Archive for Basilio Valentino

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 2

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, October 31, 2016 by Captain NEMO

Il Bretone di cui ho parlato in precedenza era un tipo che studiava, certo, ma che traeva ispirazione da un piccolo gruppo di autori, che evidentemente amava e stimava: Dom Pernety (debbo ad Offerus la tempestiva segnalazione; thank you, much obliged…), a Maier, a Basilio Valentino ed al Presidente d’Espagnet, autore quest’ultimo, come si sa, di due trattati di Physica, entrambi magistrali. A questo proposito ho tuttora due curiosità: la scelta precisa di questi autori, che appare quasi come una filiazione (mi riprometto di parlarne presto, sto verificando alcuni materiali); e il fatto che le citazioni, riproposte quasi di peso, sono però leggermente corrette, con qualche espuntazione qua e là. Val la pena di notare che Fulcanelli – il quale, lo ripeto, conosceva con certezza il Bretone suo contemporaneo, senza peralto mai citarlo – mostra di condividere molto quella impostazione classica&alchemica.

Proseguo nel riportare alcuni passaggi più squisitamente alchemici, che di fatto sono riassunti e adattazioni (un po’ di cut&paste, ante-litteram) di brani di Dom Pernety (Les fables égyptiennes et grecques, dévoilées & réduites au même principe: avec une explication des hiéroglyphes, et de la guerre de Troye – 1758)

Materia della Grande Opera

Di ogni cosa materiale si fa la cenere, della cenere si fa il sale, del sale si separa l’acqua e il mercurio, del mercurio si compone una quintessenza o un elixir. Il corpo si riduce in cenere per essere pulito delle sue parti combustibili, in sale per essere separato dalle sue terrestreità, in acqua per marcire e putrefare,   e in spirito per diventare quintessenza. I sali sono dunque le chiavi dell’arte e della Natura; propriamente non vi è che un sale di Natura, il quale si divide in tre: il nitro, il tartaro e il vetriolo. Di questi sali e dei loro vapori si fa il mercurio che gli antichi hanno chiamato Semenza Minerale. Di questo mercurio e dello zolfo, sia puro che impuro, sono fatti tutti i metalli nelle viscere della terra e sulla sua superfice.

La prima materia è chiamata comunemente zolfo e argento vivo. Raimondo Lullo li chiama i due estremi della pietra e di tutti i metalli. Altri dicono in generale che il sole è suo padre e la luna sua madre; che essa è maschio e femmina, che è composta di quattro, di tre, di due e di uno, e tutto ciò al fine di nasconderla. É certo che non vi è che un solo principio in tutta la Natura, e che lo è tanto della pietra che delle altre cose. Non vi è così che un solo spirito fisso composto di un fuoco purissimo e incombustibile che fa sua dimora nell’umido radicale dei misti. É più perfetto nell’oro che in ogni altra cosa, e il solo Mercurio dei Filosofi ha la proprietà di estrarlo dalla sua prigione, di corromperlo e di disporlo alla generazione. L’argento vivo  è il principio della volatilità, della malleabilità e della mineralità, lo spirito fisso dell’oro non può nulla senza di esso. L’oro è umettato, reincrudato, volatilizzato e sottoposto alla putrefazione attraverso l’opera del mercurio, e quest’ultimo è digerito, cotto, inspessito, disseccato e fissato attraverso l’opera dell’oro filosofico, che lo rende con questo mezzo una tintura metallica.

L’uno e l’altro sono il mercurio e lo zolfo filosofici. Ma non è sufficiente che si faccia entrare nell’opera uno zolfo come lievito; ve ne serve anche uno come semenza di natura sulfurea, per riunirsi alla semenza di sostanza mercuriale. Questo zolfo e questo mercurio sono stati saggiamente rappresentati dagli antichi da due serpenti, l’uno maschio e l’altro femmina, attorcigliati sulla verga d’oro di Mercurio. La verga d’oro è lo spirito fisso sul quale debbono essere attaccati. … Il mercurio proprio all’opera deve dunque per prima cosa essere impregnato di uno zolfo invisibile, affinché sia più disposto a ricevere la tintura visibile dei corpi perfetti, e che possa in seguito comunicarla con usura.

