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Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 1

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, October 24, 2016 by Captain NEMO

Piccolo prologo:

Ora, lege, lege, lege, relege, labora et invenies

La pratica – ripeto: pratica – alchemica prevede obbligatoriamente lo studio profondo dei testi; i quali, pur talvolta poco comprensibili, costituiscono l’asse di fondazione di qualsiasi sperimentazione di laboratorio. Inoltre, come è noto, il risultato della sperimentazione del laboratorio alchemico obbliga il Cercatore onesto a ritornare sui testi migliori e confrontare/ri-trovare il risultato ottenuto – sia esso parziale o finale – con la solida teoria alchemica, racchiusa solo in quei testi migliori. Senza l’elaborazione di un modello teorico serio e canonico la sperimentazione in un laboratorio alchemico porta a risultati che paiono mirabili e/o canonici, ma che sono totalmente avulsi dalla unica verità indicata con chiarezza estrema dalla Scienza e dall’Arte alchemica. Non è un caso fortuito o altro che possa condurre l’essere umano verso la Conoscenza, ma unicamente lo studio tenace e umile, l’apprendere le basi della Philosophia Naturale prima sui testi e poi nel Laboratorio, e l’impegno solido nel processo del Conoscere studiando e praticando. Questo è il cambiamento – imprescindibile – del famoso ‘mantello gettato alle ortiche‘ da Fulcanelli, Scienziato ed Artista a tutto tondo.

Indipendentemente dal giudizio, o dal pre-giudizio, o dal pre-concetto della mente umana, che ignora la realtà vera ma “Coelata” dell’Alchimia, è bene chiarire che il cuore della Scienza e dell’Arte è stato, è, e sarà la CONOSCENZA, esatta, descritta come φυσικὰ καὶ μυστικά dagli antichi, molti secoli dopo studiata e rinnovellata da Sir Isaac Newton come Prisca Sapientia. Tale Conoscenza deriva precisamente dallo studio incessante dei testi migliori e dalla pratica ugualmente incessante del laboratorio alchemico (il quale, ça-va-sans-dire, nulla ha a che fare con quello chimico o fisico): questa possibilità – ovviamente di difficile accettazione per l’ignorante o il pigro o l’arrogante – giace perenne nel cuore della Natura, che la offre liberamente ad ogni essere libero dal giudizio, dal pre-giudizio, o dal pre-concetto. Questa triade costituisce l’Onestà del cercatore, nulla di più, nulla di meno.

Dico questo al solo vantaggio di chi inizia il viaggio, ma anche di coloro i quali si avventurano nel Bosco Incantato da tempo…

L’amico ‘caso’ mi ha portato a consultare – e poi studiare – un testo curioso, certo bizzarro, del quale pour-le-moment tacerò il titolo e l’autore, come in un gioco per bambini onesti – e che contiene alcune piccole perle; il testo, del 1871 –  è francese e proviene da quella terra orgogliosamente Celtica che è la Bretagna; a detta di alcuni chercheurs Francesi l’autore era piuttosto in confidenza con Fulcanelli, forse qualcosa di più che ‘en confidence‘. Certo, leggedolo e studiandolo, molte cose mostrano la base dello stile e della allure magistrale di Fulcanelli. E molto, molto altro del cammino di studi e pratica di Fulcanelli. Inizio questa piccola collana di perle con l’incipit del capitolo ‘Physique Hermètique‘. Eccone la mia traduzione:

Il Filosofo Ermetico modella le operazioni della sua opera su quelle della Natura, deve dunque prima di ogni cosa conoscere quest’ultima. Lo studio della Fisica fornisce questa conoscenza.

Dio parlò e tutto venne fatto, dice Mosé, nel libro del Genesi; … il suo racconto chiaro e preciso è quello di un uomo ispirato, di un grande Filosofo, di un vero Fisico. Se ci si allontana dai suoi dati si sragiona, e se vi si appoggia ci si trova sempre nella verità.

Nulla di più semplice della Fisica. Il suo scopo, per quanto molto composito agli occhi degli ignoranti, non ha che un solo principio, ma diviso in parti, le une più sottili delle altre. Le differenti proporzioni utilizzate nella miscela, la riunione e la combinazione delle parti più sottili con quelle che lo sono meno, formano tutti gli individui della Natura. E siccome queste combinazioni sono pressoché infinite, anche il numero dei misti è tale.

Dio è un essere eterno, una unità infinita, principio radicale di ogni cosa. … Nella Creazione fa emergere questa grande opera che aveva concepito da tutta l’eternità. Si sviluppa attraverso una estensione manifesta di sé stesso, e rende attualmente materiale questo mondo ideale, come se avesse voluto rendere palpabile l’Immagine della sua Divinità. Si tratta di ciò che Hermès ha voluto farci intendere quando dice che Dio cambia forma; che allora il mondo fu manifestato e cambiato in Luce. Sembra probabile che gli Antichi intendessero qualcosa di simile [parlando] della nascita di Pallade uscita dal cervello di Giove attraverso l’aiuto di Vulcano o della Luce. … il Creatore ha messo un così bell’ordine nella massa organica dell’Universo, in modo tale che le cose superiori sono mescolate senza confusione con quelle inferiori e divengono simili attraverso una certa analogia. Gli estremi si trovano legati molto strettamente attraverso un mezzo insensibile, o attraverso un nodo segreto di questo ammirevole operaio, in modo tale che tutto obbedisce di concerto alla direzione del moderatore supremo senza che il legame delle parti differenti possa essere rotto se non attraverso ciò che ne ha fatto l’assemblaggio. Hermès dunque aveva ragione …

Il passo, che ovviamente appare innocuo e banale, sebbene vi si adotti la consueta onesta perfidia, racchiude in sé alcuni assunti di primaria importanza per chi cerca, e che sono naturalmente identici – fatta salva la semantica – con la Tradizione vera; della quale avevo parlato, qualche mese fa, a proposito di Philalethe, qui, qui, qui e qui; ma che si ritrova anche in alcuni testi molto poco conosciuti di Sendivogius (ma che a mio avviso provengono da Sethon). Questa Tradizione, naturalmente, non ha nulla a che fare con la tradizione di cui tanto si sente parlare anche ai nostri giorni, frutto di un grave misunderstanding da parte di tanti addetti-ai-lavori, dal medioevo ai giorni nostri.

Una precisazione finale: un frammento della φυσικὰ καὶ μυστικά – che si attribuisce allo Pseudo-Democrito – recita l’insegnamento ricevuto dal Persiano Ostane:

ἡ φύσις τῇ φύσει τέρπεται, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν νικᾷ, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν κρατεῖ

La natura si rallegra della natura, la natura vince la natura, la natura domina la natura

Oltre la bellezza poetica evidente dell’Imago, si deve notare che questo è l’Assioma generale della Fisica fondamentale della Manifestazione, di ogni manifestazone, hinc&nunc; ed ha un esatto connotato di Scienza, con un preciso riflesso nella sperimentazione alchemica. Ritengo utile sottolineare che questa è la prima base di quella conoscenza pratica (vale a dire ‘Fisica’, nel senso antico e veritiero) che è l’Alchimia; l’ottimo Nicolas Valois lo ricorda bene a chi si abbassa a studiare il suo splendido testo. Per poi procedere con il Laboratorio, a lungo, in un processo di Studio&Pratica continua e continuata. Come purtroppo pochissimi hanno fatto, oggi come ieri.

Così è, se vi pare …

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Volando con Pegaso

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , on Wednesday, September 17, 2014 by Captain NEMO

Il vecchio adagio – ‘Chi cerca, trova‘ – è come una lama a doppio taglio: trovare qualcosa, e – trovando – scoprire altre cose; le quali, forse, non erano nelle attese di quella ricerca. Ma cominciamo dall’inizio: durante una visita a Villa d’Este, mi sono imbattuto in una bella fontana:

Pegaso

Pegaso – Fontana a Villa d’Este (VT)

Si tratta di Pegaso, il cavallo alato; conoscendo il Conte  Michael Maier, non ci si sorprende troppo che ne accenni ‘al volo‘ nel suo Discorso XLIV, nell’Atalanta Fugiens:

…Perseo ottenne da Pallade un cavallo alato, e le riportò come ricompensa il capo di Medusa, al quale [Perseo] Mercurio aveva offerto il falcetto & altri Dei altre armi.

