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Notre Dame de Paris: Fulcanelli e la Cattedrale

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , on Tuesday, April 16, 2019 by Captain NEMO

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La più forte impressione della nostra prima giovinezza – avevamo sette anni – quella di cui conserviamo ancora un vivo ricordo, fu l’emozione che provocò nel nostro animo di bambino la vista di una cattedrale gotica. Ne fummo subito sopraffatti, estasiati, colmi d’ammirazione, incapaci di sottrarci al fascino del meraviglioso, alla magia dello splendido, dell’immenso, del vertiginoso, che sprigionava quest’opera più divina che umana.
Da allora la visione si è trasformata, l’emozione resta. Se l’abitudine ha mutato il turbamento improvviso del primo incontro, non abbiamo mai potuto liberarci da una specie d’incanto di fronte a quei bei libri di immagini innalzati sui nostri sagrati, che estendono sino al cielo le loro pagine scolpite nella pietra.

In quale lingua, in che modo potremmo esprimere la nostra ammirazione, testimoniare la nostra riconoscenza, i sentimenti di gratitudine di cui il nostro cuore è colmo per tutto ciò che ci hanno insegnato ad apprezzare, a riconoscere, a scoprire, questi capolavori muti, questi maestri senza parole e senza voce? …

“… Se il raccoglimento sotto la luce spettrale e policroma delle alte vetrate, e il silenzio, invitano alla preghiera e predispongono alla meditazione, d’altra parte l’apparato, la struttura, l’ornamentazione emanano e riflettono, nella loro straordinaria potenza sensazioni meno edificanti, uno spirito più laico e, ammettiamolo, quasi pagano.
Vi si possono distinguere, oltre all’ardente ispirazione nata da una fede robusta, le mille preoccupazioni della grande anima popolare, l’affermazione della sua coscienza, della sua volontà, l’immagine del suo pensiero, complesso, astratto, essenziale, sovrano.

[Fulcanelli, Il Mistero delle Cattedrali – Ed. Mediterranee, Roma – 2005, p. 59-60]

La ‘Stryge’

Du Feu & du Sel … un viaggio.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , on Tuesday, January 1, 2019 by Captain NEMO

Il Capitolo Settimo dell’Alchimie expliquée sur ses textes classiques – edita da Eugène Canseliet nel 1972 – è intitolato ‘Le Sel des Philosophes‘, ed è uno dei brani più interessanti per chi studia e pratica Alchimia. In tutta evidenza, se è chiaro che anche Canseliet ha sempre sostenuto che lo studio dei buoni testi fosse indispensabile per un proficuo supporto all’esperienza del Laboratorio, è altrettanto chiaro che ciò di cui ha voluto parlare non è certo da prendere alla lettera, come è usanza per chiunque abbia una qualche dimestichezza con il metodo con cui Conoscenza ed esperienza vengono condivise e trasmesse a chi percorre la stessa Via operativa. Torniamo al Capitolo Settimo: il titolo chiarisce che l’oggetto delle considerazioni dell’autore non è in alcun modo il sale comune, ma il ‘Sale dei Filosofi‘, che è – nei fatti – l’attore principale del semplice processo alchemico. Di più: quel ‘Sel‘ di cui parla il Maitre de Savignies non è – e molti ne rimarranno forse sorpresi – nemmeno quel composto chimico che risultasse dalla reazione tra il tartaro e nitro; pur curioso nelle sue qualità, per chi le avesse sperimentate all’Opera, esso è ben lontano da quel  ‘Sel des Phiosophes‘ di cui parlava più di quarant’anni fa Canseliet. Certo, da assiduo sperimentatore quale era – una appassionata assiduità di cui il famoso processo sulla surfusione del piombo ne fu la prova provata – avrà senza dubbio inizialmente ritenuto che quella unione ‘ana‘ potesse essere preziosa: in effetti, la necessità di buoni ‘fondants‘ lungo la via spagirica dei metalli, mostra  all’Artista attento – nel corso della pratica ripetuta centinaia di volte – degli indizi che potrebbero risultare estremamente utili nel corso dei propri studi e delle proprie esperienze: ma occorre un profondo senso dell’osservazione sperimentale , una passione radicata nella Conoscenza della Teoria Alchemica – la quale è Scienza e Arte dei processi della Creazione della Materia, e non certo una tecnica soltanto, banalmente, trasmutatoria mirata all’ottenimento di una o più Pietre – e una abitudine costruita negli anni a verificare sempre nella pratica quella Teoria, più antica del nostro mondo. Nel corso del proprio cammino di studio e pratica l’Artista modula e raffina sia la tecnica che l’operatività: e si accorge che il famoso monito ‘Una Res, una Via, una Dispositione contrasta talvolta con quel che sta cercando di mettere in pratica: e qui, la riflessione, la meditazione profonda sui testi e sui propri appunti di Laboratorio – oh, quanto preziosi -, si rivela – talvolta – esiziale; l’Artista deve studiare Madre Natura nel suo più intimo procedimento della Creazione, e – per l’appunto – è quella peculiare substantia che chiamiamo ‘Sel’ che svolge il ruolo chiave in Creazione negli Universi; e dunque, nel crogiolo alchemico posto nel forno. Quel Sale ha ricevuto una miriade di nomi, frutto dell’acume e dell’ingegno di chi ha studiato e praticato lungo quella Via. Canseliet ne ricorda molti ai suoi lettori: personalmente, credo che sia corretto parlarne come il ‘Sel de Pierre‘, meglio ancora come il ‘Primum Ens dei Sali‘ di Philalethe; più che il nome, quel che conta davvero è la sua funzione, poiché è la funzione di una substantia ciò che la caratterizza nella Creazione di Materia, sia essa in accadimento all’interno di una stella o nel crogiolo alchemico: se l’Artista volesse cogliere meglio quel che cerco di spiegare (perdonate, facile non è spiegare! … direbbe Yoda), quel monito capitale ‘Una Res, Una Via, una Dispositione potrebbe render conto del fatto – sperimentale! – che una stessa sostanza usata in contesti operativi diversi svolge una funzione diversa. Naturalmente non sto parlando di chimica, né di fisica; ma di Alchimia e di Physica, che oggi – chissà perché – nessuno ama più studiare; figurarsi sperimentare.

Prima di proseguire, credo utile esaminare meglio quel Capitolo sul ‘Sel des Philosophes‘, anche alla luce di quanto riportato in un commento del mio Post sulla curiosa medaglia coniata da Herr Friedrich Kleinert (qui), il quale era un appassionato alchimista in quel di Nuremberg, cui il giovane Leibnitz si rivolgeva con una certa riverenza. L’emblema che ha attirato l’attenzione di Madame Compostellae a quanto scritto dall’ottimo e sagace Fra’ Cercone figura per l’appunto all’interno del Capitolo Settimo ed è – secondo quel che scrive Canseliet – ‘La petite vignette, qui éclaire le titre de l’admirable Traité du Feu et du Sel’ di Blaise de Vigenère; eccola:

Traicte du Feu & du Sel – 1642

Il trattato in cui figura la famosa vignetta fu pubblicato nel 1642 a Rouen; tutti conoscono la giusta passione di Canseliet per l’Editio Princeps di un trattato antico; ma questo famoso e ottimo trattato, ritrovato dopo la morte di de Vigenére, fu in realtà edito per la prima volta nel 1618 a Parigi, e questo è il suo frontespizio:


Traicte du Feu & du Sel – 1618

Probabilmente Canseliet scelse la ‘Derniere Edition reueuë & corrigee‘ perché gli era utile per ciò che intendeva esporre a proposito del ‘Sel’; l’emblema dell’edizione del 1642 raffigura il putto-parvulo con una mano che tiene un nastro che sorregge la pietra squadrata, mentre con l’altra indica il Re tra le nubi aperte (si deve notare che questa sua mano destra è ‘alata’); il putto è in piedi su una sommità erbosa, cui fa da sfondo uno specchio d’acqua, con un albero radicato su un promontorio sulla destra di chi guarda. Il motto recita ‘Paupertas summis ingeniis obesse ne provehantur‘, e viene tradotto da Canseliet come ‘La pauvreté nuit aux meilleurs étudiants, de sorte qu’ils n’avacent pas‘. Ai quattro angoli figurano i tre gigli di Francia, una croce greca, il quatre-de-chiffre dell’incisore, e l’Agnus Dei. La didascalia della Pl. XIII recita: ‘Que des confidence Blaise de Vigenère n’aurait pas faites, dans son traité inestimable, qu’il gardait pour lui seul, s’il avait pu prévoir que cet ouvrage fut tout de suite trouvé après sa mort. Ce petit cartouche de titre est assez éloquent du lieu, inaccessible à l’ordinaire, d’ou l’alchimiste reçoit son sel et son feu Philosophiques et secrets.‘.

Se l’Artista volesse esaminare la vignetta del’Editio Princeps del 1618, osserverebbe un uomo-pastore, inginocchiato e forse pregante, posto a sinistra di un ara sacrificale su cui un agnello arde in un fuoco che lo avvolge, il cui fumo sale verso le nubi dalle quali, aperte in due, appare un piccolo Re coronato e radiante; l’altare reca sulla faccia frontale una stella a sei punte (con due lambelli), nel cui centro è raffigurato il simbolo del Mercurio, il tutto ambientato in una campagna bucolica, con ovini che brucano l’erba e quel che sembra una fascina accanto al sacrificante. Il motto recita: ‘Sacrum pingue dabo nec macrum sacrificabo.‘. Si tratta evidentemente di una rappresentazione del sacrificio al Signore da parte di Abele (si noti che il motto, se letto al contrario, rappresenterebbe quello di Caino), ma quel ‘mercurio’ non dovrebbe far parte di questa iconografia biblica. De Vigenére, diplomatico e famoso crittografo, morì nel 1596 e la vignetta dell’ Editio Princeps del 1618 di Parigi fu scelta da Françoise de Louvain, la vedova di L’Angelier, il quale si chiamava Abel; entrambi i coniugi Angelier erano appassionati editori alla corte di Parigi, ma che dire di quel simbolo?

La ‘Derniere Edition‘ del 1642, quella segnalata da Canseliet, fu edita a Rouen da Jacques Caillou(e): ma – forse – Canseliet ritenne di non parlare dell’Editio Princeps per motivi suoi; questo metodo di ‘dire e non dire‘, ‘guarda qui e non là‘, che fa disperare i neofiti – e che induce molti a pensare che i testi non siano degni di esser studiati – venne naturalmente adottato anche da Canseliet (e non solo in questo suo testo del 1972), il quale – ovviamente – scrive nel Capitolo Settimo: ‘A livello sperimentale gli alchimisti mantennero nei riguardi del sale una discrezione impenetrabile e feroce‘. Fu anche questo metodo, assieme alla ‘pelosa’ venerazione da parte della sua corte di contemporanei francesi, che in qualche modo infastidì il giovane ed inesperto Jean Laplace, il quale – al contrario del maestro – non amava i troppi orpelli, le troppe trappole-per-gli-ingenui, che impedivano ai giovani di avvicinarsi all’Alchimia; sed de hoc satis.

Dopo De Vigenére, il buon Maitre de Savignies sostenne il suo discorso con brani tratti da Altus, Basilio Valentino, naturalmente Fulcanelli (in questo contesto, da Le Dimore Filosofali), Sethon, Sendivogius, Lemery, De Saint-Didier, De Copponay de Grimaldy, Digby, Crassellame, Philalethe, Gosset, et alia. In effetti, l’argomento meritava queste citazioni preziose, nel tentativo più che caritatevole di fornire allo studente innamorato una messe di spunti da approfondire, di aspetti su cui meditare. Si tratta, senza dubbio, di uno dei capitoli più belli, importanti e preziosi del libro del 1972, ed il cui valore è di primissimo piano. Tuttavia, proprio perché Canseliet va studiato – come ogni autore – cum grano salis, proverò a segnalare alcuni passi che magari appaiono scontati, ma che sono a mio avviso piuttosto utili alla ricerca del bandolo della matassa che avvolge quel benedetto ‘Sel des Philosophes‘:

… il sale appare costituito in parte di sostanza fissa, in parte di materia volatile. Si sa, in chimica, che i sali, formati da un acido e da una base, rivelano, nella loro decomposizione, la volatilità del primo così come la fissità dell’altro. Poiché il sale partecipa nel contempo del principio mercuriale per la sua umidità fredda e volatile (aria) e del principio solforoso per la sua secchezza infuocata e fissa (fuoco), serve dunque da mediatore tra i componenti solfo e mercurio del nostro embrione.“.

La citazione chimico-fisica – tratta da Fulcanelli, Les Demeures Philosophales, tome II, p. 82 – merita che si sottolinei: la ‘sostanza fissa‘ e la ‘materia volatile‘, poi l’inciso ‘nella loro decomposizione‘, e la presenza contemporanea di un’aria cui soggiace un’acqua, e di un fuoco cui soggiace una terra. E ci si ricordi che chimica e Alchimia non hanno nulla da spartire: non tutto è quel che sembra. Inoltre, si dice qui – in questo contesto! – che il sale ‘serve‘ da mediatore tra zolfo e mercurio ‘del nostro embrione‘.

La confusione è molto più difficile da dissipare, quando i Filosofi considerano il sale che corrisponde al terzo principio, nell’intimo stesso del minerale o del metallo. Cosicché il neofita non dovrà sperare, come la logica sembrerebbe autorizzare a tutta prima, che sarà informato sulla sostanza che esaminiamo dal Trattato del Sale di Alexander Sethon. La discriminazione pretende sicuramente tempo e sforzo.“.

Questo è un aspetto cruciale: si parla qui di una ‘cosa’ che è nell’intimo di qualcosa, sia quest’ultima minerale o metallo; intimo è ‘in-tumus‘, ciò che “è” più-che-dentro. Non appare; e per dargli eventualmente  ‘parvenza’ occorre il tempo e lo sforzo.

Segue poi la descrizione del sale da parte del Cosmopolita:

… ce précieux Sel blanc comme neige, qu’il puisse puiser l’eau vive du Paradis, & qu’il puisse avec icelle préparer la teinture Philosophique …“.

Canseliet avvisa che tale indicazione sarà utile a chi abbia già conoscenza della fontaine du sel !

Segue – dopo la famosa frase ‘Notre sel, ou, si l’on préfère, notre fondant, est double parce qu’il est physiquement composé de l’addition ana de deux sels différents …‘ – la citazione dal Mutus Liber delle tavole VIII e XI con i simboli del tartaro e dell’ammoniaco-harmoniaco; poi: ‘Il figlio della scienza noterà che il triangolo e i suoi tre steli lanceolati, che esprimono la feccia del vino solidificata, designano anche lo zolfo filosofico, così come d’altra parte mostra la tavola presa dal Course de Chymie di Nicholas Lemery.‘ (mia traduzione). Ecco la tavola in questione:

Lemery, Course de Chymie, 1756

A seguire: ‘Ce n’est sans doute pas pour rien, que notre salpêtre fondu – sal petræ, sel de pierre – en sa blancheur d’émail, est appelé le cristal minéral .. Mais l’alchimiste n’ignore plus, que notre adjuvant salin, notre médiateur, est constitué du mélange de deux composés oxygénés, lesquels sont, par là même, le feu des sages..‘. Paolo traduce giustamente quel salpêtre come salnitro, ma può valer la pena riflettere oltre. Inoltre, cos’è uno smalto? E, sempre scansando la chimica, perché si parla di ‘ossigenato’? Come si ‘ossigena’ in Alchimia? Dice inoltre Canseliet, che è proprio per questo artificio  che quei due composti – opportunamente mescolati – ‘sono’ … il fuoco dei saggi (!). Consiglio di non saltar subito alle conclusioni, sebbene anche questo sia un punto cruciale, molto caritatevolmente posto in non-evidente-evidenza.

E poche righe prima della notissima citazione di Limojon sulla ‘natura della calce’ di questo fuoco, Canseliet afferma che l’artista lo dovrà conservare ‘… così come l’avrà estratto dal mezzo che lo ha generato, con la più grande diligenza.‘. Sottolineo il ‘mezzo che lo ha generato.‘.

Si passa poi al magnifico testo di de Copponay de Grimaldy, con il famoso brano sul Nitro celeste, le cui frasi si riferiscono, scrive Canseliet, ‘au premier aidant salin‘.

Segue poi l’altrettanto famoso brano sul Salium Ens Primum di Philalethe, dove giustamente Canseliet avverte della onestà delle affermazioni dell’Adepto Inglese, a dispetto dell’assurda frase sulla relazione tra calore esterno ed interno.

Stabilito che si è che il nitro possa essere arricchito con il suo isomero celeste, si passa poi al secondo composto; ancora Limojon ed il Cosmopolita per indicare che è dalla nostra rugiada che si può trarre il Sal petra Philosophorum, fino ad arrivare alla auspicata conclusione: il Vitriol des Philosophes.

Qui, credo che l’avvertimento sia d’obbligo: non tutto è quel che sembra. Per andar dritto, talvolta occorre una curiosa deviazione. Impercettibile, ma esiziale.

Terminata questa escursione sul Capitolo Settimo, della cui lunghezza mi scuso, ma che spero possa essere di una qualche utilità per chi cerca con cuor allegro e privo dei soliti pregiudizi, torno alle considerazioni di Madame Compostellae: concordo che quell’emblema sia coerente con quanto raffigurato sul verso della medaglia di Herr Kleinert; mentre la invito a considerare ancora una volta il contesto dell’operatività suggerita tanto dalla medaglia che dalle due (due) curiose vignette di cui ho tenuto a parlare, le ricordo che quel putto dell’emblema del 1642 non è alato: è la mano destra ad essere alata e indica l’alto, mentre l’altra è per Natura appesantita dalla gravitas di quella ‘cosa’ (lei dice che è salina?  … uhm; forse sì, forse no; dipende, per l’appunto dal contesto funzionale). Chi è davvero alato è quel tipo tra le nubi dell’emblema del 1618, che è d’altro canto rappresentato in alcuni emblemi (in altri testi, non alchemici) pubblicati dall’atelier L’Angelier sia come un angioletto che come un piccolo re; é da notare quel ‘mercurio’ sull’ara di Abele (è qui che si dovrebbe esclamare “così in alto, come in basso“, forse). E se non si può che sorridere divertiti dal fatto che l’editore parigino si chiamasse proprio L’Angelier, come si fa a non pensare a Lancillotto? Si rilegga lo straordinario Chevalier de la Charette di Paolo, e non dimentichi che la famiglia di Lancillotto, che fu un vero personaggio dell’epoca di Arthur of Britain, si nomava de l’Acs, da cui il banale nome di Lancillotto del Lago; e che l’acqua di cui si parla, e che figura anche nell’emblema del 1642, è un’acqua-che-non-bagna-le-mani, pur essendo lo ‘speculum‘ sia il contraltare terreno del Cielo che quello dei Saggi, dove, secondo Sethon, l’Artista può contemplare – con riverente meraviglia – ‘la Natura’.

Mi permetto poi, di ringraziare ancora una volta il sornione ma fraterno Fra’ Cercone per la sua precisissima indicazione nella sua traduzione dei motti della medaglia di Herr Kleinert.

Dimenticavo: va da sé che consiglio vivamente di leggere e poi studiare al meglio il Traitcté du Feu et du Sel: tra le tante perline degne di nota ne ho scelto una; De Vigenére l’ha presa come punto di partenza del suo scritto e – dal Vangelo di San Marco – suona così:

Tout homme sera sallé de feu; & toute victime sera sallé de sel.

Primavera 2018

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , on Wednesday, March 21, 2018 by Captain NEMO

Sakura

Mentre fuori piove, nevica, soffia il vento freddo, i Cuori degli Innamorati – dentro – sono caldi e sintonizzati sul maestoso orologio cosmico, che gli Antichi conoscevano e vivevano meglio di noi.

