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Serendipity One

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, August 28, 2017 by Captain NEMO

Pare di gran moda propagandare un mantra, secondo un marketing-pseudoermetico da quattro soldi: “I libri non servono in Alchimia…“. Mi pare – questa – una bizzarra postura scimmiottata da qualche zelante zelota, dimenticando egli che se non vi fossero stati i libri, nessuno – oggidì – avrebbe mai potuto conoscere la semplice esistenza non soltanto dell’Alchimia, quanto soprattutto di un cammino di Conoscenza  ben più antico della nostra civiltà.

Però, siccome la polemica è per sua stessa natura sterile, non c’è da perder tempo con coloro i quali vogliono adeguarsi al rito abominevole che Fahrenheit 451 ricordò, qualche tempo fa.

Sul finir dell’estate, provo ad offrire stavolta, oltre a poche immagini, piccoli brani che potrebbero essere utili a chi studia & pratica l’Arte antica, espressione sperimentale precisa della Phylosophia Naturalis;  quest’ultima, pur negletta persino da chi dovrebbe conoscerla a menadito, ed amarla, è la modalità che Natura dipana per creare Corpi (materiali & spirituali) in ogni ‘verso‘, in perenne donazione disinteressata, in ogni dove ed in ogni quando. Senza nulla chiedere, né obbligando il cercatore ad abbracciare fedi o dogmi di alcun tipo.

La Tradizione è la trasmissione dell’idea dell’essere nella sua perfezione massima, dunque di una gerarchia tra gli esseri relativi e storici fondata sul loro grado di distanza da quel punto o unità. Essa è talvolta trasmessa non da uomo a uomo, bensì dall’alto; è una teofania. Essa si concreta in una serie di mezzi: sacramenti, simboli, riti, definizioni discorsive il cui fine è di sviluppare nell’uomo quella parte o facoltà o potenza o vocazione che si voglia dire, la quale pone in contatto con il massimo di essere che gli sia consentito, ponendo in cima alla sua costituzione corporea o psichica lo spirito o intuizione intellettuale.

Elémire Zolla, in Che cos’è la Tradizione, 1971

Il nostro intelletto, nell’incessante ma vano tentativo di afferrare per intero quella prima ed ultima realtà, non sa far di meglio che costruirsi una rappresentazione logica del mondo, ossia un luogo mentale dove ricercare una spiegazione alla continua mutevolezza delle cose percepite dai sensi. Ma proprio nel corso di questa operazione perde ogni possibilità di abbracciare il mondo in una visione unitaria ed allora, per farsene un’idea, o meglio per formulare qualunque idea, è sempre costretto a separarle. É dunque l’incapacità di accedere direttamente alla sorgente delle idee che ci induce a vagheggiare senza tregua immagini mentali illusorie e prive di veritiera realtà; tale incapacità è la misura più evidente del progressivo degrado del nostro intelletto. É il fio che ancor oggi l’uomo deve continuare a pagare per l’esilio di Adamo dal Paradiso Terrestre. Ne era ben consapevole San Tommaso quando scriveva: «intellectus noster secundum statum praesentem, nihil intellegit sine phantasmate», il nostro intelletto alla stato attuale, non intende nulla senza fantasticare. L’inciso messo in contro corsivo indica chiaramente che non fu sempre così: in epoche remote e ormai dimenticate l’intelligenza ebbe accesso diretto alle idee innate, ma non seppe evidentemente farne buon uso. Le ingiurie inferte dai nostri lontani progenitori alla stessa natura umana, dovettero essere così gravi e profonde da provocare l’ottundimento genetico e la successiva scomparsa di quella prerogativa.

La materia universale è l’unità dalla quale procede, per successive differenziazioni, ogni corpo fisico, nella stessa maniera in cui tutti i numeri, e in particolare i primi quattro, procedono dal numero uno; pur essendo la radice del mondo fisico, la materia universale, in quanto unità, è per sua natura metafisica, e implica in sé i quattro elementi solo in potenza. Gli elementi non possono perciò sussistere ciascuno per sé, ma è necessario che concorrano sempre tutti insieme alla costituzione di ogni corpo- Tuttavia, nel primo composto, nella prima particella elementare, é prevalente la funzione di uno solo di essi, esattamente come nel primo solido geometrico, la piramide a quattro facce triangolari, solo uno dei quattro punti può far funzione di vertice, mentre gli altri tre ne costituiscono la base, e forniscono il necessario supporto. Affinché ciascun elemento possa esprimere la propria funzione, è allora necessario che quattro siano i primo composti, ossia le prime particelle elementari costitutive dei corpi più complessi, e che ciascuna di esse, per immergersi nel flusso della continua mutabilità del mondo fisico, cioè più semplicemente, per interagire, sussista in un rapporto di reciproco scambio elementare con le altre tre.

Claudio Cardella, Stefano Costa, in Il Sogno dei Filosofi, 2017

The side of the Great Pyramid at Giza had an original height of 280 cubits and a width of base of 440 cubits. What was the length z of an edge of the pyramid (from a corner to the top)?

Since half of the base would be 220 cubits, we can verify that the seqed or ukullû  [***] of the side of the pyramid would have been 220:280, which gives indeed the famous value of View the MathML source, or 5 palms and 2 fingers per cubit. But to get at the edge of the pyramid, we must use a triangle of height 280 and approximate base View the MathML source.

From an OB [OB = Old Babylonian, NdR] perspective, the right triangle formed by the corner, the center of the base, and the top of the pyramid ought to be considered to have a short side of  b=280 and a long side of l, which by the Diagonal rule in the horizontal isosceles triangle of side length 220 satisfies  View the MathML source. Putting these values into the Diagonal rule now in the vertical triangle, the square of the diagonal is then  View the MathML source and hence you get a square ratio of

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The relevant row of P322(CR-Decimal8) is row 5 which is

Full-size image (3 K)

and from which we can then use the integral values of  b5=65 and  d5=97 to compare ratios

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and so  z≃417.8461.

