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Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – Interludio, Verde

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Thursday, November 10, 2016 by Captain NEMO

Molto inchiostro è colato nell’interpretazione dell’Ecusson final che apparve con la prima edizione del 1926 de Le Mystere des Cathedrales. Una lettura araldica canonica e di buon senso (da parte di Althea, alias Madame Elena Frasca Odorizzi) potrebbe essere: “Di rosso, all’Ippocampo d’oro, cimato da una spiga d’orzo dello stesso, attraversante su una campagna del secondo“. Paolo Lucarelli, che ebbe la benevolenza di parlarmene poco prima della pubblicazione della sua nuova traduzione ed edizione della prima opera di Fulcanelli (2005), canta il blasone comme-il-faut, tenendo anche conto dell’elmo, vale a dire dell’origine alchemica dell’ormai famoso blasone: “Troncato di rosso e d’oro, all’Ippocampo d’oro dell’uno all’altro accompagnato in capo da una spiga d’orzo, timbrato da elmo di cavaliere crociato ornato di due lambrecchini, con impresa d’anima che dice uber campa agna”. Paolo, per miglior aiuto, fece anche colorare, basandosi su questa lettura, il blasone di Fulcanelli, ponendolo in quarta di copertina.

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I Tre Ecussons

In reverente omaggio ai Frères Chevaliers d’Heliopolis, ho pensato di giustapporre il blasone originale (del 1926), a quelli di Eugène Canseliet e Jean Laplace; trovo infatti che vi sia da riflettere. Ricordo anche che Paolo mi riferì di esser rimasto molto turbato dal fatto di non aver avuto notizie da Jean durante l’ultimo periodo della sua vita terrena. Come è noto, erano due stretti amici. Se tutti conosciamo il rivoluzionario contributo di Paolo alla corretta direzione da dare dell’operatività alchemica stretta, pochi – temo – hanno voluto consultare le opere di Jean.

L’unico colore ‘araldico’ nell’Ecusson di Fulcanelli è il rosso, il quale ne specifica con chiarezza cristallina il senso, cioé l’Initium, vale a dire il risultato della ‘prima operazione’: “Questa dunque è la prima operazione di alchimia, come diceva Canseliet, alla fine della quale deve manifestarsi quel rosso tanto misterioso e importante da essere definito arcano maggiore dell’Arte, che sovrasterà l’oro, o meglio un’acqua dorata, più o meno nelle proporzioni che qui si vedono.”.

Nell’Ecusson di Jean appaiono tre  colori: dall’esterno all’interno il nero, il bianco, il verde; fino al centro, rappresentato dal Sol, d’oro (il quale, in araldica,  è metallo e non colore). Da un suo saggio apparso ne La Tourbe des Philosphes, numero 31, titolato Aperçus Vitriolique, sottopongo un passo:

“« Aujourd’hui clair de lune

Il fera demain clair de l’autre. »

De Cyrano Bergerac : Le pédant joué

La séparation est de telle importance qu’elle influence, de façon décisive, l’aspect des matériaux à la fin du premier oeuvre. Eugène Canseliet, unique disciple de Fulcanelli, disait souvent que le vitriol véritable n’est pas nécessairement atteint lorsqu’on obtient un sel vert lors des purifications du mercure. Chacun pourra en juger à présent, en prenant connaissance de la description exacte du composé que nous avons pu élaborer et que voici :

L’étoile, qui est un synonyme philosophique du sel dont nous parlons, est générée à partir des seuls matériaux réservés à l’oeuvre lorsqu’ils sont travaillés selon la technique sans envie décrite au chapitre conjonction et séparation de « L’alchimie expliquée ». Le vitriol est insoluble quel que soit le solvant employé depuis l’eau, le chloroforme, l’acétone jusqu’à l’alcool le plus subtil, voir même l’acide chlorhydrique. On peut donc le considérer comme un émail de la meilleure qualité, certains le comparent même à l’or. Par-dessus tout, il est transparent comme du cristal de Bohême teinté du plus beau vert. Cette transparence est le signe le plus certain d’une exacte préparation si l’odeur de l’encens accompagne les opérations de purification. Sa couleur est fixe. Le vitriol, coulé puis refroidi à la surface du mercure, se brise en mailles de filet. Les veines de ces brisures deviennent, à l’air ambiant, autant de lignes opaques hérissées d’une multitude de poils blancs dont la structure ressemble à l’amiante. Toutefois, cette « oxydation » se limite aux seules fêlures de la masse compacte qui reste, elle, exempte de toute dégradation. Les fumeroles qui s’insèrent lors de la solidification sont la cause la plus plausible de ces apparitions poilues.

Cela dit, il est assuré qu’il sera impossible d’opérer aux sublimations avec un vitriol qui soit opaque dans sa masse, à cause d’une mauvaise séparation ou d’une purification mal conduite. Au stade du second oeuvre, le pur désire habiter avec le pur c’est pourquoi il change de lieu pour monter à la surface où se trouve le vitriol. Ce phénomène magnétique ne s’accomplira que si l’émeraude philosophique a les qualités requises, afin que le semblable s’unisse au semblable.“.

Il passo è del 1988 ed è di facile traduzione. Segnalo che Jean lasciò questa manifestazione nel 1996, e che il passo si riferisce al ‘verde‘. Come ricorda Canseliet, e Jean lo sottolinea, “… il vitriolo veritiero (‘véritable‘, e non ‘vrai‘) non è necessariamente raggiunto allorché otteniamo un sale verde durante le purificazioni del mercurio“. Sembra di poter/dover intendere, così, che vi siano diversi ‘verdi’ durante l’Opera (ma vi sono anche diversi ‘rossi’, per non parlare dei ‘neri’ e dei ‘bianchi’).  Ora, non intendo certo dare delle indicazioni operative, per ovvi motivi tradizionali; come sempre, è il caso di porsi domande utili all’operatività, soprattuto nel dove&quando; mi limito tuttavia a segnalare che non mi meraviglio affatto di questa affermazione, soprattutto se si è ben compreso, prima, cosa è in Physica un colore. Specifico che la versione corrente proposta dalla fisica, non è completa, né tanto meno veritiera. Mancano alla fisica molti ‘pezzi’, tutti peraltro ben presenti all’interno della Physica. Per chi ama studiare praticando, questo è un terreno che riserva frutti, utili – a mio modesto avviso – durante l’operatività alchemica.

Ora, se nelle lingue latine ‘véritè‘, ‘véritable‘ indicano – i F.C.H docent – la Force legata alla crescita indispensabile nell’Opera pratica, segno cioè di una fissata capacità di nuova vita, le lingue nordiche suonano in modo più perentorio: il ‘green‘ inglese, così come il ‘grün‘ tedesco provengono dal radicale Proto Indo Europeo ‘ghre‘, che indicava per l’appunto il momento della crescita di una pianta. Il fonema originario ‘ghros‘, da cui ‘grass‘ – l’erba – informava l’ascoltatore del  ‘giovane germoglio‘ (“shoot“), del ‘pollone‘ (“sprout“). Vi è in questa modalità sonora più di un senso utile alla bisogna. Si parlerà, lo so, di aspetti intellettuali, marginali. E sorrido, di conseguenza.

