Divagazioni Ermetiche – 1995

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DIVAGAZIONI ERMETICHE

TI BASTINO L’AZOTO E IL FUOCO (AZOTH ET IGNIS TIBI SUFFICIUNT)
Fulvio Di Pascale (Napoli) e Claudio Cardella (Roma)
pubblicato su “Empedocle” anno 2, n. 2 – Marzo – Settembre 1995.

Una sostanziosa preparazione in materia di scienze fisiche potrebbe apparire la sola idonea a risolvere almeno sommariamente il problema concernente la natura della luce ed invece, man mano che s’approfondisce l’analisi, l’enigma si consolida ed ogni parvenza di verità si manifesta assai sfuggente ed assai ardua da comprendere.

Per addentrarci in tale labirinto oscuro senza perderci d’animo, confidiamo nell’aiuto superno e benevolo di Pan, soprannome familiare del carissimo Francesco Pannaria, alla cui opera, da pochi tenuta nella dovuta considerazione, attingeremo a piene mani come a una limpida fonte di conoscenza.

La luce ci dà la nozione dell’universo, eppure dalla massa confusa ove sono miseramente naufragati innumerevoli tentativi di assegnarle una qualche definizione operativa, emerge in realtà soltanto uno sterile dualismo astratto sul quale s’è esercitata, ormai da lungo tempo, una turba di autori. L’antitesi, in definitiva, si raccoglie in due flussi di pensiero: l’uno sostiene, senza alcun reale fondamento teorico, la natura corpuscolare, l’altro attribuisce al fenomeno luminoso un’immagine ondulatoria incoerente con i presupposti sperimentali.

Poiché la scienza attuale, meccanica, chimico-fisica o illusoriamente biologica, è incapace di conciliare le opposte concezioni, con qualche ardimento varcheremo la soglia dell’Alchimia per presenziare al consesso degli dei sull’Olimpo Ermetico. Lì, sulle sponde del mare, alle pendici di un vulcano dal temperamento lunatico e in perenne eruzione, incontreremo, riuniti a consiglio col sommo Giove, Mercurio, Plutone e Nettuno, i numi tutelari dei quattro costituenti primigeni della matrice cosmica. Costituenti originariamente confusi ed indistinti i quali, a seguito di una separazione apparentemente spontanea, producono e riproducono nel nostro mondo fisico i quattro elementi: Terra, Acqua, Aria, Fuoco, secondo la denominazione degli antichi, mentre Empedocle redivivo oggi li chiamerebbe rispettivamente Materia, Massa, Energia, Campo, aspetti fisici basilari e concetti irrinunciabili per qualunque scienza moderna.

La matrice cosmica, prima materia e Mater-ea secondo i classici, è assimilata da Pannaria all’antimondo, termine prossimo, per la permutazione di una lettera, all’antimonio degli Alchimisti, ossia lo Stibium, materia segnata col sigillo di Salomone graficamente espresso dalla stella a sei punte, la materia prima della Grande Opera, nera, dura, fragile e friabile. Per noi, l’antimondo è dunque il retroscena non energetico e non massivo della nostra scena fisica da cui provengono ed in cui si risolvono le minime discontinuità particellari, sinora intraviste solo di sfuggita ai limiti estremi della sperimentazione.

La materia pura di Severi e l’antimondo di Pannaria, nati più di mezzo secolo addietro, vengono ancora considerati, come le note sconnesse di un’astrusa gamma armonica, congetture dissonanti con la visione fisica corrente.

Eppure, ciò che è di sopra è come ciò che è di sotto, esprimono l’ aspetto attuale di Chronos, per i latini Saturno e per gli Alchimisti il vaso ove non si deve immettere nulla di estraneo. Ricordiamo che il vecchio e macilento Saturno una volta fu re dell’Olimpo e Signore del Tempo, ma poiché si dilettava a divorare la propria figliolanza Giove lo detronizzò e lo spedì in esilio sulla Terra ove, secondo la tradizione alchimica, è diventato una pietra, quella che i seguaci di Ermete non vogliono neppure sentire nominare nel timore di tradire il loro segreto.