La stagione è propizia ed i Fucohi silenziosi si sono accesi in piccoli Laboratori, sparsi, pronti all’abbraccio; sono dei Foux gli alchimsiti, e sono dei bimbi; guardano il Cielo con gli occhi dell’abbandono alla grandezza di Madre Natura, ed il fiammifero accende la Lampada fedele, sull’accordo del primo giorno di Primavera.

E’ un gesto che ripetiamo ogni anno, come ogni Cercatore ha fatto e farà: in silenzio, in umiltà, con Gioia fraterna, grande. Con un sorriso sereno.

Che il Cieo, gentile, protegga chi viaggia nel Bosco Incantato della Dama!

Il Sogno dei Filosfi

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, March 7, 2018 by Captain NEMO

Se un lettore si imbattesse in un libro titolato Il Sogno dei Filosofi, e considerasse il sottotiolo ‘dall’Hylè di Aristotele alla Materia Pura di Severi-Pannaria, ovvero, La Fisica alla luce della Filosofia Perenne‘, potrebbe non accorgersi di avere di fronte a sé una rara opportunità; nel panorama di oggi è ben difficile leggere un testo che abbraccia con perizia e dovizia l’argomento periglioso della Materia in una Manifestazione; certo, vi sono fior fiore di opere di filosofi gallonati, di scienziati rinomati, di divulgatori di vario ordine e grado, di experiti con blasone e medaglie, di Soloni sapienti, e via dicendo.

Ma questo lavoro di Claudio Cardella e Stefano Costa offre con grande coraggio una visione nuova, consistente e intelligente, dell’evento più misterioso ed appassionante che ci sia:

cosa è Materia?, e … come ‘funziona’?

Da uomini di scienza, ma anche – e forse, soprattutto, onesti e leali Cercatori – l’approccio dell’impresa è quello di mettere sul tavolo lo stato attuale delle nostre idee, dei limiti intellettuali, filosofici ed oggettivi, e coniugare più fil-rouges che diano modo al lettore di comprendere il modello teorico proposto: Aristotele, le immani contraddizioni della Fisica moderna, gli echi solidissimi dei Filosofi antichi, le dizioni e contraddizioni dei paradigmi teologici disponibili, e la genialità del modello di Francesco Severi e Francesco Pannaria. Il risultato è un libro di respiro amplissimo, pur nella naturale difficoltà dell’argomento e delle argomentazioni, che illumina una serie di aree scientifiche e filosofiche essenziali per la comprensione dello scenario (ancora una volta, immane) proposto. Una miglior esplorazione di quelle aree potrebbe essere foriera, nel tempo, di nuova Conoscenza, e di una consonanza con il processo con cui Natura opera sempre. Quella Conoscenza non implica né potere, né controllo, i quali sono di fatto i valori tossici di questa nostra civiltà; implica, al contrario, rispetto ed uguaglianza, merce rarissima oggidì.

Va da sé che il mio interesse per Il Sogno dei Filosofi, oltre alla fraterna amicizia che mi lega a Claudio Cardella, è dovuto alla ricerca alchemica, ed ai risultati osservabili che il Laboratorio riserva a chi si toglie dalla testa la stolidità del pre-giudizio: l’Alchimia è l’aspetto pratico di una sensata e libera osservazione della Natura, poggiata sulle antiche  fondamenta della Filosofia Naturale. Leggendo il libro ho sorriso molte, molte volte ripensando ai ‘fatti’ che accadono in Laboratorio; ed alle conseguenze inevitabili di tali ‘ritrovamenti’. E di quanto lontani dalla Natura siano oggi la cultura della Scienza, i vari circoli esoterici e compagnia-bella, il modello sociale corrente, e – purtroppo – la nostra privata consapevolezza. Persino la piccola nicchia degli alchimisti, qui e altrove, ha perduto lampada, occhiali e bastone. Nonostante il ben conosciuto monito Dantesco, siamo solo dei poveri Bruti.

L’impianto del libro è senza dubbio complesso, come la materia richiede; l’esame razionale di quanto scritto è naturalmente ugualmente complesso, e al lettore è richiesta una non risibile padronanza dei temi scientifici di base esposti, ma anche della curiosità – quasi l’emblema del Cercatore – di consultare le tante fonti dei temi filosofici a sostegno, e la capacità non comune di elaborare un modello naturale ben diverso da quanto scuole ed accademie oggi passano per oro colato. Ma le opportunità di studio offerte dal libro sono outstanding: e meravigliose, se solo uno seguisse la rotta.

Parafrasando me stesso: … sono dei Ribelli i due autori? Mi par proprio di sì.

Il modello che prende forma man mano che procede la lettura è un oggetto semplice ed ingombrante: praticamente nessuno dei ‘sacri teoremi’ della Fisica moderna regge, ed emerge una visione nuova, animata da una logica più onesta e utile; la quale è oggi indispensabile per comprendere cosa sia Materia e come essa operi. La teoria del Principio di Scambio di F. Pannaria (si leggano, con calma ed attenzione le Memorie Scelte, qui) pare provenire da un altro mondo, tanto è semplice e chiara, rispetto alle attuali ‘trovate’ di chi asserisce di aver la patente-a-spiegare-come-stanno-le-cose (e non solo quelle scientifiche, ma pure alchemiche!). Certo, lo ripeto, il solo affacciarsi di tale semplicità, di tale efficacia nel descrivere il percorso della Materia nel suo eterno divenire (continuato nel discontinuo), genererà immediatamente steccati, palizzate, distinguo, reproches, e ignorante arroganza. Forse, però, qualcuno inizierà a studiare; scenderà dal suo piccolo palco umano, e si metterà in cammino verso Lux ed Amor, unici Agenti di Creazione in ogni universo. Dice: e Dio ? … rispetto chi vuol porsi la domanda e vuol darsi la sua risposta; non so dire, tuttavia, se si chiami davvero Dio, ma nel Bosco di Madre Natura si odono canti e si scorgono luci che parlano di semplicità ed amore. Sed de hoc satis.

A proposito del modello Severi-Pannaria, il lettore certo ricorderà che l’Accademia dei Lincei – che conserva gran parte dei manoscritti iniziali di Severi sulla Materia Pura e sui suoi sviluppi seguenti – appose ‘con un asterisco’ la seguente dicitura in calce alle Memorie:

I Soci Nazionali  della Sezione di Fisica dell’Accademia, a conclusione di lunghe discussioni avvenute tra loro, e col compianto Socio Severi, sul contenuto della Memoria [Nota] …, si accordarono, il 14 Novembre 1961, per accompagnare detta Memoria [Nota] con la dichiarazione seguente:

‘I Soci Nazionali Amaldi, Bernardini, Carrelli, Ferretti, Occhialini, Persico, Perruca, Polvani, Wataghin, desiderano render noto che essi non condividono quanto è espresso nella Memoria [Nota] del Socio’.

Ecco, questo è un esempio di quanto volgare, miope e dogmatica – terribile a dirsi in un contesto di ricerca veritiera – possa essere la visio del mondo accademico, così noiosamente auto-referenziale. Per non dire inelegante, visto che all’epoca ‘il Socio Severi’ stava per lasciare questo mondo.

Il Sogno dei Filosofi (edito da Lulu, acquistabile qui) val la pena di essere ben letto, con assoluta calma e con estremo impegno: l’argomento lo richiede; poi, andrà letto ancora, e poi studiato, a lungo. La conclusione? … essa spetta al Cercatore, che adotterà la sua propria postura, sia di sviluppo del proprio studio, sia della propria  ricerca, sia della sperimentazione.

Mi sento tuttavia di avvertire, in assoluta umiltà, e senza volermi in alcun modo sostituire ai due autori, che la verifica sperimentale di tal modello geniale, pur nei suoi limiti naturali, implica l’abbandono totale del metodo scientifico corrente: forse, quando l’accademico cesserà di guardare un alchimista come un povero deficiente, quella agognatissima ‘Teoria Unificata’  vedrà finalmente – negli anni – una sperimentazione più vera, più Naturale; ma quest’abbraccio, temo, non avverrà mai. Il canonico non abbraccerà mai l’eretico. Paradossale, n’est-ce pas ?

Conoscere porta alla Contemplazione della Bellezza suprema, nel silenzio della semplicità.

L’essere umano tende in genere ad altre mete, ad altre utilità.

Il formidabile apparato di analisi, elaborazione e sviluppo contenuto in questo libro merita ogni plauso, ma richiederebbe anche, nel lettore, e ancor più nello studente, una rivoluzione interiore: i mondi, gli universi, le stelle, le creature non sono come li descriviamo, come li vendiamo, come li passiamo ai nostri figli. Accadrà? … chi può dirlo?

Ai due autori va la mia riconoscenza per l’enorme mole di lavoro offerto; al Cercatore appassionato, al lettore di questo libro, al Ribelle all’Imperium del mondo parruccone e bardato in ogni modo e stile, lascio il piacere e l’onere di leggere, studiare e praticare.

Il Sogno dei Filosofi non è una chimera, bensì l’azione nostra – meglio: il nostro mutare; quasi un capovolgimento – verso Madre Natura.

La Joie, nel cuore …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Wednesday, January 24, 2018 by Captain NEMO

È sempre più agevole non pensare con la propria testa. Trovare una piccola, sicura gerarchia, e accomodarsi all’interno di essa. Non cambiare nulla, non rischiare la disapprovazione, non mettere in agitazione i colleghi. È sempre più facile lasciarsi governare.

Ursula K. Le Guin, I Reietti dell’altro Pianeta (Dispossed: An ambiguous Utopia), 1974

Abbiamo l’impressione/illusione di vivere su questo nostro ‘Terzo Pianeta”, ma meglio sarebbe chiamarla mera sopravvivenza. Il risultato di questa postura scialba è sotto gli occhi di tutti: tutto va come va, in modo pessimo, e alimentando sempre più non soltanto la fisica sofferenza, ma soprattutto la speranza di raggiungere – tutti – almeno il ‘buon senso’. É bene mettersi in testa che questa pigrissima postura è sempre stata la ‘firma’ di questa nostra specie di arroganti cialtroni: abbiamo nei secoli creato ed alimentato l’Imperium che costringe, affligge e configge – e continuiamo a farlo, in barba ai vari ‘credo’ libertari, sempre acclamati perchè ‘vai-avanti-tu, che …io poi ti raggiungo‘ -, in un evidentemente maledetto circolo vizioso; nel quale tuttavia, in mezzo alle lamentazioni di Geremia, nulla facciamo per cambiare la rotta e la prospettiva. E lo dovremmo fare, se non altro per chi viene e verrà dopo di noi …

Chi si prendesse la briga di studiare sul serio la Storia, e non leggere per criticare e/o filosofeggiare, facilmente si renderebbe conto di quanto sia surreale e colpevole la scelta di sopravvivere e di al contempo lamentarsi della sofferenza. Gli autori di questa inaudita sofferenza siamo noi tutti, da sempre: persino chi sfoggia saggezza, sia essa conclamata o l’etichetta concessa del consensus accademico – ogni accademia è stata e sarà sempre fonte di guai, o prima o poi; sono i subdoli focolai della ‘malattia del pianeta uomo’ -, ieri come oggi o domani, è correo di questo scempio.

Bene: in questo scenario, che senso ha la lamentazione, il pianto, la disperazione, il rantolo, l’additare l’altro come il colpevole del guasto? A cosa serve? La risposta è facilissima: a nulla; ma l’Imperium ingrassa. E la fila per entrare in quei ranghi di controllo e potere si ingrossa sempre, mentre la bellezza della vita vissuta con impegno luminoso viene calpestata, spazzata via, in pochi attimi di ‘scarponi chiodati’ marca ‘Io solo, sono‘.

Sempre in quella Storia nostra secolare, si vede facilmente che l’Imperium è contrastato talvolta dai romantici Ribelli; Reietti, per l’appunto, scalcinati, folli, fuori dagli schemi; ma ribelli; per prima cosa ribelli al pensiero inoculato con cura che ‘… nulla si può, abbiamo perso tutto, ah, mio Dio … guarda che strazio, guarda come si sono allontanati dalla retta via, guarda come hanno tradito i sacri canoni della legge (in taluni casi la si scrive con la maiuscola: in talaltri con la minuscola; ma sempre ‘sacra’ ha da essere, così fa effetto)’. Ancor più si ribellano, quei Reietti coraggiosi, alla solita trita litania “… Ah, grande Ciaparche Verde, io solo sono l’ultimo vero custode della legge (vide supra), proteggi me che ti voglio bene, e stermina lui che si fa beffe del sacro…!“; e via dicendo.

Chi avesse studiato con efficacia le basi fondanti dell’Alchimia, troverà nei testi una vis poco presente in altre dottrine: l’Alchimista è un Ribelle, è il Foux, per definizione; egli esce dal gregge per scelta consapevole, e combatte la visio che il consensus inculca e vende (e non v’è peggior consensus di quello ammantato dagli ieratici crismi pseudo ermetici; ma c’è di peggio…). Senza dubbio, egli paga il fio di questa scelta, come ogni Ribelle sa. La posta in gioco non è la Pietra Filosofale, non è né possesso, né controllo; la posta è Sophia, l’accesso alla via di fuga dalla vita sciaba e sciupata. E tutti sanno che sono pochissimi quelli che vi siano davvero riusciti. Pochissimi.

“Sufference is a lack of Knowledge”

Credo si debba chiarire che la Queste, l’avventura, non si esaurisce con la ‘fuga’ dal terzo pianeta e dalla sua specie arrogante e stolida: vi sono un mucchio di altre cose dopo, che dovranno essere – more solito – prima studiate e poi praticate. Un Universo ha luoghi immensi e tempi più-che-galattici. La Queste continuerà, con nuovi gradini di Sophia, et alia. Una meraviglia per il Ribelle davvero curioso, per chi fosse sul serio innamorato della Dama e curioso al punto di osare sollevare, nei modi consentiti da Natura, i lembi di quel velo …

Allora, il Ribelle che avesse abbracciato con Force il giusto sogno della Libertà dal brutale giogo dell’Imperium, chi avesse la forza grande del Sogno del Piccolo Principe, o la forza di Peau d’âne, e si impegnasse tanto nello studio che nella pratica, entrambi indefessi, … che se ne potrebbe mai fare delle lamentazioni, dei mugugni, delle ‘Geremiadi‘ che sorgono dai roghi della inevitabile Santa Inquisizione? Tanto più oggi in Alchimia, in cui di tutto avremmo bisogno, tranne che dell’inutile “ … siamo alla fine di un Ciclo. … É il tempo dei falsi maestri …“.

Ancora sorella Storia racconta che è sempre stato così, sempre si è parlato di Cicli che son-lì-lì-per-finire, con moniti apocalittici, e sempre abbiamo avuto i falsi maestri, persino tra i tanti Maestri, proclamati tali o dal consensus di cui sopra o per comodissima pigrizia della nostra arrogantissima specie, ammalata di disamore per Sophia. Anche qui: … non sarebbe tempo di mutare postura?

Non è la tristezza la divisa del Ribelle, sia esso Maitre o povero Ouvrier, non è un ipocondriaco lamento, non è l’invettiva contro tutto e tutti nel nome di un Divino sempre maldestramente adattato alla propria pigra insipienza, non sono patenti o tessere o paludamenti – risibili sciocchezza nel contesto della Force che anima la Creazione – che gli permetteranno di progredire nel cammino faticosissimo verso Lux, non sono le recriminazioni né le bizzarre scimmiottature di figure ieratiche a condurlo per mano, non sono la paura o la tenebra a proteggerlo dalla inevitabile reazione alla tentata fuga, non sono religioni o filosofie o scienze o tecniche avanzate che potranno sorreggerlo di fronte alla maestosità provvida di Madre Natura. Il Ribelle è solo, attorniato a volte da fidati Compagni di Queste. Soli con Madre Natura, tanto quando sono immersi nelle pagine di un buon testo d’Alchima, tanto quando sono indaffarati nei propri Laboratori alchemici, notte per notte, giorno per giorno. Unico punto di riferimento: la Materia alchemica in cottura, ed il proprio Fuoco. Una relazione d’Amore privatissima e sovrana.

La Fratellanza nasce dalla comunanza d’appartenenza: ma anche qui, more solito, non si sta parlando delle varie divertenti ‘parrocchiette’ che abbiamo allestito nei secoli come simulacri di ciò che abbiamo scelto di perdere. L’inganno che abbiamo tutti ordito (persino i Magistri), è più che subdolo, e conduce dritto dritto nelle prigioni dell’Imperium. Ogni ‘parrocchietta’, ogni congrega, sia essa santa o santificata o in odore di ineffabile e sublime santità, decorata dai Symbola abusati, garanzia di una protectio agognata, è la porta-trappola verso quelle lamentazioni, quei tristi e bui rantoli di chi non sa più cosa sia bellezza, letizia, giubilo e – sopra ogni cosa – la Joie.

La Joie della Fratellanza antica, quella che non necessita di alcun ornamento, alcun paludamento, alcuna obbedienza a regole etichettate con abuso tremendo del termine Sacro (è bene studiare, prima, durante, e dopo; cum practica, lo dico sempre), quella che lega ogni creatura in ogni Universo, quella ove Amor regna e mai tradisce, quella che sorregge Terra e i miliardi di luoghi animati dalla vita, quella che arde del Fuoco della Force, dove Natura Regna e non i finti dei di plastica, adattabili alla moda che meglio ci aggrada, quella semplice di un sorriso radioso qualunque cosa accada, persino di fronte a ciò che chiamiamo – stupidamente – ‘morte’, … quella Joie è il signum distintivo di un alchimista onesto, fosse egli un neofita o un esperto.

Quando vedrete Joie in Alchimia, sorridete e camminate.

La vita, in verità, è evento meraviglioso; ed una straordinaria opportunità, da non lasciar calpestare, o trascurare per ammantarsi di un gingillo del Club dei Custodi della tradizione (in questo caso, la minuscola minuscolissima è d’obbligo). Ancor più per chi sceglie di camminare lungo i sentieri della Gran Dama.

A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie.  Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.” (Ursula K. Le Guin, 2014, discorso alla consegna a New York del National Book Award).

Si sostituisca, con rispetto, il termine ‘scrittori‘ con ‘alchimisti‘; ed accanto a ‘tecnologica‘, magari, ‘ed ermetica‘.

 

Epifania: … spigolature nella calza del 2018.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Saturday, January 6, 2018 by Captain NEMO

L’antica festa di precetto fissata al 6 Gennaio nel nostro calendario dista 12 giorni dal Dies Nativitatis, posto dalla Chiesa a sostituire il giorno dedicato alla celebrazione del Sol Invictus.

Come si sa, il termine greco ἐπιφαίνω (‘mi rendo manifesto‘) indica la manifestazione della presenza divina, e – nel culto – è caratterizzata da tre signa: l’Adorazione dei Magi, il Battesimo (nell’acqua!), e il primo miracolo (la trasmutazione dell’acqua in vino durante le nozze di Cana [Giovanni, 2, 1-11]).

Il popolino la celebra come la ‘discesa nel camino della vecchia che viaggia sulla “Saronìs“”, i cui dona prima contenuti in un vecchio sacco, cadono poi sui carboni ardenti (da cui, l’usanza di appendere una calza, nella speranza che l’astuta vecchietta la riempisse).

Il culto Mitriaco – cui gli Imperatores ed i loro soldati si dedicavano più o meno segretamente – è ormai ben conosciuto; il famoso Banchetto Mitriaco è raffigurato in questo bassorilievo presente nel Foro Romano:

Mythraic Banquet - Rome

Mitra è  il Sol Invictus (è quello a destra, in alto), accanto a Sol, che riceve una coppa contenente il sangue del Toro da parte di Cautes; a destra Cautopates punta il fiammante Caduceo alla base di un’ara su cui è raffigurato il Serpente.