Rapimento di Proserpina

I poeti hanno aggiunto alla favola di Proserpina che ella ebbe un figlio che aveva la forma di un toro; e che Giove, per avere commercio con lei, si era metamorfizzato in dragone. Dicono anche che il toro era il padre di questo dragone; di modo che essi erano il padre l’uno dell’altro, il che sembra un paradosso. La spiegazione di questa parentela consiste nel sapere che vi è un’unica materia del magistero, ciononostante composta di fisso e di volatile. Il dragone alato e la femmina indicano il volatile, ed il dragone senz’ali ed il toro sono i simboli del fisso. Il Mercurio Filosofico o dissolvente universale si compone di questa materia, che i filosofi dicono essere il principio dell’oro. L’oro dei saggi nasce da questa materia; essa è di conseguenza sua madre: nelle operazioni dell’opera occorre mescolare il figlio con la madre, allora il figlio che era fisso e designato come il dragone senz’ali, fissa anche sua madre, e da questa unione nasce un terzo fisso o il toro. Ecco il dragone padre del toro. Che si faccia di nuovo la mescolanza di questa nuovo nato con la femmina, o la parte volatile dalla quale è stato estratto, allora ne risulterà il dragone senz’ali, che diventerà il figlio di quello che lo ha generato; poiché la materia cruda viene chiamata dragone prima della sua preparazione e nel tempo di ogni disposizione o operazione dell’opera

In una parola, l’oro si dissolve nel dissolvente volatile dei filosofi da cui è stato estratto; allora è la madre che uccide suo figlio. Quest’oro, nel fissarsi, fissa sua madre con lui; ecco che il figlio genera sua madre e che allo stesso tempo la uccide, perché da volatile che essa era, la genera in fissità; e fissare il volatile significa ucciderlo. Ecco svelato il mistero di questo paradosso.

Il Becco

Tutte le nazioni si sono accordate nel considerare il becco [il capro – NdC] come il simbolo della fecondità; era quello di Pan o il principio fecondante della Natura, vale a dire il fuoco innato, principio di vita e di generazione. <Quando i sacerdoti volevano – dice Eusebio – rappresentare la fecondità della primavera e l’abbondanza di cui è la fonte, dipingevano un bambino seduto su di becco e girato verso Mercurio.> Bisogna, con i sacerdoti, vederci piuttosto l’analogia del Sole con Mercurio e la fecondità di cui la materia dei filosofi è il principio in tutti gli esseri. É questa materia, spirito universale corporificato, principio di vegetabilità, che diviene olio nell’oliva, vino nell’uva, gomma, resina negli alberi, etc. Se il Sole attraverso il suo calore è un principio di vegetabilità, non lo è se non eccitando il fuoco assopito nelle semenze dove è come intorpidito sin quando venga risvegliato e animato da un agente esterno. Così, nell’operazione ermetica, il mercurio lavora la materia fissa dove dorme il fuoco innato; la sviluppa rompendo i suoi legami e lo pone nello stato di agire per condurre l’opera alla sua perfezione. Ecco questo bambino seduto su di un becco ed allo stesso tempo la ragione per cui si gira verso Mercurio; Osiride, essendo questo fuoco innato, non differisce da Pan; di conseguenza, il becco era consacrato all’uno e all’altro. Per la stessa ragione, era uno degli attributi di Bacco.

