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Volando con Pegaso

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , on Wednesday, September 17, 2014 by Captain NEMO

Il vecchio adagio – ‘Chi cerca, trova‘ – è come una lama a doppio taglio: trovare qualcosa, e – trovando – scoprire altre cose; le quali, forse, non erano nelle attese di quella ricerca. Ma cominciamo dall’inizio: durante una visita a Villa d’Este, mi sono imbattuto in una bella fontana:

Pegaso

Pegaso – Fontana a Villa d’Este (VT)

Si tratta di Pegaso, il cavallo alato; conoscendo il Conte  Michael Maier, non ci si sorprende troppo che ne accenni ‘al volo‘ nel suo Discorso XLIV, nell’Atalanta Fugiens:

…Perseo ottenne da Pallade un cavallo alato, e le riportò come ricompensa il capo di Medusa, al quale [Perseo] Mercurio aveva offerto il falcetto & altri Dei altre armi.

La frase è ambigua: Perseo ‘ottiene’ Pegaso (e il gigante Crisaore, il ‘portatore della lancia d’oro‘; ma c’è chi dice che fosse il fratel-cavallo di Pegaso!) tagliando la testa di Medusa, grazie all’aiuto degli oggetti ricevuti in dono, tra cui l’Elmo (o la Cappa) dell’Invisibilità, ma – soprattutto – lo Specchio, ricevuto da Pallade Atena; la quale aveva ammonito Perseo di non guardare mai Medusa direttamente, ma solo guardando il riflesso nello Specchio. Così, Perseo, una volta giunto nelle regioni Iperboree, camminerà a ritroso verso Medusa, usando per l’appunto lo specchio per spiccarle la testa con il falcetto ricevuto da Ermes (che gli aveva fornito anche i calzari alati). Pegaso, lo ricordo, è il cavallo ‘volante’ che farà sgorgare, con un colpo di zoccolo (lunato!), l’acqua dal monte Elicona; quell’acqua sarà la fonte Ippocrene, la ‘Fonte del Cavallo‘. Ancora, va ricordato che Medusa divenne tale – orrenda, repellente, con serpenti velenosi come capelli, capace di pietrificare all’istante chi la guardasse – in seguito ad un incantesimo proprio di Pallade Atena: Medusa era in gioventù la Gorgone, bellissima sposa assegnata in moglie a Poseidone, dio del mare e dei cavalli (Pegaso, infatti, è ‘figlio’ di Gorgone-Medusa); ma Poseidone e Gorgone consumarono la loro notte d’amore – pare – proprio all’interno del tempio di Pallade Atena; per vendicarsi dall’oltraggio subito, Pallade gettò la maledizione su Gorgone, trasformandola nell’orrenda Medusa.

In seguito, Pegaso sarà il protagonista di un altro mito alchemicamente importante: quello di Bellerofonte, l’unico cavaliere che riuscirà a domare il cavallo alato. Bellerofonte attese – al tramonto – Pegaso che si apprestava a bere alla fonte Pirene; una volta che il cavallo si inginocchiò per bere, Bellerofonte gli passò sopra la testa le briglie dorate fornitegli dalla solita Pallade Atena, e gli montò sopra. Bellerofonte potrà così uccidere Chimera, il mostro – che emetteva fuoco e fiamme – dalla testa di leone, dal corpo di capra e dalla coda di drago (infiggendo la lancia con la punta di piombo nella gola del mostro; il cui fiato bruciante fuse il piombo, che colò nella gola del mostro, soffocandolo).

Siccome poi Bellerofonte in qualche modo si montò la testa, e si avvicinò all’Olimpo a cavallo di Pegaso, nel desiderio di diventare immortale. Zeus inviò così un tafano, che punse Pegaso: il cavallo sgroppò, e Bellerofonte precipitò sulla terra. Pegaso divenne così il cavallo del cocchio di Zeus, trasportando le Folgori divine. Poi, alla fine, prese il volo e salì verso la parte più alta del cielo: divenne una nube di stelle.

Insomma, Pegaso è al centro di alcuni eventi capitali della  Grande Opera: l’analisi del Mito, more solito, appassionerà il cercatore; a patto, però, di saper tenere le briglie dell’intelletto ben salde.

