Il Giglio delle Convalli

Jacques Coeur - Tristan & Isolde

Jacques Coeur – Tristan & Isolde

Nel suo Arcanum Hermeticae Philosophiae Opus (1623), al canone XXIII, il Presidente d’Espagnet scrive:

Con il termine Luna i Filosofi non intendono la Luna volgare, la quale nel suo operare è maschio, & che nella copula svolge il ruolo di maschio; che nessuno presuma dunque di  tentare una congiunzione nefasta & contro Natura di due maschi, e non  si concepisca alcuna speranza di prole da una tal copula; ma si congiunga con un congiunzione stabile Gabritius a Beia, il fratello alla sorella, e che si chiamerà propria;  affinché poi si raccolga il fertile figlio del Sole.

Il monito è chiaro, e spesso trascurato: se la nostra mentalità accetta immediatamente un possibile matrimonio tra due generi opposti, un mariage di un fratello e sorella viene ovviamente visto come sola figura retorica. Ma, a mio modesto avviso, vi è dell’altro. Fulcanelli ne accenna nel Volume I de Les Demeures Philophales, al capitolo Le Mythe Alchimique d’Adam et Eve:

Car ils sont réellement frère et soeur, tenant chacun leur être d’une mère commune, et redevables de la contrariété de leurs tempéraments plutôt à la différence d’âge et d’évolution qu’à l’écart de leurs affinités.

L’auteur anonyme de l’Ancienne Guerre des Chevaliers, dans un discours qu’il fait prononcer par le métal réduit en soufre sous l’action du premier mercure, enseigne que ce soufre a besoin d’un second mercure, avec lequel il doit être conjoint afin de multiplier son espèce.

Segue una lunga ed importante dissertazione sul famoso ‘secret des deux mercures‘, nella quale l’Adepto avverte che vi saranno ‘contradictions, erreurs menifestes de logicque ou de jugement‘, forse utili per sbrogliare l’enigmatica matassa:

Or, nous reconnaissons loyalement qu’il n’existe qu’un seul mercure à la base, et que le second dérive nécessairement du premier. Il convenait cependant d’appeler l’attention sur les qualités différentes qu’ils affectent, et faire en sorte de montrer, — fût-ce au prix d’une entorse à la raison ou d’une invraisemblance, — comment on peut les distinguer, les identifier, et comment il est possible d’extraire, directement, la propre femme du soufre, mère de la pierre, du sein de notre mère primitive.“.

Come sempre, lo studio attento e la verifica sperimentale in Laboratorio è d’obbligo; al di là dell’autorship del Capitolo – la cui definizione attiene alla storia complicata, come si è visto, della creazione/elaborazione/sviluppo di entrambi i capolavori firmati come Fulcanelli -, si deve dire che vi è materia per meditare ed avviare tutta una serie di delicati ed importanti esperimenti.

Delle Nozze Chimiche parlerà naturalemtne anche Maitre Canseliet, a più riprese. Una tra tante, da Due Luoghi Alchemici, nella traduzione di Paolo:

É potente l’amore che, nell’innocenza e la purezza, unisce indefettibilmente Gabricus, o Gabritius e Beya, per il necessario androginato della Grande Opera. Nell’Enigma della visione del filosofo Arisleo e dalle Allegorie dei sapienti – Enigma ex visione Arislei Philosophi et Allegoriis sapientum:

Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina – Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina.

Questa citazione di Canseliet è curiosa: quell’ultima frase ‘esplicativa’ di Arisleo – così come viene proposta – appare infatti un po’ ambigua: “Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina“, pur ovviamente corretta, suona leggermente tautologica; se infatti è naturale che Beya è femmina – ‘ea‘ – quel ‘essa è femmina‘ può essere letta al massimo come un rafforzativo. Filosténe Junior, nel suo libro, afferma che Canseliet – una volta ottenuto da Fulcanelli il permesso di firmare le sue opere con la sigla F.C.H – avrebbe utilizzato i risvolti delle pagine illustrative come una sorta di ‘accredito’ indirizzato alla cerchia dei F.C.H. A suo dire, questo spiegherebbe – uso tutto il condizionale – il motivo di alcune criptiche frasi che compaiono a commento delle illustrazioni.