La disposizione dell’universo filosofico differisce dalla disposizione dell’universo concreto a tre dimensioni spaziali, quale si dichiara ai nostri occhi, in quanto quello contiene, genera ed influenza questo, che dunque risulta esserne il condensato, quasi pietra, ma pietra focaia, nata dall’aria senza percettibile passaggio per lo stato liquido, secondo il dettato della Tavola Smeraldina, l’antichissimo decalogo egizio che compendia, per chi è in grado di comprendere, le fasi della Grande Opera: il Vento l’ha portato nel suo ventre. Viceversa la sublimazione, procedimento per cui certe sostanze solide, poste in speciale apparecchio, passano, sotto azione continua del calore, direttamente alla fase vapore, é un’immagine macroscopica del microscopico riflusso, ovvero del ritorno delle particelle elementari alla loro matrice cosmica, mare magnum degli elementi incombinati.

Le particelle elementari sono infatti i corpi più piccoli in assoluto, i minimi granelli del mondo, la polvere quantica della fisica ed i composti ultimi dei Filosofi, costituiti di materia, di massa, d’energia e di campo in proporzioni diverse, ma definite ed invariabili. Perciò sono indivisibili, la loro disgregazione, equivalendo alla disgregazione dei costituenti, ne comporta la completa scomparsa dal piano fisico. Gli alchimisti solevano dire al riguardo, natura natura laetatur, la natura si rallegra nella medesima natura ed abbraccia sempre il proprio simile: tutti i corpi provengono dalla medesima materia, pura, primigenia e ubiquitaria. Perciò anch’essa, omogenea e incombinata, al pari della materia fisica, discontinua e concreta, che ne è l’immagine localmente riflessa nello specchio spazio-temporale, esiste e consiste nell’equilibrio dei quattro medesimi elementi.

L’antica Alchimia allude dunque al grandioso ciclo della natura e nel suo laborioso solve et coagula risuonano tonalità cosmiche, onde è anche chiamata Arte della Musica.

Nella succinta esposizione dell’anonimo alchimista celato sotto lo pseudonimo di Cavaliere Sconosciuto, un manoscritto raro prezioso dal titolo eloquente, La Natura allo scoperto, la pratica operativa dell’estrazione dello zolfo volatile è ricoperta dai veli mitologici della sventurata vicenda di Icaro, “il quale vola alto, come dire perde la sua volatilità, viene fissato e seppellito nella sabbia da suo padre Dedalo, lo zolfo fisso, come dire che si fissa con lui”.

La troppa ignoranza non ci permette di decifrare l’enigma e di accertare, ad esempio, se quella sabbia sia nera e ferrosa o bianca e cristallina. E poi, procedendo oltre verremmo rimproverati per avere dato peso a cose superflue, o quanto meno di avere imboccato a lume di naso un vicolo cieco, tortuoso e costellato di ostacoli, mentre la prudenza impone che il cammino seguito sia assiduo e lineare, come una scala armonica la cui successione scandisca il nostro procedere nella comprensione dell’arcano universale.

Il punto saliente (da sale) e concreto di queste divagazioni, si riassume con le classiche (dal latino clausus, chiuso) quattro parole: la triplice natura della luce discende dalla sua integrale appartenenza all’universo alchimico e risulta della mutua interconnessione dei tre mondi menzionati, il mondo della nostra scena fisica, l’antimondo di retroscena e il mondo intermedio tra i due. Quest’ultimo è una regione di duplice frontiera ove la luce presiede e opera in modo del tutto particolare. Lucifero, il fosforo, portatore di luce, è notoriamente il guardiano della soglia, la porta ermetica che può essere attraversata, come ogni porta degna del nome, in due sensi:

– nel verso della generazione, di particelle, con assorbimento di radiazione, ossia di quanti luminosi: e ad esempio il coagula manifestato dall’effetto fotoelettrico, precipuo quando una coppia di elettroni specularmente opposti viene creata dall’immersione di un fotone nella materialità del nucleo atomico;

– oppure nel verso contrario, del ritorno dei corpi all’omogenea continuità della materia originaria, con emissione di quanti luminosi conseguente al completo dissolvimento della preesistente struttura fisica: così si realizza il solve della materia combinata, la scomparsa di particelle, a coppie gemellari, con la liberazione degli elementi, costituenti, secondo le reciproche proporzioni, di ogni combinazione fisica.