Johannes de Monte-Snyder, misterioso alchimista, molto amato da Sir Isaac Newton, ci parla di Pegaso all’interno dei Capitoli XIV e XV delle Planetarum Metamorphosis: vi si narra di Marte che, dall’alto di una roccia, scorge la bella Venere ‘rinata’; Marte ancora ricorda l’amore che li aveva accomunati, e percepisce che l’amata è diventata ‘una vergine che racchiude il seme del suo stesso concepimento‘. Così, cavalcando Pegaso, si alza in volo per tentare di rapirla: ma Venere – grazie ai dardi di Apollo che illuminarono l’aria – scorge l’ombra del cavallo alato, e si nasconde in una caverna profonda. Apollo, che naturalmente nutriva la stessa attrazione per la Regina dell’Amore, decide di entrare nella caverna: detto fatto, illumina il rifugio di Venere (sua vera madre: ‘seine rechte Mutter‘) con i suoi raggi, e gli amanti divennero ‘due in un corpo solo’ (‘und waren zweij in einem Leibe‘). Poteva Marte restar con le mani in mano? Ovviamente no: ed eccolo allora riprendere Pegaso e recarsi – addirittura – da Vulcano (il marito della bella Venere); così, i due – sempre in sella a Pegaso – fanno ritorno all’imboccatura della caverna: Vulcano tende l’orecchio, ma non riesce a rendersi conto se ‘la prima e l’ultima materia‘ fossero lì dentro: Venere e Apollo sono così ‘presi’ dalla loro passione che quasi non emettevano alcun rumore. Vulcano, allora, prepara un ‘fuoco per arte‘, mette a fuoco la caverna…e riduce i due amanti in cenere!

Ora, al di là delle allegorie ben conosciute, il fatto che Marte viaggi a cavallo di Pegaso è ben curioso: l’origine del nomen è πηγή, per fonte, sorgente; è insomma un caballus legato all’acqua. Come si è detto sarà lui, con il suo zoccolo, a far scaturire l’acqua dall’Elicona; ma questo cavallo…vola! Non v’è bisogno di grandi sforzi per capire che il Mito parla di un’acqua dalle caratteristiche mercuriali, che ‘porta‘…Marte da Vulcano, e poi ‘ri-porta‘ Marte e Vulcano alla caverna dove si sono rinchiusi Apollo e Venere…

Mentre cercavo materiale per questo Post, mi sono imbattuto in un quest’opera magnifica:

Andrea Mantegna - Il Parnaso (1496-97)

Andrea Mantegna – Il Parnaso (1496-97)

Isabella d’Este la commissionò a Mantegna per il proprio Studiolo, a Mantova. Ed è in questo dipinto che – come ho scritto all’inizio – ho trovato altre cose, altri ‘ri-trovamenti‘. E piuttosto curiosi, al punto che si dovrebbe pensare che Mantegna conoscesse molto bene l’Alchimia, a testimonianaza di quanto fosse diffusa la cultura alchemica (e la sua riconoscibile iconografia) in quei tempi. Non intendo tediare con lunghi discorsi, magari opinabili per i soliti scettici. Mi limiterò dunque a segnalare alcune ‘perline’:

Marte & Venere

Marte & Venere – particolare

Res Notanda: i colori del letto/sedile e quelli ‘vestiti’ da marte; Marte è serenamente innamorato, e non sembra proprio il dio della Guerra; Venere, a sua volta, non appare così sensuale, bensì quasi ‘sorella’; vi sono molti ‘pomi’ alle spalle di Marte, mentre un ‘coup-de-lumiére‘ evidenzia solo uno o due ‘pomi’ alle spalle di Venere.

Anteros & Vulcano

Anteros & Vulcano – particolare

Res Notanda: Anteros (il fratello – meglio, l’anti-fratello – di Eros), nato dall’unione di Marte e Venere, ha delle bellissime ali da…alouette (anche la fontana di Villa d’Este lo raffigura così) ! Ed ha l’arco scarico (Venere, sua madre, gli ha tolto la freccia); così, spara esattamente ai genitali di Vulcano; questi, vestito solo di un manto rosso fuoco, sembra protestare indicando qualcosa…