La frase è ambigua: Perseo ‘ottiene’ Pegaso (e il gigante Crisaore, il ‘portatore della lancia d’oro‘; ma c’è chi dice che fosse il fratel-cavallo di Pegaso!) tagliando la testa di Medusa, grazie all’aiuto degli oggetti ricevuti in dono, tra cui l’Elmo (o la Cappa) dell’Invisibilità, ma – soprattutto – lo Specchio, ricevuto da Pallade Atena; la quale aveva ammonito Perseo di non guardare mai Medusa direttamente, ma solo guardando il riflesso nello Specchio. Così, Perseo, una volta giunto nelle regioni Iperboree, camminerà a ritroso verso Medusa, usando per l’appunto lo specchio per spiccarle la testa con il falcetto ricevuto da Ermes (che gli aveva fornito anche i calzari alati). Pegaso, lo ricordo, è il cavallo ‘volante’ che farà sgorgare, con un colpo di zoccolo (lunato!), l’acqua dal monte Elicona; quell’acqua sarà la fonte Ippocrene, la ‘Fonte del Cavallo‘. Ancora, va ricordato che Medusa divenne tale – orrenda, repellente, con serpenti velenosi come capelli, capace di pietrificare all’istante chi la guardasse – in seguito ad un incantesimo proprio di Pallade Atena: Medusa era in gioventù la Gorgone, bellissima sposa assegnata in moglie a Poseidone, dio del mare e dei cavalli (Pegaso, infatti, è ‘figlio’ di Gorgone-Medusa); ma Poseidone e Gorgone consumarono la loro notte d’amore – pare – proprio all’interno del tempio di Pallade Atena; per vendicarsi dall’oltraggio subito, Pallade gettò la maledizione su Gorgone, trasformandola nell’orrenda Medusa.

In seguito, Pegaso sarà il protagonista di un altro mito alchemicamente importante: quello di Bellerofonte, l’unico cavaliere che riuscirà a domare il cavallo alato. Bellerofonte attese – al tramonto – Pegaso che si apprestava a bere alla fonte Pirene; una volta che il cavallo si inginocchiò per bere, Bellerofonte gli passò sopra la testa le briglie dorate fornitegli dalla solita Pallade Atena, e gli montò sopra. Bellerofonte potrà così uccidere Chimera, il mostro – che emetteva fuoco e fiamme – dalla testa di leone, dal corpo di capra e dalla coda di drago (infiggendo la lancia con la punta di piombo nella gola del mostro; il cui fiato bruciante fuse il piombo, che colò nella gola del mostro, soffocandolo).

Siccome poi Bellerofonte in qualche modo si montò la testa, e si avvicinò all’Olimpo a cavallo di Pegaso, nel desiderio di diventare immortale. Zeus inviò così un tafano, che punse Pegaso: il cavallo sgroppò, e Bellerofonte precipitò sulla terra. Pegaso divenne così il cavallo del cocchio di Zeus, trasportando le Folgori divine. Poi, alla fine, prese il volo e salì verso la parte più alta del cielo: divenne una nube di stelle.

Insomma, Pegaso è al centro di alcuni eventi capitali della  Grande Opera: l’analisi del Mito, more solito, appassionerà il cercatore; a patto, però, di saper tenere le briglie dell’intelletto ben salde.

Johannes de Monte-Snyder, misterioso alchimista, molto amato da Sir Isaac Newton, ci parla di Pegaso all’interno dei Capitoli XIV e XV delle Planetarum Metamorphosis: vi si narra di Marte che, dall’alto di una roccia, scorge la bella Venere ‘rinata’; Marte ancora ricorda l’amore che li aveva accomunati, e percepisce che l’amata è diventata ‘una vergine che racchiude il seme del suo stesso concepimento‘. Così, cavalcando Pegaso, si alza in volo per tentare di rapirla: ma Venere – grazie ai dardi di Apollo che illuminarono l’aria – scorge l’ombra del cavallo alato, e si nasconde in una caverna profonda. Apollo, che naturalmente nutriva la stessa attrazione per la Regina dell’Amore, decide di entrare nella caverna: detto fatto, illumina il rifugio di Venere (sua vera madre: ‘seine rechte Mutter‘) con i suoi raggi, e gli amanti divennero ‘due in un corpo solo’ (‘und waren zweij in einem Leibe‘). Poteva Marte restar con le mani in mano? Ovviamente no: ed eccolo allora riprendere Pegaso e recarsi – addirittura – da Vulcano (il marito della bella Venere); così, i due – sempre in sella a Pegaso – fanno ritorno all’imboccatura della caverna: Vulcano tende l’orecchio, ma non riesce a rendersi conto se ‘la prima e l’ultima materia‘ fossero lì dentro: Venere e Apollo sono così ‘presi’ dalla loro passione che quasi non emettevano alcun rumore. Vulcano, allora, prepara un ‘fuoco per arte‘, mette a fuoco la caverna…e riduce i due amanti in cenere!

Ora, al di là delle allegorie ben conosciute, il fatto che Marte viaggi a cavallo di Pegaso è ben curioso: l’origine del nomen è πηγή, per fonte, sorgente; è insomma un caballus legato all’acqua. Come si è detto sarà lui, con il suo zoccolo, a far scaturire l’acqua dall’Elicona; ma questo cavallo…vola! Non v’è bisogno di grandi sforzi per capire che il Mito parla di un’acqua dalle caratteristiche mercuriali, che ‘porta‘…Marte da Vulcano, e poi ‘ri-porta‘ Marte e Vulcano alla caverna dove si sono rinchiusi Apollo e Venere…

Mentre cercavo materiale per questo Post, mi sono imbattuto in un quest’opera magnifica:

Andrea Mantegna - Il Parnaso (1496-97)

Andrea Mantegna – Il Parnaso (1496-97)

Isabella d’Este la commissionò a Mantegna per il proprio Studiolo, a Mantova. Ed è in questo dipinto che – come ho scritto all’inizio – ho trovato altre cose, altri ‘ri-trovamenti‘. E piuttosto curiosi, al punto che si dovrebbe pensare che Mantegna conoscesse molto bene l’Alchimia, a testimonianaza di quanto fosse diffusa la cultura alchemica (e la sua riconoscibile iconografia) in quei tempi. Non intendo tediare con lunghi discorsi, magari opinabili per i soliti scettici. Mi limiterò dunque a segnalare alcune ‘perline’:

Marte & Venere

Marte & Venere – particolare

Res Notanda: i colori del letto/sedile e quelli ‘vestiti’ da marte; Marte è serenamente innamorato, e non sembra proprio il dio della Guerra; Venere, a sua volta, non appare così sensuale, bensì quasi ‘sorella’; vi sono molti ‘pomi’ alle spalle di Marte, mentre un ‘coup-de-lumiére‘ evidenzia solo uno o due ‘pomi’ alle spalle di Venere.

Anteros & Vulcano

Anteros & Vulcano – particolare

Res Notanda: Anteros (il fratello – meglio, l’anti-fratello – di Eros), nato dall’unione di Marte e Venere, ha delle bellissime ali da…alouette (anche la fontana di Villa d’Este lo raffigura così) ! Ed ha l’arco scarico (Venere, sua madre, gli ha tolto la freccia); così, spara esattamente ai genitali di Vulcano; questi, vestito solo di un manto rosso fuoco, sembra protestare indicando qualcosa…

Vulcano - particolare

Vulcano – particolare

Res Notanda: Vulcano non pare proprio vecchio, ma giovanile e ben ‘formato‘; con la destra tiene i suoi sottili ‘fili-di metallo‘, quelli con cui aveva fabbricato a suo tempo la famosa ‘rete‘ per imprigionare Marte & Venere, così esposti al ludibrio degli Dei. Oltre gli attrezzi propri al suo mestiere di fabbro, la fucina – fumante – mostra che qualcosa è ‘in tempra‘; curiosamente, dei bei grappoli d’uva sono appesi all’entrata dell’antro; inoltre, dall’alto del monte soprastante …piove ‘acqua’, per balze. Il fatto non pare dar fastidio al focosissimo fabbro divino. E nemmeno accusa il ‘colpo basso’ di Anteros, ma indica qualcosa…

La roccia bianca - particolare

La roccia bianca – particolare

Res Notanda: Vulcano indica una roccia biancastra, strutturata a falde, ben diversa dalle rocce circostanti, scure, nerastre.

Apollo & la Cetra - particolare

Apollo & la Cetra – particolare

Res Notanda: il biondo Apollo – il Dio nato della Luce (λυκηγενής), figlio di Zeus e Latona – ha il mantello rosso, ma meno intenso di quello di Vulcano; è intento a suonare la Cetra (κιϑάρα), donatagli da Hermes (dopo avergli rubato cinquanta giovenche), poggiando il piede sinistro sul ceppo di un giovane albero, tagliato di fresco. Dietro di lui si intravedono molti bei ‘pomi’.

Hermes & Pegaso - particolare

Hermes & Pegaso – particolare

Res Notanda: Hermes (῾Ερμῆς, che significa ‘cumulo di pietre’), vestito di una tunica quasi dorata, sfoggia un bellissimo petaso rosso e bellissimi calzari alati; dalla mano sinistra pende la siringa di Pan (uno dei suoi figli), con la destra tiene il caduceo (kerỳkeion), ottenuto da Apollo in cambio della Cetra. Pegaso, dal sontuoso mantello grigio pomellato, adorno di gemme, gli sta accanto. E solleva uno zoccolo (lunato), a ricordare Ippocrene che sgorga per l’appunto dall’Elicona, alle spalle delle due figure.