Si deve tener conto che l’origine di questo testo famoso e citato ovunque è ancora molto incerta; si dice che possa trattarsi di un testo arabo – il Risalat madd al-ba hr dhat al-ru’ya -, ma più probabilmente si tratta di una sorta di circolo vizioso, in quanto il supposto testo arabo potrebbe a sua volta essere una ri-traduzione dal Greco di Archelao. Inoltre, come è noto, la Visio è stata inclusa in diverse raccolte prestigiose come l’Aurora Consurgens, l’Artis Auriferae e il Rosarium Philosophorum ed altre. Si tratta insomma di un testo rielaborato, modificato e parcellizzato molte volte, mancando ad oggi una solida ed attestata fonte originale.

Il brano proposto da Canseliet proviene senza dubbio dalla versione inclusa nel volume I dell’Artis Auriferae quam Chemiam Vocant del 1593, che include tra gli altri il trattatello Aenigma ex Visione Arislei Philosophi, et Allegorijs Sapientum:

Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina: tamen emendat ipsum, eò quòd ex ipso est.

[Aenigma I, pp. 147-148]

Una rapida traduzione suona grosso modo così: “Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene [essa sia] la sorella del fratello, e femmina, tuttavia [essa] emenda lo stesso [Gabritium], per il fatto che [essa] è da esso.“.

Così, mi pare che in questo modo il senso della frase sia più evidente. La correttezza di questa lectio è confermata anche dalla edizione precedente del 1572 (Auriferae Artis quam Chemiam Vocant). Lascio ai lettori l’eventuale riflessione nel merito della frase completa.

Propongo ora una notula da parte dell’alchimista Normanno Jean Vauquelin des Yveteaux (1651-1716), tratta dal suo curioso trattato Alchimie du Cantique des Cantiques de Salomon, dove – al versetto 2.1, titolato Ego flos campi, et lilium convallium – si parla del Giglio delle Convalli:

Ce champ, comme l’explique l’hebreu, est celui de saron, c’est à dire que l’on doit en chanter les louanges, et la fleur est la rose de cette campagne. Nous avons dit ailleurs ce que les philosophes entendent par la rose et la fleur de sel. Cette rose icy est blanche.

Et quoyque par le lis des vallées les uns veullent que l’on entende la fleur d’iris accause de la bonne odeur de sa racine profonde, à laquelle profondeur ils raportent le mot de convallium, les autres l’interpretent le muguet, d’odeur si charmante, et qui vient naturellemnt dans les broussailles parmy les ronces et les epines dans les bois.

D’autres veullent que l’auteur aie voulu parler icy du lys ordinaire; mais à le bien prendre dans le sens phisique, il ne faut entendre icy que le lys de l’art, le sujet phisique, dont Paracelse dit que la partie superieure est le lys blanc, la glu de l’aigle, et la partie inferieure est le lys rouge, laton, lion rouge et son sang, la Beia et le Gabritius des sages, de l’union desquels se fait la premiere matiere des metaus.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

C’est de ces lys dont Cortalasseus a tant parlé dans son traitté d’Arca arcani et son Lilium inter spinas, le lili du manuel de Paracelse, et de sa teinture des phisiciens.

Cette fleur peut estre ditte des champs, parce qu’elle y vient d’elle mesme et naturellement, sans opération manuelle de l’artiste, et lis des vallées accause de sa simplicité, et sa pureté. Sapientia est humi moravi, disent les philosophent, et simplicitas veritatis sigillum.

Cette rose de saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, ce lis dont il est dit que par l’arousement des eaus salutaires, il germera comme le lys des vallées.

Eccone la mia rapida traduzione:

Questo campo. come lo spiega l’Ebraico, è quello di Saron, vale a dire che ne si deve cantare le lodi, ed il fiore è la rosa di questa campagna. Abbiamo detto altrove di cosa i filosofi intendono con la rosa ed il fiore del sale. Questa rosa qui è bianca.

E sebbene con i gigli delle valle gli uni vogliono che si intenda il fiore dell’iris a causa del buon odore della sua radice profonda, alla quale profondità rapportano la parola convalli, gli altri l’interpretano come il mughetto, di odore così incantevole, e che spunta naturalmente dai cespugli tra le rocce e le spine nei boschi.

Altri vogliono che l’autore abbia inteso parlare qui del giglio ordinario; ma a ben prenderlo nel senso fisico, qui non bisogna intendere che il giglio dell’arte, il soggetto fisico, del quale Paracelso dice che la parte superiore è il giglio bianco, il vischio dell’aquila, e la parte inferiore è il giglio rosso, lattone, leone rosso ed il suo sangue, la Beia ed il Gabritius dei saggi, dalla cui unione si fa la prima materia dei metalli.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

É da questo giglio di cui Cortolassesus ha tanto parlato nel suo trattato Arca Arcani ed il suo Lilium inter spinas, il lili di Paracelso, e della sua tintura dei medici.