In verità, ogni materia che cresce ha un suono distintivo, tipico dell’animale, del minerale e del vegetale. Il che è naturale, meglio: Naturale. Se qualcuno/qualcosa ‘entra’ in una stanza chiusa, produce necessariamente un suono: ogni materia che ‘entra’ in Manifestazione si comporta in modo identico. Ogni materia vibra, oscilla; è la sua signature, la firma. Quella vibrazione propria dell’organizzazione cristallina, matrice della nuova materia – la Matta Reah di Heliopolis antica – interagisce con il Campo unico. L’allineamento della vibrazione cristallina che punta, per gradi, alla Risonanza con il Campo, produce un’onda che ha una caratteristica sonora precisa, tradotta in una frequenza sonora delicata, secca, esatta e che riverbera – per un fenomeno elettrico&magnetico ovvio – nell’esaltazione di micro-particelle ‘profumate’ e ‘colorate’. L’occhio percepisce il colore, l’orecchio il suono, il naso il profumo.

Vi sono così, più ‘verdi‘ (e più ‘colori’). L’alchimia antica precisa che vi sono più mercuri e più zolfi. Il “Pensare”, d’altro canto, genera onde, e Madre Natura risponde, con assoluta precisione. L’Entanglement ha una caratteristica di merveilleux, ma racchiude in sé anche l’assoluta incertezza del fenomeno ‘veritable‘. Occorre dunque un supporto per discernere ciò che si cerca, prima teorico (Physica) e poi pratico (Alchimia).

Detto questo, si comprenderà forse meglio il florilegio di achievements capitati ai numerosi alchimisti che sono arrivati nei dintorni di questa zona di Force, meglio: di questo Campo di Forza. Essendo inevitabile che l’artista innamorato è parte interagente di questo Campo, e delle Risonanze in corso d’Opera, è essenziale la frequenza (Canseliet parlava, più che correttamente, del famoso Dyapason). Pregare, meditare, è senza alcun dubbio una postura essenziale e dovuta di fronte a Madre Natura all’Opera, quando fa nascere una nuova vita in un Cristallo. Noi non siamo nulla di fronte alla Madre, di fronte alla Materia, soprattutto a quella Matta Reah. Ma la possibilità di consapevolezza di alcune frequenza base della Creazione può essere esiziale nel non prendere lucciole per lanterne, nella speranza timida ed umile di saper come orientarsi durante quel rapidissimo canto profumato.

Il Desiderio di Arjuna è la forza di nascita dell’Entanglement, e non v’è scampo: Connaitre richiede una dispositio sia della Materia che dello Spirito dell’Artista. Il senso allegorico della Veille del futuro, eventuale, Chevalier – solitaria, nella notte, di fronte alle proprie armes posate di fronte al fuoco della Lux – è questo, e non si compie pour chance, ma attraverso una scelta consapevole di Risuonare con la Creazione. Occorre tempo, molto tempo, studio, molto studio, pratica, molta pratica. Ed essere, naturalmente, véritables.

 

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Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 2

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, October 31, 2016 by Captain NEMO

Il Bretone di cui ho parlato in precedenza era un tipo che studiava, certo, ma che traeva ispirazione da un piccolo gruppo di autori, che evidentemente amava e stimava: Dom Pernety (debbo ad Offerus la tempestiva segnalazione; thank you, much obliged…), a Maier, a Basilio Valentino ed al Presidente d’Espagnet, autore quest’ultimo, come si sa, di due trattati di Physica, entrambi magistrali. A questo proposito ho tuttora due curiosità: la scelta precisa di questi autori, che appare quasi come una filiazione (mi riprometto di parlarne presto, sto verificando alcuni materiali); e il fatto che le citazioni, riproposte quasi di peso, sono però leggermente corrette, con qualche espuntazione qua e là. Val la pena di notare che Fulcanelli – il quale, lo ripeto, conosceva con certezza il Bretone suo contemporaneo, senza peralto mai citarlo – mostra di condividere molto quella impostazione classica&alchemica.

Proseguo nel riportare alcuni passaggi più squisitamente alchemici, che di fatto sono riassunti e adattazioni (un po’ di cut&paste, ante-litteram) di brani di Dom Pernety (Les fables égyptiennes et grecques, dévoilées & réduites au même principe: avec une explication des hiéroglyphes, et de la guerre de Troye – 1758)

Materia della Grande Opera

Di ogni cosa materiale si fa la cenere, della cenere si fa il sale, del sale si separa l’acqua e il mercurio, del mercurio si compone una quintessenza o un elixir. Il corpo si riduce in cenere per essere pulito delle sue parti combustibili, in sale per essere separato dalle sue terrestreità, in acqua per marcire e putrefare,   e in spirito per diventare quintessenza. I sali sono dunque le chiavi dell’arte e della Natura; propriamente non vi è che un sale di Natura, il quale si divide in tre: il nitro, il tartaro e il vetriolo. Di questi sali e dei loro vapori si fa il mercurio che gli antichi hanno chiamato Semenza Minerale. Di questo mercurio e dello zolfo, sia puro che impuro, sono fatti tutti i metalli nelle viscere della terra e sulla sua superfice.

La prima materia è chiamata comunemente zolfo e argento vivo. Raimondo Lullo li chiama i due estremi della pietra e di tutti i metalli. Altri dicono in generale che il sole è suo padre e la luna sua madre; che essa è maschio e femmina, che è composta di quattro, di tre, di due e di uno, e tutto ciò al fine di nasconderla. É certo che non vi è che un solo principio in tutta la Natura, e che lo è tanto della pietra che delle altre cose. Non vi è così che un solo spirito fisso composto di un fuoco purissimo e incombustibile che fa sua dimora nell’umido radicale dei misti. É più perfetto nell’oro che in ogni altra cosa, e il solo Mercurio dei Filosofi ha la proprietà di estrarlo dalla sua prigione, di corromperlo e di disporlo alla generazione. L’argento vivo  è il principio della volatilità, della malleabilità e della mineralità, lo spirito fisso dell’oro non può nulla senza di esso. L’oro è umettato, reincrudato, volatilizzato e sottoposto alla putrefazione attraverso l’opera del mercurio, e quest’ultimo è digerito, cotto, inspessito, disseccato e fissato attraverso l’opera dell’oro filosofico, che lo rende con questo mezzo una tintura metallica.