Terra, Acqua & Animali - particolare

Terra, Acqua & Animali – particolare

Res Notanda: il terreno è a falde, e lascia filtrare l’acqua (del resto, il panorama sullo sfondo raffigura un borgo lacustre, circondato da rilievi montuosi); nel mezzo, un’altra curiosa roccia; e altre rocce, bollose, argillose, a pezzi, sul lato sinistro. Due fasci di saggina sono posati accanto. Tre lepri si fanno notare, così come uno scoiattolo – forse stupito – fissa la danza delle nove muse al suono della musica di Apollo.

Si potrebbe continuare, ma lascio il gioco a chi vorrà curiosare…certo è che Mantegna si è dato da fare: Marte e Venere rappresentano e celebrano Francesco II Gonzaga e Isabella d’Este, Marchesi di Mantova; ma il dipinto non è enorme (150 cm. x 192 cm.), e la cura dell’artista nel dipingere minuziosamente i più piccoli dettagli fa pensare che le allegorie avessero – forse – anche un senso più nascosto.

Così, Pegaso si affianca a Mercurio: dopo aver servito Perseo e Bellerofonte nelle loro imprese, finirà – figlio di Medusa – nel Cielo Boreale, così:

Pegasus_et_Equuleus_-_Mercator

Pegaso – dal Globus Cælestis di Gherard Mercator (1561)

Buoni voli…!

A Python’s Looking-Glass…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, October 3, 2010 by Captain NEMO

La rappresentazione prediletta dagli alchimisti della loro Materia Prima è il famoso Dragone, il custode del tesoro: e tanto più un tesoro è agognato, tanto più quel drago assume sembianze via via più terribili, per esprimere sia il pericolo del combattimento tra la bestia ed il cavaliere, sia l’aspetto ripugnante del corpo di cui è l’immagine figurata: scaglie, fiato velenoso, fiamme e fracasso, colorazione infernale, e via dicendo. L’immaginazione degli illustratori ha evidentemente trovato un terreno fertile, ispirandosi o alle fiabe o – talvolta – agli incubi dei sogni più spaventosi. Quest’ultima ipotesi pare essere stato il caso dell’anonimo illustratore di un manoscritto del XVII secolo di origine tedesca – qualcuno dice addirittura Rosa Croce – conservato alla Beinecke Library (ms. Mellon 110) :

Python

Python, Ms. Mellon 110 - courtesy Beinecke Library, Yale University

Decisamente, pur nel suo orrore, l’immagine colpisce molto: è evidentemente una rappresentazione che sottolinea la valenza mercuriale di quest’orrendo corpo, indicata dagli stivali rossi alati e dalle ali ugualmente rosse poste dietro le orecchie nere del volto dello spaventoso vegliardo. Ma questo mercurio pare ben racchiuso all’interno del mostro, pur essendone in qualche modo il padre ed il figlio; anche il Python, infatti, ha un paio d’ali, proprie, più grandi, e raffigurate come qualcosa di più essenziale, più spirituale rispetto all’aspetto ben ripugnante del mostro scaglioso. E’ curioso notare come l’artista abbia colorato di nero il petto che racchiude la testa, e di un colore rosato, quasi dorato, più gradevole agli occhi ed allo spirito, la lunga coda: questa si attorciglia in due nodi attorno al collo grigio ed al collo dorato, mentre pare tentare di allungarsi, senza riuscirvi, verso il becco da cicogna della terza testa, dal collo più scuro: la cicogna, si sa, porta i bimbi dal cielo, ed il futuro pargoletto è chiaramente indicato dal suo simbolo filosofale. Le tre teste, a parer di tutti, indicano lo Zolfo, il Mercurio ed il Sale. Si potrebbe commentare ancora a lungo quest’immagine, prendendo spunto da quel che si vede: ma è un utile esercizio che ogni studente può certo svolgere secondo le proprie idee e convinzioni.

Tuttavia, tanto per dare a Cesare quel che è di Cesare, occorre ricordare che l’immagine originale – naturalmente in bianco e nero – è tratta da un’incisione su legno proveniente da un’opera di scuola italiana, molto divertente e suggestiva; si tratta di Giovan Battista NazariIl metamorfosi metallico et humano di Gio. Bat. Na. Bre., nel quale si contengono quattro sogni, il primo de’ quali è della tramutatione sofistica de’ metalli; il secondo della tramutatione reale, o alchimica pur de’ metalli; il terzo della tramutatione fisica de corpi humani; et il quarto della tramutatione spirituale in Christo. Di nuovo dato in luce a utile & commodo d’ogni curioso ingegno, in 4°, in Brescia a Istanza di Francesco Marchetti, al Segno dell’Ancora, 1564 [qui].

Di Nazari non sappiamo praticamente nulla, se non che forse fosse Notaro in quel di Brescia e che scrisse diversi trattati di contenuto diverso dall’Alchimia; il volume del 1564 fu seguito dall’edizione del più famoso Della Tramutatione metallica sogni tre di Gio. Battista Nazari Bresciano; nel primo d’i quali si tratta della falsa tramutatione sofistica; nel secondo della utile tramutatione detta reale usuale; nel terzo della divina tramutatione detta reale Filosofica. Con un copioso Indice per ciascun sogno degl’Auttori, & Opre ch’anno sopra ciò trattato., pubblicata a Brescia nel 1572 per i tipi dei Fratelli Marchetti [qui]. Il testo, che i critici dicono essere in qualche modo ispirato alla Hypnerotomachia Poliphili, narra evidentemente del solito ‘sognar‘ dell’autore, dell’incontro con sapienti (probabilmente il conte Bernardo) e ninfe varie, che lo introducono in scenari estremamente allegorici allo scopo di indicargli la cattiva e la buona via: un classico tòpos alchemico. En passant, ci sarebbe da chiedersi da quale contesto alchemico Nazari avesse tratto ispirazione, fermo restando che alcune parti del trattato sono naturalmente rielaborazioni da opere precedenti e conosciute.

Tornando all’orrido Gallinaccio dipinto quasi due secoli più tardi nelle zone del basso Reno, credo sia utile leggere quel che ne scrisse Nazari in Della Tramutatione Metallica Sogni Tre (Click sulle immagini per ingrandire):

Il Gallinaccio

Della Tramutatione Metallica Sogni Tre, 1572 - Sogno Terzo

Il Gallinaccio

Della Tramutatione Metallica Sogni Tre, 1572 - Sogno Terzo

ll testo, come si vede, racconta – more solito – dell’origine, stato e possibilità di quel corpo immondo e senza valore che è spesso chiamato Chaos dei Saggi: l’amabile donzella, cui come sempre l’autore si rivolge per aver lumi, spiega che la Gallina, il Gallo e l’Uovo sono, pur disgiunti, un’unica cosa; questo mistero, che avvolge da sempre il cuore delle operazioni alchemiche, fa naturalmente a pugni con ogni possibile nostro ragionamento; eppure è a causa di questo mistero, che è di fatto la straordinaria qualità di un preciso corpo che si deve ottenere all’inizio dei lavori, con l’ausilio di Madre Natura, che l’Alchimia si stacca perentoriamente dalla chimica e dalla spagiria. Una preziosa indicazione, non comune nei testi più conosciuti, è quella fatta proprio dallo stesso mostruoso Gallinaccio:

“Il mio padre, & mia madre, mi hanno generato, & io di prima generai quelli. Io son padre, & figliuolo; io son madre, padre & figliuolo; io son invisibile quando volo, e impalpabile quando fuggo per aria: ma toccandomi son visibile, e palpabile: adunque conosci me & occidi me, & sappi che di spada, o d’altra arma non posso morire; ma presentandomi il risplendente specchio, per me stesso m’occido, onde poi se in foco mi nutrirai, per fina che sian prima i membri miei in altra forma mutati, & poi il corpo mio purificato dal mortale veleno; e poi quando il corpo, l’anima & il spirito insieme vedrai congiunti: allora sarai maggior del mondo. Chi mi ode, & non intende, consuma il viaggio, la fatica, & spende il tempo senza altro fine.”