Il culto romano avveniva in templi sotterranei, ed al termine del rito appropriato i patecipanti prendevano parte ad una banchetto.

Da una cultura più antica e precedente (forse originariamente Accadica), ecco un bel bassorilievo conservato al Louvre, dove vediamo  raffigurati Aglibol (signore della Luna), Baalshamin, e Malakbel (signore del Sole); Ba’al Šamem (generalmente tradotto come Signore dei Cieli) è qui raffigurato al centro, accompagnato da Sol e Luna (entrambi divinità con ‘aspetto’  maschile); manca qui Bel, la sua controparte.

Nella calza di quest’anno trovo che il termine Saronide era presente anche nell’antico Celtico: il Saronyddion o Seryddion indicava un Druido Astronomo, dal Cimmerico ‘ser‘, ‘seren‘ per ‘stella’ e ‘heni‘ per ‘rendere manifesto’.

Serendipity One

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, August 28, 2017 by Captain NEMO

Pare di gran moda propagandare un mantra, secondo un marketing-pseudoermetico da quattro soldi: “I libri non servono in Alchimia…“. Mi pare – questa – una bizzarra postura scimmiottata da qualche zelante zelota, dimenticando egli che se non vi fossero stati i libri, nessuno – oggidì – avrebbe mai potuto conoscere la semplice esistenza non soltanto dell’Alchimia, quanto soprattutto di un cammino di Conoscenza  ben più antico della nostra civiltà.

Però, siccome la polemica è per sua stessa natura sterile, non c’è da perder tempo con coloro i quali vogliono adeguarsi al rito abominevole che Fahrenheit 451 ricordò, qualche tempo fa.

Sul finir dell’estate, provo ad offrire stavolta, oltre a poche immagini, piccoli brani che potrebbero essere utili a chi studia & pratica l’Arte antica, espressione sperimentale precisa della Phylosophia Naturalis;  quest’ultima, pur negletta persino da chi dovrebbe conoscerla a menadito, ed amarla, è la modalità che Natura dipana per creare Corpi (materiali & spirituali) in ogni ‘verso‘, in perenne donazione disinteressata, in ogni dove ed in ogni quando. Senza nulla chiedere, né obbligando il cercatore ad abbracciare fedi o dogmi di alcun tipo.

La Tradizione è la trasmissione dell’idea dell’essere nella sua perfezione massima, dunque di una gerarchia tra gli esseri relativi e storici fondata sul loro grado di distanza da quel punto o unità. Essa è talvolta trasmessa non da uomo a uomo, bensì dall’alto; è una teofania. Essa si concreta in una serie di mezzi: sacramenti, simboli, riti, definizioni discorsive il cui fine è di sviluppare nell’uomo quella parte o facoltà o potenza o vocazione che si voglia dire, la quale pone in contatto con il massimo di essere che gli sia consentito, ponendo in cima alla sua costituzione corporea o psichica lo spirito o intuizione intellettuale.

Elémire Zolla, in Che cos’è la Tradizione, 1971

Il nostro intelletto, nell’incessante ma vano tentativo di afferrare per intero quella prima ed ultima realtà, non sa far di meglio che costruirsi una rappresentazione logica del mondo, ossia un luogo mentale dove ricercare una spiegazione alla continua mutevolezza delle cose percepite dai sensi. Ma proprio nel corso di questa operazione perde ogni possibilità di abbracciare il mondo in una visione unitaria ed allora, per farsene un’idea, o meglio per formulare qualunque idea, è sempre costretto a separarle. É dunque l’incapacità di accedere direttamente alla sorgente delle idee che ci induce a vagheggiare senza tregua immagini mentali illusorie e prive di veritiera realtà; tale incapacità è la misura più evidente del progressivo degrado del nostro intelletto. É il fio che ancor oggi l’uomo deve continuare a pagare per l’esilio di Adamo dal Paradiso Terrestre. Ne era ben consapevole San Tommaso quando scriveva: «intellectus noster secundum statum praesentem, nihil intellegit sine phantasmate», il nostro intelletto alla stato attuale, non intende nulla senza fantasticare. L’inciso messo in contro corsivo indica chiaramente che non fu sempre così: in epoche remote e ormai dimenticate l’intelligenza ebbe accesso diretto alle idee innate, ma non seppe evidentemente farne buon uso. Le ingiurie inferte dai nostri lontani progenitori alla stessa natura umana, dovettero essere così gravi e profonde da provocare l’ottundimento genetico e la successiva scomparsa di quella prerogativa.

La materia universale è l’unità dalla quale procede, per successive differenziazioni, ogni corpo fisico, nella stessa maniera in cui tutti i numeri, e in particolare i primi quattro, procedono dal numero uno; pur essendo la radice del mondo fisico, la materia universale, in quanto unità, è per sua natura metafisica, e implica in sé i quattro elementi solo in potenza. Gli elementi non possono perciò sussistere ciascuno per sé, ma è necessario che concorrano sempre tutti insieme alla costituzione di ogni corpo- Tuttavia, nel primo composto, nella prima particella elementare, é prevalente la funzione di uno solo di essi, esattamente come nel primo solido geometrico, la piramide a quattro facce triangolari, solo uno dei quattro punti può far funzione di vertice, mentre gli altri tre ne costituiscono la base, e forniscono il necessario supporto. Affinché ciascun elemento possa esprimere la propria funzione, è allora necessario che quattro siano i primo composti, ossia le prime particelle elementari costitutive dei corpi più complessi, e che ciascuna di esse, per immergersi nel flusso della continua mutabilità del mondo fisico, cioè più semplicemente, per interagire, sussista in un rapporto di reciproco scambio elementare con le altre tre.

Claudio Cardella, Stefano Costa, in Il Sogno dei Filosofi, 2017

The side of the Great Pyramid at Giza had an original height of 280 cubits and a width of base of 440 cubits. What was the length z of an edge of the pyramid (from a corner to the top)?

Since half of the base would be 220 cubits, we can verify that the seqed or ukullû  [***] of the side of the pyramid would have been 220:280, which gives indeed the famous value of View the MathML source, or 5 palms and 2 fingers per cubit. But to get at the edge of the pyramid, we must use a triangle of height 280 and approximate base View the MathML source.

From an OB [OB = Old Babylonian, NdR] perspective, the right triangle formed by the corner, the center of the base, and the top of the pyramid ought to be considered to have a short side of  b=280 and a long side of l, which by the Diagonal rule in the horizontal isosceles triangle of side length 220 satisfies  View the MathML source. Putting these values into the Diagonal rule now in the vertical triangle, the square of the diagonal is then  View the MathML source and hence you get a square ratio of

View the MathML source

The relevant row of P322(CR-Decimal8) is row 5 which is

Full-size image (3 K)

and from which we can then use the integral values of  b5=65 and  d5=97 to compare ratios

View the MathML source

and so  z≃417.8461.

A more accurate modern answer correct to 8 decimal places is 418.56899073, so we see that the OB table is again the clear winner as far as accuracy is concerned. Note that the OB solution has avoided mention of any irrationalities, and it shows also that the mysterious column I allows access to the table in a variety of important situations coming from the Diagonal rule, as it is a squared quantity! This solution also notably exhibits the utility of the entries b and d  from columns II and III, as the integers 65 and 97 there are both more accurate and generally easier to work with than the decimal numbers 0.90277 and 1.34722 in columns I and II.

… Hence we see that within P322 there is a powerful alternative view of trigonometry based not on angles but on ratios of sides and squared quantities going back to OB times. No subsequent table, from Hipparchus to Madhava to al-Kashi to Rheticus to the monumental 18th century French Cadastre, can compete with P322 with regards to precision – P322 is unique as it contains the world’s only exact trigonometric table.”

Daniel F. Mansfield, N.J. Wildberger. Plimpton 322 is Babylonian exact sexagesimal trigonometry, in Historia Mathematica, 2017

[***: Ratio-based measurements are also found in ancient Egypt, where the term seqed, or sqd, refers to the reciprocal of the slope of an inclined side in Egyptian architecture. This was a prominent measurement used to describe pyramids. According to Gillings (1982, 212):

The seked of a right pyramid is the inclination of any one of the four triangular faces to the horizontal plane of its base, and is measured as so many horizontal units per one vertical unit rise. It is thus a measure equivalent to our modern cotangent of the angle of slope. In general, the seked of a pyramid is a kind of fraction, given as so many palms horizontally for each cubit vertically, where 7 palms equals one cubit.]

 

L’obélisque de Dammartin-sous-Tigeaux (Seine-et-Marne) est l’image sensible, expressive, absolument conforme à la tradition, de la double calamité terrestre, de l’embrasement et du déluge, au jour terrible du dernier Jugement (pl. XLV).

Erigé sur un tertre, au point culminant de la forêt de Crécy (altitude: 134 mètres), l’obélisque  domine les environs, et, par la trouée des voies forestières, s’aperçoit de très loin. Son emplacement fut d’ailleurs admirablement choisi. Il occupe le centre d’un carrefour géométriquement régulier, formé par l’intersection de trois routes qui lui donnent l’aspect rayonnant d’une étoile à six branches. Ainsi ce monument apparaît-il édifié sur le plan de l’hexagramme antique; figure composée du triangle de l’eau et de celui du feu, laquelle sert de signature au Grand Œuvre physique et à son résultat, la Pierre Philosophale.

L’ouvrage, de belle allure, se compose de trois parties distinctes : un socle robuste, oblong, à section carrée et angles arrondis ; un fût constitué par une pyramide quadrangulaire aux arêtes chanfreinées ; enfin, un amortissement dans lequel se trouve concentré tout l’intérêt de la construction. Il montre, en effet, le globe terrestre livré aux forces réunies de l’eau et du feu. Reposant sur les vagues de la mer en furie, la sphère du monde, frappée au pôle supérieur, par le soleil dans son retournement hélicoïdal, s’embrase et projette des éclairs et des foudres. C’est là, nous l’avons dit, la figuration saisissante de l’incendie et de l’inondation immenses, également purificateurs et justiciers.

Deux faces de la pyramide sont orientées exactement selon l’axe nord-sud de la route nationale. Sur le côté méridional, on remarque l’image d’un vieux chêne sculpté en bas-relief. D’après M. Pignard-Péguet, ce chêne surmontait «une inscription latine» aujourd’hui martelée. Les autres faces portaient, gravées en creux, un sceptre sur l’une, une main de justice sur l’autre, un médaillon aux armes du roi sur la dernière.”

Fulcanelli, L’Embrasement, in Les Demeures Philosophales, Vol. 2, 1960

 

La prima materia dei metalli è duplice, ma l’una senza l’altra non crea il metallo. La prima e principale è un umido mescolato al calore dell’aria; questa i Filosofi la chiamarono Mercurio, che è governato nel mare filosofico grazie ai raggi del Sole e della Luna. La seconda è il secco calore della terra che chiamarono Solfo. Ma poiché tutti i veri Filosofi l’hanno accuratamente occultata, noi la spiegheremo un po’ più chiaramente, specialmente il peso, ignorato il quale tutto si distrugge. Da cui avviene che molti da una cosa buona producano un aborto; vi sono infatti alcuni che assumono come materia o seme o sperma tutto il corpo, altri una parte; e tutti questi deviano dal retto sentiero. Per esempio se qualcuno prendesse il piede di un uomo e la mano di una donna e volesse creare un uomo da questa commistione, non sarebbe possibile.

V’è infatti in qualsivoglia corpo un centro e un luogo, cioè il punto del seme o sperma; sempre l’ottomiladuecentesima parte, anche nello stesso seme di grano; e ciò non può essere altrimenti. Infatti non tutto il grano o corpo è convertito in seme, ma nel corpo vi è soltanto una certa scintilla necessaria, che è protetta dal suo corpo da ogni eccesso di caldo o di freddo etc. Se hai orecchie e sensi, bada a questo e sarai al sicuro, non soltanto da quelli che ignorano il luogo dello sperma, e si sforzano di ridurre l’intero grano in seme, ma anche da tutti quelli che si dedicano alla vana soluzione dei metalli e vogliono sciogliere totalmente i metalli per poi, dalla loro mutua mescolanza, creare un nuovo metallo.

Ma questi, se considerassero il procedimento della Natura, vedrebbero che la cosa è ben diversa. Infatti nessun metallo è così puro, da non procedere anche dalle sue impurità, l’uno tuttavia meno o più dell’altro. Ma tu, o amico lettore, prima osserverai il punto della Natura, come si è detto sopra, e ne avrai a sufficienza; ma abbi questa cautela, di non cercare quel punto nei metalli del volgo, nei quali non c’è. Infatti questi metalli, specialmente l’oro del volgo, sono morti; ma sono vivi, aventi spirito, i nostri, che sono da prendere: sappi infatti che la vita dei metalli è il fuoco, finché sono ancora nelle loro miniere, e anche la morte è il fuoco, cioè quello della fusione.

Invero la prima materia dei metalli è una umidità mista a un’aria calda, ed è in forma di acqua pingue che aderisce a qualunque cosa, pura o impura; tuttavia in un luogo più abbondantemente che in un altro, il che avviene perché la terra, avente forza attrattiva, in un luogo è più aperta e porosa che in un altro. Talvolta viene fuori da sé, avendo indossato una qualche veste, specialmente nei luoghi dove non ha qualcosa cui aderire; così si riconosce, perché ogni cosa è composta dai tre principî. Ma nella materia dei metalli soltanto è unica senza congiunzione, eccettuata la sua veste o ombra, cioè il solfo, etc.

Cosmopolita – Trattato Terzo, Della vera prima Materia dei metalli, in Novum Lumen Chymicum, 1608  – Traduzione di Paolo Lucarelli

Non farò commenti; così – forse – qualcuno potrebbe intravedere un fil-rouge piuttosto ‘matto‘ in questi brani, e tentare – studiandoli – di pensare e riflettere, e poi mettersi al lavoro: l’Arte è Scienza sperimentale di Natura, nella cui teoria&pratica occorre avere il coraggio della libertà, tanto nell’errare che nel riuscire. Fidatevi sempre dell’Intuizione e non date retta a nessuno, tanto meno al sottoscritto: ma leggete, studiate e praticate. Viaggerete, vi divertirete e scoprirete piccole meraviglie, le quali – chissà – ravviveranno il Cuore e l’Anima.

Non è necessario ricordare che la Conoscenza è un cammino che conduce alla Contemplazione, e che v’è enorme differenza tra il sapiente Bernard Guy ed  il saggio Francesco: uno giudica secondo ‘ordo‘, l’altro ama secondo ‘chaos‘.

In forma d’Epilogo, a voi il serpente aperto&chiuso, l’elefante, e il montone del ‘petit bonhomme‘:

«Vous imaginez ma surprise, au lever du jour, quand une drôle de petite voix m’a réveillé. Elle disait:

– S’il vous plaît… dessine-moi un mouton !

– Hein!

– Dessine-moi un mouton…

J’ai sauté sur mes pieds comme si j’avais été frappé par la foudre. J’ai bien frotté mes yeux. J’ai bien regardé. Et j’ai vu un petit bonhomme tout à fait extraordinaire qui me considérait gravement. Voilà le meilleur portrait que, plus tard, j’ai réussi à faire de lui.  Mais mon dessin, bien sûr, est beaucoup moins ravissant que le modèle. Ce n’est pas ma faute. J’avais été découragé dans ma carrière de peintre par les grandes personnes, à l’âge de six ans, et je n’avais rien appris à dessiner, sauf les boas fermés et les boas ouverts.

Je regardai donc cette apparition avec des yeux tout ronds d’étonnement. N’oubliez pas que je me trouvais à mille milles de toute région habitée. Or mon petit bonhomme ne me semblait ni égaré, ni mort de fatigue, ni mort de faim, ni mort de soif, ni mort de peur. Il n’avait en rien l’apparence d’un enfant perdu au milieu du désert, à mille milles de toute région habitée. Quand je réussis enfin à parler, je lui dis:

– Mais… qu’est-ce que tu fais là ?

Et il me répéta alors, tout doucement, comme une chose très sérieuse:

S’il vous plaît… dessine-moi un mouton…

Quand le mystère est trop impressionnant, on n’ose pas désobéir. Aussi absurde que cela me semblât à mille milles de tous les endroits habités et en danger de mort, je sortis de ma poche une feuille de papier et un stylographe. Mais je me rappelai alors que j’avais surtout étudié la géographie, l’histoire, le calcul et la grammaire et je dis au petit bonhomme (avec un peu de mauvaise humeur) que je ne savais pas dessiner. Il me répondit:

– Ça ne fait rien. Dessine-moi un mouton.

Comme je n’avais jamais dessiné un mouton je refis, pour lui, l’un des deux seuls dessins dont j’étais capable. Celui du boa fermé. Et je fus stupéfait d’entendre le petit bonhomme me répondre:

– Non! Non! Je ne veux pas d’un éléphant dans un boa. Un boa c’est très dangereux, et un éléphant c’est très encombrant. Chez moi c’est tout petit. J’ai besoin d’un mouton. Dessine-moi un mouton.

Alors j’ai dessiné.

Il regarda attentivement, puis:

– Non! Celui-là est déjà très malade. Fais-en un autre.

Je dessinai.

Mon ami sourit gentilment, avec indulgence:

– Tu vois bien… ce n’est pas un mouton, c’est un bélier. Il a des cornes...

Je refis donc encore mon dessin. Mais il fut refusé, comme les précédents:

Celui-là est trop vieux. Je veux un mouton qui vive longtemps.

Alors, faute de patience, comme j’avais hâte de commencer le démontage de mon moteur, je griffonnai ce dessin-ci.

Et je lançai:

– Ça c’est la caisse. Le mouton que tu veux est dedans.

Mais je fus bien surpris de voir s’illuminer le visage de mon jeune juge:

– C’est tout à fait comme ça que je le voulais ! Crois-tu qu’il faille beaucoup d’herbe à ce mouton ?

– Pourquoi ?

– Parce que chez moi c’est tout petit…

– Ça suffira sûrement. Je t’ai donné un tout petit mouton.

Il pencha la tête vers le dessin:

– Pas si petit que ça… Tiens ! Il s’est endormi…

Et c’est ainsi que je fis la connaissance du petit Prince.»

Primum Vere, 2017

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Tuesday, March 21, 2017 by Captain NEMO

Fromad cach bìd iar n-urd,

issed dlegair i n-Imbulc,

dfunnach laime is coissi is cinn,

is amlaid sin atberim

La Primavera Celtica – basata su un calendario ben più antico del nostro – era anticipata di  48 o 49 giorni rispetto all’Equinozio astronomico; cade, ancora oggi, il 1 Febbraio; è la festa di Imbolc, una delle 4 celebrazioni del Fuoco annuale. Coincide con la vigilia della  nostra Candelora, e non si può fare a meno di sorridere interessati, senza sorprendersi, di questa curiosa ‘sfasata’ coincidenza. Imbolc festeggia la lattazione degli ovini dopo la mungitura, ed è legata alla fecondità che segue l’inverno (Samain), 1 Novembre). Il nome ‘Imbolc‘ pare derivare proprio dalla quartina inserita nel MS. Rawlinson B. 512, f. 98 b,2 (Rolls Edition of the ‘Tripartite Life’), e l’etimologia più tradizionale suona come imb- (prefisso riflessivo) e folc (acquazzone). Oggi è imbevuta del sapore Cristiano della Candelora, ma nella tradizone antica, era la féil Brigde, come testimonia il Tain Bo Cualnge delllo Yellow Book of Lecan. Il Festival di Brigde, che poi diventerà Santa Brigida, celebrava i fasti della Dea Triplice (la ‘Maria dei Gaelici’) era la Brigde della poesia, la Brigde dell’arte medica e la Brigde dell’arte dei metalli. Nella Scozia Gaelica  il suo simbolo era il Cigno Bianco.