Questo fiore può essere detto dei campi, perché vi spunta da solo e naturalmente, senza operazione manuale da parte dell’artista, e giglio delle valli a causa della sua semplicità, e della sua purezza. Sapientia est humi moravi, dicono i filosofanti, e simplicitas veritatis sigillum.

Questa rosa di saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, questo giglio di cui si dice che grazie all’innaffiamento delle acque salutari germinerà come il giglio delle valli.“.

Cortholasseus è uno dei tanti nicknames assunti da Johannes Grasshof (ca. 1560 – 1623), e l’opera cui des Yvetaux fa riferimento è la sua Aperta Arca Arcani Artificiossimi, una raccolta famosissima in quei tempi; all’interno figura il trattatello sul Lilium, costituito dal famoso racconto allegorico (Der Kleine Baur). Oltre all’inevitabile omaggio a Sendivogius – certo uno dei più stimati e famosi alchimisti dell’epoca – credo non si debba dimenticare che la probabile origine di questa allegoria legata alle convallibus è Virgilio, che d’Espagnet – chissà perché! – amava molto.

eneide_convallibus

La bellezza dello studio dell’Alchimia è dovuta alla Sophia che anima il suo tessuto, stabile e radicata nei secoli, al riparo dai pre-concetti, stereotipi, e giudizi di ogni sorta, così tipici degli esseri umani; non è importante la parola, ma il cercare con serena umiltà, studiare e praticare: Sophia è lì, da sempre, con i suoi semplici, basici Principia Naturalia, pronta per essere sperimentata. Tutto è stato scritto, in molti ‘cantica‘ e ‘legende‘. La Via è una, e occore naturalmente ‘orientarsi’. L’esploratore che usa la bussola basata sul Nord magnetico, non è consapevole del fatto che si sta orientando grazie ad un Campo unico e non soltanto ‘locale’, all’interno del quale le frequenze sono  gli strumenti usati da Madre Natura per informare la Creazione. Se all’esploratore geografo o archeologo questa consapevolezza non è certo indispensabile, per l’alchimista è di assoluta importanza. So che molti storceranno il naso ed alzeranno le sopracciglia: non importa. V’è ben altro che è importante.

Nigra sum et formosa filia Jerusalem
Ideo dilexit me Dominus
Et introduxit me in cubiculum suum
Et dixit mihi: surge amica mea et veni.
Jam hiems transiit, imber abiit et recessit,
Flores apparuerunt in terra nostra,
Tempus putationis advenit.

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7 Responses to “Il Giglio delle Convalli”

  1. Caro Capitano,
    qui ci vuole una visione Sarda (non sorda) ma profumata….
    Come dimenticare i profumi che vengono dal mare…
    Oltre ai cavalli che vengono dal mare, ci sono pure i fiori che vengono dal mare e il giglio di mare possiede un profumo senza tempo.
    Pancraticum maritimum, proviene dall’unione dei termini greci pan (tutto) e kràtos (forza) –
    In sardo il giglio si dice lizu o lillu, un termine che quasi fa pensare alla luce.
    Del resto:
    Il nome ebraico per il fiore è חבצלת החוף (khavatselet ha-Khof), strettamente legato alla rosa di Sharon (khavatselet ha-Sharon – חבצלת השרון), menzionata nel Cantico dei Cantici. Dal momento che la pianta cresce sulla pianura di Sharon della costa del Mar Mediterraneo, si suppone che il passo biblico possa fare riferimento a questo fiore.
    Comunque si trova anche da noi.

    Ma del resto quante madonne vengono dal mare…
    E se pure… il campo viene dal mare?
    Cerchiamo in terra ciò che invece viene dal mare…
    Cosa fare?

