che sarà stimolo per un’altra avventura, dedicata questa volta a Galvano. E` il colore del vaso prezioso, del Santo Graal, (il sangreal, il sangue regale). La materia va cotta col suo sangue e, come insegna la Turba, tutto ciò che ha sangue ha anche spirito.

In quest’ottica, ricordando che la Via è unica, si dovrebbe fare una riflessione: Lancelot, il Cavaliere della Cenere, è compagno di Gawain che – compiuta la propria avventura con onestà – potrà vestire la Green-Girdle (la cintura verde, a doppio giro, dice il testo) donatagli dopo il terzo bacio dalla moglie di Bertilac:  si tratta di quel vert, dunque, rappresentato dalla doppia natura del Green-Man, che è anche – mi si passi il brutto termine – il prodotto ‘fornito’ proprio da Cendrillon; Bertilac du Hautdesert, così, pare possa anche esser ‘reconnu‘ come la ‘pantoufle de verre‘ di Cendrillon (Cucendron), così indicata dal buon Maître de Savignies:

Dopo aver ben compreso che il Looking Glass di Alice non è soltanto una graziosa metafora, o soltanto un dotto simbolismo, forse il gioco delle apparenze si fa meno enigmatico, meno insidioso, meno insolito, persino meno triste: come dicevo, nulla è ciò che appare, ma tutto è “funzione” di un’Unica Materia, la Mater Ea degli antichi Philosophi.

Per finire, occorre ricordare che l’Uomo-Verde è presente in ogni tradizione, sotto mille forme, peraltro tutte ben evidenti: per esempio, al-Khiḍr, che si vuole fosse uno dei Maestri spirituali di Mosé, e pure di Alessandro Magno, un wali, ed uno dei quattro immortali accanto a Enoch, Elia e Gesù è l’incarnazione della Divina saggezza, infusa in modo naturale ed ineffabile. Letteralmente, il suo nome viene anche tradotto come ‘il Verde‘, per rappresentare la freschezza dello spirito e l’eterna vitalità. Pur se il suo nome non viene mai riportato nel Corano, si crede sia ancora vivo avendo avuto accesso all’Acqua dell’Immortalità (è il mito dell’epica di Gilgamesh, dove il ruolo, la funzione, di al-Khiḍr è svolto da Utnapishtim), e viene spesso rappresentato nell’iconografia vestito di verde.

Se viene pronunciato il suo nome, molti consigliano di salutarlo educatamente come se fosse presente, pronunciando il dovuto “Salaam Aleikum!“: egli è immortale ed anonimo, ma sempre benigno, pur nella sua misteriosa figura di ‘Profeta Nascosto’; egli ha ricevuto la Saggezza direttamente dal Divino – una “Scienza da parte Sua” (al-‘ilm al-ladunnī) – ed ha facoltà di rivelare direttamente la Via ai semplici, a chi non appartiene ad ordini e gruppi, ai non-protagonisti. Questo porsi in qualche modo al di fuori persino dagli schemi del nostro ermetismo intellettuale, tutto occidentale, ne fa lo specchio perfetto del vert, del vero, del cristallo portatore dell’informazione vitale, per ogni essere creato. Il Green Man non risponde alle leggi umane, ma vive in Natura, forse perché egli “è” Natura. Difficile certo da scorgere e/o percepire, ma ciò ovviamente non significa che non esista. Come si vede, potrebbe essere equiparato al Mercurio degli alchimisti, quello alto e puro e primevo, non specificato, di cui parlano, da secoli, i buoni testi; è quell’unico Mercurio che basta per fare l’intera Opera. Poi, il resto, si vedrà…

Ritornando alle Northern Lights, l’ “apparire” del ‘salto’ da parte di quel fenomeno che chiamiamo Ossigeno (segnalato dal rosso e dal verde ) è dovuto all’emissione di fotoni (e non solo) nei ranges rispettivamente di 630.0nm e 557.7 nm, considerate in Fisica come delle ‘transizioni proibite’ in condizioni normali. Al di là dei valori numerici per sé, che di nessuna importanza sono nel contesto alchemico, vi è la però la scala: una grandezza infinitamente piccola genera un evento di scala milioni e milioni di volte più grande, e noi vediamo con gli occhi soltanto quest’ultima scala. Tutto qui …che forse potrebbe essere scritto meglio, come ‘tutto è qui‘.

L’immagine che raffigura il saggio al-Khiḍr assieme al pesce – il cui contorno ricorda la ‘amande‘, simbolo quasi topografico  di un mesomondo vivente e vivificante, un locus amenus –  origina dalla medesima sorgente di Conoscenza antica che indica con esattezza che ‘ἕν τὸ πᾶν‘, così come accennato con idioma teutonico dal filatterio del Rosarium che adorna quel Lion vert, posto come incipit del De nostro Mercurio, qui est Leo viridis Solem devorans:

Ich bin der wahre grüne und Goldene Löwe ohne Sorgen,
In mir sind alle Geheimnisse der Weisen verborgen.

Quel Lion vert è ‘senza preoccupazioni‘, proprio come al-Khiḍr, ed in esso ed in egli sono racchiusi tutti i segreti dei Filosofi. Potrebbe mai esser stato altrimenti? Da quanto indicato dal passo ‘arturiano’ di Paolo si potrebbe dire che quel corpo ‘senza preoccupazioni‘, richieda operativamente alcune pre-occupazioni; trascurarle, credo, sarebbe poco accorto; sarebbe un po’ come non accorgersi che persino Yoda … è un altro Green Man.

Sul piano operativo, dopo magari aver meglio meditato su come ‘appare’ e come accade una Luce del Nord, mi permetto di consigliare la lettura attenta, calma, senza preconcetti e senza aspettative, possibilmente nell’edizione originale latina del 1618, di alcune parti dell’Atalanta Fugiens, offerta a chi cerca da quel saggio ed onestissimo buontempone di Michael Maier, Conte Palatino senza portafoglio; per esempio, alla Fuga & Discorso XXVII – dove si parla dell’accesso al Roseto, chiuso – vien detto a proposito dei due chiavistelli: “Hanc clavem in Hemisphaerio Zodiaci septemtrionalis reverà inveniet si signa bene numerae & discernere sciat, & lorum pessuli in meridionali: Quibus occupatis, facilè erit aperire ostium & intrare“; e a seguire: “In ipso verò introitu Venerem cum suo amasio Adonide videbit; Illa enim sanguine suo albas rosas tinxit purpureas: Ibidem & draco animadvertitur, quemadmodum in hortis Hesperiis, qui rosis custodiendis invigilat.” . Maier ricorda, non a caso, che  “Rosæ intra spinas abditæ capillos flavos habent interiùs & vestem viridem exteriùs.” E se si volesse approfondire, con la medesima attenzione, calma, assenza di preconcetti ed aspettative, si potrebbe studiare la Fuga e Discorso XXXVII: “Tre cose sono sufficienti al magistero, il fumo bianco, ovvero, acqua, il leone verde, cioè il bronzo di Ermete, & l’acqua fetida.“. Sebbene il Major Grubert mi abbia quasi obbligato a riportare le citazioni nella loro lingua originale, come stimolo utile a chi davvero voglia camminare nel Bosco incantato, ecco una mia brevissima e libera traduzione di un passaggio, la cui chiarezza e precisone è – a mio modesto avviso – senza pari:

… questo fondamento viene qui chiamato acqua fetida, la quale è madre di tutti gli elementi come testimonia il Rosario, dalla quale & attraverso la quale & con la quale i Filosofi preparano lo stesso [fondamento], vale a dire l’Elisir al principo & alla fine: viene chiamata Fetida perché manda da sè un fetore sulfureo, & un odore di sepolcri; Questa è quell’acqua che Pegaso fece scaturire dal Parnaso percosso col suo zoccolo, la quale [acqua] il monte Nonacris dell’Arcadia emette prorompente dalla roccia a causa del suo fare, la quale causa dalla sua fortissima forza può essere conservata nel solo zoccolo cavallino; questa è l’acqua del dragone, così come la chiama il Rosario, che si deve fare grazie all’alambicco senza alcuna altra cosa aggiunta, nel fare la quale c’è un massimo fetore … sappi che il fetore, se proprio c’è, presto si cambia in una grande fragranza… ; Dopo l’acqua Fetida è la volta del Leone verde di cui il Rosario [dice]: cercavano infatti la verdezza, credendo che il bronzo fosse un corpo lebbroso a causa di quella viridità che ha. Di conseguenza quindi ti dico che tutto ciò che vi è di perfetto nel bronzo è quell’unica verdezza, la quale è in esso: perché quella verdezza grazie al nostro magistero si converte rapidamente nel verissimo oro nostro & di questo siamo esperti, infatti non potrai preparare alcuna pietra senza il duenech verde & liquido, che si vede nascere nelle nostre miniere: oh benedetta verdezza che generi tutte le cose; per cui sappi che nessun vegetabile e frutto alcuno appare germinando senza che vi sia lì il colore verde; sappi parimenti che la generazione di quelle cose è verde, per cui i Filosofi la chiamarono germe. Così il Rosario: questo è l’oro e il bronzo dei Filosofi e la pietra nota nei capitoli, fumo, vapore & acqua, sputo di luna che deve essere congiunto al lume del Sole; questo leone verde combatte con il dragone, ma viene da esso superato & viene divorato in un tempo successivo … In terzo luogo segue il fumo bianco, il quale se viene coagulato fa acqua e l’acqua svolge il compito di lavare, solvere & togliere le macchie come il sapone:

Fatte le consuete raccomandazioni nel consultare un buon testo d’Alchimia, chiedo subito venia al britannico Major, ai latinisti, agli ermetisti, ai cercatori tutti per questo mio raccontare; al di là di ogni considerazione, sono serenamente convinto che se qualcuno amerà studiare, che non è certo leggere, amerà ancor di più operare, tanto più in Alchimia: senza esperienza, ça-va-sans-dire, non c’è studio che valga e/o tenga.

E così, forse, sono riuscito a rispondere, in tremendo ritardo, al curioso quesito posto tempo fa da Chemyst, in chiusura di un suo bellissimo Post:

La rousée du mois de may
M’a gasté ma verte cotte.
Par un matin m’y levay
En un jardin m’en entray;
Dites vous que je suis sotte?
La rousée du mois de may
M’a gasté ma verte cotte.”

Non è sotte quella donzella, tutt’altro …un saluto a tutti, in

enker-grene!

Serendipity One

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, August 28, 2017 by Captain NEMO

Pare di gran moda propagandare un mantra, secondo un marketing-pseudoermetico da quattro soldi: “I libri non servono in Alchimia…“. Mi pare – questa – una bizzarra postura scimmiottata da qualche zelante zelota, dimenticando egli che se non vi fossero stati i libri, nessuno – oggidì – avrebbe mai potuto conoscere la semplice esistenza non soltanto dell’Alchimia, quanto soprattutto di un cammino di Conoscenza  ben più antico della nostra civiltà.

Però, siccome la polemica è per sua stessa natura sterile, non c’è da perder tempo con coloro i quali vogliono adeguarsi al rito abominevole che Fahrenheit 451 ricordò, qualche tempo fa.

Sul finir dell’estate, provo ad offrire stavolta, oltre a poche immagini, piccoli brani che potrebbero essere utili a chi studia & pratica l’Arte antica, espressione sperimentale precisa della Phylosophia Naturalis;  quest’ultima, pur negletta persino da chi dovrebbe conoscerla a menadito, ed amarla, è la modalità che Natura dipana per creare Corpi (materiali & spirituali) in ogni ‘verso‘, in perenne donazione disinteressata, in ogni dove ed in ogni quando. Senza nulla chiedere, né obbligando il cercatore ad abbracciare fedi o dogmi di alcun tipo.

La Tradizione è la trasmissione dell’idea dell’essere nella sua perfezione massima, dunque di una gerarchia tra gli esseri relativi e storici fondata sul loro grado di distanza da quel punto o unità. Essa è talvolta trasmessa non da uomo a uomo, bensì dall’alto; è una teofania. Essa si concreta in una serie di mezzi: sacramenti, simboli, riti, definizioni discorsive il cui fine è di sviluppare nell’uomo quella parte o facoltà o potenza o vocazione che si voglia dire, la quale pone in contatto con il massimo di essere che gli sia consentito, ponendo in cima alla sua costituzione corporea o psichica lo spirito o intuizione intellettuale.

Elémire Zolla, in Che cos’è la Tradizione, 1971

Il nostro intelletto, nell’incessante ma vano tentativo di afferrare per intero quella prima ed ultima realtà, non sa far di meglio che costruirsi una rappresentazione logica del mondo, ossia un luogo mentale dove ricercare una spiegazione alla continua mutevolezza delle cose percepite dai sensi. Ma proprio nel corso di questa operazione perde ogni possibilità di abbracciare il mondo in una visione unitaria ed allora, per farsene un’idea, o meglio per formulare qualunque idea, è sempre costretto a separarle. É dunque l’incapacità di accedere direttamente alla sorgente delle idee che ci induce a vagheggiare senza tregua immagini mentali illusorie e prive di veritiera realtà; tale incapacità è la misura più evidente del progressivo degrado del nostro intelletto. É il fio che ancor oggi l’uomo deve continuare a pagare per l’esilio di Adamo dal Paradiso Terrestre. Ne era ben consapevole San Tommaso quando scriveva: «intellectus noster secundum statum praesentem, nihil intellegit sine phantasmate», il nostro intelletto alla stato attuale, non intende nulla senza fantasticare. L’inciso messo in contro corsivo indica chiaramente che non fu sempre così: in epoche remote e ormai dimenticate l’intelligenza ebbe accesso diretto alle idee innate, ma non seppe evidentemente farne buon uso. Le ingiurie inferte dai nostri lontani progenitori alla stessa natura umana, dovettero essere così gravi e profonde da provocare l’ottundimento genetico e la successiva scomparsa di quella prerogativa.

La materia universale è l’unità dalla quale procede, per successive differenziazioni, ogni corpo fisico, nella stessa maniera in cui tutti i numeri, e in particolare i primi quattro, procedono dal numero uno; pur essendo la radice del mondo fisico, la materia universale, in quanto unità, è per sua natura metafisica, e implica in sé i quattro elementi solo in potenza. Gli elementi non possono perciò sussistere ciascuno per sé, ma è necessario che concorrano sempre tutti insieme alla costituzione di ogni corpo- Tuttavia, nel primo composto, nella prima particella elementare, é prevalente la funzione di uno solo di essi, esattamente come nel primo solido geometrico, la piramide a quattro facce triangolari, solo uno dei quattro punti può far funzione di vertice, mentre gli altri tre ne costituiscono la base, e forniscono il necessario supporto. Affinché ciascun elemento possa esprimere la propria funzione, è allora necessario che quattro siano i primo composti, ossia le prime particelle elementari costitutive dei corpi più complessi, e che ciascuna di esse, per immergersi nel flusso della continua mutabilità del mondo fisico, cioè più semplicemente, per interagire, sussista in un rapporto di reciproco scambio elementare con le altre tre.

Claudio Cardella, Stefano Costa, in Il Sogno dei Filosofi, 2017

The side of the Great Pyramid at Giza had an original height of 280 cubits and a width of base of 440 cubits. What was the length z of an edge of the pyramid (from a corner to the top)?

Since half of the base would be 220 cubits, we can verify that the seqed or ukullû  [***] of the side of the pyramid would have been 220:280, which gives indeed the famous value of View the MathML source, or 5 palms and 2 fingers per cubit. But to get at the edge of the pyramid, we must use a triangle of height 280 and approximate base View the MathML source.

From an OB [OB = Old Babylonian, NdR] perspective, the right triangle formed by the corner, the center of the base, and the top of the pyramid ought to be considered to have a short side of  b=280 and a long side of l, which by the Diagonal rule in the horizontal isosceles triangle of side length 220 satisfies  View the MathML source. Putting these values into the Diagonal rule now in the vertical triangle, the square of the diagonal is then  View the MathML source and hence you get a square ratio of

View the MathML source

The relevant row of P322(CR-Decimal8) is row 5 which is

Full-size image (3 K)

and from which we can then use the integral values of  b5=65 and  d5=97 to compare ratios

View the MathML source

and so  z≃417.8461.

A more accurate modern answer correct to 8 decimal places is 418.56899073, so we see that the OB table is again the clear winner as far as accuracy is concerned. Note that the OB solution has avoided mention of any irrationalities, and it shows also that the mysterious column I allows access to the table in a variety of important situations coming from the Diagonal rule, as it is a squared quantity! This solution also notably exhibits the utility of the entries b and d  from columns II and III, as the integers 65 and 97 there are both more accurate and generally easier to work with than the decimal numbers 0.90277 and 1.34722 in columns I and II.

… Hence we see that within P322 there is a powerful alternative view of trigonometry based not on angles but on ratios of sides and squared quantities going back to OB times. No subsequent table, from Hipparchus to Madhava to al-Kashi to Rheticus to the monumental 18th century French Cadastre, can compete with P322 with regards to precision – P322 is unique as it contains the world’s only exact trigonometric table.”

Daniel F. Mansfield, N.J. Wildberger. Plimpton 322 is Babylonian exact sexagesimal trigonometry, in Historia Mathematica, 2017

[***: Ratio-based measurements are also found in ancient Egypt, where the term seqed, or sqd, refers to the reciprocal of the slope of an inclined side in Egyptian architecture. This was a prominent measurement used to describe pyramids. According to Gillings (1982, 212):

The seked of a right pyramid is the inclination of any one of the four triangular faces to the horizontal plane of its base, and is measured as so many horizontal units per one vertical unit rise. It is thus a measure equivalent to our modern cotangent of the angle of slope. In general, the seked of a pyramid is a kind of fraction, given as so many palms horizontally for each cubit vertically, where 7 palms equals one cubit.]