La prima edizione (“Il metamorfosi…“) riporta con maggior chiarezza il seguito della frase evidenziata, proveniente dalla seconda edizione (“Della Tramutatione…“):

“…ma con il mio risplendente specchio per me stesso occiderai, & in fuoco mi nutrirai, per fina che li membri miei & corpo mio, saranno in altra forma formate, & il corpo mio purificato dal mortale veleno. Allora il corpo, l’anima & spirito insieme saranno congiunti…”

Pare insomma che il Dragone, o Gallinaccio che dir si voglia, avverta che la spada non l’uccide (e qui è d’uopo una calma riflessione sulla famosa allegoria di San Giorgio), ma dichiara che muore da sé stesso per mezzo del ‘risplendente specchio‘. Questo speculum viene ricordato e sottolineato dal commento da parte di Paolo Lucarelli all’Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium di Ireneo Filalete (vide Opere – Ed. Mediterranee, pp. 143), in cui – parlando della Vergine – si dice:

“Malgrado il suo aspetto e le sue caratteristiche di apparente laidezza e inutilità, questa materia disprezzabile e di nessun valore, sarebbe già la Pietra Filosofale, almeno in potenza. Una Vergine Nera che è anche Diavolo e Drago. Nel simbolismo usato dai filosofi di cultura cristiana, si mostra, dopo l’Annunciazione, penetrata dallo Spirito, bianca, la terra bianca fogliata, pudica dinanzi all’Arcangelo con la mano che poggia su un libro aperto.

L’apertura del libro, l’acqua che sgorga dalla roccia, l’uccisione del drago che libera la fanciulla prigioniera, sono tutte rappresentazioni simboliche dell’operazione che si deve compiere inizialmente su questa materia misteriosa, libro chiuso che diventa, per l’iniziato che riesce ad aprirlo, lo specchio in cui apprenderà tutti i segreti del macro e microcosmo.”

Ireneo Filalete, con la sua perfidia, terribilmente onesta e soavemente pericolosa, al Capitolo VII – Prima operazione. Preparazione del Mercurio Filosofico per mezzo delle aquile volanti – aveva fornito la sua ‘recipe‘:

Si prenda del nostro Drago igneo, che occulta nel suo ventre l’acciaio magico, quattro parti; del nostro magnete nove parti. Mescola insieme per mezzo del torrido Vulcano in forma di acqua minerale su cui galleggerà una schiuma che va rimossa. Getta l’involucro, scegli il nucleo, purga per tre volte per mezzo del fuoco e del sale; sarà facile se Saturno avrà visto la sua immagine nello specchio di Marte.

Nella edizione inglese, edita da William Cooper, questo specchio è chiamato Looking-Glass, ed è tradotto, correttamente nelle edizioni in latino, con la parola speculum. Ma talvolta dietro le parole apparentemente normali si celano piccoli segreti; non tutto può essere detto, ma tutti sanno che Lewis Carrol scrisse una straordinaria e sempre stupefacente fiaba, intitolata per l’appunto Through the Looking-Glass, and what Alice found there (qui). Si tratta del seguito della più famosa Alice’s Adventures in Wonderland (qui), in cui Alice entra – attraverso uno specchio appeso sul camino – in un mondo in cui tutto è speculare alla realtà della sua casa. Ma, si dice sempre, non tutto va sempre preso alla lettera…lo specchio mostra le cose in un modo semplice, ma con una caratteristica felicemente singolare: è un po’ l’idea proposta dal capitolo intitolato A Mad Tea Party, dove Alice pensa, erroneamente, che il Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina – senza dimenticare Dormeuse – stiano festeggiando il compleanno del Cappellaio; dopo un colloquio surreale, ma non per questo meno condivisibile, le viene rivelato che è decisamente molto meglio festeggiare il non-compleanno, l’un-birthday. Walt Disney, per parte sua, aggiunse la scena in cui il Cappellaio offre ad Alice la torta – ovviamente – del non-compleanno, una torta che è tratta dal suo magico cappello, e che indica con astuzia una possibile idea per iniziare a comprendere il delizioso enigma dello specchio. Ecco dunque, per concludere in allegria questo Post iniziato dall’orrendo Gallinaccio di Nazari, la scena memorabile:

Si sa, gli studenti d’Alchimia sono anche un po’ bambini, e spero vorrete perdonare questo mia piccola incursione nel magico mondo della fantasia. Fedele al gioco, non mi resta che augurare a tutti, da dietro un vecchio specchio inglese …

A Very Merry Unbirthday to You!

I due Zolfi e l’Acqua Mercuriale…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , , on Saturday, May 29, 2010 by Captain NEMO

Come tutti gli studenti d’Alchimia sanno, l’Arte Reale appare spesso piena di termini astrusi, allegorici, misteriosi quanto affascinanti: trovare il bandolo della matassa, il Fil Rouge iniziale, non è cosa facile. Ci vogliono anni ed anni per abituarsi a leggere tra le righe, ad imparare a non cadere in decisioni troppo affrettate nell’attribuire a questo e a quello una precisa identità dei corpi e degli Spiriti prima di avvicinarsi, pian piano, allo soglia decisiva – e per questo spesso terribile – dell’esperienza di Laboratorio.

Qualche tempo fa, parlando dello Spirito Universale (qui), avevo proposto la famosa incisione, tratta dall’Atalanta Fugiens di Michel Maier, in cui è raffigurato il Vento: “Portavit eum Ventus in ventre suo” è la frase forse più popolare in Alchimia, e non per questo non meno esatta ed istruttiva. Nel testo di Maier si fa un accenno esplicito allo Zolfo che è ‘chiuso‘ nel ventre del Mercurio, ed avevo segnalato questo curioso punto della dottrina: tutti sanno che è dall’unione dello Zolfo e del Mercurio che può nascere il vero matrimonio, ma il punto è che esistono molti ‘mercuri’, ed anche diversi ‘zolfi’. Questa confusione, certo voluta ad arte da parte degli autori che amano complicare le cose semplici per renderle appetibili ai ragionatori, è tuttavia inerente la Natura stessa delle cose materiali e Spirituali con cui ogni alchimista avrà a che fare una volta acceso il proprio Fuoco.

A titolo di maggior chiarezza ed altrettanta confusione – le due cose vanno sempre di pari passo – segnalo un brano che trovo veramente divertente, ma istruttivo a modo suo, tratto da una collezione di testi alchimistici ad opera di Guglielmo Gratarolo: Verae Alchimiae, Artisque Metallicae, citra Aenigmata, Doctrina certusque modus, scriptis tum novis tum veteribus nunc primium & fideliter maiori ex parte editi, comprehensus…(1561) (qui). Ecco il passo, in cui si risponde alla domanda: ” Cos’è questa Terra Fogliata?…“:

De Lignum Vitae

De Lignum Vitae

Una rapida traduzione potrebbe suonare così:

Raimondo – E’ il mercurio preparato, con il quale dobbiamo unire il suo zolfo: sebbene si possa capire in un altro modo.
Discepolo: Svelami quest’altro modo
Raimondo: Secondo la frase di Geber in Lib. 3 Cap. 7 nei corpi metallici vi sono due sulfureità: delle quali una è racchiusa nel profondo dell’argento vivo al principio della sua commistione: e questa è chiamata oro, aes, venere, numus [1], arsenico, aureopigmento, vetro, vetriolo, anima, fuoco, acqua verde, leone verde, vino, sangue umano, sangue del dragone, acqua permanenete, a differenza dell’acqua mercuriale, che non è permanente: poiché quella è l’impedimento alla fissazione. L’altra sulfureità dei corpi è sopravveniente, e fissa: e questa è chiamata zolfo, marte, vetro, vitriolo, vino e sangue. E siccome questa sulfureità sublima come foglia dell’oro o dell’argento e di moltri altri colori significativi, mutati dagli occhi di Argo nella coda del pavone; in verità il sopraddetto zolfo chiamato oro, venere e via dicendo, deve essere unito con l’altro zolfo chiamato marte (come dice Geber Lib. 1 Cap 13) e questo si deve fare mediante l’acqua mercuriale, che (come dice Geber Lib. 1 Cap. 15) è il mezzo di congiunzione delle tinture: ed è significata dalla rete sottilissima di Vulcano, con la quale legò Marte e Venere simultaneamente. Perciò Hermes disse ‘ Seminate l’oro nella terra fogliata‘. Arnaldo dice: ‘L‘acqua è il mezzo con il quale si congiungono le tinture, cioé gli zolfi: che (come dice Geber come sopra Cap 13) sono la luce e la tintura di tutti i corpi.

Guglielmo Gratarolo - incisione di T. De Bry

Guglielmo Gratarolo - incisione di T. De Bry

Guglielmo Gratarolo, un illustre medico bergamasco emigrato a Basilea a causa delle sue posizioni poco cattoliche,  compilò la sua raccolta basandosi sul precedente De Alchemia di Petreius (1541), ma vi aggiunse il Lignum Vitae (da cui è tratto questo passo) di Giovanni Bracesco: si tratta di un dialogo immaginario tra Raimondo Lullo (lo Pseudo-Lullo) ed il suo anonimo ‘discepolo‘ (ispirato al Démogorgon di Boccaccio), il cui scopo evidente è quello di diffondere la visone alchemica del cosiddetto Geber latino. Il passo riportato, dunque, propone l’interpretazione diel pensiero di Geber ed altri autori della stessa scuola (Alberto, Morienus, etc.) fatta da Bracesco, alchimista e Priore dei Canonici di San Secondo di Orzinuovi, in provincia di Brescia. Il testo, ennesimo esempio di “Dialogo” tra un Maestro ed un apprendista, è molto interessante e pieno di riferimenti alla mitologia Greca e Latina. L’accenno di spiegazione del famoso mito di Marte, Venere e Vulcano è senza dubbio appetibile per chi studia, ma ciò che ritengo interessante è quella particolare ‘explicatio‘ sulla duplicità dello Zolfo; questo aspetto Filosofico, che si trasmette quasi intatto anche nei testi seguenti, sebbene amabilmente velato (come in Filalete), può fornire lo spunto per migliori riflessioni, sia a livello di studio dei testi, sia al tavolo del Laboratorio.