La profonda allegria dei convivi di quelle terre, in cui naturalmente l’Ale scorreva a fiumi, festeggiava le 4 feste del fuoco con indicazioni sia legate al cibo ed alle bevande collegate ai 4 cardini del’Anno, sia con i rituali di magia naturale richiesti. La quartina di Imbolc si traduce grosso modo così:

Assaggiare ogni cibo secondo l’ordine,

ecco ciò che si deve fare a Imbolc,

lavarsi la mano, il piede e la testa,

è così, dico

Il Mito Cristiano dei Ceri Verdi è dunque, a dar retta ai Celti, legato strettamente all’inizio della Primavera, e dovremmo forse intenderlo in tal senso anche operativamente (chissà!). D’altro canto non è un mistero per chi pratica alchimia constatare che l’attuale ciclo naturale delle stagioni è molto cambiato nel suo ritmo, quasi che l’orologio cosmico di Madre Natura si stia in qualche modo mirabilmente ‘ri-fasando’.

Sia come sia, tra poco il tempo del giorno sarà uguale al tempo della notte, e l’Ariete Celeste già irrora dal Cielo: il gioco più dolce e più misterioso e più genesiaco e più allegro chiama tutti i bambini.

Buona Primavera !

L’aqua-micans e la Course des Hippocampes

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Friday, November 25, 2016 by Captain NEMO

Come promesso in precedenza, riporto il brano di Raymond Roussel, tratto dal suo Locus Solus (1913). Ricordo che Dujols aveva già letto – nel 1906 – l’interessant recit des hippocampes, a proposito del quale pregò Roussel di porgere i suoi saluti al signor de Campagna (che evidentemente non era J.J. Champagne, menzionato pochi paragrafi precedenti nella stessa missiva). É un fatto degno di curiosità, inoltre, che un mese e mezzo dopo l’uscita di Locus Solus Roussel pubblicò su Le Galois du Dimanche, dopo molti lanci di anteprima dell’opera – ovviamente stroncati dalla critica del tempo – un articolo intitolato “Quelques Heures à Bougival“. Ma Bougival – amena località nei pressi di Versailles – non pare comparire nel testo.

locus-solus-le-galois_du_dimanche

Quelques Heures à Bougival

Inoltre, per quel che se ne ricava dall’esame della prima pagina del manoscritto originale, il personaggio principale – l’estrosissimo ed ingegnoso propietario del parco della Villa di Montmorency – era inizialmente ‘le professeur Boudet‘; poi Roussel aggiunse ‘Daniel Saron‘, ma decise infine di chiamarlo ‘maitre Martiel Canterel‘. Il nomen Locus Solus venne inserito al posto dei puntini: ” …. – c’est le nom de la propriété – est une retraite solitaire où Boudet aime à se livrer en toute tranquillité d’esprit aux multiples et féconds travaux.“.

locus-solus

Locus Solus – Prima pagina del manoscritto

Detto ciò, ecco la mia personale traduzione del brano:

La revue des ludions terminée, Canterel nous fit reculer un peu, en désignant le haut du récipient. Les bords, qui étaient rentrants et horizontaux pour prêter au tout l’apparence complète d’une gemme démesurée, encadraient une ouverture centrale de forme circulaire, près de laquelle se dressaient côte à cote une bouteille de vin blanc dont l’étiquette portait le mot «Sauternes» et un grand bocal où évoluaient sept chevaux marins. Le poitrail de chaque hippocampe était finement traversé en sa partie la plus saillante par le milieu précis d’un long fil, dont les deux bouts pendants se réunissaient au sein d’un minuscule étui métallique. Chacun des sept fragiles sétons ainsi créés avait son coloris propre évoquant une des nuances de l’arc-en-ciel.

Une pêchette gisait auprès du bocal.

“Terminata la rassegna dei ludioni, Canterel ci fece indietreggiare un poco, indicando la parte alta del recipiente. I bordi, che erano rientranti e orizzontali per dare al tutto l’apparenza completa di una gemma smisurata, inquadravano un’apertura centrale di forma circolare, vicino la quale si ergevano fianco a fianco una bottiglia di vino bianco la cui etichetta mostrava il termine «Sauternes» ed un grande boccale dove volteggiavano sette cavallucci marini. Il pettorale di ogni ippocampo era finemente traversato nella sua parte più sporgente dalla metà precisa di un lungo filo, i cui due estremi pendenti si riunivano in seno ad un minuscolo astuccio metallico. Ciascuno dei sette fragili setóni[i] così creati aveva il suo proprio colorito evocante una delle sfumature dell’arcobaleno.

Un piccolo rampino giaceva presso il boccale.”

Tout en nous prescrivant l’immobilité, Canterel contourna le monstrueux diamant et, gravissant une fine échelle double qui, faite en métal luxueusement nickelé, se dressait du côté opposé au nôtre, finit par dominer l’ouverture circulaire.

À l’aide de la pêchette, il souleva un par un les chevaux marins hors du bocal pour les plonger dans l’aqua-micans, où se produisit un spectacle imprévu. À droite et à gauche de chaque poitrail, les bords des deux ouvertures artificielles, s’écartant parfois sous l’action d’une poussée interne, livraient passage à une bulle d’air puis se recollaient d’eux-mêmes sur le séton. Lentement périodique au début, le phénomène acquit ayant longtemps une extrême fréquence. Les hippocampes—le maître nous l’affirma—n’auraient pu vivre dans le grand diamant sans leur double exutoire, par où s’échappait le trop-plein d’oxygène que l’onde éblouissante, bien adaptée à la respiration des êtres terrestres, livrait forcément aux animaux aquatiques. Une plate couche de cire, de la même couleur qu’eux, recouvrait le côté gauche de chacun des sept lophobranches.

Canterel, débouchant la bouteille de sauternes, se mit à verser un mince filet de son contenu dans l’étrange réservoir. Or le vin, sans nulle velléité de mélange, se solidifiait au contact de l’aqua-micans et, soudain revêtu d’un éclat magique emprunté à l’ambiance, tombait superbement sous forme de blocs jaunes pareils à des morceaux de soleil. Les chevaux marins, qui, à la vue de ce phénomène, s’étaient spontanément groupés en un cercle étroit placé à souhait, recevaient au milieu d’eux les flamboyantes avalanches, qu’ils malaxaient avec le côté aplani de leurs corps pour en faire un seul conglomérat. Le maître, continuant à pencher le goulot, envoyait sans cesse de nouveaux matériaux à la horde attentive, qui les arrêtait dans leur chute sans en laisser rien perdre.

Enfin, jugeant la dose suffisante, le strict échanson rangea près du bocal la bouteille vivement rebouchée.

Les hippocampes détenaient alors, formée par leur pétrissage continuel, une étincelante boule jaune dont le rayon mesurait à peine trois centimètres. Assiégeants pleins d’adresse, ils la faisaient tourner sur place en tous sens et, par un modelage soigneux uniquement effectué aussi avec leur côté revêtu de cire, s’efforçaient de lui donner une rotondité sans défauts.

Avant peu ils furent possesseurs d’une sphère absolument par faite et homogène, dont aucune marque de soudure ne déparait la surface ou l’intérieur. L’abandonnant brusquement d’un commun accord, ils se placèrent côte à côte sur un seul rang, dans l’ordre que réclamaient leurs sétons pour constituer un arc-en-ciel exact.

Derrière eux la sphère descendait librement. Arrivée au niveau marqué par l’extrémité double de chaque séton, elle attira comme un aimant le métal des sept courts étuis marieurs. L’attelage s’étant mis en marche les traits se tendirent horizontalement, grâce au poids résistant du globe magnétique, entraîné dans le brusque élan général.

Un cri de surprise nous jaillit des lèvres: l’ensemble évoquait le char d’Apollon. Vu son ardente participation à l’éclat de l’aqua-micans, la boule, jaune et diaphane, s’environnait en effet d’aveuglants rayons la transformant en astre du jour.

À la surface de l’eau venaient continuellement éclore de nombreuses bulles d’air expulsées par le poitrail des coursiers, qui, bientôt, contournèrent le petit fût de colonne à immersion fixe. La tension des sétons laissait le fond seul des étuis de métal en contact avec la sphère solaire, dont la masse décrivit passivement une impeccable courbe.

“Pur raccomandandoci l’immobilità, Canterel gira attorno al mostruoso diamante e, arrampicandosi su una sottile doppia scaletta che, fatta di metallo lussuosamente nichelato, si ergeva sul lato opposto al nostro, finì per dominare l’apertura circolare.

Con l’aiuto del piccolo rampino, sollevò uno per uno i cavallucci marini fuori del boccale per tuffarli nell’aqua-micans, dove si produsse uno spettacolo imprevisto. Alla sinistra e alla destra di ogni pettorale, i bordi delle due aperture artificiali, schiudendosi a tratti sotto l’azione di una spinta interna, lasciavano il passaggio ad una bolla d’aria, poi si re-incollavano da sé stessi sul setone. Lentamente periodico all’inizio, il fenomeno acquistò nel tempo una estrema frequenza. Gli ippocampi – ce lo confermò il maestro – non avrebbero potuto vivere nel grande diamante senza il loro doppio esutòrio[ii], attraverso il quale sfuggiva l’eccesso d’ossigeno che l’onda abbagliante, ben adatta alla respirazione degli esseri terrestri, forniva forzatamente agli animali acquatici. Un sottile strato di cera, del loro stesso colore, ricopriva il lato sinistro di ciascuno dei sette lofobranchi[iii].

Canterel, stappando la bottiglia di sauternes[iv], si mise a versare un tenue filo del suo contenuto nello strano serbatoio. Ora il vino, senza alcuna velleità di mescolanza, si solidificava a contatto dell’aqua-micans e, d’un tratto rivestito di un magico eclat[v] improntato all’ambiente, cadeva superbamente sotto forma di blocchi gialli simili a dei pezzetti di sole. I cavallucci marini, che, alla vista di questo fenomeno, si erano spontaneamente raggruppati in uno stretto circolo posto alla bisogna, ricevevano nel loro mezzo le sfolgoranti valanghe, che rendevano molli con il lato piatto dei loro corpi per farne un solo conglomerato. Il maestro, continuando ad inclinare il colletto[vi], inviava senza posa dei nuovi materiali all’orda attenta[vii], che li arrestava nella loro caduta senza perderne nulla.

Infine, giudicando la dose sufficiente, il rigoroso coppiere ripose vicino al boccale la bottiglia vigorosamente ri-tappata.

Gli ippocampi tenevano allora, formata grazie al loro impastare continuato, una scintillante bolla gialla il cui raggio misurava appena tre centimetri. Assediandola pieni di perizia, la facevano girare sul posto in tutte le direzioni e, grazie ad una modellazione accurata per di più effettuata unicamente con i loro fianchi rivestiti di cera, si sforzavano di darle una rotondità senza difetti.

In breve furono possessori di una sfera assolutamente perfetta ed omogenea, [senza] che alcun segno di saldatura ne deturpasse la superficie o l’interno. Abbandonandola bruscamente di comune accordo, si schierarono fianco a fianco in un sol rango, nell’ordine che reclamavano i loro setóni a costituire un esatto arcobaleno.

Dietro di loro la sfera scendeva liberamente. Arrivata al livello indicato dalla doppia estremità di ogni setóne, essa attirò come un magnete il metallo dei sette corti astucci sensali[viii]. Messosi in marcia il tiro, le corregge si tesero orizzontalmente, grazie al peso resistente del globo magnetico, trainato nel brusco slancio generale.

Un grido di sorpresa ci sorse dalle labbra: l’insieme evocava il carro di Apollo. Vista la sua ardente partecipazione all’eclat dell’aqua-micans, la bolla, gialla e diafana, si avvolgeva in effetti di raggi accecanti trasformandola nell’astro del giorno.

Alla superficie dell’acqua venivano schiudendosi continuamente numerose bolle d’aria espulse dai pettorali dei corsieri, i quali, presto, aggirarono il piccolo fusto di colonna a immersione fissa. La tensione dei setóni lasciava soltanto il fondo degli astucci di metallo in contatto con la sfera solare, la cui massa descriveva passivamente una curva impeccabile. … Canterel annunciò una corsa, pregandoci di scegliere i nostri candidati, poi dichiarò che agli ippocampi – handicappati dalle loro posizioni, più o meno vicine ad una corda immaginaria – aveva dato in guisa dei nomi, mirando alla semplicità, le loro cifre latine ordinali, partendo dal setóne violetto, posseduto da Primus, il più privilegiato. Ognuno di noi designò ad alta voce il proprio eletto,  limitandoci a scommettere per la gloria.”

… e parte la corsa, stabilita su tre giri completi! Dopo un’alternanza molto ‘ippica’ (Tertius conduce, seguito dappresso da Sextus, Primus e Quintus; poi Quartus balza in testa al termine della curva, ma è superato da Septimus; in prossimità del traguardo, però, Secundus vince con vantaggio), Canterel proclama il vincitore; e poi parla del diamante e del suo contenuto:

Canterel avait trouvé le moyen de composer une eau dans laquelle, grâce à une oxygénation spéciale et très puissante qu’il renouvelait de temps à autre, n’importe quel être terrestre, homme ou animal, pouvait vivre complètement immergé sans interrompre ses fonctions respiratoires.

Le maître voulut construire un immense récipient de verre, pour rendre bien visibles certaines expériences qu’il projetait touchant plusieurs partis à tirer de l’étrange liquide.

La plus frappante particularité de l’onde en question résidait de prime abord dans son éclat prodigieux; la moindre goutte brillait de façon aveuglante et, même dans la pénombre, étincelait d’un feu qui lui semblait propre. Soucieux de mettre en valeur ce don attrayant, Canterel adopta une forme caractéristique à multiples facettes pour l’édification de son récipient, qui, une fois terminé puis rempli de l’eau fulgurante, ressembla servilement à un diamant gigantesque. C’était sur l’endroit le plus ensoleillé de son domaine que le maître avait placé l’éblouissante cuve, dont la base étroite reposait presque à ras de terre dans un rocher factice; dès que l’astre luisait, l’ensemble se parait d’une irradiation presque insoutenable. Certain couvercle métallique pouvait au besoin, en bouchant un orifice rond ménagé dans la partie plafonnante du joyau colossal, empêcher la pluie de se mélanger avec l’eau précieuse, qui reçut de Canterel le nom d’aqua-micans.

“Canterel aveva trovato il modo di comporre un’acqua nella quale, grazie ad una ossigenazione molto speciale e molto potente che rinnovava di tanto in tanto, qualunque essere terrestre, uomo o animale, poteva vivere completamente immerso senza interrompere le proprie funzioni respiratorie.

Il maestro volle costruire un immenso recipiente di vetro, per rendere ben visibili certi esperimenti che aveva progettato riguardati diversi modi per tirar profitto dallo strano liquido.

La più sorprendente particolarità dell’onda in questione consisteva di primo acchito nel suo prodigioso eclat; la più piccola goccia brillava in modo accecante e, persino nella penombra, scintillava di un fuoco che sembrava intimo ad essa. Preoccupato di dare valore a questo dono attraente, Canterel adottò una forma caratteristica a sfaccettature multiple per la costruzione del suo recipiente, che, una volta terminato [e] poi riempito di acqua folgorante, assomigliò fedelmente ad un gigantesco diamante. Fu sul punto più soleggiato della sua tenuta che il maestro aveva posto la vasca[ix] abbagliante, la cui stretta base poggiava quasi rasoterra su una roccia artificiale; e non appena l’astro riluceva, l’insieme si ammantava di una irradiazione quasi insostenibile. Alla bisogna, un certo coperchio metallico poteva, chiudendo un orifizio rotondo praticato nella parte sovrastante del gioiello colossale, impedire alla pioggia di mescolarsi con l’acqua preziosa, che ricevette da Canterel il nome di aqua-micans.”

Non farò commenti; ognuno leggerà come meglio crederà. Locus Solus, inizialmente denigrato da tutti, ma acclamato dal surrealismo, era forse considerato da Roussel come il suo capolavoro; sembra che vennero trovate alcune copie del libro accanto al corpo esanime nella camera del Grand Hotel et des Palmes a Palermo, nel 1933.

Note

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[i] Il ‘setóne‘ indica la cavità indotta dall’inserimento di un tubulo sotto pelle; si tratta, insomma, di una sorta di tragitto sottocutaneo causato – per l’appunto – dall’inserimento del ‘setóne‘. Si usava praticare questo tipo di intervento sui cavalli per accrescerne i muscoli e migliorarne l’andatura.

[ii] Si tratta di un termine arcaico di chirurgia: è un’ulcerazione artificiale della pelle, mantenuta tramite un unguento o altro corpo grasso, per deviare, o smuovere una irritazione interna di un organo più importante. Dal Latino ‘Exuo‘, ‘spoglio, tolgo‘.

[iii] Termine di Ittiologia antica: ordine di pesci dalle pinne natatorie irraggiate, caratterizzato da un corpo corazzato, un muso allungato in tubo e provvisto di denti, di branchie a ciuffo arrotondato, racchiuse in un orifizio branchiale molto stretto.

[iv] Mentre nel paragrafo precedente il termine “Sauternes” figurava con la maiuscola e tra virgolette – ad indicare il famoso e pregiato vino bianco di Bordeaux (Aquitania) – questa volta il termine è minuscolo e senza virgolette.

[v] Indica lo ‘scintillio‘.

[vi] Della bottiglia; ma è anche il diminutivo di ‘guele‘.

[vii] Ma anche – con una semplice cabala – ‘in attesa‘.

[viii] Con il senso di ‘mediatori di matrimonio‘, nel lessico comune i ‘compari‘.

[ix] Ma in Francese il termine è comunemente utilizzato per indicare il ‘tino‘.

 

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – Interludio, Verde

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Molto inchiostro è colato nell’interpretazione dell’Ecusson final che apparve con la prima edizione del 1926 de Le Mystere des Cathedrales. Una lettura araldica canonica e di buon senso (da parte di Althea, alias Madame Elena Frasca Odorizzi) potrebbe essere: “Di rosso, all’Ippocampo d’oro, cimato da una spiga d’orzo dello stesso, attraversante su una campagna del secondo“. Paolo Lucarelli, che ebbe la benevolenza di parlarmene poco prima della pubblicazione della sua nuova traduzione ed edizione della prima opera di Fulcanelli (2005), canta il blasone comme-il-faut, tenendo anche conto dell’elmo, vale a dire dell’origine alchemica dell’ormai famoso blasone: “Troncato di rosso e d’oro, all’Ippocampo d’oro dell’uno all’altro accompagnato in capo da una spiga d’orzo, timbrato da elmo di cavaliere crociato ornato di due lambrecchini, con impresa d’anima che dice uber campa agna”. Paolo, per miglior aiuto, fece anche colorare, basandosi su questa lettura, il blasone di Fulcanelli, ponendolo in quarta di copertina.

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I Tre Ecussons

In reverente omaggio ai Frères Chevaliers d’Heliopolis, ho pensato di giustapporre il blasone originale (del 1926), a quelli di Eugène Canseliet e Jean Laplace; trovo infatti che vi sia da riflettere. Ricordo anche che Paolo mi riferì di esser rimasto molto turbato dal fatto di non aver avuto notizie da Jean durante l’ultimo periodo della sua vita terrena. Come è noto, erano due stretti amici. Se tutti conosciamo il rivoluzionario contributo di Paolo alla corretta direzione da dare dell’operatività alchemica stretta, pochi – temo – hanno voluto consultare le opere di Jean.