L’uno e l’altro sono il mercurio e lo zolfo filosofici. Ma non è sufficiente che si faccia entrare nell’opera uno zolfo come lievito; ve ne serve anche uno come semenza di natura sulfurea, per riunirsi alla semenza di sostanza mercuriale. Questo zolfo e questo mercurio sono stati saggiamente rappresentati dagli antichi da due serpenti, l’uno maschio e l’altro femmina, attorcigliati sulla verga d’oro di Mercurio. La verga d’oro è lo spirito fisso sul quale debbono essere attaccati. … Il mercurio proprio all’opera deve dunque per prima cosa essere impregnato di uno zolfo invisibile, affinché sia più disposto a ricevere la tintura visibile dei corpi perfetti, e che possa in seguito comunicarla con usura.

Rapimento di Proserpina

I poeti hanno aggiunto alla favola di Proserpina che ella ebbe un figlio che aveva la forma di un toro; e che Giove, per avere commercio con lei, si era metamorfizzato in dragone. Dicono anche che il toro era il padre di questo dragone; di modo che essi erano il padre l’uno dell’altro, il che sembra un paradosso. La spiegazione di questa parentela consiste nel sapere che vi è un’unica materia del magistero, ciononostante composta di fisso e di volatile. Il dragone alato e la femmina indicano il volatile, ed il dragone senz’ali ed il toro sono i simboli del fisso. Il Mercurio Filosofico o dissolvente universale si compone di questa materia, che i filosofi dicono essere il principio dell’oro. L’oro dei saggi nasce da questa materia; essa è di conseguenza sua madre: nelle operazioni dell’opera occorre mescolare il figlio con la madre, allora il figlio che era fisso e designato come il dragone senz’ali, fissa anche sua madre, e da questa unione nasce un terzo fisso o il toro. Ecco il dragone padre del toro. Che si faccia di nuovo la mescolanza di questa nuovo nato con la femmina, o la parte volatile dalla quale è stato estratto, allora ne risulterà il dragone senz’ali, che diventerà il figlio di quello che lo ha generato; poiché la materia cruda viene chiamata dragone prima della sua preparazione e nel tempo di ogni disposizione o operazione dell’opera

In una parola, l’oro si dissolve nel dissolvente volatile dei filosofi da cui è stato estratto; allora è la madre che uccide suo figlio. Quest’oro, nel fissarsi, fissa sua madre con lui; ecco che il figlio genera sua madre e che allo stesso tempo la uccide, perché da volatile che essa era, la genera in fissità; e fissare il volatile significa ucciderlo. Ecco svelato il mistero di questo paradosso.

Il Becco

Tutte le nazioni si sono accordate nel considerare il becco [il capro – NdC] come il simbolo della fecondità; era quello di Pan o il principio fecondante della Natura, vale a dire il fuoco innato, principio di vita e di generazione. <Quando i sacerdoti volevano – dice Eusebio – rappresentare la fecondità della primavera e l’abbondanza di cui è la fonte, dipingevano un bambino seduto su di becco e girato verso Mercurio.> Bisogna, con i sacerdoti, vederci piuttosto l’analogia del Sole con Mercurio e la fecondità di cui la materia dei filosofi è il principio in tutti gli esseri. É questa materia, spirito universale corporificato, principio di vegetabilità, che diviene olio nell’oliva, vino nell’uva, gomma, resina negli alberi, etc. Se il Sole attraverso il suo calore è un principio di vegetabilità, non lo è se non eccitando il fuoco assopito nelle semenze dove è come intorpidito sin quando venga risvegliato e animato da un agente esterno. Così, nell’operazione ermetica, il mercurio lavora la materia fissa dove dorme il fuoco innato; la sviluppa rompendo i suoi legami e lo pone nello stato di agire per condurre l’opera alla sua perfezione. Ecco questo bambino seduto su di un becco ed allo stesso tempo la ragione per cui si gira verso Mercurio; Osiride, essendo questo fuoco innato, non differisce da Pan; di conseguenza, il becco era consacrato all’uno e all’altro. Per la stessa ragione, era uno degli attributi di Bacco.

Prometeo liberato

Prometeo aveva come padre Japeth figlio del cielo e fratello di Saturno; sua madre si chiamava Clymene, figlia dell’Oceano; conoscendo quel che era Saturno, si sa cosa occorre intendere per Japeth, che viene da ίαίνω, dissolvere, rammollire, versare, e πεταω, aprire, sviluppare, perché nella putrefazione nella quale la materia è pervenuta al nero, chiamato Saturno dai filosofi, la materia si apre, si sviluppa e si dissolve; è per questo che Clymene, figlia dell’Oceano, è chiamata sua moglie, perché le parti volatili si elevano dall’Oceano o mare filosofico, e sono una delle principali cause efficienti della dissoluzione. Queste parti volatili o l’acqua mercuriale sono la madre di Prometeo che è lo zolfo filosofico, o la pietra dei filosofi. … Un’alluvione desolava tutta la parte d’Egitto dove comandava Prometeo; è la pietra dei filosofi perfetta che si trova sommersa nel fondo del vaso. Occorse il consulto di Ercole andando a prelevare i pomi d’oro del giardino delle Esperidi, perché prima di arrivare alla fine dell’opera o all’elixir perfetto che sono questi pomi d’oro, occorre necessariamente fare e servirsi  della pietra del magistero, significata da Prometeo. Il fuoco del cielo che ruba, è questa pietra tutta di fuoco, una vera miniera di fuoco celeste. Attraverso la prima operazione, quella attraverso la quale si fa lo zolfo o la pietra, si ottiene Prometeo ed il fuoco celeste che ha preso grazie all’aiuto di Minerva, e per la seconda, quella che fa l’elixir  o la perfezione dell’opera, l’artista prende i pomi d’oro dal giardino delle Esperidi.

In quest’ultimo brano, Dom Pernety cita d’Espagnet (Canone 121), ma il Bretone, che in altri passaggi lo cita espressamente, ne toglie l’attribuzione nel suo volume…

Insomma, si può affermare che il Bretone copia le parti salienti dell’opera di Dom Pernety (ma senza citarlo espressamente), ma riorganizza il testo con un ‘montaggio’ diverso, usando anche d’Espagnet (un po’ citandolo ed un po’ non citandolo, e via dicendo). In ogni caso, i passi ‘prelevati’ sono molto ben selezionati dalla mole di argomenti esposti da Dom Pernety, cercando di evitare le cortine fumogene usuali delle Fables e di altri testi. Domanda: perché?

Se si tiene bene a mente che il materiale delle Fables è de facto originato dall’Arcana Arcanissima di Maier (pubblicata a Londra, nel 1614), la domanda si fa più importante. Sembra quasi che il Bretone abbia inteso togliere li versi strani e proporre una visione quasi in chiaro (naturalmente, sempre sotto le regole della Tradizione) della dottrina alchemica in corso in quei tempi, in un’operazione di riproposta decisamente nuova, specie durante la fine del secolo che si stava avviando verso il funesto occultismo. Se a questo si aggiunge che Fulcanelli lo frequentava, e che la formazione del circolo di Avenue Montaigne è ancora da venire, e che Fulcanelli sposa questa linea didattica – pur restituendo a Cesare quel che è di Cesare per ciò che concerne le citazioni e le authorships – e che il filone parte da Maier, con un’opera pubblicata durante l’unica visita fatta presso la corte Giacobita, in pieno Furor Rosacrucianus … forse, forse,  si comprende meglio il profondo imprinting originario dell’Alchimia proposta sin qui da questa sorta di filiazione. La scelta degli autori, tutti, di indicare con malcelata precisione come asse portante dell’Alchimia una Physica precisa, antica ma solida, concreta, sfrondata dalla nebbia di misticismo-da-quattro-soldi e para-sacralità (Fulcanelli docet; è un uomo di Scienza, Accademico, e il suo approccio – pur perfetto nella Tradizione alchemica classica – è persino più ‘scientifico’ di uno scienziato del giorno d’oggi) deve far riflettere.