A more accurate modern answer correct to 8 decimal places is 418.56899073, so we see that the OB table is again the clear winner as far as accuracy is concerned. Note that the OB solution has avoided mention of any irrationalities, and it shows also that the mysterious column I allows access to the table in a variety of important situations coming from the Diagonal rule, as it is a squared quantity! This solution also notably exhibits the utility of the entries b and d  from columns II and III, as the integers 65 and 97 there are both more accurate and generally easier to work with than the decimal numbers 0.90277 and 1.34722 in columns I and II.

… Hence we see that within P322 there is a powerful alternative view of trigonometry based not on angles but on ratios of sides and squared quantities going back to OB times. No subsequent table, from Hipparchus to Madhava to al-Kashi to Rheticus to the monumental 18th century French Cadastre, can compete with P322 with regards to precision – P322 is unique as it contains the world’s only exact trigonometric table.”

Daniel F. Mansfield, N.J. Wildberger. Plimpton 322 is Babylonian exact sexagesimal trigonometry, in Historia Mathematica, 2017

[***: Ratio-based measurements are also found in ancient Egypt, where the term seqed, or sqd, refers to the reciprocal of the slope of an inclined side in Egyptian architecture. This was a prominent measurement used to describe pyramids. According to Gillings (1982, 212):

The seked of a right pyramid is the inclination of any one of the four triangular faces to the horizontal plane of its base, and is measured as so many horizontal units per one vertical unit rise. It is thus a measure equivalent to our modern cotangent of the angle of slope. In general, the seked of a pyramid is a kind of fraction, given as so many palms horizontally for each cubit vertically, where 7 palms equals one cubit.]

 

L’obélisque de Dammartin-sous-Tigeaux (Seine-et-Marne) est l’image sensible, expressive, absolument conforme à la tradition, de la double calamité terrestre, de l’embrasement et du déluge, au jour terrible du dernier Jugement (pl. XLV).

Erigé sur un tertre, au point culminant de la forêt de Crécy (altitude: 134 mètres), l’obélisque  domine les environs, et, par la trouée des voies forestières, s’aperçoit de très loin. Son emplacement fut d’ailleurs admirablement choisi. Il occupe le centre d’un carrefour géométriquement régulier, formé par l’intersection de trois routes qui lui donnent l’aspect rayonnant d’une étoile à six branches. Ainsi ce monument apparaît-il édifié sur le plan de l’hexagramme antique; figure composée du triangle de l’eau et de celui du feu, laquelle sert de signature au Grand Œuvre physique et à son résultat, la Pierre Philosophale.

L’ouvrage, de belle allure, se compose de trois parties distinctes : un socle robuste, oblong, à section carrée et angles arrondis ; un fût constitué par une pyramide quadrangulaire aux arêtes chanfreinées ; enfin, un amortissement dans lequel se trouve concentré tout l’intérêt de la construction. Il montre, en effet, le globe terrestre livré aux forces réunies de l’eau et du feu. Reposant sur les vagues de la mer en furie, la sphère du monde, frappée au pôle supérieur, par le soleil dans son retournement hélicoïdal, s’embrase et projette des éclairs et des foudres. C’est là, nous l’avons dit, la figuration saisissante de l’incendie et de l’inondation immenses, également purificateurs et justiciers.

Deux faces de la pyramide sont orientées exactement selon l’axe nord-sud de la route nationale. Sur le côté méridional, on remarque l’image d’un vieux chêne sculpté en bas-relief. D’après M. Pignard-Péguet, ce chêne surmontait «une inscription latine» aujourd’hui martelée. Les autres faces portaient, gravées en creux, un sceptre sur l’une, une main de justice sur l’autre, un médaillon aux armes du roi sur la dernière.”

Fulcanelli, L’Embrasement, in Les Demeures Philosophales, Vol. 2, 1960

 

La prima materia dei metalli è duplice, ma l’una senza l’altra non crea il metallo. La prima e principale è un umido mescolato al calore dell’aria; questa i Filosofi la chiamarono Mercurio, che è governato nel mare filosofico grazie ai raggi del Sole e della Luna. La seconda è il secco calore della terra che chiamarono Solfo. Ma poiché tutti i veri Filosofi l’hanno accuratamente occultata, noi la spiegheremo un po’ più chiaramente, specialmente il peso, ignorato il quale tutto si distrugge. Da cui avviene che molti da una cosa buona producano un aborto; vi sono infatti alcuni che assumono come materia o seme o sperma tutto il corpo, altri una parte; e tutti questi deviano dal retto sentiero. Per esempio se qualcuno prendesse il piede di un uomo e la mano di una donna e volesse creare un uomo da questa commistione, non sarebbe possibile.

V’è infatti in qualsivoglia corpo un centro e un luogo, cioè il punto del seme o sperma; sempre l’ottomiladuecentesima parte, anche nello stesso seme di grano; e ciò non può essere altrimenti. Infatti non tutto il grano o corpo è convertito in seme, ma nel corpo vi è soltanto una certa scintilla necessaria, che è protetta dal suo corpo da ogni eccesso di caldo o di freddo etc. Se hai orecchie e sensi, bada a questo e sarai al sicuro, non soltanto da quelli che ignorano il luogo dello sperma, e si sforzano di ridurre l’intero grano in seme, ma anche da tutti quelli che si dedicano alla vana soluzione dei metalli e vogliono sciogliere totalmente i metalli per poi, dalla loro mutua mescolanza, creare un nuovo metallo.

Ma questi, se considerassero il procedimento della Natura, vedrebbero che la cosa è ben diversa. Infatti nessun metallo è così puro, da non procedere anche dalle sue impurità, l’uno tuttavia meno o più dell’altro. Ma tu, o amico lettore, prima osserverai il punto della Natura, come si è detto sopra, e ne avrai a sufficienza; ma abbi questa cautela, di non cercare quel punto nei metalli del volgo, nei quali non c’è. Infatti questi metalli, specialmente l’oro del volgo, sono morti; ma sono vivi, aventi spirito, i nostri, che sono da prendere: sappi infatti che la vita dei metalli è il fuoco, finché sono ancora nelle loro miniere, e anche la morte è il fuoco, cioè quello della fusione.