 

L’obélisque de Dammartin-sous-Tigeaux (Seine-et-Marne) est l’image sensible, expressive, absolument conforme à la tradition, de la double calamité terrestre, de l’embrasement et du déluge, au jour terrible du dernier Jugement (pl. XLV).

Erigé sur un tertre, au point culminant de la forêt de Crécy (altitude: 134 mètres), l’obélisque  domine les environs, et, par la trouée des voies forestières, s’aperçoit de très loin. Son emplacement fut d’ailleurs admirablement choisi. Il occupe le centre d’un carrefour géométriquement régulier, formé par l’intersection de trois routes qui lui donnent l’aspect rayonnant d’une étoile à six branches. Ainsi ce monument apparaît-il édifié sur le plan de l’hexagramme antique; figure composée du triangle de l’eau et de celui du feu, laquelle sert de signature au Grand Œuvre physique et à son résultat, la Pierre Philosophale.

L’ouvrage, de belle allure, se compose de trois parties distinctes : un socle robuste, oblong, à section carrée et angles arrondis ; un fût constitué par une pyramide quadrangulaire aux arêtes chanfreinées ; enfin, un amortissement dans lequel se trouve concentré tout l’intérêt de la construction. Il montre, en effet, le globe terrestre livré aux forces réunies de l’eau et du feu. Reposant sur les vagues de la mer en furie, la sphère du monde, frappée au pôle supérieur, par le soleil dans son retournement hélicoïdal, s’embrase et projette des éclairs et des foudres. C’est là, nous l’avons dit, la figuration saisissante de l’incendie et de l’inondation immenses, également purificateurs et justiciers.

Deux faces de la pyramide sont orientées exactement selon l’axe nord-sud de la route nationale. Sur le côté méridional, on remarque l’image d’un vieux chêne sculpté en bas-relief. D’après M. Pignard-Péguet, ce chêne surmontait «une inscription latine» aujourd’hui martelée. Les autres faces portaient, gravées en creux, un sceptre sur l’une, une main de justice sur l’autre, un médaillon aux armes du roi sur la dernière.”

Fulcanelli, L’Embrasement, in Les Demeures Philosophales, Vol. 2, 1960

 

La prima materia dei metalli è duplice, ma l’una senza l’altra non crea il metallo. La prima e principale è un umido mescolato al calore dell’aria; questa i Filosofi la chiamarono Mercurio, che è governato nel mare filosofico grazie ai raggi del Sole e della Luna. La seconda è il secco calore della terra che chiamarono Solfo. Ma poiché tutti i veri Filosofi l’hanno accuratamente occultata, noi la spiegheremo un po’ più chiaramente, specialmente il peso, ignorato il quale tutto si distrugge. Da cui avviene che molti da una cosa buona producano un aborto; vi sono infatti alcuni che assumono come materia o seme o sperma tutto il corpo, altri una parte; e tutti questi deviano dal retto sentiero. Per esempio se qualcuno prendesse il piede di un uomo e la mano di una donna e volesse creare un uomo da questa commistione, non sarebbe possibile.

V’è infatti in qualsivoglia corpo un centro e un luogo, cioè il punto del seme o sperma; sempre l’ottomiladuecentesima parte, anche nello stesso seme di grano; e ciò non può essere altrimenti. Infatti non tutto il grano o corpo è convertito in seme, ma nel corpo vi è soltanto una certa scintilla necessaria, che è protetta dal suo corpo da ogni eccesso di caldo o di freddo etc. Se hai orecchie e sensi, bada a questo e sarai al sicuro, non soltanto da quelli che ignorano il luogo dello sperma, e si sforzano di ridurre l’intero grano in seme, ma anche da tutti quelli che si dedicano alla vana soluzione dei metalli e vogliono sciogliere totalmente i metalli per poi, dalla loro mutua mescolanza, creare un nuovo metallo.

Ma questi, se considerassero il procedimento della Natura, vedrebbero che la cosa è ben diversa. Infatti nessun metallo è così puro, da non procedere anche dalle sue impurità, l’uno tuttavia meno o più dell’altro. Ma tu, o amico lettore, prima osserverai il punto della Natura, come si è detto sopra, e ne avrai a sufficienza; ma abbi questa cautela, di non cercare quel punto nei metalli del volgo, nei quali non c’è. Infatti questi metalli, specialmente l’oro del volgo, sono morti; ma sono vivi, aventi spirito, i nostri, che sono da prendere: sappi infatti che la vita dei metalli è il fuoco, finché sono ancora nelle loro miniere, e anche la morte è il fuoco, cioè quello della fusione.

Invero la prima materia dei metalli è una umidità mista a un’aria calda, ed è in forma di acqua pingue che aderisce a qualunque cosa, pura o impura; tuttavia in un luogo più abbondantemente che in un altro, il che avviene perché la terra, avente forza attrattiva, in un luogo è più aperta e porosa che in un altro. Talvolta viene fuori da sé, avendo indossato una qualche veste, specialmente nei luoghi dove non ha qualcosa cui aderire; così si riconosce, perché ogni cosa è composta dai tre principî. Ma nella materia dei metalli soltanto è unica senza congiunzione, eccettuata la sua veste o ombra, cioè il solfo, etc.

Cosmopolita – Trattato Terzo, Della vera prima Materia dei metalli, in Novum Lumen Chymicum, 1608  – Traduzione di Paolo Lucarelli

Non farò commenti; così – forse – qualcuno potrebbe intravedere un fil-rouge piuttosto ‘matto‘ in questi brani, e tentare – studiandoli – di pensare e riflettere, e poi mettersi al lavoro: l’Arte è Scienza sperimentale di Natura, nella cui teoria&pratica occorre avere il coraggio della libertà, tanto nell’errare che nel riuscire. Fidatevi sempre dell’Intuizione e non date retta a nessuno, tanto meno al sottoscritto: ma leggete, studiate e praticate. Viaggerete, vi divertirete e scoprirete piccole meraviglie, le quali – chissà – ravviveranno il Cuore e l’Anima.

Non è necessario ricordare che la Conoscenza è un cammino che conduce alla Contemplazione, e che v’è enorme differenza tra il sapiente Bernard Guy ed  il saggio Francesco: uno giudica secondo ‘ordo‘, l’altro ama secondo ‘chaos‘.

In forma d’Epilogo, a voi il serpente aperto&chiuso, l’elefante, e il montone del ‘petit bonhomme‘:

«Vous imaginez ma surprise, au lever du jour, quand une drôle de petite voix m’a réveillé. Elle disait:

– S’il vous plaît… dessine-moi un mouton !

– Hein!

– Dessine-moi un mouton…

J’ai sauté sur mes pieds comme si j’avais été frappé par la foudre. J’ai bien frotté mes yeux. J’ai bien regardé. Et j’ai vu un petit bonhomme tout à fait extraordinaire qui me considérait gravement. Voilà le meilleur portrait que, plus tard, j’ai réussi à faire de lui.  Mais mon dessin, bien sûr, est beaucoup moins ravissant que le modèle. Ce n’est pas ma faute. J’avais été découragé dans ma carrière de peintre par les grandes personnes, à l’âge de six ans, et je n’avais rien appris à dessiner, sauf les boas fermés et les boas ouverts.

Je regardai donc cette apparition avec des yeux tout ronds d’étonnement. N’oubliez pas que je me trouvais à mille milles de toute région habitée. Or mon petit bonhomme ne me semblait ni égaré, ni mort de fatigue, ni mort de faim, ni mort de soif, ni mort de peur. Il n’avait en rien l’apparence d’un enfant perdu au milieu du désert, à mille milles de toute région habitée. Quand je réussis enfin à parler, je lui dis:

– Mais… qu’est-ce que tu fais là ?

Et il me répéta alors, tout doucement, comme une chose très sérieuse:

S’il vous plaît… dessine-moi un mouton…

Quand le mystère est trop impressionnant, on n’ose pas désobéir. Aussi absurde que cela me semblât à mille milles de tous les endroits habités et en danger de mort, je sortis de ma poche une feuille de papier et un stylographe. Mais je me rappelai alors que j’avais surtout étudié la géographie, l’histoire, le calcul et la grammaire et je dis au petit bonhomme (avec un peu de mauvaise humeur) que je ne savais pas dessiner. Il me répondit:

– Ça ne fait rien. Dessine-moi un mouton.

Comme je n’avais jamais dessiné un mouton je refis, pour lui, l’un des deux seuls dessins dont j’étais capable. Celui du boa fermé. Et je fus stupéfait d’entendre le petit bonhomme me répondre:

– Non! Non! Je ne veux pas d’un éléphant dans un boa. Un boa c’est très dangereux, et un éléphant c’est très encombrant. Chez moi c’est tout petit. J’ai besoin d’un mouton. Dessine-moi un mouton.

Alors j’ai dessiné.

Il regarda attentivement, puis:

– Non! Celui-là est déjà très malade. Fais-en un autre.

Je dessinai.

Mon ami sourit gentilment, avec indulgence:

– Tu vois bien… ce n’est pas un mouton, c’est un bélier. Il a des cornes...

Je refis donc encore mon dessin. Mais il fut refusé, comme les précédents:

Celui-là est trop vieux. Je veux un mouton qui vive longtemps.

Alors, faute de patience, comme j’avais hâte de commencer le démontage de mon moteur, je griffonnai ce dessin-ci.

Et je lançai:

– Ça c’est la caisse. Le mouton que tu veux est dedans.

Mais je fus bien surpris de voir s’illuminer le visage de mon jeune juge:

– C’est tout à fait comme ça que je le voulais ! Crois-tu qu’il faille beaucoup d’herbe à ce mouton ?

– Pourquoi ?

– Parce que chez moi c’est tout petit…

– Ça suffira sûrement. Je t’ai donné un tout petit mouton.

Il pencha la tête vers le dessin:

– Pas si petit que ça… Tiens ! Il s’est endormi…

Et c’est ainsi que je fis la connaissance du petit Prince.»

Primum Vere, 2017

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Tuesday, March 21, 2017 by Captain NEMO

Fromad cach bìd iar n-urd,

issed dlegair i n-Imbulc,

dfunnach laime is coissi is cinn,

is amlaid sin atberim

La Primavera Celtica – basata su un calendario ben più antico del nostro – era anticipata di  48 o 49 giorni rispetto all’Equinozio astronomico; cade, ancora oggi, il 1 Febbraio; è la festa di Imbolc, una delle 4 celebrazioni del Fuoco annuale. Coincide con la vigilia della  nostra Candelora, e non si può fare a meno di sorridere interessati, senza sorprendersi, di questa curiosa ‘sfasata’ coincidenza. Imbolc festeggia la lattazione degli ovini dopo la mungitura, ed è legata alla fecondità che segue l’inverno (Samain), 1 Novembre). Il nome ‘Imbolc‘ pare derivare proprio dalla quartina inserita nel MS. Rawlinson B. 512, f. 98 b,2 (Rolls Edition of the ‘Tripartite Life’), e l’etimologia più tradizionale suona come imb- (prefisso riflessivo) e folc (acquazzone). Oggi è imbevuta del sapore Cristiano della Candelora, ma nella tradizone antica, era la féil Brigde, come testimonia il Tain Bo Cualnge delllo Yellow Book of Lecan. Il Festival di Brigde, che poi diventerà Santa Brigida, celebrava i fasti della Dea Triplice (la ‘Maria dei Gaelici’) era la Brigde della poesia, la Brigde dell’arte medica e la Brigde dell’arte dei metalli. Nella Scozia Gaelica  il suo simbolo era il Cigno Bianco.

La profonda allegria dei convivi di quelle terre, in cui naturalmente l’Ale scorreva a fiumi, festeggiava le 4 feste del fuoco con indicazioni sia legate al cibo ed alle bevande collegate ai 4 cardini del’Anno, sia con i rituali di magia naturale richiesti. La quartina di Imbolc si traduce grosso modo così:

Assaggiare ogni cibo secondo l’ordine,

ecco ciò che si deve fare a Imbolc,

lavarsi la mano, il piede e la testa,

è così, dico

Il Mito Cristiano dei Ceri Verdi è dunque, a dar retta ai Celti, legato strettamente all’inizio della Primavera, e dovremmo forse intenderlo in tal senso anche operativamente (chissà!). D’altro canto non è un mistero per chi pratica alchimia constatare che l’attuale ciclo naturale delle stagioni è molto cambiato nel suo ritmo, quasi che l’orologio cosmico di Madre Natura si stia in qualche modo mirabilmente ‘ri-fasando’.

Sia come sia, tra poco il tempo del giorno sarà uguale al tempo della notte, e l’Ariete Celeste già irrora dal Cielo: il gioco più dolce e più misterioso e più genesiaco e più allegro chiama tutti i bambini.

Buona Primavera !

Sereno Natale …! God rest ye merry gentlemen.

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Saturday, December 24, 2016 by Captain NEMO

Dies Natali: qualunque sia la fede, il credo, il sentimento, auguro a tutti di viverlo – anche solo per un attimo, raccolti – come una riflessione leggera dell’animus, ricordando il senso della Tradizione antica. Ed unica. Liberi, per una volta, dalla prigione pesante che ognuno veste a suo modo, ritenendo di essere ‘libero’.

It’s better to light a Candle,
than curse the darkness

La Force

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Tuesday, December 6, 2016 by Captain NEMO

Uno dei Capitoli più belli e famosi de Les Demeures Philosophales è quello dedicato a “Le Guardie del Corpo di Francesco II, Duca di Bretagna“.

Tombeau des Ducs de Bretagne - Nantes

Tombeau des Ducs de Bretagne – Nantes

Il monumento sepolcrale dei Duchi più amati dai Bretoni è oggi ospitato nella Cattedrale di Nantes, ma prima della Rivoluzione era stato edificato nella Chiesa del Carmine; nel 1499 Anna Di Bretagna, Regina di Francia e seconda sposa di Louis XII d’Orléans (dinastia Valois),

Devise de Louis XII et de Anne de Bretagne

Devise de Louis XII et de Anne de Bretagne

decise di onorare la memoria dei genitori – François II Duc de Bretagne e Marguerite de Foix; il progetto è affidato a Jehan Perréal, e realizzato da Michel Colombe. Francesco II é inumato assieme alla prima moglie Marguerite de Bretagne, ma in seguito verranno aggiunte le spoglie di Marguerite de Foix, madre della Regina Anna. Alla sua morte, nel 1544, la Regina verrà sepolta a Saint-Denis (che a Parigi ospita i monarchi Capetingi): ma il suo cuore verrà trasportato in solenne processione fino a Nantes, deposto in un prezioso scrigno in oro e posto nella tomba originaria di famiglia. L’esistenza dell’oggetto – ancora oggi venerato e considerato patrimonio della storia della orgogliosa ‘nazione Bretone’ – viene ricordato da Fulcanelli in una Nota:

M. il Canonico G. Durville, alla cui opera dobbiamo questi dettagli ha gentilmente voluto inviarci un’immagine di quest’oggetto curioso, priva, ahinoi!, del suo contenuto, che fa parte delle collezioni del museo Th. Dobrée, a Nantes, di cui è il conservatore. «Vi invio, ci scrisse, una piccola fotografia di questo prezioso reliquario. L’ho posta un momento nel luogo preciso dove era il cuore della Regina Anna, pensando che questa circostanza vi avrebbe legato con maggior interesse a questo piccolo ricordo.»”

Coeur d'Anne de Bretagne

Coeur d’Anne de Bretagne

Coeur d'Anne de Bretagne

Coeur d’Anne de Bretagne

Oltre ad essere il Conservatore e Bibliotecario del museo Dobrée dal 1924 al 1947, Georges Durville (1853-1943) era anche il vice-presidente della Société archéologique de Nantes, e promosse una serie estesa di scavi nei terreni del Vescovato di Nantes, riportando alla luce 3 piscine battesimali databili al IV secolo AC (ritrovamenti pubblicati in Les Fouilles de l’évêché de Nantes (1910-1913). Oltre a citare Etudes sur le vieux Nantes di Durville, Fulcanelli ringrazia un po’ più che formalmente l’archeologo Bretone, suo contemporaneo:

Preghiamo M. il canonico Durville di qui voler ben gradire l’espressione dei nostri vivi ringraziamenti per la sua pia sollecitudine e la sua delicata attenzione.“.

L’interesse di Fulcanelli per la foto del reliquario che aveva contenuto il coeur di Anna di Bretagna, forse, poteva essere un po’ più che solo alchemico.

Jehan Perréal, come ricorda lui stesso in una lettera al segretario di Margherita d’Asburgo, Arciduchessa d’Austria e Princesse de Bourgogne (Perrèal partecipava al progetto di costruzione del mausoleo di Filiberto di Savoia a Notre-Dame de Brou, sotto gli auspici della Princesse sua moglie), aveva assunto Michel Colombe per la realizzazione del monumento funerario a Nantes:

Monseigneur, je vous ay envoyé le patron de la sépulture du duc de Bretaigne tout ainsy qu’elle est faite, sans y adjouter ni diminuer. Les Vertus ont VI pieds et demy. Ledit patron j’ay fait juste; j’ay été toujours quand on le faisait ou le plus de temps. Je l’ay posé en ce lieu, comme autrefois vous ay conté. Quand au marbre on la fet venir de Gênes. Michel Coulombe besongnait au mois et avait pour mois vingt ecuz l’espace de sinc ans; il y avait deux tailleurs de maçonnerie antique Italiens qui avaient chaqun 8 écuz pour mois. On paiait tous fers asserés, tous outilz. Finalement la chose a été si bien achevée que j’y posé au lieu désiré par la dite Dame (i.e., Anne de Bretagne) et cousta à poser, tant pour faire la voute, pour mettre les corps que pour les engins pour l’enrichir d’un peu d’or, la somme de 560 livres, car j’en ai tenu le compte.“.