Voglio precisare: non si sta parlando solo di una eventuale storia dell’Alchimia moderna, o di una banale operazione intellettuale pour épater le bourgeois, quanto di un discrimine essenziale nello studio dell’Alchimia, ove il senso e la portata dell’Arte sono indicati in modo netto e consapevole: Alchimia non è certo chimica, né fisica, tantomeno loro parente; si tratta d’altro, di ben altro, di ben più fondante: Conoscenza, attraverso studio&pratica. La Metafisica Sperimentale di Canseliet – oltre ad essere felicissima espressione – sembra d’altro canto suonare ed alludere a questa vera e propria Armonia. La ‘langue-des-oiseaux‘, così cara a Fulcanelli e Canseliet, così ben spiegata e studiata da Grasset d’Orcet, indicherebbe – pare – la fonte nascosta dell’Arte, la Prisca Sapientia di Newton. En passant, Grasset d’Orcet, il Bretone, Fulcanelli et alia … si conoscevano molto bene. Molto.

To be continued …

La surreale ‘Lectio’ di un Britannico…piuttosto old-styled.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , on Wednesday, March 27, 2013 by Captain NEMO

Major Grubert - Exploring

Major Grubert – Exploring

Quando si cerca, capita di trovare. E talvolta, trovato un ciottolo dalla forma singolare, lo si osserva; ci si fanno domande. Lo si rigira, con qualche sospiro, tra le dita sporche di Laboratorio.
Vi propongo un passo:

Dunque chiamiamo il seme acqua per metonimia, poichè per parlare propriamente la virtù seminale risiede e si diffonde universalmente in tutta l’acqua che in realtà è il seme, e non è mai separabile dal ricettacolo della sua acqua. Se a qualcuno sembra straordinario che io assegni l’acqua come sede dello Spirito seminale, affinché ciò non sembri strano, [dirò] che perfino nella prima Creazione lo Spirito di DIO si portava sopra le acque, cioé [che] lo Spirito Celeste infuso attraverso le acque, esso stesso le dotava di forza e virtù prolifica. Infatti, solo in questa, tra tutte le cose (che sono nell’Universo), si fondano i semi fin dalla prima origine, e da essa non escono mai; ma tuttavia nei vegetali sono generati nell’aria cruda, negli animali sono conservati nei reni, nei minerali sono fermamente racchiusi nelle loro profondità. E infatti è impossibile che il seme esca dalla propria sede originaria. Perciò se tutto [proviene] dall’acqua (come abbiamo detto), la ragione insegnerà ancor di più che il seme risieda sempre nell’acqua.  Perché le cose non si possono conservare altrove se non lì dove nascono: infatti, sottratta la causa dell’origine, si estingue l’effetto; donde il fatto che la moltiplicazione di ogni cosa avvenga sempre nell’umido e mediante l’umido, a mo’ di nutrimento. I Vegetali mediante il Leffa acqueo della terra, gli [esseri] Animati mediante il Chilo liquido, i Metalli mediante il liquore Mercuriale. Donde, aumentati e prodotti, i vegetali emettono spontaneamente nell’aria un seme crudo diverso da tutto il loro corpo, che diventi un corpo coagulato, affinché si riconosca anche che proviene dall’acqua e che conserva il proprio spirito seminale nell’acqua; viene affidato alla terra per aumentare la specie, nella quale matrice  – grazie al Leffa acqueo della terra – si risolve nella sua prima materia acquea, & allora comincia la Vegetazione. Successivamente l’acquosità seminale assume questo Leffa acquoso (mediante il quale è manifestata [i.e.: l’acquosità seminale] grazie alla dissoluzione), e quello sostanzia il germe come umore radicale nutritivo, mediante il quale [i.e.:  l’umore radicale] riceve informazione [per diventare] pianta o Albero secondo il fermento specifico del seme. Gli Animali conservano nei reni un Seme nato dall’immaginazione, il quale diffuso nella dovuta matrice attraverso l’atto della generazione, forma un feto tenero abbondante di molto umido crudo, il quale successivamente si accresce con il mestruo liquido femminile e cresce fino a [diventare] un infante perfetto, [che] viene al mondo all’ora della sua nascita, si nutre di latte fin quando non possa sopportare alimenti più forti, i quali d’altra parte non [lo] nutrono (a meno che non siano trasmutati in chilo liquido, così come le ossa nello stomaco del cane). Analogamente a tutto ciò, i Metalli coagulati racchiudono il proprio seme perfettamente elaborato (sotto dense convalli), tuttavia situato nell’acqua; in seguito, estratto mediante sagace artificio, viene covato e cresce nella debita matrice, fin quando (previa corruzione) riceva la propria glorificazione. Ma quest’operazione è sommamente difficile, a causa delle strutture recondite dei metalli, in cui questo seme è racchiuso, che non cedono a nessuna forza, se non interviene un sottile ingegno. Perciò rendo noto che esiste una Matrice nella quale l’oro (di cui bisogna ricercare solo il seme), [una volta] postovi,  emette spontaneamente e soavemente il proprio sperma, fin quando esso stesso si debilita e muore, & mediante la sua morte si rinnova come Re gloriosissimo, successivamente dotato della potestà di liberare tutti i suoi fratelli dal timore della morte.

Questa ‘explicatio‘ magistrale è di Philalethe, tratta dal suo De Metallorum Metamorphosis [vogliate perdonare la traduzione un po’ brusca, ma  – se capita di restar stupefatti da musiche non suonate, ma che ti prendono il cuore – si preferisce alzar le mani e lasciar tutto così come viene; ergo, non farò commenti e sarà interessante – spero – leggere eventualmente i vostri]: il primo livello di lettura è tipico dell’Alchimia dei Maestri. Colpisce, in ogni caso, la incredibile capacità di dettaglio – veramente ‘scientifico’ – nella descrizione del ‘sistema’ generativo adottato da Madre Natura nella manifestazione. In poche righe, partendo dalla arcinota frase del Genesi, si arriva via via a discendere i vari gradini verso la singolare ’emissione’ spontanea da parte dell’oro del proprio sperma. Già al primo livello di lettura, molte sorprese dovrebbero cogliere l’attenzione dello studioso, e pure dell’innamorato.