L’unico colore ‘araldico’ nell’Ecusson di Fulcanelli è il rosso, il quale ne specifica con chiarezza cristallina il senso, cioé l’Initium, vale a dire il risultato della ‘prima operazione’: “Questa dunque è la prima operazione di alchimia, come diceva Canseliet, alla fine della quale deve manifestarsi quel rosso tanto misterioso e importante da essere definito arcano maggiore dell’Arte, che sovrasterà l’oro, o meglio un’acqua dorata, più o meno nelle proporzioni che qui si vedono.”.

Nell’Ecusson di Jean appaiono tre  colori: dall’esterno all’interno il nero, il bianco, il verde; fino al centro, rappresentato dal Sol, d’oro (il quale, in araldica,  è metallo e non colore). Da un suo saggio apparso ne La Tourbe des Philosphes, numero 31, titolato Aperçus Vitriolique, sottopongo un passo:

“« Aujourd’hui clair de lune

Il fera demain clair de l’autre. »

De Cyrano Bergerac : Le pédant joué

La séparation est de telle importance qu’elle influence, de façon décisive, l’aspect des matériaux à la fin du premier oeuvre. Eugène Canseliet, unique disciple de Fulcanelli, disait souvent que le vitriol véritable n’est pas nécessairement atteint lorsqu’on obtient un sel vert lors des purifications du mercure. Chacun pourra en juger à présent, en prenant connaissance de la description exacte du composé que nous avons pu élaborer et que voici :

L’étoile, qui est un synonyme philosophique du sel dont nous parlons, est générée à partir des seuls matériaux réservés à l’oeuvre lorsqu’ils sont travaillés selon la technique sans envie décrite au chapitre conjonction et séparation de « L’alchimie expliquée ». Le vitriol est insoluble quel que soit le solvant employé depuis l’eau, le chloroforme, l’acétone jusqu’à l’alcool le plus subtil, voir même l’acide chlorhydrique. On peut donc le considérer comme un émail de la meilleure qualité, certains le comparent même à l’or. Par-dessus tout, il est transparent comme du cristal de Bohême teinté du plus beau vert. Cette transparence est le signe le plus certain d’une exacte préparation si l’odeur de l’encens accompagne les opérations de purification. Sa couleur est fixe. Le vitriol, coulé puis refroidi à la surface du mercure, se brise en mailles de filet. Les veines de ces brisures deviennent, à l’air ambiant, autant de lignes opaques hérissées d’une multitude de poils blancs dont la structure ressemble à l’amiante. Toutefois, cette « oxydation » se limite aux seules fêlures de la masse compacte qui reste, elle, exempte de toute dégradation. Les fumeroles qui s’insèrent lors de la solidification sont la cause la plus plausible de ces apparitions poilues.

Cela dit, il est assuré qu’il sera impossible d’opérer aux sublimations avec un vitriol qui soit opaque dans sa masse, à cause d’une mauvaise séparation ou d’une purification mal conduite. Au stade du second oeuvre, le pur désire habiter avec le pur c’est pourquoi il change de lieu pour monter à la surface où se trouve le vitriol. Ce phénomène magnétique ne s’accomplira que si l’émeraude philosophique a les qualités requises, afin que le semblable s’unisse au semblable.“.

Il passo è del 1988 ed è di facile traduzione. Segnalo che Jean lasciò questa manifestazione nel 1996, e che il passo si riferisce al ‘verde‘. Come ricorda Canseliet, e Jean lo sottolinea, “… il vitriolo veritiero (‘véritable‘, e non ‘vrai‘) non è necessariamente raggiunto allorché otteniamo un sale verde durante le purificazioni del mercurio“. Sembra di poter/dover intendere, così, che vi siano diversi ‘verdi’ durante l’Opera (ma vi sono anche diversi ‘rossi’, per non parlare dei ‘neri’ e dei ‘bianchi’).  Ora, non intendo certo dare delle indicazioni operative, per ovvi motivi tradizionali; come sempre, è il caso di porsi domande utili all’operatività, soprattuto nel dove&quando; mi limito tuttavia a segnalare che non mi meraviglio affatto di questa affermazione, soprattutto se si è ben compreso, prima, cosa è in Physica un colore. Specifico che la versione corrente proposta dalla fisica, non è completa, né tanto meno veritiera. Mancano alla fisica molti ‘pezzi’, tutti peraltro ben presenti all’interno della Physica. Per chi ama studiare praticando, questo è un terreno che riserva frutti, utili – a mio modesto avviso – durante l’operatività alchemica.

Ora, se nelle lingue latine ‘véritè‘, ‘véritable‘ indicano – i F.C.H docent – la Force legata alla crescita indispensabile nell’Opera pratica, segno cioè di una fissata capacità di nuova vita, le lingue nordiche suonano in modo più perentorio: il ‘green‘ inglese, così come il ‘grün‘ tedesco provengono dal radicale Proto Indo Europeo ‘ghre‘, che indicava per l’appunto il momento della crescita di una pianta. Il fonema originario ‘ghros‘, da cui ‘grass‘ – l’erba – informava l’ascoltatore del  ‘giovane germoglio‘ (“shoot“), del ‘pollone‘ (“sprout“). Vi è in questa modalità sonora più di un senso utile alla bisogna. Si parlerà, lo so, di aspetti intellettuali, marginali. E sorrido, di conseguenza.

In verità, ogni materia che cresce ha un suono distintivo, tipico dell’animale, del minerale e del vegetale. Il che è naturale, meglio: Naturale. Se qualcuno/qualcosa ‘entra’ in una stanza chiusa, produce necessariamente un suono: ogni materia che ‘entra’ in Manifestazione si comporta in modo identico. Ogni materia vibra, oscilla; è la sua signature, la firma. Quella vibrazione propria dell’organizzazione cristallina, matrice della nuova materia – la Matta Reah di Heliopolis antica – interagisce con il Campo unico. L’allineamento della vibrazione cristallina che punta, per gradi, alla Risonanza con il Campo, produce un’onda che ha una caratteristica sonora precisa, tradotta in una frequenza sonora delicata, secca, esatta e che riverbera – per un fenomeno elettrico&magnetico ovvio – nell’esaltazione di micro-particelle ‘profumate’ e ‘colorate’. L’occhio percepisce il colore, l’orecchio il suono, il naso il profumo.

Vi sono così, più ‘verdi‘ (e più ‘colori’). L’alchimia antica precisa che vi sono più mercuri e più zolfi. Il “Pensare”, d’altro canto, genera onde, e Madre Natura risponde, con assoluta precisione. L’Entanglement ha una caratteristica di merveilleux, ma racchiude in sé anche l’assoluta incertezza del fenomeno ‘veritable‘. Occorre dunque un supporto per discernere ciò che si cerca, prima teorico (Physica) e poi pratico (Alchimia).

Detto questo, si comprenderà forse meglio il florilegio di achievements capitati ai numerosi alchimisti che sono arrivati nei dintorni di questa zona di Force, meglio: di questo Campo di Forza. Essendo inevitabile che l’artista innamorato è parte interagente di questo Campo, e delle Risonanze in corso d’Opera, è essenziale la frequenza (Canseliet parlava, più che correttamente, del famoso Dyapason). Pregare, meditare, è senza alcun dubbio una postura essenziale e dovuta di fronte a Madre Natura all’Opera, quando fa nascere una nuova vita in un Cristallo. Noi non siamo nulla di fronte alla Madre, di fronte alla Materia, soprattutto a quella Matta Reah. Ma la possibilità di consapevolezza di alcune frequenza base della Creazione può essere esiziale nel non prendere lucciole per lanterne, nella speranza timida ed umile di saper come orientarsi durante quel rapidissimo canto profumato.

Il Desiderio di Arjuna è la forza di nascita dell’Entanglement, e non v’è scampo: Connaitre richiede una dispositio sia della Materia che dello Spirito dell’Artista. Il senso allegorico della Veille del futuro, eventuale, Chevalier – solitaria, nella notte, di fronte alle proprie armes posate di fronte al fuoco della Lux – è questo, e non si compie pour chance, ma attraverso una scelta consapevole di Risuonare con la Creazione. Occorre tempo, molto tempo, studio, molto studio, pratica, molta pratica. Ed essere, naturalmente, véritables.

 

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 1bis

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , on Thursday, October 27, 2016 by Captain NEMO

Oggi è una giornata maravigliosa

Provo a spiegar perché:

  1. A) dopo una notte di terremoto, all’aperto, con tanta acqua giù dal Cielo occlusus e firmus, magna cum caliditade, mentre Terra tremans a causa dell’Igne che l’agiva ex profunditate, con tremores devastantes in superficiem… stamane l’Aer del Nord ha pulito il Coelum da ogni nube, e il panorama fino al mare – mozzafiato – mostrava le linee-allineate dei montes e dei monticulos; nei campi, anch’essi mossi in campa dagli agricoltores sapienti, le linee degli aratri disegnavano una rete altra, ad vim sistendum ex aquae rore. Il verde ed il fulvo, sotto un magnifico coelestes che sfumava al blancum. Entusiasmo nel cuore, spettacolo maestoso e vivificante: “La natura si rallegra della natura, la natura vince la natura, la natura domina la natura“.
  2. B) Obviously, “… ‘o terremoto ha scassato internette… “: le lucciole verdi del Router, l’instradator-che-spacchetta-e-impacchetta i dati – portati dagli elettroni lungo i cavi, secondo la fisica di oggi – si accendevano e poi si spegnevano, in fastidioso ciclo; niente lucciole stabili, niente da fare. Chiamo la Tele-Assistenza, e mi si racconta che l’emergenza notturna ha generato situazioni di precarietà nelle centrali di zona, ma che si sta naturalmente provvedendo alla bisogna, con nugoli di tecniche camionette che corrono di qua e di là… memore di un accidente simile, decido di fare a-modo-mio: scendo alla scatoletta dove entra il doppino, lo sfilo dai contatti, mi umetto due dita, le passo sul metallo, e lo rimetto al suo posto. Voilà, le lucciole diventano Lanterne, verdi e stabili. Los Electrones – chiunque essi fossero/sono/saranno – si erano “intasati” (non sto a dilungarmi ora sul perché, ma c’è un perché…); ed ora, accarezzato il metalluccio con un po’ di liquido per lui quasi amniotico (vedo le facce vostre assumere la ben nota grimasse che significa “…chist’è pazz“, ma non fa niente), essi scorazzano liberi. More solito. Chiedo, da decenni: cosa è l’elettrone?
  3. C) Ora che il network è di nuovo accessibile, trovo nella mia casella di posta virtuale uno scritto ricevuto da parte di un frater-in-alma-et-in-armas. Uno scritto ormai anzianotto, del 1995: “Divagazioni Ermetiche” Apro e leggo: fantastico. Allora, ri-leggo: maraviglioso. Sorrido, mi viene una risata irrefrenabile, allegra, gioiosa, dal profondo, incontrollabile. Sincronicity.
  4. D) Domando: “Come stai?“, che sarebbe “How are you?” … risposta: “Bene” = “Beota, esitante, nevrotico ed emotivo“, che in lingua Britannica è “Fine” = “Freaked out, Insecure, Neurotic and Emotional“. É il “Foux“. Perfetto, allora.

Condivido dunque – nella corrente bordata “Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica“, al capo 1bis – lo scritto in questione – titolato “Divagazioni Ermetiche“. Consiglio una lettura disincantata, libera, festosa, ma non per questo superficiale; esso pesa tanto come una piuma dell’ Oiseau d’Hermès.

Oiseau d'Hermès, dal Ripley's Scroll - Add MS 5025, f 4r

Oiseau d’Hermès, dal Ripley’s Scroll – Add MS 5025, f 4r

Consiglio altresì la sua assunzione ogni santo giorno, per intero, da sciogliere sotto la lingua, omeopaticamente. Cosa cura? … la disperante tristezza in cui è stata affogata oggidì l’Arte&Scienza più bella, gioiosa, allegra, nutriente che mai sia stata offerta alla stolida umanità in eterna sofferenza. Sì, perché oggi – in Italia, ma non solo – si spaccia per alchimia (con la minuscola) un “sensus” che nulla ha a che fare con Alchimia (con la maiuscola). Quest’ultima, non è certo mia, o dell’estensore dello scritto nominato; Dama Alchimia non è possesso di alcuno, by definition. Essa “É”. Punto.

L’orgoglio, la sete di possesso maldestro e malandrino, la presupponenza, l’alterigia, l’indifferenza, la fratellanza malintesa e via dicendo con cui si condivide un’Arte&Scienza senza possibili possessori, ammanta oggi il panorama della “crisi”, di valori prima e di altro dopo. Si dimentica, per colpevole ignoranza, che il nostro mondo è sempre in crisi, da sempre. E che Dama Alchimia percorre sempre il Campo-delle-infinite-possibilità, con Creanza, Fratellanza, Bellezza, Brillanza e tanta Vis, ma così tanta, così tanta, così tanta (tre volte) … che chi cerca troverà … il sorriso amorevole di Madre Natura, in alma et substantia.

Tale è la mia gratitudine per questa inattesa ‘trovata’ mattutina, in perfetta Sincronicity, che – dopo aver ovviamente chiesto ed ottenuto ‘permesso’ a chi sta “là” e “più in là” – pubblico con gioia ed allegria lo scritto ricevuto in dono. Lo si troverà qui, in una pagina appositamente dedicata.

Mentre a chi cerca auguro, sempre-di-buon-cuore, di bearsi, esitarsi, nevrotizzarsi ed emozionarsi nel leggerlo&studiarlo, ma per apprendere il metodo con cui i “Foux” debbono percorrere il loro privato cammino nel Bosco Incantato, non posso mancare di esprimere il mio GRAZIE, tre volte, per aver avuto la gioia di abbracciare – ancora una volta – la Vis viva, l’Esprit ficcante, la Profunditas sposata alla Charis, di un Cercatore onesto, tagliato al fuoco della Conoscenza, tanto teorica che pratica, un uomo per-Bene, un Fratello, a me estremamente caro. Cum furtiva lacrima, sono commosso della sua amicizia.

A voi, Compagni di cerca … to be continued.

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 3

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Sunday, April 24, 2016 by Captain NEMO

The Earth is an heavy body, the Matrix of Minerals, because it keeps them occultly in it self, although it brings to light Trees and Animals. It is the Heaven wherein the great Lights together are rowled about and it sendeth down its virtues through the Air, unto inferior things; but in the Beginning all being confounded together, made a Chaos. Behold, I have just opened to them the truth; for our Chaos is as ‘twere a Mineral Earth in respect of its own coagulation; and yet notwithstanding is indeed volatile Air, within which the Heaven of the Philosophers is, in its Centre; which Centre is truly Astral, shining upon Earth with its Beams, even to the very superficies.

La matrice – la Mater – di ogni minerale in manifestazione è dunque, a sentir Philalethe, Terra; essa ‘porta alla luce‘ le specie Vegetali ed Animali, e tiene ‘occulti‘ al suo interno i minerali. Per questo, è naturalmente un ‘corpo pesante‘, nel senso che ha massa (sia in termini di Fisica che di Alchimia: cosa sia la ‘massa’ – ben diversa dal ‘peso’ – lo ha ben spiegato Newton all’inizio dei suoi magnifici Principia, sebbene con delle sottigliezze alquanto ermetiche che – lo dico con rispetto – sfuggono persino agli alchimisti più navigati ed esperti. Dimenticano, costoro, che Newton era un alchimista appassionato della Prisca Sapientia, l’unica fonte per una pratica alchemica avanzata come la sua; e forse ignorano che del suo secondo periodo alchemico, durato una decina d’anni spesi chiuso in laboratorio, non si sa quasi nulla. Ma di questo ho già parlato a iosa).

A tal ‘corpo pesante‘ – Terra – fa da naturale contraltare Cielo, nel quale sono ‘in revolutio’ i grandi Luminari, i quali ‘inviano in basso‘ le sue virtù, la vis, la forza (del Cielo, si noti, please …) attraverso Aria. Così, il sistema è costituito da Cielo sopra (con i Luminari, in moto: delle meraviglie del moto in Natura parlerò magari in un altro momento), Aria nel mezzo e Terra sotto. Manca Fuoco, pare: ma no, se ne è parlato nel Post precedente a sufficienza. Philalethe è un perfetto Scienziato di Natura, ed il suo metodo di trasmissione tradizionale è straordinario. Infatti, ora torna al protagonista di questo Capitolo: il Chaos; esso, lo ha già detto parafrasando in modo ammiccante le parole del Genesi, è costituito dai tre Elementi ‘confusi assieme‘. La ‘forma‘ del Chaos, di questo Chaos, è ovviamente determinata da quelle dei suoi componenti: il ‘nostro Chaos‘ – dunque ci si sta spostando sul tavolo del Laboratorio – è ‘come se fosse una Terra Minerale‘. Ma non è esattamente una ‘terra’, si tratta di qualcosa di diverso, pur simile nelle apparenze. Se il ‘nostro Chaos‘ appare come ‘terra’ a causa della sua coagulazione, nonostante questo è davvero Aria volatile, ‘all’interno del quale‘ (del Chaos) sta il Cielo dei Filosofi. Dove? … ovviamente, nel Centro. Ora è chiaro, per ciò che è stato sin qui comunicato da parte di Philalethe, che siccome il Cielo contiene i grandi Luminari (Sol e Luna) ‘in moto’, quel centro nascosto è ‘Astrale‘, assimilabile dunque al potere di radianza delle stelle (Astrum indica sia la dispersione spaziale, quanto la capacità di ‘dardeggiare’): per questa possanza, sempre secondo Natura, quel centro irradia Terra (quella terra ci sui sopra) con i suoi raggi, persino sino alla ‘vera e propria‘ superficie.

Paolo aggiunge qui una nota, più che preziosa: “Canseliet notava a questo proposito: ‘… il caos dei Filosofi è una terra minerale, più esattamente un solfuro, ma ciò che Fulcanelli non dice è che occorre rendere a questa materia bruta lo spirito di vita indispensabile e latente che possedeva nella miniera quando il Grande Principio la spingeva dal centro alla periferia.'”.

Beh, se su questo punto essenziale Fulcanelli ha taciuto, pare che Philalethe abbia parlato chiarissimo, seppur nel modo tradizionale: si può ‘intuire’ facilmente di cosa si tratti, ma in questo caso basta abbassarsi a leggere e studiare. Senza paraocchi, senza pre-giudizi. Con Joie.

Paradiso_Canto_31

ma già volgeva il mio disio e il velle,
sì come rota ch’ugualmente è mossa,
l’Amor che move il sole e l’altre stelle.

[Dante, Paradiso, Canto XXXIII, vv. 143-5]

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 2

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Sunday, April 17, 2016 by Captain NEMO

Therefore, In the Beginning God created the Heaven and the Earth, and the Earth was void and empty, and Darkness were upon the face of the Deep; and the Spirit of the Lord was carried upon the face of the Waters, and God said, Let there be Light, and there was Light. These words are sufficient for a Son of Art, for the Heaven ought to be conjoined with the Earth upon the bed of Friendship and Love: so shall he honourably Reign all his Life.“.

Perciò, All’Inizio Dio creò il Cielo e la Terra, e la Terra era vuota e cava, e le Tenebre erano sopra il volto dell’Abisso; e lo Spirito del Signore era portato sopra il volto delle Acque, e Dio disse, Che sia Luce, e vi fu Luce. Queste parole sono sufficienti per un Figlio dell’Arte, poiché il Cielo deve essere congiunto con la Terra sul letto dell’Amicizia e dell’Amore: così egli Regnerà onorevolmente per tutta la sua Vita.“.

