Archive for Il Mistero delle Cattedrali

Il Mistero delle Tre Notule … in onore della Gran Dama, quella Universale.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, June 29, 2020 by Captain NEMO

Ho atteso qualche giorno; volevo rendermi conto se qualcuno avesse voluto dire la sua a proposito del sasso gettato nello stagno – o forse meglio, ‘in piccionaia‘? – da parte di Fra’ Cercone; sto parlando di tre vecchi suoi interventi che, parecchi anni fa, furono offerti al pubblico di un altro palcoscenico. E dopo aver atteso, ho riflettuto, non poco, ma tanto, su quelle parole. San Sebastiano, e le frecce. Il tempo scorre, e tutto sembra essere ripetuto, ma la vita alchemica – la mia, quella di Fra’ Cercone, e di tanti altri (sebbene pochi, in verità; per vari ameni motivi) – ha portato esperienza, scoperte, ipotesi, nuovi prati, prove sperimentali, e progressi; e ricordi. Eppure, ancora oggi, quelle parole suonano sincere, veritiere. Condivisibili.

E allora, dato che qualche cosa ho trovato lungo il mio camminare, dato che viviamo tutti – i pochi – nel medesimo mondo che passa come di consueto tra spine e dolori e abbagli e silenzi e clamori, e triti inganni che avvolgono gli uomini, persino quelli che vestono medaglie e mostrine, scorgo in quelle parole l’opportunità di affiancarmi alle riflessioni proposte da Fra’ Cercone; non soltanto per la fratellanza che mi lega a lui, perenne, luminosa, pura, pulita, sempre onesta, allegra, seria e tanto altro; ma – soprattutto – perchè vengo da terre e lune e montagne e acque – acque – sempre fresche, amorevoli, distaccate – quasi per magia naturale – dal mondo delle piccole manovre, delle illusioni, dei mezzucci da quattro soldi. L’Alchimia porta verità, talvolta scomoda verità, ma pur sempre semplice, limpida verità. Quella ho cercato, e quella continuo a cercare. Non la mia verità, che non esiste. Quanto la freschezza della Gaia Scienza, che ho visto ormai calpestata, e tristemente svilita, dimenticata; quasi fosse un inutile cartoccio di sogni. Cammino, pagando il passaggio dovuto, come è costume, e camminerò sempre in cerca di prati verdi, pieni di uccelli e di aria pura, e limpidi orizzonti, cristallini.

Così, proverò a riproporre quelle note oneste dell’onestissimo Frate Cercone, sol per aiutare i giovani che si avvicinano alla Scienza più dolce e vera e bella che ci sia: Alchimia. Vi sono momenti, nella vita di tutti, in cui è opportuno porsi domande, più che in altri momenti: non per mancar di rispetto, ma per il rispetto che si deve agli inesperti, e per il rispetto di chi sempre attende al Joe’s Bar, su Bellatrix; e altrove.

Allora, ecco il primo intervento:

Cari Cercatori,
E’ triste constatare come onesti e volenterosi cercatori vengano ignobilmente circuiti.
Mi suscita grande amarezza vedere l’Alchimia o, per meglio dire, la Filosofia Naturale ridotta a un immangiabile pappone.
Nel minestrone delle nostre nonne, andavano a finire tutti gli avanzi, ma conditi con tanto amore, l’ingrediente sovrano che miracolosamente rendeva prelibato anche il più umile desco.
Invece qui l’amore manca, il piatto è condito con superbia, prosopopea e sopra tutto, al posto del parmigiano, un’abbondante spolverata di frottole ben tritate.
Rimangono gli avanzi, materiale raccogliticcio qui e là e avariato; il pappone non solo è immangiabile, ma anche tossico, per la salute intellettuale.
Per disintossicarsi, consiglio una buona lettura, come ad esempio l’Enchiridion Physicae Restitutae, del Presidente d’Espagnet, (si trova in rete, gratis et amore Dei). E poi, per gli amanti delle scalate di sesto grado superiore, Voyages en Kaleidoscope, dell’enigmatica, quanto affascinante, madame Irene Hillel Herlanger.
C’è un metodo ancora più segreto, insegnato da Joël Joze: basta captare nelle pupille di ogni essere vivente le immagini di tutte le cose visibili, condensarle, fissarle, comprimerle secondo metodi noti solo a lui, ottenerne, grazie a un procedimento sorprendente e vertiginoso la sintesi chimica; perché queste immagini proiettate sullo schermo appaiano subito in METAFORE-ANIMATE. Joël Joze chiama queste proiezioni così particolari
VIAGGI IN KALEIDOSCOPIO
Trasformate nello stesso apparecchio, per mezzo di misteriosissimi fluidi, di sali e di metalli preziosi, le Visioni si concentrano istantaneamente sotto forma di pastiglie platinate che possono poi servire a un numero illimitato di esperienze.
Così, ciascuno di noi, secondo le sue tendenze, scoprirà il SENSO NASCOSTO di ogni cosa
…. M. Joze pretendeva semplicemente di rigenerare il nostro Pianeta.
(da un post di Paolo Lucarelli, in questo Forum, in data 2 febbraio [Candelora!] 2005)
Fraternamente, FC (fra’ cercone fra’ birbone)“.

E la mia risposta, breve:

“Caro Fra’ Cercone & Fra’ Birbone,

Lei scrive ‘ignobilmente circuiti‘; e – concordando – mi verrebbe da chiedere; ma … qualcuno si chiede mai quale mai possa essere il motivo per cui qualcuno vuolecircuire‘ qualcun altro? … la risposta è facile facile, da non richiedere alcun commento da parte mia. Eppure, il ‘corto-circuito‘ continua, e tutti, ma tutti!, sorridono felici, beati, inebetiti, tanto i circuìti che i circuitanti… “… uh, guarda guarda, guarda qui … ma quant’è bello ‘sto ‘circuito‘ !

Poi: ‘o pappone è indigesto; ora che il Laboratorio mi ha portato pietanze buone e succose e mirabili, non posso che concordare. Manca l’Amor… del tutto; ma da lunga pezza. Pare uscito, nessuno lo ha visto, nessuno nemmeno ne parla. Più. E questo è disdicevole, una vera disgrazia. … Eh va beh!

L’Enchiridion del President di Bordeaux è un capolavoro senza pari, ma tutti lo leggono, e nessuno lo studia: ergo, i suoi fiori non vedono la luce negli animi di quelli che ‘leggono‘; figurarsi i frutti, quelli eterni. Rimasti tutti nel cassetto, pura teoria speculativa e simbolica, come proclamano i grandi dotti che animano i conclavi più o meno altisonanti di alchimia (scritto in minuscolo, et pour cause). Peccato.

Dei Voyages di Madame Hillel-Erlanger si parla sempre, a destra e a manca; per forza, è così exotique che fa eleganza blasée sciorinarne i versi; ma le informazioni in esso così ben incastonate, pur brillanti, non vengono colte; anzi, meglio non parlarne, si dice. Resta talvolta, qualche idiota (sedatelo subito, please! …) che sobbalza, for example, nel ‘leggere‘ del ‘bure‘. Ma un sobbalzo solo di qualche attimo, per carità, non c’è da preoccuparsi (la sedazione è rapida ed efficace; pare addirittura che dia piacevole e remunerativa assuefazione). Poi si torna a sviolinare, e a fare la moina di meravigliosa memoria parte napoletana e parte nopea. Posso sorridere con Lei, Messere, sulle ‘… pastilles platinées qui peuvent ensuite servir à un nombre illimité d’experiences’? Che vorrà dire? Peccato, un altro.”

Ecco ora il secondo intervento:

Caro B.,
A mio parere, Il Mistero delle Cattedrali è stato scritto due volte (almeno), o meglio, è stato scritto e poi riscritto.
Il problema è che le due versioni coesistono in un solo libro. Non solo, ma sono state anche accuratamente frammiste tra loro onde, mentre si parla, -già sotto chiave ovviamente-, di un procedimento, improvvisamente e senza alcuna premessa, viene inserita una frase o qualche parola riguardante un altro procedimento.
E non è tutto. Non bisogna dimenticare infatti che Fulcanelli è maestro nella Lingua degli Uccelli, la quale, basata esclusivamente su assonanze, è intraducibile. E sebbene Paolo Lucarelli di ciò faccia menzione, tuttavia, pur generoso al limite del lecito, e forse talvolta anche un po’ oltre, certamente si guarda bene dall’evidenziare i doppi e i tripli sensi, sparsi un po’ ovunque nel testo.
Permangono gli interrogativi di fondo.
Cosa ha spinto Fulcanelli a riscrivere il libro? Solo dopo aver ultimato il manoscritto si è forse accorto che si poteva far meglio? E si è dunque premurato di inserire nel testo le nuove acquisizioni? Oppure, ritenendo di essere stato troppo esplicito, ha voluto mischiare ulteriormente le carte?
In mancanza di risposta certa, mi astengo dal formulare ulteriori ipotesi.
Cerconescamente tuo, FC“.

Cui segue la mia seconda risposta, sempre breve:

“Caro FC,

Due volte!? … poffarbacco! ….’scritto e poi riscritto‘ !? … ma Lei è sicuro !? … non sarà che si tratta di un mucchio di note scritte da una pattuglia di nostalgici appassionati d’alchimia francese (la freccia indica “Bourges“, la cui Cattedrale – magnifica – non appare nel libro), nel quale solo uno – ancora nell’ombra – era quel genio supremo – vero indagatore, vero innamorato, enorme studioso, spirito scientifico senza pari, straordinario praticante – che scrisse le poche note degne della massima attenzione da parte di chi avesse voluto (uso il congiuntivo all’imperfetto, per un buon motivo) sul serio trovare il semplice bandolo della matassa operativa? La seguo sul ‘riscritto‘, capisco dove vuol andare a parare, perché esiste questa possibilità. Tuttavia, per parte mia, comincia a sorgere il sospetto che possa essere stato eventualmente riscritto fors’anche perché qualcuno del gruppo originario mai aveva capito quale fosse il senso vero e la meta operativa vera della Grande Opera; forse – e lo sussurro, ancora con una decina di dubbi – quel genio ancor sconosciuto ha voluto ‘togliere‘, piuttosto che ‘aggiungere‘, specie dopo i gran balli da Belle Epoque dell’Avenue Montaigne. Chissà … magari si era dispiaciuto di qualcosa? E non parlo di chi è venuto dopo quelli di Bourges, i quali hanno imboccato una strada vecchia, e davvero poco utile alla Antica Bisogna. Solo Paolo Lucarelli, scientifico alchimista di enorme caratura, ha compreso Fulcanelli, e gli altri – che lo osannano – credo non abbiano ben afferrato alcune cosette. Ma, naturalmente, è solo la mia povera opinione, tipo San Sebastiano … ça-va-sans-dire.

Sulla Langue des Oiseaux: a proposito di questa surreale invenzione, affascinante e meravigliosa, si parla di un altro genio fuor-del-suo-tempo, il beffardo ma sapientissimo Grasset d’Orcet, e con ragione. Assieme al Bretonissimo Monnier, che amava, e non poco, quella Langue, anche quel ricchissimo dandy, da me più che stimato, Monsieur Roussel,  era parte del Grand Jeau, sin dall’inizio. Se diamo fede alla nota missiva di Dujols a Roussel, Fulcanelli (che sarebbe Decoeur) richiede indietro la prima stesura dell’opera. Per qual motivo? … non che Roussel sapesse molto d’Alchimia, ma il suo saper giocare – e costruire succose assurdità, ma pertinenti – con parole e frasi è cosa ormai arcinota. Et alors ? …. La Cabala Fonetica appassiona tutti, è il miglior trucco per allontanare gli stolti; ma, concordo con lei, è tutta di lingua Franca; solo un Franco ingegnoso&ingegnere poteva escogitar la trappola a-doppio-effetto: le allodole le mandiamo per fratte, tutte contente per le ghiande e le granaglie, e gli svegli – ma debbono aver GIA’ operato sulla via vera, (e non quella falsa) – li aiutiamo un pochino, a patto che abbiano studiato con profitto l’Antica Scienza! Ripeto: … se l’opera è stata ‘ritirata & riscritta‘, ci deve essere stato un motivo, qualcosa di serio doveva essere successo. E qui … al momento, non possiamo che scrivere: ‘ignoramus‘; il che non toglie il fatto che un motivo – seriodeve esserci stato.”.

E, per finire, il terzo intervento:

“Fulcanelli still baffles me.
Lo dico in inglese, perché il verbo ‘to baffle’ non ha in italiano una traduzione adeguata. Significa allo stesso tempo confondere, causare perplessità, eludere e sconfiggere.
Più (ri)leggo Fulcanelli più aumenta la meraviglia, non tanto perché la sua identità terrena sia sfuggita a generazioni di curiosi che vanamente si sono affannati a darle un nome, quanto perché è riuscito ad eludere anche i suoi più stretti collaboratori. Tranne una, l’affascinante Irene Hillel-Erlanger, di cui poco si dice, perché poco si comprende. Non è curioso, –en passant-, che essa ebbe in sorte di condividere, a quanto è dato sapere, lo stesso fato di Nicolas Valois, soppresso anche lui da un’ostrica? Sotto quale polvere sono finiti Joel Joze col suo straordinario caleidoscopio, Gilly il fedele servitore, Vera e Grace? Giusto merito va qui dato a Archer, che non li ha dimenticati e dal suo bel sito ci rammenta: « Sous le couvert d’une fiction surréaliste, l’Auteur dévoile les plus Hautes Secrets de l’Hermétisme Trascendent. Mais ne les déchiffre pas qui veut…. »
Non avendo la vocazione di San Sebastiano, ho esitato a lungo prima scrivere, ma come sempre confido nella Sua clemenza.
E’ forse peccato di lesa maestà additare ai novizi l’incolmabile distanza che separa le Il Mistero dalle Dimore? O il Maestro dall’allievo, o meglio, dai suoi contemporanei? E’ forse riprovevole avvertire gli esordienti, metterli in guardia e, gettando acqua sulla loro ardente fede, ma cieca, risvegliarli dal torpore che li avvolge?
Fulcanelli appare più interessato al futuro che al presente. Il suo “Or du Temps” resiste, inerte come un seme sotto terra, alle illazioni ventilate a più riprese su di lui, per rinascere ai posteri, più vivo che pria. Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti.
La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.
Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione. Un labirinto dal quale occorrono ben più dei fatidici quaranta dì e quaranta notti per uscirne vivi, come nella canzone: ‘Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott, A San Vittur a ciapaa i bott, dormì de can, pien de malann…’
Il Tempo, come sempre galantuomo, renderà giustizia.
Fulcanelli still baffles me.
Con osservanza, spero, FC“.

Cui segue la mia ultima risposta, pur breve:

“Caro FC,

sul ‘bafling‘ non ho dubbi a crederle, dato che ho letto e (ri)letto Fulcanelli alcune centinaia di volte, sempre restandone ammirato, perplesso e sorpreso, talvolta accigliato. Su Madame Hillel-Erlanger ho già detto qualcosa poco sopra, e le dirò che l’episodio della morte-per-ostrica mi ha sempre fatto sganasciare dalle risate; poi, Valois, … lei crede che qualcuno lo abbia letto nel suo Francese antico? … dico meglio: studiato!? … compreso, almeno un tantino!? …. guardi che Valois era uno dei pochissimisi cinque o sei – in venti e passa secoli – che ha detto il vero, e che ha percorso l’operatività ‘naturale‘, quella semplice, dove la evidente prospettiva della Pierre Philosophale – posta sempre in primo piano – ‘baffles‘ la parata di stolti che ancora oggi credono che il detto ‘Una Res, una Via, Una Dispositione‘ sia una dotta affermazione da retori, piuttosto che da appassionati alchimisti. Mi è capitato di incontrare persone che ancora non si sono rese conto di cosa mai possa essere la ‘Dispositionem‘; come anche quelli – e sono un mucchio – che ancora oggi, al giorno d’oggi, in Italia come altrove, parlano della Pietra Filosofale come della vera meta della Grande Opera!

Ma forse, temo, non sono affatto interessati ad approfondire la Conoscenza dei processi di Madre Natura. Ma non mi dilungherò su questo. Per ora.

Quanto al peccato di lesa maestà: ebbene, ritengo che sia il sottoscritto che Lei verremo – se già non lo siamo stati – accusati di tal gravissimo peccato. Urbi et orbi.

Peccato che una tal maestà non esista sulla faccia della terra, per non parlare di Bellatrix, tanto meno nel Regno dell’Alchimia, dove il Re, un Roi qualsiasi, – a parte quello delle metafore -, non potrebbe mai aversi: c’è solo una Reine, Dame Alchimie. Non uomini, ma Madre Natura. Eppure, ne sono certo: il solo presupporre che si possa parlare con pacatezza di tutte quelle ‘incolmabili distanze‘ che lei amabilmente indica (tutte!) farà alzar sopracciglia a molti, sentiremo molti soffiarsi il naso, molti altri guarderanno con altera sufficienza chi osasse sollevar la lampada su quanto si va dicendo, molti si offenderanno, e spareranno cannonate balanzoniche. E siccome non temo, con Gaia Scota postura, faccio mie le sue parole:

Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti. La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.

Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione.‘.”

Concludo con un’allegra raccomandazione, ai giovani; che spero ancora incontaminati: non credete a nulla, tantomeno a noi, ma piuttosto ponetevi sul cammino della Conoscenza di Madre Natura, e al più presto; con tutta la vostra Force, dotatevi prima di un solidissimo e continuato bagaglio tratto dallo studio tenace della Philosophia Naturalis; poi, solo dopo, procedete a mettere in pratica quanto riterrete di aver appreso; aprite il vostro Laboratorio; poi mettetevi in testa che sarà assolutemente necessario salire – e per lunghissimo tempo –  sul trenino quotidiano che porta dai Libri al Laboratorio, poi dal Laboratorio ai Libri, e di seguito così, ogni santo giorno. Sappiate che il cammino che avete intrapreso sarà lunghissimo (decenni, … eh sì!), e che dovrete necessariamente cambiare la vostra visione della vita, radicalmente e per sempre; in effetti, il Laboratorio lo proverà man mano che proseguirete, le cose non stanno come crediamo. La via è semplicissima, e per questo è difficilissima. Non fatevi raccontar balle, nè dagli uomini, nè dai libretti & libercoli, ma procedete con assoluta tenacia a ri-studiare, tutto. La Philosophia Naturalis è sconosciuta persino a chi dice di ‘fare‘ Alchimia; senza di essa, senza quella LUX, approderete a porti fantasma e alle famose – infauste – lucciole per lanterne. Siate indagatori del finissimo e del più che sottile (che non significa ‘sottigliezza’, bensì per minima, quello del Trevisano, di Philalethe e di Santinelli), ma sbarazzatevi sin dall’inizio di chi vi parla di mistica, speculatività, simbolismo, amiccamenti, scorciatoie, io-ho-capito-tutto-e-ti posso-iniziare, e tutte le amenità inventate per secoli da chi ha tentato – molto spesso con successo –  di impadronirsi dell’Arte per irretire gli ingenui e limitare la vostra libertà di indagine. Siate puri, e Gai, ma … sempre veri, onesti, tenaci. Non mollate, non cedete – mai – al Canto delle Sirene.

Per questo, per mettersi in questo Gioco, occorre Passione, Amore, Fratellanza Antica, Umiltà, Allegria, Coraggio.

L’Alchimia è vera, e porta alle Stelle.

Punto.

Le Rapport Fulcanelli

Posted in Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Friday, June 12, 2020 by Captain NEMO

Qualche tempo fa sono casualmente incappato sul Web in un documento del 2013, a proposito – con le parole dell’autore – del ‘Mito Fulcanelli‘. Dato che non amo affatto la moda ‘social‘, non mi tengo sempre aggiornato sul gossip, per di più di stampo alchemico francofono; per la verità, preferisco proprio evitarla, ritenendola soprattutto inutile. Ma dato che in Francia se ne è parlato come di un documento di un certo interesse, gli ho dato un’occhiata. Dopo un’oretta, mi sono reso conto che si trattava di uno scritto anonimo, auto-pubblicato in Francia e che è stato reso disponibile in poche copie tramite i buoni uffici di Filostène Junior, dal suo Blog belga; dopo pochi giorni, la diffusione si è fermata ed il Blog dopo un po’ non è stato più aggiornato.

Si tratta di una sorta di ‘studio‘ che un fantomatico ‘collectif de personnes‘ affidò all’autore allo scopo di riassumere e dirimere l’intricata matassa di suggerimenti, ipotesi, contrasti, storie e storielle relative a Fulcanelli, il suo milieu, e l’origine delle sue due opere: come si sa, l’identità di Fulcanelli ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, soprattutto in Francia. L’autore anonimo del fascicolo, che si firma ‘Ad. N.‘, si è dato da fare nel ricostruire la storia delle ipotesi a suo dire più credibili, e che hanno riguardato non soltanto i possibili ‘fulcanellisables‘, ma anche i vari personaggi – più o meno importanti – che si sono occupati della paternità delle due opere sin dal 1926. Con uno stile di scrittura asciutto quanto poco curato, e anche un po’ bizzarro, l’autore ricostruisce in modo riassuntivo ma interessante le ben note vicende che portarono alla pubblicazione prima de Le Mystère des Cathédrales (1926), e poi de Les Demeures Philosophales (1930); l’autore conclude che le tesi di Walter Grosse e di Filostène Junior siano le più certe, e aggiunge da parte sua delle prove relative ai registri contabili dell’editore Schemit, a suo dire a sostegno di quelle pubblicate da Grosse e da Filostène Junior.

E dato che ritengo che non tutti siano a conoscenza di questo ‘rapport‘, ho pensato di offrirne una rapida traduzione Italiana, come un semplice documento da affiancare – eventualmente – ad altre opere che trattano di questi argomenti: chi lo desiderasse, potrà acquistarla su Lulu, qui.

Come detto, questo non è certo un libretto d’Alchimia, o sulla storia dell’Alchimia: è solo un curioso documento, la cui importanza è tutta da dimostrare. Quel che mi è parso interessante però, se non significativo, è che – nonostante l’autore affermi che lo scopo del misterioso ‘collectif‘ fosse quello di porre fine, e una volta per tutte, alla lunga lotta che ha visto Canseliet contrapposto ad un manipolo di feroci critici a proposito della vera autorship delle due opere firmate Fulcanelli (tra questi primeggiano R. Ambelain e G. Dubois) – mi pare che emerga piuttosto uno scenario forse poco conosciuto, ma neanche troppo nascosto.