"La complainte de Nature à l'alchimiste errant"Perréal – pittore della casa reale di Francia – disegna, e Colombe realizza le sculture; Perréal – la cui vita è ricchissima di episodi ed incontri, ma sempre vissuta con un basso profilo – è conosciuto da chi studia Alchimia per esser stato l’ editor de La Complainte de Nature à l’alchimiste errant (attribuito a Jean de Meung, 1516), la cui miniatura è ben nota:

Chiudo questo piccolo preambolo storico con Colombe: se Fulcanelli lo fa nascere a Saint-Pol-de-Léon nel 1460 (ancora in Bretagna), si pensa oggi che sia nativo di Bourges; Bourges, la cui bellissima Cattedrale manca all’interno de Le Mystère des Cathédrales, fu attorno al ‘500 il centro di una sorta di ‘associazione artistica’: gli scultori Jean e Michel Colombe, lo stampatore e calligrafo Geoffrey Tory e il pittore Jean Perréal. La loro attività si svolge attorno ai Valois/Bourbon, prestando la loro opera alle Dames importanti di questo partito dinastico: Madame du Plessis-Bourré, Madame du Beaujeu (per la quale, nel 1497, Perréal compirà una delicata opera di recupero dei diamanti che Madame de Beaujeu aveva affidato a Madame du Plessis-Bourré), la Regina  Anne de Bretagne, la Regina Charlotte de Savoie. Perréal – pare, ogni prudenza è d’obbligo – fosse fra l’altro il Gardien di un ordine piuttosto antico che sarebbe sfociato a metà ‘800 nei F.C.H., anch’essi basati a Bourges.

Pur essendo Les Demeures Philosophales in qualche modo destinato ad illustrare i contenuti esoterici ed alchemici di alcune ‘Demeures’, Fulcanelli dedica alla tomba dei Duchi di Bretagna uno dei Capitoli più belli; quasi un segnalibro Bretone, come pegno di un amore profondo per la terra e la storia di Breizh, il Capitolo è dedicato all’esame rigoroso delle quattro Gardes du Corps, personificazioni delle quattro Virtù Cardinali; l’espressione originarie delle Virtus sono naturalmente les forces che debbono essere utilizzate da ogni essere umano lungo il proprio cammino terreno: Justice, Force, Temperance, Prudence.

Definita da Fulcanelli come ‘le chef-d’œuvre de Michel Colombe‘, La Force offre una raffigurazione di una allegoria estremamente apparentabile all’operatività alchemica: un Dragone strangolato dalla mano della Garde, che lo ‘estrae‘ con forza aggraziata ma decisa da una fenditura di una Torre.

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[Debbo ringraziare due amici francesi, Archer ed Ibrahim: il primo per la riproduzione della tavola originale di Champagne, il secondo per le magnifiche foto di Nantes. La loro passione ed il loro impegno nei confronti della Gran Dama sono, da anni, un serio punto di riferimento per gli studiosi dell’Arte. Merci bien, Monsieurs !…]

Le chef couvert d’un morion plat, au mufle de lion en tête, le buste revêtu du harcelet finement ciselé, la Force soutient une tour de la main gauche et, de la droite, en arrache, — non un serpent comme le portent la plupart des descriptions, — mais un dragon ailé, qu’elle étrangle en lui serrant le col. Une ample draperie aux longues franges, dont les replis portent sur les avant-bras, forme une boucle dans laquelle passe l’une de ses extrémités. Cette draperie, qui, dans l’esprit du statuaire, devait recouvrir l’emblématique Vertu, vient confirmer ce que nous avons dit précédemment. De même que la Justice, la Force apparaît dévoilée.

Il capo coperto da un morione piatto, al musello di leone sul davanti, il busto rivestito dalla cotta finemente cesellata, la Forza regge una torre con la mano sinistra e, con la destra, svelle – non un serpente come riportato dalla maggior parte delle descrizioni, – ma un dragone alato, che strangola serrandogli il collo. Un ampio drappeggio dalle lunghe frange, i cui risvolti poggiano sugli avambracci, forma un cappio nel quale passa una delle sue estremità. Questo drappeggio, che, nell’intento dello scultore, doveva ricoprire l’emblematica Virtù, viene a confermare ciò che abbiamo detto in precedenza. Come la Giustizia, la Forza appare senza velo.

Il Morione era il casco tipico delle fanterie europee del ‘500: il ‘morro‘ spagnolo indica la parte tondeggiante a protezione della testa, forse ispirato dal copricapo usato dai Mori in battaglia. D’altro canto, il Celtico ‘mawr‘ indica per l’appunto ‘testa‘, ma anche ‘mor‘, il ‘cumulo di pietre‘, il monticello del Gallese ‘mur‘. Morione è anche il nome di una varietà di quarzo nero. La Force indossa un Morione piatto, magnificamente decorato sui due lati con un altorilievo a spirale a tre balze: ricorda il Nautilus, ed evoca un ciclo armonico naturale, basato come è noto sulla serie di Fibonacci. La parte anteriore è scolpita come muso di leone a mo’ di celata: sotto il naso, Colombe ha inciso un simbolo ‘a ghianda‘, forse una sorta di marchio d’atelier. Il Copricapo è completato sulla nuca da un paracolpi loricato a cerniera.

Sotto il Morione, si intravede un copricapo in tessuto, da cui spuntano sui lati le ‘tresses‘, intrecciate con eleganza e raggruppate anch’esse a spirale, commentate da Fulcanelli così:

La tresse, nommée en grec σειρα (seira), est adoptée pour figurer l’énergie vibratoire, parce que, chez les anciens peuples hellénique, le soleil s’appelait σειρ (seir).

Nantes, La Force - la 'Tresse'

Nantes, La Force – la ‘Tresse’

Segue poi l’explication di Fulcanelli sul corsetto cesellato in forma di corazza leggera:

Le scaglie interconnesse sulla piccola gorgiera della cotta sono quelle del serpente, altro emblema del soggetto mercuriale e replica del dragone, anch’esso scaglioso. Delle squame di pesce, disposte a semicerchio, decorano l’addome ed evocano la saldatura, al corpo umano, di una coda di sirena. Ora, la sirena, mostro favoloso e simbolo ermetico, serve a caratterizzare l’unione dello zolfo nascente, che è il nostro pesce, e del mercurio comune, chiamato vergine, nel mercurio filosofico o sale di saggezza. L’identico senso è fornito dalla galletta dei re, alla quale i Greci davano lo stesso nome della lunaσεληνμ (seléné); Questa parola, formata dalle radici σελας (selas), éclat, e ελμ (elé), luce solare, era stata scelta dagli iniziati per mostrare che il mercurio filosofico deriva il suo éclat dallo zolfo, come la luna riceve la sua luce dal sole. Una ragione analoga fece attribuire il nome di σειρμν (seirén), sirena, al mostro mitico risultante dall’unione di una donna e di un pesce; σειρμν (seirén), termine contratto da σειρ (seir), sole, e da μηνη (méné), luna, indica ugualmente la materia lunare combinata alla sostanza sulfurea solare. É dunque una traduzione identica a quella della focaccia dei re, rivestito del segno della luce e della spiritualità – la croce, –  testimonianza dell’incarnazione reale del raggio solare, emanato dal padre universale, nella materia grave, matrice di tutte le cose, e terra inanis et vacua della Scrittura.

Questo passo, in apparenza complesso, è – more solito – un paradigma completo della Grande Opera; fatte salve le apparenze per così dire ‘classiche’ dell’operatività, Fulcanelli indica con precisione il come&perché. Posso solo sottolineare la precisa risonanza con le fondamenta della Philosophia Naturale, di quella stessa, unica, Physica che anima Alchimia. Naturalmente, occorre prima averla studiata, meditata e, nel tempo, afferrata. Non vi affatto casualità nella pratica di laboratorio, bensì l’identica causalità mostrata in chiaro da Madre Natura nel processo continuo della Creazione. Si può far finta di niente e scrollar le spalle, certo, e pensare che tutto si debba ad una attesa fideistica, miracolosa (si trascura spesso che il ‘miracolo’ esprime il senso di ‘una cosa da osservare‘). Nel rileggere questo passo, resto convinto che Alchimia è Scientia & Ars, niente di più, niente di meno. La allegra Cabala fonetica utilizzata da Fulcanelli vela la funzione dei componenti dell’Actio con cui la Materia viene in essere nella manifestazione: quella ‘energia vibratoria‘ è l’effetto – e simultaneamente la causa, ma in un piano speculare riservato, e peculiare – della materializzazione, attraverso Lux, della Forma soggiacente il corpo; questo processo può essere condotto e portato ‘ad terminem‘ soltanto dalla Force, quella di Madre Natura, non certo la nostra. Le Creature non posseggono, non dominano questa Force, che ne è piuttosto la loro origine. Siamo così orgogliosamente affardellati dall’antropomorfismo, che diamo credito di esistenza solo a ciò che possa ricadere sotto i nostri sensi; ma sulla scena del teatro delle apparenze prendiamo spesso lucciole per lanterne, scambiando l’effetto per la causa; chiamiamo ad esempio luce l’emissione del Lumen, pensando che Lux sia solo una deliziosa figura retorica, certo utile per ‘filosofeggiare’. Ma è Lux l’Agente di Natura perenne, che del Campo  – unico – è Signore e proprietario: Lux irradia in continuum, senza frontiere di spazio e tempo (entrambi, sono percepibili dalle creature, ma sono ‘locali’), e l’interazione tra la Materia che deve prender ‘forma’ ed il ‘campo luminoso’, per quanto ai nostri sensi oscuro, avviene secondo un piano perfetto per gradi e attraverso proporzioni: il gioco della liberazione del Mercurio e dello Zolfo – corpi materiali puri in cui albergano i due Principia – richiede all’artista che si dia dispositio alla materia: nel macroscopico essa è espressa dal peso, nel microscopico per quanti. Di quest’ultimo aspetto – che è il dominio esatto d’Alchimia – gli antichi parlano di ‘per minima‘.

Con precisione Fulcanelli evoca questo aspetto: la materia grave, che pesa, la matrice di tutte le cose, è quella terra inane del Genesi; Sol e Luna sono ovviamente già presenti nell’intimo di quella terra, e necessitano di Lux ed Esprit per iniziare il corso di  specificazione del corpo. Sed de hoc satis.

Un ultimo commento, suggerito dalle immagini del magnifico monumento: i due Gisants – poggiati su morbidi cuscini approntati da tre angelots – sono protetti dai due animali simbolici: il Leone per il maschio mostra l’ecu couronné con le armi di Bretagna, mentre il Levriero per la femmina porta il collare dell’ Ordre de la Cordelière (creato da Anna) e mostra le sue armi coronate (partito, a destra di Bretagna e a sinistra di Foix-Béarn-Navarre, ereditato dai genitori di Marguerite ). Entrambe le armoiries mostrano in campo lo smalto d’Hermine, di bianco inseminato di trifoglio di nero e codetta spartita in tre dello stesso.

L’Armellino è stato sempre usato nelle armi di Bretagna, che lo ha sempre anteposto in ordine di importanza tanto all’oro e all’azzurro (colori della Francia): il piccolo mustelide porta la pelliccia bianca d’inverno, e d’estate bruna rossastra sul dorso e bianca sulla pancia. La coda, peraltro, è sempre nera.

Sant Malo - Armes de Bretagne

Sant Malo – Armes de Bretagne

Il Motto recita: “Potius mori quam faœdari” (“Piuttosto morire che macchiarsi“), la stessa devise raffigurata in uno dei cassoni del Palazzo Lallemant, a Bourges: naturalmente, Fulcanelli nel suo commento al Cassone VIII di Dampierre si ricollega alla Bretagna ed alla sua amata Regina Anna, essendo l’ermellino chiuso nel suo recinto il simbolo del mercurio filosofico:

Dampierre-sur-Boutonne, Caisson VIII

Dampierre-sur-Boutonne, Caisson VIII

“L’hermine pure et blanche apparaît ainsi comme un emblème expressif du mercure commun uni au soufre-poisson dans la substance du mercure philosophique.”

Come si vede l’allegoria permette all’alchimista di parlare sempre con precisione della medesima operatività, pur usando fonemi diversi: se si confronta l’explication data per la Force, si conclude che la sirena corrisponde all’ermellino, e che la vergine è il dragone, e che lo zolfo è il pesce. Certo, a seconda di alcuni contesti – verificabili solo nella pratica di laboratorio – vi sono apprezzamenti più coerenti; ma ci si deve arrendere all’evidenza del Grand Jeu: il paradosso in Alchimia mostra la verità, purché si cammini nello studio e nella pratica.

Concludo invitando a riflettere: la Virtù de la Force, Cardinale, non indica solo una forza umana, una terrena volontà, una determinazione da usare per raggiungere uno scopo, sia esso violento o dolce; in verità, la Force di cui si parla in Alchimia è “il” Flusso dell’Actio di Madre Natura; questo Flusso non è una figura retorica, bensì la componente fondamentale del processo di Creazione di Madre Natura, ed attiene alla Physica, in bella evidenza. Non richiede una fede, né un credo. Essendo il modus operandi di Madre Natura, essa – semplicemente – “è”. Un eventuale consenso o dissenso da parte dell’intelletto umano davvero non conta nulla sul piano Universale.

Yes, a Jedi’s strength flows from the Force. But beware of the dark side. Anger, fear, aggression; the dark side of the Force are they. Easily they flow, quick to join you in a fight. If once you start down the dark path, forever will it dominate your destiny, consume you it will, as it did Obi-Wan’s apprentice.

L’aqua-micans e la Course des Hippocampes

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Friday, November 25, 2016 by Captain NEMO

Come promesso in precedenza, riporto il brano di Raymond Roussel, tratto dal suo Locus Solus (1913). Ricordo che Dujols aveva già letto – nel 1906 – l’interessant recit des hippocampes, a proposito del quale pregò Roussel di porgere i suoi saluti al signor de Campagna (che evidentemente non era J.J. Champagne, menzionato pochi paragrafi precedenti nella stessa missiva). É un fatto degno di curiosità, inoltre, che un mese e mezzo dopo l’uscita di Locus Solus Roussel pubblicò su Le Galois du Dimanche, dopo molti lanci di anteprima dell’opera – ovviamente stroncati dalla critica del tempo – un articolo intitolato “Quelques Heures à Bougival“. Ma Bougival – amena località nei pressi di Versailles – non pare comparire nel testo.

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Quelques Heures à Bougival

Inoltre, per quel che se ne ricava dall’esame della prima pagina del manoscritto originale, il personaggio principale – l’estrosissimo ed ingegnoso propietario del parco della Villa di Montmorency – era inizialmente ‘le professeur Boudet‘; poi Roussel aggiunse ‘Daniel Saron‘, ma decise infine di chiamarlo ‘maitre Martiel Canterel‘. Il nomen Locus Solus venne inserito al posto dei puntini: ” …. – c’est le nom de la propriété – est une retraite solitaire où Boudet aime à se livrer en toute tranquillité d’esprit aux multiples et féconds travaux.“.

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Locus Solus – Prima pagina del manoscritto

Detto ciò, ecco la mia personale traduzione del brano:

La revue des ludions terminée, Canterel nous fit reculer un peu, en désignant le haut du récipient. Les bords, qui étaient rentrants et horizontaux pour prêter au tout l’apparence complète d’une gemme démesurée, encadraient une ouverture centrale de forme circulaire, près de laquelle se dressaient côte à cote une bouteille de vin blanc dont l’étiquette portait le mot «Sauternes» et un grand bocal où évoluaient sept chevaux marins. Le poitrail de chaque hippocampe était finement traversé en sa partie la plus saillante par le milieu précis d’un long fil, dont les deux bouts pendants se réunissaient au sein d’un minuscule étui métallique. Chacun des sept fragiles sétons ainsi créés avait son coloris propre évoquant une des nuances de l’arc-en-ciel.

Une pêchette gisait auprès du bocal.

“Terminata la rassegna dei ludioni, Canterel ci fece indietreggiare un poco, indicando la parte alta del recipiente. I bordi, che erano rientranti e orizzontali per dare al tutto l’apparenza completa di una gemma smisurata, inquadravano un’apertura centrale di forma circolare, vicino la quale si ergevano fianco a fianco una bottiglia di vino bianco la cui etichetta mostrava il termine «Sauternes» ed un grande boccale dove volteggiavano sette cavallucci marini. Il pettorale di ogni ippocampo era finemente traversato nella sua parte più sporgente dalla metà precisa di un lungo filo, i cui due estremi pendenti si riunivano in seno ad un minuscolo astuccio metallico. Ciascuno dei sette fragili setóni[i] così creati aveva il suo proprio colorito evocante una delle sfumature dell’arcobaleno.

Un piccolo rampino giaceva presso il boccale.”

Tout en nous prescrivant l’immobilité, Canterel contourna le monstrueux diamant et, gravissant une fine échelle double qui, faite en métal luxueusement nickelé, se dressait du côté opposé au nôtre, finit par dominer l’ouverture circulaire.

À l’aide de la pêchette, il souleva un par un les chevaux marins hors du bocal pour les plonger dans l’aqua-micans, où se produisit un spectacle imprévu. À droite et à gauche de chaque poitrail, les bords des deux ouvertures artificielles, s’écartant parfois sous l’action d’une poussée interne, livraient passage à une bulle d’air puis se recollaient d’eux-mêmes sur le séton. Lentement périodique au début, le phénomène acquit ayant longtemps une extrême fréquence. Les hippocampes—le maître nous l’affirma—n’auraient pu vivre dans le grand diamant sans leur double exutoire, par où s’échappait le trop-plein d’oxygène que l’onde éblouissante, bien adaptée à la respiration des êtres terrestres, livrait forcément aux animaux aquatiques. Une plate couche de cire, de la même couleur qu’eux, recouvrait le côté gauche de chacun des sept lophobranches.