Ma di certo, conoscendo l’arguzia, l’astuzia, la carità & la perfidia dell’autore, vi sono altri livelli. E non pochi, temo.

Il mio britannico amico – Major Grubert – sostiene serafico che chi cerca ‘spiegazioni’…le trova. Ma, come sempre, sorrideva sornione alzando il solito ‘eyebrow’, alla moda dei sudditi di Sua Maestà…prima di proseguire il suo viaggio a bordo del dino-semiacquatico, mi ha lasciato un bel quadro.

The Golden Bough

The Golden Bough

Come era ovvio aspettarsi, è di un suo compatriota, Joseph Mallord William Turnerforse, c’è da chiedersi perché qualcuno tenga in così gran considerazione la pedante raccomandazione di Messer Bianconiglio.

…o no?

Epifania pratica…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, January 6, 2013 by Captain NEMO

La leggenda cristiana racconta che tre gran Re vennero dall’Oriente per adorare Gesù nella mangiatoia. Uno era bianco e portava l’incenso, l’altro era biondo e portava l’oro, l’altro era nero e portava la mirra. Questi tre magi rappresentano le tre materie dell’opera, le quali concorrono, attraverso la loro unione, alla nascita dell’infante divino…“.

Cathedrale d'Autun - Le Sommeil des Mages

Cathedrale d’Autun – Le Sommeil des Mages

Questa è l’opinione di Pierre Dujols a proposito della ‘composizione‘ necessaria per la ‘nascita‘; e tutti sanno che in Alchimia la nascita – ma attenzione: anche il concepimento ! – è contrassegnata dalla Stella. La Maris Stella di Fulcanelli:

…una vetrata molto curiosa, che si trovava vicino alla sacrestia nell’antica chiesa di Saint-Jean a Rouen, oggi distrutta. Questa vetrata raffigurava il Concepimento di san Romano. ‘Suo padre Benedetto, consigliere di Clotario II, e sua madre Felicita, erano sdraiati su un letto interamente nudi, secondo l’uso che durò sino alla metà del XVI secolo. Il concepimento era rappresentato da una stella che brillava sopra la coperta a contatto col ventre della donna…la cornice di questa vetrata, già singolare per il suo motivo principale, era ornata da medaglioni nei quali si distinguevano, non senza sorpresa, le figure di Marte, Giove, Venere, etc., e perché non si avessero dubbi sulla loro identità, la figura di ogni divinità era accompagnata dal nome.‘”. [Il Mistero delle Cattedrali]

Una vetrata, distrutta. Vicino alla Sacrestia, nella vecchia ecclesia di san Giovanni  a Rotomagus (nella Gallia Lugdunensis, cioé facente capo a  Lugdun – che dopo diventerà Lyon -, che in Celtico è il ‘dun‘ del dio Lùg, il ‘monte protetto della Luce’; Rotomagus è il ‘luogo, la piana della ruota’, ed è la seconda civitas della provincia romana con ‘a capo’ Lugdunum, per i Romani l’oppidum di Lug). Nei pressi di questa sacrestia – cioè il luogo del sagrestano, in antico francese sacrestein, che è colui che conserva la Pietra-Sacra – della vecchia chiesa, distrutta, c’era una vitrail. Raffigurava Benoit & Félicité, nudi…senza vestiti. Una coppia, senza abiti. La Stella è sur la couverture, en contact avec le ventre de la femme. Sur la Bordure, il bordo della vitrail, dei médaillonsnomen est omen.

Dimenticavo: Lùg, era diventato per i Romani Mercurius Artaios, cioé il ‘protettore dell’orso’. Ci sono due Orse in Cielo, la Maggiore e la Minore, l’una l’inverso dell’altra, e la meno grande indica sempre il Nord. La stella Arcturus appartiene alla costellazione di Boote, il Bifolco, colui che spinge l’aratro, racchiuso tra la Chioma di Berenice e la Corona Boreale. Boote, che spinge il bue a trainare l’aratro nel campo, per qualcuno spinge un gallo; ma non è un Gallicus.

I trois rois Mages seguono la stella, evidentemente da Oriente a Occidente, dove è stato concepito ed è nato un giovane Re. Gli offrono tre strani doni, che tutti prendono per i ben noti Symbola: potere, divinità e guarigione. Marco Polo riporta (Il Milione) una storia: i tre Magi sono tre Re di origine iranica, e provengono da ‘Sava’, dove il veneziano ha visitato il loro sepolcro; i loro corpi sono intatti, con tanto di barba e capelli. A tre giorni di viaggio, Marco trova un castello, ‘Cala Ataperistan‘; significa ‘Castello degli adoratori del fuoco‘. Gli abitanti del castello gli raccontano una strana storia dei Re Magi: i tre re erano partiti da quella provincia per rendere visita a un ‘profeta che era nato’, portando i tre famosi doni. Una volta giunti, i tre si presentano singolarmente a Gesù bambino: il più giovane dei re trova che il bimbo ha la sua stessa età. Entra il secondo, Gesù ha la sua età; idem per il terzo. Stupefatti, i tre si raccontano l’un l’altro lo strano avvenimento, e decidono di entrare tutti assieme: stavolta Gesù è un bimbo tal quale era ‘poiché non aveva che tredici giorni di vita‘. Ricevuti i tre doni dai Re, Gesù consegna ai tre un cofanetto, chiuso. Ripartiti verso il loro paese, i Magi vollero vedere cosa contenesse: lo aprirono e restarono delusi, perché conteneva una pietra. Allora la gettarono in un pozzo: ed immediatamente dal cielo discese un ‘fuoco ardente che entrò completamente nel pozzo‘. I Re, accortisi della natura divina del prodigio, ‘presero di quel fuoco‘ e lo portarono con sè in patria, lo posero in una ‘chiesa‘ molto bella e ‘da allora lo fanno ardere continuamente‘.

Secondo gli studiosi, uno dei tre Re – Gaspare, il più giovane – sarebbe stato identificato come Gondophares, il primo re indo-parto (I° sec. DC). Il suo nome significherebbe ‘il conquistatore del ‘Pharn‘, cioé del Farr in persiano. Alcune monete attribuite al suo regno lo raffigurano nelle vesti di cavaliere sul recto, e di Giove volto a destra con la mano destra alzata sul verso; accanto il simbolo di Mercurio.

Gondophares - Moneta

Gondophares – Moneta

Gondophares - altra Moneta

Gondophares – altra Moneta

Chi ha imparato a camminare nel meraviglioso, potrebbe restar stupefatto, non credete?