I riferimenti di Gratarolo e di Bracesco a Jabir ibn Hayyan

Jabir ibn Hayyan

Jabir ibn Hayyan

sono evidentemente quelli delle edizioni allora disponibili e sono tratti dal Summa Perfectionis Magisterii, reperibile in moltissime raccolte d’Alchimia antiche e moderne: per chi volesse consultare i passi indicati dai due alchimisti italiani nel brano soprariportato, ci si può riferire a Bibliotheca Chemica Curiosa (1702), Tomo I, Lib. II, Sect. II, Subsect. IV, pag. 543 (Caput VII – De Veneris Essentia), oppure – in una traduzione francese tratta (e adattata al moderno) da Salmon – a Oeuvre Chymique de Geber (Ed. G. Trédaniel, 1976), Livre Second, Chap VIII, pag. 38 (De la Nature de Venus ou du Cuivre).

Ecco il passo di Geber cui si fa riferimento, tratto da un’edizione del 1502:

Jabir ibn Hayyan - Summa Perfectionis

Jabir ibn Hayyan - Summa Perfectionis

Ed una mia rapida traduzione, con qualche adattamento, di questo latino del 1500:

“Da quanto detto in precedenza, dunque, risulta necessariamente che nei corpi ci siano due sulfureità. Una racchiusa senza dubbio nella profondità dell’argento vivo, all’inizio della sua creazione. L’altra, in verità, sopravveniente dagli accidenti, che si toglie con fatica. L’altra, veramente innata, non è possibile toglierla attraverso nessun ingegno di artifici che si facciano tramite il fuoco, affinché la nostra operazione possa pervenire (allo scopo) in modo congruo ed utile, poiché è già unita con lui (con l’argento vivo) nella radice della creazione. E questo è provato dall’esperimento, in cui vediamo che la sulfureità adustibile si distrugge attraverso il fuoco, e la sulfureità fissa, in verità, in minima parte. Se quindi dicessimo che si possa pulire e fissare i corpi per mezzo della calcinazione e della riduzione, si intenda soprattutto (pulirli e fissarli) dalla sporcizia terrestre, che non è unita con loro (l’argento vivo e lo zolfo fisso) nella radice della sua natura o nel profondo. Poiché non è possibile ingegnarsi per mondare (la cosa) unita per mezzo del fuoco, se non somministrando la medicina dell’argento vivo, che occulta e contempera quella.”

Il passo di Geber è più approfondito e di facile comprensione, pur se tratto da un latino un po’ troppo moderno, frutto probabilmente delle numerose traduzioni, copie ed adattamenti. Consiglio, a chi fosse interessato, la lettura completa del capitolo di Jabir, ricca di ulteriori riferimenti e indicazioni. Ferma restando – sempre – la raccomandazione di non prendere tutto per oro colato, non posso non sottolineare come l’Alchimia porga sempre gli stessi insegnamenti: in antichità (Geber si suppone fosse dell’800 D.C.) si insegnavano le stesse cose che oggi ritroviamo in Filalete o Fulcanelli.

L’Alchimia non è mai mutata nella sua essenza e nella sua profondità, nella sua estrema semplicità d’approccio e di indagine di Madre Natura. A questo proposito, chiudo il Post con un’immagine famosa ed eloquentissima, che ‘parla‘ proprio di ciò che tutti gli alchimisti, antichi e moderni, hanno voluto indicare con immutata intensità:

Leo Viridis

Il Leone Verde...


[1] In latino ‘numus’ indica la moneta, o una cosa scambiata, un dono. Martinus Rulandus lo fa corrispondere a Piombo, Piombo Nero. Dom Pernety, dal canto suo, indica con ‘nummus’ la materia dell’opera al nero.

I due fumi della Profetessa…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, April 7, 2010 by Captain NEMO

Uno dei testi più curiosi e famosi in Alchimia è quello attribuito a Maria l’Ebrea, detta anche la Profetessa. La leggenda vuole che la prima alchimista fosse addirittura la sorella di Mosé e Aronne, anche se è del tutto improbabile. Si tratta di un testo – il Dialogo di Maria ed Aros sul Magistero d’Alchimia – le cui origini si perdono nell’antichità, e delle quali – come per altri testi coevi (ca. IV° secolo) – temo che sarà impossibile saperne di più.

Il testo deve la sua fama alla sua concisione ed alla semplicità dell’esposizione, in forma di dialogo tra Maria ed un tale Aros (che secondo le solite improbabili leggende sarebbe Horus!); ma è ricordato da tutti soprattutto a causa di tre strani nomi che compaiono nella ricettina di Maria: Kibrist, Zubech ed Elzarog (con diverse varianti)! Visto l’esotismo dei termini, di probabile origine ebraica con una spruzzata di greco, il testo è diventato un classico di cui molti si sono divertiti a darne le più svariate interpretazioni. Pare anche che alla prima alchimista si debba la tecnica, ormai migrata addirittura in cucina, del ‘bagnomaria’, che per un alchimista è meglio chiamare Balneum Mariae!

E’ un’opera cui sono affezionato, perché fu una delle prime che andai a tradurmi dal francese presso la Biblioteca Nazionale: nel mio primo quaderno di studi fa ancora la sua figura, accanto al Re Kalid e a Giovanni dei Poveri.

La versione francese si può trovare in Bibliothèque des Philosophes Chimiques, di Jean Mangin de Richebourg (1740), quella latina in Theatrum Chemicum (1661), ma anche in Artis Aurifera, quam Chemiam vocant (1610); ne è stata fatta una traduzione italiana da Sabina e Rosario Piccolini in Il Filo d’Arianna – 42 trattati alchemici (2001).

La cosa interessante è il fatto che Maria afferma che l’Opera di imbiancamento si possa fare in un’ora!…E qui ogni étudiant dovrà riflettere bene: come si sa moltissimi libri d’Alchimia fanno iniziare l’Opera dove meglio piaceva all’autore, senza contare le molte, possibili, interpolazioni posteriori, specie per un testo così antico. Ma già la sola parola imbiancare dovrebbe dare un primo punto di repere per orientarsi meglio.

Riporto qui il passo famoso della ricetta di Maria, secondo le varie letture:

“ Marie – Prenez donc de l’alum, de la gomme blanche et de la gomme rouge, qui est le kibric des philosophes, leur or, et leur plus grande Teinture, et joignez par un véritable mariage la gomme blanche avec la rouge. Je ne sais si vous m’entendez.

Oui Madame, dit Aros, j’entends et je comprends ce que vous dites.

Réduisez tout cela en eau coulante, poursuivit Marie, et purifiez sur le corps fixe cette eau véritablement divine, tirée des deux soufres , et faites que cette composition devienne liquide, par le secret des natures, dans le vaisseau de philosophie. M’entendez vous, Aros ?

Oui, Madame, répondit Aros, je vous entends fort bien.”

(Versione francese Bibliothéque des Philosophes Chimiques, 1761)

“Maria – Prendete dunque Allume, Gomma Bianca e Gomma rossa, che è il Kibrich dei Filosofi, il loro oro e la loro più grande tintura, e congiungete tramite un vero matrimonio la Gomma bianca con quella rossa. Non so se mi avete capito.

Sì Signora – disse Aros – sento e comprendo ciò che dite.

Riducete tutto ciò in Acqua che scorre – proseguì Maria – e purificate sul Corpo fisso quest’Acqua veramente divina, estratta dai due Zolfi, e fate che questa Composizione divenga liquida, grazie al segreto delle nature, nel vaso di Filosofia. Mi comprendete , Aros?

Sì Signora – rispose Aros – vi capisco benissimo.”

(Versione italiana, Il Filo d’Arianna, 2001)

“Maria – Prendete dunque dell’Allume (Alum), della Gomma Bianca e della Gomma rossa, che è il Kibric dei Filosofi, il loro oro e la loro più grande tintura, ed unite attraverso un vero matrimonio la Gomma bianca con quella rossa. Non so se mi capite.

Sì, Signora – disse Aros – vi intendo e comprendo quello che dite.