Preciso che quanto segue è solo una mia idea: da quel poco che mi è capitato di trovare, la vera storia della genesi dei due capolavori dell’Alchimia moderna è ancora tutta da scrivere; è probabilmente da Bourges che prese le mosse questo audace progetto, da un gruppo di personaggi francesi della fine del XIX secolo, appassionati di esoterismo e della antica tradizione alchemica francese (tolosana e normanna): di mezzo ci fu Aristide Monnier, Alphonse Brunet d’Anvault, Paul Decoeur, Pierre Dujols, Charles de Lesseps, e qualcun altro; alle soglie del XX secolo, quando si decise di dare il via al progetto editoriale vero e proprio, che inizialmente prevedeva uno studio del simbolismo alchemico delle 5 più importanti Cattedrali di Francia, Raymond Roussel fu il primo redattore di una bozza tratta dalle numerose note raccolte dal gruppo nel corso degli anni; poi deve essere accaduto qualcosa che ha spezzato l’integrità, tanto del gruppo che del progetto, e solo poche note furono affidate da Decoeur e Dujols a Canseliet (per la parte di redazione finale) e a Champagne (per le magnifiche illustrazioni); ma questa frattura, di cui ignoro le cause, fece sì che solo alcune note trovarono posto nell’edizione finale affidata ai due giovani collaboratori (Canseliet e Champagne). Con la scomparsa di Decoeur e Dujols, Canseliet e Champagne conclusero il compito loro affidato, ma le prime edizioni delle due opere (1926 e 1930) furono un fiasco: poi, grazie all’opera appassionata e dedicata di Canseliet, la storia è nota, le due opere divennero dei veri e propri Best Sellers. Ancora oggi, e quanto giustamente, le due opere costituiscono il più solido gradino di partenza nello studio e la pratica dell’arte alchemica, ormai in tutto il mondo.

Ho una vaga impressione che qualcosa di poco chiaro possa essere accaduto agli inizi del Novecento a Parigi, qualcosa di cui forse Canseliet era ignaro a causa della sua gioventù; qualcosa separò il gruppo iniziale, e dopo il 1926 Canseliet e Champagne si ritrovarono soli con un mucchio di note di più mani, con l’incombenza di pubblicarne il contenuto come meglio si poteva; poi Champagne morì nel 1932, e Canseliet proseguì il suo cammino, sia di discepolo operativo che di fedele difensore di un’idea che ormai era divenuta mito. Ma quella frattura causò una separazione tra due fazioni, dove quella Belga – per ragioni che ignoro – conosceva forse meglio come fossero andate le cose. E nell’ombra di quel gruppo originario di Bourges, poi spostatosi a Parigi, potrebbe celarsi anche qualcun altro cui potrebbe spettare il nomen Fulcanelli. Jean Laplace trovò una foto tra le carte di Canseliet poco dopo la sua scomparsa …

Quanto ho riassunto qui sopra è tratto da una serie di dati resi pubblici, con un sapiente contagocce, durante gli ultimi 10-15 anni da parte di Filostène Junior (nel suo Blog, quando ancora vi scriveva, e nei suoi due libri): mi sono sempre domandato, ed ancora mi domando, come mai egli abbia potuto disporre di notizie, nomi, dati, documenti autografi, dettagli, confidenze così legate alla vicenda della nascita delle due opere; la risposta è naturalmente legata ad una sorta di ‘eredità storica‘ sul come&quando siano andate le cose ‘fulcanelliane‘ affidategli dal suo mentore, tale Filostène Senior, ora scomparso, ma forse no (Quién sabe?); quest’ultimo sarebbe stato un ingegnere minerario, mi pare, di origine belga, poi ritiratosi in Sud America. Ma soprattutto: perché renderle pubbliche soltanto in questi anni? Cui prodest?

Non disponendo ancora di una risposta più approfondita alle due domande, non posso non constatare che è ancora in corso un confronto, che mi pare bruttino assai, tra Francia e Belgio a proposito non soltanto della vera identità di Fulcanelli, ma anche della figura di Canseliet; il quale, incontestabilmente, è stato senza il minimo dubbio il buon Maître di un’intera generazione di studenti e praticanti d’Alchimia (per 50 anni, e passa!), e tutti noi dobbiamo essergli davvero grati per il complesso, difficile, oneroso ruolo che ha scelto di mettersi sulle spalle. Anche  ‘Ad. N‘ gliene riconosce il merito, però … però … qualche fatto presentato in questo ‘rapport‘ sorprende il lettore; la figura di Canseliet che tutti conosciamo, ne soffre. D’altro canto, gli eroi esistono solo nei racconti del mito, e ogni alchimista, sia egli un principiante o un maestro, resta sempre un essere umano: fallibilità e debolezza sono di ogni uomo, sempre … Ma, nel dirlo, continuo a chiedermi: cui prodest?

Davvero dobbiamo ancora pensare che un’eventuale verità storica – per non parlare della dottrina operativa! – sia patrimonio solo di una persona, di un gruppo, di tizio o di caio?

Non sarà ora di metter la testa in lavatrice, e pulirsi dell’ego che ogni cosiddetta “Appartenenza” impone? Ma pulirsi tutti, pure gli alchimisti italici, franchi, valloni … e via dicendo.

Temo che si sia smarrito, e da lunghissima pezza, il senso della Creazione, e, per traslato, dell’Alchimia: Amore & Equità. Mah, … e poi si parla, a destra come a manca, di “Fratellanza“; roba da ‘chiacchere&distintivo‘, piuttosto.

Comunque sia, l’histoire dell’Alchimia Europea va avanti, con pezzi distillati & pezzi nascosti, … Concludo informando che il fascicoletto ‘Le Rapport Fulcanelli‘ è stato tradotto ‘as is‘, senza commenti, a parte qualche nota di traduzione e/o maggior precisione nelle citazioni riportate: … e ‘as is‘ ne lascio l’opinione al lettore.

Notre Dame de Paris: Fulcanelli e la Cattedrale

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , on Tuesday, April 16, 2019 by Captain NEMO

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La più forte impressione della nostra prima giovinezza – avevamo sette anni – quella di cui conserviamo ancora un vivo ricordo, fu l’emozione che provocò nel nostro animo di bambino la vista di una cattedrale gotica. Ne fummo subito sopraffatti, estasiati, colmi d’ammirazione, incapaci di sottrarci al fascino del meraviglioso, alla magia dello splendido, dell’immenso, del vertiginoso, che sprigionava quest’opera più divina che umana.
Da allora la visione si è trasformata, l’emozione resta. Se l’abitudine ha mutato il turbamento improvviso del primo incontro, non abbiamo mai potuto liberarci da una specie d’incanto di fronte a quei bei libri di immagini innalzati sui nostri sagrati, che estendono sino al cielo le loro pagine scolpite nella pietra.

In quale lingua, in che modo potremmo esprimere la nostra ammirazione, testimoniare la nostra riconoscenza, i sentimenti di gratitudine di cui il nostro cuore è colmo per tutto ciò che ci hanno insegnato ad apprezzare, a riconoscere, a scoprire, questi capolavori muti, questi maestri senza parole e senza voce? …

“… Se il raccoglimento sotto la luce spettrale e policroma delle alte vetrate, e il silenzio, invitano alla preghiera e predispongono alla meditazione, d’altra parte l’apparato, la struttura, l’ornamentazione emanano e riflettono, nella loro straordinaria potenza sensazioni meno edificanti, uno spirito più laico e, ammettiamolo, quasi pagano.
Vi si possono distinguere, oltre all’ardente ispirazione nata da una fede robusta, le mille preoccupazioni della grande anima popolare, l’affermazione della sua coscienza, della sua volontà, l’immagine del suo pensiero, complesso, astratto, essenziale, sovrano.

[Fulcanelli, Il Mistero delle Cattedrali – Ed. Mediterranee, Roma – 2005, p. 59-60]

La ‘Stryge’

Della Reincrudazione…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, March 15, 2017 by Captain NEMO

La Primavera è arrivata, ed il lavoro di preparazione è già iniziato;  a proposito della Reincrudazione, ci si chiede spesso in cosa consista, sia a livello teorico che operativo. Canseliet – nel suo Alchimie expliquée sur ses textes classiques, nell’edizione Italiana al Capitolo La Materia prossima e la sua preparazione, pp. 91-2 – scrive:

All’inizio dei lavori che Ercole compì, nei tempi mitologici, quale è l’operazione in un certo senso preliminare, sulla quale gli autori per lo più tacquero, o non parlarono se non analogicamente, e che sembra proprio che più di qualunque altra, non sia stata trasmessa se non da bocca ad orecchio?

Questa consiste nell’imperiosa necessità che il soggetto, minerale e d’elezione, il cui ruolo, più tardi sarà di ‘reincrudare’, sia ricondotto il più possibile vicino allo stato primordiale; quello che era il suo e di cui godeva, all’interno del suo domicilio minerario. Ecco perché faremo qui una confidenza affatto insolita, anche se può sembrare a tutta prima, sorprendentemente banale. In effetti, se non si trattasse dello sforzo richiesto dall’uso del mortaio  e del suo pestello, niente sembrerebbe più normale del fatto che l’alchimia riduca la sua materia in polvere fine.

È in questo stato di divisione fisica che l’individuo minerale si presenta in modo conveniente alla misteriosa ‘reincrudazione’. Fulcanelli in una nota a pie’ di pagina, fu il primo a spiegare questo sostantivo così come il verbo che lo genera:

‘Termine di tecnica ermetica che significa rendere crudo, cioè rimettere in uno stato anteriore a quello che caratterizza la maturità; retrocedere verso l’origine ed il principio’.

È necessario che la materia acquisisca al più alto grado, questa qualità genesiaca, per il momento delle operazioni, quando diventerà, secondo l’ ‘antichissimo filosofo’ Artefio, ‘l’unico agente, per quest’arte, nel mondo tutto intero, che, manifestamente, può risolvere e reincrudare i corpi metallici, con la conservazione della loro specie’: unicum agens in toto mondo in hac arte quod videlicet potest resolvere et reincrudare corpora metallica sub conservatione suæ specie.”.

Nella sua mai troppo lodata edizione/traduzione de Il Mistero delle Cattedrali, in una nota famosa a p. 236, Paolo Lucarelli spiega:

È necessario un chiarimento su questo punto di dottrina spesso travisato. Qualcuno intende la rincrudazione come un’operazione che riconduce un metallo morto alla vita, cioè al suo stato primitivo in cui si trovava quando evolveva liberamente all’interno della sua miniera. In realtà un’operazione di questo genere è impossibile, come non sarebbe possibile passare da un pezzo di pane al frumento da cui deriva. Quello che si intende è l’estrazione dello zolfo, che si mantiene sempre vivo anche dopo che il metallo sia passato per il fuoco più ardente. L’agente, cioè il nostro dissolvente, dissocia e distrugge il metallo estraendone lo zolfo. In questo consiste la rincrudazione. Lo zolfo, unito al mercurio, sarà allora considerato un metallo ringiovanito, l’oro bambino di certi testi.”.

I due Maestri stanno parlando della stessa cosa? Ma certo: c’è un ‘reincrudatore’, che è l’agente, il dissolvente; e c’è il ‘reincrudato’, che è il corpo metallico. È bene tener presente, però, che nessuno dei due protagonisti – l’agente ed il paziente – potrebbe mai essere davanti agli occhi dell’alchimista se non grazie alla necessaria presenza – per entrambi – di un loro proprio zolfo e di un loro proprio mercurio, intesi come Principia originari che permettono l’esistenza oggettiva di ogni corpo in manifestazione. Dunque, se da un lato lo studio approfondito della Philosophia Naturalis fornisce le chiavi per la comprensione esatta del processo ‘a ritroso’ che l’artista deve far accadere nel proprio Laboratorio, dall’altro occorre non dimenticare che – con due sostanze in opera – vi sono due zolfi e due mercuri. La loro relazione, la loro funzione, deve essere colta nel vivo dell’operatività.

Alchemical-and-Rosicrucian-Compendium

Les deux Chevaliers…

Senza il successo di questa operazione – strettamente alchemica, di nessuna attinenza con la Chimica – non si va da nessuna parte; a titolo di maggior informazione – ma soprattutto di riflessione – propongo alcuni passi che mi paiono in qualche modo utili alla bisogna, sia per un ulteriore studio&approfondimento, sia come spunti per una sperimentazione continuata in Laboratorio.

Partiamo da Fulcanelli nelle Dimore: come abbiamo visto in alcuni Post precedenti, l’affaire sulla nascita, lo sviluppo e la pubblicazione delle due opere di Fulcanelli, portate avanti per parecchi decenni, l’autorship del libro è senza dubbio attribuibile ad un gruppo di persone, sotto l’egida esperta di Fulcanelli:

La plupart des hermétistes pensent qu’il faut entendre, par le terme de réincrudation, le retour du métal à son état primitif, ils se fondent sur la signification du mot même, qui exprime l’action de rendre cru, de rétrograder. Cette conception est fausse. Il est impossible à la nature, et plus encore à l’art, de détruire l’effet d’un travail séculaire. … Ici encore l’analogie et la possibilité de nature sont les meilleurs et les plus sûrs guides. Or, il n’existe, de par le monde, aucun exemple de régression.

D’autres chercheurs croient qu’il suffit de baigner le métal dans la substance primitive et mercurielle qui, par maturation lente et coagulation progressive, lui a donné naissance. Ce raisonnement est plus spécieux que véritable. En supposant même qu’ils connussent cette première matière, et qu’ils sussent où la prendre, – ce que les plus grands maitres ignorent, – ils ne pourraient obtenir, en définitive, qu’une augmentation de l’or employé, et non un corps nouveau, de puissance supérieure à celle du métal précieux. L’opération, ainsi comprise, se résume au mélange d’un même corps pris à deux états différents de son évolution, l’un liquide, l’autre solide… (une telle entreprise)  est, d’ailleurs, en opposition formelle avec l’axiome philosophique que nous avons souvent énoncé: les corps n’ont point d’action sur le corps; seuls, les esprits sont actifs et agissants. Nous devons donc entendre, sous l’expression: Remettre l’or dans sa première matière, l’animation du métal, réalisée par l’emploi de cet agent vital dont nous avons parlé. C’est lui l’esprit qui s’est enfui du corps lors de sa manifestation sur la plan physique; c’est lui l’âme métallique, ou cette matière première qu’on n’a point voulu désigner autrement, et qui fait sa résidence dans le sein de la Vierge sans tache.”

[Les Demeures Philosophales, Paris, Pauvert – 1979, Tome I, pp. 272-3]

E ancora:

… Le sujet des sages lui-même, qualifiée première matière de l’art, est fort éloigné de la simplicité inhérente à celle du second Adam. Ce sujet est cependant, et proprement la mère de l’Œuvre, comme Eve est la mère des hommes. C’est elle qui dispense aux corps qu’elle enfante, ou plus exactement qu’elle réincrude, la vitalité, la végétabilité, la possibilité de mutation. Nous irons plus loin et dirons, a l’adresse de ceux qui ont déjà quelque teinture de science, que la mère commune des métaux alchimiques n’entre point en substance dans le Grand Œuvre, bien qu’il soit impossible, sans elle, de rien produire ni de rien entreprendre. C’est, en effet, par son entremise que les métaux vulgaires, véritables et seuls agents de la pierre, se changent en métaux philosophiques, c’est par elle qu’ils sont dissous et purifiés, c’est en elle qu’ils retrouvent et reprennent leur activité perdue, et, de morts qu’ils étaient, redeviennent vivants; c’est elle la terre qui les nourrit, les fait croitre, fructifier, et leur permettre de se multiplier; c’est enfin, en retournant dans le sein maternel qui les avait jadis formés et mis au jour, qu’ils renaissent et recouvrent les facultés primitives dont l’industrie humaine les avait privées. Eve et Bacchus sont les symboles de cette substance philosophale et naturelle, – non cependant première dans le sens de l’unité ou de l’universalité, – communément appelée du nom d’Hermès ou de Mercure. … On comprend mieux ainsi la nature spéciale de son action, et pourquoi il ne demeure pas avec les corps qu’il a dilués, purgés, et animés. Et l’on saisit de même dans quel sens il convient d’entendre Basile Valentin, lorsqu’il assure que les métaux sont des créatures deux fois nées du mercure, enfants d’une seule mère, produits et régénérés par elle. Et l’on conçoit mieux, d’autre part, où git cette pierre d’achoppement que les philosophes ont jetée à travers le chemin, lorsqu’ils affirment, d’un commun accord, que le mercure est l’unique matière de l’Œuvre, alors que les réactions nécessaires sont seulement provoquées par lui, ce qu’ils ont dit soit par métaphore, soit en le considérant d’un point de vue particulier…”

[Les Demeures Philosophales, Paris, Pauvert – 1979, Tome I, pp. 309-10]

Dopo questi robusti brani del ‘900, di stampo francese, facciamo un passo indietro e leggiamo un passo del buon Marchese Santinelli (ma, più probabilmente, il misterioso ‘auctore innominato‘ era Gualdi), nel 1666:

Nell’opera Fisica vengono descritte dagli autori tre soluzioni: la prima è del corpo metallico, & crudo, nei suoi principia, per l’appunto zolfo e argento vivo. La seconda è del corpo Fisico. La terza è della terra Minerale; … La prima soluzione deve essere compiuta con cura, quando prendiamo il nostro corpo metallico, & lo dividiamo in Mercurio, e poi in Zolfo. Per cui il lavoro è di estrarre dal nostro soggetto, grazie ad una dedicata industriosità, & al nostro fuoco occulto artificiale, il Mercurio, cioè quel vapore degli elementi; e nell’estrazione, purificare; in seguito, con il medesimo & naturale ordine liberare dalle carceri lo zolfo, cioè l’essenza dello zolfo. Ma tutte questo per mezzo della soluzione & della corruzione, la quale devi conoscere ottimamente. Il segno di questa corruzione è la nigredo, vale a dire l’apparire di una specie di fumo nero nel suo vetro. Questa trae origine dall’umidità corrompente del tuo menstruo naturale, attraverso la quale umidità, nella commozione degli elementi, sale questo vapore; perciò, se vedrai questa vaporosa nigredo, sii certo di star percorrendo la retta via, e che hai trovato l’ordine giusto. La seconda è quando il corpo Fisico, assieme a queste due sostanze, viene dissolto, & in questa soluzione tutte le cose vengono purificate, & raggiungono la purissima natura celeste; così, tutti gli elementi sottilizzati procurano il fondamento di una nuova generazione, [questo fondamento è] allora il vero Chaos Filosofico, e la vera prima materia dei Filosofi, come insegna il Conte Bernardo; pertanto è soltanto dopo la congiunzione della femmina & del maschio, del Mercurio & dello Zolfo che essa deve essere chiamata prima materia, & non prima.

Questa soluzione è la vera reincrudazione, attraverso cui si ha un seme purissimo moltiplicato nella sua virtù; infatti se il grano giacesse nella terra, & la sostanza del grano non reincrudasse, invano l’Agricoltore attenderebbe il raccolto desiderato: tutti gli sperma sono inutili ai fini della moltiplicazione se non sono prima reincrudati: per cui occorre conoscere perfettamente questa reincrudazione, & riduzione in prima materia, solo attraverso la quale si può ottenere questa seconda soluzione del corpo Fisico. Per quel che attiene alla terza soluzione, si dice che sia l’umettazione di quella terra, o dello zolfo Fisico, & minerale, grazie alla quale l’infante comincia a crescere le forze, & viene accresciuto… “.

[Lux obnubilata, suaptè natura reffulgens. Vera de Lapide Philosophico Theorica, metro italico descripta et ab auctore innominato commenti gratia ampliata: pars prima, Venetia, Zatta – 1666, Canzone Terza, Cap. I, pp. 172-4; mia traduzione]

A titolo di ciliegina sulla torta, ma in perfetta sintonia con quanto sopra visto, ecco due brani di Philalethe, del 1669:

“… Hence the noble Sendivogius saith, The Fool (believe me) will not find our Stone, no not in Gold; but the Wiseman will find it in the Dung, That is to say, In Gold (which[1] is the of the Sophi) the tincture of Goldness lies hid. This[2] though it be a most digested body, yet is it incrudated and made raw[3], in one only thing, viz. Our Mercury[4], and receiveth from [5] the multiplication of its own Seed[6], not so much in weight[7] as in vertue.”

[Secrets Reveal’d, London – 1669, Chap. XIII, p. 41]

…even so it is with Gold, as long as it is in the form of a Ring, a Vessel or Mony, ‘tis the vulgar Gold, but as concerning its being cast into our water, ‘tis Philosophical. In the former respect it is called Dead because it would remain unchanged even to the Worlds end; in the latter respect it is said to be living, because it is so potentially; which power is capable of being brought into Art in a few daies, but then Gold will be no longer Gold, but the Chaos of the Sophi; therefore well may Philosophers say, That their philosophical Gold differeth from the vulgar Gold, Which difference consisteth in the Composition. For even as that Man is said to be dead, which hath already received the sentence of Death; so is Gold said to be alive when it is mixed in such a Composition, and put upon such a fire in which it will necessarily receive a germinative life, in a short time: yea, ‘twill demonstrate the actions of a life beginning, and that within a few daies[8]. Therefore the same Sophi that say their Gold is living, do bid thee (the Searcher of Art) to revive the dead, the which if thou knowest to do, and to prepare the Agent, and rightly to mix the Gold, it will soon become living; in which vivification thy living Menstruum will dye. Therefore the Magi command thee to revive the dead, and to kill the living; They do (at the first entrance) call their water living, and say that the death of one principle, with the death[9] of another, hath one and the same period. Thence ‘tis evident, That their Gold is to be taken dead and their water living; and by compounding these together, the seed-Gold, will (by a short decoction) vivifie or quicken, and the live will be killed, that is the spirit will be coagulated with the dissolved bodie, and both of them putrifie together, in the form of dirt or mud, until all the members of the Composition are rent or dispersed into Atoms[10]. Here therefore is the naturality of our Magistery. The Mistery which we so much hide, is to prepare the , truly so called[11], the which cannot be found upon the earth [12]ready prepared to our hands; and that for singular reasons known to the [13]Adeptists.”