Jheronimus Bosch dipinge un giorno il suo famoso ‘Trittico dell’Adorazione dei Magi‘ (fine del ‘400):

Bosch - Trittico Adorazione dei Magi

Bosch – Trittico Adorazione dei Magi

Gaspare è il nero avvolto da un bianco mantello, curiosamente spinoso in alcuni punti e dalla bordura che mostra degli esseri alati; tiene tra le mani il suo dono, la myrrhe: una ‘boule‘ con un’incisione a rilievo dell’Offerta dell’acqua al re David da parte dei tre Forti; sopra la boule uno strano rettile alato pare intento a combinare qualcosa; dietro di lui c’è un servitore di ben minor statura, in rosso, con un curioso copricapo, che stringe al petto una sorta di contenitore istoriato (ma forse è il ‘cappello’ del suo padrone). Melchiorre, vestito un po’ all’occidentale, ha un mantello blu con collare di metallo e mantellina istoriata, dove è raffigurata la Visita della Regina di Saba a Salomone (La regina era ‘nera’ e Salomone era il figlio di David), e offre l’or su un piatto; Baldassarre, il più vecchio dei tre, ha un manto rosso: deposta la tiara ai piedi della Vergine, le ha appena offerto il suo dono, l’encense, sotto forma di scultura che raffigura il Sacrificio di Isacco; la Vergine ha il suo mantello blu scuro, sopra una veste scura che lascia intravedere una tunica bianca.

Chi sarà lo strano personaggio sul retro, mezzo nudo e mezzo addobbato come un re?…in testa ha una corona metallica e irta di aculei, nella sinistra regge un’altra tiara (forse il cappello di Melchiorre?)…

Bene: Anche in questo caso, vi sono molte precise indicazioni operative. Se poi qualcuno vuol trarre da questo festivo calembour la convinzione che l’Alchimia sia speculativa, interna, spirituale o quant’altro…è liberissimo di farlo. Magari, un altro giorno, in occasione di un’altra Epifania, potrebbe domandarsi di nuovo se un Symbolon possa esser altro che una figura intellettuale. Se non addirittura un po’ retorico.

Dimenticavo Dujols, che conclude:

La riunione di questi tre elementi nel grano fisso costituisce il ternario magico, il trinum magicum, figura rudimentale della grande trinità universale che regge il mondo. Questo grano fisso formato dalle tre materie sopradette è il mercurio; è racchiuso in  un gateau metallico. E’ a questo riguardo che si distribuisce il gateau des Rois tra Natale e la purificazione, dove si trovano nascosti una fava, oppure un fagiolo, o un bebè di porcellana che viene chiamato il ‘baigneur(il bagnante, che ha evidentemente un doppio senso…), traduzione incompresa di un gioco di parole in greco, βαλανευσ, baigneur, per βαλανοσ che significa ‘le gland, la gale et la truffe du chene‘ (la ghianda, la galla e il tartufo (meglio: il fungo) della quercia). Questo rito è fondato sulla scienza ermetica, al punto che non può essere spiegato senza di essa. Colui al quale viene consegnata la parte che contiene la fava o il bebè ha estratto il re, e viene proclamato re…”.

Con l’augurio di trovar lavoro da fare,  a tutti una

Buona Epifania…!!!

The Alchemist’s CookBook – Oro in Umido, avec Metaux, mais pas Metaux…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , on Tuesday, January 1, 2013 by Captain NEMO

Molti di coloro che cercano di capire ‘come si fa‘ cercano le ‘ricettine‘; ve ne sono centinaia e centinaia. Ma occorre studiare; meglio: ‘saper studiare‘, con un metodo molto diverso da quello con cui si studia un testo al solo scopo di tenere celebrate conferenze. Ma anche questa è un’Arte in via di estinzione…

Poi, occorre mettersi al forno: non vi può essere alcuna speranza di verificare se una ‘ricetta‘ sia buona o fasulla, senza metterla in opera.

Ma, anche questo, è considerato da tutti una cosa da farneticanti, da persone matte, addirittura non necessaria: (Scena I – Un uomo di fronte allo Specchio; dice: ‘…ma non diciamo scemenze…quell’Oro sono io, io sono il centro e lo scopo della creazione; in me ho già mercurio e zolfo‘. E si avvia verso la cucina…).

L’Alchimia pratica, fatta con le mani, fa paura. Bene. Qualcuno direbbe: ‘Meglio così…‘.

Dunque, come un jeux d’enfants, riporto un passo di Philalethe, tratto dalla Manuductio ad Rubinum Coelestem:

In verità per arrivare all’ultima parte dell’incarico da me assunto, non mancherò di mostrare con quali mezzi si possa ottenere questa nostra pietra; infatti non si deve ricercare fabbricata dalla Natura; ma deve essere composta con lavoro secondo arte & ingegno, tuttavia con l’aiuto e la prestazione d’opera della natura: come infatti è già stato abbondantemente dichiarato, la materia di questa pietra non deve essere cercata altrove che nei metalli; nondimeno tuttavia questi metalli non sono la nostra pietra, ciò che risulta facilissimo da capire: infatti, hanno una forma diversa diversa da quella della nostra pietra. Cionondimeno, non nego che la nostra medicina si debba estrarre da essi, ma per estrarla bisogna prima togliere necessariamente la forma del metallo, e ciò sotto la conservazione della specie, sebbene mediante distruzione di questo specifico individuo metallico. Infatti la specie metallica risiede & si conserva nello spirito, il quale spirito non risiede altro che nell’acqua omogenea al proprio genere: l’acqua è infatti la dimora dello spirito, che innanzitutto bisogna mantenere nella conservazione della specie. Quindi l’Oro deve essere obbligato a lasciare la sua forma, e questo in un’acqua omogenea al suo genere, nella quale acqua si conservi lo spirito dell’Oro, il quale successivamente ricondensa la sua Acqua, e induce dopo la putrefazione una nuova forma, migliaia di volte più perfetta della forma dell’Oro (che ha perso con la reincrudazione).” [la traduzione è a cura del buon Frate; dal canto mio, ho messo qualche virgola e qualche nastrino.]

Affermo che questo è tutto quel che serve per fare quel che si deve fare. Posto che ci si sia accorti di quel che si deve fare. Il passo di quell’incredibile autore che è Philalethe – mai studiato abbastanza. Sulle fonti! – è perfetto, completo, chiarissimo. Ma se non lo si mette in Opera, non si saprà mai qual’è la trappola in cui è obbligatorio cadere per vedere.

E siccome nessuno mai si abbasserà così tanto da metter le mani nella terra dei Filosofi, non resterà altro che leggere e interpretare. Così, la mente resta piena, ed il piatto si riempirà delle più belle pietanze, per sé e per gli Hospites. Poi, terminata la lettura, si ripone il testo e si può tornare a vivere secondo diletto.

Intanto…è passato un treno che non era da perdere !?

L’Oro spirituale di Philalethe…una densitas sorprendente, ma sufficiente.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, November 14, 2012 by Captain NEMO

La Fons Chemicae Philosophiae di Eireneo Philalethe è spesso trascurata; chissà perché. Eppure è un testo ricchissimo e degno di essere studiato con la massima cura, parola per parola. L’Adepto va in effetti alla radice, alla fonte di tutta la Filosofia Naturale; e compie un’operazione di spiegazione minuziosamente onesta e veritiera. Tra i tanti passaggi che meriterebbero, da soli, una conferenza, ne ho scelto uno che mi ha colpito molto, e che meriterebbe  – seriamente – una piccola rivoluzione.