Invero la prima materia dei metalli è una umidità mista a un’aria calda, ed è in forma di acqua pingue che aderisce a qualunque cosa, pura o impura; tuttavia in un luogo più abbondantemente che in un altro, il che avviene perché la terra, avente forza attrattiva, in un luogo è più aperta e porosa che in un altro. Talvolta viene fuori da sé, avendo indossato una qualche veste, specialmente nei luoghi dove non ha qualcosa cui aderire; così si riconosce, perché ogni cosa è composta dai tre principî. Ma nella materia dei metalli soltanto è unica senza congiunzione, eccettuata la sua veste o ombra, cioè il solfo, etc.

Cosmopolita – Trattato Terzo, Della vera prima Materia dei metalli, in Novum Lumen Chymicum, 1608  – Traduzione di Paolo Lucarelli

Non farò commenti; così – forse – qualcuno potrebbe intravedere un fil-rouge piuttosto ‘matto‘ in questi brani, e tentare – studiandoli – di pensare e riflettere, e poi mettersi al lavoro: l’Arte è Scienza sperimentale di Natura, nella cui teoria&pratica occorre avere il coraggio della libertà, tanto nell’errare che nel riuscire. Fidatevi sempre dell’Intuizione e non date retta a nessuno, tanto meno al sottoscritto: ma leggete, studiate e praticate. Viaggerete, vi divertirete e scoprirete piccole meraviglie, le quali – chissà – ravviveranno il Cuore e l’Anima.

Non è necessario ricordare che la Conoscenza è un cammino che conduce alla Contemplazione, e che v’è enorme differenza tra il sapiente Bernard Guy ed  il saggio Francesco: uno giudica secondo ‘ordo‘, l’altro ama secondo ‘chaos‘.

In forma d’Epilogo, a voi il serpente aperto&chiuso, l’elefante, e il montone del ‘petit bonhomme‘:

«Vous imaginez ma surprise, au lever du jour, quand une drôle de petite voix m’a réveillé. Elle disait:

– S’il vous plaît… dessine-moi un mouton !

– Hein!

– Dessine-moi un mouton…

J’ai sauté sur mes pieds comme si j’avais été frappé par la foudre. J’ai bien frotté mes yeux. J’ai bien regardé. Et j’ai vu un petit bonhomme tout à fait extraordinaire qui me considérait gravement. Voilà le meilleur portrait que, plus tard, j’ai réussi à faire de lui.  Mais mon dessin, bien sûr, est beaucoup moins ravissant que le modèle. Ce n’est pas ma faute. J’avais été découragé dans ma carrière de peintre par les grandes personnes, à l’âge de six ans, et je n’avais rien appris à dessiner, sauf les boas fermés et les boas ouverts.

Je regardai donc cette apparition avec des yeux tout ronds d’étonnement. N’oubliez pas que je me trouvais à mille milles de toute région habitée. Or mon petit bonhomme ne me semblait ni égaré, ni mort de fatigue, ni mort de faim, ni mort de soif, ni mort de peur. Il n’avait en rien l’apparence d’un enfant perdu au milieu du désert, à mille milles de toute région habitée. Quand je réussis enfin à parler, je lui dis:

– Mais… qu’est-ce que tu fais là ?

Et il me répéta alors, tout doucement, comme une chose très sérieuse:

S’il vous plaît… dessine-moi un mouton…

Quand le mystère est trop impressionnant, on n’ose pas désobéir. Aussi absurde que cela me semblât à mille milles de tous les endroits habités et en danger de mort, je sortis de ma poche une feuille de papier et un stylographe. Mais je me rappelai alors que j’avais surtout étudié la géographie, l’histoire, le calcul et la grammaire et je dis au petit bonhomme (avec un peu de mauvaise humeur) que je ne savais pas dessiner. Il me répondit:

– Ça ne fait rien. Dessine-moi un mouton.

Comme je n’avais jamais dessiné un mouton je refis, pour lui, l’un des deux seuls dessins dont j’étais capable. Celui du boa fermé. Et je fus stupéfait d’entendre le petit bonhomme me répondre:

– Non! Non! Je ne veux pas d’un éléphant dans un boa. Un boa c’est très dangereux, et un éléphant c’est très encombrant. Chez moi c’est tout petit. J’ai besoin d’un mouton. Dessine-moi un mouton.

Alors j’ai dessiné.

Il regarda attentivement, puis:

– Non! Celui-là est déjà très malade. Fais-en un autre.

Je dessinai.

Mon ami sourit gentilment, avec indulgence:

– Tu vois bien… ce n’est pas un mouton, c’est un bélier. Il a des cornes...

Je refis donc encore mon dessin. Mais il fut refusé, comme les précédents:

Celui-là est trop vieux. Je veux un mouton qui vive longtemps.

Alors, faute de patience, comme j’avais hâte de commencer le démontage de mon moteur, je griffonnai ce dessin-ci.

Et je lançai:

– Ça c’est la caisse. Le mouton que tu veux est dedans.

Mais je fus bien surpris de voir s’illuminer le visage de mon jeune juge:

– C’est tout à fait comme ça que je le voulais ! Crois-tu qu’il faille beaucoup d’herbe à ce mouton ?

– Pourquoi ?

– Parce que chez moi c’est tout petit…

– Ça suffira sûrement. Je t’ai donné un tout petit mouton.

Il pencha la tête vers le dessin:

– Pas si petit que ça… Tiens ! Il s’est endormi…

Et c’est ainsi que je fis la connaissance du petit Prince.»