[Secrets Reveal’d, London – 1669, Chap. XIII, p. 42-4]

Le note cui si fa riferimento nei due brani di Philalethe sono prese dal libro Philalethe Reveal’d, Vol. 1, edito dal sottoscritto e da Fra’ Cercone; GLO è l’acronimo per un ‘Glosser‘ anonimo che annotò fittamente una sua copia del Secrets Reveal’d nel 1690; queste sue glosse sono, oltre che curiose, di un certo interesse.

Bene: in ogni momento dell’operatività occorre mettere alla prova la propria comprensione dei principi base della antica Filosofia Naturale; non essendo affatto facili da comprendere alla luce della nostra logica moderna, peraltro molto limitata quando la si confronta con l’apparato immenso dei processi della Creazione, il mio invito è sempre quello di non smetter mai di confrontarsi con l’Imaginatio vera sed non phantastica, tra un segnalibro ed un pestello, tra un bizzarro ma buon testo d’alchimia e l’esame accorto delle materie in opera ‘a caldo’ ed ‘a freddo’, tra l’insegnamento scritto di chi ci ha preceduto e l’Intuizione ‘a mani sporche’ di una notte di buona Luna.


[1] Here GLO adds in a note: duely prepared.

[2] Here GLO adds in a note: common; not Sophoru(m).

[3] The incrudation is an alchemical operation through which a substance is returned to its primeval condition, that is to the raw state, also called their prima materia, the first matter. We read in one of the most reputed tracts of Alchemy: “Hæc solutio est vera reincrudatio, ut semen purissimum habeatur in sua virtute multiplicatum, si enim granum in terram iaceret, & substantia grani, non reincruderetur in hanc primam materiam, frustra Agricola, ex eo optatam messem expectaret. Omnia spermata nisi reincrudentur nihil valent in ordine multiplicationis: Unde hæc reincrudatio, & in primam materiam reductio, est per optime cognoscenda, qua sola hæc secunda corporis Phisici solutio acquiri potest. See, Francesco Maria Santinelli, Lux obnubilata suapte natura refulgens, Venetiis, 1666, Caput Primum, p. 174. Translation: “This solution is the true reincrudation, in order to obtain the multiplication in its virtue of the purest seed, in fact if the grain laid in the earth & the grain’s substance did not reincrudate into this first matter, the Peasant would expect in vain the desired harvest from it. All the sperms are worth nothing in order to the multiplication if they are not reincrudated: Thus this reincrudation & reduction into the first matter, has to be very well known, [since] this second solution of the Physical body can be achieved only through it.”.

[4] Here GLO adds in a note: which doth not happen, to of the Sophi: But to the Contrary, the is by the , maturated, fixed and perfected.

[5] Here GLO adds in a note: tamquam menstruo. (as from a menstruum)

[6] Here GLO adds in a note: which is; beeing incrudated.

[7] Here GLO adds in a note: which by reincrudation is diminished.

[8] Here GLO adds in a note: By its internal motion, and Solution.

[9] This is evidently a typo which should be read: the death of one principle, with the life of another, hath one and the same period, consistently with BPC and OOM.

[10]  Here GLO notes: but prittie bigg ones: grains in the beginning t(hen?) they at the End of the work become dust. This means that by the end of this putrefaction the Compound has thinned down to its minimum particles.

[11] Here GLO notes: because it is water which is all Essence.

[12] Here GLO notes: Because it lodges in the magnesia thence to be drawn. But the magnesia, its subject, is made to our hands, by the Avicula Hermetis, & is plenty he henough found everywhere and upon the Earth to.

[13] Here GLO notes: Because they must have the pure spirit without its … [an unreadable word here – EN] Impuritys.

La Force

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Uno dei Capitoli più belli e famosi de Les Demeures Philosophales è quello dedicato a “Le Guardie del Corpo di Francesco II, Duca di Bretagna“.

Tombeau des Ducs de Bretagne - Nantes

Tombeau des Ducs de Bretagne – Nantes

Il monumento sepolcrale dei Duchi più amati dai Bretoni è oggi ospitato nella Cattedrale di Nantes, ma prima della Rivoluzione era stato edificato nella Chiesa del Carmine; nel 1499 Anna Di Bretagna, Regina di Francia e seconda sposa di Louis XII d’Orléans (dinastia Valois),

Devise de Louis XII et de Anne de Bretagne

Devise de Louis XII et de Anne de Bretagne

decise di onorare la memoria dei genitori – François II Duc de Bretagne e Marguerite de Foix; il progetto è affidato a Jehan Perréal, e realizzato da Michel Colombe. Francesco II é inumato assieme alla prima moglie Marguerite de Bretagne, ma in seguito verranno aggiunte le spoglie di Marguerite de Foix, madre della Regina Anna. Alla sua morte, nel 1544, la Regina verrà sepolta a Saint-Denis (che a Parigi ospita i monarchi Capetingi): ma il suo cuore verrà trasportato in solenne processione fino a Nantes, deposto in un prezioso scrigno in oro e posto nella tomba originaria di famiglia. L’esistenza dell’oggetto – ancora oggi venerato e considerato patrimonio della storia della orgogliosa ‘nazione Bretone’ – viene ricordato da Fulcanelli in una Nota:

M. il Canonico G. Durville, alla cui opera dobbiamo questi dettagli ha gentilmente voluto inviarci un’immagine di quest’oggetto curioso, priva, ahinoi!, del suo contenuto, che fa parte delle collezioni del museo Th. Dobrée, a Nantes, di cui è il conservatore. «Vi invio, ci scrisse, una piccola fotografia di questo prezioso reliquario. L’ho posta un momento nel luogo preciso dove era il cuore della Regina Anna, pensando che questa circostanza vi avrebbe legato con maggior interesse a questo piccolo ricordo.»”

Coeur d'Anne de Bretagne

Coeur d’Anne de Bretagne

Coeur d'Anne de Bretagne

Coeur d’Anne de Bretagne

Oltre ad essere il Conservatore e Bibliotecario del museo Dobrée dal 1924 al 1947, Georges Durville (1853-1943) era anche il vice-presidente della Société archéologique de Nantes, e promosse una serie estesa di scavi nei terreni del Vescovato di Nantes, riportando alla luce 3 piscine battesimali databili al IV secolo AC (ritrovamenti pubblicati in Les Fouilles de l’évêché de Nantes (1910-1913). Oltre a citare Etudes sur le vieux Nantes di Durville, Fulcanelli ringrazia un po’ più che formalmente l’archeologo Bretone, suo contemporaneo:

Preghiamo M. il canonico Durville di qui voler ben gradire l’espressione dei nostri vivi ringraziamenti per la sua pia sollecitudine e la sua delicata attenzione.“.

L’interesse di Fulcanelli per la foto del reliquario che aveva contenuto il coeur di Anna di Bretagna, forse, poteva essere un po’ più che solo alchemico.

Jehan Perréal, come ricorda lui stesso in una lettera al segretario di Margherita d’Asburgo, Arciduchessa d’Austria e Princesse de Bourgogne (Perrèal partecipava al progetto di costruzione del mausoleo di Filiberto di Savoia a Notre-Dame de Brou, sotto gli auspici della Princesse sua moglie), aveva assunto Michel Colombe per la realizzazione del monumento funerario a Nantes:

Monseigneur, je vous ay envoyé le patron de la sépulture du duc de Bretaigne tout ainsy qu’elle est faite, sans y adjouter ni diminuer. Les Vertus ont VI pieds et demy. Ledit patron j’ay fait juste; j’ay été toujours quand on le faisait ou le plus de temps. Je l’ay posé en ce lieu, comme autrefois vous ay conté. Quand au marbre on la fet venir de Gênes. Michel Coulombe besongnait au mois et avait pour mois vingt ecuz l’espace de sinc ans; il y avait deux tailleurs de maçonnerie antique Italiens qui avaient chaqun 8 écuz pour mois. On paiait tous fers asserés, tous outilz. Finalement la chose a été si bien achevée que j’y posé au lieu désiré par la dite Dame (i.e., Anne de Bretagne) et cousta à poser, tant pour faire la voute, pour mettre les corps que pour les engins pour l’enrichir d’un peu d’or, la somme de 560 livres, car j’en ai tenu le compte.“.

"La complainte de Nature à l'alchimiste errant"Perréal – pittore della casa reale di Francia – disegna, e Colombe realizza le sculture; Perréal – la cui vita è ricchissima di episodi ed incontri, ma sempre vissuta con un basso profilo – è conosciuto da chi studia Alchimia per esser stato l’ editor de La Complainte de Nature à l’alchimiste errant (attribuito a Jean de Meung, 1516), la cui miniatura è ben nota:

Chiudo questo piccolo preambolo storico con Colombe: se Fulcanelli lo fa nascere a Saint-Pol-de-Léon nel 1460 (ancora in Bretagna), si pensa oggi che sia nativo di Bourges; Bourges, la cui bellissima Cattedrale manca all’interno de Le Mystère des Cathédrales, fu attorno al ‘500 il centro di una sorta di ‘associazione artistica’: gli scultori Jean e Michel Colombe, lo stampatore e calligrafo Geoffrey Tory e il pittore Jean Perréal. La loro attività si svolge attorno ai Valois/Bourbon, prestando la loro opera alle Dames importanti di questo partito dinastico: Madame du Plessis-Bourré, Madame du Beaujeu (per la quale, nel 1497, Perréal compirà una delicata opera di recupero dei diamanti che Madame de Beaujeu aveva affidato a Madame du Plessis-Bourré), la Regina  Anne de Bretagne, la Regina Charlotte de Savoie. Perréal – pare, ogni prudenza è d’obbligo – fosse fra l’altro il Gardien di un ordine piuttosto antico che sarebbe sfociato a metà ‘800 nei F.C.H., anch’essi basati a Bourges.

Pur essendo Les Demeures Philosophales in qualche modo destinato ad illustrare i contenuti esoterici ed alchemici di alcune ‘Demeures’, Fulcanelli dedica alla tomba dei Duchi di Bretagna uno dei Capitoli più belli; quasi un segnalibro Bretone, come pegno di un amore profondo per la terra e la storia di Breizh, il Capitolo è dedicato all’esame rigoroso delle quattro Gardes du Corps, personificazioni delle quattro Virtù Cardinali; l’espressione originarie delle Virtus sono naturalmente les forces che debbono essere utilizzate da ogni essere umano lungo il proprio cammino terreno: Justice, Force, Temperance, Prudence.

Definita da Fulcanelli come ‘le chef-d’œuvre de Michel Colombe‘, La Force offre una raffigurazione di una allegoria estremamente apparentabile all’operatività alchemica: un Dragone strangolato dalla mano della Garde, che lo ‘estrae‘ con forza aggraziata ma decisa da una fenditura di una Torre.

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[Debbo ringraziare due amici francesi, Archer ed Ibrahim: il primo per la riproduzione della tavola originale di Champagne, il secondo per le magnifiche foto di Nantes. La loro passione ed il loro impegno nei confronti della Gran Dama sono, da anni, un serio punto di riferimento per gli studiosi dell’Arte. Merci bien, Monsieurs !…]

Le chef couvert d’un morion plat, au mufle de lion en tête, le buste revêtu du harcelet finement ciselé, la Force soutient une tour de la main gauche et, de la droite, en arrache, — non un serpent comme le portent la plupart des descriptions, — mais un dragon ailé, qu’elle étrangle en lui serrant le col. Une ample draperie aux longues franges, dont les replis portent sur les avant-bras, forme une boucle dans laquelle passe l’une de ses extrémités. Cette draperie, qui, dans l’esprit du statuaire, devait recouvrir l’emblématique Vertu, vient confirmer ce que nous avons dit précédemment. De même que la Justice, la Force apparaît dévoilée.

Il capo coperto da un morione piatto, al musello di leone sul davanti, il busto rivestito dalla cotta finemente cesellata, la Forza regge una torre con la mano sinistra e, con la destra, svelle – non un serpente come riportato dalla maggior parte delle descrizioni, – ma un dragone alato, che strangola serrandogli il collo. Un ampio drappeggio dalle lunghe frange, i cui risvolti poggiano sugli avambracci, forma un cappio nel quale passa una delle sue estremità. Questo drappeggio, che, nell’intento dello scultore, doveva ricoprire l’emblematica Virtù, viene a confermare ciò che abbiamo detto in precedenza. Come la Giustizia, la Forza appare senza velo.

Il Morione era il casco tipico delle fanterie europee del ‘500: il ‘morro‘ spagnolo indica la parte tondeggiante a protezione della testa, forse ispirato dal copricapo usato dai Mori in battaglia. D’altro canto, il Celtico ‘mawr‘ indica per l’appunto ‘testa‘, ma anche ‘mor‘, il ‘cumulo di pietre‘, il monticello del Gallese ‘mur‘. Morione è anche il nome di una varietà di quarzo nero. La Force indossa un Morione piatto, magnificamente decorato sui due lati con un altorilievo a spirale a tre balze: ricorda il Nautilus, ed evoca un ciclo armonico naturale, basato come è noto sulla serie di Fibonacci. La parte anteriore è scolpita come muso di leone a mo’ di celata: sotto il naso, Colombe ha inciso un simbolo ‘a ghianda‘, forse una sorta di marchio d’atelier. Il Copricapo è completato sulla nuca da un paracolpi loricato a cerniera.

Sotto il Morione, si intravede un copricapo in tessuto, da cui spuntano sui lati le ‘tresses‘, intrecciate con eleganza e raggruppate anch’esse a spirale, commentate da Fulcanelli così:

La tresse, nommée en grec σειρα (seira), est adoptée pour figurer l’énergie vibratoire, parce que, chez les anciens peuples hellénique, le soleil s’appelait σειρ (seir).

Nantes, La Force - la 'Tresse'

Nantes, La Force – la ‘Tresse’

Segue poi l’explication di Fulcanelli sul corsetto cesellato in forma di corazza leggera:

Le scaglie interconnesse sulla piccola gorgiera della cotta sono quelle del serpente, altro emblema del soggetto mercuriale e replica del dragone, anch’esso scaglioso. Delle squame di pesce, disposte a semicerchio, decorano l’addome ed evocano la saldatura, al corpo umano, di una coda di sirena. Ora, la sirena, mostro favoloso e simbolo ermetico, serve a caratterizzare l’unione dello zolfo nascente, che è il nostro pesce, e del mercurio comune, chiamato vergine, nel mercurio filosofico o sale di saggezza. L’identico senso è fornito dalla galletta dei re, alla quale i Greci davano lo stesso nome della lunaσεληνμ (seléné); Questa parola, formata dalle radici σελας (selas), éclat, e ελμ (elé), luce solare, era stata scelta dagli iniziati per mostrare che il mercurio filosofico deriva il suo éclat dallo zolfo, come la luna riceve la sua luce dal sole. Una ragione analoga fece attribuire il nome di σειρμν (seirén), sirena, al mostro mitico risultante dall’unione di una donna e di un pesce; σειρμν (seirén), termine contratto da σειρ (seir), sole, e da μηνη (méné), luna, indica ugualmente la materia lunare combinata alla sostanza sulfurea solare. É dunque una traduzione identica a quella della focaccia dei re, rivestito del segno della luce e della spiritualità – la croce, –  testimonianza dell’incarnazione reale del raggio solare, emanato dal padre universale, nella materia grave, matrice di tutte le cose, e terra inanis et vacua della Scrittura.

Questo passo, in apparenza complesso, è – more solito – un paradigma completo della Grande Opera; fatte salve le apparenze per così dire ‘classiche’ dell’operatività, Fulcanelli indica con precisione il come&perché. Posso solo sottolineare la precisa risonanza con le fondamenta della Philosophia Naturale, di quella stessa, unica, Physica che anima Alchimia. Naturalmente, occorre prima averla studiata, meditata e, nel tempo, afferrata. Non vi affatto casualità nella pratica di laboratorio, bensì l’identica causalità mostrata in chiaro da Madre Natura nel processo continuo della Creazione. Si può far finta di niente e scrollar le spalle, certo, e pensare che tutto si debba ad una attesa fideistica, miracolosa (si trascura spesso che il ‘miracolo’ esprime il senso di ‘una cosa da osservare‘). Nel rileggere questo passo, resto convinto che Alchimia è Scientia & Ars, niente di più, niente di meno. La allegra Cabala fonetica utilizzata da Fulcanelli vela la funzione dei componenti dell’Actio con cui la Materia viene in essere nella manifestazione: quella ‘energia vibratoria‘ è l’effetto – e simultaneamente la causa, ma in un piano speculare riservato, e peculiare – della materializzazione, attraverso Lux, della Forma soggiacente il corpo; questo processo può essere condotto e portato ‘ad terminem‘ soltanto dalla Force, quella di Madre Natura, non certo la nostra. Le Creature non posseggono, non dominano questa Force, che ne è piuttosto la loro origine. Siamo così orgogliosamente affardellati dall’antropomorfismo, che diamo credito di esistenza solo a ciò che possa ricadere sotto i nostri sensi; ma sulla scena del teatro delle apparenze prendiamo spesso lucciole per lanterne, scambiando l’effetto per la causa; chiamiamo ad esempio luce l’emissione del Lumen, pensando che Lux sia solo una deliziosa figura retorica, certo utile per ‘filosofeggiare’. Ma è Lux l’Agente di Natura perenne, che del Campo  – unico – è Signore e proprietario: Lux irradia in continuum, senza frontiere di spazio e tempo (entrambi, sono percepibili dalle creature, ma sono ‘locali’), e l’interazione tra la Materia che deve prender ‘forma’ ed il ‘campo luminoso’, per quanto ai nostri sensi oscuro, avviene secondo un piano perfetto per gradi e attraverso proporzioni: il gioco della liberazione del Mercurio e dello Zolfo – corpi materiali puri in cui albergano i due Principia – richiede all’artista che si dia dispositio alla materia: nel macroscopico essa è espressa dal peso, nel microscopico per quanti. Di quest’ultimo aspetto – che è il dominio esatto d’Alchimia – gli antichi parlano di ‘per minima‘.

Con precisione Fulcanelli evoca questo aspetto: la materia grave, che pesa, la matrice di tutte le cose, è quella terra inane del Genesi; Sol e Luna sono ovviamente già presenti nell’intimo di quella terra, e necessitano di Lux ed Esprit per iniziare il corso di  specificazione del corpo. Sed de hoc satis.

Un ultimo commento, suggerito dalle immagini del magnifico monumento: i due Gisants – poggiati su morbidi cuscini approntati da tre angelots – sono protetti dai due animali simbolici: il Leone per il maschio mostra l’ecu couronné con le armi di Bretagna, mentre il Levriero per la femmina porta il collare dell’ Ordre de la Cordelière (creato da Anna) e mostra le sue armi coronate (partito, a destra di Bretagna e a sinistra di Foix-Béarn-Navarre, ereditato dai genitori di Marguerite ). Entrambe le armoiries mostrano in campo lo smalto d’Hermine, di bianco inseminato di trifoglio di nero e codetta spartita in tre dello stesso.

L’Armellino è stato sempre usato nelle armi di Bretagna, che lo ha sempre anteposto in ordine di importanza tanto all’oro e all’azzurro (colori della Francia): il piccolo mustelide porta la pelliccia bianca d’inverno, e d’estate bruna rossastra sul dorso e bianca sulla pancia. La coda, peraltro, è sempre nera.

Sant Malo - Armes de Bretagne

Sant Malo – Armes de Bretagne

Il Motto recita: “Potius mori quam faœdari” (“Piuttosto morire che macchiarsi“), la stessa devise raffigurata in uno dei cassoni del Palazzo Lallemant, a Bourges: naturalmente, Fulcanelli nel suo commento al Cassone VIII di Dampierre si ricollega alla Bretagna ed alla sua amata Regina Anna, essendo l’ermellino chiuso nel suo recinto il simbolo del mercurio filosofico:

Dampierre-sur-Boutonne, Caisson VIII

Dampierre-sur-Boutonne, Caisson VIII

“L’hermine pure et blanche apparaît ainsi comme un emblème expressif du mercure commun uni au soufre-poisson dans la substance du mercure philosophique.”

Come si vede l’allegoria permette all’alchimista di parlare sempre con precisione della medesima operatività, pur usando fonemi diversi: se si confronta l’explication data per la Force, si conclude che la sirena corrisponde all’ermellino, e che la vergine è il dragone, e che lo zolfo è il pesce. Certo, a seconda di alcuni contesti – verificabili solo nella pratica di laboratorio – vi sono apprezzamenti più coerenti; ma ci si deve arrendere all’evidenza del Grand Jeu: il paradosso in Alchimia mostra la verità, purché si cammini nello studio e nella pratica.

Concludo invitando a riflettere: la Virtù de la Force, Cardinale, non indica solo una forza umana, una terrena volontà, una determinazione da usare per raggiungere uno scopo, sia esso violento o dolce; in verità, la Force di cui si parla in Alchimia è “il” Flusso dell’Actio di Madre Natura; questo Flusso non è una figura retorica, bensì la componente fondamentale del processo di Creazione di Madre Natura, ed attiene alla Physica, in bella evidenza. Non richiede una fede, né un credo. Essendo il modus operandi di Madre Natura, essa – semplicemente – “è”. Un eventuale consenso o dissenso da parte dell’intelletto umano davvero non conta nulla sul piano Universale.

Yes, a Jedi’s strength flows from the Force. But beware of the dark side. Anger, fear, aggression; the dark side of the Force are they. Easily they flow, quick to join you in a fight. If once you start down the dark path, forever will it dominate your destiny, consume you it will, as it did Obi-Wan’s apprentice.

Il Giglio delle Convalli

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Jacques Coeur - Tristan & Isolde

Jacques Coeur – Tristan & Isolde

Nel suo Arcanum Hermeticae Philosophiae Opus (1623), al canone XXIII, il Presidente d’Espagnet scrive:

Con il termine Luna i Filosofi non intendono la Luna volgare, la quale nel suo operare è maschio, & che nella copula svolge il ruolo di maschio; che nessuno presuma dunque di  tentare una congiunzione nefasta & contro Natura di due maschi, e non  si concepisca alcuna speranza di prole da una tal copula; ma si congiunga con un congiunzione stabile Gabritius a Beia, il fratello alla sorella, e che si chiamerà propria;  affinché poi si raccolga il fertile figlio del Sole.