Infatti il Mercurio è lo sperma dei metalli, che la Natura ha formato in metallo nelle vene della terra con estrema sagacia, e non gli manca nulla se non la pura digestione, ma non è digerito se non da un puro zolfo metallico bruciante che  in effetti ha nel suo centro e per mezzo del quale la Natura in un lungo periodo forma l’oro. Ma all’uomo è ignoto in che modo lo faccia con la sua arte. Infatti, anche se si potesse fare l’oro dal solo mercurio senza nessuna aggiunta, non si preparerebbe, se non in molto tempo e con molte spese, che sarebbe sciocco sopportare per fare del semplice oro.

Vi è nel mondo un unico zolfo preparato dalla natura, che sia stretto parente del mercurio.

Perciò i due si mescolano radicalmente, e per mezzo dello zolfo il mercurio si cuoce, mentre il mercurio per la ripugnanza delle loro qualità lo fa putrefare. Così, grazie alla rigenerazione, risorge un oro, non come quello che si trova nelle miniere, ma spirituale, penetrante e tingente, tanto che può entrare facilmente in tutti i metalli imperfetti quando vi viene proiettato. Allora in un tempo brevissimo li digerisce sino alla proporzione perfettamente equilibrata dell’oro, e rigettate le feci, li riporta a perfetta salute.

[Ireneo Filalete, Opere, a cura di Paolo Lucarelli – 2001, Ed. Mediterranee, pp. 100-101]

SufficitInnanzitutto, alcune brevi considerazioni sul testo.

Il primo paragrafo – Un’osservazione ovvia, ma la cui portata sfugge alla lettura affrettata; lo sperma minerale ha una curiosa conformazione, e il termine non potrebbe essere più appropriato: il Mercurio porta di fatto lo Zolfo al suo interno, nel suo ‘centro’; a differenza dello sperma animale, che è un carrier del seme maschile e che per generare un nuovo essere deve essere unito al seme femminile (esterno), lo sperma minerale è già composto dal seme maschile e da quello femminile; gli manca solo la cottura, la digestione. Madre Natura, con ‘estrema sagacia’, è l’unica in grado di portare a termine questa operazione e l’uomo ne ignora del tutto le modalità. Il punto è, infatti, che lo zolfo bruciante del centro – lo si è detto mille volte – è assolutamente ben nascosto, imprigionato, addormentato, dormiente. Capovolgendo la favola, è in qualche modo ‘il bello addormentato’…e solo un bacio potrebbe risvegliarlo. A parte la difficoltà per  ‘il’ o ‘la’ baciante nel poterlo raggiungere, lascio a voi ritrovare la meraviglie del bacio ed il suo segreto significato. L’ultima frase meriterebbe troppe riflessioni, che tralascio per non risultare antipatico.

Il secondo paragrafo – Nel ‘mondo’ – lo ridico: nel ‘mondo’ – esiste un unico zolfo che sia stretto ‘parente’ del Mercurio; il termine dell’originale – Philalethe parrebbe aver scritto questo testo in Latino – è ‘familiarissimum’, sul quale credo opportuno meditare.

Il terzo paragrafo – Grazie alla particolare conformazione di cui sopra, lo Zolfo digerisce il Mercurio e – contemporaneamente – il Mercurio fa putrefare lo Zolfo. Questa doppia azione che ha del miracoloso, provoca la generazione di un nuovo corpo, che Philalethe definisce ‘oro spirituale’. E questo è tutto, quantum sufficit; questo è tutto ciò che caratterizza l’Alchimia.

Invito il curioso a leggere bene il trattato, che vale tanto ‘oro spirituale’ quanto pesa! E lascio all’appassionato le riflessioni dell’ambito operativo: il punto di partenza, naturalmente, è  comprendere cosa sia ‘quel’ Mercurio di cui parla l’Adepto; poi, in seguito si potranno fare ipotesi più strettamente legate alle manipolazioni di laboratorio. Ovviamente, avverto, c’è una trappola; ma indispensabile. Senza cadere in quella trappola, non si comprenderebbe come uscirne, e come iniziare a operare.

Ma, stavolta, vorrei raccontare alcune mie personali riflessioni, che scaturiscono dal brano riportato. In buona sostanza, gli attori, una volta messi in grado di compiere il loro ruolo, fanno tutto da soli. Il ruolo dell’operatore è laterale: come ripeterà ancora, poco dopo, Philalethe ricorda che la congiunzione dei due Principia  ‘…non si fa con un’operazione manuale ma naturale, e che l’uomo, non solo non aiuta, ma non ne capisce bene nemmeno la causa, per cui quest’opera è detta divina’. In effetti, la causa è misteriosa, visto che per noi animaletti avidi la cosa è assolutamente incomprensibile.

Ma, se non è dato conoscere la causa, l’Adepto spiega come accada questa misteriosa e miracolosa congiunzione. Riporto un brano di poco precedente:

Il motivo per cui il colore del mercurio nella dissoluzione (nell’originale: ‘decoctione’ ) non è modificabile dal corpo dissolto consiste nel fatto che la terra e l’acqua del mercurio sono omogenee e così contemperate che nessuna delle due può essere separata dall’altra, e sono così fortemente commiste, che tanta è la densità della sostanza con la meravigliosa tenuità della materia da nascondere i colori.”

Philalethe descrive qui le caratteristiche della commistione originale dei due Elementi che compongono il Mercurio; e questa descrizione è talmente straordinaria da meritare un approfondimento: l’ultimo periodo latino recita: ‘…quod una cum mira materiae tenuitate tanta est substantiae densitas,…’; una traduzione meno elegante è la seguente: ‘…assieme ad una straordinaria tenuità della materia vi è una talmente grande densità della sostanza…’. Questo periodo innocente e magari ritenuto una sorta di figura retorica, racchiude in verità qualcosa di straordinario ed unico. Naturalmente tutti lo leggiamo con il nostro metro comune, quello di umani indaffarati nelle cose della vita; ma Philalethe sta raccontando una cosa che ha delle implicazioni colossali, sia per averla concepita e scritta a metà del 1600, sia per il gran coraggio nel proporre la visione del Sistema Naturale, persino per i suoi tempi. Si tratta di una visione ben più che moderna, tanto è avanzata rispetto a quella odierna. Cercherò di accennarne qualcosa, nei limiti di ciò che è permesso: in soldoni, l’Adepto, usando solo dieci parole dieci, descrive uno dei meccanismi più intimi e segreti del come la materia prende corpo in manifestazione. E lo fa da autentico Scienziato della Natura, con semplicità pesantissima e umiltà: vi sono due ‘cose’, la materia e la sostanza; per quanto molti storcano il naso, queste due ‘cose’ sono ben diverse: la materia del Mercurio è la parte materiale del corpo, ed essa è ‘straordinariamente tenue’, vale a dire straordinariamente rarefatta. La sostanza, la sub-stantia, è la parte spirituale del corpo, ed essa è molto densa. Infatti, è una materia anch’essa, con una qualità – quella spirituale – che caratterizza in modo informativo l’altra materia, la materia materiale. Questi due aspetti del corpo – una volta arrivato in manifestazione, vale a dire ‘creato’ – coesistono in spazio e tempo. Chi lo desiderasse, troverà nella mia Introduzione al Liber Secretus di Arthephius alcuni utili spunti a proposito della materia spirituale (…una tenue pubblicità, di cui chiedo venia). Le implicazioni legate a questa visione, sia di carattere scientifico che sperimentale, tanto per l’alchimista che per il fisico, sono enormi. E non ritengo opportuno affrontarle qui. Si tratta di collateral damages che è preferibile affrontare nel più privato silenzio, se proprio lo si vuole.