Canterel, débouchant la bouteille de sauternes, se mit à verser un mince filet de son contenu dans l’étrange réservoir. Or le vin, sans nulle velléité de mélange, se solidifiait au contact de l’aqua-micans et, soudain revêtu d’un éclat magique emprunté à l’ambiance, tombait superbement sous forme de blocs jaunes pareils à des morceaux de soleil. Les chevaux marins, qui, à la vue de ce phénomène, s’étaient spontanément groupés en un cercle étroit placé à souhait, recevaient au milieu d’eux les flamboyantes avalanches, qu’ils malaxaient avec le côté aplani de leurs corps pour en faire un seul conglomérat. Le maître, continuant à pencher le goulot, envoyait sans cesse de nouveaux matériaux à la horde attentive, qui les arrêtait dans leur chute sans en laisser rien perdre.

Enfin, jugeant la dose suffisante, le strict échanson rangea près du bocal la bouteille vivement rebouchée.

Les hippocampes détenaient alors, formée par leur pétrissage continuel, une étincelante boule jaune dont le rayon mesurait à peine trois centimètres. Assiégeants pleins d’adresse, ils la faisaient tourner sur place en tous sens et, par un modelage soigneux uniquement effectué aussi avec leur côté revêtu de cire, s’efforçaient de lui donner une rotondité sans défauts.

Avant peu ils furent possesseurs d’une sphère absolument par faite et homogène, dont aucune marque de soudure ne déparait la surface ou l’intérieur. L’abandonnant brusquement d’un commun accord, ils se placèrent côte à côte sur un seul rang, dans l’ordre que réclamaient leurs sétons pour constituer un arc-en-ciel exact.

Derrière eux la sphère descendait librement. Arrivée au niveau marqué par l’extrémité double de chaque séton, elle attira comme un aimant le métal des sept courts étuis marieurs. L’attelage s’étant mis en marche les traits se tendirent horizontalement, grâce au poids résistant du globe magnétique, entraîné dans le brusque élan général.

Un cri de surprise nous jaillit des lèvres: l’ensemble évoquait le char d’Apollon. Vu son ardente participation à l’éclat de l’aqua-micans, la boule, jaune et diaphane, s’environnait en effet d’aveuglants rayons la transformant en astre du jour.

À la surface de l’eau venaient continuellement éclore de nombreuses bulles d’air expulsées par le poitrail des coursiers, qui, bientôt, contournèrent le petit fût de colonne à immersion fixe. La tension des sétons laissait le fond seul des étuis de métal en contact avec la sphère solaire, dont la masse décrivit passivement une impeccable courbe.

“Pur raccomandandoci l’immobilità, Canterel gira attorno al mostruoso diamante e, arrampicandosi su una sottile doppia scaletta che, fatta di metallo lussuosamente nichelato, si ergeva sul lato opposto al nostro, finì per dominare l’apertura circolare.

Con l’aiuto del piccolo rampino, sollevò uno per uno i cavallucci marini fuori del boccale per tuffarli nell’aqua-micans, dove si produsse uno spettacolo imprevisto. Alla sinistra e alla destra di ogni pettorale, i bordi delle due aperture artificiali, schiudendosi a tratti sotto l’azione di una spinta interna, lasciavano il passaggio ad una bolla d’aria, poi si re-incollavano da sé stessi sul setone. Lentamente periodico all’inizio, il fenomeno acquistò nel tempo una estrema frequenza. Gli ippocampi – ce lo confermò il maestro – non avrebbero potuto vivere nel grande diamante senza il loro doppio esutòrio[ii], attraverso il quale sfuggiva l’eccesso d’ossigeno che l’onda abbagliante, ben adatta alla respirazione degli esseri terrestri, forniva forzatamente agli animali acquatici. Un sottile strato di cera, del loro stesso colore, ricopriva il lato sinistro di ciascuno dei sette lofobranchi[iii].

Canterel, stappando la bottiglia di sauternes[iv], si mise a versare un tenue filo del suo contenuto nello strano serbatoio. Ora il vino, senza alcuna velleità di mescolanza, si solidificava a contatto dell’aqua-micans e, d’un tratto rivestito di un magico eclat[v] improntato all’ambiente, cadeva superbamente sotto forma di blocchi gialli simili a dei pezzetti di sole. I cavallucci marini, che, alla vista di questo fenomeno, si erano spontaneamente raggruppati in uno stretto circolo posto alla bisogna, ricevevano nel loro mezzo le sfolgoranti valanghe, che rendevano molli con il lato piatto dei loro corpi per farne un solo conglomerato. Il maestro, continuando ad inclinare il colletto[vi], inviava senza posa dei nuovi materiali all’orda attenta[vii], che li arrestava nella loro caduta senza perderne nulla.

Infine, giudicando la dose sufficiente, il rigoroso coppiere ripose vicino al boccale la bottiglia vigorosamente ri-tappata.

Gli ippocampi tenevano allora, formata grazie al loro impastare continuato, una scintillante bolla gialla il cui raggio misurava appena tre centimetri. Assediandola pieni di perizia, la facevano girare sul posto in tutte le direzioni e, grazie ad una modellazione accurata per di più effettuata unicamente con i loro fianchi rivestiti di cera, si sforzavano di darle una rotondità senza difetti.

In breve furono possessori di una sfera assolutamente perfetta ed omogenea, [senza] che alcun segno di saldatura ne deturpasse la superficie o l’interno. Abbandonandola bruscamente di comune accordo, si schierarono fianco a fianco in un sol rango, nell’ordine che reclamavano i loro setóni a costituire un esatto arcobaleno.

Dietro di loro la sfera scendeva liberamente. Arrivata al livello indicato dalla doppia estremità di ogni setóne, essa attirò come un magnete il metallo dei sette corti astucci sensali[viii]. Messosi in marcia il tiro, le corregge si tesero orizzontalmente, grazie al peso resistente del globo magnetico, trainato nel brusco slancio generale.

Un grido di sorpresa ci sorse dalle labbra: l’insieme evocava il carro di Apollo. Vista la sua ardente partecipazione all’eclat dell’aqua-micans, la bolla, gialla e diafana, si avvolgeva in effetti di raggi accecanti trasformandola nell’astro del giorno.

Alla superficie dell’acqua venivano schiudendosi continuamente numerose bolle d’aria espulse dai pettorali dei corsieri, i quali, presto, aggirarono il piccolo fusto di colonna a immersione fissa. La tensione dei setóni lasciava soltanto il fondo degli astucci di metallo in contatto con la sfera solare, la cui massa descriveva passivamente una curva impeccabile. … Canterel annunciò una corsa, pregandoci di scegliere i nostri candidati, poi dichiarò che agli ippocampi – handicappati dalle loro posizioni, più o meno vicine ad una corda immaginaria – aveva dato in guisa dei nomi, mirando alla semplicità, le loro cifre latine ordinali, partendo dal setóne violetto, posseduto da Primus, il più privilegiato. Ognuno di noi designò ad alta voce il proprio eletto,  limitandoci a scommettere per la gloria.”

… e parte la corsa, stabilita su tre giri completi! Dopo un’alternanza molto ‘ippica’ (Tertius conduce, seguito dappresso da Sextus, Primus e Quintus; poi Quartus balza in testa al termine della curva, ma è superato da Septimus; in prossimità del traguardo, però, Secundus vince con vantaggio), Canterel proclama il vincitore; e poi parla del diamante e del suo contenuto:

Canterel avait trouvé le moyen de composer une eau dans laquelle, grâce à une oxygénation spéciale et très puissante qu’il renouvelait de temps à autre, n’importe quel être terrestre, homme ou animal, pouvait vivre complètement immergé sans interrompre ses fonctions respiratoires.

Le maître voulut construire un immense récipient de verre, pour rendre bien visibles certaines expériences qu’il projetait touchant plusieurs partis à tirer de l’étrange liquide.

La plus frappante particularité de l’onde en question résidait de prime abord dans son éclat prodigieux; la moindre goutte brillait de façon aveuglante et, même dans la pénombre, étincelait d’un feu qui lui semblait propre. Soucieux de mettre en valeur ce don attrayant, Canterel adopta une forme caractéristique à multiples facettes pour l’édification de son récipient, qui, une fois terminé puis rempli de l’eau fulgurante, ressembla servilement à un diamant gigantesque. C’était sur l’endroit le plus ensoleillé de son domaine que le maître avait placé l’éblouissante cuve, dont la base étroite reposait presque à ras de terre dans un rocher factice; dès que l’astre luisait, l’ensemble se parait d’une irradiation presque insoutenable. Certain couvercle métallique pouvait au besoin, en bouchant un orifice rond ménagé dans la partie plafonnante du joyau colossal, empêcher la pluie de se mélanger avec l’eau précieuse, qui reçut de Canterel le nom d’aqua-micans.

“Canterel aveva trovato il modo di comporre un’acqua nella quale, grazie ad una ossigenazione molto speciale e molto potente che rinnovava di tanto in tanto, qualunque essere terrestre, uomo o animale, poteva vivere completamente immerso senza interrompere le proprie funzioni respiratorie.

Il maestro volle costruire un immenso recipiente di vetro, per rendere ben visibili certi esperimenti che aveva progettato riguardati diversi modi per tirar profitto dallo strano liquido.

La più sorprendente particolarità dell’onda in questione consisteva di primo acchito nel suo prodigioso eclat; la più piccola goccia brillava in modo accecante e, persino nella penombra, scintillava di un fuoco che sembrava intimo ad essa. Preoccupato di dare valore a questo dono attraente, Canterel adottò una forma caratteristica a sfaccettature multiple per la costruzione del suo recipiente, che, una volta terminato [e] poi riempito di acqua folgorante, assomigliò fedelmente ad un gigantesco diamante. Fu sul punto più soleggiato della sua tenuta che il maestro aveva posto la vasca[ix] abbagliante, la cui stretta base poggiava quasi rasoterra su una roccia artificiale; e non appena l’astro riluceva, l’insieme si ammantava di una irradiazione quasi insostenibile. Alla bisogna, un certo coperchio metallico poteva, chiudendo un orifizio rotondo praticato nella parte sovrastante del gioiello colossale, impedire alla pioggia di mescolarsi con l’acqua preziosa, che ricevette da Canterel il nome di aqua-micans.”

Non farò commenti; ognuno leggerà come meglio crederà. Locus Solus, inizialmente denigrato da tutti, ma acclamato dal surrealismo, era forse considerato da Roussel come il suo capolavoro; sembra che vennero trovate alcune copie del libro accanto al corpo esanime nella camera del Grand Hotel et des Palmes a Palermo, nel 1933.

Note

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[i] Il ‘setóne‘ indica la cavità indotta dall’inserimento di un tubulo sotto pelle; si tratta, insomma, di una sorta di tragitto sottocutaneo causato – per l’appunto – dall’inserimento del ‘setóne‘. Si usava praticare questo tipo di intervento sui cavalli per accrescerne i muscoli e migliorarne l’andatura.

[ii] Si tratta di un termine arcaico di chirurgia: è un’ulcerazione artificiale della pelle, mantenuta tramite un unguento o altro corpo grasso, per deviare, o smuovere una irritazione interna di un organo più importante. Dal Latino ‘Exuo‘, ‘spoglio, tolgo‘.

[iii] Termine di Ittiologia antica: ordine di pesci dalle pinne natatorie irraggiate, caratterizzato da un corpo corazzato, un muso allungato in tubo e provvisto di denti, di branchie a ciuffo arrotondato, racchiuse in un orifizio branchiale molto stretto.

[iv] Mentre nel paragrafo precedente il termine “Sauternes” figurava con la maiuscola e tra virgolette – ad indicare il famoso e pregiato vino bianco di Bordeaux (Aquitania) – questa volta il termine è minuscolo e senza virgolette.

[v] Indica lo ‘scintillio‘.

[vi] Della bottiglia; ma è anche il diminutivo di ‘guele‘.

[vii] Ma anche – con una semplice cabala – ‘in attesa‘.

[viii] Con il senso di ‘mediatori di matrimonio‘, nel lessico comune i ‘compari‘.

[ix] Ma in Francese il termine è comunemente utilizzato per indicare il ‘tino‘.

 

Il Giglio delle Convalli

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Thursday, November 17, 2016 by Captain NEMO

Jacques Coeur - Tristan & Isolde

Jacques Coeur – Tristan & Isolde

Nel suo Arcanum Hermeticae Philosophiae Opus (1623), al canone XXIII, il Presidente d’Espagnet scrive:

Con il termine Luna i Filosofi non intendono la Luna volgare, la quale nel suo operare è maschio, & che nella copula svolge il ruolo di maschio; che nessuno presuma dunque di  tentare una congiunzione nefasta & contro Natura di due maschi, e non  si concepisca alcuna speranza di prole da una tal copula; ma si congiunga con un congiunzione stabile Gabritius a Beia, il fratello alla sorella, e che si chiamerà propria;  affinché poi si raccolga il fertile figlio del Sole.

Il monito è chiaro, e spesso trascurato: se la nostra mentalità accetta immediatamente un possibile matrimonio tra due generi opposti, un mariage di un fratello e sorella viene ovviamente visto come sola figura retorica. Ma, a mio modesto avviso, vi è dell’altro. Fulcanelli ne accenna nel Volume I de Les Demeures Philophales, al capitolo Le Mythe Alchimique d’Adam et Eve:

Car ils sont réellement frère et soeur, tenant chacun leur être d’une mère commune, et redevables de la contrariété de leurs tempéraments plutôt à la différence d’âge et d’évolution qu’à l’écart de leurs affinités.

L’auteur anonyme de l’Ancienne Guerre des Chevaliers, dans un discours qu’il fait prononcer par le métal réduit en soufre sous l’action du premier mercure, enseigne que ce soufre a besoin d’un second mercure, avec lequel il doit être conjoint afin de multiplier son espèce.

Segue una lunga ed importante dissertazione sul famoso ‘secret des deux mercures‘, nella quale l’Adepto avverte che vi saranno ‘contradictions, erreurs menifestes de logicque ou de jugement‘, forse utili per sbrogliare l’enigmatica matassa:

Or, nous reconnaissons loyalement qu’il n’existe qu’un seul mercure à la base, et que le second dérive nécessairement du premier. Il convenait cependant d’appeler l’attention sur les qualités différentes qu’ils affectent, et faire en sorte de montrer, — fût-ce au prix d’une entorse à la raison ou d’une invraisemblance, — comment on peut les distinguer, les identifier, et comment il est possible d’extraire, directement, la propre femme du soufre, mère de la pierre, du sein de notre mère primitive.“.

Come sempre, lo studio attento e la verifica sperimentale in Laboratorio è d’obbligo; al di là dell’autorship del Capitolo – la cui definizione attiene alla storia complicata, come si è visto, della creazione/elaborazione/sviluppo di entrambi i capolavori firmati come Fulcanelli -, si deve dire che vi è materia per meditare ed avviare tutta una serie di delicati ed importanti esperimenti.

Delle Nozze Chimiche parlerà naturalemtne anche Maitre Canseliet, a più riprese. Una tra tante, da Due Luoghi Alchemici, nella traduzione di Paolo:

É potente l’amore che, nell’innocenza e la purezza, unisce indefettibilmente Gabricus, o Gabritius e Beya, per il necessario androginato della Grande Opera. Nell’Enigma della visione del filosofo Arisleo e dalle Allegorie dei sapienti – Enigma ex visione Arislei Philosophi et Allegoriis sapientum:

Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina – Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina.

Questa citazione di Canseliet è curiosa: quell’ultima frase ‘esplicativa’ di Arisleo – così come viene proposta – appare infatti un po’ ambigua: “Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina“, pur ovviamente corretta, suona leggermente tautologica; se infatti è naturale che Beya è femmina – ‘ea‘ – quel ‘essa è femmina‘ può essere letta al massimo come un rafforzativo. Filosténe Junior, nel suo libro, afferma che Canseliet – una volta ottenuto da Fulcanelli il permesso di firmare le sue opere con la sigla F.C.H – avrebbe utilizzato i risvolti delle pagine illustrative come una sorta di ‘accredito’ indirizzato alla cerchia dei F.C.H. A suo dire, questo spiegherebbe – uso tutto il condizionale – il motivo di alcune criptiche frasi che compaiono a commento delle illustrazioni.

Si deve tener conto che l’origine di questo testo famoso e citato ovunque è ancora molto incerta; si dice che possa trattarsi di un testo arabo – il Risalat madd al-ba hr dhat al-ru’ya -, ma più probabilmente si tratta di una sorta di circolo vizioso, in quanto il supposto testo arabo potrebbe a sua volta essere una ri-traduzione dal Greco di Archelao. Inoltre, come è noto, la Visio è stata inclusa in diverse raccolte prestigiose come l’Aurora Consurgens, l’Artis Auriferae e il Rosarium Philosophorum ed altre. Si tratta insomma di un testo rielaborato, modificato e parcellizzato molte volte, mancando ad oggi una solida ed attestata fonte originale.

Il brano proposto da Canseliet proviene senza dubbio dalla versione inclusa nel volume I dell’Artis Auriferae quam Chemiam Vocant del 1593, che include tra gli altri il trattatello Aenigma ex Visione Arislei Philosophi, et Allegorijs Sapientum:

Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina: tamen emendat ipsum, eò quòd ex ipso est.

[Aenigma I, pp. 147-148]

Una rapida traduzione suona grosso modo così: “Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene [essa sia] la sorella del fratello, e femmina, tuttavia [essa] emenda lo stesso [Gabritium], per il fatto che [essa] è da esso.“.

Così, mi pare che in questo modo il senso della frase sia più evidente. La correttezza di questa lectio è confermata anche dalla edizione precedente del 1572 (Auriferae Artis quam Chemiam Vocant). Lascio ai lettori l’eventuale riflessione nel merito della frase completa.

Propongo ora una notula da parte dell’alchimista Normanno Jean Vauquelin des Yveteaux (1651-1716), tratta dal suo curioso trattato Alchimie du Cantique des Cantiques de Salomon, dove – al versetto 2.1, titolato Ego flos campi, et lilium convallium – si parla del Giglio delle Convalli:

Ce champ, comme l’explique l’hebreu, est celui de saron, c’est à dire que l’on doit en chanter les louanges, et la fleur est la rose de cette campagne. Nous avons dit ailleurs ce que les philosophes entendent par la rose et la fleur de sel. Cette rose icy est blanche.