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La surreale ‘Lectio’ di un Britannico…piuttosto old-styled.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , on Wednesday, March 27, 2013 by Captain NEMO

Major Grubert - Exploring

Major Grubert – Exploring

Quando si cerca, capita di trovare. E talvolta, trovato un ciottolo dalla forma singolare, lo si osserva; ci si fanno domande. Lo si rigira, con qualche sospiro, tra le dita sporche di Laboratorio.
Vi propongo un passo:

Dunque chiamiamo il seme acqua per metonimia, poichè per parlare propriamente la virtù seminale risiede e si diffonde universalmente in tutta l’acqua che in realtà è il seme, e non è mai separabile dal ricettacolo della sua acqua. Se a qualcuno sembra straordinario che io assegni l’acqua come sede dello Spirito seminale, affinché ciò non sembri strano, [dirò] che perfino nella prima Creazione lo Spirito di DIO si portava sopra le acque, cioé [che] lo Spirito Celeste infuso attraverso le acque, esso stesso le dotava di forza e virtù prolifica. Infatti, solo in questa, tra tutte le cose (che sono nell’Universo), si fondano i semi fin dalla prima origine, e da essa non escono mai; ma tuttavia nei vegetali sono generati nell’aria cruda, negli animali sono conservati nei reni, nei minerali sono fermamente racchiusi nelle loro profondità. E infatti è impossibile che il seme esca dalla propria sede originaria. Perciò se tutto [proviene] dall’acqua (come abbiamo detto), la ragione insegnerà ancor di più che il seme risieda sempre nell’acqua.  Perché le cose non si possono conservare altrove se non lì dove nascono: infatti, sottratta la causa dell’origine, si estingue l’effetto; donde il fatto che la moltiplicazione di ogni cosa avvenga sempre nell’umido e mediante l’umido, a mo’ di nutrimento. I Vegetali mediante il Leffa acqueo della terra, gli [esseri] Animati mediante il Chilo liquido, i Metalli mediante il liquore Mercuriale. Donde, aumentati e prodotti, i vegetali emettono spontaneamente nell’aria un seme crudo diverso da tutto il loro corpo, che diventi un corpo coagulato, affinché si riconosca anche che proviene dall’acqua e che conserva il proprio spirito seminale nell’acqua; viene affidato alla terra per aumentare la specie, nella quale matrice  – grazie al Leffa acqueo della terra – si risolve nella sua prima materia acquea, & allora comincia la Vegetazione. Successivamente l’acquosità seminale assume questo Leffa acquoso (mediante il quale è manifestata [i.e.: l’acquosità seminale] grazie alla dissoluzione), e quello sostanzia il germe come umore radicale nutritivo, mediante il quale [i.e.:  l’umore radicale] riceve informazione [per diventare] pianta o Albero secondo il fermento specifico del seme. Gli Animali conservano nei reni un Seme nato dall’immaginazione, il quale diffuso nella dovuta matrice attraverso l’atto della generazione, forma un feto tenero abbondante di molto umido crudo, il quale successivamente si accresce con il mestruo liquido femminile e cresce fino a [diventare] un infante perfetto, [che] viene al mondo all’ora della sua nascita, si nutre di latte fin quando non possa sopportare alimenti più forti, i quali d’altra parte non [lo] nutrono (a meno che non siano trasmutati in chilo liquido, così come le ossa nello stomaco del cane). Analogamente a tutto ciò, i Metalli coagulati racchiudono il proprio seme perfettamente elaborato (sotto dense convalli), tuttavia situato nell’acqua; in seguito, estratto mediante sagace artificio, viene covato e cresce nella debita matrice, fin quando (previa corruzione) riceva la propria glorificazione. Ma quest’operazione è sommamente difficile, a causa delle strutture recondite dei metalli, in cui questo seme è racchiuso, che non cedono a nessuna forza, se non interviene un sottile ingegno. Perciò rendo noto che esiste una Matrice nella quale l’oro (di cui bisogna ricercare solo il seme), [una volta] postovi,  emette spontaneamente e soavemente il proprio sperma, fin quando esso stesso si debilita e muore, & mediante la sua morte si rinnova come Re gloriosissimo, successivamente dotato della potestà di liberare tutti i suoi fratelli dal timore della morte.

Questa ‘explicatio‘ magistrale è di Philalethe, tratta dal suo De Metallorum Metamorphosis [vogliate perdonare la traduzione un po’ brusca, ma  – se capita di restar stupefatti da musiche non suonate, ma che ti prendono il cuore – si preferisce alzar le mani e lasciar tutto così come viene; ergo, non farò commenti e sarà interessante – spero – leggere eventualmente i vostri]: il primo livello di lettura è tipico dell’Alchimia dei Maestri. Colpisce, in ogni caso, la incredibile capacità di dettaglio – veramente ‘scientifico’ – nella descrizione del ‘sistema’ generativo adottato da Madre Natura nella manifestazione. In poche righe, partendo dalla arcinota frase del Genesi, si arriva via via a discendere i vari gradini verso la singolare ’emissione’ spontanea da parte dell’oro del proprio sperma. Già al primo livello di lettura, molte sorprese dovrebbero cogliere l’attenzione dello studioso, e pure dell’innamorato.

Ma di certo, conoscendo l’arguzia, l’astuzia, la carità & la perfidia dell’autore, vi sono altri livelli. E non pochi, temo.

Il mio britannico amico – Major Grubert – sostiene serafico che chi cerca ‘spiegazioni’…le trova. Ma, come sempre, sorrideva sornione alzando il solito ‘eyebrow’, alla moda dei sudditi di Sua Maestà…prima di proseguire il suo viaggio a bordo del dino-semiacquatico, mi ha lasciato un bel quadro.

The Golden Bough

The Golden Bough

Come era ovvio aspettarsi, è di un suo compatriota, Joseph Mallord William Turnerforse, c’è da chiedersi perché qualcuno tenga in così gran considerazione la pedante raccomandazione di Messer Bianconiglio.

…o no?