    Saluti
    Gianni

    Dall’immagine si vede sempre qualcuno nascosto nell’albero

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    • Caro Gianni,

      apprezzo sempre i suoi commenti, perché espressi con garbo ed acume. Le sue arguzie ‘sarde’ portano sorriso, sia per lo stile che per il contenuto, sempre puntuale; immagino che derivino da una sua passione, che evidentemente ha coltivato nel tempo. Studio e pratica, comme-il-faut.
      Quanto alle ‘madonne che vengono dal mare‘: Ah certo, mi associo, e sarebbe bello dialogarne assieme. La Conoscenza non ha gli stretti limiti che i ‘salotti buoni’ costruiscono per apparir dotti; e la pratica alchemica, d’altro canto, è l’Arte più semplice, antica ed efficace per avvicinarsi all’Opera munifica di Madre Natura. Terra, Acqua, Aria, Fuoco. Fiumi d’inchiostro sono stati scritti sui quattro elementi, e molti fuochi sono stati accesi per constatare quanto sia stupefacente la loro azione, sia nelle piccole cose di ogni giorno, sia nelle cose più nascoste. Ecco: i suoi commenti, misurati e ‘sul pezzo’, mi confortano; semplicità, arguzia e niente paraocchi.
      Mi saluti il Pancraticum, per favore.
      E … sì, l’immagine cela il Re Marc; ma – come certo lei sa – non solo…tutto è sempre detto, indicato, mostrato, scritto.
      Che la pace sia con lei, Monsieur …

      serenamente
      Captain NEMO

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  2. “Perché senza questi Mestrui, le materie eterogenee non possono mai essere mescolate perfettamente. Il corallo, anche se ridotto in polvere estremamente sottile, non può tuttavia mescolarsi con la più fine polvere di perle. Addirittura, l’Oro non si mescola con l’Argento (e ancor meno con dei corpi meno perfetti) anche se sono fusi insieme. Le loro singole particelle certo si toccano alla loro estremità, essendo unite in un composto di materie eterogenee, ma sono e restano totalmente distinte, intatte e inalterate nelle loro forme e nelle loro proprietà, esattamente come un mucchio di granaglie, costituito d’orzo e d’avena. Ma nella Chymia più segreta, non esiste alcun corpo eterogeneo che non abbia il suo Mestruo particolare ed adeguato. Con quel Mestruo che gli è omogeneo, egli si fonde in un aggregato che trae la sua gioia dalle proprietà inseparabili di entrambi. Quindi, per quanto a lungo avrete l’intenzione di unire dei metalli a dei metalli, delle materie secche ad altre cose secche, senza i Mestrui di Diana, voi pretenderete (per usare l’espressione di d’Espagnet) di tentare la congiunzione dei maschi, nefanda e contraria alla Natura.
    Quindi, date ascolto a Bernardo (pag.757, Vol. I, Th. Chem.) e lasciate stare le pietre ed ogni sorta di minerali, come anche i SOLI metalli, benché in loro stia l’inizio e la nostra materia. I metalli non soltanto sono la materia, ma sono anche, come dice Lullo, la forma della Pietra: tuttavia senza questi Mestrui essi non sono di alcuna utilità. La forma (dice) che è il principio efficiente, formatore e trasformatore di tutte le altre forme di minor virtù e potenza, è descritta da C. o (C.) (metalli). A questo proposito la ragione sa che la potenza di detti C. e (C.) (metalli) da sé stessa non può costituire il Magistero della grande Opera, ecc. E’ molto utile conoscere questo principio poiché così la Ragione sa che esso è una delle due sostanze dalle quali è uscito il nostro Bambino che possiede in sé la qualità di maschio, da cui esce uno sperma nel ventre del nostro D. (Mestruo o solvente). Lullo, Distinz.3 del Libro della Quintessenza. “Il Cielo o il Mercurio (Mestruo) è il quarto principio significato da D. E’ la causa e il principio che fa passare C. e C. dalla Potenza all’atto, reggendoli e governandoli nel suo ventre, come la femmina regge e governa il bambino che genera nella sua matrice. E a questo proposito la ragione d’un Artista sa che D. (Mestruo) ha un’azione su C. e (C.), li regge, governa e riduce all’azione proprio come il Cielo dall’alto spinge col suo movimento all’azione quel che esiste nelle materie elementari. L’Artista può comprendere che delle due sostanze delle quali la nostra Pietra si compone e grazie alle quali è generata, D. (Solvente) è il principio più importante, (ibid. nel libro De Medicinis Secretis pag.336). Sappi che fino a qui non ti ho parlato della cosa e della materia più segreta dell’intero Magistero che è la nostra Quintessenza incorruttibile, estratta dal Vino bianco o rosso, che chiamiamo Corona celeste e Mestruo, dopo le sue sublimazioni, le sue putrefazioni e la sua depurazione finale. Questa Quintessenza è il vero fondamento, la materia principale e il Magistero dell’intera Medicina. Figlio mio, se tu ne sarai in possesso, avrai il Magistero dell’intera Opera, senza la quale nulla può essere fatto.”
    Ma voi, amici miei, voi sapete quel che significano i Mestrui di Diana. Sapete, dico io, che essi sono i più alti Arcani della Chymia più segreta, ben più segreti dei Mestrui delle donne. Questi non furono mai elaborati se non dall’Adepto, col più grande ingegno.
    Essi sono descritti con la prudenza più estrema e ci sono raccomandati come le chiavi dell’Arte. Voi potete credere facilmente al Lullo quando dice che senza questi Mestrui nulla può esser fatto nel Magistero dell’Arte (Mag. Nat. Pag.329). O quando Cristoforo Parisino dice che il grande Segreto sta in questi Mestrui, a tal punto che se li si ignora, nulla può esser fatto nella Trasmutazione dei metalli (Elucid. Pag.222, Vol. VI, Th. Chem.).” J.S.V.Weidenfeld.