Et quoyque par le lis des vallées les uns veullent que l’on entende la fleur d’iris accause de la bonne odeur de sa racine profonde, à laquelle profondeur ils raportent le mot de convallium, les autres l’interpretent le muguet, d’odeur si charmante, et qui vient naturellemnt dans les broussailles parmy les ronces et les epines dans les bois.

D’autres veullent que l’auteur aie voulu parler icy du lys ordinaire; mais à le bien prendre dans le sens phisique, il ne faut entendre icy que le lys de l’art, le sujet phisique, dont Paracelse dit que la partie superieure est le lys blanc, la glu de l’aigle, et la partie inferieure est le lys rouge, laton, lion rouge et son sang, la Beia et le Gabritius des sages, de l’union desquels se fait la premiere matiere des metaus.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

C’est de ces lys dont Cortalasseus a tant parlé dans son traitté d’Arca arcani et son Lilium inter spinas, le lili du manuel de Paracelse, et de sa teinture des phisiciens.

Cette fleur peut estre ditte des champs, parce qu’elle y vient d’elle mesme et naturellement, sans opération manuelle de l’artiste, et lis des vallées accause de sa simplicité, et sa pureté. Sapientia est humi moravi, disent les philosophent, et simplicitas veritatis sigillum.

Cette rose de saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, ce lis dont il est dit que par l’arousement des eaus salutaires, il germera comme le lys des vallées.

Eccone la mia rapida traduzione:

Questo campo. come lo spiega l’Ebraico, è quello di Saron, vale a dire che ne si deve cantare le lodi, ed il fiore è la rosa di questa campagna. Abbiamo detto altrove di cosa i filosofi intendono con la rosa ed il fiore del sale. Questa rosa qui è bianca.

E sebbene con i gigli delle valle gli uni vogliono che si intenda il fiore dell’iris a causa del buon odore della sua radice profonda, alla quale profondità rapportano la parola convalli, gli altri l’interpretano come il mughetto, di odore così incantevole, e che spunta naturalmente dai cespugli tra le rocce e le spine nei boschi.

Altri vogliono che l’autore abbia inteso parlare qui del giglio ordinario; ma a ben prenderlo nel senso fisico, qui non bisogna intendere che il giglio dell’arte, il soggetto fisico, del quale Paracelso dice che la parte superiore è il giglio bianco, il vischio dell’aquila, e la parte inferiore è il giglio rosso, lattone, leone rosso ed il suo sangue, la Beia ed il Gabritius dei saggi, dalla cui unione si fa la prima materia dei metalli.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

É da questo giglio di cui Cortolassesus ha tanto parlato nel suo trattato Arca Arcani ed il suo Lilium inter spinas, il lili di Paracelso, e della sua tintura dei medici.

Questo fiore può essere detto dei campi, perché vi spunta da solo e naturalmente, senza operazione manuale da parte dell’artista, e giglio delle valli a causa della sua semplicità, e della sua purezza. Sapientia est humi moravi, dicono i filosofanti, e simplicitas veritatis sigillum.

Questa rosa di saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, questo giglio di cui si dice che grazie all’innaffiamento delle acque salutari germinerà come il giglio delle valli.“.

Cortholasseus è uno dei tanti nicknames assunti da Johannes Grasshof (ca. 1560 – 1623), e l’opera cui des Yvetaux fa riferimento è la sua Aperta Arca Arcani Artificiossimi, una raccolta famosissima in quei tempi; all’interno figura il trattatello sul Lilium, costituito dal famoso racconto allegorico (Der Kleine Baur). Oltre all’inevitabile omaggio a Sendivogius – certo uno dei più stimati e famosi alchimisti dell’epoca – credo non si debba dimenticare che la probabile origine di questa allegoria legata alle convallibus è Virgilio, che d’Espagnet – chissà perché! – amava molto.

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La bellezza dello studio dell’Alchimia è dovuta alla Sophia che anima il suo tessuto, stabile e radicata nei secoli, al riparo dai pre-concetti, stereotipi, e giudizi di ogni sorta, così tipici degli esseri umani; non è importante la parola, ma il cercare con serena umiltà, studiare e praticare: Sophia è lì, da sempre, con i suoi semplici, basici Principia Naturalia, pronta per essere sperimentata. Tutto è stato scritto, in molti ‘cantica‘ e ‘legende‘. La Via è una, e occore naturalmente ‘orientarsi’. L’esploratore che usa la bussola basata sul Nord magnetico, non è consapevole del fatto che si sta orientando grazie ad un Campo unico e non soltanto ‘locale’, all’interno del quale le frequenze sono  gli strumenti usati da Madre Natura per informare la Creazione. Se all’esploratore geografo o archeologo questa consapevolezza non è certo indispensabile, per l’alchimista è di assoluta importanza. So che molti storceranno il naso ed alzeranno le sopracciglia: non importa. V’è ben altro che è importante.

Nigra sum et formosa filia Jerusalem
Ideo dilexit me Dominus
Et introduxit me in cubiculum suum
Et dixit mihi: surge amica mea et veni.
Jam hiems transiit, imber abiit et recessit,
Flores apparuerunt in terra nostra,
Tempus putationis advenit.

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – Interludio, Verde

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Molto inchiostro è colato nell’interpretazione dell’Ecusson final che apparve con la prima edizione del 1926 de Le Mystere des Cathedrales. Una lettura araldica canonica e di buon senso (da parte di Althea, alias Madame Elena Frasca Odorizzi) potrebbe essere: “Di rosso, all’Ippocampo d’oro, cimato da una spiga d’orzo dello stesso, attraversante su una campagna del secondo“. Paolo Lucarelli, che ebbe la benevolenza di parlarmene poco prima della pubblicazione della sua nuova traduzione ed edizione della prima opera di Fulcanelli (2005), canta il blasone comme-il-faut, tenendo anche conto dell’elmo, vale a dire dell’origine alchemica dell’ormai famoso blasone: “Troncato di rosso e d’oro, all’Ippocampo d’oro dell’uno all’altro accompagnato in capo da una spiga d’orzo, timbrato da elmo di cavaliere crociato ornato di due lambrecchini, con impresa d’anima che dice uber campa agna”. Paolo, per miglior aiuto, fece anche colorare, basandosi su questa lettura, il blasone di Fulcanelli, ponendolo in quarta di copertina.

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I Tre Ecussons

In reverente omaggio ai Frères Chevaliers d’Heliopolis, ho pensato di giustapporre il blasone originale (del 1926), a quelli di Eugène Canseliet e Jean Laplace; trovo infatti che vi sia da riflettere. Ricordo anche che Paolo mi riferì di esser rimasto molto turbato dal fatto di non aver avuto notizie da Jean durante l’ultimo periodo della sua vita terrena. Come è noto, erano due stretti amici. Se tutti conosciamo il rivoluzionario contributo di Paolo alla corretta direzione da dare dell’operatività alchemica stretta, pochi – temo – hanno voluto consultare le opere di Jean.

L’unico colore ‘araldico’ nell’Ecusson di Fulcanelli è il rosso, il quale ne specifica con chiarezza cristallina il senso, cioé l’Initium, vale a dire il risultato della ‘prima operazione’: “Questa dunque è la prima operazione di alchimia, come diceva Canseliet, alla fine della quale deve manifestarsi quel rosso tanto misterioso e importante da essere definito arcano maggiore dell’Arte, che sovrasterà l’oro, o meglio un’acqua dorata, più o meno nelle proporzioni che qui si vedono.”.

Nell’Ecusson di Jean appaiono tre  colori: dall’esterno all’interno il nero, il bianco, il verde; fino al centro, rappresentato dal Sol, d’oro (il quale, in araldica,  è metallo e non colore). Da un suo saggio apparso ne La Tourbe des Philosphes, numero 31, titolato Aperçus Vitriolique, sottopongo un passo:

“« Aujourd’hui clair de lune

Il fera demain clair de l’autre. »

De Cyrano Bergerac : Le pédant joué

La séparation est de telle importance qu’elle influence, de façon décisive, l’aspect des matériaux à la fin du premier oeuvre. Eugène Canseliet, unique disciple de Fulcanelli, disait souvent que le vitriol véritable n’est pas nécessairement atteint lorsqu’on obtient un sel vert lors des purifications du mercure. Chacun pourra en juger à présent, en prenant connaissance de la description exacte du composé que nous avons pu élaborer et que voici :

L’étoile, qui est un synonyme philosophique du sel dont nous parlons, est générée à partir des seuls matériaux réservés à l’oeuvre lorsqu’ils sont travaillés selon la technique sans envie décrite au chapitre conjonction et séparation de « L’alchimie expliquée ». Le vitriol est insoluble quel que soit le solvant employé depuis l’eau, le chloroforme, l’acétone jusqu’à l’alcool le plus subtil, voir même l’acide chlorhydrique. On peut donc le considérer comme un émail de la meilleure qualité, certains le comparent même à l’or. Par-dessus tout, il est transparent comme du cristal de Bohême teinté du plus beau vert. Cette transparence est le signe le plus certain d’une exacte préparation si l’odeur de l’encens accompagne les opérations de purification. Sa couleur est fixe. Le vitriol, coulé puis refroidi à la surface du mercure, se brise en mailles de filet. Les veines de ces brisures deviennent, à l’air ambiant, autant de lignes opaques hérissées d’une multitude de poils blancs dont la structure ressemble à l’amiante. Toutefois, cette « oxydation » se limite aux seules fêlures de la masse compacte qui reste, elle, exempte de toute dégradation. Les fumeroles qui s’insèrent lors de la solidification sont la cause la plus plausible de ces apparitions poilues.

Cela dit, il est assuré qu’il sera impossible d’opérer aux sublimations avec un vitriol qui soit opaque dans sa masse, à cause d’une mauvaise séparation ou d’une purification mal conduite. Au stade du second oeuvre, le pur désire habiter avec le pur c’est pourquoi il change de lieu pour monter à la surface où se trouve le vitriol. Ce phénomène magnétique ne s’accomplira que si l’émeraude philosophique a les qualités requises, afin que le semblable s’unisse au semblable.“.

Il passo è del 1988 ed è di facile traduzione. Segnalo che Jean lasciò questa manifestazione nel 1996, e che il passo si riferisce al ‘verde‘. Come ricorda Canseliet, e Jean lo sottolinea, “… il vitriolo veritiero (‘véritable‘, e non ‘vrai‘) non è necessariamente raggiunto allorché otteniamo un sale verde durante le purificazioni del mercurio“. Sembra di poter/dover intendere, così, che vi siano diversi ‘verdi’ durante l’Opera (ma vi sono anche diversi ‘rossi’, per non parlare dei ‘neri’ e dei ‘bianchi’).  Ora, non intendo certo dare delle indicazioni operative, per ovvi motivi tradizionali; come sempre, è il caso di porsi domande utili all’operatività, soprattuto nel dove&quando; mi limito tuttavia a segnalare che non mi meraviglio affatto di questa affermazione, soprattutto se si è ben compreso, prima, cosa è in Physica un colore. Specifico che la versione corrente proposta dalla fisica, non è completa, né tanto meno veritiera. Mancano alla fisica molti ‘pezzi’, tutti peraltro ben presenti all’interno della Physica. Per chi ama studiare praticando, questo è un terreno che riserva frutti, utili – a mio modesto avviso – durante l’operatività alchemica.

Ora, se nelle lingue latine ‘véritè‘, ‘véritable‘ indicano – i F.C.H docent – la Force legata alla crescita indispensabile nell’Opera pratica, segno cioè di una fissata capacità di nuova vita, le lingue nordiche suonano in modo più perentorio: il ‘green‘ inglese, così come il ‘grün‘ tedesco provengono dal radicale Proto Indo Europeo ‘ghre‘, che indicava per l’appunto il momento della crescita di una pianta. Il fonema originario ‘ghros‘, da cui ‘grass‘ – l’erba – informava l’ascoltatore del  ‘giovane germoglio‘ (“shoot“), del ‘pollone‘ (“sprout“). Vi è in questa modalità sonora più di un senso utile alla bisogna. Si parlerà, lo so, di aspetti intellettuali, marginali. E sorrido, di conseguenza.

In verità, ogni materia che cresce ha un suono distintivo, tipico dell’animale, del minerale e del vegetale. Il che è naturale, meglio: Naturale. Se qualcuno/qualcosa ‘entra’ in una stanza chiusa, produce necessariamente un suono: ogni materia che ‘entra’ in Manifestazione si comporta in modo identico. Ogni materia vibra, oscilla; è la sua signature, la firma. Quella vibrazione propria dell’organizzazione cristallina, matrice della nuova materia – la Matta Reah di Heliopolis antica – interagisce con il Campo unico. L’allineamento della vibrazione cristallina che punta, per gradi, alla Risonanza con il Campo, produce un’onda che ha una caratteristica sonora precisa, tradotta in una frequenza sonora delicata, secca, esatta e che riverbera – per un fenomeno elettrico&magnetico ovvio – nell’esaltazione di micro-particelle ‘profumate’ e ‘colorate’. L’occhio percepisce il colore, l’orecchio il suono, il naso il profumo.

Vi sono così, più ‘verdi‘ (e più ‘colori’). L’alchimia antica precisa che vi sono più mercuri e più zolfi. Il “Pensare”, d’altro canto, genera onde, e Madre Natura risponde, con assoluta precisione. L’Entanglement ha una caratteristica di merveilleux, ma racchiude in sé anche l’assoluta incertezza del fenomeno ‘veritable‘. Occorre dunque un supporto per discernere ciò che si cerca, prima teorico (Physica) e poi pratico (Alchimia).

Detto questo, si comprenderà forse meglio il florilegio di achievements capitati ai numerosi alchimisti che sono arrivati nei dintorni di questa zona di Force, meglio: di questo Campo di Forza. Essendo inevitabile che l’artista innamorato è parte interagente di questo Campo, e delle Risonanze in corso d’Opera, è essenziale la frequenza (Canseliet parlava, più che correttamente, del famoso Dyapason). Pregare, meditare, è senza alcun dubbio una postura essenziale e dovuta di fronte a Madre Natura all’Opera, quando fa nascere una nuova vita in un Cristallo. Noi non siamo nulla di fronte alla Madre, di fronte alla Materia, soprattutto a quella Matta Reah. Ma la possibilità di consapevolezza di alcune frequenza base della Creazione può essere esiziale nel non prendere lucciole per lanterne, nella speranza timida ed umile di saper come orientarsi durante quel rapidissimo canto profumato.

Il Desiderio di Arjuna è la forza di nascita dell’Entanglement, e non v’è scampo: Connaitre richiede una dispositio sia della Materia che dello Spirito dell’Artista. Il senso allegorico della Veille del futuro, eventuale, Chevalier – solitaria, nella notte, di fronte alle proprie armes posate di fronte al fuoco della Lux – è questo, e non si compie pour chance, ma attraverso una scelta consapevole di Risuonare con la Creazione. Occorre tempo, molto tempo, studio, molto studio, pratica, molta pratica. Ed essere, naturalmente, véritables.

 

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 3

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Pierre Aristide Monnier, alias Alcyon

Pierre Aristide Monnier è l’autore di quel curioso libro (“La Clef des Ouvres de Saint Jean et Michel de Nostredame”), pubblicato nell’Agosto del 1871 sotto il nickname di M.A. de Nantes. Alcuni leggono ‘M.A.‘ come ‘Maitre Anonyme‘, altri come ‘Maitre Artiste‘, altri ancora come ‘Maitre Alcyon‘; il Pays de Nantes, d’altro canto è l’arrondissement dove viveva, al confine tra la Bretagne e l’Anjou…”Pierre Monnier, abitante in rue de la Pierre de Bretagne, comune di Montrelais, la cui chiesa è sotto l’invocazione di Saint Pierre … La mia casa fa parte di un gruppo di case situate sul confine tra Bretagna e Anjou. É completamente cintata da alte mura come una cittadella, e, per penetrarvi, si è obbligati a varcare una porta monumentale in mattoni affiancati che è come la torre di questa cittadella.“.

La Pierre de Bretagne era un grosso blocco di granito che marcava la frontiera tra Bretagne e Anjou[i], secondo l’accordo dell’851 tra Carlo il Calvo, Re dei Franchi, e Nominoë, Re dei Bretoni. Monnier è un personaggio figlio della sua terra fiera, fervente cattolico e fortissimamente realista (e legittimista, sostenitore della linea di sangue del Comte di Chambord, Henry V, della Casata di Bourbon[ii]). Notaio di professione, Monnier è allevato ed educato in un territorio la cui storia affonda nella tradizione Celtica antica[iii], in un connubio tra educazione ‘classica’, Celtismo e spiritualismo Cristiano-Cattolico: un conservatore ad ogni costo. Lo Studio dell’ermetismo e dell’Alchimia ‘classica’ costituiranno la radice – neanche troppo celata – dei suoi pochi scritti, e soprattutto delle sue attività extra-professionali. Sarebbe troppo lungo affrontare qui un esame della sua vita – per quel che finora se ne sa -, resta il fatto che Monnier ben conosceva Fulcanelli. Come si sa, in Francia il fervore per l’indagine storiografica sull’identità di Fulcanelli è esploso a più riprese: il più grande ed importante alchimista del secolo scorso, cui tutti oggi dobbiamo la passione per la Scienza e l’Arte della Natura, era Francese, ed è dunque naturale che i Francesi si sentano in qualche modo ‘chiamati’ a questa indagine; se da un lato ciò è comprensibile, personalmente ritengo che sia la portata dei suoi scritti a costituire il maggior tesoro, e non l’esattezza del suo status anagrafico. In ogni caso, dopo un nugolo di candidature sulla cui fondatezza si sono esercitati fior di esperti, l’ipotesi di identità oggi più accettata è quella dell’ingegner Paul Decoeur, che è stata corroborata da diverse prove.