I vanagloriosi che arbitrariamente s’ammantano del crisma di “scienziati” vorrebbero darci da bere ciò che stoltamente essi credono di vedere nei cosiddetti “processi di annichilazione della materia”, ossia durante una sua inspiegabile trasformazione in energia, luminosa e radiante: ma come potrebbe mai l’energia, che è predicato, attributo della materia, sostituirsi ad essa ? Newton, vero scienziato perché alchimista consumato, aveva opinioni completamente diverse, scriveva infatti al riguardo: “Il cambiamento dei corpi in luce e della luce nei corpi, è del tutto conforme alle leggi di natura, perché’ la Natura si delizia con la Trasmutazione”.

Si va moltiplicando il numero di quanti considerano l’Alchimia l’arte di contraffare l’oro. Altri, facendo facile sfoggio di erudizione presso il volgo, proclamano la via secca e la via umida essere strade diverse per giungere alla pietra occulta dei loro sogni, casomai con la coobazione degli zolfi di Venere e di Marte, forse preventivamente fissati nella calce dell’argento vivo. Se tutti costoro, da tanto studio, avessero almeno appreso perché il gelsomino ha quattro petali e donde il papavero trae il suo bel colore, avrebbero certamente impiegato meglio il loro tempo.

E’ forse una bestemmia paragonare l’effetto fotoelettrico a quello sacramentale del battesimo, operato dallo Spirito Santo attraverso il sacerdote, personificazione di san Giovanni che versò l’acqua lustrale del Giordano sul capo del Redentore ? Il Presidente d’Espagnet, grande alchimista, magistrato integerrimo e persona timorata di Dio, scrisse che: “la rigenerazione del mondo viene compiuta tramite uno spirito di fuoco il quale discende in forma d acqua e toglie la macchia originale dalla materia”.

Nell’acronimo I.N.R.I. apposto sulla croce, strumento del supplizio divino, per motivare la pena capitale inflitta a Gesù, d’Espagnet, come ogni alchimista, leggeva: Igni Natura Renovatur Integra, col fuoco la natura si rinnova integralmente. E riteneva che una tale rigenerazione venisse analogicamente operata, nella sua pratica di laboratorio, da uno spirito di fuoco, indicato nella lingua diplomatica dei saggi come Vulcano lunatico la cui manifestazione sensibile si riveste della forma di un’acqua che non bagna le mani, detta pure acqua ardente, l’acquavite, in latino aqua vitae ed in francese eau de vie, ossia l’acqua santa. A dare credito a un altro autore francese, Grillot de Givry, lo spirito di fuoco, o fuoco filosofico, “è lo stesso Spirito di Dio che impetuosamente scende sull’iniziato e, combinandosi con l’interiore inclinazione della sua anima verso il mistero, lo rende veggente e gli dona il potere di compiere miracoli”.

Queste reminiscenze di altre epoche sembrano suggerire che la luce, spirito di fuoco per eccellenza, prediliga per i suoi trasferimenti un mezzo continuo, molto spesso simbolicamente raffigurato dall’acqua come attesta anche Mosé, … lo Spirito di Dio si trasferiva sulle acque, Spiritus Dei ferebatur super aquas, e non in un veicolo corpuscolare, o discreto secondo le attuali pretese della fisica.

Siamo giunti al cuore del problema: come mai a un fotone viene voglia di andare a morire proprio nel nucleo atomico, dove trova sepoltura, e poi di lì, quasi per magia, risuscita sotto forma di due corpi gemelli, ugualmente massivi e latori di cariche elettriche unitarie ed opposte, quali la coppia elettrone-positrone? Un problema formidabile, forse intravisto anche da qualche Alchimista, soprattutto quando si trattava di estrarre i due zolfi, uno bianco e uno rosso, emblemi diversi della pietra filosofale. Il procedimento era segretissimo e la sua pratica realizzazione non a caso veniva nascosta sotto l’ allegoria biblica della separazione della luce dalle tenebre.

Con l’aiuto di Pannaria cercheremo anche noi di comprendere, almeno in parte, l’arcano: la manifestazione concreta e discreta della luce, ossia la quantità unitaria d’energia interscambiabile dai corpi, detta fotone, è costituita in effetti da tre dei quattro elementi (massa, energia e campo), ed essendo priva di materia propria, (altrimenti sarebbe un corpo essa stessa), s’appoggia, durante il trasferimento da un corpo all’altro, al substrato materiale omogeneo che riempie e determina lo spazio geometrico e fisico. Tutti i corpi, tra i quali s’annoverano anche i nuclei atomici, sono invece costituiti da quattro elementi radunati in particelle di sei tipi, attualmente conosciute come quark: tre di queste particelle vanno a costituire il nucleo dell’atomo più semplice e unitario, l’idrogeno. Questo nucleo, come il triplice vaso dell’arte, come la magnesia, il magnete o calamita degli Alchimisti e come il magnesio (peso atomico 24) della clorofilla è dotato, in definitiva, di un campo di attrazione per il fotone il quale, a sua volta lo percepisce tramite il proprio campo e ne viene assorbito. Si verifica allora, in sintesi stringata, un evento di scambio locale tra la materia combinata e la materia incombinata il cui risultato esteriore è l’apparizione subitanea e transitoria di una coppia di particelle cariche: l’elettrone positivo e l’elettrone negativo.