A Python’s Looking-Glass…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, October 3, 2010 by Captain NEMO

La rappresentazione prediletta dagli alchimisti della loro Materia Prima è il famoso Dragone, il custode del tesoro: e tanto più un tesoro è agognato, tanto più quel drago assume sembianze via via più terribili, per esprimere sia il pericolo del combattimento tra la bestia ed il cavaliere, sia l’aspetto ripugnante del corpo di cui è l’immagine figurata: scaglie, fiato velenoso, fiamme e fracasso, colorazione infernale, e via dicendo. L’immaginazione degli illustratori ha evidentemente trovato un terreno fertile, ispirandosi o alle fiabe o – talvolta – agli incubi dei sogni più spaventosi. Quest’ultima ipotesi pare essere stato il caso dell’anonimo illustratore di un manoscritto del XVII secolo di origine tedesca – qualcuno dice addirittura Rosa Croce – conservato alla Beinecke Library (ms. Mellon 110) :

Python

Python, Ms. Mellon 110 - courtesy Beinecke Library, Yale University

Decisamente, pur nel suo orrore, l’immagine colpisce molto: è evidentemente una rappresentazione che sottolinea la valenza mercuriale di quest’orrendo corpo, indicata dagli stivali rossi alati e dalle ali ugualmente rosse poste dietro le orecchie nere del volto dello spaventoso vegliardo. Ma questo mercurio pare ben racchiuso all’interno del mostro, pur essendone in qualche modo il padre ed il figlio; anche il Python, infatti, ha un paio d’ali, proprie, più grandi, e raffigurate come qualcosa di più essenziale, più spirituale rispetto all’aspetto ben ripugnante del mostro scaglioso. E’ curioso notare come l’artista abbia colorato di nero il petto che racchiude la testa, e di un colore rosato, quasi dorato, più gradevole agli occhi ed allo spirito, la lunga coda: questa si attorciglia in due nodi attorno al collo grigio ed al collo dorato, mentre pare tentare di allungarsi, senza riuscirvi, verso il becco da cicogna della terza testa, dal collo più scuro: la cicogna, si sa, porta i bimbi dal cielo, ed il futuro pargoletto è chiaramente indicato dal suo simbolo filosofale. Le tre teste, a parer di tutti, indicano lo Zolfo, il Mercurio ed il Sale. Si potrebbe commentare ancora a lungo quest’immagine, prendendo spunto da quel che si vede: ma è un utile esercizio che ogni studente può certo svolgere secondo le proprie idee e convinzioni.

Tuttavia, tanto per dare a Cesare quel che è di Cesare, occorre ricordare che l’immagine originale – naturalmente in bianco e nero – è tratta da un’incisione su legno proveniente da un’opera di scuola italiana, molto divertente e suggestiva; si tratta di Giovan Battista NazariIl metamorfosi metallico et humano di Gio. Bat. Na. Bre., nel quale si contengono quattro sogni, il primo de’ quali è della tramutatione sofistica de’ metalli; il secondo della tramutatione reale, o alchimica pur de’ metalli; il terzo della tramutatione fisica de corpi humani; et il quarto della tramutatione spirituale in Christo. Di nuovo dato in luce a utile & commodo d’ogni curioso ingegno, in 4°, in Brescia a Istanza di Francesco Marchetti, al Segno dell’Ancora, 1564 [qui].

Di Nazari non sappiamo praticamente nulla, se non che forse fosse Notaro in quel di Brescia e che scrisse diversi trattati di contenuto diverso dall’Alchimia; il volume del 1564 fu seguito dall’edizione del più famoso Della Tramutatione metallica sogni tre di Gio. Battista Nazari Bresciano; nel primo d’i quali si tratta della falsa tramutatione sofistica; nel secondo della utile tramutatione detta reale usuale; nel terzo della divina tramutatione detta reale Filosofica. Con un copioso Indice per ciascun sogno degl’Auttori, & Opre ch’anno sopra ciò trattato., pubblicata a Brescia nel 1572 per i tipi dei Fratelli Marchetti [qui]. Il testo, che i critici dicono essere in qualche modo ispirato alla Hypnerotomachia Poliphili, narra evidentemente del solito ‘sognar‘ dell’autore, dell’incontro con sapienti (probabilmente il conte Bernardo) e ninfe varie, che lo introducono in scenari estremamente allegorici allo scopo di indicargli la cattiva e la buona via: un classico tòpos alchemico. En passant, ci sarebbe da chiedersi da quale contesto alchemico Nazari avesse tratto ispirazione, fermo restando che alcune parti del trattato sono naturalmente rielaborazioni da opere precedenti e conosciute.

Tornando all’orrido Gallinaccio dipinto quasi due secoli più tardi nelle zone del basso Reno, credo sia utile leggere quel che ne scrisse Nazari in Della Tramutatione Metallica Sogni Tre (Click sulle immagini per ingrandire):

Il Gallinaccio

Della Tramutatione Metallica Sogni Tre, 1572 - Sogno Terzo

Il Gallinaccio

Della Tramutatione Metallica Sogni Tre, 1572 - Sogno Terzo

ll testo, come si vede, racconta – more solito – dell’origine, stato e possibilità di quel corpo immondo e senza valore che è spesso chiamato Chaos dei Saggi: l’amabile donzella, cui come sempre l’autore si rivolge per aver lumi, spiega che la Gallina, il Gallo e l’Uovo sono, pur disgiunti, un’unica cosa; questo mistero, che avvolge da sempre il cuore delle operazioni alchemiche, fa naturalmente a pugni con ogni possibile nostro ragionamento; eppure è a causa di questo mistero, che è di fatto la straordinaria qualità di un preciso corpo che si deve ottenere all’inizio dei lavori, con l’ausilio di Madre Natura, che l’Alchimia si stacca perentoriamente dalla chimica e dalla spagiria. Una preziosa indicazione, non comune nei testi più conosciuti, è quella fatta proprio dallo stesso mostruoso Gallinaccio:

“Il mio padre, & mia madre, mi hanno generato, & io di prima generai quelli. Io son padre, & figliuolo; io son madre, padre & figliuolo; io son invisibile quando volo, e impalpabile quando fuggo per aria: ma toccandomi son visibile, e palpabile: adunque conosci me & occidi me, & sappi che di spada, o d’altra arma non posso morire; ma presentandomi il risplendente specchio, per me stesso m’occido, onde poi se in foco mi nutrirai, per fina che sian prima i membri miei in altra forma mutati, & poi il corpo mio purificato dal mortale veleno; e poi quando il corpo, l’anima & il spirito insieme vedrai congiunti: allora sarai maggior del mondo. Chi mi ode, & non intende, consuma il viaggio, la fatica, & spende il tempo senza altro fine.”