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Paul Decoeur, Natale 1874

Docteru Miracle

Edouard TALLIEN DE CABARRUS

Si tratterebbe di un figlio del Docteur Cabarrus, il Docteur Miracle, famosissimo omeopata della Parigi che conta;  ma è un figlio scomodo, perché nato fuori-del-matrimonio (il 9 Febbraio 1839); e dato che la sposa di Cabarrus si chiama Adelaide de Lesseps, sorella maggiore del famosissimo e ricchissimo  Ferdinand de Lesseps, eroe di Francia e patron del Canale di Suez …

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Famiglia De Lesseps

la famiglia interviene a difesa dell’onore di Adelaide, allontanando il piccolo Paul dal padre ‘tombeur-des-femmes‘, per affidarlo alle amorevoli cure – lontano dalle luci della ribalta parigina – di persone legate ai de Lesseps (fra cui, i ricchi Duchi De Broglie). Una ulteriore conferma – che mi pare importante – proviene da una lettera del libraio Pierre Dujolspierre_dujols , dell’11 Aprile 1911, indirizzata a Paul Decoeur (resa pubblica da Filosténe Junior, un serio alchimista belga):

 

Mio caro Paul,

da qualche giorno le mie gambe mi fanno soffrire sempre più senza una pausa veramente ristoratrice. Per aiutarmi, ho per fortuna il sostegno di M. Samuel Cohen Lidiakos, inviatomi da parte del Barone di Sarachaga per sbrigare la posta e occuparsi della mia corrispondenza di giorno in giorno. Sono molto contento dei suoi servigi e così ringrazio il Creatore di avermene dato il supporto che recentemente mi ha fatto difetto.

Caro amico, come sono lontani i tempi nei quali conversavamo sui filosofi che ci resistevano a causa delle loro parole così circospette! Avevate ragione: la pubblicità ed il chiasso non aiutano in nulla nel cammino del carbonchio. Ne misuro la difficoltà nel quotidiano. Durante le pause mi rimetto volentieri al lavoro. Ma l’opera si allontana. Al contrario di voi, che – presto saranno due anni – avete trionfato su tutti gli ostacoli che sbarravano l’entrata al nido della Fenice. Il suo uovo fu il vostro! Vi ha posto al grado supremo dell’iniziazione. Definitivamente, quanto il cenacolo si è meravigliato della vostra buona fortuna! Avete definitivamente meritato il titolo di “Vulcain Solaire”, l’araldo dei Filosofi ermetici dei nostri tempi.

Quanta gioia nel cuore nel ricordarmi il precedente successo, quello del nostro buon vecchio Maestro, vero Chouan[iv] e discepolo bretone degli antichi druidi di cui non debbo certo darmi la pena di citarvi il nome che voi ben conoscete! Quale fu la nostra emozione alla vista della sua ‘scoperta’, a tanti lustri di distanza. E quale fu la vostra sorpresa, voi che lo frequentavate da più tempo di me.

Ho dato/restituito a Champagne i quindici fogli su Chartres, ignoro se intende ispirarvisi per il testo da pubblicarsi su questa cattedrale. Vedrete voi se l’utilità di questa bozza è reale o semplicemente a vocazione artistica.

Domenica prossima temo di dover passare la mia Pasqua nella mia camera. La mia sposa è davvero coraggiosa nell’assistermi in tutti i miei spostamenti. Spero di ricevere prossimamente vostre felici nuove.

Il vostro devoto Pierre Dujols

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Lettera Dujols-Decoeur – 1911, f. 0

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Lettera Dujols-Decoeur – 1911, f. 1

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Lettera Dujols-Decoeur – 1911, f. 2

 

Da questo documento si deve annotare che:

1) Paul Decoeur era conosciuto come ‘Vulcain Solaire‘.

2) Pierre Dujols, alias ‘Magophon‘ attesta che Paul Decoeur, alias ‘Fulcanelli‘, conclude la sua Opera nella primavera del 1909.

3) Esisteva un ‘cenacolo‘, di cui tanto Dujols che Decoeur facevano parte.

4) Entrambi conoscevano il loro ‘bon vieux Maitre‘ bretone, che era più che probabilmente Pierre Aristide Monnier, aliasAlcyon

5) Monnier ha compiuto l’opera ‘a plusiers lustres‘ prima del 1911.

6) Fulcanelli aveva conosciuto Monnier prima di Dujols.

7) Dujols ha dato/restituito a Julien Champagne quindici fogli di testo sulla Cattedrale di Chartres, dai quali il disegnatore&alchimista avrebbe potuto trarre ispirazione per illustrare il testo di prossima pubblicazione. La decisione se il lavoro (si deve pensare tanto al testo che alle illustrazioni) potesse essere approvato per la pubblicazione finale spettava a Fulcanelli.

Il 7 Maggio 1906, cinque anni prima – e dunque tre anni prima che Fulcanelli concludesse la sua Opera – Dujols aveva scritto una missiva a Raymond Roussel, famoso scrittore ed autore sia de La Poussière de Soleil che del Locus Solus; eccone una mia traduzione:

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Raymond Roussel

Caro Monsieur Roussel,

in risposta alla vostra stimata lettera del 22 Aprile scorso, prendiamo atto della vostra decisione di rinunciare al progetto di scrivere sull’alchimia. Questo progetto al quale Mr. Decoeur tiene particolarmente sarà dunque ripreso a nostra cura.

Il nostro amico ha deciso di riprendere anche i suoi disegni dei dettagli dei medaglioni che ornano le cinque cattedrali coinvolte. Egli conta – per questa parte grafica – di affidarsi ai talenti di Julien Champagne, dell’atelier di Mr. Prinet. Questo artista appassionato d’Alchimia, ci riferisce di avere l’onore di conoscervi già.

Paul Decoeur mi incarica di chiedere il vostro parere a proposito del titolo globale dell’opera le cui precedenti/antiche note, vecchie di nove anni, voi avete messo a punto. Ha pensato a: ‘I motivi lapidari delle cattedrali ed altre dimore nel loro rapporto con il simbolismo della Grande Opera Alchemica’. Non è troppo lungo?

Si scusa di non potervi scrivere di persona, ma voi non ignorate il terribile lutto che lo affligge da qualche giorno.

Il decesso inopinato di Pierre Curie ha sconvolto molte persone ed i funerali hanno aggravato la costernazione generale.

Similmente, l’annuncio tragico ci ha immerso di nuovo nel pensare a Montpellier dove abbiamo seguito a suo tempo il corso di cristallografia dispensato da Mr. Jaques Curie, fratello del defunto, al quale abbiamo inviato le nostre più sincere condoglianze.

A proposito del suo amico Pierre, Mr. Decoeur ci ha confidato di essere stato turbato della sua recente conversione spirituale. Non può impedirsi di rivedere nello spirito il cerimoniale dei Druidi praticato nei bacini della Miniera a Guyancourt nei pressi di Versailles.

Per di più, i due amici progettavano di pubblicare una memoria sulla crescita cristallina in omaggio al Professor Hautefeuille: ecco un bel progetto che non vedrà più la luce.

Potete farci addebitare le spese di spedizione dei documenti?

Vi restituisco, con la presente comunicazione, l’interessante racconto dei Sette Ippocampi e ringraziate molto Mr. de Campagna a questo proposito.

Nel ringraziarvi in anticipo della vostra benevola collaborazione, vogliate gradire Monsieur Roussel, i nostri devoti sentimenti

Dujols

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Lettera Dujols-Roussel – 1906, f. 1

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Lettera Dujols-Roussel – 1906, f. 2

Da questo documento si deve annotare che:

1) Raymond Roussel rinuncia a scrivere (o a partecipare) ad un progetto sull’Alchimia.

2) Dal 1906 il progetto in questione – cui Paul Decoeur ‘tiene molto‘ – viene portato avanti da Dujols.

3) Decoeur richiede anche la restituzione degli schizzi da lui effettuati dei medaglioni che ornano le 5 Cattedrali prese in considerazione nell’ambito di tale progetto. Decoeur affiderà la realizzazione ‘in bella‘ dei suoi schizzi a Julien Champagne, ‘artista appassionato d’Alchimia‘. Champagne conosceva Roussel.

4) Roussel ha ‘messo a punto‘  le note precedenti del progetto, già ‘vecchie di nove anni, vale a dire risalenti a prima del 1897.

5) Decoeur, tramite Dujols, chiede a Roussel un’opinione sul titolo dell’opera ‘globale’, che è basata sull’esame del simbolismo alchemico di ‘cattedrali ed altre dimore‘.

6) La morte tragica di Pierre Curie (19 Aprile 1906)[v] getta nello sconforto il suo amico Decoeur; il quale – a proposito dell’interesse (ai fini scientifici) da parte di Pierre per alcuni fenomeni ‘spirituali’ – ripensa al ‘cerimoniale dei Druidi‘ praticato nei Bacini della Miniera[vi] di Guyancourt.

7) Dujols ha seguito un corso di Cristallografia tenuto da Jacques Curie, fratello di Pierre, a Montpellier.

8) Paul Decoeur e Pierre Curie avevano intenzione di scrivere una memoria sulla ‘crescita cristallina‘ come omaggio a Paul Hautefeuille[vii].

9) Roussel aveva evidentemente in precedenza inviato una nota a proposito dei Sette Ippocampi; e Dujols lo prega di ringraziare Monsieur de Campagna[viii].

A titolo di ulteriore riflessione occorre notare che è quantomeno curioso che Fulcanelli/Decoeur e Curie – due personaggi, per di più Accademici, di formazione e pratica indubbiamente “scientifica” – potessero in qualche modo interessarsi al Druidismo, se non per motivi ben precisi e delineati, liberati cioè dalla coltre di ciarpame che da secoli ha avvolto, sporcandola, la naturale Conoscenza della Natura (perdonate la apparente tautologia, indispensabile in questo caso) di cui i Druidi erano gli studiosi e praticanti. Tale interesse, nel caso di Fulcanelli, può essere maturato quasi certamente dalla lunga frequentazione con il Bretone Pierre Aristide Monnier (1824 – 1899), profondo conoscitore, seppur iper-cattolico, del valore rivoluzionario di quella antica scienza pagana.

Inoltre, l’importanza della relazione tra Decoeur e Roussel non deve essere trascurata: il lettore di Locus Solus non può che rimanere stupefatto, dopo una prima inevitabile reazione di stizza di fronte alla fantasia folle dell’autore, della singolarità non soltanto dell’intera opera, quanto dell’arguzia – davvero astuta – e del linguaggio utilizzato dal genio ‘foux‘ di Roussel. Dei sette capitoli di Locus Solus, il terzo descrive – come ricordato da Dujols – una corsa fantastica e bizzarra di Sette Ippocampi attorno ad un ancor più sorprendente cristallo – in forma di Diamante – immerso in una vasca piena di aqua-micans … per ora, non voglio commentare oltre; magari, mi riprometto di proporre una mia traduzione del passo in questione, dato che – more solito – il pur bravo traduttore dell’edizione italiana non ha colto la sottigliezza del merveilleux infusa dal visionario Roussel nel suo lavoro.

Il Bretone Monnier è il padre putativo di un ‘cenacolo’ di personaggi legati da interessi ermetici, tradizionali e ‘scientifici’, ove l’Alchimia – intesa come Physica, alla d’Espagnet, per intenderci – indica la direzione dello sviluppo della umana Conoscenza, prima a livello teorico e poi pratico.

Questo excursus – lo preciso – non intende celebrare, approvare o disapprovare una possibile identità di Fulcanelli; la vicenda – ricchissima fra l’altro di un mucchio di aneddoti e personaggi famosi  ad essa connessi – è certo interessante ed appassionante, ma ciò che è davvero importante è osservare che:

Il fil-rouge alchemico che sfocerà nell’opera di Fulcanelli ha una matrice alchemica solidissima, antica e molto ‘classica’, come vedremo meglio in seguito.

Questo fil-rouge si dipana attraverso personaggi che hanno una visione ed un approccio molto pragmatico, e che appartengono ad un ambiente senza dubbio “scientifico”, guidati da uno spirito di ricerca puro, privo di pre-giudizi e/o stereotipi. Il ‘cenacolo’ di cui si parla è fatto di uomini di Scientia e di Ars, che si muovono ovviamente nel loro tempo, in mezzo a vicende difficili per il loro paese e che appaiono – nei loro pregi e nei loro difetti – umani. Pur nella loro emportance, nella loro caratura, si tratta di uomini che fanno della Conoscenza, e della Ricerca connessa, il loro pane quotidiano ed extra-quotidiano.

Inoltre, e non ultimo, inizia ad apparire un progetto di diffusione di uno scritto che ha una storia lunga, una gestazione di decenni, e che passa per le mani di un certo numero di persone: Il Mistero delle Cattedrali e Le Dimore Filosofali[ix] sono il risultato di sforzi di appassionata didattica e divulgazione – nei limiti della Tradizione – ma nello spirito di una ricerca seria, continuata, affiancata a ciò che la chimica-fisica del tempo andava sperimentando e trovando, e sposata con magistrale bellezza alla Physica antica. Quegli uomini, con i loro pregi ed i loro difetti, hanno progettato – ed a lungo – un lavoro di grandissimo valore teso a ridare all’Alchimia lustro e pulizia, nutrendolo sin dall’inizio dello scopo mai taciuto dell’Alchimia: Conoscenza.

Attraverso un libro certo di difficile comprensione, ma precisamente scientifico, dato che il suo terreno d’origine ed il fine sono – de facto – i processi che presiedono alla entrata in manifestazione della Materia, secondo le leggi di Madre Natura, in ogni Universum. Scienziati ed Artisti. Non altro.

Dopo la scomparsa di Monnier, Fulcanelli guida questo progetto, sia a livello dottrinale che di pratica alchemica: tale progetto include un numero considerevole di testi e referenze, evidentemente selezionati non casualmente nell’enorme mole di testi alchemici. L’invito a studiare e praticare è chiaro e perentorio, ovviamente con tenace passione, serietà e dedizione totale. Nelle Dimore Filosofali il famoso capitolo Alchimie et Spagyrie dimostra con semplice chiarezza la perfetta conoscenza da parte dell’autore delle correnti pratiche di laboratorio chimico-fisico, tipica di un uomo che ne conosce sia la tecnica che i limiti; é un uomo della scienza di quel tempo che scrive ed indica ‘cosa-manca‘ e ‘cosa-fa-la-differenza‘. Allo stesso tempo, è il Filosofo della Natura che indica ‘dove-cercare‘ ed in quali libri ‘trovare‘. Si dice sempre che i libri sono scritti per chi già ‘sa’. Vero. Ma anche falso. Se si studia e si pratica, apprendendo il metodo di ricerca impiegato ed indicato da Fulcanelli – che evidentemente lo ha percorso sia attraverso l’elaborazione di un suo modello teorico, sia a livello di sperimentazione nel laboratorio alchemico – si dispone degli strumenti utili alla bisogna: il successo, il risultato, non ha alcuna importanza. Ciò che conta è il procedere lungo il percorso, con metodo, amore ed umiltà.

Sempre nelle Dimore Filosofali, l’ultimo Capitolo della prima Edizione è dedicato a Le Cadran Solaire du Palais Holyrood d’Edimbourg:

C’est plutôt un cristal érigé, une gemme élevée sur un support … il se compose essentiellement d’un bloc géométrique, taillé en icosaèdre régulier, aux faces creusées d’hémisphères et de cavités à parois rectilignes, lequel est supporté par un piédestal dressé sur une base pentagonale formée de trois degrés plans. … Arachne, où les heures étaient, dit-on, gravées à l’extrémité de fils ténus, ce qui lui donnait l’aspect d’une araignée … Le mot grec уνωμων, qui s’est intégralement transmis aux langues latine et française (gnomon), possède un autre sens que celui de l’aiguille chargée  d’indiquer, par l’ombre projetée sur un plan, la marche du soleil. Γνωμων désigne aussi celui qui prend connaissance, qui s’instruit; il définit le prudent, le sensé, l’éclairé. Ce mot a pour racine γιγνωσχω, que l’on écrit encore γινωσχω, double forme orthographique dont le sens est connaître, savoir, comprendre, penser, résoudre. De là provient Γνωσισ, connaissance, érudition, doctrine, d’où notre mot français Gnose, doctrine des Gnostiques et philosophie des Mages. … Mais la racine grecque d’où proviennent уνωμων et уνωσις, a également formé уνωμη, correspondant à notre mot gnome, avec la signification d’esprit, d’intelligence. …

L’icosaèdre gnomonique d’Edimbourg est donc bien, en dehors de sa destination effective, une traduction cachée de l’OEuvre gnostique, ou Grand OEuvre des philosophes. Pour nous, ce petit monument n’a pas simplement et uniquement pour objet d’indiquer l’heure diurne, mais encore la marche du soleil des sages dans l’ouvrage philosophal. Et cette marche est réglée par l’icosaèdre, qui est ce cristal inconnu, le Sel de Sapience, esprit ou feu incarné, le gnome familier et serviable, ami des bons artistes, lequel assure à l’homme l’accession aux suprêmes connaissances de la Gnose antique.

Il capitolo in questione – oltre a questa inequivocabile indicazione sul senso e sulla direttrice cui punta la Science e l’Art d’Alchimia – offre una messe di riferimenti preziosi per l’operatività. Ed altro …

To be continued …

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Note

[i] Sull’Anjou sarebbe troppo lungo dissertarne in questo contesto: è sufficiente ricordare il ruolo assolutamente importante della Casata i cui discendenti – diffusi in tutte le Genealogie dei maggiori Regni d’Europa – saranno protagonisti di gesta e ‘orientamenti’  determinanti, che influenzeranno profondamente lo sviluppo dell’Europa. Non va dimenticato, inoltre, il ruolo ugualmente esiziale dell’Aquitanie: in estrema sintesi storica, tutta la parte occidentale della terra di Francia è la depositaria della più antica tradizione Celtica.