Prima o poi, volenti o nolenti, gli uomini di scienza dovranno adeguarsi all’idea che l’intimo significato della Legge di Natura può essere compreso solamente attraverso lo studio di una nuova Alchimia -nuova perché portata a nuova vita in ragione delle attuali determinazioni scientifiche- e che “la grande illusione del progresso meccanico e tecnico è di enorme vitalità solo se asservito ai ben più elevati fini e valori della cultura”.

Questo scritto, più volte meditato e rivisto, composto cum grano salis, un po’ di sale dei Saggi, ci auguriamo, e con qualche remora, (che secondo l’antica leggenda era un pesce minuscolo, ma dotato della fantastica capacità di arrestare la corsa di qualunque vascello), questo scritto, dicevamo, suonerà, alle orecchie dei più ignoranti, sterile e ambiguo come un rebus (degenerazione del rebis, ermetico, dal latino res bis, cosa doppia); qualcuno invece, forse di bocca buona, rimarrà sorpreso e gli renderà giustizia gustandolo come un succulento risotto condito con olio (mercuriale) e zafferano (di Marte, naturalmente). Altre anime candide s’indigneranno, verseranno lacrime al cospetto di una reprensibile divulgazione e grideranno contrariate che i panni sporchi è meglio lavarli in famiglia, ma a fondo, precisiamo, e due volte, con l’acqua e col fuoco. Se abbiamo sbagliato, siamo pronti a scontare la penitenza inevitabilmente conseguente l’errore, certi della remissione della colpa, perché agiamo in spirito di carità [cfr. S. Paolo, I Cor., 13, 4] nella consapevolezza che solo un cuore ardente può risvegliare dal letargo, scuotendola vigorosamente, la sopita linfa mercuriale e filosofica.

Al problema della natura della luce è intimamente connesso anche l’enigma dell’origine della vita sulla terra. La vita è infatti frutto di scambi innumerevoli ed incessanti: una continua attività di scambio tra gli elementi incombinati della materia primigenia e gli elementi combinati della materia concreta e sensibile: un andirivieni di particelle prime ed elementari tra le due fasi della materia, una successione ininterrotta di nascite e morti. Tale è il coagula ed il solve della perenne interazione tra mondo ed antimondo, preconizzata da Pannaria.

In un fantasmagorico processo circolare, la luce s’immerge nella materia, alimenta le forme e crea gli astri.

Pochi sono in grado di afferrare a fondo questi concetti e di intravederne le insospettate conseguenze. Li avrebbe certamente ben compresi Pietro Bono, il grande Ferrarese, quando annotava nella sua Pretiosa Margarita Novella: “gli è ancora un’altra forza, cioè la vita …la quale congiunge queste quattro forze [elementari] le quali ti ho narrato e descritte ed è come la chiave alla cassa, la quale se tu levi da quella, tutto si discioglie”.

Raimondo significa, nell’etimologia ermetica Ray-mont, equivalente a Montagna di Luce, per gli indiani Koh-i-Noor; che è anche il nome del più grande diamante del mondo. Per noi è Raimondo di Sangro, Principe di San Severo, unicum militiae fulmen (fulmine unico della milizia) sul suo blasone nobiliare, Philosophus per ignem nel suo recondito laboratorio, sconosciuto ai profani, ancora temuto dai superstiziosi e venerato dai sapienti. Egli, avendo approfondito lo studio dei processi vitali, avrebbe energicamente stigmatizzato la titanica scalata dell’uomo alla smodata ricchezza, l’oro tascabile, e all’illusoria immortalità del corpo, l’oro potabile. Invece queste sono le attuali premesse e promesse del vasto repertorio di mostruosità inconsapevoli, ma deleterie, vomitato da personaggi sedicenti esperti in ingegneria genetica.