Bene, bene: apprendiamo così che ‘nel Principio’ Cielo e Terra erano già stati creati; ma che Terra era vuota e cava, e che le Tenebre – l’oscurità, vale a dire la totale assenza di Luce – stavano sopra il volto dell’Abisso, del Profondo.

Qualche notula a questo proposito:

A) ‘nel Principio‘ non pare indicare esattamente un atto preciso di ‘partenza’; Canseliet in L’Alchimie expliquée sur ses textes classiques, Capitolo ‘La Matière prochaine et sa préparation‘ sottolinea che il Latino ‘In Principio‘ o il greco ‘ν ρχ‘ del Prologo del Vangelo di San Giovanni non debbano esser tradotti con ‘All’inizio‘ – che indica una temporalità – quanto come ‘Dans le Principe‘, ‘Nel Principio‘; uno ‘stare‘. Ove il Principio vale come ‘Origo‘, ‘Origine; nel contesto suggestivo utilizzato da Philalethe, l’osservazione di Canseliet vale tanto oro quanto pesa: la cosiddetta ‘Creazione’ di Cielo e Terra è già avvenuta, e risiede – dall’eternità – all’interno del Principio Creante. Provo a dirlo meglio: la Creazione di Cielo e Terra, che evidentemente non valgono qui come elementi filosofici, bensì come Entes originati e fondanti, è continuamente in atto, e risiede e agisce al’interno del Principio Creante. Chiamiamolo Verbo, chiamiamolo Logos … è qualcosa di ben preciso, e universale. Vale cioè come base materiale e spirituale per ogni atto creativo, al di fuori dello spazio e del tempo, i quali hanno valore soltanto locale, specifico dell’universo in manifestazione.

B) Tutti sappiamo che ‘la Terra era inane e vacua‘. Che cosa diamine può voler significare? ‘Inanis‘, oltre a ‘vuoto‘ significa ‘privo di mezzi‘, ‘esanime‘, ‘privo di vita‘, ‘mancante di‘, ‘vano‘; e pare provenire, in una variante, da ‘In-ac-nem‘, con il senso di ‘inetto a raggiungere un fine‘. E ‘vacuus‘, d’altro canto, indica ‘il vuoto‘ cioè qualcosa che non è occupato da alcuna materia. Paolo traduce l’inciso come ‘cava e vuota‘, quasi a fotografare quella Terra.

C) Oscurità, Tenebra stavano sul ‘volto‘ del Profondo; Canseliet – nella sua lectio dice ‘… et les ténèbres ètaient sur l’extérieur de l’abîme;‘. Parrebbe insomma di capire che quel ‘cavo’ di cui sopra fosse avvolto dalle Tenebre: come abbiamo visto, il ‘cavo mancava di vita’; l’assenza di Luce (quale?) è Oscurità, assenza di ‘vita’, intesa come vitalità e – credo molto importante per chi studia e pratica Alchimia – come capacità di vivificare.

D) Non è questo il luogo per approfondire il tema dell’apparire dell’Acqua; fiumi di inchiostro sono stati scritti in proposito. Il punto è che l’acqua pare non ‘creata’. Nel Genesi Acqua fa la sua apparizione come il locus sull’esterno del quale lo Spirito si muove. Ancora una volta si parla di ‘esterno’; ergo, è lapalissiano che esiste un ‘interno’. Acqua e Spirito sono dunque intimamente legati, interconnessi. Il soffio di Dio – Ruach – aleggia sull’Acqua. Paolo legge ‘…lo Spirito di Dio poggiava sull’orlo dell’acqua‘. Ancora una volta, una precisa fotografia; ‘orlo’ è ‘il margine’, ‘il confine’, che in Greco è ‘Ωρος’ – da cui il nostro ‘Orizzonte’, ‘Oriente’ – ma forse anche il Latino ‘os‘, ‘bocca’.

Una scuola di pensiero sostiene che Cielo e Terra siano derivati dalla separazione compiuta da Dio tra Acque superiori ed acque inferiori: il confine tra le due acque è chiamato ‘firmamento‘, vale a dire ciò che fornisce ‘stabilità‘. Il che significherebbe che quel Principio abbia come sostanza su cui agire … un’Acqua. Che non ha nulla a che fare con l’acqua cui siamo abituati: la sua morfologia, dovuta al Locus del Principio, è ineffabile. Il che non significa che non esista. Anzi.

Insomma, in quest’ottica, Cielo e Terra sono il risultato di una precedente Separatio delle Acque. Terra è però ‘inane e cava’, perché manca ancora il Principio vitale: lo Spirito, che in quanto ‘alitato’, ‘soffiato’, porta in evidenza l’Elemento classico dell’Aria. Finora, abbiamo così tre degli Elementi degli antichi: Acqua, Terra, Aria.

E) Ed eccoci al ‘Fiat Lux‘, che traduciamo sempre con ‘Che la luce sia‘. Eppure si tratta di Lux e non della luce che conosciamo. Lux non si vede, eppure causa l’effetto luminoso. Cardano e Grosseteste ne hanno parlato perfettamente: i loro testi sono indispensabili a chi voglia prima studiare di che si tratta e poi praticare in laboratorio (e di nuovo, ritornare sui testi). Tornando al testo del Genesi, nella lectio di Philalethe, si nota che al comando di Dio seguì Lux. Tutto è compiuto. Se nel racconto delle Scrittura ora appare la vita grazie all’azione extra-ordinaria di Lux (Lux produce istantaneamente lo spazio, che è ‘pieno’ della sua sostanza invisibile), per ‘un figlio dell’Arte‘ – come dice Philalethe – l’insegnamento è completo: Lux – forse ‘agendo’ assieme allo Spirito poggiato sul confine dell’acqua, forse su quel ‘firmamento’?) – è Fuoco. Le quattro Qualitas ora hanno “vita” (meglio “vis”?) nella Quantitas.

F) Così, il Cielo (‘ciò che è celato‘, perché sono le Acque superiori, separate dalle inferiori – le nostre – dal ‘firmamento’, ciò che ‘stabilizza’) va unito alla Terra, cava e vuota, ma ora ‘viva’, fecondata da Lux. L’unione è compiuta sul letto dell’Amicizia e dell’Amore. Amicizia e Amore, merce rarissima nel nostro povero mondo che ‘veste’ questi termini, ignorandone completamente l’essenza e la funzione. Che cosa ha voluto dire l’Adepto Britannico con questi due termini? Non ne bastava uno?

Per oggi mi fermo qui, a riflettere: il Chaos di cui parla Philalethe è ben chiaro, ben ‘illuminato’, a testimonianza della raccomandazione di d’Espagnet: pochi libri, ma buoni. E studiare, e poi pedalare in laboratorio. Avanti ed indietro.

Il Chaos è legato ad una cosa che è ‘acqua’: il risultato felice di chi riuscisse a risalire al Chaos originario, per gradi, e poi lavorarlo alchemicamente secondo le leggi di Madre Natura è ovviamente un’acqua che – qui – è secca e che – come è noto – non bagna le mani. Acqua divina.

Mentre contemplo la bellezza dell’Arte e delle sue semplici, poche, leggi, mi sento di consigliare a latere la lettura ponderata delle due opere di d’Espagnet, bellissime; due trattati di Fisica della Natura che ben si sposano con l’opera preziosa di Philalethe. Ci vorrà tempo, perché lo studio richiede sacrificio non facile. Ma la melodia dell’Alchimia permea in profondità il testo, e investe l’anima.

Non la mente, il nostro cuore.

Il ‘Cantique’ di Vauquelin…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Thursday, June 6, 2013 by Captain NEMO

Nel tempo, il Cantico dei Cantici è stato variamente interpretato e quale che sia il senso che gli si voglia attribuire, resta un emozionante inno d’amore: che sia tra Dio e la sua Ecclesia, o tra Salomone e la sensuale Sulamita, la sua lettura lascia sempre un po’ sgomenti.

Per gli alchimisti, rappresenta una sorta di racconto dell’amore tra i due sposi ermetici; e probabilmente il suo versetto più famoso è quel ‘Nigra sum sed formosa’ che viene citato a più riprese in molti trattati.

Visto che il Post in cui se ne è parlato è uno dei più letti del mio Blog (qui), ho pensato di esplorare meglio qualche aspetto.

Prima di tutto, una precisazione: molto probabilmente quel ‘sed’ è il frutto di un adattamento o di una cattiva traduzione. Il testo greco, al versetto 1:5, suona come segue:

‘μέλαινα ειμί και καλή θυγατέρες Ιερουσαλήμ ως σκηνώματα Κηδάρ ως δέρρεις Σολομώντος’

‘Nera sono e bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come la pelle [che nasconde] Salomone.

‘και’ significa ‘e’ e non ‘ma’; tuttavia, forse perché gli interpreti –  ecclesiastici o meno – ritenevano che una donna di colore scuro potesse essere associata con la bruttezza […poteva mai Re Salomone unirsi ad una ‘brutta‘?], quella congiunzione è diventata una specificazione più rassicurante. D’altro canto, un alchimista non dovrebbe essere sorpreso che il nero sia in realtà il sinonimo del ‘bello’, ancorché – naturalmente – nascosto. Eppure anche nei testi alchemici quel ‘ma’ è restato.

E’ il caso, per esempio, di Messire Jean Vauquelin des Yveteaux, alchimista normanno della fine del XVII secolo; si tratta di un singolare personaggio, la cui vita certo curiosa – per quel po’ che se ne conosce – ho tentato di riassumere nell’Introduzione storica alle Récréations Hermétiques (il libro lo trovate qui).

Oltre a varie opere, da noi poco conosciute, Vauquelin ha affrontato una sua personale interpretazione del Cantico: Le Cantique des Cantiques de Salomon, interprété dans le sens Physique, par des Yveteaus. L’opera ha ricevuto un apparato critico di tutto rispetto da parte di Sylvain Matton in Documents oubliés sur l’alchimie, la kabbale et Guillaume Postel: offerts, à l’occasion de son 90e anniversaire, à François Secret par ses élèves et amis. Issue 353 of Travaux d’Humanisme et Renaissance.

Il trattatello di Vauquelin des Yveteaux offre poco a chi cerca segreti d’Alchimia, ma ne riporterò alcuni estratti: si vedrà così – ed è quel che mi preme mostrare a quegli stessi che cercano, o che dicono di cercare – che la Teoria alchemica è sempre una, identica a sé stessa da secoli, chiara, semplice ed al tempo stesso serenamente ermetica, perfino per un alchimista normanno di quei tempi.

Vauquelin des Yveteaux sa bene che l’argomento del Cantico è un terreno scivoloso, tanto più a quei tempi; ed allora, dopo aver chiarito che non si sogna nemmeno di metter in dubbio l’autorità dei Padri, dichiara che ‘…esaminerà soltanto con qualche attenzione leggera come i naturalisti giudichino che sotto le stesse espressioni si sia celebrato il mistero della pietra benedetta.

‘…sotto il nome dello sposo e della sposa sua sorella, usciti dalla stessa madre o dallo stesso padre…la quale sposa sospira ai suoi baci senza numero, senza i quali non crederebbe di avere il pegno, né essere assicurata del sigillo che costituisce il legame e la pace di tutte le creature; ed è attraverso un’alleanza che accade che ella non è animata che dallo spirito del suo sposo, attraverso il quale viene liberata dalla corruzione che il serpente aveva introdotto in lei; di modo che corporificatosi questo spirito in lei, non furono più che un identico soggetto o materia spiritualizzata, o il medesimo spirito corporificato, unica materia dei filosofi che qualificano con il nome di loro mercurio, e del quale – in questo stato – dicono: est in mercurio quidquid quaerunt sapientes.’

‘Sotto il nome di sposo e sposa, sono intesi lo spirito luminoso, o il fuoco fissato nella terra vergine, che è la sposa; e per sposa si intende lo spirito vitale luminoso invisibile, fuoco naturale contenuto nella natura umida, inviato dal cielo in qualità di spirito universale, che vivifica e anima tutta la natura.’

Fatta questa premessa luminosa, ecco quel che racconta Vauquelin a proposito della famosa frase di cui sopra [l’autore scrive in francese dell’epoca, con alcuni inserimenti in latino]:

Nigra sum,  sed formosa, Filiae Jerusalem, sicut tabernacula Cedar, sicut pelles Salomonis.

Je suis noire mais je suis belle, o filles de Jerusalem, comme les tentes de Cedar, comme les pavillons de Salomon.

I Filosofi chiamano nero tutto ciò che non è affatto luminoso e che nasconde la luce che racchiude, e la sposa si rivolge alle figlie di Gerusalemme per attirare la loro attenzione… Le tende di Cedar sono quelle degli Arabi, nere all’esterno e tessute di pelo di capra morta, bruciate e arrostite dal sole, esposte alle ingiurie del tempo… Lo sposo ama la dimora della sua sposa come se essa fosse altrettanto superba e scintillante, come i così ricchi e così splendidi padiglioni che Salomone faceva costruire, ed è lo sposo stesso che ne costituisce la parure e l’ornamento. Si cruenta si tetra mundabo. [Nota di Vauquelin: ‘Aqua aqua sunt omnia, aqua lavat, aqua clarificat, et illustrat omnia’].

Questa sposa è nera del fumo elementare e mondano, a causa del suo risiedervi, e per la sua propria miseria da cui essa è avvolta. Ma essa diviene bella e purificata atraverso lo spirito del suo sposo, praemittitur nigredo, et augetur decor.

Aronne e Maria sua sorella mormoravano  del fatto che Mosé (che appariva così raggiante di luce) aevsse preso una Etiope come [sua] donna. Sed Aethiopem lavavit.

La regina <di> Saba [Nota di Vauquelin: ‘Saba secondo saint Jerosme significa Ritorno’] venne a vedere e se ne ritornò tutta illuminata dalla gloria di Salomone, foelix nigredo quae mentis candorem parit, lumen scientiae, conscientiae puritatem, nec quod nigrum sustinere confusa, nec quomodo formosum est imitari pigra. Queste sono le lodi più grandi che si possano fare a una sposa che trae tutto il suo lustro dal suo sposo, il quale attraverso la sua unione e le sue frequenti visite imbianca e illumina la terra vergine che prima aveva un’apparenza sporca, difforme, oscura e così annerita dal fumo e dall’azione del fuoco che aveva preparato.

Il fuoco è il sole del filosofo, vicario di quello celeste, la cui eccitazione esterna non cessa di eccitare e animare il fuoco interno della materia, che è qui vista come la sposa annerita al sole a cui è stata esposta allo scoperto nel suo [di lei] più grande ardore.’

Già su questo passo c’è da riflettere, e non poco. Vauquelin parla esattamente come parla un alchimista, questo è ovvio: tuttavia, alcune singolarità appaiono evidenti nella sua esposizione; ne sottolineo una: se la sposa è ‘formosa’, anche lo sposo è ‘formoso’.

Poi, Vauquelin prosegue:

Nolite me considerare quod fusca sim, quia decoloravit me sol. Filii matris meae pugnaverunt contra me; posuerunt me custodem in vineis; vineam meam non custodivi.

Ne consideré pas que je suis devenue brune, car c’est le soleil qui m’a osté ma couleur. Les enfans de ma mere se sont élévez contre moy, ils m’ont fait gardienne des vignes : je n’ay point gardé ma vigne.

<È> il soggetto dell’arte o la seconda materia dei filosofi esposta all’ardore del sole [Nota di Vauquelin: Si può chiamare sua giovinezza la prima preparazione, che è l’inizio dell’opera filosofica secondo Rhenanus. E in questo senso la calcinazione le fa provare tutto l’ardore del vicario del sole di cui il filosofo fa uso] sin dalla sua gioventù, poiché nella sua origine e nella sua purezza senza mescolanza essa non era nera. Ma essendo stata corporificata, essa è stata bruciata dal sole. Perché la semenza caduta tra le pietre di cui si parla nel Vangelo fu bruciata e calcinata dal sole, ciò che le impedisce di dar frutto per mancanza d’umidità… Questo sole ha annerito la sposa nelle materie differenti e specificate, e nella meno determinata essa appare nera in presenza del sole il cui splendore eclissa ciò che essa ha di luminoso [Nota di Vauquelin: R. Lullo, Codicill….dice che uno spirito di luce lo conduceva a disporre i corpi ad una naturale e segreta decozione, per mezzo della quale attraverso un ordine retrogrado con una lancia toccante (nel testo: poignante) tutta la sua natura fu di colpo dissolta in pura nerezza]. … Poiché l’acqua purga la solforosità escrementizia che il fuoco fa apparire nella calcinazione. Sem (quod nomen vel virtus) et Japhet (quod pulchritudo) cooperiunt retrocedendo quod Cham (calor) detexit et separavit prebens inde occasionem irridendi Noe quod semen mundi. L’Acqua piena di efficacia ripara la sporcizia prodotta dal fuoco di calcinazione.’

Come si vede, Vauquelin cammina sulle orme della Dama: si riconosce senza dubbio la consistenza delle sue note con la Tradizione classica dell’Alchimia, in modo molto chiaro. Naturalmente, avverto, occorre adottare le solite precauzioni. Il racconto’ dell’opera è questo, ma prendere tutto alla lettera è come sempre un azzardo.

Sono certo, comunque, che molti in questi tempi tristi e disperati – dove chi ‘dice’ di cercare vuol ‘trovare’ in quattro e quattr’otto il ‘come si fa’ e ‘cosa si mette nel crogiolo’ – correranno nei vicoli ciechi che li attendono, perdendo di vista alcune sfumature curiose, ma ben nascoste, che Vauquelin ha voluto inserire qua e là. Non posso indicarle, né intendo indicarle; già mi par troppo aver ripreso questo sconosciuto trattato.

Concludo, citando il Cantico:

Ego flos campi, et lilium convallium’.

Probabilmente qualcuno sorriderà.

L’oratoire de ce bijou de la Renaissance…à ses débuts.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, May 15, 2013 by Captain NEMO

Primo: “Nell’oratorio di questo gioiello architettonico del Rinascimento nei suoi inizi, si nota, su uno dei compartimenti del soffitto, una sfera armillare che sembra posta nel seno di lunghe fiamme che si elevano da un focolare unico e gigantesco… Il fuoco che avviluppa così la sfera di Tolomeo, nella sua metà inferiore, ci appare al tempo stesso celeste e magnetico, poiché, privo di combustibile apparente, esso emana da un punto invisibile dell’Universo esterno.

Palazzo Lallemant, Cassone 5

Palazzo Lallemant, Cassone 5

Secondo: “Da ciascun lato sono due bambini, alati e paffuti, portatori dello stesso fluido giustiziere che quello di destra, che si apparenta ad uno degli angeli dell’Apocalisse, soffia e ravviva, al suono della sua tromba. Piccoli Eros, che incarnano anche il principio vitale e creatore, il cui arco infallibile, privo della sua corda staccata e incrociata a X con un filatterio, proclama, sul cassone vicino, che la loro funzione sovrana sarà sospesa per un tempo.

Palazzo Lallemant, Cassone 4

Palazzo Lallemant, Cassone 4

Palazzo Lallemant, Cassone 6

Palazzo Lallemant, Cassone 6

Palazzo Lallemant, Cassone 3

Palazzo Lallemant, Cassone 3

Terzo: “Grazie alle note del Maestro che ci restano…grazie a queste note, sappiamo che l’emisfero boreale subirà l’arrostimento, mentre l’altro sarà sottomesso all’inondazione. Di conseguenza, non potremmo comprendere che Jean Lallemant ci abbia mostrato il polo australe del Mondo esposto al braciere universale, se ignorassimo che egli volle tradurre in immagine la portata cabalistica del vocabolo topico in questo luogo. Questo non si applica affatto al doppio cataclisma in sé, come si potrebbe credere, ma alla causa che lo provoca e che costituisce la terribile convulsione geologica. In effetti, il bouleversement è il versement de la boule, esattamente il capovolgimento delle due estremità dell’asse o la capriola dei poli, dei quali l’uno prende bruscamente il posto dell’altro.