Il monito è chiaro, e spesso trascurato: se la nostra mentalità accetta immediatamente un possibile matrimonio tra due generi opposti, un mariage di un fratello e sorella viene ovviamente visto come sola figura retorica. Ma, a mio modesto avviso, vi è dell’altro. Fulcanelli ne accenna nel Volume I de Les Demeures Philophales, al capitolo Le Mythe Alchimique d’Adam et Eve:

Car ils sont réellement frère et soeur, tenant chacun leur être d’une mère commune, et redevables de la contrariété de leurs tempéraments plutôt à la différence d’âge et d’évolution qu’à l’écart de leurs affinités.

L’auteur anonyme de l’Ancienne Guerre des Chevaliers, dans un discours qu’il fait prononcer par le métal réduit en soufre sous l’action du premier mercure, enseigne que ce soufre a besoin d’un second mercure, avec lequel il doit être conjoint afin de multiplier son espèce.

Segue una lunga ed importante dissertazione sul famoso ‘secret des deux mercures‘, nella quale l’Adepto avverte che vi saranno ‘contradictions, erreurs menifestes de logicque ou de jugement‘, forse utili per sbrogliare l’enigmatica matassa:

Or, nous reconnaissons loyalement qu’il n’existe qu’un seul mercure à la base, et que le second dérive nécessairement du premier. Il convenait cependant d’appeler l’attention sur les qualités différentes qu’ils affectent, et faire en sorte de montrer, — fût-ce au prix d’une entorse à la raison ou d’une invraisemblance, — comment on peut les distinguer, les identifier, et comment il est possible d’extraire, directement, la propre femme du soufre, mère de la pierre, du sein de notre mère primitive.“.

Come sempre, lo studio attento e la verifica sperimentale in Laboratorio è d’obbligo; al di là dell’autorship del Capitolo – la cui definizione attiene alla storia complicata, come si è visto, della creazione/elaborazione/sviluppo di entrambi i capolavori firmati come Fulcanelli -, si deve dire che vi è materia per meditare ed avviare tutta una serie di delicati ed importanti esperimenti.

Delle Nozze Chimiche parlerà naturalemtne anche Maitre Canseliet, a più riprese. Una tra tante, da Due Luoghi Alchemici, nella traduzione di Paolo:

É potente l’amore che, nell’innocenza e la purezza, unisce indefettibilmente Gabricus, o Gabritius e Beya, per il necessario androginato della Grande Opera. Nell’Enigma della visione del filosofo Arisleo e dalle Allegorie dei sapienti – Enigma ex visione Arislei Philosophi et Allegoriis sapientum:

Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina – Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina.

Questa citazione di Canseliet è curiosa: quell’ultima frase ‘esplicativa’ di Arisleo – così come viene proposta – appare infatti un po’ ambigua: “Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina“, pur ovviamente corretta, suona leggermente tautologica; se infatti è naturale che Beya è femmina – ‘ea‘ – quel ‘essa è femmina‘ può essere letta al massimo come un rafforzativo. Filosténe Junior, nel suo libro, afferma che Canseliet – una volta ottenuto da Fulcanelli il permesso di firmare le sue opere con la sigla F.C.H – avrebbe utilizzato i risvolti delle pagine illustrative come una sorta di ‘accredito’ indirizzato alla cerchia dei F.C.H. A suo dire, questo spiegherebbe – uso tutto il condizionale – il motivo di alcune criptiche frasi che compaiono a commento delle illustrazioni.

Si deve tener conto che l’origine di questo testo famoso e citato ovunque è ancora molto incerta; si dice che possa trattarsi di un testo arabo – il Risalat madd al-ba hr dhat al-ru’ya -, ma più probabilmente si tratta di una sorta di circolo vizioso, in quanto il supposto testo arabo potrebbe a sua volta essere una ri-traduzione dal Greco di Archelao. Inoltre, come è noto, la Visio è stata inclusa in diverse raccolte prestigiose come l’Aurora Consurgens, l’Artis Auriferae e il Rosarium Philosophorum ed altre. Si tratta insomma di un testo rielaborato, modificato e parcellizzato molte volte, mancando ad oggi una solida ed attestata fonte originale.

Il brano proposto da Canseliet proviene senza dubbio dalla versione inclusa nel volume I dell’Artis Auriferae quam Chemiam Vocant del 1593, che include tra gli altri il trattatello Aenigma ex Visione Arislei Philosophi, et Allegorijs Sapientum:

Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina: tamen emendat ipsum, eò quòd ex ipso est.

[Aenigma I, pp. 147-148]

Una rapida traduzione suona grosso modo così: “Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene [essa sia] la sorella del fratello, e femmina, tuttavia [essa] emenda lo stesso [Gabritium], per il fatto che [essa] è da esso.“.

Così, mi pare che in questo modo il senso della frase sia più evidente. La correttezza di questa lectio è confermata anche dalla edizione precedente del 1572 (Auriferae Artis quam Chemiam Vocant). Lascio ai lettori l’eventuale riflessione nel merito della frase completa.

Propongo ora una notula da parte dell’alchimista Normanno Jean Vauquelin des Yveteaux (1651-1716), tratta dal suo curioso trattato Alchimie du Cantique des Cantiques de Salomon, dove – al versetto 2.1, titolato Ego flos campi, et lilium convallium – si parla del Giglio delle Convalli:

Ce champ, comme l’explique l’hebreu, est celui de saron, c’est à dire que l’on doit en chanter les louanges, et la fleur est la rose de cette campagne. Nous avons dit ailleurs ce que les philosophes entendent par la rose et la fleur de sel. Cette rose icy est blanche.

Et quoyque par le lis des vallées les uns veullent que l’on entende la fleur d’iris accause de la bonne odeur de sa racine profonde, à laquelle profondeur ils raportent le mot de convallium, les autres l’interpretent le muguet, d’odeur si charmante, et qui vient naturellemnt dans les broussailles parmy les ronces et les epines dans les bois.

D’autres veullent que l’auteur aie voulu parler icy du lys ordinaire; mais à le bien prendre dans le sens phisique, il ne faut entendre icy que le lys de l’art, le sujet phisique, dont Paracelse dit que la partie superieure est le lys blanc, la glu de l’aigle, et la partie inferieure est le lys rouge, laton, lion rouge et son sang, la Beia et le Gabritius des sages, de l’union desquels se fait la premiere matiere des metaus.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

C’est de ces lys dont Cortalasseus a tant parlé dans son traitté d’Arca arcani et son Lilium inter spinas, le lili du manuel de Paracelse, et de sa teinture des phisiciens.

Cette fleur peut estre ditte des champs, parce qu’elle y vient d’elle mesme et naturellement, sans opération manuelle de l’artiste, et lis des vallées accause de sa simplicité, et sa pureté. Sapientia est humi moravi, disent les philosophent, et simplicitas veritatis sigillum.

Cette rose de saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, ce lis dont il est dit que par l’arousement des eaus salutaires, il germera comme le lys des vallées.

Eccone la mia rapida traduzione:

Questo campo. come lo spiega l’Ebraico, è quello di Saron, vale a dire che ne si deve cantare le lodi, ed il fiore è la rosa di questa campagna. Abbiamo detto altrove di cosa i filosofi intendono con la rosa ed il fiore del sale. Questa rosa qui è bianca.

E sebbene con i gigli delle valle gli uni vogliono che si intenda il fiore dell’iris a causa del buon odore della sua radice profonda, alla quale profondità rapportano la parola convalli, gli altri l’interpretano come il mughetto, di odore così incantevole, e che spunta naturalmente dai cespugli tra le rocce e le spine nei boschi.

Altri vogliono che l’autore abbia inteso parlare qui del giglio ordinario; ma a ben prenderlo nel senso fisico, qui non bisogna intendere che il giglio dell’arte, il soggetto fisico, del quale Paracelso dice che la parte superiore è il giglio bianco, il vischio dell’aquila, e la parte inferiore è il giglio rosso, lattone, leone rosso ed il suo sangue, la Beia ed il Gabritius dei saggi, dalla cui unione si fa la prima materia dei metalli.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

É da questo giglio di cui Cortolassesus ha tanto parlato nel suo trattato Arca Arcani ed il suo Lilium inter spinas, il lili di Paracelso, e della sua tintura dei medici.

Questo fiore può essere detto dei campi, perché vi spunta da solo e naturalmente, senza operazione manuale da parte dell’artista, e giglio delle valli a causa della sua semplicità, e della sua purezza. Sapientia est humi moravi, dicono i filosofanti, e simplicitas veritatis sigillum.

Questa rosa di saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, questo giglio di cui si dice che grazie all’innaffiamento delle acque salutari germinerà come il giglio delle valli.“.

Cortholasseus è uno dei tanti nicknames assunti da Johannes Grasshof (ca. 1560 – 1623), e l’opera cui des Yvetaux fa riferimento è la sua Aperta Arca Arcani Artificiossimi, una raccolta famosissima in quei tempi; all’interno figura il trattatello sul Lilium, costituito dal famoso racconto allegorico (Der Kleine Baur). Oltre all’inevitabile omaggio a Sendivogius – certo uno dei più stimati e famosi alchimisti dell’epoca – credo non si debba dimenticare che la probabile origine di questa allegoria legata alle convallibus è Virgilio, che d’Espagnet – chissà perché! – amava molto.

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La bellezza dello studio dell’Alchimia è dovuta alla Sophia che anima il suo tessuto, stabile e radicata nei secoli, al riparo dai pre-concetti, stereotipi, e giudizi di ogni sorta, così tipici degli esseri umani; non è importante la parola, ma il cercare con serena umiltà, studiare e praticare: Sophia è lì, da sempre, con i suoi semplici, basici Principia Naturalia, pronta per essere sperimentata. Tutto è stato scritto, in molti ‘cantica‘ e ‘legende‘. La Via è una, e occore naturalmente ‘orientarsi’. L’esploratore che usa la bussola basata sul Nord magnetico, non è consapevole del fatto che si sta orientando grazie ad un Campo unico e non soltanto ‘locale’, all’interno del quale le frequenze sono  gli strumenti usati da Madre Natura per informare la Creazione. Se all’esploratore geografo o archeologo questa consapevolezza non è certo indispensabile, per l’alchimista è di assoluta importanza. So che molti storceranno il naso ed alzeranno le sopracciglia: non importa. V’è ben altro che è importante.

Nigra sum et formosa filia Jerusalem
Ideo dilexit me Dominus
Et introduxit me in cubiculum suum
Et dixit mihi: surge amica mea et veni.
Jam hiems transiit, imber abiit et recessit,
Flores apparuerunt in terra nostra,
Tempus putationis advenit.

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – Interludio, Verde

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Molto inchiostro è colato nell’interpretazione dell’Ecusson final che apparve con la prima edizione del 1926 de Le Mystere des Cathedrales. Una lettura araldica canonica e di buon senso (da parte di Althea, alias Madame Elena Frasca Odorizzi) potrebbe essere: “Di rosso, all’Ippocampo d’oro, cimato da una spiga d’orzo dello stesso, attraversante su una campagna del secondo“. Paolo Lucarelli, che ebbe la benevolenza di parlarmene poco prima della pubblicazione della sua nuova traduzione ed edizione della prima opera di Fulcanelli (2005), canta il blasone comme-il-faut, tenendo anche conto dell’elmo, vale a dire dell’origine alchemica dell’ormai famoso blasone: “Troncato di rosso e d’oro, all’Ippocampo d’oro dell’uno all’altro accompagnato in capo da una spiga d’orzo, timbrato da elmo di cavaliere crociato ornato di due lambrecchini, con impresa d’anima che dice uber campa agna”. Paolo, per miglior aiuto, fece anche colorare, basandosi su questa lettura, il blasone di Fulcanelli, ponendolo in quarta di copertina.

fulcanelli_ecu1926-copy

I Tre Ecussons

In reverente omaggio ai Frères Chevaliers d’Heliopolis, ho pensato di giustapporre il blasone originale (del 1926), a quelli di Eugène Canseliet e Jean Laplace; trovo infatti che vi sia da riflettere. Ricordo anche che Paolo mi riferì di esser rimasto molto turbato dal fatto di non aver avuto notizie da Jean durante l’ultimo periodo della sua vita terrena. Come è noto, erano due stretti amici. Se tutti conosciamo il rivoluzionario contributo di Paolo alla corretta direzione da dare dell’operatività alchemica stretta, pochi – temo – hanno voluto consultare le opere di Jean.

L’unico colore ‘araldico’ nell’Ecusson di Fulcanelli è il rosso, il quale ne specifica con chiarezza cristallina il senso, cioé l’Initium, vale a dire il risultato della ‘prima operazione’: “Questa dunque è la prima operazione di alchimia, come diceva Canseliet, alla fine della quale deve manifestarsi quel rosso tanto misterioso e importante da essere definito arcano maggiore dell’Arte, che sovrasterà l’oro, o meglio un’acqua dorata, più o meno nelle proporzioni che qui si vedono.”.

Nell’Ecusson di Jean appaiono tre  colori: dall’esterno all’interno il nero, il bianco, il verde; fino al centro, rappresentato dal Sol, d’oro (il quale, in araldica,  è metallo e non colore). Da un suo saggio apparso ne La Tourbe des Philosphes, numero 31, titolato Aperçus Vitriolique, sottopongo un passo:

“« Aujourd’hui clair de lune

Il fera demain clair de l’autre. »

De Cyrano Bergerac : Le pédant joué

La séparation est de telle importance qu’elle influence, de façon décisive, l’aspect des matériaux à la fin du premier oeuvre. Eugène Canseliet, unique disciple de Fulcanelli, disait souvent que le vitriol véritable n’est pas nécessairement atteint lorsqu’on obtient un sel vert lors des purifications du mercure. Chacun pourra en juger à présent, en prenant connaissance de la description exacte du composé que nous avons pu élaborer et que voici :

L’étoile, qui est un synonyme philosophique du sel dont nous parlons, est générée à partir des seuls matériaux réservés à l’oeuvre lorsqu’ils sont travaillés selon la technique sans envie décrite au chapitre conjonction et séparation de « L’alchimie expliquée ». Le vitriol est insoluble quel que soit le solvant employé depuis l’eau, le chloroforme, l’acétone jusqu’à l’alcool le plus subtil, voir même l’acide chlorhydrique. On peut donc le considérer comme un émail de la meilleure qualité, certains le comparent même à l’or. Par-dessus tout, il est transparent comme du cristal de Bohême teinté du plus beau vert. Cette transparence est le signe le plus certain d’une exacte préparation si l’odeur de l’encens accompagne les opérations de purification. Sa couleur est fixe. Le vitriol, coulé puis refroidi à la surface du mercure, se brise en mailles de filet. Les veines de ces brisures deviennent, à l’air ambiant, autant de lignes opaques hérissées d’une multitude de poils blancs dont la structure ressemble à l’amiante. Toutefois, cette « oxydation » se limite aux seules fêlures de la masse compacte qui reste, elle, exempte de toute dégradation. Les fumeroles qui s’insèrent lors de la solidification sont la cause la plus plausible de ces apparitions poilues.

Cela dit, il est assuré qu’il sera impossible d’opérer aux sublimations avec un vitriol qui soit opaque dans sa masse, à cause d’une mauvaise séparation ou d’une purification mal conduite. Au stade du second oeuvre, le pur désire habiter avec le pur c’est pourquoi il change de lieu pour monter à la surface où se trouve le vitriol. Ce phénomène magnétique ne s’accomplira que si l’émeraude philosophique a les qualités requises, afin que le semblable s’unisse au semblable.“.

Il passo è del 1988 ed è di facile traduzione. Segnalo che Jean lasciò questa manifestazione nel 1996, e che il passo si riferisce al ‘verde‘. Come ricorda Canseliet, e Jean lo sottolinea, “… il vitriolo veritiero (‘véritable‘, e non ‘vrai‘) non è necessariamente raggiunto allorché otteniamo un sale verde durante le purificazioni del mercurio“. Sembra di poter/dover intendere, così, che vi siano diversi ‘verdi’ durante l’Opera (ma vi sono anche diversi ‘rossi’, per non parlare dei ‘neri’ e dei ‘bianchi’).  Ora, non intendo certo dare delle indicazioni operative, per ovvi motivi tradizionali; come sempre, è il caso di porsi domande utili all’operatività, soprattuto nel dove&quando; mi limito tuttavia a segnalare che non mi meraviglio affatto di questa affermazione, soprattutto se si è ben compreso, prima, cosa è in Physica un colore. Specifico che la versione corrente proposta dalla fisica, non è completa, né tanto meno veritiera. Mancano alla fisica molti ‘pezzi’, tutti peraltro ben presenti all’interno della Physica. Per chi ama studiare praticando, questo è un terreno che riserva frutti, utili – a mio modesto avviso – durante l’operatività alchemica.

Ora, se nelle lingue latine ‘véritè‘, ‘véritable‘ indicano – i F.C.H docent – la Force legata alla crescita indispensabile nell’Opera pratica, segno cioè di una fissata capacità di nuova vita, le lingue nordiche suonano in modo più perentorio: il ‘green‘ inglese, così come il ‘grün‘ tedesco provengono dal radicale Proto Indo Europeo ‘ghre‘, che indicava per l’appunto il momento della crescita di una pianta. Il fonema originario ‘ghros‘, da cui ‘grass‘ – l’erba – informava l’ascoltatore del  ‘giovane germoglio‘ (“shoot“), del ‘pollone‘ (“sprout“). Vi è in questa modalità sonora più di un senso utile alla bisogna. Si parlerà, lo so, di aspetti intellettuali, marginali. E sorrido, di conseguenza.

In verità, ogni materia che cresce ha un suono distintivo, tipico dell’animale, del minerale e del vegetale. Il che è naturale, meglio: Naturale. Se qualcuno/qualcosa ‘entra’ in una stanza chiusa, produce necessariamente un suono: ogni materia che ‘entra’ in Manifestazione si comporta in modo identico. Ogni materia vibra, oscilla; è la sua signature, la firma. Quella vibrazione propria dell’organizzazione cristallina, matrice della nuova materia – la Matta Reah di Heliopolis antica – interagisce con il Campo unico. L’allineamento della vibrazione cristallina che punta, per gradi, alla Risonanza con il Campo, produce un’onda che ha una caratteristica sonora precisa, tradotta in una frequenza sonora delicata, secca, esatta e che riverbera – per un fenomeno elettrico&magnetico ovvio – nell’esaltazione di micro-particelle ‘profumate’ e ‘colorate’. L’occhio percepisce il colore, l’orecchio il suono, il naso il profumo.

Vi sono così, più ‘verdi‘ (e più ‘colori’). L’alchimia antica precisa che vi sono più mercuri e più zolfi. Il “Pensare”, d’altro canto, genera onde, e Madre Natura risponde, con assoluta precisione. L’Entanglement ha una caratteristica di merveilleux, ma racchiude in sé anche l’assoluta incertezza del fenomeno ‘veritable‘. Occorre dunque un supporto per discernere ciò che si cerca, prima teorico (Physica) e poi pratico (Alchimia).

Detto questo, si comprenderà forse meglio il florilegio di achievements capitati ai numerosi alchimisti che sono arrivati nei dintorni di questa zona di Force, meglio: di questo Campo di Forza. Essendo inevitabile che l’artista innamorato è parte interagente di questo Campo, e delle Risonanze in corso d’Opera, è essenziale la frequenza (Canseliet parlava, più che correttamente, del famoso Dyapason). Pregare, meditare, è senza alcun dubbio una postura essenziale e dovuta di fronte a Madre Natura all’Opera, quando fa nascere una nuova vita in un Cristallo. Noi non siamo nulla di fronte alla Madre, di fronte alla Materia, soprattutto a quella Matta Reah. Ma la possibilità di consapevolezza di alcune frequenza base della Creazione può essere esiziale nel non prendere lucciole per lanterne, nella speranza timida ed umile di saper come orientarsi durante quel rapidissimo canto profumato.

Il Desiderio di Arjuna è la forza di nascita dell’Entanglement, e non v’è scampo: Connaitre richiede una dispositio sia della Materia che dello Spirito dell’Artista. Il senso allegorico della Veille del futuro, eventuale, Chevalier – solitaria, nella notte, di fronte alle proprie armes posate di fronte al fuoco della Lux – è questo, e non si compie pour chance, ma attraverso una scelta consapevole di Risuonare con la Creazione. Occorre tempo, molto tempo, studio, molto studio, pratica, molta pratica. Ed essere, naturalmente, véritables.

 

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 3

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pierre_aristide_monnier

Pierre Aristide Monnier, alias Alcyon

Pierre Aristide Monnier è l’autore di quel curioso libro (“La Clef des Ouvres de Saint Jean et Michel de Nostredame”), pubblicato nell’Agosto del 1871 sotto il nickname di M.A. de Nantes. Alcuni leggono ‘M.A.‘ come ‘Maitre Anonyme‘, altri come ‘Maitre Artiste‘, altri ancora come ‘Maitre Alcyon‘; il Pays de Nantes, d’altro canto è l’arrondissement dove viveva, al confine tra la Bretagne e l’Anjou…”Pierre Monnier, abitante in rue de la Pierre de Bretagne, comune di Montrelais, la cui chiesa è sotto l’invocazione di Saint Pierre … La mia casa fa parte di un gruppo di case situate sul confine tra Bretagna e Anjou. É completamente cintata da alte mura come una cittadella, e, per penetrarvi, si è obbligati a varcare una porta monumentale in mattoni affiancati che è come la torre di questa cittadella.“.