Costoro, grifagne caricature di Prometeo, dopo avere rubato con frode il fuoco al sole celeste, pur brancolando nel buio pesto, digiuni come sono anche della più epidermica nozione della morfologia della vita animale e della vita vegetale, scambiano questa per quella e imbrigliano l’una all’altra entro un medesimo corpo, sfruttando alla cieca lo stesso procedimento biologico sinora messo in opera solo dal cancro, il gran mostro di natura.

Vedremo dunque realizzata su scala industriale la spaventosa mistione di eterogenee sostanze intravista ed allegorizzata da Dante nella terribile ricompensa ricevuta da Pier delle Vigne per il tradimento del segreto iniziatico? L’inno trionfale dei biologi, sedicenti molecolari, sarà forse il canto del cigno dell’umanità decaduta? Siamo convinti, nonostante tutto, che agli artefici di tali mostruosità non verrà inflitta, nell’ora del Giudizio, la pena di Assalonne, (sostantivo prossimo ad Assoluto e, per successiva traslitterazione, a Salomone, lo zolfo dei Saggi), impiccato nel cappio formato dai suoi stessi capelli a un albero di quercia, produttore di tartaro, un ingrediente necessario all’elaborazione dell’antico sale armoniaco. Forse essi saranno addirittura perdonati, a norma del testo evangelico: Padre, perdona loro, perché essi non sanno quel che si fanno.

Non saranno invece perdonati quanti conoscono, osservano e tacciono, accidiosamente paghi di avere sotterrato l’aureo talento (oppure l’igneo latente?) ricevuto in custodia.

Sta diventando funesto, questo continuo carnevale: dove si nascondono gli alchimisti, dove hanno riposto lo splendido carro-navale di Venere scortato da candide colombe, sospinto da Lucifero, ma governato dalla sferza di Diana, la vergine alata e lunare? Mentre i sapienti sembrano dondolarsi dietro oscillanti mascherine come spensierate fanciulle in altalena, l’atmosfera s’è fatta lugubre e la festa dei vivi può trasformarsi da un momento all’altro nel pestilenziale sabba dei morti.

Azoth et ignis tibi sufficiunt. Ti bastino l’azoto e il fuoco. Lo zolfo e l’ azoto dei filosofi sono le sostanze incaricate di veicolare nelle profondità terrene della materia, con modalità differenti secondo morfologia, ma funzionalmente equivalenti, la luce, energia cosmica pura e continua, nello scambio reciproco tra le due fasi dell’unica materia. Scambio attuato nel corpo materiale dalla massa per la mediazione del campo, elettromagnetico ed elasto-gravitazionale. Luce assunta e concretata nella struttura del corpo a fotoni, a quanti, a quantità discrete e non continue perché unitario e discreto è il corpo stesso, circoscritto e animato dalla forma individuale.

La fisica descrive, non comprende questo scambio che è la radice stessa del creato, perché da un lato ignora la sostanzialità della luce, e dall’altro rifiuta l’esistenza dell’hylè di Aristotele, della Mater-ea degli Alchimisti, del prope nihil di sant’Agostino, dell’essere del nulla di Leonardo, quello che “infra le grandezze delle cose tiene principato” (Cod. Arundel), della Subtilitas di Girolamo Cardano, della materia pura di Severi ed infine del milieu subquantique postulato da de Broglie.

Nell’atto fondamentale di scambio della materia con la luce risiede e consiste la vita terrena. Un atto iniziale dal quale scaturisce il divenire del mondo fisico che si realizza nella produzione e nella separazione di cariche elettriche opposte: cariche compresenti nel medesimo corpo, se dotato di magnetismo proprio, quale il neutrone, oppure segregate in corpi differenti per funzione e massa, quali il protone e l’elettrone, di cui nessuno conosce perché il rapporto in peso valga circa 1840. Tramite l’elemento del campo tutti i corpi si nutrono di luce e ciascuno s’approvvigiona della propria carica biologica. Ciò vale nei tre regni morfologici, minerale, vegetale, animale. Gli Alchimisti diedero il nome di fuoco segreto all’energia luminosa concretizzata nei corpi e sostanziante la loro materialità: ovvero a quel particolare stato in cui la materia funge da “catalizzatore cosmico”: cattura un raggio di sole, dagli un corpo e possederai il più grande segreto del mondo, scrisse al riguardo Fulcanelli, il massimo alchimista del nostro secolo.