Prometeo liberato

Prometeo aveva come padre Japeth figlio del cielo e fratello di Saturno; sua madre si chiamava Clymene, figlia dell’Oceano; conoscendo quel che era Saturno, si sa cosa occorre intendere per Japeth, che viene da ίαίνω, dissolvere, rammollire, versare, e πεταω, aprire, sviluppare, perché nella putrefazione nella quale la materia è pervenuta al nero, chiamato Saturno dai filosofi, la materia si apre, si sviluppa e si dissolve; è per questo che Clymene, figlia dell’Oceano, è chiamata sua moglie, perché le parti volatili si elevano dall’Oceano o mare filosofico, e sono una delle principali cause efficienti della dissoluzione. Queste parti volatili o l’acqua mercuriale sono la madre di Prometeo che è lo zolfo filosofico, o la pietra dei filosofi. … Un’alluvione desolava tutta la parte d’Egitto dove comandava Prometeo; è la pietra dei filosofi perfetta che si trova sommersa nel fondo del vaso. Occorse il consulto di Ercole andando a prelevare i pomi d’oro del giardino delle Esperidi, perché prima di arrivare alla fine dell’opera o all’elixir perfetto che sono questi pomi d’oro, occorre necessariamente fare e servirsi  della pietra del magistero, significata da Prometeo. Il fuoco del cielo che ruba, è questa pietra tutta di fuoco, una vera miniera di fuoco celeste. Attraverso la prima operazione, quella attraverso la quale si fa lo zolfo o la pietra, si ottiene Prometeo ed il fuoco celeste che ha preso grazie all’aiuto di Minerva, e per la seconda, quella che fa l’elixir  o la perfezione dell’opera, l’artista prende i pomi d’oro dal giardino delle Esperidi.

In quest’ultimo brano, Dom Pernety cita d’Espagnet (Canone 121), ma il Bretone, che in altri passaggi lo cita espressamente, ne toglie l’attribuzione nel suo volume…

Insomma, si può affermare che il Bretone copia le parti salienti dell’opera di Dom Pernety (ma senza citarlo espressamente), ma riorganizza il testo con un ‘montaggio’ diverso, usando anche d’Espagnet (un po’ citandolo ed un po’ non citandolo, e via dicendo). In ogni caso, i passi ‘prelevati’ sono molto ben selezionati dalla mole di argomenti esposti da Dom Pernety, cercando di evitare le cortine fumogene usuali delle Fables e di altri testi. Domanda: perché?

Se si tiene bene a mente che il materiale delle Fables è de facto originato dall’Arcana Arcanissima di Maier (pubblicata a Londra, nel 1614), la domanda si fa più importante. Sembra quasi che il Bretone abbia inteso togliere li versi strani e proporre una visione quasi in chiaro (naturalmente, sempre sotto le regole della Tradizione) della dottrina alchemica in corso in quei tempi, in un’operazione di riproposta decisamente nuova, specie durante la fine del secolo che si stava avviando verso il funesto occultismo. Se a questo si aggiunge che Fulcanelli lo frequentava, e che la formazione del circolo di Avenue Montaigne è ancora da venire, e che Fulcanelli sposa questa linea didattica – pur restituendo a Cesare quel che è di Cesare per ciò che concerne le citazioni e le authorships – e che il filone parte da Maier, con un’opera pubblicata durante l’unica visita fatta presso la corte Giacobita, in pieno Furor Rosacrucianus … forse, forse,  si comprende meglio il profondo imprinting originario dell’Alchimia proposta sin qui da questa sorta di filiazione. La scelta degli autori, tutti, di indicare con malcelata precisione come asse portante dell’Alchimia una Physica precisa, antica ma solida, concreta, sfrondata dalla nebbia di misticismo-da-quattro-soldi e para-sacralità (Fulcanelli docet; è un uomo di Scienza, Accademico, e il suo approccio – pur perfetto nella Tradizione alchemica classica – è persino più ‘scientifico’ di uno scienziato del giorno d’oggi) deve far riflettere.

Voglio precisare: non si sta parlando solo di una eventuale storia dell’Alchimia moderna, o di una banale operazione intellettuale pour épater le bourgeois, quanto di un discrimine essenziale nello studio dell’Alchimia, ove il senso e la portata dell’Arte sono indicati in modo netto e consapevole: Alchimia non è certo chimica, né fisica, tantomeno loro parente; si tratta d’altro, di ben altro, di ben più fondante: Conoscenza, attraverso studio&pratica. La Metafisica Sperimentale di Canseliet – oltre ad essere felicissima espressione – sembra d’altro canto suonare ed alludere a questa vera e propria Armonia. La ‘langue-des-oiseaux‘, così cara a Fulcanelli e Canseliet, così ben spiegata e studiata da Grasset d’Orcet, indicherebbe – pare – la fonte nascosta dell’Arte, la Prisca Sapientia di Newton. En passant, Grasset d’Orcet, il Bretone, Fulcanelli et alia … si conoscevano molto bene. Molto.