[ii] Henri Charles Ferdinand Marie Dieudonné d’Artois, duc de Bordeaux, Comte de Chambord fu Re (contestato) dal 2 al 9 Agosto 1830, e non venne mai proclamato Re; a partire dal 1844 al 1883 fu il Pretendente Legittimo alla Corona, e fu l’ultimo Re di Francia.

[iii] L’attuale Bretagna (Breizh) nasce da un’emigrazione  di varie tribù di Britanni, un fiero popolo Celtico che abitava la parte centrale e meridionale della attuale Inghilterra: attorno al 380, sotto la spinta degli invasori Sassoni, un considerevole numero di  Britanni, guidati dal Dux Britanniae Magnus Maximus – in gallese: Maxen Wledig -, varcarono il Canale per approdare nella parte occidentale dell’Armorica Romana e negli attuali Paesi Baschi, ove si stanziarono. Breizh fu sempre Regno – e poi Ducato – totalmente indipendente dal Regno di Francia; solo nel 1532 venne unita – e non annessa – al Regno di Francia come Provincia, e governata come nazione separata.

[iv] Si tratta di un soprannome dato ai partigiani realisti dell’Ovest francese, che insorsero contro La Republique: a sua volta, il termine viene dal soprannome di Jean Cottereau, che radunava i suoi compagni insorti al grido di ‘chat-huant‘, che è anche il nome dell’Allocco (il rapace notturno).  La pronuncia in vecchio francese e nei dialetti suona come ‘Savant‘, ‘Sapiente‘. Ma vi è anche un’altra Cabala Fonetica, una delle passioni condivise dai due amici.

[v]  Pierre Curie (1859 – 1906) grandissimo fisico, padre della cristallografia, studioso del magnetismo, scopritore dell’effetto piezoelettrico e della radioattività; ricevette il premio Nobel in Fisica nel 1903, assieme alla moglie Marie e a Becquerel “per gli straordinari servizi resi dalle loro ricerche congiunte sui fenomeni radioattivi scoperti dal Professor Henry Becquerel“.

[vi] Gli ‘Stagni della Miniera‘ facevano parte di una serie di imponenti lavori diretti da J.B. Colbert tesi ad assicurare il rifornimento di acqua (Riviére du Roi Soleil) per l’enorme parco di Versailles (8000 ettari), e risalgono al 1668. Pierre Curie adorava quella zona boscosa e ricca d’acqua: ” Sì, mi ricorderò sempre con riconoscenza del bosco della Miniera! Di tutti i posti che ho visto, è quello che più ho amato e dove sono stato più felice. Spesso partivo di sera, e risalivo la vallata, ritornavo con venti idee in testa…“.

[vii] Paul Hautefeuille (1836 – 1902), emerito mineralogista e  chimico, membro dell’Académie des Sciences dal 1895; famoso per aver scoperto la sintesi di molti cristalli grazie all’azione di catalizzatori.

[viii] Si tratta di Vincent de Campagna (che non ha nulla a che fare – temo – con Julien Champagne), che compare sia nell’agenda personale di Roussel (78, Avenue de Wagram – Paris 8me, e anche La Rivière Thibouville, Nassandres) che come destinatario di una dedica autografa da parte di Roussel di una copia de La Poussière de Soleil: “Et de ces millions de Soleils chacun est le pivot de quelque univers!“.

[ix] Il progetto iniziale pare essere stato costituito dall’esame in chiave ermetica ed alchemica sia delle maggiori Cattedrali che di alcune Dimore di Francia. Considerando l’impianto del lavoro originale, è davvero curioso notare che le 5 Cattedrali previste diventano nell’edizione finale solo 2 (spicca l’assenza di Chartres e Bourges); ed alla luce di quanto esposto, l’inserimento ne Les Demeures Philosophales del magnifico capitolo Les Gardes du Corps de François II, Duc de Bretagne (a Nantes) indica ancor meglio il legame intercorso tra Monnier/Alcyon e Decoeur/Fulcanelli.

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 2

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, October 31, 2016 by Captain NEMO

Il Bretone di cui ho parlato in precedenza era un tipo che studiava, certo, ma che traeva ispirazione da un piccolo gruppo di autori, che evidentemente amava e stimava: Dom Pernety (debbo ad Offerus la tempestiva segnalazione; thank you, much obliged…), a Maier, a Basilio Valentino ed al Presidente d’Espagnet, autore quest’ultimo, come si sa, di due trattati di Physica, entrambi magistrali. A questo proposito ho tuttora due curiosità: la scelta precisa di questi autori, che appare quasi come una filiazione (mi riprometto di parlarne presto, sto verificando alcuni materiali); e il fatto che le citazioni, riproposte quasi di peso, sono però leggermente corrette, con qualche espuntazione qua e là. Val la pena di notare che Fulcanelli – il quale, lo ripeto, conosceva con certezza il Bretone suo contemporaneo, senza peralto mai citarlo – mostra di condividere molto quella impostazione classica&alchemica.

Proseguo nel riportare alcuni passaggi più squisitamente alchemici, che di fatto sono riassunti e adattazioni (un po’ di cut&paste, ante-litteram) di brani di Dom Pernety (Les fables égyptiennes et grecques, dévoilées & réduites au même principe: avec une explication des hiéroglyphes, et de la guerre de Troye – 1758)

Materia della Grande Opera

Di ogni cosa materiale si fa la cenere, della cenere si fa il sale, del sale si separa l’acqua e il mercurio, del mercurio si compone una quintessenza o un elixir. Il corpo si riduce in cenere per essere pulito delle sue parti combustibili, in sale per essere separato dalle sue terrestreità, in acqua per marcire e putrefare,   e in spirito per diventare quintessenza. I sali sono dunque le chiavi dell’arte e della Natura; propriamente non vi è che un sale di Natura, il quale si divide in tre: il nitro, il tartaro e il vetriolo. Di questi sali e dei loro vapori si fa il mercurio che gli antichi hanno chiamato Semenza Minerale. Di questo mercurio e dello zolfo, sia puro che impuro, sono fatti tutti i metalli nelle viscere della terra e sulla sua superfice.

La prima materia è chiamata comunemente zolfo e argento vivo. Raimondo Lullo li chiama i due estremi della pietra e di tutti i metalli. Altri dicono in generale che il sole è suo padre e la luna sua madre; che essa è maschio e femmina, che è composta di quattro, di tre, di due e di uno, e tutto ciò al fine di nasconderla. É certo che non vi è che un solo principio in tutta la Natura, e che lo è tanto della pietra che delle altre cose. Non vi è così che un solo spirito fisso composto di un fuoco purissimo e incombustibile che fa sua dimora nell’umido radicale dei misti. É più perfetto nell’oro che in ogni altra cosa, e il solo Mercurio dei Filosofi ha la proprietà di estrarlo dalla sua prigione, di corromperlo e di disporlo alla generazione. L’argento vivo  è il principio della volatilità, della malleabilità e della mineralità, lo spirito fisso dell’oro non può nulla senza di esso. L’oro è umettato, reincrudato, volatilizzato e sottoposto alla putrefazione attraverso l’opera del mercurio, e quest’ultimo è digerito, cotto, inspessito, disseccato e fissato attraverso l’opera dell’oro filosofico, che lo rende con questo mezzo una tintura metallica.

L’uno e l’altro sono il mercurio e lo zolfo filosofici. Ma non è sufficiente che si faccia entrare nell’opera uno zolfo come lievito; ve ne serve anche uno come semenza di natura sulfurea, per riunirsi alla semenza di sostanza mercuriale. Questo zolfo e questo mercurio sono stati saggiamente rappresentati dagli antichi da due serpenti, l’uno maschio e l’altro femmina, attorcigliati sulla verga d’oro di Mercurio. La verga d’oro è lo spirito fisso sul quale debbono essere attaccati. … Il mercurio proprio all’opera deve dunque per prima cosa essere impregnato di uno zolfo invisibile, affinché sia più disposto a ricevere la tintura visibile dei corpi perfetti, e che possa in seguito comunicarla con usura.

Rapimento di Proserpina

I poeti hanno aggiunto alla favola di Proserpina che ella ebbe un figlio che aveva la forma di un toro; e che Giove, per avere commercio con lei, si era metamorfizzato in dragone. Dicono anche che il toro era il padre di questo dragone; di modo che essi erano il padre l’uno dell’altro, il che sembra un paradosso. La spiegazione di questa parentela consiste nel sapere che vi è un’unica materia del magistero, ciononostante composta di fisso e di volatile. Il dragone alato e la femmina indicano il volatile, ed il dragone senz’ali ed il toro sono i simboli del fisso. Il Mercurio Filosofico o dissolvente universale si compone di questa materia, che i filosofi dicono essere il principio dell’oro. L’oro dei saggi nasce da questa materia; essa è di conseguenza sua madre: nelle operazioni dell’opera occorre mescolare il figlio con la madre, allora il figlio che era fisso e designato come il dragone senz’ali, fissa anche sua madre, e da questa unione nasce un terzo fisso o il toro. Ecco il dragone padre del toro. Che si faccia di nuovo la mescolanza di questa nuovo nato con la femmina, o la parte volatile dalla quale è stato estratto, allora ne risulterà il dragone senz’ali, che diventerà il figlio di quello che lo ha generato; poiché la materia cruda viene chiamata dragone prima della sua preparazione e nel tempo di ogni disposizione o operazione dell’opera

In una parola, l’oro si dissolve nel dissolvente volatile dei filosofi da cui è stato estratto; allora è la madre che uccide suo figlio. Quest’oro, nel fissarsi, fissa sua madre con lui; ecco che il figlio genera sua madre e che allo stesso tempo la uccide, perché da volatile che essa era, la genera in fissità; e fissare il volatile significa ucciderlo. Ecco svelato il mistero di questo paradosso.

Il Becco

Tutte le nazioni si sono accordate nel considerare il becco [il capro – NdC] come il simbolo della fecondità; era quello di Pan o il principio fecondante della Natura, vale a dire il fuoco innato, principio di vita e di generazione. <Quando i sacerdoti volevano – dice Eusebio – rappresentare la fecondità della primavera e l’abbondanza di cui è la fonte, dipingevano un bambino seduto su di becco e girato verso Mercurio.> Bisogna, con i sacerdoti, vederci piuttosto l’analogia del Sole con Mercurio e la fecondità di cui la materia dei filosofi è il principio in tutti gli esseri. É questa materia, spirito universale corporificato, principio di vegetabilità, che diviene olio nell’oliva, vino nell’uva, gomma, resina negli alberi, etc. Se il Sole attraverso il suo calore è un principio di vegetabilità, non lo è se non eccitando il fuoco assopito nelle semenze dove è come intorpidito sin quando venga risvegliato e animato da un agente esterno. Così, nell’operazione ermetica, il mercurio lavora la materia fissa dove dorme il fuoco innato; la sviluppa rompendo i suoi legami e lo pone nello stato di agire per condurre l’opera alla sua perfezione. Ecco questo bambino seduto su di un becco ed allo stesso tempo la ragione per cui si gira verso Mercurio; Osiride, essendo questo fuoco innato, non differisce da Pan; di conseguenza, il becco era consacrato all’uno e all’altro. Per la stessa ragione, era uno degli attributi di Bacco.

Prometeo liberato

Prometeo aveva come padre Japeth figlio del cielo e fratello di Saturno; sua madre si chiamava Clymene, figlia dell’Oceano; conoscendo quel che era Saturno, si sa cosa occorre intendere per Japeth, che viene da ίαίνω, dissolvere, rammollire, versare, e πεταω, aprire, sviluppare, perché nella putrefazione nella quale la materia è pervenuta al nero, chiamato Saturno dai filosofi, la materia si apre, si sviluppa e si dissolve; è per questo che Clymene, figlia dell’Oceano, è chiamata sua moglie, perché le parti volatili si elevano dall’Oceano o mare filosofico, e sono una delle principali cause efficienti della dissoluzione. Queste parti volatili o l’acqua mercuriale sono la madre di Prometeo che è lo zolfo filosofico, o la pietra dei filosofi. … Un’alluvione desolava tutta la parte d’Egitto dove comandava Prometeo; è la pietra dei filosofi perfetta che si trova sommersa nel fondo del vaso. Occorse il consulto di Ercole andando a prelevare i pomi d’oro del giardino delle Esperidi, perché prima di arrivare alla fine dell’opera o all’elixir perfetto che sono questi pomi d’oro, occorre necessariamente fare e servirsi  della pietra del magistero, significata da Prometeo. Il fuoco del cielo che ruba, è questa pietra tutta di fuoco, una vera miniera di fuoco celeste. Attraverso la prima operazione, quella attraverso la quale si fa lo zolfo o la pietra, si ottiene Prometeo ed il fuoco celeste che ha preso grazie all’aiuto di Minerva, e per la seconda, quella che fa l’elixir  o la perfezione dell’opera, l’artista prende i pomi d’oro dal giardino delle Esperidi.

In quest’ultimo brano, Dom Pernety cita d’Espagnet (Canone 121), ma il Bretone, che in altri passaggi lo cita espressamente, ne toglie l’attribuzione nel suo volume…

Insomma, si può affermare che il Bretone copia le parti salienti dell’opera di Dom Pernety (ma senza citarlo espressamente), ma riorganizza il testo con un ‘montaggio’ diverso, usando anche d’Espagnet (un po’ citandolo ed un po’ non citandolo, e via dicendo). In ogni caso, i passi ‘prelevati’ sono molto ben selezionati dalla mole di argomenti esposti da Dom Pernety, cercando di evitare le cortine fumogene usuali delle Fables e di altri testi. Domanda: perché?

Se si tiene bene a mente che il materiale delle Fables è de facto originato dall’Arcana Arcanissima di Maier (pubblicata a Londra, nel 1614), la domanda si fa più importante. Sembra quasi che il Bretone abbia inteso togliere li versi strani e proporre una visione quasi in chiaro (naturalmente, sempre sotto le regole della Tradizione) della dottrina alchemica in corso in quei tempi, in un’operazione di riproposta decisamente nuova, specie durante la fine del secolo che si stava avviando verso il funesto occultismo. Se a questo si aggiunge che Fulcanelli lo frequentava, e che la formazione del circolo di Avenue Montaigne è ancora da venire, e che Fulcanelli sposa questa linea didattica – pur restituendo a Cesare quel che è di Cesare per ciò che concerne le citazioni e le authorships – e che il filone parte da Maier, con un’opera pubblicata durante l’unica visita fatta presso la corte Giacobita, in pieno Furor Rosacrucianus … forse, forse,  si comprende meglio il profondo imprinting originario dell’Alchimia proposta sin qui da questa sorta di filiazione. La scelta degli autori, tutti, di indicare con malcelata precisione come asse portante dell’Alchimia una Physica precisa, antica ma solida, concreta, sfrondata dalla nebbia di misticismo-da-quattro-soldi e para-sacralità (Fulcanelli docet; è un uomo di Scienza, Accademico, e il suo approccio – pur perfetto nella Tradizione alchemica classica – è persino più ‘scientifico’ di uno scienziato del giorno d’oggi) deve far riflettere.

Voglio precisare: non si sta parlando solo di una eventuale storia dell’Alchimia moderna, o di una banale operazione intellettuale pour épater le bourgeois, quanto di un discrimine essenziale nello studio dell’Alchimia, ove il senso e la portata dell’Arte sono indicati in modo netto e consapevole: Alchimia non è certo chimica, né fisica, tantomeno loro parente; si tratta d’altro, di ben altro, di ben più fondante: Conoscenza, attraverso studio&pratica. La Metafisica Sperimentale di Canseliet – oltre ad essere felicissima espressione – sembra d’altro canto suonare ed alludere a questa vera e propria Armonia. La ‘langue-des-oiseaux‘, così cara a Fulcanelli e Canseliet, così ben spiegata e studiata da Grasset d’Orcet, indicherebbe – pare – la fonte nascosta dell’Arte, la Prisca Sapientia di Newton. En passant, Grasset d’Orcet, il Bretone, Fulcanelli et alia … si conoscevano molto bene. Molto.

To be continued …

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 1bis

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , on Thursday, October 27, 2016 by Captain NEMO

Oggi è una giornata maravigliosa

Provo a spiegar perché:

  1. A) dopo una notte di terremoto, all’aperto, con tanta acqua giù dal Cielo occlusus e firmus, magna cum caliditade, mentre Terra tremans a causa dell’Igne che l’agiva ex profunditate, con tremores devastantes in superficiem… stamane l’Aer del Nord ha pulito il Coelum da ogni nube, e il panorama fino al mare – mozzafiato – mostrava le linee-allineate dei montes e dei monticulos; nei campi, anch’essi mossi in campa dagli agricoltores sapienti, le linee degli aratri disegnavano una rete altra, ad vim sistendum ex aquae rore. Il verde ed il fulvo, sotto un magnifico coelestes che sfumava al blancum. Entusiasmo nel cuore, spettacolo maestoso e vivificante: “La natura si rallegra della natura, la natura vince la natura, la natura domina la natura“.
  2. B) Obviously, “… ‘o terremoto ha scassato internette… “: le lucciole verdi del Router, l’instradator-che-spacchetta-e-impacchetta i dati – portati dagli elettroni lungo i cavi, secondo la fisica di oggi – si accendevano e poi si spegnevano, in fastidioso ciclo; niente lucciole stabili, niente da fare. Chiamo la Tele-Assistenza, e mi si racconta che l’emergenza notturna ha generato situazioni di precarietà nelle centrali di zona, ma che si sta naturalmente provvedendo alla bisogna, con nugoli di tecniche camionette che corrono di qua e di là… memore di un accidente simile, decido di fare a-modo-mio: scendo alla scatoletta dove entra il doppino, lo sfilo dai contatti, mi umetto due dita, le passo sul metallo, e lo rimetto al suo posto. Voilà, le lucciole diventano Lanterne, verdi e stabili. Los Electrones – chiunque essi fossero/sono/saranno – si erano “intasati” (non sto a dilungarmi ora sul perché, ma c’è un perché…); ed ora, accarezzato il metalluccio con un po’ di liquido per lui quasi amniotico (vedo le facce vostre assumere la ben nota grimasse che significa “…chist’è pazz“, ma non fa niente), essi scorazzano liberi. More solito. Chiedo, da decenni: cosa è l’elettrone?
  3. C) Ora che il network è di nuovo accessibile, trovo nella mia casella di posta virtuale uno scritto ricevuto da parte di un frater-in-alma-et-in-armas. Uno scritto ormai anzianotto, del 1995: “Divagazioni Ermetiche” Apro e leggo: fantastico. Allora, ri-leggo: maraviglioso. Sorrido, mi viene una risata irrefrenabile, allegra, gioiosa, dal profondo, incontrollabile. Sincronicity.
  4. D) Domando: “Come stai?“, che sarebbe “How are you?” … risposta: “Bene” = “Beota, esitante, nevrotico ed emotivo“, che in lingua Britannica è “Fine” = “Freaked out, Insecure, Neurotic and Emotional“. É il “Foux“. Perfetto, allora.