In una copia manoscritta del Rosario dei Filosofi incontriamo una figura che rappresenta un leone verde nell’atto di azzannare il sole, mentre il sangue vermiglio dell’astro ferito stilla copioso sulla terra. Interpretando questa bizzarra illustrazione troveremo la sintesi geroglifica delle nostre riflessioni. Notiamo infatti che le due strutture catalizzanti a cui s’è fatto cenno, sono intimamente mescolate nel corpo minerale del leone verde ove entrambe svolgono la medesima funzione di assorbimento dell’energia radiante, onde la fiera è raffigurata mentre si nutre di sole. Negli organismi superiori, quella stessa funzione catalizzante appartiene, per quanto ne sappiamo, agli enzimi. Tuttavia dette strutture sono e rimangono sempre distinte e separate tra loro poiché presiedono a compiti diversi e complementari: in definitiva, l’uno configura l’attività vegetativa dell’organismo inteso come materia organizzata, mentre l’altro ne configura l’aspetto animico e propriamente formale. Il connubio di questi due aspetti morfologicamente diversi della medesima funzione e la conseguente co-fusione delle correlative strutture materiali, artificialmente procurato scavalcando le naturali barriere morfologiche di protezione, genera mostri.

Riteniamo di avere detto a sufficienza, forse più di quanto Arpocrate generalmente consenta, perciò ci limitiamo ad aggiungere, in punta di lapis, che lo schema prospettato offre la chiave di lettura dell’intero mondo biologico, sebbene l’intima comprensione del connubio non sia certo agevole come mescolare la calce con la sabbia.

Per capire in qual modo la proprietà attrattiva della materia si rifletta nel regno minerale e vi esplichi la sua attività catalizzante nei confronti della luce, o energia radiante che dir si voglia, basta avere, in barba ai canuti soloni della fisica, uno spirito puro ed etereo, ossia lo specchio di saggezza ove la natura si rivela apertamente, e parecchio sale in zucca, il fosforo dei filosofi. Nel regno vegetale, vale la pena ripeterlo, la medesima proprietà attrattiva è racchiusa nella clorofilla, mentre nel regno animale è dell’eme, notoriamente contenuto nei globuli rossi, che infatti presenta una struttura attiva (anello porfirinico) molto prossima a quella della clorofilla onde a buon diritto ne rappresenta la controparte in morfologia animale.

Concludendo, la nostra epoca materialista è incapace di afferrare l’essenza stessa della materia e, se solo credesse alla sua pratica realizzazione, pretenderebbe di estrarre la Pietra Filosofale col falso fuoco di una specializzazione portata ai limiti dell’oscurantismo. Con questo fuoco si continua a torturare la materia nel vano tentativo di comprenderne il mistero; follemente si cerca di aprire l’alveare del mondo per rubarne il contenuto; ma dalla miriade di api che si librano in volo si ottiene solo un bruciante malessere: invece del miele non si trova che fiele.

Forse di fronte a tanta balorda stupidità sarebbe più conveniente tacere che dire, poiché, secondo l’antico motto popolare, la loquela degli insensati vale quanto due grani d’orzo. Eppure quei grani, a saperne fissare il senso, potrebbero in seguito diventare d’oro fino, perciò il saggio Pan, dal cielo, ci otterrà venia per le nostre divagazioni: … e poco dopo, gli astanti si fecero avanti e dissero a Pietro: ‘Veramente tu sei di quelli, perché il tuo linguaggio ti fa riconoscere’. [Mat. 26, 73].

 

2 Responses to “Divagazioni Ermetiche – 1995”

  1. […] in là” – pubblico con gioia ed allegria lo scritto ricevuto in dono. Lo si troverà qui, in una pagina appositamente […]

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  2. “Sta diventando funesto, questo continuo carnevale: dove si nascondono gli alchimisti, dove hanno riposto lo splendido carro-navale di Venere scortato da candide colombe, sospinto da Lucifero, ma governato dalla sferza di Diana, la vergine alata e lunare? Mentre i sapienti sembrano dondolarsi dietro oscillanti mascherine come spensierate fanciulle in altalena, l’atmosfera s’è fatta lugubre e la festa dei vivi può trasformarsi da un momento all’altro nel pestilenziale sabba dei morti”. Cosa aggiungere? Il re è nudo e, come nella favola, lo è sempre stato!

    Grazie davvero per aver condiviso con noi questa perla.

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