To be continued …

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Utopia … il senso del non-sense.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, May 9, 2016 by Captain NEMO

Nulla avviene per caso, si dice… e c’è chi dice che tutto avvenga per Chaos. Credere o non credere è lasciato al sentire individuale.

In ogni caso, ho sorriso non poco dopo aver letto l’Email del Major Grubert (perhaps, better: guardato) e l’aver pensato di scrivere un Post sull’Utopia e l’aver trovato curiose coincidenze, in bella evidenza ma un po’ nascoste (more solito). Ma andiamo con ordine nel disordine, o versa vice:

Utopia è un romanzo di Sir Thomas More, Lord Chancellor of England sotto il regno tempestoso di Henry VIII; pubblicato nel 1516 con il titolo Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus, de optimo rei publicæ statu deque nova insula Utopia, il libro fu accolto come opera controversa, ma in ogni caso il termine entrò nel linguaggio di ogni giorno ad indicare qualcosa di impossibile da realizzare. Utopia viene dal greco “ou-“(ou),  “non”, e “topos” (τόπος), “luogo”: insomma è un non-luogo, dove forse si festeggiano i non-compleanni!

Non starò a raccontare di che parla Sir Thomas, ma siccome amo le ‘figure’, ho dato un’occhiata a qualche edizione. L’Editio Princeps mostra, accanto al curioso alfabeto dell’Isola-che-non-c’è, la sua mappa:

 

L'Isola di Utopia

L’Isola di Utopia

La capitale di Utopia si chiama Amaurot, che pare significare in greco ‘oscuro‘, con il senso di ‘macchiato‘, ‘spento‘. Rabelais usa l’identico termine per una città del suo Pantagruel. Ed ho sorriso al ‘fumetto’ del Major, che si dirige – pare – proprio lì, tentando di ‘entrare’ per una porta su cui campeggia un gigantesco Ouroboros alato, le cui spire ricordano questo:

Buch_der_Heiligen_Dreifaltigkeit_RYLANDS_GERMAN_MS_1

Buch_der_Heiligen_Dreifaltigkeit_RYLANDS_GERMAN_MS_1 – Folio 3

e fors’anche questo:

Azoth, sive Aureliæ Occultæ Philosophorum, Materiam Primam... 1613

Azoth, sive Aureliæ Occultæ Philosophorum, Materiam Primam… 1613

Dove, tra l’altro, si dice:

Excrucia Aquila, donec lachrymas effundat, & Leo debilitetur, ac mortem lachrimando oppetat. Huius sanguis thesaurus est terrenus, cum lachrimis Aquilæ  conjunctus. Hæc vero animalia invicem deglutire & occidere, mutuoque amore sese prosequi solent, & proprietatem ac naturam Salamandræ induunt.”

Studiare & Praticare, con gioia … perché Alchimia è Scienza della Natura, e non v’è scientia se non studi prima & pratichi durante. Ah, la Terra Durantina, il Cipriano Piccolpasso, … e Gualdi, e Fulcanelli.

Terra Durantis , da I tre libri dell' arte del vasajo, ... - fine 1500

Terra Durantis , da I tre libri dell’ arte del vasajo, … – fine 1500

Qui, il Croissant aqueo è il Metauro, cioé un meta-oro, che non è evidentemente oro. Ma torno ad res, per risparmiare agli arcieri bardati la solita trita freccia…

Se Basilio Valentino è stato il risultato di un’arguta operazione di supporto ad una coraggiosa utopia del XVII secolo, quando si mirava alla condivisione della Prisca Sapientia, e se per sfuggire al doppio fanatismo che dilaniava l’Europa si progettava un’ulteriore utopia da far ri-vivere in un New World, temo che si dovrebbe riflettere a lungo – tra fratelli veri e non solo patentati – su cosa potrebbe esser più utile per preservare oggi ‘quella’ Prisca Sapientia. E renderla condivisibile. Siamo in identici tempi oscuri, come sempre facciamo accadere.
Studio e Pratica sono gemelli indispensabili nel cammino di Conoscenza, e le briciole di Petit-Pouce debbono essere ben riconoscibili, ben evidenti per chi si incamminasse domani nel Bosco Incantato, briciole della medesima, unica sostanza: Lux è senza dubbio Obnubilata, ma mai divisa, mai dispersa, mai lacerata, mai etichettata, mai occultata nel nomen di un ipotetico primato. Non lo è mai stata, nemmeno durante la Guerra dei Trent’anni…