Riducete tutto questo in Acqua colante – proseguì Maria – e purificate sul Corpo fisso quest’Acqua veramente divina, tirata dai due Zolfi, e fate che questa composizione divenga liquida, attraverso il Segreto delle Nature, nel vaso della Filosofia. Mi intendete , Aros?

Sì, Signora – rispose Aros – vi capisco molto bene.”

(Mia versione, 1978)

“Maria – Recipe alumen de Hispania, gummi album, & gummi rubeum, quod est kibric Philosophorum, & eorum Sol & tintura maior, & matrimonifica gummi cum gummi vero matrimonio. Inquit Maria: Intellexisti Aros? Utique domina: Dixit Maria: fac illa sicut aquam currentem, & vetrifica hanc aquam diem laboratam ex duobus zubech super corpus fixum, & liquefac illa per secretum naturarum in vase Philosophiae. Intellexisti nos, o domina.”

(Versione Artis Aurifera, quam Chemiam vocant…, 1610)

“Maria – Accipe gummi album, & gummi rubeum, quod est Kybric Philosophorum & eorum aurum, & matrimonifica gummi cum gummi vero matrimonio, hoc est: Fac ipsa sicut aquam currentem, & vitrifica hanc aquam divine laboratam ex duobus Zaybech super corpus fixum, & liquefac illa per secretum naturae in vase philosophiae.”

(Versione Theatrum Chemicum, 1661)

Come si vede, esistono piccole differenze; ma sembra di capire che il Kibric è un composto fatto da due o tre corpi: una cosa rossa, una bianca e – forse – da un ‘alum’ (che l’Artis Aurifera qualifica come un sale di Spagna. Lascio a chi legge il riflettere sulla cabala e la geografia e su chi ne ha parlato). Da questo composto si fa un’acqua corrente, un Mercurio, ricavata dai due Zaybech, cioè i due Zolfi, il bianco ed il rosso. Quest’acqua si fa prima vetrificare, poi la si fa liquefare sul corpo fisso, evidentemente uno zolfo, grazie al secretum naturae, nel Vaso della Filosofia. Al di là di un superficiale ermetismo, l’operazione indicata da Maria è davvero semplicissima, ed è indicativa di come nell’antichità la via seguita fosse quella della Natura, probabilmente ricavata dall’osservazione delle tecniche metallurgiche.

La cosa su cui riflettere è quella ‘vitrificatione’ ed il ‘secretum’. Se è facile poter comprendere il processo di vitrificazione, in uso sin dall’antico Egitto, in cui una polvere terrosa veniva portata sino alla calcinazione e fusa con l’aiuto di un fondente (ed eventualmente colorato grazie ad una ‘tintura’), più complesso e degno di riflessione è quel ‘secretum’ che può sia indicare un vero e proprio segreto, sia una vera e propria secrezione di una materia, grazie ad un abile artificio. Quanto al Vaso della Filosofia, chi studia Alchimia si sarà trovato molte volte, anche in testi di autori più tardi, di fronte all’apparente enigma del Vaso, che è legato – a mio avviso – proprio alla tecnica di lavorazione descritta da Maria.

L’affermazione con cui viene detto che l’acqua corrente è figlia della lavorazione di due zolfi, la gomma bianca e quella rossa, i due Zaybech, può essere interpretata in vari modi: più che pensare a due metalli diversi, cosa d’altro canto possibile se si legge la ricetta in senso squisitamente metallurgico, è bene ricordare che sia Sole che Luna hanno i loro zolfi propri, cosa che spesso viene tralasciata in nome della nostra logica moderna che è analitica e non sincretica. E da questo nasce l’interesse di questo testo, che sembra additare – in modo certo sibillino ma decisamente intrigante – un procedimento semplice quanto antico, di cui poco si parla nell’Alchimia moderna, se non ricordando la misteriosa Via caratterizzata dal misterioso adagio che recita ‘Una Via, Una Res, Una Dispositione’. Stando a questo assioma la Materia è una sola, portatrice in re ipsa, di Sole e Luna. Se si accetta questa proposizione, diventa facile capire come oggi si potrebbe chiamare quell’acqua corrente indicata da Maria e – riflettendo a fondo – del ‘come’ e del possibile ‘perché’ siano nate in seguito le varie Vie e procedimenti che sono conosciute in Alchimia operativa.

L’Elzarog, poi, è un’altra gomma, capace di fissare i due fumi: in Theatrum Chemicum (Vol. VI) il testo di Maria viene presentato in forma riassunta, ma è seguito da un piccolo capolavoro di Orthelius, Orthelii Explicatio verborum Mariae Prophetissae, che consiglio vivamente ad ogni étudiant: ricco di suggerimenti, anch’essi da interpretare correttamente, vi si riferisce che l’Elzarog, termine evidentemente arabo, è l’ “acua Saturni’, che ovviamente non ha nulla a che fare con il piombo: è un’ “acqua” capace di fissare un’aria, e dunque può essere più probabilmente accostata ad un sale dei moderni. Ma non voglio togliere ai curiosi il piacere di un’ utile lettura…

A titolo di ulteriore curiosità, riporto un altro passo di Maria:

“Recipe herbam albam claram inhonoratam optimam, existentem super monticulis, & tere ipsam recentem sicut est in hora sua nativitate, & illa est corpus verum fixum, non fugiens ab igne.”

Lo si confronti con un famoso passo tratto dal Cap. XIX dell’Introitus Apertus ad Regis Occlusum Palatium, di Filalete:

“Est tamen unum in Regno metallico, Originis mirae, in quo Sol noster propinquus est, quam in Sole e Luna vulgi, si in hora sua nativitatis eum quaeras, qui in Mercurio nostro liquescit, sic, ut glacies in aqua tepida & tamen Auro quodamodo assimilatur.”

Si direbbe proprio che Filalete conoscesse ciò di cui andava parlando Maria l’Ebrea, visto che anche lui narra – definendolo come un ‘segreto’ – di un ‘erbetta detta Saturnia’, da seppellire …proprio sotto un monte, con l’aiuto di Vulcano! A chiudere il cerchio ci pensa sempre Filalete, il quale in Fons Chemicae Philosophiae, conclude così (traduzione – in corsivo – di Paolo Lucarelli):

“Questo spirito è la forza ignea che si mescola all’acqua e vi risiede, mentre l’acqua a cui lo hai mescolato è il tuo vincolo, cioè il vaso o forno. Lo spirito della Saturnia è il fumo imbiancante, il vapore del monte è il fuoco e tutte queste cose sono il mercurio.

Avrai così l’erba Saturnia Vegetale, Regale e Minerale da cui, con carne grassa, si fa un brodo che non gli può essere paragonato nessun cibo al mondo.”

E Maria, la Profetessa:

“Radices huius operis sunt praedicti duo fumis & calx humida. Sed corpus fixum est de corde Saturni comprehndificans Tincturam. Et compar eius est corpus album et clarum de monticulis. Vas Hermetis quod Philosophi occultaverunt, non est vas nigromanticum, sed est mensura ignis tui.”

Maria l'Ebrea, la Profetessa - Symbola Aureae Mensae, M. Maier

Maria l'Ebrea, la Profetessa - Symbola Aureae Mensae, M. Maier

Kibrich, Zaybech, Elzarog, Herba, Saturnus, Vas Hermetis…non nigromanticum, sed mensura ignis tui!

Molti secoli dividono Maria da Filalete…ma l’Arte è sempre la stessa. Ermetica, certo, ma quanto deliziosa!

Nimrod, il Ribelle della terra di Shinar

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Monday, February 22, 2010 by Captain NEMO

Mi è capitato recentemente di imbattermi sul Web in una curiosa tesi – come un ‘sasso nello stagno’ – a proposito di Nimrod, il quale – tutti lo sanno – è l’archetipo del ‘ribelle’, del malvagio, di colui che osò sfidare Dio (Genesi X, 8-12):

8 porro Chus genuit Nemrod ipse coepit esse potens in terra 9 et erat robustus venator coram Domino ab hoc exivit proverbium quasi Nemrod robustus venator coram Domino 10 fuit autem principium regni eius Babylon et Arach et Archad et Chalanne in terra Sennaar 11 de terra illa egressus est Assur et aedificavit Nineven et plateas civitatis et Chale 12 Resen quoque inter Nineven et Chale haec est civitas magna”

[Nota: riporto qui la versione della Vulgata Latina]

Non essendo un esperto di lingua Ebraica, non mi avventurerò nella lettura o nell’interpretazione del Libro; tuttavia la tesi proposta era grosso modo questa: Nimrod, pronipote di Noè, era un gigante, un uomo potente che propose agli uomini l’adorazione del Fuoco, trasmettendo – in qualche modo – agli uomini l’arte della cottura; insomma, un precursore dell’Alchima, se non addirittura uno dei primi ‘insegnanti’ dell’Arte.