    Fraternamente, Atrop.

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  3. Caro Signor Atrop,

    Non conoscevo questo passo: è tutto di Weidenfeld?

    Direi che, pur con la consueta prudenza quando si legge un testo, vi è una descrizione teorica interessante, e le cui fondamenta “suonano” con alcuni Principia della Physica e della Phiosophia Naturale. Sui Mestrui di Diana: il discorso teorico generale fila, fermo restando che prima occorrerebbe mettersi d’accordo sulla questione dei metalli, qui visti – con ragione – come portatori della Zolfo (e il discorso andrebbe approfondito). Ma temo – per come la mette l’autore – che un Menstruo ‘metallino’, pur anche di Diana, non corrisponda al MC di cui Fulcanelli fa il perno unico della Grande Opera. Anche parlando soltanto a livello superficiale, il termine ‘comune’ dà conto d una carattereristica di imprinting ben diversa rispetto ad un Menstruo metallino.
    Comunque, la ringrazio per aver sottoposto il brano: pur nella sua lunghezza – tipica del fraseggiare del tempo – propone una visione condivisibile. Non so se lei abbia sperimentato nella direzione proposta, né le chiedo di dimostrarlo; ma le chiederei: come relazionerebbe questa teoria con Gabritius e Beya?

    rispettosamente,

    Captain NEMO

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    • Caro Capitano,

      proverò a rispondere a tutte le sue domande.

      Il brano è ripreso da “I segreti degli adepti”, quindi tutto di Weidenfeld, vi sono all’interno poi come ha visto molti passi degli Adpti più conosciuti.
      Non so cosa intenda per mestruo metallino, poichè i mestrui di cui parlano gli adepti sono perlopiù trasparenti e liquidi, anche quelli di derivazione metallica, uno per tutti lo spirito del mercurio, pesantissimo e denso, azzurrino ma sempre liquido anche se non bagna le mani.
      Esistono, per quel che so, vie perlopiù secche, che però abbisognano sempre di sali filosofici particolari che nascono sempre da mestrui che vengono definiti di Diana (Beya), e qui veniamo al punto in questione. I regoli prodotti per queste vie, o le amalgame, sono composte da materiali molto molto puri, spurgati da tutte le superfluità e integrati da un “fuoco” di natura. La purgazione avviene così per mezzo di una tintura aurea liberata da sali o mestrui capaci di liberarla. Vie però che rimangono sempre “particolari” della immensa tradizione alchemica.
      Per tornare alla questione dei fiori, dobbiamo tornare ai classici e vedere coso dicono, poichè la questione, è, o sembra, non troppo complessa.
      Il doppio mercurio viene descritto come una coppia di gameti, uno bianco e uno rosso. Entrambi nascono da una sostanza che viene definita in vari modi: Adrop, Mercurio Comune, Vetriolo Azoqueo, Vetriolo Ungarico, Sericon, Leone Verde. Questo Vetriolo dei Saggi, cede nella distillizazione i due vini di Lullo, il bianco e il rosso.
      Questi sono la porta o Atrop della vera Alchimia che la tradizione ci lascia, questo il giglio e la rosa che aprono la porta dei misteri. Riguardo a Gabrizio e Beya entrambi nascono da questa gomma che rimane nel mezzo dei primi bagni che solvono il leone verde. Beya è universale e può contrarre matrimonio anche con altri zolfi, in realtà Gabrizio entra spesso nelle unioni poichè dalla circolazione dei due ne proviene il famoso Spirito di vino Filosofico, padre di tutti i mestrui o alkaest. Questi mestrui o Cieli sono capaci di estrarre la tintura dai diversi corpi, come dai metalli, questi si Maschi nei confronti del mestruo che è femminile.