La Pierre de Bretagne era un grosso blocco di granito che marcava la frontiera tra Bretagne e Anjou[i], secondo l’accordo dell’851 tra Carlo il Calvo, Re dei Franchi, e Nominoë, Re dei Bretoni. Monnier è un personaggio figlio della sua terra fiera, fervente cattolico e fortissimamente realista (e legittimista, sostenitore della linea di sangue del Comte di Chambord, Henry V, della Casata di Bourbon[ii]). Notaio di professione, Monnier è allevato ed educato in un territorio la cui storia affonda nella tradizione Celtica antica[iii], in un connubio tra educazione ‘classica’, Celtismo e spiritualismo Cristiano-Cattolico: un conservatore ad ogni costo. Lo Studio dell’ermetismo e dell’Alchimia ‘classica’ costituiranno la radice – neanche troppo celata – dei suoi pochi scritti, e soprattutto delle sue attività extra-professionali. Sarebbe troppo lungo affrontare qui un esame della sua vita – per quel che finora se ne sa -, resta il fatto che Monnier ben conosceva Fulcanelli. Come si sa, in Francia il fervore per l’indagine storiografica sull’identità di Fulcanelli è esploso a più riprese: il più grande ed importante alchimista del secolo scorso, cui tutti oggi dobbiamo la passione per la Scienza e l’Arte della Natura, era Francese, ed è dunque naturale che i Francesi si sentano in qualche modo ‘chiamati’ a questa indagine; se da un lato ciò è comprensibile, personalmente ritengo che sia la portata dei suoi scritti a costituire il maggior tesoro, e non l’esattezza del suo status anagrafico. In ogni caso, dopo un nugolo di candidature sulla cui fondatezza si sono esercitati fior di esperti, l’ipotesi di identità oggi più accettata è quella dell’ingegner Paul Decoeur, che è stata corroborata da diverse prove.

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Paul Decoeur, Natale 1874

Docteru Miracle

Edouard TALLIEN DE CABARRUS

Si tratterebbe di un figlio del Docteur Cabarrus, il Docteur Miracle, famosissimo omeopata della Parigi che conta;  ma è un figlio scomodo, perché nato fuori-del-matrimonio (il 9 Febbraio 1839); e dato che la sposa di Cabarrus si chiama Adelaide de Lesseps, sorella maggiore del famosissimo e ricchissimo  Ferdinand de Lesseps, eroe di Francia e patron del Canale di Suez …

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Famiglia De Lesseps

la famiglia interviene a difesa dell’onore di Adelaide, allontanando il piccolo Paul dal padre ‘tombeur-des-femmes‘, per affidarlo alle amorevoli cure – lontano dalle luci della ribalta parigina – di persone legate ai de Lesseps (fra cui, i ricchi Duchi De Broglie). Una ulteriore conferma – che mi pare importante – proviene da una lettera del libraio Pierre Dujolspierre_dujols , dell’11 Aprile 1911, indirizzata a Paul Decoeur (resa pubblica da Filosténe Junior, un serio alchimista belga):

 

Mio caro Paul,

da qualche giorno le mie gambe mi fanno soffrire sempre più senza una pausa veramente ristoratrice. Per aiutarmi, ho per fortuna il sostegno di M. Samuel Cohen Lidiakos, inviatomi da parte del Barone di Sarachaga per sbrigare la posta e occuparsi della mia corrispondenza di giorno in giorno. Sono molto contento dei suoi servigi e così ringrazio il Creatore di avermene dato il supporto che recentemente mi ha fatto difetto.

Caro amico, come sono lontani i tempi nei quali conversavamo sui filosofi che ci resistevano a causa delle loro parole così circospette! Avevate ragione: la pubblicità ed il chiasso non aiutano in nulla nel cammino del carbonchio. Ne misuro la difficoltà nel quotidiano. Durante le pause mi rimetto volentieri al lavoro. Ma l’opera si allontana. Al contrario di voi, che – presto saranno due anni – avete trionfato su tutti gli ostacoli che sbarravano l’entrata al nido della Fenice. Il suo uovo fu il vostro! Vi ha posto al grado supremo dell’iniziazione. Definitivamente, quanto il cenacolo si è meravigliato della vostra buona fortuna! Avete definitivamente meritato il titolo di “Vulcain Solaire”, l’araldo dei Filosofi ermetici dei nostri tempi.

Quanta gioia nel cuore nel ricordarmi il precedente successo, quello del nostro buon vecchio Maestro, vero Chouan[iv] e discepolo bretone degli antichi druidi di cui non debbo certo darmi la pena di citarvi il nome che voi ben conoscete! Quale fu la nostra emozione alla vista della sua ‘scoperta’, a tanti lustri di distanza. E quale fu la vostra sorpresa, voi che lo frequentavate da più tempo di me.

Ho dato/restituito a Champagne i quindici fogli su Chartres, ignoro se intende ispirarvisi per il testo da pubblicarsi su questa cattedrale. Vedrete voi se l’utilità di questa bozza è reale o semplicemente a vocazione artistica.

Domenica prossima temo di dover passare la mia Pasqua nella mia camera. La mia sposa è davvero coraggiosa nell’assistermi in tutti i miei spostamenti. Spero di ricevere prossimamente vostre felici nuove.

Il vostro devoto Pierre Dujols

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Lettera Dujols-Decoeur – 1911, f. 0

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Lettera Dujols-Decoeur – 1911, f. 1

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Lettera Dujols-Decoeur – 1911, f. 2

 

Da questo documento si deve annotare che:

1) Paul Decoeur era conosciuto come ‘Vulcain Solaire‘.

2) Pierre Dujols, alias ‘Magophon‘ attesta che Paul Decoeur, alias ‘Fulcanelli‘, conclude la sua Opera nella primavera del 1909.

3) Esisteva un ‘cenacolo‘, di cui tanto Dujols che Decoeur facevano parte.

4) Entrambi conoscevano il loro ‘bon vieux Maitre‘ bretone, che era più che probabilmente Pierre Aristide Monnier, aliasAlcyon

5) Monnier ha compiuto l’opera ‘a plusiers lustres‘ prima del 1911.

6) Fulcanelli aveva conosciuto Monnier prima di Dujols.

7) Dujols ha dato/restituito a Julien Champagne quindici fogli di testo sulla Cattedrale di Chartres, dai quali il disegnatore&alchimista avrebbe potuto trarre ispirazione per illustrare il testo di prossima pubblicazione. La decisione se il lavoro (si deve pensare tanto al testo che alle illustrazioni) potesse essere approvato per la pubblicazione finale spettava a Fulcanelli.

Il 7 Maggio 1906, cinque anni prima – e dunque tre anni prima che Fulcanelli concludesse la sua Opera – Dujols aveva scritto una missiva a Raymond Roussel, famoso scrittore ed autore sia de La Poussière de Soleil che del Locus Solus; eccone una mia traduzione:

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Raymond Roussel

Caro Monsieur Roussel,

in risposta alla vostra stimata lettera del 22 Aprile scorso, prendiamo atto della vostra decisione di rinunciare al progetto di scrivere sull’alchimia. Questo progetto al quale Mr. Decoeur tiene particolarmente sarà dunque ripreso a nostra cura.

Il nostro amico ha deciso di riprendere anche i suoi disegni dei dettagli dei medaglioni che ornano le cinque cattedrali coinvolte. Egli conta – per questa parte grafica – di affidarsi ai talenti di Julien Champagne, dell’atelier di Mr. Prinet. Questo artista appassionato d’Alchimia, ci riferisce di avere l’onore di conoscervi già.

Paul Decoeur mi incarica di chiedere il vostro parere a proposito del titolo globale dell’opera le cui precedenti/antiche note, vecchie di nove anni, voi avete messo a punto. Ha pensato a: ‘I motivi lapidari delle cattedrali ed altre dimore nel loro rapporto con il simbolismo della Grande Opera Alchemica’. Non è troppo lungo?

Si scusa di non potervi scrivere di persona, ma voi non ignorate il terribile lutto che lo affligge da qualche giorno.

Il decesso inopinato di Pierre Curie ha sconvolto molte persone ed i funerali hanno aggravato la costernazione generale.

Similmente, l’annuncio tragico ci ha immerso di nuovo nel pensare a Montpellier dove abbiamo seguito a suo tempo il corso di cristallografia dispensato da Mr. Jaques Curie, fratello del defunto, al quale abbiamo inviato le nostre più sincere condoglianze.

A proposito del suo amico Pierre, Mr. Decoeur ci ha confidato di essere stato turbato della sua recente conversione spirituale. Non può impedirsi di rivedere nello spirito il cerimoniale dei Druidi praticato nei bacini della Miniera a Guyancourt nei pressi di Versailles.

Per di più, i due amici progettavano di pubblicare una memoria sulla crescita cristallina in omaggio al Professor Hautefeuille: ecco un bel progetto che non vedrà più la luce.

Potete farci addebitare le spese di spedizione dei documenti?

Vi restituisco, con la presente comunicazione, l’interessante racconto dei Sette Ippocampi e ringraziate molto Mr. de Campagna a questo proposito.

Nel ringraziarvi in anticipo della vostra benevola collaborazione, vogliate gradire Monsieur Roussel, i nostri devoti sentimenti

Dujols

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Lettera Dujols-Roussel – 1906, f. 1

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Lettera Dujols-Roussel – 1906, f. 2

Da questo documento si deve annotare che:

1) Raymond Roussel rinuncia a scrivere (o a partecipare) ad un progetto sull’Alchimia.

2) Dal 1906 il progetto in questione – cui Paul Decoeur ‘tiene molto‘ – viene portato avanti da Dujols.

3) Decoeur richiede anche la restituzione degli schizzi da lui effettuati dei medaglioni che ornano le 5 Cattedrali prese in considerazione nell’ambito di tale progetto. Decoeur affiderà la realizzazione ‘in bella‘ dei suoi schizzi a Julien Champagne, ‘artista appassionato d’Alchimia‘. Champagne conosceva Roussel.

4) Roussel ha ‘messo a punto‘  le note precedenti del progetto, già ‘vecchie di nove anni, vale a dire risalenti a prima del 1897.

5) Decoeur, tramite Dujols, chiede a Roussel un’opinione sul titolo dell’opera ‘globale’, che è basata sull’esame del simbolismo alchemico di ‘cattedrali ed altre dimore‘.

6) La morte tragica di Pierre Curie (19 Aprile 1906)[v] getta nello sconforto il suo amico Decoeur; il quale – a proposito dell’interesse (ai fini scientifici) da parte di Pierre per alcuni fenomeni ‘spirituali’ – ripensa al ‘cerimoniale dei Druidi‘ praticato nei Bacini della Miniera[vi] di Guyancourt.

7) Dujols ha seguito un corso di Cristallografia tenuto da Jacques Curie, fratello di Pierre, a Montpellier.

8) Paul Decoeur e Pierre Curie avevano intenzione di scrivere una memoria sulla ‘crescita cristallina‘ come omaggio a Paul Hautefeuille[vii].

9) Roussel aveva evidentemente in precedenza inviato una nota a proposito dei Sette Ippocampi; e Dujols lo prega di ringraziare Monsieur de Campagna[viii].

A titolo di ulteriore riflessione occorre notare che è quantomeno curioso che Fulcanelli/Decoeur e Curie – due personaggi, per di più Accademici, di formazione e pratica indubbiamente “scientifica” – potessero in qualche modo interessarsi al Druidismo, se non per motivi ben precisi e delineati, liberati cioè dalla coltre di ciarpame che da secoli ha avvolto, sporcandola, la naturale Conoscenza della Natura (perdonate la apparente tautologia, indispensabile in questo caso) di cui i Druidi erano gli studiosi e praticanti. Tale interesse, nel caso di Fulcanelli, può essere maturato quasi certamente dalla lunga frequentazione con il Bretone Pierre Aristide Monnier (1824 – 1899), profondo conoscitore, seppur iper-cattolico, del valore rivoluzionario di quella antica scienza pagana.

Inoltre, l’importanza della relazione tra Decoeur e Roussel non deve essere trascurata: il lettore di Locus Solus non può che rimanere stupefatto, dopo una prima inevitabile reazione di stizza di fronte alla fantasia folle dell’autore, della singolarità non soltanto dell’intera opera, quanto dell’arguzia – davvero astuta – e del linguaggio utilizzato dal genio ‘foux‘ di Roussel. Dei sette capitoli di Locus Solus, il terzo descrive – come ricordato da Dujols – una corsa fantastica e bizzarra di Sette Ippocampi attorno ad un ancor più sorprendente cristallo – in forma di Diamante – immerso in una vasca piena di aqua-micans … per ora, non voglio commentare oltre; magari, mi riprometto di proporre una mia traduzione del passo in questione, dato che – more solito – il pur bravo traduttore dell’edizione italiana non ha colto la sottigliezza del merveilleux infusa dal visionario Roussel nel suo lavoro.

Il Bretone Monnier è il padre putativo di un ‘cenacolo’ di personaggi legati da interessi ermetici, tradizionali e ‘scientifici’, ove l’Alchimia – intesa come Physica, alla d’Espagnet, per intenderci – indica la direzione dello sviluppo della umana Conoscenza, prima a livello teorico e poi pratico.

Questo excursus – lo preciso – non intende celebrare, approvare o disapprovare una possibile identità di Fulcanelli; la vicenda – ricchissima fra l’altro di un mucchio di aneddoti e personaggi famosi  ad essa connessi – è certo interessante ed appassionante, ma ciò che è davvero importante è osservare che:

Il fil-rouge alchemico che sfocerà nell’opera di Fulcanelli ha una matrice alchemica solidissima, antica e molto ‘classica’, come vedremo meglio in seguito.

Questo fil-rouge si dipana attraverso personaggi che hanno una visione ed un approccio molto pragmatico, e che appartengono ad un ambiente senza dubbio “scientifico”, guidati da uno spirito di ricerca puro, privo di pre-giudizi e/o stereotipi. Il ‘cenacolo’ di cui si parla è fatto di uomini di Scientia e di Ars, che si muovono ovviamente nel loro tempo, in mezzo a vicende difficili per il loro paese e che appaiono – nei loro pregi e nei loro difetti – umani. Pur nella loro emportance, nella loro caratura, si tratta di uomini che fanno della Conoscenza, e della Ricerca connessa, il loro pane quotidiano ed extra-quotidiano.

Inoltre, e non ultimo, inizia ad apparire un progetto di diffusione di uno scritto che ha una storia lunga, una gestazione di decenni, e che passa per le mani di un certo numero di persone: Il Mistero delle Cattedrali e Le Dimore Filosofali[ix] sono il risultato di sforzi di appassionata didattica e divulgazione – nei limiti della Tradizione – ma nello spirito di una ricerca seria, continuata, affiancata a ciò che la chimica-fisica del tempo andava sperimentando e trovando, e sposata con magistrale bellezza alla Physica antica. Quegli uomini, con i loro pregi ed i loro difetti, hanno progettato – ed a lungo – un lavoro di grandissimo valore teso a ridare all’Alchimia lustro e pulizia, nutrendolo sin dall’inizio dello scopo mai taciuto dell’Alchimia: Conoscenza.

Attraverso un libro certo di difficile comprensione, ma precisamente scientifico, dato che il suo terreno d’origine ed il fine sono – de facto – i processi che presiedono alla entrata in manifestazione della Materia, secondo le leggi di Madre Natura, in ogni Universum. Scienziati ed Artisti. Non altro.

Dopo la scomparsa di Monnier, Fulcanelli guida questo progetto, sia a livello dottrinale che di pratica alchemica: tale progetto include un numero considerevole di testi e referenze, evidentemente selezionati non casualmente nell’enorme mole di testi alchemici. L’invito a studiare e praticare è chiaro e perentorio, ovviamente con tenace passione, serietà e dedizione totale. Nelle Dimore Filosofali il famoso capitolo Alchimie et Spagyrie dimostra con semplice chiarezza la perfetta conoscenza da parte dell’autore delle correnti pratiche di laboratorio chimico-fisico, tipica di un uomo che ne conosce sia la tecnica che i limiti; é un uomo della scienza di quel tempo che scrive ed indica ‘cosa-manca‘ e ‘cosa-fa-la-differenza‘. Allo stesso tempo, è il Filosofo della Natura che indica ‘dove-cercare‘ ed in quali libri ‘trovare‘. Si dice sempre che i libri sono scritti per chi già ‘sa’. Vero. Ma anche falso. Se si studia e si pratica, apprendendo il metodo di ricerca impiegato ed indicato da Fulcanelli – che evidentemente lo ha percorso sia attraverso l’elaborazione di un suo modello teorico, sia a livello di sperimentazione nel laboratorio alchemico – si dispone degli strumenti utili alla bisogna: il successo, il risultato, non ha alcuna importanza. Ciò che conta è il procedere lungo il percorso, con metodo, amore ed umiltà.

Sempre nelle Dimore Filosofali, l’ultimo Capitolo della prima Edizione è dedicato a Le Cadran Solaire du Palais Holyrood d’Edimbourg:

C’est plutôt un cristal érigé, une gemme élevée sur un support … il se compose essentiellement d’un bloc géométrique, taillé en icosaèdre régulier, aux faces creusées d’hémisphères et de cavités à parois rectilignes, lequel est supporté par un piédestal dressé sur une base pentagonale formée de trois degrés plans. … Arachne, où les heures étaient, dit-on, gravées à l’extrémité de fils ténus, ce qui lui donnait l’aspect d’une araignée … Le mot grec уνωμων, qui s’est intégralement transmis aux langues latine et française (gnomon), possède un autre sens que celui de l’aiguille chargée  d’indiquer, par l’ombre projetée sur un plan, la marche du soleil. Γνωμων désigne aussi celui qui prend connaissance, qui s’instruit; il définit le prudent, le sensé, l’éclairé. Ce mot a pour racine γιγνωσχω, que l’on écrit encore γινωσχω, double forme orthographique dont le sens est connaître, savoir, comprendre, penser, résoudre. De là provient Γνωσισ, connaissance, érudition, doctrine, d’où notre mot français Gnose, doctrine des Gnostiques et philosophie des Mages. … Mais la racine grecque d’où proviennent уνωμων et уνωσις, a également formé уνωμη, correspondant à notre mot gnome, avec la signification d’esprit, d’intelligence. …

L’icosaèdre gnomonique d’Edimbourg est donc bien, en dehors de sa destination effective, une traduction cachée de l’OEuvre gnostique, ou Grand OEuvre des philosophes. Pour nous, ce petit monument n’a pas simplement et uniquement pour objet d’indiquer l’heure diurne, mais encore la marche du soleil des sages dans l’ouvrage philosophal. Et cette marche est réglée par l’icosaèdre, qui est ce cristal inconnu, le Sel de Sapience, esprit ou feu incarné, le gnome familier et serviable, ami des bons artistes, lequel assure à l’homme l’accession aux suprêmes connaissances de la Gnose antique.

Il capitolo in questione – oltre a questa inequivocabile indicazione sul senso e sulla direttrice cui punta la Science e l’Art d’Alchimia – offre una messe di riferimenti preziosi per l’operatività. Ed altro …

To be continued …

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Note

[i] Sull’Anjou sarebbe troppo lungo dissertarne in questo contesto: è sufficiente ricordare il ruolo assolutamente importante della Casata i cui discendenti – diffusi in tutte le Genealogie dei maggiori Regni d’Europa – saranno protagonisti di gesta e ‘orientamenti’  determinanti, che influenzeranno profondamente lo sviluppo dell’Europa. Non va dimenticato, inoltre, il ruolo ugualmente esiziale dell’Aquitanie: in estrema sintesi storica, tutta la parte occidentale della terra di Francia è la depositaria della più antica tradizione Celtica.

[ii] Henri Charles Ferdinand Marie Dieudonné d’Artois, duc de Bordeaux, Comte de Chambord fu Re (contestato) dal 2 al 9 Agosto 1830, e non venne mai proclamato Re; a partire dal 1844 al 1883 fu il Pretendente Legittimo alla Corona, e fu l’ultimo Re di Francia.

[iii] L’attuale Bretagna (Breizh) nasce da un’emigrazione  di varie tribù di Britanni, un fiero popolo Celtico che abitava la parte centrale e meridionale della attuale Inghilterra: attorno al 380, sotto la spinta degli invasori Sassoni, un considerevole numero di  Britanni, guidati dal Dux Britanniae Magnus Maximus – in gallese: Maxen Wledig -, varcarono il Canale per approdare nella parte occidentale dell’Armorica Romana e negli attuali Paesi Baschi, ove si stanziarono. Breizh fu sempre Regno – e poi Ducato – totalmente indipendente dal Regno di Francia; solo nel 1532 venne unita – e non annessa – al Regno di Francia come Provincia, e governata come nazione separata.

[iv] Si tratta di un soprannome dato ai partigiani realisti dell’Ovest francese, che insorsero contro La Republique: a sua volta, il termine viene dal soprannome di Jean Cottereau, che radunava i suoi compagni insorti al grido di ‘chat-huant‘, che è anche il nome dell’Allocco (il rapace notturno).  La pronuncia in vecchio francese e nei dialetti suona come ‘Savant‘, ‘Sapiente‘. Ma vi è anche un’altra Cabala Fonetica, una delle passioni condivise dai due amici.

[v]  Pierre Curie (1859 – 1906) grandissimo fisico, padre della cristallografia, studioso del magnetismo, scopritore dell’effetto piezoelettrico e della radioattività; ricevette il premio Nobel in Fisica nel 1903, assieme alla moglie Marie e a Becquerel “per gli straordinari servizi resi dalle loro ricerche congiunte sui fenomeni radioattivi scoperti dal Professor Henry Becquerel“.

[vi] Gli ‘Stagni della Miniera‘ facevano parte di una serie di imponenti lavori diretti da J.B. Colbert tesi ad assicurare il rifornimento di acqua (Riviére du Roi Soleil) per l’enorme parco di Versailles (8000 ettari), e risalgono al 1668. Pierre Curie adorava quella zona boscosa e ricca d’acqua: ” Sì, mi ricorderò sempre con riconoscenza del bosco della Miniera! Di tutti i posti che ho visto, è quello che più ho amato e dove sono stato più felice. Spesso partivo di sera, e risalivo la vallata, ritornavo con venti idee in testa…“.

[vii] Paul Hautefeuille (1836 – 1902), emerito mineralogista e  chimico, membro dell’Académie des Sciences dal 1895; famoso per aver scoperto la sintesi di molti cristalli grazie all’azione di catalizzatori.