Questa tesi è evidentemente molto eretica e fonte di immani controversie, dalle quali però vorrei star fuori. Ma cercando tra le pieghe del mito e curiosando in giro, ho trovato qualcosa e non posso non restare sorpreso nel constatare alcune cose singolari. Trattandosi di cose lontanissime nel tempo – stiamo parlando con buona probabilità di almeno 4000 anni prima di Cristo – non c’è alcuna pretesa di oggettività in quanto riporterò, né di stabilire una verità; ma – al contrario – di allineare sul tavolo alcune strane casualità:

Nimrod fu un Re estremamente potente, di probabile origine Assira.

Oltre ad una possibile corrispondenza con il Dio Marduk, si ipotizza che potesse essere quel Re nominato da Giustinus (in Trogus Pompeius, Hist. Rom. Script., Vol. II) e da Diodoro Siculo (in Bibliotheca, Lib. II): Ninus.

Ninus significa ‘il figlio’; e di chi è figlio Ninus?…secondo la storia il padre di Ninus sarebbe Bel o Balus, il ‘fondatore’ di Babel. Ma se Ninus fosse realmente stato Nimrod, il ‘costruttore’ di Babilonia, suo padre – secondo la Bibbia – è Cush, figlio di Cham, il maledetto da Noè. Cham aveva visto la nudità del padre Noè, caduto senza conoscenza dopo una eccessiva bevuta di vino (la prima della storia!). Dunque, Cush è questo Bal. Ora, un tal Reverendo Alexander Hilsop, scozzese di Arbroath, scrisse nel 1862 un’opera molto discussa, ma molto curiosa. A me pare tutto sommato molto erudita, anche se piuttosto “arrampicata”: “The Two Babylons, being the Papal worship proved to be the worship of Nimrod and his wife…”. (qui)

Si tratta di una puntigliosa ‘dimostrazione’ di come – a suo dire – la religione Cattolica Romana sia de facto una sorta di copia di antichissimi riti di origine Assira!…senza voler per forza condividere le sue tesi, mi ha molto incuriosito questo passo:

“If Ninus was Nimrod, who was the historical Bel? He must have been Cush; for ‘Cush begat Nimrod’ (Gen. X, 8); and Cush is generally represented as having been a ringleader in the great apostacy. But again, Cush, as the son of Ham, was Her-mes or Mercury; for Hermes is just an Egyptian synonym for the ‘son of Ham’.

“Se Ninus è Nimrod, chi era il Bel storico? Deve essere stato Cush; poiché ‘Cush generò Nimrod’ (Gen. X,8); e Cush viene generalmente rappresentato come colui che era il capo nella grande apostasia. Ma, ancora, Cush come figlio di Ham, era Her-mes o Mercurio; poiché Hermes è proprio un sinonimo egizio per il ‘figlio di Ham’”.

A sostegno di questa incredibile affermazione, il prode Reverendo Hilsop aggiunge una erudita nota, che traduco direttamente:

“La composizione di Her-mes è – prima di tutto – da ‘Her’, che, in Caldeo, è sinonimo di Ham, o Khem, ‘Ciò che è bruciato’. Poiché anche ‘Her’, come ‘Ham’, significava ‘ciò che è caldo o bruciante’, questo nome ha formato il fondamento per identificare segretamente Ham con il ‘Sole’, così deificando il grande patriarca, dal cui nome la terra d’Egitto venne chiamata, in connessione con il sole. Khem, o Ham, veniva apertamente adorato con questo nome nella terra di Ham in epoca tarda (Bunsen, vol. i, p 373); ma questo sarebbe stato osare troppo, in un primo momento. Attraverso ‘Her’, il sinonimo, tuttavia, la via era aperta per questo scopo. ‘Her’ è il nome di Horus, che è identificato con il sole (Bunsen, vol. i, p. 505), che mostra che la vera etimologia del nome è il verbo al quale sono risalito. Poi, in secondo luogo, ‘Mes’ proviene da ‘Mesheh’, o, (senza l’ultimo radicale, che si può omettere, vide Parkhurst, sub voce, p. 146), Mesh, ‘estrarre’. In Egiziano, abbiamo Ms nel senso di ‘portare fuori’, (Bunsen, Hieroglyphical Signs, Append., b. 42, p. 640), che è evidentemente una forma diversa della stessa parola. Si trova, anche, Ms usata in senso passivo. (Bunsen, Vocabulary, Appendix i. p. 470, in fondo, &c, ‘Ms…nato’). Il significato radicale di Mesheh, in Stockii Lexicon, è dato in Latino con ‘Extraxit’, e la nostra parola inglese ‘extraction’, applicata alla nascita o genealogia, mostra che esiste una connessione tra il generico significato di questa parola e nascita. Questa derivazione potrà spiegare il significato dei nomi dei Re egiziani, Ra-messes e Thoth-mes, il primo essendo evidentemente ‘il figlio di Ra’, o del Sole; il secondo, in modo simile, è ‘Il figlio di Thot’. Per la stessa esatta ragione Her-mes è il ‘figlio di Her, o Ham’, il bruciato, cioè, Cush.”

Insomma, a credere al buon Reverendo Hilsop, Hermes sarebbe – addirittura – il padre di Nimrod, il ‘ribelle’, il ‘cattivo’!…Sempre seguendo il Reverendo scozzese si arriva a stabilire che Hermes – che è il noto ‘messaggero’ dell’Olimpo greco, in antichità l’ “interprete” – sarebbe colui che in verità avrebbe ‘diviso’ le lingue degli uomini (Caldeo ‘Peresh’ per ‘interpretare’, pronunciato dagli Egiziani e dai Greci come ‘peres’, ‘dividere’); dunque Cush/Hermes sarebbe colui che ha ‘diviso le lingue degli uomini’; e colui che gettò le fondamenta di Babele, essendo il figlio Nimrod colui che proseguì il lavoro, costruendo Babele. A Cush/Hermes veniva dato il titolo di Baal e di Bel, rispettivamente ‘il Signore’ e ‘il Confonditore’; e dato che il ‘Principium Deorum’ – in Ovidio, Fasti – dice di sé stesso che “Me Chaos antiqui, nam res sum prisca, vocabant”, il cerchio si chiuderebbe con la pronuncia di Cush in antico Caldeo, che suona come ‘Chaos’! (Nota del Rev. Hilsop: “Il nome Cush si scrive anche Khus, visto che ‘sh’ diventa frequentemente ‘s’ in Caldeo; e Khus, nella pronuncia, diviene legittimamente Khawos, o, senza il digamma, Khaos”)

Non pago di aver detto abbastanza, il Reverendo Hilsop continua attribuendo a Janus – Principium Deorum – l’uso della ‘mazza’ (Mephaitz), che spezza, che ‘disperde sulla faccia della terra’ (Hephaitz), parola che per i Greci diventerà ‘Hephaizt’, da cui Hephaistos, Efesto, il Vulcano dei Latini!…

Lascio – a chi volesse seguire questo bizzarro modo di raccontare come potrebbero essere andate le cose nella lontanissima antichità – la lettura dell’opera di Hilsop, estremamente ricca e stupefacente; e se se uno volesse restare ancor più confuso, potrebbe leggere – se proprio volesse scoprire quanto pazzo abbia potuto essere un emerito Professore oxoniense, decano del Merton College – anche Nimrod, a Discourse upon Certain Passages of History and Fable, di Algernon Herbert (qui).

Ma già con queste poche note, emerge una strana ipotesi, la quale pare in qualche modo fare il paio con quel ‘sasso nello stagno’ di cui sopra a proposito della strana figura di Nimrod:

Il padre del ‘ribelle’ Nimrod sarebbe colui che conosciamo in letteratura come Hermes, estratto dal Sole, il quale, nato ‘nero’ (Cush è originario delle terre d’Etiopia), è chiamato Chaos, ed è ‘bruciato’, ‘cotto’. Il figlio, Nimrod, è così legato a questa faccenda dei ‘mattoni’, del ‘bitume’ e della ‘malta’ di cui parla la Bibbia, da figurare, inerme e senza saperlo, persino in un antico documento della Massoneria Inglese (York Ms, n° 1), in questi termini: “At ye making of ye toure of Babell there was a Masonrie first much esteemed of, and the King of Babilon yt called Nimrod was a Mason himself and loved well Masons“.

Ancora, a titolo di curiosità, è singolare notare che Monsieur Marcel Aubert – esaminando quattro bassorilievi del Grand Portal di Notre Dame de Paris in Bulletin Monumental – Sociéte Française d’Archéologie, 1913 – sostiene che uno di questi rappresenti proprio il ‘cattivo’ Nemrod. Eccolo qui:

L'alchimista protegge l'Athanor - Il Mistero delle Cattedrali

L'alchimista protegge l'Athanor - Il Mistero delle Cattedrali

Insomma, si potrebbe immaginare che all’epoca fosse successo qualcosa di davvero singolare: un Chaos nero,  estratto dal Sole, maledetto dall’uomo e da Dio, genera un figlio che abita in una terra ‘del Fuoco’ (‘Shinar‘), che ne esce per conquistare una terra nuova, su cui continuare la costruzione di una ‘toure’ innalzata verso il Cielo. E varie altre amenità…ma temo che quella storia non possa essere mai raccontata. Il motivo è molto evidente: troppo eretica.