Vulcano - particolare

Vulcano – particolare

Res Notanda: Vulcano non pare proprio vecchio, ma giovanile e ben ‘formato‘; con la destra tiene i suoi sottili ‘fili-di metallo‘, quelli con cui aveva fabbricato a suo tempo la famosa ‘rete‘ per imprigionare Marte & Venere, così esposti al ludibrio degli Dei. Oltre gli attrezzi propri al suo mestiere di fabbro, la fucina – fumante – mostra che qualcosa è ‘in tempra‘; curiosamente, dei bei grappoli d’uva sono appesi all’entrata dell’antro; inoltre, dall’alto del monte soprastante …piove ‘acqua’, per balze. Il fatto non pare dar fastidio al focosissimo fabbro divino. E nemmeno accusa il ‘colpo basso’ di Anteros, ma indica qualcosa…

La roccia bianca - particolare

La roccia bianca – particolare

Res Notanda: Vulcano indica una roccia biancastra, strutturata a falde, ben diversa dalle rocce circostanti, scure, nerastre.

Apollo & la Cetra - particolare

Apollo & la Cetra – particolare

Res Notanda: il biondo Apollo – il Dio nato della Luce (λυκηγενής), figlio di Zeus e Latona – ha il mantello rosso, ma meno intenso di quello di Vulcano; è intento a suonare la Cetra (κιϑάρα), donatagli da Hermes (dopo avergli rubato cinquanta giovenche), poggiando il piede sinistro sul ceppo di un giovane albero, tagliato di fresco. Dietro di lui si intravedono molti bei ‘pomi’.

Hermes & Pegaso - particolare

Hermes & Pegaso – particolare

Res Notanda: Hermes (῾Ερμῆς, che significa ‘cumulo di pietre’), vestito di una tunica quasi dorata, sfoggia un bellissimo petaso rosso e bellissimi calzari alati; dalla mano sinistra pende la siringa di Pan (uno dei suoi figli), con la destra tiene il caduceo (kerỳkeion), ottenuto da Apollo in cambio della Cetra. Pegaso, dal sontuoso mantello grigio pomellato, adorno di gemme, gli sta accanto. E solleva uno zoccolo (lunato), a ricordare Ippocrene che sgorga per l’appunto dall’Elicona, alle spalle delle due figure.

Terra, Acqua & Animali - particolare

Terra, Acqua & Animali – particolare

Res Notanda: il terreno è a falde, e lascia filtrare l’acqua (del resto, il panorama sullo sfondo raffigura un borgo lacustre, circondato da rilievi montuosi); nel mezzo, un’altra curiosa roccia; e altre rocce, bollose, argillose, a pezzi, sul lato sinistro. Due fasci di saggina sono posati accanto. Tre lepri si fanno notare, così come uno scoiattolo – forse stupito – fissa la danza delle nove muse al suono della musica di Apollo.

Si potrebbe continuare, ma lascio il gioco a chi vorrà curiosare…certo è che Mantegna si è dato da fare: Marte e Venere rappresentano e celebrano Francesco II Gonzaga e Isabella d’Este, Marchesi di Mantova; ma il dipinto non è enorme (150 cm. x 192 cm.), e la cura dell’artista nel dipingere minuziosamente i più piccoli dettagli fa pensare che le allegorie avessero – forse – anche un senso più nascosto.

Così, Pegaso si affianca a Mercurio: dopo aver servito Perseo e Bellerofonte nelle loro imprese, finirà – figlio di Medusa – nel Cielo Boreale, così:

Pegasus_et_Equuleus_-_Mercator

Pegaso – dal Globus Cælestis di Gherard Mercator (1561)

Buoni voli…!

I due Zolfi e l’Acqua Mercuriale…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , , on Saturday, May 29, 2010 by Captain NEMO

Come tutti gli studenti d’Alchimia sanno, l’Arte Reale appare spesso piena di termini astrusi, allegorici, misteriosi quanto affascinanti: trovare il bandolo della matassa, il Fil Rouge iniziale, non è cosa facile. Ci vogliono anni ed anni per abituarsi a leggere tra le righe, ad imparare a non cadere in decisioni troppo affrettate nell’attribuire a questo e a quello una precisa identità dei corpi e degli Spiriti prima di avvicinarsi, pian piano, allo soglia decisiva – e per questo spesso terribile – dell’esperienza di Laboratorio.