      A supporto di quanto detto riguardo la nascita dei due allego qualche passo breve.

      ” Il Leone verde di Paracelso, (Aurei veller. Germ. pag. 41)
      Prendi dell’aceto distillato, con il quale sciogli il Leone verde, metti a putrefare, filtra la soluzione, estrai in balneo l’acquosità sino all’oleosità. Metti in una storta questo olio o residuo, distilla l’umidità in bagno di sabbia a fuoco lento, quindi aumenta il fuoco e il Leone verde, costretto dalla forza del fuoco, darà il suo Glutine, altrimenti detto aria; versa sul caput mortuum il suo flegma (l’umidità estratta) e metti a putrefare in fimo equino (o in balneo), poi distilla, come in precedenza, e di nuovo saliranno gli spiriti:aumenta ancora di più il fuoco e verrà un olio tenace, di colore citrino. Versa nuovamente sul caput mortuum la prima acqua distillata, metti a putrefare, filtra e distilla, come prima, sino ad un fortissimo fuoco aperto: ne uscirà un olio sanguigno, altrimenti detto fuoco. Riverbera sino a sbiancare la terra residua, ecc.”

      “Mestruo faetens preparato dalla gomma Adrop e dal Vetriolo comune di Ripley (pag. 357, Viatici)
      Prendi e tritura la gomma preparata dal Sericon per mezzo dell’acetodistillato, con altrettanto Vetriolo evaporato: per prima cosa, elimina l’acqua a fuoco lento, poi a fuoco più forte recupera l’olio (il sangue del Leone) che separerai dall’acqua, sino a che avrai l’olio puro da solo.”

      Ripley: “ti insegnerò una regola generale. Se vorrai fare l’Elisir bianco, ti sarà necessario suddividere la tua tintura (il sangue del Leone verde) in due parti, delle quali una sarà conservata per l’opera al rosso, mentre l’altra dev’essere poi distillata a fuoco lento. Otterrai così un’acqua bianca, che è la nostra
      tintura bianca, la nostra aquila, il nostro Mercurio e il Latte della Vergine. Quando avrai ottenuto queste due tinture, ovvero il Mercurio bianco e rosso, potrai lavorare sulla loro propria terra o sulla calce dei metalli: infatti i Filosofi dicono che non dobbiamo preoccuparci della terra dalla quale viene prodotta la sostanza, ecc… (Adrop phil. pag.
      554, Vol. 6, Theatro Chym.).

      Un caro Saluto, Atrop.

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  4. Caro Captain Nemo,

    Oltre ad apprezzare, meditando, mi limito ad osservare che Ego Flos Campi è stato musicato in almeno due versioni (a sette ed a tre voci) da un certo Jacob Clemens non Papa. Le posto qui il link, so che le piacerà. Come spesso accade, certi compositori hanno il vezzo di scegliersi i versi da porre in musica: anche il nostro lo fa.

    Ah, a proposito: anche Monteverdi lo ha musicato.

    Saluti musicali

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    • Caro Chemyst,

      come sempre, grazie per questo prezioso Link: oltre la meraviglia che prende l’animo nell’ascoltare il melodioso scorrere delle voci, ho colto il ‘cambio’; “fons hortorum puteus aquarum viventium quae fluunt impetu de Libano“. Forse, meglio, si tratta di una ‘scelta’. Non so dire se questo vezzo da parte di alcuni compositori di ‘scegliere’ come articolare il testo sia dovuto a pure esigenze di metrica o altro. Certo, è curioso per chi studia alchimia. Se si aggiunge che anche lui, come Josquin des Prez et alia è Fiammingo, e che quella terra ha dato il ‘La‘ a molte novità in tutte le Arti, superando dogmi e barriere intellettuali (e non solo) … qualche ricerca storica meriterebbe di esser sviluppata. Ma io resto un semplice curioso, e non certo un esperto. Sono comunque sempre affascinato dagli uomini che sanno uscire fuori dagli schemi esistenti, con coraggio, perizia e direzione.

      E, sì … di quel serio mattacchione di Monteverdi sapevo.

      Grazie per la segnalazione, così sonante.

      Captain NEMO

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