La prima edizione (“Il metamorfosi…“) riporta con maggior chiarezza il seguito della frase evidenziata, proveniente dalla seconda edizione (“Della Tramutatione…“):

“…ma con il mio risplendente specchio per me stesso occiderai, & in fuoco mi nutrirai, per fina che li membri miei & corpo mio, saranno in altra forma formate, & il corpo mio purificato dal mortale veleno. Allora il corpo, l’anima & spirito insieme saranno congiunti…”

Pare insomma che il Dragone, o Gallinaccio che dir si voglia, avverta che la spada non l’uccide (e qui è d’uopo una calma riflessione sulla famosa allegoria di San Giorgio), ma dichiara che muore da sé stesso per mezzo del ‘risplendente specchio‘. Questo speculum viene ricordato e sottolineato dal commento da parte di Paolo Lucarelli all’Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium di Ireneo Filalete (vide Opere – Ed. Mediterranee, pp. 143), in cui – parlando della Vergine – si dice:

“Malgrado il suo aspetto e le sue caratteristiche di apparente laidezza e inutilità, questa materia disprezzabile e di nessun valore, sarebbe già la Pietra Filosofale, almeno in potenza. Una Vergine Nera che è anche Diavolo e Drago. Nel simbolismo usato dai filosofi di cultura cristiana, si mostra, dopo l’Annunciazione, penetrata dallo Spirito, bianca, la terra bianca fogliata, pudica dinanzi all’Arcangelo con la mano che poggia su un libro aperto.

L’apertura del libro, l’acqua che sgorga dalla roccia, l’uccisione del drago che libera la fanciulla prigioniera, sono tutte rappresentazioni simboliche dell’operazione che si deve compiere inizialmente su questa materia misteriosa, libro chiuso che diventa, per l’iniziato che riesce ad aprirlo, lo specchio in cui apprenderà tutti i segreti del macro e microcosmo.”

Ireneo Filalete, con la sua perfidia, terribilmente onesta e soavemente pericolosa, al Capitolo VII – Prima operazione. Preparazione del Mercurio Filosofico per mezzo delle aquile volanti – aveva fornito la sua ‘recipe‘:

Si prenda del nostro Drago igneo, che occulta nel suo ventre l’acciaio magico, quattro parti; del nostro magnete nove parti. Mescola insieme per mezzo del torrido Vulcano in forma di acqua minerale su cui galleggerà una schiuma che va rimossa. Getta l’involucro, scegli il nucleo, purga per tre volte per mezzo del fuoco e del sale; sarà facile se Saturno avrà visto la sua immagine nello specchio di Marte.

Nella edizione inglese, edita da William Cooper, questo specchio è chiamato Looking-Glass, ed è tradotto, correttamente nelle edizioni in latino, con la parola speculum. Ma talvolta dietro le parole apparentemente normali si celano piccoli segreti; non tutto può essere detto, ma tutti sanno che Lewis Carrol scrisse una straordinaria e sempre stupefacente fiaba, intitolata per l’appunto Through the Looking-Glass, and what Alice found there (qui). Si tratta del seguito della più famosa Alice’s Adventures in Wonderland (qui), in cui Alice entra – attraverso uno specchio appeso sul camino – in un mondo in cui tutto è speculare alla realtà della sua casa. Ma, si dice sempre, non tutto va sempre preso alla lettera…lo specchio mostra le cose in un modo semplice, ma con una caratteristica felicemente singolare: è un po’ l’idea proposta dal capitolo intitolato A Mad Tea Party, dove Alice pensa, erroneamente, che il Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina – senza dimenticare Dormeuse – stiano festeggiando il compleanno del Cappellaio; dopo un colloquio surreale, ma non per questo meno condivisibile, le viene rivelato che è decisamente molto meglio festeggiare il non-compleanno, l’un-birthday. Walt Disney, per parte sua, aggiunse la scena in cui il Cappellaio offre ad Alice la torta – ovviamente – del non-compleanno, una torta che è tratta dal suo magico cappello, e che indica con astuzia una possibile idea per iniziare a comprendere il delizioso enigma dello specchio. Ecco dunque, per concludere in allegria questo Post iniziato dall’orrendo Gallinaccio di Nazari, la scena memorabile:

Si sa, gli studenti d’Alchimia sono anche un po’ bambini, e spero vorrete perdonare questo mia piccola incursione nel magico mondo della fantasia. Fedele al gioco, non mi resta che augurare a tutti, da dietro un vecchio specchio inglese …

A Very Merry Unbirthday to You!

Le Fiabe: piccole sorgenti nascoste della Gran Dama

Posted in Alchemy with tags , , , , on Tuesday, October 14, 2008 by Captain NEMO

Talvolta mi capita di pensare che stiamo perdendo molte cose. Tra le tante che sfuggono, o che lasciamo cadere distratti come siamo dalle cose concrete, sempre così indaffarati a creare le cose di cui pre-occuparci poi, penso spesso al mondo delle fiabe.

Non saprei se oggi le fiabe vengano ancora narrate ai bimbi ancora innocenti: forse qualcuno le riterrà inappropriate o addirittura nocive a preparare un figlio alla dura sopravvivenza che lo attende nel mondo di oggi e di domani. Eppure il sogno costituisce forse il miglior approccio alla giusta comprensione della realtà. Ricordo ancora quanto mi piacessero le fiabe, sia che me le raccontasse la nonna o che le potessi leggere nei primi libri, ricchi di meravigliose illustrazioni, piene dei colori e delle icone della mia fantasia; l’incanto della favola lo avrei poi cercato in altri libri, quelli d’avventura, fino scoprire Jules Verne, Stevenson e molti altri più tardi.

Ma è delle favole più popolari, più comuni che vorrei parlare: molte volte ho scoperto, in seguito, da adulto, quanta ricchezza di insegnamento, non soltanto etico, morale, ma anche alchemico, vi fosse celata.