Qualche tempo fa, parlando dello Spirito Universale (qui), avevo proposto la famosa incisione, tratta dall’Atalanta Fugiens di Michel Maier, in cui è raffigurato il Vento: “Portavit eum Ventus in ventre suo” è la frase forse più popolare in Alchimia, e non per questo non meno esatta ed istruttiva. Nel testo di Maier si fa un accenno esplicito allo Zolfo che è ‘chiuso‘ nel ventre del Mercurio, ed avevo segnalato questo curioso punto della dottrina: tutti sanno che è dall’unione dello Zolfo e del Mercurio che può nascere il vero matrimonio, ma il punto è che esistono molti ‘mercuri’, ed anche diversi ‘zolfi’. Questa confusione, certo voluta ad arte da parte degli autori che amano complicare le cose semplici per renderle appetibili ai ragionatori, è tuttavia inerente la Natura stessa delle cose materiali e Spirituali con cui ogni alchimista avrà a che fare una volta acceso il proprio Fuoco.

A titolo di maggior chiarezza ed altrettanta confusione – le due cose vanno sempre di pari passo – segnalo un brano che trovo veramente divertente, ma istruttivo a modo suo, tratto da una collezione di testi alchimistici ad opera di Guglielmo Gratarolo: Verae Alchimiae, Artisque Metallicae, citra Aenigmata, Doctrina certusque modus, scriptis tum novis tum veteribus nunc primium & fideliter maiori ex parte editi, comprehensus…(1561) (qui). Ecco il passo, in cui si risponde alla domanda: ” Cos’è questa Terra Fogliata?…“:

De Lignum Vitae

De Lignum Vitae

Una rapida traduzione potrebbe suonare così:

Raimondo – E’ il mercurio preparato, con il quale dobbiamo unire il suo zolfo: sebbene si possa capire in un altro modo.
Discepolo: Svelami quest’altro modo
Raimondo: Secondo la frase di Geber in Lib. 3 Cap. 7 nei corpi metallici vi sono due sulfureità: delle quali una è racchiusa nel profondo dell’argento vivo al principio della sua commistione: e questa è chiamata oro, aes, venere, numus [1], arsenico, aureopigmento, vetro, vetriolo, anima, fuoco, acqua verde, leone verde, vino, sangue umano, sangue del dragone, acqua permanenete, a differenza dell’acqua mercuriale, che non è permanente: poiché quella è l’impedimento alla fissazione. L’altra sulfureità dei corpi è sopravveniente, e fissa: e questa è chiamata zolfo, marte, vetro, vitriolo, vino e sangue. E siccome questa sulfureità sublima come foglia dell’oro o dell’argento e di moltri altri colori significativi, mutati dagli occhi di Argo nella coda del pavone; in verità il sopraddetto zolfo chiamato oro, venere e via dicendo, deve essere unito con l’altro zolfo chiamato marte (come dice Geber Lib. 1 Cap 13) e questo si deve fare mediante l’acqua mercuriale, che (come dice Geber Lib. 1 Cap. 15) è il mezzo di congiunzione delle tinture: ed è significata dalla rete sottilissima di Vulcano, con la quale legò Marte e Venere simultaneamente. Perciò Hermes disse ‘ Seminate l’oro nella terra fogliata‘. Arnaldo dice: ‘L‘acqua è il mezzo con il quale si congiungono le tinture, cioé gli zolfi: che (come dice Geber come sopra Cap 13) sono la luce e la tintura di tutti i corpi.

Guglielmo Gratarolo - incisione di T. De Bry

Guglielmo Gratarolo - incisione di T. De Bry

Guglielmo Gratarolo, un illustre medico bergamasco emigrato a Basilea a causa delle sue posizioni poco cattoliche,  compilò la sua raccolta basandosi sul precedente De Alchemia di Petreius (1541), ma vi aggiunse il Lignum Vitae (da cui è tratto questo passo) di Giovanni Bracesco: si tratta di un dialogo immaginario tra Raimondo Lullo (lo Pseudo-Lullo) ed il suo anonimo ‘discepolo‘ (ispirato al Démogorgon di Boccaccio), il cui scopo evidente è quello di diffondere la visone alchemica del cosiddetto Geber latino. Il passo riportato, dunque, propone l’interpretazione diel pensiero di Geber ed altri autori della stessa scuola (Alberto, Morienus, etc.) fatta da Bracesco, alchimista e Priore dei Canonici di San Secondo di Orzinuovi, in provincia di Brescia. Il testo, ennesimo esempio di “Dialogo” tra un Maestro ed un apprendista, è molto interessante e pieno di riferimenti alla mitologia Greca e Latina. L’accenno di spiegazione del famoso mito di Marte, Venere e Vulcano è senza dubbio appetibile per chi studia, ma ciò che ritengo interessante è quella particolare ‘explicatio‘ sulla duplicità dello Zolfo; questo aspetto Filosofico, che si trasmette quasi intatto anche nei testi seguenti, sebbene amabilmente velato (come in Filalete), può fornire lo spunto per migliori riflessioni, sia a livello di studio dei testi, sia al tavolo del Laboratorio.