[viii] Si tratta di Vincent de Campagna (che non ha nulla a che fare – temo – con Julien Champagne), che compare sia nell’agenda personale di Roussel (78, Avenue de Wagram – Paris 8me, e anche La Rivière Thibouville, Nassandres) che come destinatario di una dedica autografa da parte di Roussel di una copia de La Poussière de Soleil: “Et de ces millions de Soleils chacun est le pivot de quelque univers!“.

[ix] Il progetto iniziale pare essere stato costituito dall’esame in chiave ermetica ed alchemica sia delle maggiori Cattedrali che di alcune Dimore di Francia. Considerando l’impianto del lavoro originale, è davvero curioso notare che le 5 Cattedrali previste diventano nell’edizione finale solo 2 (spicca l’assenza di Chartres e Bourges); ed alla luce di quanto esposto, l’inserimento ne Les Demeures Philosophales del magnifico capitolo Les Gardes du Corps de François II, Duc de Bretagne (a Nantes) indica ancor meglio il legame intercorso tra Monnier/Alcyon e Decoeur/Fulcanelli.

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 1

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, October 24, 2016 by Captain NEMO

Piccolo prologo:

Ora, lege, lege, lege, relege, labora et invenies

La pratica – ripeto: pratica – alchemica prevede obbligatoriamente lo studio profondo dei testi; i quali, pur talvolta poco comprensibili, costituiscono l’asse di fondazione di qualsiasi sperimentazione di laboratorio. Inoltre, come è noto, il risultato della sperimentazione del laboratorio alchemico obbliga il Cercatore onesto a ritornare sui testi migliori e confrontare/ri-trovare il risultato ottenuto – sia esso parziale o finale – con la solida teoria alchemica, racchiusa solo in quei testi migliori. Senza l’elaborazione di un modello teorico serio e canonico la sperimentazione in un laboratorio alchemico porta a risultati che paiono mirabili e/o canonici, ma che sono totalmente avulsi dalla unica verità indicata con chiarezza estrema dalla Scienza e dall’Arte alchemica. Non è un caso fortuito o altro che possa condurre l’essere umano verso la Conoscenza, ma unicamente lo studio tenace e umile, l’apprendere le basi della Philosophia Naturale prima sui testi e poi nel Laboratorio, e l’impegno solido nel processo del Conoscere studiando e praticando. Questo è il cambiamento – imprescindibile – del famoso ‘mantello gettato alle ortiche‘ da Fulcanelli, Scienziato ed Artista a tutto tondo.

Indipendentemente dal giudizio, o dal pre-giudizio, o dal pre-concetto della mente umana, che ignora la realtà vera ma “Coelata” dell’Alchimia, è bene chiarire che il cuore della Scienza e dell’Arte è stato, è, e sarà la CONOSCENZA, esatta, descritta come φυσικὰ καὶ μυστικά dagli antichi, molti secoli dopo studiata e rinnovellata da Sir Isaac Newton come Prisca Sapientia. Tale Conoscenza deriva precisamente dallo studio incessante dei testi migliori e dalla pratica ugualmente incessante del laboratorio alchemico (il quale, ça-va-sans-dire, nulla ha a che fare con quello chimico o fisico): questa possibilità – ovviamente di difficile accettazione per l’ignorante o il pigro o l’arrogante – giace perenne nel cuore della Natura, che la offre liberamente ad ogni essere libero dal giudizio, dal pre-giudizio, o dal pre-concetto. Questa triade costituisce l’Onestà del cercatore, nulla di più, nulla di meno.

Dico questo al solo vantaggio di chi inizia il viaggio, ma anche di coloro i quali si avventurano nel Bosco Incantato da tempo…

L’amico ‘caso’ mi ha portato a consultare – e poi studiare – un testo curioso, certo bizzarro, del quale pour-le-moment tacerò il titolo e l’autore, come in un gioco per bambini onesti – e che contiene alcune piccole perle; il testo, del 1871 –  è francese e proviene da quella terra orgogliosamente Celtica che è la Bretagna; a detta di alcuni chercheurs Francesi l’autore era piuttosto in confidenza con Fulcanelli, forse qualcosa di più che ‘en confidence‘. Certo, leggedolo e studiandolo, molte cose mostrano la base dello stile e della allure magistrale di Fulcanelli. E molto, molto altro del cammino di studi e pratica di Fulcanelli. Inizio questa piccola collana di perle con l’incipit del capitolo ‘Physique Hermètique‘. Eccone la mia traduzione:

Il Filosofo Ermetico modella le operazioni della sua opera su quelle della Natura, deve dunque prima di ogni cosa conoscere quest’ultima. Lo studio della Fisica fornisce questa conoscenza.

Dio parlò e tutto venne fatto, dice Mosé, nel libro del Genesi; … il suo racconto chiaro e preciso è quello di un uomo ispirato, di un grande Filosofo, di un vero Fisico. Se ci si allontana dai suoi dati si sragiona, e se vi si appoggia ci si trova sempre nella verità.

Nulla di più semplice della Fisica. Il suo scopo, per quanto molto composito agli occhi degli ignoranti, non ha che un solo principio, ma diviso in parti, le une più sottili delle altre. Le differenti proporzioni utilizzate nella miscela, la riunione e la combinazione delle parti più sottili con quelle che lo sono meno, formano tutti gli individui della Natura. E siccome queste combinazioni sono pressoché infinite, anche il numero dei misti è tale.

Dio è un essere eterno, una unità infinita, principio radicale di ogni cosa. … Nella Creazione fa emergere questa grande opera che aveva concepito da tutta l’eternità. Si sviluppa attraverso una estensione manifesta di sé stesso, e rende attualmente materiale questo mondo ideale, come se avesse voluto rendere palpabile l’Immagine della sua Divinità. Si tratta di ciò che Hermès ha voluto farci intendere quando dice che Dio cambia forma; che allora il mondo fu manifestato e cambiato in Luce. Sembra probabile che gli Antichi intendessero qualcosa di simile [parlando] della nascita di Pallade uscita dal cervello di Giove attraverso l’aiuto di Vulcano o della Luce. … il Creatore ha messo un così bell’ordine nella massa organica dell’Universo, in modo tale che le cose superiori sono mescolate senza confusione con quelle inferiori e divengono simili attraverso una certa analogia. Gli estremi si trovano legati molto strettamente attraverso un mezzo insensibile, o attraverso un nodo segreto di questo ammirevole operaio, in modo tale che tutto obbedisce di concerto alla direzione del moderatore supremo senza che il legame delle parti differenti possa essere rotto se non attraverso ciò che ne ha fatto l’assemblaggio. Hermès dunque aveva ragione …

Il passo, che ovviamente appare innocuo e banale, sebbene vi si adotti la consueta onesta perfidia, racchiude in sé alcuni assunti di primaria importanza per chi cerca, e che sono naturalmente identici – fatta salva la semantica – con la Tradizione vera; della quale avevo parlato, qualche mese fa, a proposito di Philalethe, qui, qui, qui e qui; ma che si ritrova anche in alcuni testi molto poco conosciuti di Sendivogius (ma che a mio avviso provengono da Sethon). Questa Tradizione, naturalmente, non ha nulla a che fare con la tradizione di cui tanto si sente parlare anche ai nostri giorni, frutto di un grave misunderstanding da parte di tanti addetti-ai-lavori, dal medioevo ai giorni nostri.

Una precisazione finale: un frammento della φυσικὰ καὶ μυστικά – che si attribuisce allo Pseudo-Democrito – recita l’insegnamento ricevuto dal Persiano Ostane:

ἡ φύσις τῇ φύσει τέρπεται, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν νικᾷ, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν κρατεῖ

La natura si rallegra della natura, la natura vince la natura, la natura domina la natura

Oltre la bellezza poetica evidente dell’Imago, si deve notare che questo è l’Assioma generale della Fisica fondamentale della Manifestazione, di ogni manifestazone, hinc&nunc; ed ha un esatto connotato di Scienza, con un preciso riflesso nella sperimentazione alchemica. Ritengo utile sottolineare che questa è la prima base di quella conoscenza pratica (vale a dire ‘Fisica’, nel senso antico e veritiero) che è l’Alchimia; l’ottimo Nicolas Valois lo ricorda bene a chi si abbassa a studiare il suo splendido testo. Per poi procedere con il Laboratorio, a lungo, in un processo di Studio&Pratica continua e continuata. Come purtroppo pochissimi hanno fatto, oggi come ieri.

Così è, se vi pare …

Paolo…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Monday, July 13, 2015 by Captain NEMO

Dieci anni fa, in queste ore, sei tornato a Casa.

Hai lasciato molte cose qui, e molti conoscenti. Pochissimi veri amici, fedeli compagni della stessa Queste che hai intrapreso. Hai aperto la Via come nessuno aveva fatto. Ancora meno che pochissimi si sono davvero accorti di quale rivoluzione hai portato lungo il Sacro cammino della Belle Dame sans Merci.

Mi manchi, molto. Ma ti sento, sempre.

Grazie per tutto quel che hai voluto regalare ai poveri Foux di questo mondo profondamente malato. Spero di riabbracciarti presto, così come abbiamo fatto quella magica notte in cui mi hai indicato la Via del Fuoco, quella antica e solitaria.

Se arriverò all’appuntamento…dipenderà da me, e dalla ‘manina dal Cielo‘.
Con grande Amore, e riconoscenza. Profonda.

Captain NEMO

Buona Primavera…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , on Tuesday, March 24, 2015 by Captain NEMO

Ed i piccoli fuochi si sono accesi, di nuovo, nascosti, in silenzio, lontano dal clamore…ogni anno vivo con emozione profonda quei pochi attimi che precedono l’accendersi del primo fuoco di Primavera: il mio pensiero va a chi ha illuminato la Via come pochi hanno avuto il permesso di fare; ed agli uomini semplici, buoni e leali, che pur avanti nel loro personale cammino, su quella stessa Via dimenticata, perenne e solitaria, tendono la mano e spingono con risoluta fermezza al fare ‘esperientia‘.

Questa notte il fiammifero mi ha indicato un passaggio famoso, e forse poco notato:

Fulcanelli_Tav_XIII

Il Mistero delle Cattedrali – Tav. XIII, Congiunzione dello zolfo e del mercurio

Nel cerchio seguente si vede iscritto un grifone. Il mostro mitologico, che ha testa e petto d’aquila mentre prende dal leone il resto del corpo, inizia lo studioso alle qualità contrarie che è necessario riunire nella materia filosofale. Troviamo in questa immagine il geroglifico della prima congiunzione

[Fulcanelli, Il Mistero delle Cattedrali, Ed. Mediterranee, p. 145]

Naturalmente, Fulcanelli parla a chi ha già almeno percorso una buona parte di quella Via solitaria e dimenticata…e, sempre naturalmente, il lettore seguirà alla lettera l’indicazione che completa la frase. Eppure…

Comunque sia, la Conjunctio – su cui si sono more solito sparsi fiumi d’inchiostro e di chiacchere meravigliose, è quella ‘cosa’ indispensabile senza la quale ….quel che deve nascere, non nasce.

Il che mi porta a sfogliare il mio archivio e a segnalare un’immagine molto bella e parlante:

Aurora_Conjunctio

Aurora Consurgens Ms. Rh 172

Il bellissimo trattato, attribuito addirittura a Tommaso d’Aquino, non è di facile consultazione e sarebbe bello disporre di una trascrizione del codice (Ms. Rh. 172)…

Per la cronaca, il titolo “Aurora Consurgens” (anche conosciuta come l’Aurea Hora) proviene dal Cantico dei Cantici (Vulgata, Cantico di Salomone, 6, 10):

1 dilectus meus descendit in hortum suum ad areolam aromatis ut pascatur in hortis et lilia colligat
2 ego dilecto meo et dilectus meus mihi qui pascitur inter lilia
3 pulchra es amica mea suavis et decora sicut Hierusalem terribilis ut castrorum acies ordinata
4 averte oculos tuos a me quia ipsi me avolare fecerunt capilli tui sicut grex caprarum quae apparuerunt de Galaad
5 dentes tui sicut grex ovium quae ascenderunt de lavacro omnes gemellis fetibus et sterilis non est in eis
6 sicut cortex mali punici genae tuae absque occultis tuis
7 sexaginta sunt reginae et octoginta concubinae et adulescentularum non est numerus
8 una est columba mea perfecta mea una est matris suae electa genetrici suae viderunt illam filiae et beatissimam praedicaverunt reginae et concubinae et laudaverunt eam
9 quae est ista quae progreditur quasi aurora consurgens pulchra ut luna electa ut sol terribilis ut acies ordinata
10 descendi ad hortum nucum ut viderem poma convallis ut inspicerem si floruisset vinea et germinassent mala punica
11 nescivi anima mea conturbavit me propter quadrigas Aminadab
12 revertere revertere Sulamitis revertere revertere ut intueamur te“.

E attorno alla metà del 1500 Vincenzo Ugolini musicò il “Quae est ista” così:
Ecco, mi pare che questa Primavera si apra in modo piuttosto ‘gratioso‘, non vi pare?
Auguri di Buon Primum Vere, a tutti !

Una precisazione…sulla segnalazione!

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , on Monday, December 8, 2014 by Captain NEMO

Il Thread sul Boleus Armenus Rubeus (qui) si è arricchito di molte note, segno che – naturalmente – l’identificazione della Materia è una delle prime ‘cacce al tesoro’ in cui lo studioso d’Alchimia deve impegnarsi. Sul tema si sono scritti fiumi d’inchiostro, per secoli.
Per chiarire la mia posizione, e le mie precedenti osservazioni, debbo ricordare che il solco della Tradizione antica percorso da Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli è piuttosto chiaro in proposito; se i loro testi vengono studiati con cura è evidente che la Materia benedetta non è certo l’argilla; poiché forse il riferimento a L’Arte del Vasaio potrebbe far generare l’equivoco a proposito della ipotetica parentela dell’argilla con il Bolus Armenus Rubeus, val la pena di rileggere – ancora una volta – la citazione su Cipriano Piccolpasso fatta da Fulcanelli ne Il Mistero delle Cattedrali (p. 296-7, 2005):

La Sibilla, interrogata su cosa fosse un Filosofo, rispose: ‘Colui che sa fare il vetro’. Dedicatevi a farlo secondo la nostra Arte, senza tener troppo conto dei procedimenti di vetreria. Il mestiere del vasaio sarà più istruttivo; guardate le tavole del Piccolpassi, ne troverete una che rappresenta una colomba le cui zampe sono attaccate ad una pietra. Non dovete, secondo l’eccellente parere di Tollius, cercare e trovare il Magistero in una cosa volatile? Ma se non possedete nessun vaso per trattenerla, come le impedirete di evaporare, di dissiparsi senza lasciare il minimo residuo? Perciò fate il vostro vaso, poi il vostro composto; sigillate con cura in modo che nessuno spirito ne possa esalare; scaldate il tutto secondo l’arte fino a completa calcinazione. Rimettete la porzione pura della polvere ottenuta nel vostro composto che sigillerete nello stesso vaso. Reiterate per la terza volta, e non ci ringraziate.“.

C. Piccolpasso - Li tre libri dell'Arte del Vasaio, 1548

C. Piccolpasso – Li tre libri dell’Arte del Vasaio, 1548

Una prima curiosità è che Fulcanelli ricorda che è importatne apprendere come fare il vetro (ma secondo l’Arte, quella alchemica); ed invece che rivolgersi ad un mastro vetraio, consiglia di rivolgere la propria attenzione ad una tavola di Piccolpasso, vasaio. Non si parla di materia prima, né di soggetto. Si sta parlando del Vaso, il quale serve per ‘trattenere’ quel volatile.

Il passo deve essere letto nel contesto preciso in cui l’ha inserito Fulcanelli: sta parlando del RERE RER RERE RER RERE RER presentato nella nicchia del Palazzo Lallemant. Dopo aver suggerito l’equivalenza del bizzarro termine RERE con REBIS, vale a dire ‘il composto dei Filosofi‘, ‘una materia doppia, umida e secca, amalgama d’oro e di mercurio filosofici‘, Fulcanelli suggerisce che RER è ‘il Vaso dei Filosofi‘: RER serve per cuocere – alchemicamente parlando – RERE.
Siamo, a parer mio, piuttosto avanti nei lavori; certo non all’inizio dell’Opera. La nota di Paolo Lucarelli a p. 297 va letta con molta attenzione, e – nonostante l’amorevole consiglio – è facile perdersi: si parla di ‘Mercurio Comune‘, ma il suo commento sul passo di Fulcanelli spiega che:

“...il vaso è il nostro mercurio o dissolvente, mentre il composto o mercurio preparato è il Rebis, detto anche amalgama dei Saggi. Otenuto da questo, con una prima cottura, lo zolfo o pietra del primo ordine, questa va ridissolta nel mercurio e cotta per altre due volte. Quindi, ancora una volta si affronta il problema della prodizione del mercurio comune, base indispensabile e strumento insostituibile di tutte le operazioni successive, senza il quale, come dice l’Adepto, ‘sarà impossibile ottenere il minimo risultato nell’Opera’.”.

Consiglio, poi, di aggiungere alle riflessioni di cui sopra la famosa notula di Canseliet a proposito di Piccolpasso: in Alchimie (p. 340, 1964) viene commentata l’altra immagine de L’Arte del Vasaio:

Sic_in_Sterili

C. Piccolpasso – Li tre libri dell’Arte del Vasaio, 1548

[Legenda tratta dall’Edizione originale di Piccolpasso: “Io vi ho posto, qui per scontro, nel fin di questa mia fatiga, la Terra di Durante, patria mia, la qual fo già edificata da Guglielmo Durante decano di Chieretere. Questa è bagniata da tre lati dal fiume Metauro. Di qui, non lontan un miglio, vedesi il Barco, circondato di mura at­torno attorno, pieno di diversi animali. Quivi fanno delicati vini, sa­poriti frutti; l’aria è assai temperata. Quivi, da dua bande, si estende un’amena pianura che da l’una ariva alla radice dell’Apenino et da l’altra si bagnia nel mare Adriatico.“]

Si deve ricordare che il Maître di Savignies dice chiaramente che il ‘cavalier‘ Piccolpasso è a suo dire un ‘cabalier‘, e che anche Canseliet – qui, come altrove – è molto ‘cavalier/cabalier‘: viene affermato, infatti, che

…sa matière première, par lui nommée aussi ballon de terre, qui nous précise ancore, dans sa notule marginale, ‘c’est a sçavoir, masse , moncel‘ que nous interprétons mon sel, cabalistiquement“.

Più tardi, in Deux Logis Alchimiques (p. 293, 1979; il più bel trattato di Canseliet, secondo me) – dopo aver ricordato ancora una volta il Filatterio (‘Sic in sterili‘) che adorna la tavola di Piccolpasso – Canseliet riporta le parole di Fulcanelli a proposito della Legenda in questione:

É l’albero che parla:
Metauro. Meta = limiti, confini
Auro = oro

Chiere Tere = che cerca la terra coltivabile”

La materia di quella terra è ‘la Terra di Durante‘; ma – temo – si sta parlando cabalisticamente. Si potrebbe accostare questa terra a quella di ‘Damasco‘, a quella ‘Damascena‘ di Gualdi. Ma lascio a chi lo desideri l’eventuale approfondimento…senza dimenticare, ma è meglio alla fine dello studio, l’ottimo Orthelius. E perché non Maier?

Michael Maier - Atalanta Fugiens, 1617

Michael Maier – Atalanta Fugiens, 1617

Si dovrebbe sempre ricordare che l’allegoria cela il senso di quanto i Maestri indicano con precisione, e che non è la lettera che conta: l’argilla del vasaio serve per far vasi e basta; ciò non ha impedito, per secoli, che molti abbiano impiegato l’argilla tout-court come soggetto dei lavori dell’Opera. Ma questo l’ho già ricordato. Mi auguro dunque di aver meglio chiarito il mio pensiero sul possibile motivo per il quale Fulcanelli, Canseliet e Lucarelli hanno segnalato l’eccellente lavoro di Piccolpassi, e che si cerchi e si segua il senso dei loro precisi e preziosi consigli, non la lettera. Fra l’altro, la lettura del trattato di Piccolpasso (meglio nell’edizione originale, italica), è molto divertente. Sempre tenendo bene a mente che – specie su questo soggetto – tutti fanno i ‘cavalieri‘, vale a dire i ‘cabaliers‘.

E che talvolta, nel Bosco, si deve procedere con…Piccol passo!

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, April 22, 2013 by Captain NEMO

Per chi fosse interessato, segnalo che a partire dal 4 Maggio si terranno a Roma quattro incontri introduttivi su Fisica & Alchimia; il periodo storico di riferimento va dal Cinquecento al Novecento. Gli Incontri programmati per Sabato avranno una durata di circa due ore e mezza, mentre quelli per Domenica dureranno circa tre ore.

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA -Roma

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA -Roma

Questi primi quattro Incontri saranno l’occasione per un rapido ‘volo d’angelo‘ sulla storia dell’indagine Naturale da parte dei maggiori personaggi che ci hanno lasciato testimonianze di opere, teorie e proposte. Fisica e Alchimia non erano due realtà così precisamente distinte, per metodo e scopi, così come lo sono al giorno d’oggi. E’ alla fine del Seicento, come è noto, che si consuma la Grande Separazione: il meraviglioso e l’immaginazione da una parte, e il positivismo e il razionalismo dall’altra. E poichè ci sembra che una delle cause del disagio di oggi sia proprio quella Separazione, il nostro vuole essere un semplice tentativo – con uno spirito quasi omeopatico – per raccontare quel che è successo: magari qulacuno potrà decidere di ritrovare le radici di una ricerca personale, individuale, privata, chissà…

Il programma (di massima) degli Incontri è il seguente:

Il Cinquecento

La visione unica del mondo antico.
Jabir, Artephius, Arnaldo da Villanova, Bernardo Trevisano, Raimondo Lullo, Roberto Grossatesta, Nicholas Flamel, Pietro Bono da Ferrara, Ruggero Bacone, Cipriano Piccolpassi, il monaco Ferrarius, Lacinius, Johannes Pontanus, Nicolas Valois.
Le Arti: Palestrina, Monteverdi, Josquin Des Prez, Vermeer, Van Dick, Botticelli, Lotto.
Paracelso: La rivoluzione della visione medica
Cardano: La rivoluzione della visione meccanica
Brahe, Copernico, Galilei, Campanella, Bruno: La rivoluzione della visione cosmologica.
John Dee: Propedeumata, Monade Geroglifica.
Salomon Trismosin.
Il mistero di Basilio Valentino.