Gli alchimisti cercano il Chaos, perché è da lì che inizia l’Opera. E quell’immagine di Notre Dame, utilizzata da Fulcanelli per parlare della ‘cottura del compost filosofale’, ha sempre sollevato interrogativi: quel Cavaliere armato di lancia, si difende o sfida?

Efesto, lo zoppo indispensabile…

Posted in Alchemy with tags , , , , , , , , on Sunday, July 5, 2009 by Captain NEMO

Tra le numerose allegorie incontrate da ogni  étudiant d’Alchimia, una delle più interessanti riguarda Vulcano che sorprende il fratello Marte e la moglie Venere in un doppiamente fedifrago amplesso amoroso.

More solito, l’allegoria può essere letta in molti modi, e tutti si interrogano – giustamente – sul significato nascosto dalla rete con cui il Dio del Fuoco intrappola i focosi amanti.

Poichè si avvicina il gran caldo estivo e nel mese di Agosto si celebravano a Roma i Vulcanalia, forse è utile riflettere su questo curioso rappresentante del Fuoco tra gli dei del riottoso Olimpo greco.

Efesto, così si chiamava in greco il Vulcano romano, è uno degli dei primigeni, la cui nascita è per la verità piuttosto ambigua: potrebbe essere figlio di Zeus ed Era, ma il mito offre anche una variante in cui sarebbe il figlio autogenerato da Era stessa, invidiosa che Zeus avesse generato – anch’egli senza il consueto contributo dell’altro sesso – Atena. Si potrebbe dunque dire che Efesto abbia una doppia natura: una tutto sommato normale, quasi terrena ed una piuttosto singolare, strana, per noi aliena, di origine celeste. In effetti, in Alchimia, la natura del Fuoco, o almeno di questo fuoco che si cela dietro il velo dell’allegoria, è senza dubbio doppia: se tutti ammiccano immediatamente al solo pronunciare la parola ‘doppio’ quando si parla del Fuoco Segreto, penso sia molto meglio riflettere su alcune cose, prima di prendere possibili lucciole per lanterne !

La doppiezza di questo Fuoco è prima di tutto di origine e funzione: esiste il fuoco celeste, senza il quale nessun elemento fuoco potrebbe mai manifestarsi. Ed esiste, proprio per questa origine celeste, la sua controparte terrena. Un fuoco lassù…ed un fuoco quaggiù. Quest’ultimo è la sua rappresentazione speculare e funzionale, anche perché – in ogni manifestazione – occorre un corpo, una forma, un supporto che funga da portatore della parte originaria spirituale.

Tutti sanno che Efesto è sempre raffigurato come uno zoppo,un po’  come Saturno (…e questa è un’altra histoire!). C’è chi dice che fosse tale dalla nascita, ma nel mito si trovano due curiose informazioni, che fanno intravedere una delle proprietà di questa forma terrena così indispensabile nei lavori alchemici di Laboratorio: vi fu una prima caduta dall’Olimpo, quando Zeus – furibondo perchè Efesto aveva osato intervenire a favore della madre Era in occasione di un violento litigio con Zeus – afferrò Efesto per una gamba e lo gettò giù dall’Olimpo; il nostro Efesto cadde per un intero giorno, ma forse più a lungo, ed atterrò – al momento del tramonto – sull’isola di Lemnòs. La seconda accadde per causa della madre Era, furente per la bruttezza del figlio che aveva autogenerato: ma questa volta, Efesto ammarò e venne salvato ed accudito da Teti ed Eurinome.

Dunque si potrebbe annotare che il nostro Fuoco è di origine celeste, ma la sua manifestazione terrena è davvero singolare: è brutto e vilipeso, ha un carattere evidentemente focoso ed imprevedibile, ma si comporta talvolta come un mediatore, ed avrebbe addirittura una doppia zoppia: una provocata da un atterraggio per causa paterna ed una per un ammaraggio per causa materna !…senza dimenticare che senza il Fuoco, vero agente-attivatore di ogni cosa che diviene nel tempo, nulla vive…né in Cielo, né in Terra.

Forse a causa della sua importanza assolutamente ineludibile per il destino di ogni cosa, Zeus acconsente a dargli in moglie (ma si trattò del primo ‘matrimonio combinato’) addirittura la dea della Bellezza, Afrodite. Insomma, il più brutto sposa la più bella…ma la bella gli preferiva il fratello Ares, come abbiamo visto. E’ curioso notare che Efesto non ebbe figli da Afrodite; e che dalla relazione tra Afrodite ed Ares – scoperta ed esposta allo sguardo degli dei dell’Olimpo, i quali nemmeno si scomposero tanto – sarebbe nata…Armonia!

Marteen van Heemskerck, Vulcano mostra agli dei Marte e Venere nella rete, 1540.
Marteen van Heemskerck, Vulcano mostra agli dei Marte e Venere nella rete, 1540.

Ma, quanto al piano coniugale, il mito afferma che Efesto avrebbe avuto anche altre compagne: la seconda è Charis, una delle tre Grazie, anch’essa molto bella. Qualcuno ricorderà, forse, quanto Maitre Canseliet tenesse alla Charis, da lui chiamata ‘la profondeur‘. La terza è Cabiro, figlia di Proteo, da cui Efesto generò la razza dei Cabiri, misteriosi artigiani del fuoco, come notò Fulcanelli. La quarta è Gaia, fecondata ‘per errore‘ dal seme di Efesto caduto mentre tentava di avere un rapporto carnale con Atena!…

Se si volesse continuare nelle note strane, si potrebbe ricordare che Efesto è fortemente attratto, essendone l’opposto manifesto, dalla bellezza: è grazie alla sua misteriosa rete che ciò che è nascosto – l’accoppiamento tra Ares e Afrodite – viene alla luce. E’ forse grazie a questo trucco che l’artista potrà raccogliere il frutto di ciò che è rappresentato da Ares e di ciò che è rappresentato da Afrodite, dalla loro unione in sostanza e principio: cioè Armonia. Anche se non direttamente, in Alchimia operativa si potrebbe dire che Efesto è il …padre-agente di Armonia! Su Ares rimando gli étudiants innamorati alle splendide e misteriose pagine di Fulcanelli in Il Mistero delle Cattedrali, mentre su Afrodite – nata dalla schiuma del mare – qualche curioso più audace potrebbe trovare – tra i tanti riferimenti offerti da Fulcanelli – un ben noto passo, ma spesso dimenticato, di Maitre Canseliet in Le Dimore Filosofali…!

Certo è che questo Fuoco celeste e terrestre intrattiene rapporti fruttiferi con compagne che rappresentano bene gli altri elementi: a riprova che – come affermato da tutti i Maestri – il Fuoco è il vero agente di ogni movimento, conversione e mutazione. E ciò è tanto più vero, in Laboratorio, per il Fuoco Segreto, vera Chiave del Tempio dell’Arte.

Ed è questa doppia natura indispensabile, celeste e terrestre, che viene ricordata da Paolo Lucarelli: uno zoppo, in Alchimia, raffigura evidentemente qualcosa che è a cavallo tra due mondi, lo spirituale ed il materiale, ciò che rende la sua natura instabile e bisognosa di un appoggio, di un bastone. Questo appoggio appare evidente persino nella Tavola 5 del Mutus Liber che raffigura il famoso Vulcain Lunatique, dove il piede destro del misterioso personaggio poggia…su un piccolo montarozzo di terra!…e tanto per rendere più divertente la cosa, forse si potrebbe notare che fu Maitre Canseliet a sottolineare l’attributo di Vulcano indicato dal buon Limojon de Saint-Didier con l’aggettivo ‘lunatique‘, che significa probabilmente qualcosa di diverso da ‘lunaire‘. No ?

Il Vulcano Lunatico....zoppo!
Mutus Liber – Tavola 5 : Vulcain Lunatique

Non si parla forse di fuoco acquoso ed acqua ignea quando si parla del nostro Fuoco Segreto?

Efesto/Vulcano non è forse atterrato ed ammarato?…e una vecchia etimologia fa risalire Lemnòs a Lambano, che significa prendere, afferrare. E lemniskos è la rete per prendere i volatili. Forse…Efesto non cadde per caso a Lemnòs, piccola isola nel mare, no?…

Nell’Iliade si parla di Lemnos Amichthaloessa, che potrebbe significare oscurata dai fumi

Sento già qualcuno domandarsi: “…una rete?…quale rete?…fumi?…quali fumi?”

Ah, quant’è bella l’Alchimia…!

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