Quarto: “Nei due cassoni che seguono, l’Adepto espresse, con i punti di vista alchemico e ciclico, l’associazione dei due elementi antagonisti per un’azione simultanea: è ancora un angioletto, non meno grassoccio dei precedenti, che mantiene, al centro di un focolare irradiante come un sole, una conchiglia di San Giacomo, ricettacolo consacrato dell’acqua alchemica: poi un aspersorio, agganciato sotto una banderuola, che lascia cadere delle gocce enormi sulle fiamme identiche, sempre prodotte senza corpo di combustione.

Palazzo Lallemant, Cassone 2

Palazzo Lallemant, Cassone 2

Palazzo Lallemant, Cassone 1

Palazzo Lallemant, Cassone 1

Questi passi (e le belle immagini, di cui debbo ringraziare l’ami J.) sono tratti dalla seconda Prefazione di Eugéne Canseliet a Les Demeures Philosophales; e seguono dappresso altri famosi passi a proposito dello zolfo nero, l’oro filosofico di Philalethe e curiose note cabalistiche, che tralascio per non essere troppo lungo. Magari qualcuno, più volenteroso, le vorrà rileggere…

Ma un commento di Fulcanelli mi pare sottolinei meglio di che cosa si stia parlando:

Così, l’oro filosofico, tutto pieno di impurità,, avvolto da tenebre spesse, coperto di tristezza e di lutto, deve nondimeno essere considerato come la vera e unica prima materia dell’Opera, così come ne è la la vera e unica materia prima, il mercurio, da cui quest’oro invisibile, miserabile e sconosciuto ha preso la nascita. Questa distinzione, che non si è soliti fare, è di un’importanza capitale; essa facilita grandemente la comprensione dei testi e permette la risoluzione delle prime difficoltà.

Come si sa, Fulcanelli commentò brevemente solo diciassette dei trenta cassettoni del Palazzo Lallemant, soffermandosi su quelli che riteneva più interessanti; in questa Prefazione, Canseliet punta la sua attenzione – in modo quantomeno curioso – sui famosi angioletti, sempre indaffarati e giocosi. Il suo riferimento al terribile Bouleversement, ricordato da Fulcanelli in chiusura della sua seconda opera, è ben noto e Jean Laplace lo sottolineò a sua volta in seguito (ne ho parlato qui); ebbene, senza dimenticare le gravi considerazioni a proposito di quest’evento catastrofico che minaccia il nostro povero pianeta, credo che si possa tentare anche una lettura  – per così dire – più ‘disincantata‘. Naturalmente, il Major Grubert sorride sempre in questi casi e mi ricorda che Paolo Lucarelli spesso ripeteva quanto Canseliet amasse essere cabalistico. Lo sarà stato anche in questo caso?

Da parte mia non posso che sottoporvi la mia traduzione personale di questi passi, visto che quella italiana disponibile è piuttosto ‘freddina‘, se non talvolta imprecisa; certo, il ritmo del fraseggio così flamboyante del buon Maitre di Savignies si perde in italiano, ma ho preferito una traduzione piuttosto letterale. Di ‘poli‘, lo ricorderanno i Compagni di Viaggio, spesso ha parlato l’onestissimo e perfidissimo Philalethe; e la lettura calma di questa Préface – nell’originale francese – credo che sarà utile: Canseliet ricorda, infatti, che Les Demeures Philosophales si aprono con in frontespizio ‘La Salamandre de Lisieux‘ e si chiudono con il ‘Sundial di Holyrood Palace‘ in quarta di copertina (nell’edizione originale del 1930), a significare l’evoluzione ‘…della stessa sostanza, il cui studio approfondito… è l’espressione meticolosa della pena enorme che essa inflisse al nostro Maestro per la sua invention, degli sforzi inauditi che essa gli aveva richiesto per la sua perfetta preparazione‘. E’ da ricordare che questa Prefazione porta la data del Febbraio 1958. Ma, secondo il Major Grubert, ‘…a date is a date‘, vale a dire che ‘…una data è un appuntamento‘!

Primavera 2013…

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Thursday, March 21, 2013 by Captain NEMO

Incurante delle vicende che più o meno paiono accadere catturando la nostra attenzione, Dama Primavera è entrata anche quest’anno nei cuori di ogni Alchimista.

Nel Silentium della Notte. E si accendono piccoli Fuochi su Terra…

Candle

Lumen de Lumine

I miei auguri più dolci e sinceri a tutti coloro
che amano il Bosco Incantato, alla ricerca della Luce vera.

Che il Cielo protegga sempre i passi dei Cercatori innamorati.

Buona serena VERDE Primavera a Voi tutti  !

Captain NEMO

Scienza e Alchimia: Visioni

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, March 3, 2010 by Captain NEMO

Un gruppo di Fisici italiani dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha annunciato di aver rilevato, attraverso un’apparecchiatura alloggiata nei Laboratori del Gran Sasso, il ‘passaggio‘ di GeoNeutrini: si tratterebbe di particelle neutriniche che deriverebbero dalle reazioni nucleari che avvengono nel nucleo terrestre. E’ un annuncio molto interessante (qui trovate l’Abstract, pubblicato in Inglese, con il protocollo sperimentale adottato nell’esperimento), che presenta – credo per la prima volta – dei dati su questa elusiva e peculiare particella.

Al di là della indubbia serietà degli Scienziati coinvolti in questa appassionante e difficile ricerca sperimentale, leggendo il documento di cui sopra, emerge un fatto che è tipico del mondo scientifico: dato che il neutrino viene rilevato tramite il supposto accadimento della reazione inversa del famoso e diffuso decadimento Beta del Neutrone (Neutrino + Protone ->  Positrone + Neutrone), i ricercatori si sono dovuti dar da fare per ‘tagliare’ matematicamente e sperimentalmente molti possibili ‘inquinamenti’ dal modello sperimentale prescelto, in modo tale da avere una qualche certezza che il segnale generato dallo scintillatore, cui toccava rilevare la tipica emissione di raggi Gamma generata dalla presenza del neutrino tanto ricercato, non fosse dovuto ad altri eventi circostanti: ben sette pagine su otto del documento sono dedicate a dimostrare quanto alta fosse – e giustamente – la preoccupazione degli scienziati di non venir ingannati da ‘altre’ particelle che potessero ‘mimare‘ il comportamento fin qui conosciuto del neutrino sfuggente (ciò che chiamiamo particelle sono davvero degli strani soggetti; alcune, neanche poche, sono addirittura capaci di ‘mimare‘ altre particelle!…non vorrà dire qualcosa?).

Senza nulla togliere al merito indiscusso di questi ricercatori, non posso non notare quanto sia piuttosto fragile il paradigma del ‘metodo scientific0‘ riconosciuto, il quale paradossalmente deve fare i conti – sempre – con il concetto della probabilità, dell’errore macro e microscopico e dell’approssimazione. E prendo la palla al balzo per fare alcune riflessioni sul metodo e la visione delle ‘cose’ di Natura, tra Alchimia e Scienza.

La visione della Scienza è rigidamente codificata da una serie di consolidate e dogmatiche regole, tra cui la ben nota riproducibilità dell’esperienza la fa da padrona. Ma non solo: il punto è che alla base del metodo scientifico – di ogni metodo – esiste una logica che ne costituisce il meccanismo di discernimento e dunque di possibile conoscenza. Questa logica, non è immutabile; nel corso dei secoli molti principi logici, a causa dell’indispensabile necessità di mutazione dovuta all’elaborazione di nuovi modelli teorici di indagine, sono cambiati o sono stati adattati alla nuova visione del momento. Per restare sul pezzo, se duecento anni fa fosse stata presentata ad un fisico dell’epoca un protocollo sperimentale come quello oggi preparato per poter rilevare il GeoNeutrino, con buona probabilità quel Fisico avrebbe protestato. Ma hanno ragione, in tutta evidenza, i Fisici di oggi: se voglio trovare qualcosa che sfugge agli strumenti ‘classici’ di cui posso disporre, sono costretto ad elaborare un esperimento in cui mi debbo ‘sporgere’ oltre il davanzale delle regole stabilite. Magari cercando di non ‘sforare’ troppo, ma come potrei mai osservare il raggio gamma di un neutrino terrestre con un microscopio del settecento? La Scienza, di fatto, procede per ‘Trials & Errors”, et pour cause!…Il metodo della Scienza si ‘adatta’ a seconda dell’evoluzione tecnologica di cui si può disporre nel tempo e si modifica nel suo centro, smontando ciò che non funziona più e costruendo non soltanto nuove ‘machine‘, ma anche nuove regole di indagine. Ovviamente, e questo è certo un bene, qualcosa viene trovato. L’interpretazione di ‘cosa’ sia la ‘cosa’ trovata è frutto di un altro lavoro, che viene in seguito…e che qui tralascio per non dilungarmi troppo, ma che anch’esso contribuirà all’inesorabile ‘cambio dei paletti‘; come i giovani esploratori, gli scienziati – man mano che avanzano nel campo ignoto – piazzano nuovi paletti; alcuni saranno buoni paletti, un po’ più duraturi, altri saranno paletti mal posti o proprio sbagliati. Ogni esploratore è del resto un uomo come tutti noi, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Si potrebbe dire, dunque, che la visione della Scienza è un ‘work in progress‘ continuo (e sin qui non c’è nulla di male, purché – almeno – lo si sappia ammettere con tranquillità e senza arroganza), in cui non si è mai sicuri di ‘come’ funziona Natura e di ‘cosa’ ci sia dietro il prossimo angolo. Paolo Lucarelli diceva, sornione, che se il banale manuale sulla presa Scart del televisore (fra l’altro, oggi, anche la presa Scart è di fatto superata!) avesse potuto essere mostrato ad un uomo di qualche secolo fa lo avrebbe preso per un grimoire di pura stregoneria! Insomma, tutto cambia e ‘…del diman non v’è certezza‘. E già qui si dovrebbe saper parlare alla gente comune con meno sicumera, perché un vero Fisico non dovrebbe mai proclamare – per definizione esatta del metodo che si è costretti ad applicare, mutando teorie, scenari e regole – che ‘questo è un elettrone‘, ‘questo è un protone‘, ‘questo è un neutrone‘: al più, e con migliore umiltà e servizio all’umanità, si dovrebbe dire ‘questa – forse – è la attuale migliore approssimazione a ciò che riteniamo possa essere quel che chiamiamo elettrone‘…e via dicendo. Ma chi glielo racconta, poi, all’Accademia, all’industria, alla multinazionale – che sono coloro che controllano il potere del fare, dell’investire, del produrre e dell’indurre al consumo – che magari alla base di una tecnologia pur utile ed utilizzabile potrebbero esserci qualche mezza verità o qualche mezza menzogna?…La Scienza – oggi – è molto dipendente dallo sfruttamento economico della scoperta, in quanto il senso di questa nostra civiltà è più quello del cercar di star il più comodi e coccolati possibili, spendendo barche di quattrini, che quello di offire alla gente una comprensione non soltanto ‘meccanica’ delle cose di Natura, ma anche sottile, filosofica (ometto qui – per non apparire troppo facilmente polemico – la parola Spirituale), capace cioè di offrire agli uomini, a tutti gli uomini, i semplici ed i complessi, le chiavi per poter tentare di rispondere alle solite, vecchie domande: “…che ci sto a fare qui?“, “…a che serve vivere?“, “…da dove vengo?“, “…dove vado, dopo?“…e via dicendo. Lo scienziato, oggi, indirizza il petulante domandante alla Religione o alla Filosofia. Tralasciando per motivi di spazio e di opportunità la Religione, in cui ognuno farà la scelta che più gli apparirà opportuna, c’è da dire che la Scienza, oggi, è del tutto disgiunta dalla vera Filosofia; anche perché – ormai – ciò che viene chiamata filosofia è diventata più un ‘sistema di pensiero‘ appartenente alla cultura intellettuale, dotta, logicissima e – tutto sommato – molto inutile per vivere e per risolvere con successo duraturo l’enorme mole di incertezze emotive e di dolore che affligge sia i ricchi che i diseredati. Anche qui, mi pare di poter dire che la filosofia di oggi è roba più da libri e dibattiti – anch’essa in continuo mutamento, da secoli  – piuttosto che un approccio di conoscenza pratico, utilizzabile ogni giorno da ognuno di noi per calmare le nostre continue turbe.

La visione dell’Alchimia si basa su un unico modello, mai mutato, molto semplice e con logica anch’essa semplice; questo modello è la Natura, osservata nel suo funzionamento più semplice: fecondazione, nascita, vita e morte. In ogni Regno della Natura il ricercatore – che, in questo caso ha davvero un approccio Filosofico, da ‘amico della Sophia‘ – scopre sempre lo stesso procedimento all’opera, attraverso regole di una semplicità disarmante. E queste regole non sono regole che necessitano di mutamento: le regole del metodo alchemico sono sempre le stesse, da tempo immemore. Studiando i testi si troverà alla fine che nessuno ha mai sentito la necessità di alterare le regole di indagine, di ‘cerca‘, né – tantomeno – di sperimentabilità. Ciò che rende possibile tutto questo è un fatto ugualmente facile e semplice: osserviamo Madre Natura ‘fare’, e ‘replichiamo’ – in piccolo – ciò che fa Madre Natura. Ma NON per ‘duplicare’ utiliristicamente una ‘cosa’ di Madre Natura, quanto per ‘lasciare fare’ a Madre Natura ciò che essa , da sempre e per sempre, fa e produce in ogni creato. Semplice e diretto. Senza alcuna sovrapposizione di ruoli. Ed è questo approccio – teorico e sperimentale – che consente all’artista di scoprire non soltanto – eventualmente – la Pietra Filosofale, ma anche di ‘svelare‘ – meglio: ‘veder svelati‘ – altri ‘funzionamenti‘, ugualmente semplici ed ugualmente possenti che Natura produce sulla materia; e dunque anche negli uomini. Non si dimentichi mai che, per un alchimista vero, ciò che viene chiamato – da secoli – Spirito è un vero e proprio corpo, che pesa, che si può misurare con una banalissima bilancia da cucina!…non c’è nulla di chimerico in Alchimia, ma piuttosto vi è tutto di semplice e vero. Il fatto è che la logica che viene utilizzata nello studio e nella pratica alchemica, che conduce – lentamente – ad una Conoscenza vera delle ‘cose’, NON è una logica di stretta pertinenza umana, in quanto è Natura che utilizza la propria logica, attraverso schemi ovviamente per noi molto distanti, ma non incomprensibili. Non è il ricercatore che ‘inventa‘ – lui – una nuova logica perché deve ‘trovare‘, bensì è il ricercatore che ‘apprende‘ una nuova logica – ma sempre uguale a sè stessa, in ogni campo di indagine teorico e sperimentale – spiegata sui testi prima, e dispiegata da Madre Natura poi, nel Laboratorio. E’ un approccio molto diverso da quello della Scienza. Qui, in Alchimia, il ruolo del ricercatore NON è quello di spostare dei ‘paletti’ in un processo di ‘Trials&Errors’ logici e pratici, bensì è quello di abbandonare del tutto e per sempre l’uso della ragione umana nel presentarsi di fronte a Madre Natura per apprendere, e MAI per utilizzare ciò che – eventualmente – potrà avere la benedizione di scoprire! Non si deve dimenticare di osservare, inoltre, che l’alchimista compie – da secoli – sempre lo stesso identico cammino sperimentale: gli viene insegnato, e lui stesso ne apprezzerà il semplice perché nel corso del suo lungo studio propedeutico, che tutto risiede in un UNICO esperimento pratico; sempre quello, sempre uguale a sè stesso. Prende delle materie minerali semplici, le manipola, le pone sul fuoco, sveglia ciò che viene chiamato Fuoco Segreto, e sarà ‘quel‘ Fuoco – e solo quello – che potrà permettergli di ottenere un corpo che è alla base di ogni cosa creata e manifesta: non è un protone, un neutrone, un neutrino o quel che ci parrà, ma un corpo nuovo – presente in forme e qualità di diversa funzionalità in ogni corpo creato in ogni cosmo – che gli potrebbe permettere ciò che Paolo Lucarelli indicava con le ‘infinite possibilità‘. Letteralmente. Non c’è altro, anche se – ovviamente – il compito è immane. Ma si tratta di un esperimento, semplice, unico e – udite, udite! – ‘ripetibile’. A condizione, di aver compreso – non ‘capito’, poiché è impossibile capire con l’umana ragione come avvenga – come funziona Madre Natura. La variabile è costituita dal benvolere del Cielo: nessun risultato in Alchimia può essere MAI garantito, poichè si entra in un Regno che non è di pertinenza umana.  Il Sacro. Non si può violare con violenza e protervia il Cielo, ma si può chiedere di Conoscere. Lo scopo dell’alchimista, lo ripeto, non è quello di utilizzare ciò che si scopre per tramutarlo in una tecnica, bensì quello di tentare di scoprire il vero ‘meccanismo’ della Creazione, avendo prima ben compreso lo schema generale della Creazione. L’Alchimista sa perfettamente, prima di entrare in Laboratorio, che è solo grazie a ciò che viene chiamato Spirito Universale che Madre Natura crea  e rende vivo ogni corpo (…sì, ogni corpo è vivo; persino un minerale!). All’alchimista non è necessario scrivere, ideare o risolvere complicate equazione matematiche alla base di modelli ipotizzati nel corso delle indagini, bensì deve sintonizzarsi, attraverso i sensi esterni ed interni, su modalità e funzionalità naturali, nuove perché mai veramente osservate o praticate, osservandone con estrema cura ed abbandono, mai tentando di razionalizzarle, lo svolgersi nell’azione incessante e continua di Madre Natura. E’ un metodo, anche questo. Ma con logiche e scopi molto diversi da quelli della Scienza. Ed è opportuno ricordare che l’alchimista innamorato è inevitabilmente Filosofo, Filosofo della Natura, amico-amante, cioé, della Conoscenza Naturale: e questa Filosofia, mi si creda sulla parola, è immediatamente fruibile, tangibile, utilizzabile: quando si va scoprendo il cammino della Queste alchemica, ogni étudiant scoprirà – pian piano – che il nuovo modo di guardare, il nuovo metodo, porta dei risultati immediati – ed osservabili in sè stessi e da parte degli altri – che mutano nei modi e nelle abitudini anche la vita vissuta nel quotidiano. E questo, accade senza sforzo, senza cioè la necessità di un apparato, di un’analisi di carattere intellettuale. In qualche modo, si potrebbe dire che l’Alchimia è un sistema di Conoscenza integrato.

Non vorrei che chi legge pensasse che il mio voglia essere una sorta di giudizio negativo sullo scienziato: al contrario, ne capisco la passione e l’impegno. Si tratta solo di una scelta: ognuno sceglie ciò che sente. Ma, come è doveroso e sincero il mio rispetto per la serietà ed il lavoro di ricerca di coloro che camminano seguendo ciò che la Scienza insegna, sarebbe davvero bello se lo stesso rispetto, con spontaneità, venisse offerto ad ogni alchimista. Ciò che, da secoli, non accade. L’alchimista viene spesso visto cone un povero demente, che segue vane chimere, che racconta balle, e che non ‘sa’ come stanno le ‘cose’.