Il Seicento

Le Grand Siècle: l’eredità scomoda di Paracelso.
Movimento Rosacroce.
Riforma e Controriforma.
La colonizzazione del nuovo mondo.
La Guerra dei Trent’Anni.
I transfughi protestanti: Samuel Hartlib. I libertini francesi. La Regina Cristina di Svezia a Roma.
The Invisible College. La Royal Society e la nascita delle Accademie: Accademia dei Lincei, Académie de France , Accademia di Berlino, Accademia di Mosca.
Lambsprink.
Germania: Kassel, Landgravio Moritz, Von Suchten.
Eglin: Protestanti contro Gesuiti.
Michael Mayer, Francis Bacon, Sendivogius, Jean d’Espagnet, Robert Fludd, Eireneus Philalethe, J.B. Van Helmont, Robert Boyle, Isaac Newton, Gottfried Leibnitz.

Il Settecento e l’Ottocento
L’immersione dell’Alchimia.
La nascita dell’Illuminismo.
Nascita della Massoneria.
L’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert: la ragione come unico strumento d’indagine.
Federico Gualdi e il Principe di Hultazob, Raimondo di Sangro Principe di San Severo, Cyliani, Cambriel, Les Récréations Hermétiques, Amedeo Avogadro, M.E. Chevreul, Michael Faraday, James C. Maxwell.

Il Novecento
Fulcanelli, Pierre Curie, Nikolas Tesla, Guglielmo Marconi, Thomas Edison.
Werner Heisenberg, Ettore Majorana, Albert Einstein, Enrico Fermi: la nascita della Fisica Atomica.
Il Progetto Manhattan: la nascita della Fisica Nucleare; Hiroshima e Nagasaki.
Wolfgang Pauli, Niels Bohr, Satyendra Bose, Paul Dirac.
Carl G. Jung: la nascita della Psicoanalisi.
Elémire Zolla, Francesco Severi, Francesco Pannaria.
Henry Coton-Alvart, Eugéne Canseliet, Paolo Lucarelli.

Se, come speriamo, questa iniziativa riscuoterà una buona accoglienza…si pensa di preparare per l’Autunno-Inverno una serie di Seminari più specifici (e ben più numerosi) per approfondire meglio i contenuti che lo meriteranno.

Se son rose…fioriranno!

Epifania pratica…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, January 6, 2013 by Captain NEMO

La leggenda cristiana racconta che tre gran Re vennero dall’Oriente per adorare Gesù nella mangiatoia. Uno era bianco e portava l’incenso, l’altro era biondo e portava l’oro, l’altro era nero e portava la mirra. Questi tre magi rappresentano le tre materie dell’opera, le quali concorrono, attraverso la loro unione, alla nascita dell’infante divino…“.

Cathedrale d'Autun - Le Sommeil des Mages

Cathedrale d’Autun – Le Sommeil des Mages

Questa è l’opinione di Pierre Dujols a proposito della ‘composizione‘ necessaria per la ‘nascita‘; e tutti sanno che in Alchimia la nascita – ma attenzione: anche il concepimento ! – è contrassegnata dalla Stella. La Maris Stella di Fulcanelli:

…una vetrata molto curiosa, che si trovava vicino alla sacrestia nell’antica chiesa di Saint-Jean a Rouen, oggi distrutta. Questa vetrata raffigurava il Concepimento di san Romano. ‘Suo padre Benedetto, consigliere di Clotario II, e sua madre Felicita, erano sdraiati su un letto interamente nudi, secondo l’uso che durò sino alla metà del XVI secolo. Il concepimento era rappresentato da una stella che brillava sopra la coperta a contatto col ventre della donna…la cornice di questa vetrata, già singolare per il suo motivo principale, era ornata da medaglioni nei quali si distinguevano, non senza sorpresa, le figure di Marte, Giove, Venere, etc., e perché non si avessero dubbi sulla loro identità, la figura di ogni divinità era accompagnata dal nome.‘”. [Il Mistero delle Cattedrali]

Una vetrata, distrutta. Vicino alla Sacrestia, nella vecchia ecclesia di san Giovanni  a Rotomagus (nella Gallia Lugdunensis, cioé facente capo a  Lugdun – che dopo diventerà Lyon -, che in Celtico è il ‘dun‘ del dio Lùg, il ‘monte protetto della Luce’; Rotomagus è il ‘luogo, la piana della ruota’, ed è la seconda civitas della provincia romana con ‘a capo’ Lugdunum, per i Romani l’oppidum di Lug). Nei pressi di questa sacrestia – cioè il luogo del sagrestano, in antico francese sacrestein, che è colui che conserva la Pietra-Sacra – della vecchia chiesa, distrutta, c’era una vitrail. Raffigurava Benoit & Félicité, nudi…senza vestiti. Una coppia, senza abiti. La Stella è sur la couverture, en contact avec le ventre de la femme. Sur la Bordure, il bordo della vitrail, dei médaillonsnomen est omen.

Dimenticavo: Lùg, era diventato per i Romani Mercurius Artaios, cioé il ‘protettore dell’orso’. Ci sono due Orse in Cielo, la Maggiore e la Minore, l’una l’inverso dell’altra, e la meno grande indica sempre il Nord. La stella Arcturus appartiene alla costellazione di Boote, il Bifolco, colui che spinge l’aratro, racchiuso tra la Chioma di Berenice e la Corona Boreale. Boote, che spinge il bue a trainare l’aratro nel campo, per qualcuno spinge un gallo; ma non è un Gallicus.

I trois rois Mages seguono la stella, evidentemente da Oriente a Occidente, dove è stato concepito ed è nato un giovane Re. Gli offrono tre strani doni, che tutti prendono per i ben noti Symbola: potere, divinità e guarigione. Marco Polo riporta (Il Milione) una storia: i tre Magi sono tre Re di origine iranica, e provengono da ‘Sava’, dove il veneziano ha visitato il loro sepolcro; i loro corpi sono intatti, con tanto di barba e capelli. A tre giorni di viaggio, Marco trova un castello, ‘Cala Ataperistan‘; significa ‘Castello degli adoratori del fuoco‘. Gli abitanti del castello gli raccontano una strana storia dei Re Magi: i tre re erano partiti da quella provincia per rendere visita a un ‘profeta che era nato’, portando i tre famosi doni. Una volta giunti, i tre si presentano singolarmente a Gesù bambino: il più giovane dei re trova che il bimbo ha la sua stessa età. Entra il secondo, Gesù ha la sua età; idem per il terzo. Stupefatti, i tre si raccontano l’un l’altro lo strano avvenimento, e decidono di entrare tutti assieme: stavolta Gesù è un bimbo tal quale era ‘poiché non aveva che tredici giorni di vita‘. Ricevuti i tre doni dai Re, Gesù consegna ai tre un cofanetto, chiuso. Ripartiti verso il loro paese, i Magi vollero vedere cosa contenesse: lo aprirono e restarono delusi, perché conteneva una pietra. Allora la gettarono in un pozzo: ed immediatamente dal cielo discese un ‘fuoco ardente che entrò completamente nel pozzo‘. I Re, accortisi della natura divina del prodigio, ‘presero di quel fuoco‘ e lo portarono con sè in patria, lo posero in una ‘chiesa‘ molto bella e ‘da allora lo fanno ardere continuamente‘.

Secondo gli studiosi, uno dei tre Re – Gaspare, il più giovane – sarebbe stato identificato come Gondophares, il primo re indo-parto (I° sec. DC). Il suo nome significherebbe ‘il conquistatore del ‘Pharn‘, cioé del Farr in persiano. Alcune monete attribuite al suo regno lo raffigurano nelle vesti di cavaliere sul recto, e di Giove volto a destra con la mano destra alzata sul verso; accanto il simbolo di Mercurio.

Gondophares - Moneta

Gondophares – Moneta

Gondophares - altra Moneta

Gondophares – altra Moneta

Chi ha imparato a camminare nel meraviglioso, potrebbe restar stupefatto, non credete?

Jheronimus Bosch dipinge un giorno il suo famoso ‘Trittico dell’Adorazione dei Magi‘ (fine del ‘400):

Bosch - Trittico Adorazione dei Magi

Bosch – Trittico Adorazione dei Magi

Gaspare è il nero avvolto da un bianco mantello, curiosamente spinoso in alcuni punti e dalla bordura che mostra degli esseri alati; tiene tra le mani il suo dono, la myrrhe: una ‘boule‘ con un’incisione a rilievo dell’Offerta dell’acqua al re David da parte dei tre Forti; sopra la boule uno strano rettile alato pare intento a combinare qualcosa; dietro di lui c’è un servitore di ben minor statura, in rosso, con un curioso copricapo, che stringe al petto una sorta di contenitore istoriato (ma forse è il ‘cappello’ del suo padrone). Melchiorre, vestito un po’ all’occidentale, ha un mantello blu con collare di metallo e mantellina istoriata, dove è raffigurata la Visita della Regina di Saba a Salomone (La regina era ‘nera’ e Salomone era il figlio di David), e offre l’or su un piatto; Baldassarre, il più vecchio dei tre, ha un manto rosso: deposta la tiara ai piedi della Vergine, le ha appena offerto il suo dono, l’encense, sotto forma di scultura che raffigura il Sacrificio di Isacco; la Vergine ha il suo mantello blu scuro, sopra una veste scura che lascia intravedere una tunica bianca.

Chi sarà lo strano personaggio sul retro, mezzo nudo e mezzo addobbato come un re?…in testa ha una corona metallica e irta di aculei, nella sinistra regge un’altra tiara (forse il cappello di Melchiorre?)…

Bene: Anche in questo caso, vi sono molte precise indicazioni operative. Se poi qualcuno vuol trarre da questo festivo calembour la convinzione che l’Alchimia sia speculativa, interna, spirituale o quant’altro…è liberissimo di farlo. Magari, un altro giorno, in occasione di un’altra Epifania, potrebbe domandarsi di nuovo se un Symbolon possa esser altro che una figura intellettuale. Se non addirittura un po’ retorico.

Dimenticavo Dujols, che conclude:

La riunione di questi tre elementi nel grano fisso costituisce il ternario magico, il trinum magicum, figura rudimentale della grande trinità universale che regge il mondo. Questo grano fisso formato dalle tre materie sopradette è il mercurio; è racchiuso in  un gateau metallico. E’ a questo riguardo che si distribuisce il gateau des Rois tra Natale e la purificazione, dove si trovano nascosti una fava, oppure un fagiolo, o un bebè di porcellana che viene chiamato il ‘baigneur(il bagnante, che ha evidentemente un doppio senso…), traduzione incompresa di un gioco di parole in greco, βαλανευσ, baigneur, per βαλανοσ che significa ‘le gland, la gale et la truffe du chene‘ (la ghianda, la galla e il tartufo (meglio: il fungo) della quercia). Questo rito è fondato sulla scienza ermetica, al punto che non può essere spiegato senza di essa. Colui al quale viene consegnata la parte che contiene la fava o il bebè ha estratto il re, e viene proclamato re…”.

Con l’augurio di trovar lavoro da fare,  a tutti una

Buona Epifania…!!!

La Vierge Noire & la Chandeleur…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , on Tuesday, February 1, 2011 by Captain NEMO

Ritrovare l’origine di un Mito non è certo un’impresa facile: le radici sono tante, interconnesse, frutto di strati del tempo, cicli di morti e rinascite di credenze antiche che si vestono di mantelli colorati a seconda del movimento delle idee segrete che albergano, per fortuna da sempre, in ogni cuore semplice.

Il 2 di Febbraio si celebra la Festa della Candelora, il cui senso più folkloristico è legato ai riti propiziatori degli agricoltori: marca l’avvicinarsi del punto d’uscita dell’Inverno, in vista della Primavera. Il poter leggere, indovinare, il momento dell’inversione del ciclo, dell’avvento del nuovo vigore vitale nel creato, correlandolo alla danza lunare, permetteva a coloro che coltivavano la terra per ricavarne nuove messi di poter anticipare o ritardare i lavori stagionali, sincronizzando così il loro operare con i ritmi misteriosi di Madre Natura. È  – di fatto – una Festa della Luce, la Luce che è stata nascosta, ma mai scomparsa, nel freddo e tenebroso involucro invernale. Prima dell’avvento del Cristianesimo, i Romani celebravano a Febbraio il rito dell’Espiazione con i Lupercalia, in cui giovani vestiti di pelli di caprone percorrevano le vie del borgo percuotendo con strisce di cuoio le femmine astanti: il colpo ricevuto assicurava fecondità e prosperità per l’anno che ritornava alla Lux.

Ogni étudiant d’Alchimia avrà percepito senza dubbio l’accorata insistenza di Fulcanelli nel presentarci la famosa cerimonia dei Ceri Verdi,  legata alla Vergine Nera, simbolo parlante della materia vile ma preziosa dell’alchimista: l’immagine di Julien Champagne compare al primo posto tra le illustrazioni che adornano Il Mistero delle Cattedrali, e si riferisce alla statua lignea ancora conservata al giorno d’oggi nella Abbazia fortificata di Saint-Victor, a Marsiglia.

J.J. Champagne: La Vierge Noire - Saint-Victor, Marseille

J.J. Champagne: La Vierge Noire - Saint-Victor, Marseille

Notre Dame de Confession, célèbre Vierge noire des cryptes Saint Victor, à Marseille, nous offre un beau spécimen de statuaire ancienne, souple, large et grasse. Cette figure, pleine de noblesse, tient un sceptre de la main droite et a le front ceint d’une couronne à triple fleuron… Les Vierges noires figurent dans la symbolique hermétique, la terre primitive, celle que l’artiste doit choisir pour sujet de son grand ouvrage. C’est la matière première, à l’état de minerai, telle qu’elle sort des gîtes métallifères, profondément enfouie sous la masse rocheuse. Dans le cérémonial prescrit pour les processions de Vierges noires, on ne brûlait que des cierges de couleur verte.

Ogni anno, ancora oggi, a Marsiglia, viene celebrata questa processione magica, secondo il rito religioso che prevede l’arrivo dal mare della Vergine Nera, accolta dal clero e dai fedeli locali con inni e canti di gioia, la scorta lungo le vie del porto, e l’entrata nella Abbazia seguita dai fedeli che impugnano dei ceri verdi. La leggenda dice che la statua fu scolpita dall’apostolo Luca in un legno di fenouil (finocchio); ma nella sapienza popolare la parola suona come ‘feu nou’, il fuoco nudo o fuoco nuovo. La Vergine Nera è ricoperta da un mantello étoileè, vert e annuncia, con il suo ingresso nella cripta di Saint-Victor, il reinstallarsi della Lux, sotto l’aspetto del Noir indispensabile, portatrice dell’Infante Divino: il signum di questo evento miracoloso è, per l’appunto, quel manteau, o voile, di verde stellato.

La Navette

La Navette

La tradizione popolare, sempre portatrice di curiosi messaggi, vuole che in questa occasione si confezionino dei dolci augurali: in Francia si fanno le Crêpes, forse per ricordare il gesto caritatevole di Papa Gelasio I° che le fece distribuire al popolo in occasione della istituzione della Fête des Chandelles, nel V secolo;  ma a Marsiglia, e proprio all’interno della Abbazia, secondo una tradizione antica che ne custodisce il segreto dell’impasto, si preparano dei dolci a forma di barca, sul tipo dei battelli antichi, quasi un coracle celtico, per ricordare l’imbarcazione che avrebbe portato in Francia le Tre Marie: le Navettes, che ricordano un po’ delle piccole baguettes.

Ed ecco qui l’antica statua della Vierge Noire di Saint-Victor: sotto l’usura del tempo si scorge bene il mantello verde etoileè (click sull’immagine, se volete ingrandire):

 

La Vierge Noire - Cripte de Saint-Victor, Marseille

La Vierge Noire - Cripte de Saint-Victor, Marseille

I festeggiamenti popolari legati alla Candelora sono collegati nel calendario Cristiano con la Festa della Purificazione della Vergine e la Presentazione al Tempio di Gesù: la legge mosaica prevedeva che ogni femmina che avesse partorito dovesse restare in quarantena e che il marito facesse una precisa offerta; vediamo cosa prescrive il Levitico (12, 1-8):

L’Eterno parlò ancora a Mosè, dicendo: “Parla così ai figliuoli d’Israele:

Quando una donna sarà rimasta incinta e partorirà un maschio, sarà impura sette giorni; sarà impura come nel tempo de’ suoi corsi mensuali.

L’ottavo giorno si circonciderà la carne del prepuzio del bambino.

Poi, ella resterà ancora trentatre giorni a purificarsi del suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa, e non entrerà nel santuario finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione.

Ma, se partorisce una bambina, sarà impura due settimane come al tempo de’ suoi corsi mensuali; e resterà sessantasei giorni a purificarsi del suo sangue.

E quando i giorni della sua purificazione, per un figliuolo o per una figliuola, saranno compiuti, porterà al sacerdote, all’ingresso della tenda di convegno, un agnello d’un anno come olocausto, e un giovane piccione o una tortora come sacrifizio per il peccato;

e il sacerdote li offrirà davanti all’Eterno e farà l’espiazione per lei; ed ella sarà purificata del flusso del suo sangue. Questa è la legge relativa alla donna che partorisce un maschio o una femmina.

E se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due giovani piccioni: uno per l’olocausto, e l’altro per il sacrifizio per il peccato. Il sacerdote farà l’espiazione per lei, ed ella sarà pura.

Presentazione di Gesù al Tempio - Icona Sacra, Russia

Presentazione di Gesù al Tempio - Icona Sacra, Russia

Questa bella rappresentazione bizantina raffigura l’evento: il vecchio Simeone, vestito di verde, riceve dalle mani di Maria, vestita di celeste con un manto rosso scuro (maphorion), il bianco Infante e vi riconosce la Luce venuta a purificare il mondo dal peccato; Giuseppe, a lato, porta le due colombe, bianche. La profetessa  Anna, vestita di rosso, assiste. L’usanza viene ricordata nel Vangelo di Luca (2,22 ):

“Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.”

Sempre Luca (2, 34-35), ricorda a Maria che condividerà la Passione: “E anche a te una spada trafiggerà l’anima.”

Questi brevi richiami scritturali offrono al cercatore molte riflessioni: le colombe, uno degli enigmi maggiori della Grande Opera, sono quelle di Philalethe, le uniche in grado di ‘addolcire’ la rabbia del Cane di Corascene. Va ricordato che il mito alchemico delle Colombe di Diana è probabilmente legato al celebre racconto di Virgilio, come ricorda il Presidente d’Espagnet. Ne Le Dimore Filosofali, alla Quinta serie,  Cassettone IX del Castello di Dampierre, Fulcanelli ricorda che quello delle

Chateau de Dampierre-sur-Boutonne: CONCORDIA.NUTRIT.AMOREM

Chateau de Dampierre-sur-Boutonne: CONCORDIA.NUTRIT.AMOREM

Colombe di Diana, così come presentato da Philalethe, è ‘l’oggetto della disperazione di tanti cercatori’, e che vela l’enigma per la preparazione dei due mercuri. Ma è senza dubbio curioso notare la coincidenza con il racconto scritturale: quando la Vergine viene purificata, grazie alla presentazione al Tempio del Figlio, Giuseppe porta due colombe da offrire in sacrificio, perché – essendo povero – non può permettersi l’agnello previsto dal rito. Quanto alla spada, è troppo nota l’allegoria che prescrive il suo uso rituale legato all’ottenimento del Fuoco Segreto, la vera Luce della Materia, la Lux Materiae.

Tornando alla Festa della Candelora, Fulcanelli riporta la leggenda di Marta, sostenendo che in essa vi è contenuta, “…dietro il velo allegorico, la descrizione del lavoro che deve effettuare l’alchimista per estrarre, dal minerale grossolano, l’esprit vivant et lumineux, il Fuoco Segreto che racchiude, sotto forma di cristallo translucido, verde, fusibile come la cera, e che i saggi chiamano il loro Vitriol”; il passo è bellissimo e lo traduco velocemente da Le Dimore Filosofali:

“Una giovanetta dell’antica Massilia, chiamata Marta, semplice piccolo operaia, e da lungo tempo orfanella, aveva votato alla Vergine nera delle Cripte un culto particolare. Le offriva tutti i fiori che andava a cogliere sulle coste, – timo, salvia, lavanda, rosmarino, – e non mancava mai, qualunque tempo facesse, di assistere alla messa quotidiana.

La vigilia della Candelora, festa della Purificazione, Marta fu svegliata, nel mezzo della notte, da una voce segreta che l’invitava a recarsi al chiostro per ascoltarvi l’ufficio mattutino. Per paura di aver dormito più del solito, si vestì in fretta, uscì, e, siccome la neve, stendendo il suo mantello sul suolo, rifletteva un certo chiarore, credette l’alba prossima. Raggiunse velocemente la soglia del monastero, la porta del quale si trovava aperta. Là, incontrando un chierico, lo pregò di ben voler dire una messa in suo nome; ma,  priva di denaro, fece scivolare dal suo dito un modesto anello d’oro, – la sua sola fortuna – e lo posò, a guisa d’offerta, sotto un candeliere d’altare.

Non appena la messa cominciò, quale non fu la sorpresa della fanciulla nel vedere la cera bianca dei ceri divenire verde, di un verde celeste, sconosciuto, verde diafano e più scintillante dei più bei smeraldi e delle più rare malachiti! Non poteva credere né staccarne gli occhi…

Quando l’Ite missa est venne infine a strapparla dall’estasi del prodigio, quando ritrovò, al di fuori, il senso delle realtà familiari, si accorse che la notte non era affatto compiuta: solamente la prima ora del giorno suonava al campanile di Saint-Victor.