I riferimenti di Gratarolo e di Bracesco a Jabir ibn Hayyan

Jabir ibn Hayyan

Jabir ibn Hayyan

sono evidentemente quelli delle edizioni allora disponibili e sono tratti dal Summa Perfectionis Magisterii, reperibile in moltissime raccolte d’Alchimia antiche e moderne: per chi volesse consultare i passi indicati dai due alchimisti italiani nel brano soprariportato, ci si può riferire a Bibliotheca Chemica Curiosa (1702), Tomo I, Lib. II, Sect. II, Subsect. IV, pag. 543 (Caput VII – De Veneris Essentia), oppure – in una traduzione francese tratta (e adattata al moderno) da Salmon – a Oeuvre Chymique de Geber (Ed. G. Trédaniel, 1976), Livre Second, Chap VIII, pag. 38 (De la Nature de Venus ou du Cuivre).

Ecco il passo di Geber cui si fa riferimento, tratto da un’edizione del 1502:

Jabir ibn Hayyan - Summa Perfectionis

Jabir ibn Hayyan - Summa Perfectionis

Ed una mia rapida traduzione, con qualche adattamento, di questo latino del 1500:

“Da quanto detto in precedenza, dunque, risulta necessariamente che nei corpi ci siano due sulfureità. Una racchiusa senza dubbio nella profondità dell’argento vivo, all’inizio della sua creazione. L’altra, in verità, sopravveniente dagli accidenti, che si toglie con fatica. L’altra, veramente innata, non è possibile toglierla attraverso nessun ingegno di artifici che si facciano tramite il fuoco, affinché la nostra operazione possa pervenire (allo scopo) in modo congruo ed utile, poiché è già unita con lui (con l’argento vivo) nella radice della creazione. E questo è provato dall’esperimento, in cui vediamo che la sulfureità adustibile si distrugge attraverso il fuoco, e la sulfureità fissa, in verità, in minima parte. Se quindi dicessimo che si possa pulire e fissare i corpi per mezzo della calcinazione e della riduzione, si intenda soprattutto (pulirli e fissarli) dalla sporcizia terrestre, che non è unita con loro (l’argento vivo e lo zolfo fisso) nella radice della sua natura o nel profondo. Poiché non è possibile ingegnarsi per mondare (la cosa) unita per mezzo del fuoco, se non somministrando la medicina dell’argento vivo, che occulta e contempera quella.”

Il passo di Geber è più approfondito e di facile comprensione, pur se tratto da un latino un po’ troppo moderno, frutto probabilmente delle numerose traduzioni, copie ed adattamenti. Consiglio, a chi fosse interessato, la lettura completa del capitolo di Jabir, ricca di ulteriori riferimenti e indicazioni. Ferma restando – sempre – la raccomandazione di non prendere tutto per oro colato, non posso non sottolineare come l’Alchimia porga sempre gli stessi insegnamenti: in antichità (Geber si suppone fosse dell’800 D.C.) si insegnavano le stesse cose che oggi ritroviamo in Filalete o Fulcanelli.

L’Alchimia non è mai mutata nella sua essenza e nella sua profondità, nella sua estrema semplicità d’approccio e di indagine di Madre Natura. A questo proposito, chiudo il Post con un’immagine famosa ed eloquentissima, che ‘parla‘ proprio di ciò che tutti gli alchimisti, antichi e moderni, hanno voluto indicare con immutata intensità:

Leo Viridis

Il Leone Verde...


[1] In latino ‘numus’ indica la moneta, o una cosa scambiata, un dono. Martinus Rulandus lo fa corrispondere a Piombo, Piombo Nero. Dom Pernety, dal canto suo, indica con ‘nummus’ la materia dell’opera al nero.

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