Molti pensano che le favole siano storie destinate solo ai bambini, tanto per distrarli prima di andare a dormire. Eppure uno stuolo di studiosi ha stabilito, e credo con ragione, che il patrimonio delle fiabe di tutto il mondo costituisce un enorme terreno comune, che supera lingue, culture, confini e distanze temporali. Ogni popolo ha raccontato ai propri bimbi storie incredibili, talvolta persino cruente e spaventose. Si dice che lo scopo fosse quello di passare valori etici, di appartenenza culturale o religiosa e via dicendo. Ma l’aspetto della merveille, che chissà come e perché in francese suona quasi come vecchia madre, è quello che più colpisce – sempre – il cuore di chi ascolta. Forse proprio perché le storie meravigliose sono del tutto irragionevoli, forse perché lo stupore e l’incanto provocato dal dipanarsi del racconto è tale che la ragione tace quasi con altera sufficienza, forse perché improvvisamente vi sono cose che suonano nell’animo che paiono trasformarsi in sostanze pacificatrici, forse per queste ed altre misteriose ragioni la fiaba prende l’attenzione e rapisce – letteralmente – quei nostri perché frutto della logica, e li porta stupefatti nei mondo del mirabile, del meraviglioso. Meraviglia viene dal latino mirabilis, che indica non solo che vi è qualcosa da ammirare ma forse, meglio, che ci si deve sforzare di mirare, di osservare profondamente. Perché?

Ricordo che anche Canseliet diceva che una delle condizioni essenziali per un Filosofo della Natura fosse quella di sapersi – nuovamente – meravigliare. Sembra quasi di capire che questa capacità venga via via sopita nel corso della comune vita umana, obbligati come siamo a compiere azioni di cui poi, quasi sempre, non tratteniamo alcuna saggezza o piena pace. Il senso del meraviglioso indica dunque una meta importante, quasi una montagna nuova dalla cui cima lo sguardo liberato possa scorgere sensi più veritieri, più vicini al mondo puro cui appartengono, forse, le nostre vere vite. Certo è difficile compiere questa arrampicata, visto che l’intelletto è spesso l’unica guida che abbiamo scelto. Ma, anche in questo caso, forse occorre una nuova sintonia, che passa, per forza di cose, per il Cuore. Se si osservassero gli occhi di un bimbo quando ascolta una fiaba, o se si assiste a ciò che accade al nostro interno mentre leggiamo una fiaba o una vecchia storia di qualche popolo antico, forse ci si accorgerebbe che è davvero possibile trovare una nuova lunghezza d’onda, e ritrovare una via che da secoli ogni tradizione si sforza di portare alla luce, incurante di ogni razionalità o logica. Ho sempre pensato quanto fosse incredibile la forza che permea questo passaggio della Sapienza popolare lungo tutta la storia sin qui conosciuta di Terra, in barba alle guerre, ai cataclismi, alle sofferenze, agli egoismi ed alle nefandezze di cui siamo stati, siamo e saremo capaci. C’è qualcosa di alieno in questo meraviglioso. Eppure appartiene a noi. Altrimenti nessuno riuscirebbe mai ad emozionarsi.

Ma non sarà forse che grazie all’emozione si possa camminare verso la Conoscenza?

Se ci si prende la briga di sprofondare per ore nelle fantastiche storie che sono per l’appunto quella terra comune di ogni popolo, si emerge talvolta frastornati: stranezza, confusione, illogicità sono i parametri più immediati che la nostra ragione appoggia sul tavolo, come un paio di occhiali dopo la lettura. Ma vi è anche altro: emergono amore, lealtà, verità, semplicità, linearità, dolcezza, giustizia… ed un mucchio di altre cose, che sempre appartengono al nostro Cuore dimenticato. E se questi semi che appaiono scintillanti nella confusione di una fiaba gaelica, o araba, o polinesiana, non fossero stati lasciati a caso? E se vi fosse un progetto sottile, nascosto, dimenticato? Se vi fossero chiavi da provare a girare in qualche vecchia serratura? Del resto, di meraviglioso si parla.

Non sarebbe meraviglioso meravigliarsi, e scoprire che vi è qualcosa dietro lo specchio?

Mi viene in mente lo specchio di Alice’s Adventures in Wonderland: Tutti pensano che sia una storiella ricca di solo insegnamento morale, o un esercizio elegante di critica ai costumi dell’uomo: ma… e se fosse davvero possibile varcare quello specchio? E se fosse addirittura indispensabile varcare la soglia dello specchio per entrare sul serio in un mondo che funziona in modo diverso?

Certo non sto pensando di buttarmi contro lo specchio del salone: sto pensando al contrario che occorra mutare attitudine interna di fronte alla realtà in cui la nostra ragione fa da padrona. Forse basterebbe mettere in moto il cuore, oltre lo specchio, per scoprire che – oh, meraviglia – vi sono cose che improvvisamente ‘scattano‘ ed accadono. Anche di qua, anche nel nostro comune modo di sentire.

Immagino che il tema possa interessare qualcuno, qualcuno ancora capace di innamorarsi: cercherò di sviluppare meglio queste cose in qualche nuovo Post, parlando di storie e fiabe strane ma meravigliose. Il territorio di viaggio è sterminato e non sarà certo possibile esplorarlo tutto. Innamorato come sono delle terre del nord, proverò a fare qualche incursione nei mondi del Bardo Taliesin e di Bran. Poi magari parleremo un pochino, ma solo un pochino, di Artù e della Queste du Graal. E poi anche delle fiabe classiche, raccolte da Charles Perrault: La belle au bois dormant, Le petit Chaperon rouge, Le Chat botté, Cendrillon, Le petit poucet. Ma non vorrei dimenticare Le petit Prince. Sarà lungo, ma qualcosa succederà per renderlo possibile. Spero.