E so già che si risponde, ovunque: “io” sto facendo questo&quest’altro, del mio meglio. Di più, non possum; rivolgiti a quell’altro. Già, davvero … Forse per questo il Major Grubert, borsone in mano, si avvia correndo verso l’Isola-che-non-c’è. Moebius avrebbe potuto aggiungere un bel ‘Ma va là…a chi la racconti?‘, ma siccome è Franco e sognatore, manda il muto Arzak ad informare il buon Maggiore che esiste un altro mondo, dove c’è un altro modus….chissà se sarà vero, no?

Così, ho capito che il mio romantico desiderio di veder Alchimia finalmente condivisa e aperta e affratellata secondo l’unica legge dell’antica origine è pura utopia: l’uomo ama appropriarsi di ogni cosa che possa servire a proteggere l’orticello suo, stabilendo addirittura la proprietà privata. Che, guarda caso, non esiste sull’Utopia di Sir Thomas. Alchimia, la Grand Dame, non appartiene ad alcuno, essa – tout-simplement – “É”.
Siamo sempre poveri uomini, e ci sediamo – ben al chiuso, s’intende – sul cuscino confortevole del ‘io-sono’.

Eppure, la Dama insegna proprio altro.

Et pourtant, mi pare che Utopia sia un’ indispensabile postura di chi cerca davvero, tanto più in Alchimia; mi rendo conto che il ‘ragionamento’ lineare non pare, ma siccome il non-luogo scuro, piuttosto Croissant, è adornato dal fiume Anyder, di cui si indica la Fons e l’Os … beh, non posso che rallegrarmi del nuovo viaggio del Britannico Major … del resto ‘Morus‘ è il Fou, e le cose van fatte comme-il-faut.

Tanto dovevo, così è (se vi pare), salutando indistintamente …

Un tout-petit grain de Sel…Extremus

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , on Wednesday, November 30, 2011 by Captain NEMO

In extremo judicio mundi, per ignem mundus judicabitur, ut quod prius à magistro ex nihilo factum, rursus per ignem redigatur in cinerem, ex quo cinere Phoenix tandem pullos suos produceret: nam in ejusmodi cinere latet verus & genuinus tartarus, qui solvi debet, & post solutionem ejus, sera fortissima conclavis regii aperiri potest

Queste parole di Basilio Valentino sono tratte dalla Chiave Quarta del suo famosissimo trattato sulle Docici Chiavi (in Musaeum Hermeticum, Francofurti, 1677 – Practica, cum Duodecim Clavibus et Appendice, de Magno Lapide antiquorum Sapientum, scripta & relicta).

Eugéne Canseliet, esperto latinista, le tradurrà – nel 1956, in Les Douzes Clefs de la Philosophie, Les Editions de Minuit – come segue:

Au dernier jugement du monde, par le feu, le monde sera jugé, afin ce qui fut primitivement fait de rien par le Maitre, au rebours, par le feu, soit réduit en la cendre de laquelle, enfin, le Phénix créera ses petits. Car, semblablement, dans la cendre, est caché le tartre vrai et naturel qui doit etre dissous. Après la dissolution de ce tartre, la puissante serrure de l’appartement du Roi peut etre ouverte”.

A sua volta, Paolo Lucarelli, le tradurrà in italiano – nel 1998, in Le Dodici Chiavi de la Filosofia, Ed. Mediterranee – così:

Nel giudizio finale del mondo, il mondo sarà giudicato per mezzo del fuoco, perché ciò che prima fu fatto dal nulla dal Maestro, sia di nuovo ridotto nella cenere da cui la Fenice infine creerà i suoi piccoli. Perché in modo simile, nella cenere sta nascosto il tartaro vero e naturale che deve essere dissolto. Dopo la dissoluzione di questo tartaro, la potente serratura dell’appartamento del Re può essere aperta”.