Umilmente, ma sempre sorridendo, la penso diversamente. Lo scienziato è un analitico, mentre l’alchimista è un sincretista, dice un mio Compagno di Viaggio. Ciò che divide il cammino tra Scienza ed Alchimia è la presenza e l’azione tangibile, oggettiva, pesante, ineludibile dell’Intelligenza dello Spirito Universale nella materia. Mi rendo certo conto che moltissima letteratura alchemica ha finito per confondere le carte e per ghettizzare gli alchimisti, parlando fumosamente di uno Spirito troppo spesso presentato come una cosa mistica, spesso vestita dal ciarpame dell’occultismo tragico della fine dell’ 800, o dalle trovate insensate delle mode New Age… ma lo Spirito Universale è l’unica cosa che ‘esiste’ vraiment !

Ai miei amici fisici sottopongo, non per vendetta, ma come sorridente fonte di serena riflessione comune, un’affermazione fatta nel 1944 da Max Planck, il padre della Quantistica, tre anni prima di lasciare Terra:

“Avendo consacrato tutta la mia vita alla Scienza più razionale possibile, lo studio della materia, posso dirvi almeno questo a proposito delle mie ricerche sull’atomo: la materia come tale non esiste! Tutta la materia non esiste che in virtù di una forza che fa vibrare le particelle e mantiene questo minuscolo sistema solare dell’atomo. Possiamo supporre al di sotto di questa forza l’esistenza di uno Spirito Intelligente e cosciente. Questo Spirito è la ragione di ogni materia.”

[Archiv zur Geschichte der Max-Planck-Gesellschaft, Abt. Va. Rep. 11 Plank, n° 1797]

Ora, fermo restando che l’atomo non è evidentemente affatto esistente come viene rappresentato comunemente, come un preciso mini sistema solare, vorrei invitare i miei amici Fisici ed i miei ospiti a porsi, assieme a me, alcune domande, che io chiamo Domande Primordiali:

Cos’è Alchimia?

Qual’è lo scopo dell’Alchimia?

Perchè l’alchimista studia e fa Alchimia?

A che serve Alchimia?

Les Feux du President…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia with tags , , , , , on Friday, October 23, 2009 by Captain NEMO

Molte volte ci si chiede se esista una sorta di meccanismo nell’Opera. Risponderei che – propriamente – non vi è assolutamente nulla di veramente meccanico, almeno per come conosciamo noi la meccanica…Tuttavia, a ben guardare, l’azione del Fuoco, descritta a iosa in ogni buon trattato d’Alchimia, si presta meglio a questo nostro modo, peraltro comune e pure necessario, di vedere le cose attorno a noi.

Tra i vari autori emeriti che ci hanno lasciato le loro indicazioni al riguardo, spicca per semplicità e chiarezza meccaniche il Presidente D’Espagnet, le cui due opere sono a mio avviso due piccole perle di saggezza. Ed estremamente semplici, e magistralmente modellate ad educare la nostra percezione dei misteriosi fenomeni di Madre Natura. Chiunque abbia studiato un po’, avrà forse tentato di schematizzare i tipi di fuoco (usualmente tre o quattro) descritti da Frate Basilio Valentino (con la preziosa nota di Canseliet), da Frà Marcantonio Crassellame, da Artephius, da Filalete, dal Trevisano et alia.

Talvolta i nomi e le descrizioni appaiono in leggero disaccordo: eppure, visto che descrivono una cosa unica, la concordanza deve esistere e può essere trovata. Certo occorre riflettere bene e saper comprendere, essendone prima disposti, di che cosa si stia parlando. Penso dunque che la grande cura del Presidente D’Espagnet nel parlare dell’Arte per canoni possa aiutare a chiarire al meglio quell’ipotetico schema. La confusione potrebbe scomparire.

Probabilemte questo Post potrebbe risultare un po’ noioso, vista la lunghezza, ma non ho saputo evitarlo: il Presidente è molto, molto chiaro e conosceva perfettamente ciò di cui andava parlando. Certo, in un paio di punti è stato quasi obbligato ad un po’ di amorevole perfidia, ma – tutto sommato – chi studia sa che c’è di molto peggio!

Trovo il Canone 93 poetico ed illuminante: e continuando nella lettura vi si dovrà tornare spesso. E’ un meccanismo poetico quello che viene descritto, ma la cui efficacia, in termini di azione sulla vita della materia minerale, è imprescindibile.

Ho tradotto questi canoni dell’ Arcanum Hermeticae Philosophiae Opus in modo rapido e ovviamente personale, cercando di evitare fronzoli ed interpretazioni: io credo che non siano necessari miei commenti, tanto è luminoso ciò che vien detto. Lo ripeto: se si mettono a confronto i vari autori, l’enigma si trasformerà in una serena consapevolezza. Almeno, lo auguro e lo spero!

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93

Le nom de feu est homonyme parmi les philosophes, car il se prend quelquefois par métonymie pour chaleur, et ainsi il y a autant de feux que de chaleurs. Dans la génération des métaux et des végétaux la nature reconnaît un triple feu, à savoir le céleste, le terrestre et le greffé. Le premier coule du Soleil comme de sa source dans le sein de la terre : il émeut les fumées ou vapeurs du mercure et du soufre, desquelles sont créés les métaux, et se mêle à elles ; il excite le feu greffé dans les semences des végétaux, où il dort, et lui ajoute de petits feux pareils à des éperons, pour développer la végétation. Le second feu est caché dans les entrailles de la terre : par son impulsion et son action, les vapeurs souterraines sont poussées en haut par des pores et de petits tuyaux, et chassées du centre vers la surface du sol, aussi bien pour la composition des métaux là où la terre est comme enflée, que pour la production des végétaux, en putréfiant, en amollissant, et en préparant pour la génération leurs semences. Quant au troisième, qui est engendré du premier, c’est-à-dire du feu solaire, dans la fumée vaporeuse des métaux, s’étant mêlé dans leur menstrue, il forme une concrétion avec cette matière humide et y demeure comme retenu prisonnier par force, ou plutôt il y est attaché comme la forme du mixte. Il demeure là enté dans les semences des végétaux, jusqu’à ce qu’étant sollicité et ému par les rayons paternels, il agite et informe la matière intérieure, et devienne ainsi le sculpteur et l’économe du mixte tout entier. Mais dans la génération des animaux, le feu céleste coopère aussi insensiblement avec l’animal, car il est le premier agent dans la nature. La chaleur de la femelle répond à la chaleur terrestre, lorsqu’elle putréfie, fomente et prépare la semence : mais le feu enté dans la semence est le fils du Soleil, qui dispose la matière, et l’ayant disposée, l’informe.

 “Il nome fuoco è omonimo tra i filosofi, poiché si intende per metonimia talvolta come calore, e così vi sono tanti fuochi quanti calori. Nella generazione dei metalli e dei vegetali la natura riconosce un fuoco triplo, cioè il celeste, il terrestre e l’innestato [1]. Il primo fluisce dal Sole, come sua sorgente, nel seno della terra: esso emette i fumi o vapori di mercurio e di zolfo, dai quali sono creati i metalli, e si mescola ad essi [2]; esso eccita il fuoco innestato nelle semenze dei vegetali, dove dorme, e gli aggiunge dei piccoli fuochi simili a speroni per sviluppare la vegetazione. Il secondo fuoco è nascosto nelle viscere della terra: attraverso il suo impulso e azione, i vapori sotterranei sono spinti in alto attraverso dei pori e dei piccoli canali, e cacciati dal centro verso la superfice del suolo, sia per la composizione dei metalli là dove la terra è come gonfiata, sia per la produzione dei vegetali, purificandoli, rendendoli molli, e preparandoli per la generazione delle loro semenze. Quanto al terzo fuoco, il quale è generato dal primo, cioè dal fuoco solare, nel fumo vaporoso dei metalli, essendosi mescolato nel loro mestruo, esso forma una concrezione con questa materia umida e vi dimora come se fosse trattenuto prigioniero con la forza, o piuttosto vi è attaccato come la forma del misto. Esso dimora là , unito, nelle semenze dei vegetali, sino a che, sollecitato e emozionato [3] dai raggi paterni, agita e informa la materia interna, e diviene così lo scultore e l’economo del misto tutto intero. Ma nella generazione degli animali, il fuoco celeste coopera altrettanto insensibilmente con l’animale, poiché è il primo agente nella natura. Il calore della femmina risponde al calore terrestre, quando essa putrefà, fomenta e prepara la semenza: ma il fuoco unito nella semenza è il figlio del Sole, che dispone la materia, ed avendola disposta, l’informa.”

94 – Le Triple Feu

Les Philosophes ont observé un triple feu dans la matière de leur Œuvre : le feu naturel, le non naturel, et le contre nature. Ils appellent feu naturel cet esprit de feu tout céleste qui est enté et gardé dans la profondeur de la matière, et qui lui est très étroitement attaché : à cause de la force du métal il devient hébété et inerte, jusqu’à ce qu’excité par l’artifice philosophique et une chaleur externe, il obtienne sa liberté et recouvre en même temps la faculté de se mouvoir. Car alors, en pénétrant, en dilatant et en congelant, il informe enfin la matière humide. Or, dans quelque mixte que ce soit où ce feu naturel soit mêlé, il y est le principe de la chaleur et du mouvement. Ils appellent feu non naturel celui qui, attiré d’ailleurs et survenant du dehors, a été introduit dans la matière par un artifice admirable, de sorte qu’il augmente et multiplie les forces du feu naturel. Mais ils appellent feu contre nature celui qui putréfie les corps composés, et qui corrompt le tempérament de la Nature. Celui-ci est imparfait, parce que trop faible et insuffisant pour la génération, il ne peut pas franchir les bornes de la corruption. Tel est le feu, ou la chaleur, du menstrue : néanmoins, c’est de manière impropre qu’on lui donne le nom de feu contre nature, puisqu’il est plutôt en quelque sorte conforme à la nature, après la forme spécifique : il corrompt en effet la matière, mais de telle sorte qu’elle soit disposée à la génération.

 « I Filosofi hanno osservato un fuoco triplo nella materia della loro Opera ; il fuoco naturale, il non naturale, ed il contro natura. Essi chiamano fuoco naturale questo spirito di fuoco tutto celeste che è unito e protetto nella profondità [4] della materia, e che le è strettamente attaccato: a causa della forza del metallo diviene ebete ed inerte, sino a quando, eccitato grazie[5] all’artificio filosofico ed un calore esterno, ottiene la sua libertà e  riscopre allo stesso tempo la facoltà di muoversi. Poiché allora, penetrandola, dilatandola e congelandola, informa infine la materia umida. Ora, in qualunque misto a cui questo fuoco naturale sia mescolato, ne è il principio di calore e movimento. Essi chiamano fuoco non naturale quello che, attirato d’altrove e sopravvenendo da fuori, è stato introdotto nella materia grazie ad un artificio ammirevole, in modo che aumenta e moltiplica le forze del fuoco naturale. Ma essi chiamano fuoco contro natura quello che putrefà i corpi composti, e che corrompe il temperamento della Natura. Questo è imperfetto, perché troppo debole e insufficiente per la generazione, (e) non può superare i limiti della corruzione. Tale è il fuoco, o il calore, del mestruo; nondimeno, è in modo improprio che lo si chiama con il nome di fuoco contro natura, poiché esso è piuttosto in qualche modo conforme alla natura,  grazie alla forma specifica: esso corrompe in effetti la materia, ma in un modo tale che essa viene resa disposta alla generazione.”

95

Cependant il est croyable que le feu corrupteur, qu’on appelle contre nature, ne soit autre que le feu naturel, mais seulement au premier degré de sa chaleur, car l’ordre de la nature requiert que la corruption précède la génération. Le feu naturel donc, conformément aux lois de la nature, fait l’une et l’autre, en excitant deux sortes de mouvements tour à tour dans la matière. Le premier est un mouvement lent de corruption, suscité par une chaleur débile, pour amollir et préparer le corps. L’autre mouvement est celui de la génération, plus vigoureux et plus fort, excité par une chaleur plus violente, afin d’animer et d’informer pleinement le corps déjà disposé par le premier. Deux sortes de mouvements se font donc, à deux degrés différents de chaleur, du même feu. Et il ne faut pas penser pour autant qu’il y ait deux sortes de feu, mais avec beaucoup plus de raison, il faut donner le nom de feu contre nature à celui qui détruit par la violence.

 « Tuttavia è credibile che il fuoco corruttore, che si chiama contro natura, non sia altro che il fuoco naturale, ma soltanto al primo grado del suo calore, poiché l’ordine della natura richiede che la corruzione preceda la generazione. Il Fuoco naturale, dunque, conformemente alle leggi della natura, fa l’uno e l’altro, eccitando via via due tipi di movimenti nella materia. Il primo è un movimento lento di corruzione, suscitato da un calore flebile, per rammollire e preparare il corpo. L’altro movimento è quello della generazione, più vigoroso e più forte, eccitato da un calore più violento, al fine di animare e d’informare pienamente il corpo già disposto dal primo. Si fanno dunque due tipi di movimento, a due diversi gradi di calore, da parte dello stesso fuoco. E non bisogna pensare tuttavia che vi siano due tipi di fuoco, ma con molta più ragione, bisogna dare il nome di fuoco contro natura a quello che distrugge attraverso la violenza.”

96

Le feu non naturel se convertit par des degrés successifs de digestion en le feu naturel, qu’il augmente et multiplie. Tout le secret consiste en la multiplication du feu naturel, qui ne peut seul, par ses propres forces, ni agir ni communiquer une teinture parfaite aux corps imparfaits ; car il se suffit seulement à lui-même, et n’a pas de quoi donner du sien. Mais, multiplié par le feu non naturel qui abonde merveilleusement en vertu de multiplier, il agite avec beaucoup plus de force et s’étend bien au-delà des bornes de la nature, teignant et perfectionnant les corps étrangers et imparfaits, par le moyen de la teinture qu’il a sucée, et de ce feu précieux qui lui a été ajouté.

 « Il fuoco non naturale si converte per gradi successivi di digestione in fuoco naturale, che aumenta e moltiplica. Tutto il segreto consiste nella moltiplicazione del fuoco naturale, il quale non può, da solo, con le sue proprie forze, né agire né comunicare una tintura perfetta ai corpi imperfetti; poiché è sufficiente soltanto a sé stesso, e non ha di che donare di suo. Ma, moltiplicato grazie al fuoco non naturale che abbonda meravigliosamente in virtù moltiplicativa, agita con molta più forza e si estende ben al di là dei limiti della natura, tingendo e perfezionando i corpi estranei e imperfetti, per mezzo della tintura che ha succhiato [6], e di questo fuoco prezioso che gli è stato aggiunto.”

97

Les philosophes appellent aussi leur eau un feu, parce qu’elle est souverainement chaude et pleine d’un esprit de feu : aussi la nomment-ils encore eau de feu : car elle brûle et consume les corps des métaux parfaits plus que le feu ordinaire. Cette eau les dissout parfaitement, alors même qu’ils résistent à notre feu, sans pouvoir aucunement être dissous par lui : pour cette raison, elle est aussi appelée eau ardente. Or ce feu de teinture est caché dans la racine et dans le centre de l’eau, où il se manifeste par deux sortes d’effet, à savoir par la dissolution du corps et par la multiplication.

 « I Filosofi chiamano fuoco anche la loro acqua, poiché essa è sovranamente calda e piena di uno spirito di fuoco: così la chiamano pure acqua di fuoco: poiché essa brucia e consuma i corpi dei metalli imperfetti più che il fuoco ordinario. Quest’acqua li dissolve perfettamente, mentre essi resistono al nostro fuoco, senza poter essere in alcun modo dissolti da esso: per questa ragione, essa è chiamata anche acqua ardente. Ora questo fuoco di tintura è nascosto nella radice e nel centro dell’acqua, dove si manifesta attraverso due tipi di effetti, cioè la dissoluzione del corpo e la moltiplicazione.”

98

La nature se sert de deux sortes de feu dans l’ouvrage de la génération, d’un interne et d’un autre externe. Le premier, ou feu naturel, qui gît dans les semences des choses et dans les mixtes, est caché dans leur centre, d’où il meut et vivifie le corps, en tant que principe du mouvement et de la vie. Mais l’autre, ou feu étranger, soit qu’il vienne du ciel, soit qu’il parte de la terre, réveille le premier, qui est comme enseveli dans le sommeil, et le pousse à agir ; car les petits feux vitaux qui sont empreints dans les semences, ont besoin d’un moteur externe afin de pouvoir eux-mêmes se mouvoir et agir.

 «  La natura si serve di due tipi di fuoco nell’opera della generazione, di uno interno e di un altro esterno. Il primo, o fuoco naturale, che risiede nelle semenze delle cose e nei misti, è nascosto nel loro centro, da dove muove e vivifica il corpo, come principio di movimento e della vita. Ma l’altro, o fuoco estraneo, sia che venga dal cielo, sia che parta dalla terra, risveglia il primo, che è come sepolto nel sonno, e lo spinge ad agire; poiché i piccoli fuochi vitali che sono impressi nelle semenze hanno bisogno di un motore esterno al fine di poter muoversi e agire essi stessi.”

99

Il en va de même dans l’ouvrage philosophique ; car la matière de la pierre possède son feu intérieur et naturel, qui est en partie augmenté et accru d’un feu externe et étranger, grâce à la science philosophique. Ces deux feux s’unissent et s’allient fort bien intérieurement, d’autant qu’ils sont conformes et homogènes : l’interne a besoin de l’externe, que le philosophe lui ajoute selon les préceptes de l’art et de la nature, celui-ci provoque celui-là au mouvement. Ces feux sont comme deux roues, dont celle qui est cachée se meut plus vite ou plus lentement, selon la manière dont elle est poussée et incitée par celle qui est manifeste. Et ainsi l’art vient au secours de la nature.

 « Accade la stessa cosa nell’opera filosofica ; poiché la materia della pietra possiede il suo fuoco interno e naturale, che è in parte aumentato ed accresciuto da un fuoco esterno ed estraneo, grazie alla scienza filosofica. Questi due fuochi si uniscono e si alleano molto bene interiormente, visto che sono conformi ed omogenei: l’interno ha bisogno dell’esterno, che il filosofo gli aggiunge secondo i precetti dell’arte e della natura, questo provoca quello al movimento. Questi due fuochi sono come due ruote, delle quali quella che è nascosta si muove più svelta o più lentamente a seconda del modo con cui essa viene spinta ed incitata da quella che è manifesta. E così l’arte viene al soccorso della natura.”

100

Le feu interne tient le milieu entre le feu externe, son moteur et sa matière : de là vient que, de même qu’il est mû par celui-là, il meut pareillement celle-ci, et que s’il en est poussé avec véhémence ou avec modération, il opère de la même manière dans sa matière. Enfin, l’information de tout l’ouvrage dépend de la mesure du feu externe.

 « Il fuoco interno è il mezzo tra il fuoco esterno, suo motore, e la sua materia : per questo accade che, mentre viene mosso attraverso quello, esso muove ugualmente questa, e che se ne viene spinto con veemenza o con moderazione, opera allo stesso modo nella usa materia. Infine, l’informazione di tutta l’opera dipende dalla misura del fuoco esterno.”


[1] Generalmente viene detto ‘innato’, ma – come si legge – l’immagine dell’innesto rende molto meglio l’idea di questa particolare azione celeste.

[2] Si mescola ai vapori, non ai metalli.

[3] Potrebbe anche tradursi con ‘mosso’, ma mi piace di più quell’ “emozionarsi” del figlio grazie ai raggi del padre.

[4] La ‘profondeur’. In proposito, vide Canseliet…

[5] Questa eccitazione avviene grazie a due cose: l’artificio indispensabile ed il calore.

[6] C’è da chiedersi da ‘cosa’ abbia succhiato la tintura…ma la risposta non dovrebbe essere difficile.

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Jean d’Espagnet, Presidente del Tribunale di Bordeaux, si firmava con due frasette:

Penes Nos Unda Tagi

e

Spes Mea est in Agno

Ogni commento è lecito e gradito!

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