Condivido dunque – nella corrente bordata “Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica“, al capo 1bis – lo scritto in questione – titolato “Divagazioni Ermetiche“. Consiglio una lettura disincantata, libera, festosa, ma non per questo superficiale; esso pesa tanto come una piuma dell’ Oiseau d’Hermès.

Oiseau d'Hermès, dal Ripley's Scroll - Add MS 5025, f 4r

Oiseau d’Hermès, dal Ripley’s Scroll – Add MS 5025, f 4r

Consiglio altresì la sua assunzione ogni santo giorno, per intero, da sciogliere sotto la lingua, omeopaticamente. Cosa cura? … la disperante tristezza in cui è stata affogata oggidì l’Arte&Scienza più bella, gioiosa, allegra, nutriente che mai sia stata offerta alla stolida umanità in eterna sofferenza. Sì, perché oggi – in Italia, ma non solo – si spaccia per alchimia (con la minuscola) un “sensus” che nulla ha a che fare con Alchimia (con la maiuscola). Quest’ultima, non è certo mia, o dell’estensore dello scritto nominato; Dama Alchimia non è possesso di alcuno, by definition. Essa “É”. Punto.

L’orgoglio, la sete di possesso maldestro e malandrino, la presupponenza, l’alterigia, l’indifferenza, la fratellanza malintesa e via dicendo con cui si condivide un’Arte&Scienza senza possibili possessori, ammanta oggi il panorama della “crisi”, di valori prima e di altro dopo. Si dimentica, per colpevole ignoranza, che il nostro mondo è sempre in crisi, da sempre. E che Dama Alchimia percorre sempre il Campo-delle-infinite-possibilità, con Creanza, Fratellanza, Bellezza, Brillanza e tanta Vis, ma così tanta, così tanta, così tanta (tre volte) … che chi cerca troverà … il sorriso amorevole di Madre Natura, in alma et substantia.

Tale è la mia gratitudine per questa inattesa ‘trovata’ mattutina, in perfetta Sincronicity, che – dopo aver ovviamente chiesto ed ottenuto ‘permesso’ a chi sta “là” e “più in là” – pubblico con gioia ed allegria lo scritto ricevuto in dono. Lo si troverà qui, in una pagina appositamente dedicata.

Mentre a chi cerca auguro, sempre-di-buon-cuore, di bearsi, esitarsi, nevrotizzarsi ed emozionarsi nel leggerlo&studiarlo, ma per apprendere il metodo con cui i “Foux” debbono percorrere il loro privato cammino nel Bosco Incantato, non posso mancare di esprimere il mio GRAZIE, tre volte, per aver avuto la gioia di abbracciare – ancora una volta – la Vis viva, l’Esprit ficcante, la Profunditas sposata alla Charis, di un Cercatore onesto, tagliato al fuoco della Conoscenza, tanto teorica che pratica, un uomo per-Bene, un Fratello, a me estremamente caro. Cum furtiva lacrima, sono commosso della sua amicizia.

A voi, Compagni di cerca … to be continued.

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 1

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, October 24, 2016 by Captain NEMO

Piccolo prologo:

Ora, lege, lege, lege, relege, labora et invenies

La pratica – ripeto: pratica – alchemica prevede obbligatoriamente lo studio profondo dei testi; i quali, pur talvolta poco comprensibili, costituiscono l’asse di fondazione di qualsiasi sperimentazione di laboratorio. Inoltre, come è noto, il risultato della sperimentazione del laboratorio alchemico obbliga il Cercatore onesto a ritornare sui testi migliori e confrontare/ri-trovare il risultato ottenuto – sia esso parziale o finale – con la solida teoria alchemica, racchiusa solo in quei testi migliori. Senza l’elaborazione di un modello teorico serio e canonico la sperimentazione in un laboratorio alchemico porta a risultati che paiono mirabili e/o canonici, ma che sono totalmente avulsi dalla unica verità indicata con chiarezza estrema dalla Scienza e dall’Arte alchemica. Non è un caso fortuito o altro che possa condurre l’essere umano verso la Conoscenza, ma unicamente lo studio tenace e umile, l’apprendere le basi della Philosophia Naturale prima sui testi e poi nel Laboratorio, e l’impegno solido nel processo del Conoscere studiando e praticando. Questo è il cambiamento – imprescindibile – del famoso ‘mantello gettato alle ortiche‘ da Fulcanelli, Scienziato ed Artista a tutto tondo.

Indipendentemente dal giudizio, o dal pre-giudizio, o dal pre-concetto della mente umana, che ignora la realtà vera ma “Coelata” dell’Alchimia, è bene chiarire che il cuore della Scienza e dell’Arte è stato, è, e sarà la CONOSCENZA, esatta, descritta come φυσικὰ καὶ μυστικά dagli antichi, molti secoli dopo studiata e rinnovellata da Sir Isaac Newton come Prisca Sapientia. Tale Conoscenza deriva precisamente dallo studio incessante dei testi migliori e dalla pratica ugualmente incessante del laboratorio alchemico (il quale, ça-va-sans-dire, nulla ha a che fare con quello chimico o fisico): questa possibilità – ovviamente di difficile accettazione per l’ignorante o il pigro o l’arrogante – giace perenne nel cuore della Natura, che la offre liberamente ad ogni essere libero dal giudizio, dal pre-giudizio, o dal pre-concetto. Questa triade costituisce l’Onestà del cercatore, nulla di più, nulla di meno.

Dico questo al solo vantaggio di chi inizia il viaggio, ma anche di coloro i quali si avventurano nel Bosco Incantato da tempo…

L’amico ‘caso’ mi ha portato a consultare – e poi studiare – un testo curioso, certo bizzarro, del quale pour-le-moment tacerò il titolo e l’autore, come in un gioco per bambini onesti – e che contiene alcune piccole perle; il testo, del 1871 –  è francese e proviene da quella terra orgogliosamente Celtica che è la Bretagna; a detta di alcuni chercheurs Francesi l’autore era piuttosto in confidenza con Fulcanelli, forse qualcosa di più che ‘en confidence‘. Certo, leggedolo e studiandolo, molte cose mostrano la base dello stile e della allure magistrale di Fulcanelli. E molto, molto altro del cammino di studi e pratica di Fulcanelli. Inizio questa piccola collana di perle con l’incipit del capitolo ‘Physique Hermètique‘. Eccone la mia traduzione:

Il Filosofo Ermetico modella le operazioni della sua opera su quelle della Natura, deve dunque prima di ogni cosa conoscere quest’ultima. Lo studio della Fisica fornisce questa conoscenza.

Dio parlò e tutto venne fatto, dice Mosé, nel libro del Genesi; … il suo racconto chiaro e preciso è quello di un uomo ispirato, di un grande Filosofo, di un vero Fisico. Se ci si allontana dai suoi dati si sragiona, e se vi si appoggia ci si trova sempre nella verità.

Nulla di più semplice della Fisica. Il suo scopo, per quanto molto composito agli occhi degli ignoranti, non ha che un solo principio, ma diviso in parti, le une più sottili delle altre. Le differenti proporzioni utilizzate nella miscela, la riunione e la combinazione delle parti più sottili con quelle che lo sono meno, formano tutti gli individui della Natura. E siccome queste combinazioni sono pressoché infinite, anche il numero dei misti è tale.

Dio è un essere eterno, una unità infinita, principio radicale di ogni cosa. … Nella Creazione fa emergere questa grande opera che aveva concepito da tutta l’eternità. Si sviluppa attraverso una estensione manifesta di sé stesso, e rende attualmente materiale questo mondo ideale, come se avesse voluto rendere palpabile l’Immagine della sua Divinità. Si tratta di ciò che Hermès ha voluto farci intendere quando dice che Dio cambia forma; che allora il mondo fu manifestato e cambiato in Luce. Sembra probabile che gli Antichi intendessero qualcosa di simile [parlando] della nascita di Pallade uscita dal cervello di Giove attraverso l’aiuto di Vulcano o della Luce. … il Creatore ha messo un così bell’ordine nella massa organica dell’Universo, in modo tale che le cose superiori sono mescolate senza confusione con quelle inferiori e divengono simili attraverso una certa analogia. Gli estremi si trovano legati molto strettamente attraverso un mezzo insensibile, o attraverso un nodo segreto di questo ammirevole operaio, in modo tale che tutto obbedisce di concerto alla direzione del moderatore supremo senza che il legame delle parti differenti possa essere rotto se non attraverso ciò che ne ha fatto l’assemblaggio. Hermès dunque aveva ragione …

Il passo, che ovviamente appare innocuo e banale, sebbene vi si adotti la consueta onesta perfidia, racchiude in sé alcuni assunti di primaria importanza per chi cerca, e che sono naturalmente identici – fatta salva la semantica – con la Tradizione vera; della quale avevo parlato, qualche mese fa, a proposito di Philalethe, qui, qui, qui e qui; ma che si ritrova anche in alcuni testi molto poco conosciuti di Sendivogius (ma che a mio avviso provengono da Sethon). Questa Tradizione, naturalmente, non ha nulla a che fare con la tradizione di cui tanto si sente parlare anche ai nostri giorni, frutto di un grave misunderstanding da parte di tanti addetti-ai-lavori, dal medioevo ai giorni nostri.

Una precisazione finale: un frammento della φυσικὰ καὶ μυστικά – che si attribuisce allo Pseudo-Democrito – recita l’insegnamento ricevuto dal Persiano Ostane:

ἡ φύσις τῇ φύσει τέρπεται, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν νικᾷ, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν κρατεῖ

La natura si rallegra della natura, la natura vince la natura, la natura domina la natura

Oltre la bellezza poetica evidente dell’Imago, si deve notare che questo è l’Assioma generale della Fisica fondamentale della Manifestazione, di ogni manifestazone, hinc&nunc; ed ha un esatto connotato di Scienza, con un preciso riflesso nella sperimentazione alchemica. Ritengo utile sottolineare che questa è la prima base di quella conoscenza pratica (vale a dire ‘Fisica’, nel senso antico e veritiero) che è l’Alchimia; l’ottimo Nicolas Valois lo ricorda bene a chi si abbassa a studiare il suo splendido testo. Per poi procedere con il Laboratorio, a lungo, in un processo di Studio&Pratica continua e continuata. Come purtroppo pochissimi hanno fatto, oggi come ieri.

Così è, se vi pare …

Paolo …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Thursday, July 14, 2016 by Captain NEMO

Caro Paolo,

qui tutto scorre more solito, vale a dire secondo gli usi e costumi degli uomini; uno strano miscuglio di stupidità e intelligenza, di stoltezza e saggezza, di arroganza e di irresponsabilità. Nonostante gli enormi lamenti dei Geremia, le grandi sofferenze, le grandi ineguaglianze, le intolleranze di ogni tipo, la violenza di ogni fatta, l’egoismo mascherato, il fanatismo della verità comprata al bar,… beh, Terra va avanti, passando in uno dei consueti, periodici, tempi di disperazione. Nulla è cambiato, nulla cambierà. Saperlo accora e sostiene. Succederà, ancora …

Ma questo lo sai. Ne parlammo a lungo, e concludemmo ridendo che vi sono altri luoghi ed altri tempi in cui val la pena di continuare ad imparare, divertendosi. Ti immagino preso dalla tua nuova ricerca, dal tuo nuovo compito. Alchimia, ne parlammo, qui si è naturalmente ‘immersa’, come un delfino allegro che corre lungo il mare del divenire [… so long for all the fishes …]. Le solite parrocchiette, i soliti gruppetti bardati di costumi e grembiulini, altre amenità frutto del ‘social’, e via dicendo: tutti sono sicuri – che dico: certi! – di essere i veri ed unici ed ‘autorizzati‘ alfieri della ‘vera alchimia‘. Bah, … come se Alchimia potesse mai essere patrimonio e potestà di qualcuno. Così, guardo quel che succede – talvolta resto stupefatto – e studio e lavoro, esattamente come ne parlammo.

Manchi, manca il tuo spirito, la tua verve, la tua cultura, il tuo eterno sorriso sotto i baffi. Tutti si dan da fare per farti ‘santo&beato‘ nelle parrocchiette, nelle logge, nei libri, sul web. La santa corsa alla ‘patente’ da metter tra le proprie carte, da esibire, in cerca di un’esclusiva, per sopraffare l’altro: è il solito spettacolo indecoroso, che sporca Alchimia.

Mi hai mostrato la Via, mi hai parlato di cose che mai ripeterò, e mi hai spinto, con Amore, ad accendere il mio fuoco. Prima o poi ti rivedrò di nuovo, e ci metteremo a giocare il nostro gioco di fisici e alchimisti, molto bimbi, sdraiati sul pavimento, incuranti della noia di quel che sempre accade, del cicaleccio sgraziato di chi pretende di esser dotto&unto. Se uno non prova gioia – e dentro e fuori -, se uno non trova divertimento, che Alchimia è? … e qui son tutti con i musi lunghi, le ciglia aggrottate, gli occhi pieni di tristezza e vuoto. Ah, che scenario da manuale …

La Via è dolce, e forte, e semplice, e piena di meraviglie, e diversa da quel che viene – per così dire – ‘insegnato’. Il Campo è tutto, il Campo è Uber, e ti vedo sorridere contento. Di quel Campo, unico e indispensabile, parlò anche quel tale che si presentò a Parigi, a quel matacchione di Berger. Sento di dover in qualche modo spiegare ai giovani che Alchimia è esatta e affatto casuale, e che la nuova conoscenza – profonda – di Madre Natura che ne deriva va di pari passo con lo studio accorto dei buoni testi e la continua pratica di laboratorio. Continuerò a farlo, da antico fratello di una Fratellanza che nessuno conosce. Non sono gli uomini a decidere chi è alchimista, ma Natura. Se questa vita me lo consentirà, ci vedremo là dove abbiamo stabilito. Ti abbraccio forte. Molto forte.

Captain NEMO

Un Capitano d’altri tempi …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Saturday, May 21, 2016 by Captain NEMO

Quest’oggi mi sono imbattuto in una visita inaspettata, e per questo ancor più bella, al Castello di Alviano, la dimora di uno dei più fieri Capitani di Ventura: Bartolomeo d’Alviano, che nel 1500 era meglio chiamato come Bartolomeus Livianus.

Bartolomeo d'Alviano (1455 - 1515)

Bartolomeo d’Alviano (1455 – 1515)

Per chi ama la Storia, il Castello merita una visita: come una perla nell’infausto inferno in cui la cultura è sempre relegata nel nostro povero Bel Paese, la struttura museale è perfetta, interessantissima, e molto, molto ben concepita.

Castello d'Alviano

Castello d’Alviano

Al piano nobile, tre stanze della dimora del Condottiero offrono tre motivi celebrativi delle sue gesta; le tre Stanze sono l’una dentro l’altra, e sono dedicate al Padre, alla Madre/Sposa, ed al Figlio.

La brava guida informa che ogni stanza è decorata da un Motto che si dipana in tessere lungo le quattro pareti.
Ecco qualche immagine: la prima Stanza, al segno dell’Unicorno:

Castello d'Alviano - L'Unicorno

Castello d’Alviano – L’Unicorno

Castello d'Alviano, il Caminetto - L'Unicorno

Castello d’Alviano, il Caminetto – L’Unicorno

Il Motto: Venena Expello et Puritatem colo

Passiamo alla seconda Stanza, al segno della Stella:

Castello d'Alviano - La Stella

Castello d’Alviano – La Stella

Castello d'Alviano, Festone - La Stella

Castello d’Alviano, Festone – La Stella

Il Motto: Stella Tua Renovare

Per finire, la terza Stanza al segno della Fenice:

Castello d'Alviano - La Fenice

Castello d’Alviano – La Fenice

Il Motto: è poco leggibile e incompleto, …Crematus …

Bartolomeus non era certo un alchimista, ma puro uomo d’arme; dopo una vita passata sui campi di battaglia, morì nel 1515; in seguito la sua famiglia fece decorare la dimora da Giovani Antonio de Sacchis, detto ‘il Pordenone‘; il pittore, in gioventù, era un membro dell’Accademia Liviana, fondata dal Generale Bartolomeo quando venne infeudato nel 1508 ‘unego sior de Pordenon‘ dalla Serenissima.

Uscendo dal Castello, un ‘Mascherone’ in bella mostra sul contrafforte di una delle torri:

Castello d'Alviano - Il Mascherone

Castello d’Alviano – Il Mascherone

Luna Piena, tempo finalmente ottimo, e Dama Alchimia che magicamente aleggia nell’aere, come sempre per chi la ama.

 

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