Per spiegare la mia meraviglia nel riflettere su quella precisazione di Philalethe, vi invito a soffermarvi sul senso di una densità di una ‘cosa’ spirituale: la materia spirituale è ‘densa’ di Spirito. In effetti, lo Spirito deve avere una sua massa, perché, sulla bilancia della cucina, quello spirito pesa. Gettando alle ortiche il consueto ciarpame occultistico e le solite dotte definizioni mistico-esoteriche, si sta affermando che la componente spirituale possiede una densità, nel caso del Mercurio superiore a quella della componente materiale. Qui ci si dovrebbe porre una domanda: ‘…da dove viene questa maggiore densità?‘…è da notare che questo ‘carico’ di densità è  – Naturalmente – mutevole. Per esempio, l’alchimista cerca infatti di arricchire il contenuto di Spirito Universale – non corporificato – di questo corpo miracoloso che ospita il Principio Mercurio; se vi riesce, e confermo che è possibile riuscirvi, la conclusione è che il transito di questa componente spirituale deve avvenire tramite un locus non appartenente a questa manifestazione. Debbo fermarmi qui, ricordando che questo Mercurio porta il suo Zolfo al suo interno, e che non vi è dubbio alcuno sul fatto che la Fisica moderna non ha nemmeno l’idea di come stanno le cose nel cuore intimo della materia.

Mi pare comunque che questo enunciato semplice e chiarissimo dovrebbe obbligarci a delle serissime meditazioni, tanto in campo epistemologico quanto nel dominio non banale dello studio dei fenomeni Naturali.

Riepilogo breve: Madre Natura, in questa manifestazione che ci vede ospiti del tutto ignari, è in qualche modo preordinata al fine di produrre il corpo – definito perfetto – dell’oro metallico, quello che Philalethe definisce ‘semplice oro’. Oltre, non va. Né ci andrà mai. Tralasciando il fatto non marginale per cui quest’oro metallico è il vero dio di questo pianetucolo (oggi siamo riusciti anche a affliggerci con mostruose transazioni in ‘oro virtuale’, istantanee, che squassano i destini di tutti i viventi), l’Oro vero, quello spirituale di Philalethe, è un corpo ‘unico nel mondo’, che Natura non produce. Tuttavia, può essere prodotto da un artista illuminato, utilizzando il Principio Mercurio che Madre Natura, graziosamente, ‘prepara’ (ma di cui nessuno sa dell’esistenza, né della sua funzione; a che serve, ci si dovrebbe chiedere, questo Mercurio?…e l’oro spirituale, serve per solvere metalli e vari corpi, per fare la Pietra Filosofale?).

Sembra dunque di dover concludere che l’affermazione famosa di Paolo Lucarelli, che definì questo nostro mondo una ‘prigione’, sia confermata nella sostanza: Madre Natura non produrrà mai, qui, qualcosa di più ‘perfetto’ dell’oro metallico. Siamo fritti, e lo siamo sempre stati; ab initio. Il Progetto Naturale che ci vede ospiti è ‘perfettamete’ fissato e non migliorabile; è così perfetto nel suo meccanismo, che l’uomo ha sempre e soltanto basato la sua vita sulla ricerca del possesso del metallo raro e dei sui moderni derivati. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, sono sempre state evidenti, e non muteranno per qualsiasi modello futuro: Madre Natura non produce Oro Spirituale. Et alors…?

Allora, qualche povero pazzo, molto meno che una mosca bianca, va dicendo che – nel Progetto – è presente la possibilità di utilizzare ciò che Natura ha ‘preparato’ – in gran segreto – per “fare qualcosa”; il compito terribile, per la sua gravosità e per gli annessi&connessi, è quello di ‘fare’ una nuova, piccola ‘creazione’. Molti sorrideranno, immagino, o scuoteranno la testa. Eppure, questo è ciò che leggiamo nei testi migliori. Perché tale nuova creazione possa avere un senso, però, occorre far sì che quella ‘densitas’ di Spirito Universale possa venir attratta canonicamente e corporificata opportunamente. Il senso dell’Alchimia è tutto qui: l’alchimista ha un compito gigantesco, i cui risvolti – Naturalmente – non sono affatto personali, bensì universali. Per inciso, la disponibilità di Spirito Universale in questo corpo ‘unico’ ha delle conseguenze che non sono a mio avviso ben percepite, né da chi studia Alchimia, né da chi ne parla. Anzi, probabilmente non lo sono mai state. Di fatto, tutti hanno l’idea che l’alchimista sia uno che sogni di far oro, o quant’altro. In realtà, l’alchimista si affaccia ad una finestra dell’universo, il cui limite è molto più che vertiginoso. Si percepisce, in un lampo, che siamo del tutto non proporzionati alla ‘densitas’ di quello Spirito Universale, ed il senso di inadeguatezza è pesantissimo. Siamo, di fatto, troppo ‘tenui’. Estremamente rarefatti, e – per di più – estremamente stupidi. Ma non posso qui dilungarmi su questo.

Un ultimo avviso: il giovane Isaac Newton possedeva la Fons Chemicae Philosopiae nella sua biblioteca alchemica (MS Keynes 35), e la studiò a lungo. Poi, qualche anno dopo, pubblicò i suoi magnifici Philosophiae Naturalis Principia Mathematica: ho scritto qui qualcosa di quel famoso incipit, mai compreso per davvero dal mondo degli accademici, e lo riporto perché lo trovo molto assonante con ciò che Philalethe andava dicendo:

Quantitas Materiae est mensura ejusdem orta ex illius Densitate & Magnitudine conjunctim.

Va da sé che la Massa del corpo di cui parla Sir Isaac non è proprio quella che si ottiene moltiplicando la densità per il volume occupato; forse, una riflessione molto accorta, persino accorata, sulla ‘tanta densitas’ del passo di Philalethe e su quel ‘conjunctim’ di Newton potrebbe aiutare il pellegrino ad incamminarsi e – soprattutto – a ‘darsi da fare’, al suo meglio. Naturalmente.

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