Per ora, vi offro qualche meraviglia tratta da Peau d’Ane, la cui storia grosso modo è questa:

Un Re ed una Regina vivono in un reame dove tutto va bene, grazie anche alla presenza di un asino tutto particolare: ogni mattina sulla sua lettiera defecava Scudi e Luigi d’oro, riempiendo le casse del tesoro. Però un giorno la Regina si appresta a morire e si fa promettere dal marito affranto che si potrà sposare di nuovo, purché la sposa sia davvero più bella di lei. Il Re promette e la Regina muore. Dopo varie ricerche per ogni dove, il Re capisce che l’unica più bella della Regina è proprio la giovane Principessa; e lei, atterrita dalla orrenda proposta di incesto, fugge dalla Fata nel bosco che le consiglia di chiedere delle cose impossibili al padre: una veste color del Tempo; poi una veste di Luna, poi una veste di Sole. Il potente Re riesce a procuragliele ed affretta le nozze. La Principessa ritorna dalla Fata che le consiglia di richiedere la pelle dell’asino: il Re, seppur malvolentieri, acconsente . A questo punto la Fata ordina alla Principessa di fuggire lontano, rinunciando per sempre alle sue vesti regali ed a vestire la pelle dell’asino. Peau d’Ane lascia così il regno del padre e, dopo varie peregrinazioni, giunge in un altro regno, dove viene impiegata come sguattera nelle cucine, addetta ai compiti più meschini e spregevoli. Nessuno si accorge di una simile bruttura: solo ogni domenica, chiusa a chiave nella sua oscura e dimenticata cameretta, perduta in una viuzza puzzolente dei sobborghi della corte, Peau d’Ane indossa nuovamente le sue vesti, grazie alla bacchetta magica affidatale dalla Fata: tre volte la bacchetta viene battuta sulla terra e lo scrigno che racchiude le tre vesti splendenti riappare dalla terra; ma solo per lei e solo di domenica. Un giorno il giovane figlio del Re di quel reame segue per caso Peau d’Ane fino al suo orrendo nascondiglio, e sbirciando dal buco della serratura, scorge la Principessa meravigliosa e si innamora. Per tre volte vorrebbe forzare la serratura, ma si ferma perché gli pare di violare una cosa divina. Torna a corte, ma la Regina si accorge dell’enorme tristezza del figlio, il quale le chiede di poter mangiare un dolce fatto da Peau d’Ane. Detto fatto, Peau d’Ane si mette all’opera e confeziona il dolce per il Principe, delle cui attenzioni si era naturalmente accorta. Mentre impasta il dolce per l’amato, fa scivolare un anello nel dolce. Il Principe, dal buco della serratura, capisce il da farsi. Il dolce, proveniente dal luogo sordido in cui viveva nascosta Peau d’Ane, viene presentato a corte e l’anello scoperto: viene emesso un bando per scoprire chi possa indossare quel piccolo anello d’oro con uno smeraldo. Tutte le dame del regno vengono convocate, di ogni lignaggio, finché  – alla fine – Peau d’Ane verrà scoperta. I due giovani convolano a nozze felici, Peau d’Ane potrà di nuovo indossare le sue naturali vesti regali e persino il padre rinuncerà al suo intento e si riconcilierà con la bellissima (ex) Peau d’Ane.

Ogni studente d’Alchimia avrà senza dubbio riconosciuto l’insegnamento alchemico racchiuso nella piccola gemma di Perrault, così amata da Eugène Canseliet e da Paolo Lucarelli: la giovane vergine nascosta sotto una veste laida ed oscura, l’asino che dona oro dalle feci, l’incantesimo del tre, la ‘galette’ e l’anello nascosto. E domando: non è straordinario, meraviglioso ed assolutamente incomprensibile per la ragione che un insegnamento operativo così chiaro, così importante abbia viaggiato per centinaia d’anni ‘travestito’ nella fiaba di Peau d’Ane?

Sorrido sempre di fronte a questi misteri di Dama Alchimia.

Ecco dunque, nel francese di Perrault, qualche piccolo passo di questa fiaba che cela ‘verità nascoste in bella evidenza‘:

“Voici, poursuivit-elle, une grande cassetteOù nous mettrons tous vos habits,

Votre miroir, votre toilette,

Vos diamants et vos rubis.

Je vous donne encor ma Baguette;

En la tenant en votre main,

La cassette suivra votre même chemin

Toujours sous la Terre cachée;

  Et lorsque vous voudrez l’ouvrir,A peine mon bâton la Terre aura touchée

Qu’aussitôt à vos yeux elle viendra s’offrir.

Pour vous rendre méconnaissable,

La dépouille de l’Ane est un masque admirable.

Cachez-vous bien dans cette peau,

On ne croira jamais, tant elle est effroyable,

Qu’elle renferme rien de beau”

_____________________________   _____________________________
“L’Infante cependant poursuivait son chemin,Le visage couvert d’une vilaine crasse;

A tous Passants elle tendait la main,

Et tâchait pour servir de trouver une place.

  Mais les moins délicats et les plus malheureuxLa voyant si maussade et si pleine d’ordure,

Ne voulaient écouter ni retirer chez eux

Une si sale créature”

_____________________________   _____________________________
“Elle entrait dans sa chambre et tenant son huis clos,Elle se décrassait, puis ouvrait sa cassette,

Mettait proprement sa toilette,

Rangeait dessus ses petits pots.

Devant son grand miroir, contente et satisfaite,

De la Lune tantôt la robe elle mettait,

Tantôt celle où le feu du Soleil éclatait,

  Tantôt la belle robe bleueQue tout l’azur des Cieux ne saurait égaler,

Avec ce chagrin seul que leur traînante queue.

Sur le plancher trop court ne pouvait s’étaler.

Elle aimait à se voir jeune, vermeille et blanche

Et plus brave cent fois que nulle autre n’était”

_____________________________   _____________________________
“Son air était Royal, sa mine martiale,Propre à faire trembler les plus fiers bataillons.

Peau d’Ane de fort loin le vit avec tendresse,

  Et reconnut par cette hardiesseQue sous sa crasse et ses haillons

Elle gardait encor le coeur d’une Princesse”

_____________________________   _____________________________
“Peau d’Ane donc prend sa farineQu’elle avait fait bluter exprès

Pour rendre sa pâte plus fine,

Son sel, son beurre et ses oeufs frais;

Et pour bien faire sa galette,

S’enferme seule en sa chambrette.

D’abord elle se décrassa

  Les mains, les bras et le visage,Et prit un corps d’argent que vite elle laça

Pour dignement faire l’ouvrage

Qu’aussitôt elle commença.

On dit qu’en travaillant un peu trop à la hâte,

De son doigt par hasard il tomba dans la pâte

Un de ses anneaux de grand prix”

Ah, quelle Merveille… !

Per ora, dunque, auguro a tutti… un dolce buon non-compleanno!!

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