 Il buon Maitre di Savignies aggiunge una caritatevole nota, indicando che il passo parla della “preparazione di uno dei componenti l’aggiunta salina (in Canseliet: adjuvant salin) che, all’inizio della Grande Opera, entra in azione mescolata intimamente ai due protagonisti minerali”.

Gli alchimisti operativi sanno che si avvicina una fine dei tempi, ed ho pensato che quel riferimento di Basilio all’ extremo judicio potesse avere una qualche consonanza con il senso di pacifica urgenza avvertita. Quell’extremo può valere molto: non soltanto come ultimo, finale, ma anche come ciò che sta alle estremità di un asse. Molti ricorderanno l’accorato avvertimento di Fulcanelli sulla fine dei tempi, il Bouleversement di Canseliet, che può forse suonare anche come un versare – per inclinazione – da una sfera. Come spesso ricorda l’onestissimo ma perfidissimo Philalethe, tutti prendono alla lettera le parole dei Maestri, dimenticando che sotto il velo delle parole – limite umano scontato – essi celano, con Amore e per Amore, il cenno indispensabile per ritrovar la Stella. Extremus viene da Exterus, di cui è il superlativo: si tratta di ciò che è fuori, vale a dire di quel che è più fuori. Exterus, a sua volta, è composto dalla particella Ex, fuori, e da Terus, dal verbo Tero, che ha il senso di pestare, triturare, polverizzare. L’estremo suona forse più chiaramente, e la sua localizzazione assiale può aiutare il Cercatore.

 E’ certo giusta e perfetta l’indicazione operativa aggiunta da Canseliet in nota: ma mi chiedo se non si possa trattare anche d’altro, ferma restando l’acuta corrispondenza con alcuni lavori preparatori; quell’accenno al tartaro vero e naturale, oggi, commuove; come a dire che c’è dell’altro, oltre il tartaro. Faccio notare che Lucarelli traduce correttamente quel soit réduit en la cendre di Canseliet con sia …ridotto nella cenere. Nell’italiano parlato si dice generalmente ridurre in cenere, con il senso di incenerire. La cosa pare, in questo piccolo e bizzarro contesto, diversa, visto – fra l’altro – che nell’italiano è scomparsa la seconda ripetizione del per ignem di Basilio, presente anche in Canseliet come par le feu. A seguire questo mio personale filo di follia, pare di dover concludere che è solo la cosa che sta nella cenere che – eventualmente – potrà ricevere il nomen di verus & genuinus tartarus.

 Et alors, di che cenere si starebbe parlando?

Dopo un debito, quanto evidentemente consequenziale, ammonimento sulle proprietà della Calce, Basilio prosegue il suo discorso:

Basilio Valentino - Clavis Quarta

Basilio Valentino - Clavis Quarta

Il passo viene tradotto da Lucarelli – che legge Canseliet – come segue:

 “Se una cosa è ridotta in cenere e trattata secondo l’arte, da se stessa libera il proprio sale. In modo  che nella dissezione di questo sale tu possa conservare separatamente il solfo e il mercurio e poi rimetterli nuovamente nel loro sale, secondo l’esigenza dell’arte. Grazie all’azione del fuoco, questo sale potrà allora divenire quello che  era stato prima della sua distruzione e dissezione. I saggi di questo mondo considerano questo stoltezza e lo ritengono cosa vana, definendola una nuova creazione, che non è permessa al peccatore davanti a Dio. Non comprendono che questa creazione era prima e che l’artista ha almeno dimostrato la propria qualità di maestro col seme di natura e il suo aumento“.

Questa volta in cinerem viene tradotto con in cenere, temo con gran ragione. L’operazione qui descritta è molto interessante e fondamentale: si tratta di comprendere cosa sia la dissezione (anatomia) del sale e come estrarre lo Zolfo ed il Mercurio del sale (ohibò), cosa che ovviamente non viene rivelata. Come le Stelle in Cielo e nell’Opera sono tante – lo si diceva in un commento nel Post precedente – anche i sali sono numerosi. E’ bene ricordarsene.

Le mie, beninteso, sono riflessioni a Cielo aperto e non posso che accingermi a verificarle: in Laboratorio, l’unico banco di prova dell’alchimista. Però…come non sorridere in mezzo a questa banda di amorevoli bambini …così Foux?

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