Non sapendo cosa pensare dell’avventura, riguadagnò la sua dimora, ma ritornò di buon mattino all’abbazia, già c’era, nel santo luogo, un gran affluire di popolo. Ansiosa e turbata, si informò; le venne reso noto che nessuna messa era stata detta dopo la vigilia. Marta, a rischio di passare per visionaria, raccontò allora nei dettagli il miracolo al quale aveva assistito appena qualche ora prima, ed i fedeli, in folla, la seguirono fino alla grotta. L’orfanella aveva detto il vero; l’anello si trovava ancora allo stesso posto, sotto il candeliere, ed i ceri brillavano sempre, sull’altare, del loro incomparabile scintillio verde…”

Consiglio agli appassionati di leggere questo passo nel francese di Fulcanelli, lasciando risuonare le parole in modo un po’ naïve: magari, à minuit, accendete una piccola chandelle e celebrate in silenzio il ritorno della Luce, portata nel ventre della Vergine Nera, come fanno a Saint-Victor, à Marseille: munitevi di thyme, sauge, lavande e romarin, di une bague o di un anneau,  e provate a pregare; con semplicità, come verrà dal cuore.

Magari, se il Cielo vuole, un giorno …qualcosa succederà.

L’Or du Temps et l’impénétrable Fulcanelli

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , on Wednesday, March 24, 2010 by Captain NEMO

Molto spesso mi viene chiesto come si faccia a ‘diventare’ alchimisti. E sebbene la domanda contenga in sé l’evidente auto-inganno per cui viene abilmente formulata, rispondo sempre con un consiglio pratico: “Legga Fulcanelli, per cominciare. Sicuramente le piacerà, e scoprirà che non avrà capito nulla di quel che scrive. Se poi, per caso, succedesse qualcosa, dentro di lei…vedrà che dopo qualche decennio di continua ricerca, scoprirà cosa fare. Ma si dia tempo, tutto il tempo che potrà immaginare, senza fretta. L’Alchimia è un’Arte prima di tutto…e, se e quando scoccherà in lei una scintilla duratura, vedrà che dovrà aver letto e riletto Fulcanelli per molte centinaia di volte.

In genere si resta estremamente colpiti dalle due opere di Fulcanelli; ma anche dopo le prime dieci letture, l’impressione di essere di fronte ad una sorta di fascinoso invito, dal contenuto assolutamente incomprensibile per la nostra logica, si sposa talvolta con un senso di profonda inquietudine: si percepisce che l’autore parla di cose molto vere, pur se offerte sotto il velo di una erudita allegoria e dei continui depistaggi. In genere si finisce per abbandonare il testo sul lato oscuro dello scaffale, tra i libri inutili o irraggiungibili, o per dar la stura ad una nuova fantasiosa interpretazione dell’Alchimia, ad uso personale, come un buon placebo.

Pochissimi riescono a restare semplici, appassionati ed assidui. Veramente pochissimi.

Traggo lo spunto per questa mia riflessione a voce alta da un piccolo tour virtuale che mi è capitato di compiere sul Web sulle tracce del rapporto intercorso tra Eugéne Canseliet e quel singolare personaggio che è considerato il Papa del Surrealismo, André Breton:

André Breton (1896-1966)

André Breton (1896-1966)

E’ ben noto che nel sontuoso salotto parigino dei De Lesseps, in Avenue Montaigne, si incontrava il fior fiore del bel mondo della cultura, dell’arte, della scienza, della politica di Francia negli anni ’20 del secolo scorso: Fulcanelli ne era un rispettato frequentatore, assieme al giovanissimo Canseliet. Era un’epoca di gran fermento intellettuale e il giovane André Breton, nato nel 1896, entra in contatto con molti dei personaggi che ruotano attorno a Fulcanelli. Il padre fondatore del surrealismo, uomo geniale e inquieto, viene citato molte volte da Canseliet e sempre con parole di rispetto ed ammirazione: a titolo di esempio riporto qui un passo della flamboyante prosa di Canseliet, tratto dall’articolo ‘Alchimia e Magia’, apparso in La Tour Saint Jacques n° 11-12 nel 1957:

“Avec le magnifique volume que, si gentiment André Breton et Gérard Legrand nous ont adressé, outre le plaisir longuement goûté à la lecture, quelle excellente occasion nous est offerte aujourd’hui que nous confrontions l’alchimie à la magie, sa sœur également occulte ! De même, André Breton, aux Cahiers de la Pléiade – été 1948 – s’appliqua-t-il, sur La Poussière de Soleils de Raymond Roussel, en prenant pour base les Fulcanelli et d’un point de vue magico-cabalistique, à une étude intitulée Fronton Virage, dans laquelle se dégagent déjà les linéaments premiers de cette étonnante réalisation que constitue L’Art Magique :
« Et par là non seulement le nom de Magès, personnage marque de la fraise, s’illumine mais encore le titre de la pièce de Raymond Roussel devient transparent. »
N°1 de Formes de l’Art, L’Art Magique, édité par le Club Français de l’Art, est un livre splendide dont justifient immédiatement nos épithètes élogieuses ses caractéristiques matérielles de présentation.”

Per chi volesse leggere l’articolo in italiano, questo è il Link all’eccellente sito Zenit.

Canseliet ebbe una corrispondenza abbastanza intensa con Breton, alla fine degli anni ’40: il poeta era fortemente incuriosito dall’Alchimia, aveva letto Fulcanelli, al punto di diventare uno dei promotori presso gli editori parigini delle riedizioni di Il Mistero delle Cattedrali e Le Dimore Filosofali; all’interno del bel sito Web a lui dedicato, vi sono molti documenti autografi di Breton che fanno riferimento al misterioso Maestro. Del resto, è lo stesso Maitre de Savignies, nell’articolo citato, che ricorda come Breton avesse incluso Canseliet nella cerchia di ottanta gran nomi della cultura e dell’arte francese e internazionale cui sottoporre un suo ‘jeu’, “L’Enquête de L’Art Magique”, alla ricerca delle radici della Magia (qui). Breton chiese loro di ‘classificare in ordine di magia’ una serie di 11 reperti artistici: i giocatori fornirono le loro risposte, e Canseliet diede questa sequenza: 6,1,7,8,2,5,3,10,4,9,11. (qui trovate una riproduzione a stampa delle domande e delle immagini scelte e proposte da Breton).

Seguendo gli appunti di Breton è interessante leggere queste note, tratte evidentemente dalla risposta di Canseliet: “…delle sorprendenti coincidenze inducono a pensare che alcuni artisti moderni abbiano tratto la loro ispirazione dagli antichi trattati ermetici, mentre altri folgorano alla maniera d’intersegni”; subito di seguito, vengono indicate le pitture del soffitto della Sala delle Guardie del Castello di Plessis Bourré (qui), la Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci (qui) e la Nascita di Venere di Botticelli (qui).

Breton, Note sulla risposta di Canseliet

Breton, Note sulla risposta di Canseliet tratto da http://www.andrebreton.fr

Segue poi una notula sul ‘Bilboquet’, ‘…campione di un certo minerale. Bella Vergine del XIII°, scolpita da una materia molto nera e sontuosamente vestita del suo abito a cono![1]. Breton, sul retro, annota il suo giudizio sulla risposta di Canseliet: “Belle, quoique obscure” (Bella, anche se oscura). Vien da sorridere pensando a Canseliet che rispondeva, ed a Breton che leggeva!

Breton, affascinato dalle Scienze antiche, amava ‘giocare’ con i suoi amici: un giorno propose a Elisa Breton di raccontare il suo ‘sentire’ la personalità di alcuni dei giocatori, semplicemente osservando la calligrafia sulla busta, senza nulla sapere del mittente; il gioco si intitolava ‘De qui est-ce?” (qui), cioè il ‘Di chi è questo?‘ di ogni infanzia; ecco le note appuntate da Breton sulla ‘lettura’ da parte di Elisa della curatissima calligrafia di Canseliet:

“Scrittura del tutto fuori moda. Non partecipa affatto al tempo attuale. Grande ricerca della perfezione. Legato alla tradizione; di spirito molto tradizionale. Niente affatto rivoluzionario. Molto cuore. Un po’ manieroso. Spirito molto alato. Intellettuale ma basato sul cuore. Tra i 60 e 70 anni, con qualcosa di più antico. Grande cura nel fare le cose bene e bellamente. Attività nella quale sottolinea tutto, nascondendo. Scrive, ma cos’è che scrive? Aspetta…storico dell’arte? No, non è questo. Non è un artista. E’ un intellettuale, ma senza preoccupazioni moderne o rivoluzionarie, legato a qualcosa di tradizionale; ma a cosa?”

Canseliet, De qui est-ce? - Andrea e Elisa Breton

Canseliet, De qui est-ce? - André e Elisa Breton, tratto da http://www.andrebreton.fr

E’ un ritratto curioso di Canseliet, e per molti versi forse veritiero.

Di certo Breton deve aver letto qualche libro d’Alchimia e parlato a lungo con molti personaggi del milieu esoterico francese. Il mio amico Archer ha scritto un bell’articolo sul poeta francese, sostenendo la tesi – che mi sento di condividere – che Breton abbia di fatto conosciuto (più o meno consapevolmente) Fulcanelli attorno al 1919. Ed in molti scritti autografi e corrispondenze private il poeta confessa l’enorme attrazione per la Gran Dama che gli è derivata dalla lettura di Fulcanelli; ma la Grande Opera non era evidentemente il suo destino. Nel 1948, scrive all’amico Victor Brauner, pittore:

Je suis passé avec moins de bonheur, il faut l’avouer, au livre de Fulcanelli, “Les Demeures philosophales”, qui me reste en grande partie impénétrable, ce qui ne laisse pas de m’irriter quand je pense que Baskine dit y avoir tout découvert. Je ne désespère pas, toutefois, d’une deuxième, ou d’une cinquième, ou d’une dixième lecture, car il est incontestable que l’ouvrage se recommande par une extraordinaire richesse d’informations et de pensée, mais je n’arrive pas à soulever le voile. Je suis perdu entre les sens propres et les sens figurés, ces derniers dont j’ai peut-être tendance à ne savoir me restreindre le champ. Toujours est-il qu’en moi une certaine illumination nécessaire ne se produit pas.…

E in una lettera a René Alleau nel 1952, scrive:

“Je persiste à buter contre la nécessité que je n’arrive pas à faire mienne organiquement de ce travail pratique de l’alchimie et de ce qui le fait être ce qu’il est plutôt qu’autre chose. Il me semble que la comprendre – cette nécessité – ne peut être que le fruit d’une illumination bien décidée à me manquer.”

Si può solo immaginare, forse, la grande frustrazione provata da un uomo straordinario come André Breton di fronte al ‘Palazzo Chiuso del Re’; la leggenda vorrebbe che sul suo letto di morte stesse rileggendo l’ennesimo manoscritto alchemico.

Ecco perché, probabilmente, non si ‘diventa’ alchimisti solo leggendo. Probabilmente aveva ragione il padre del surrealismo quando intuiva che occorre ‘una certa illuminazione’. Cosa certo non impossibile. I Maestri, non ultimo Fulcanelli, parlano sempre di  ‘…un mystère dont la révélation dépend du Père des Lumières‘. Non sarà certo per caso, no?

Il punto è – tuttavia – la passione, l’Amore per la Dama antica, vissuta quotidianamente dentro al proprio cuore, alimentata dal desiderio di comprendere – con l’Immaginazione Creativa di Corbin – il senso profondo, semplice e nascosto dell’Alchimia. D’altro canto, Breton ha senza dubbio compiuto il suo magnifico cammino, la sua Dama l’ha cercata e trovata. Non tutti debbono essere per forza alchimisti, non vi pare?

Ma se si vuole fare Alchimia, occorre naturalmente prima studiarla; con ogni mezzo e in ogni dove, per tutta una vita. L’Arte è evidentemente ermetica, e per ottimi motivi. Tornando dunque alla domanda iniziale: leggere Fulcanelli è senza alcun dubbio un’ottima base di partenza. Dunque, chi vuole, lo faccia, lo legga.

A patto di essere sin dall’inizio serenamente consapevoli che – per anni, anni e anni – si prenderanno tutti i fischi per fiaschi, tutte le lucciole per lanterne. Se è Amore, lo si saprà solo alla fine, poco prima di tornare a Casa. Mi rendo conto che appare una prospettiva piuttosto incerta: ma questo è il cammino di chi fa Alchimia. Non c’è alcuna certezza, ma solo l’umiltà e la semplicità del cammino.

Diceva quel buontempone di Filalete, che aveva letto Virgilio:

Si te fata vocant !


[1] «En tant qu’ alchimiste, lors même que ceci puisse paraître extaordinaire et quelque peu extravagant, j’ajouterai en exemple, que le bilboquet est un objet d’ordre magique, de service intermittent et de pouvoir éloigné, tandis qu’un superbe échantillon du minerai que nous envisageons en est un autre, d’influence immédiate et perpétuelle, au même titre que la plus belle Vierge du XIIIe siècle, sculptée dans une matière très noire et somptueusement vêtue de sa robe en cône. »

«Le bilboquet est l’exemple très remarquable d’un exercice de grande habileté, qui consiste à reproduire par le geste le rôle actif ou passif des sujets mis en présence, pour leur destin philosophique.
L’un pour le schème qui le désignait dans l’ancienne chimie, l’autre par le nom même de l’objet qui est propice à toute pénétration.
En effet, bilboquet est formé du radical bil, pour bille et boule, auquel s’est ajouté bocquet qui dans le blason est le fer de pique.
La pénétration de la matière brute et frigide par l’esprit incisif et igné, celle du globe par le fer, demeure tributaire du tour de main que la Nature exige de l’artiste la copiant et lui aidant.
»

Eugene Canseliet

L'Enfant au Bilboquet

L'Enfant au Bilboquet

La caccia all’Oro Filosofico

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Tuesday, January 12, 2010 by Captain NEMO

Eugéne Canseliet, 1926

Eugéne Canseliet, 1926

1839 – nascita (stimata) di Fulcanelli

1862 – nascita di Pierre Dujols de Valois

1877 – nascita di Jean Julien Champagne

1887 – nascita di René Adolphe Schwaller

1899 – nascita di Eugéne Canseliet

1913 – primi incontri tra René Adolphe Schwaller e Jean Julien Champagne, a Parigi

1912 – Jean Julien Champagne viene presentato a Fulcanelli dai De Lesseps

1915 – primo incontro di Eugéne Canseliet con Fulcanelli, a Marsiglia

1916 – Fulcanelli presenta Jean Julien Champagne a Eugéne Canseliet, a Marsiglia.

1919 – Eugéne Canseliet torna a Parigi, dove Fulcanelli, anche lui a Parigi, lo introduce nei salotti della Ville Lumiére, tra cui spicca quello dei de Lesseps. Anche Jean Julien Champagne frequenta gli stessi ambienti.

1919 – René Adolphe Schwaller viene ‘nobilitato’ da Oscar Wenceslas de Lubicz-Milosz, Principe di Lusazia, conte di Lahunovo; nasce René Adolphe Schwaller de Lubicz

1920 – René Adolphe Schwaller de Lubicz fonda il gruppo Les Veilleurs

1920 – Pierre Dujols de Valois, nella dedica a Fulcanelli del suo Hypotypose (Mutus Liber), lo indica come ‘Philosophe-Adepte’

1922 – Eugéne Canseliet compie una trasmutazione di 120 gr. di piombo in oro nelle Officine a Gas di Sarcelles, utilizzando la polvere di proiezione di Fulcanelli, in presenza dello stesso Fulcanelli, di Jean Julien Champagne e di Gaston Sauvage

1923 – Fulcanelli fa recapitare a Eugéne Canseliet tre manoscritti (Il Mistero delle Cattedrali, Le Dimore Filosofali, Finis Gloriae Mundi) impacchettati e sigillati in cera verde, perché si occupi di farli pubblicare. Fulcanelli si allontana da Canseliet, ormai in grado – secondo lui – di affrontare da solo la Grande Opera.

1925 – Eugéne Canseliet e Jean Julien Champagne affittano due mansarde contigue a Parigi

1926 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso J. Schemit, la prima edizione (300 esemplari) de Il Mistero delle Cattedrali, con le illustrazioni di Champagne.

1926 – morte di Pierre Dujols de Valois

1929 – René Adolphe Schwaller de Lubicz e la moglie Isha (Jeanne Germain Lamy) si stabiliscono a Plan de Grasse, in Provenza, in una proprietà ribattezzata Mas de Coucagno

1930 – dopo 19 anni di tentativi più o meno continuati, Schwaller de Lubicz e Jean Julien Champagne – chiusi nel laboratorio di Plan de Grasse – riescono a condurre a termine la produzione alchemica del rosso e del blu nella massa del vetro, ricreando la materia delle perdute vetrate delle Cattedrali Gotiche, grazie ad un libro del 1830 che Champagne aveva ‘trafugato’ da una libreria

1926 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso J. Schemit, la prima edizione (500 esemplari) de Le Dimore Filosofali, con le illustrazioni di Champagne.

1932 – morte di Jean Julien Champagne

1938 – Eugéne Canseliet intraprende la ‘Grand Coction‘: è il famoso evento legato alla “rottura dell’uovo”, collegata con una vasta aurora boreale

1952 – Eugéne Canseliet, come lui stesso ripeterà molte volte, incontra nuovamente Fulcanelli, nei pressi di Siviglia

1957 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso Lavritche, la seconda edizione (1000 esemplari) de Il Mistero delle Cattedrali, con le illustrazioni di Champagne.

1964 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso Pauvert, la terza edizione de Il Mistero delle Cattedrali, con le foto di Pierre Jahan.

1965 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso Pauvert, la terza edizione de Le Dimore Filosofali, con le foto di Pierre Jahan.

1982 – Eugéne Canseliet lascia questo mondo

Eugéne Canseliet...

Eugéne Canseliet...

Questa piccola cronologia potrebbe essere completata da altre date, da altri nomi e da altri eventi. L’intento, qui, non é la identificazione di Fulcanelli, bensì quello di fornire un tessuto temporale ad una particolare notazione che appare nella seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali, scritta da Canseliet nel febbraio del 1958;  si tratta del famoso passo in cui il Maitre di Savignies ricorda che Fulcanelli passò venticinque anni alla ricerca dell’oro dei filosofi; eccola:

Allora il Maestro commentava, con il grave e nobile volto, incorniciato dalla massa dei lunghi capelli grigi, curvo sulla nostra spalla:

‘E così, l’oro filosofico, anche se pieno d’impurità, circondato da spesse tenebre, coperto dalla tristezza e dal lutto, dev’essere considerato come l’unica e vera materia prima dell’Opera; allo stesso modo in cui la vera e unica materia prima è il mercurio, da cui è nato quest’oro invisibile, miserabile e sconosciuto. Questa distinzione, che di solito non si fa, precisò poi, è d’importanza capitale; infatti facilita grandemente la comprensione dei testi e permette la soluzione delle prime difficoltà.’

[Fulcanelli, Le Dimore Filosofali, prefazione alla Seconda Edizione – Ed. Mediterranee]

L’edizione Italiana tradotta da F. Ledvinka è purtroppo piuttosto imprecisa; d’altro canto quel richiamo alla ‘distinzione‘ non è giustificato da quanto tradotto, ma nessuno – forse – ci fa gran caso: quale sarebbe la distinzione cui allude Fulcanelli nel testo così come è stato tradotto?…qualcosa non va. Vediamo allora lo stesso passo preso dall’originale, nella edizione Francese di Pauvert:

Le Maitre commentait alors, sa grave et noble figure noyée dans le longues cheveux gris et penchée sur notre épaule:

‘Ainsi, l’or philosophique, tout rempli d’impuretés, environné d’épaisses ténèbres, couvert de tristesse et de deuil, doit-il etre considéré néanmoins comme la véritable et unique première matière de l’Oeuvre, de meme qu’en est la veritable et unique matière première, le mercure, d’ou cet or invisible, miserable et méconnu a pris naissance. Cette distinction, qu’on n’a pas coutume de faire, précisait-il, est d’une importance capitale; elle facilite grandement la compréhension des textes et permet la résolution des premières difficultés‘”

[Fulcanelli, Les Demeures Philosophales, preface à la Deuexieme Edition – Ed. Pauvert]

Qui appare chiara quella ‘distinzione‘ che era di fatto incomprensibile nella traduzione italiana: Fulcanelli parla della première matière, attribuendola all’oro filosofico, e della matière première, attribuendola al mercurio. Il passo assume allora il suo vero significato:

Il Maestro commentava allora, il suo grave e nobile volto inondato dai lunghi capelli grigi e curvo sulla nostra spalla:

‘Così, l’oro filosofico, tutto pieno d’impurità, circondato di spesse tenebre, coperto di tristezza e di lutto, deve nondimeno essere considerato la prima materia dell’Opera, allo stesso modo in cui ne è la veritiera ed unica materia prima il mercurio, da cui quest’oro invisibile, miserabile e misconosciuto è nato. Questa disitinzione, che non siamo abituati a fare, precisava, è di un’importanza capitale; essa facilita grandemente la comprensione dei testi e permette la risoluzione delle prime difficoltà’

[Fulcanelli, Le Dimore Filosofali, prefazione alla Seconda Edizione – Ed. Mediterranee – mia personale traduzione]

La ‘distinzione’ tra prima materia e materia prima è molto importante a livello di Filosofia Naturale e, di conseguenza, a livello operativo. Pochi si soffermano a riflettere, pensando che siano la stessa cosa, il che in un certo senso un po’ grossolano è certo vero ma non veritiero, o ritenendo che si tratti di uno dei tanti sofismi che si attribuiscono, stoltamente, ai trattati alchemici. Secondo il senso comune di oggi un chimico ha sempre ragione e conosce la verità, mentre un alchimista ha sempre torto e non conosce come stanno le cose. Siamo abituati a frequentare luoghi comuni, perchè rassicuranti per la nostra esistenza incerta ed affannosa, e mai quelli veramente straordinari; quelli ‘veritieri‘, per dirla con Fulcanelli. A proposito: a mio avviso esiste una differenza tra ‘vero‘ e ‘veritiero‘, tra ‘vrai‘ e ‘veritable‘. Sottile, ma esiste: il veritiero è portatore del vero. Semplice, ma chi ama oggidì le cose semplici? Ma torniamo a quella ‘distinzione‘ sfuggita, che Canseliet aveva amorevolmente incluso nel suo scritto del 1958: la prima materia è qualcosa che attiene molto più all’origine della creazione, essendo di fatto il seme da cui tutti i corpi prendono forma sostanziale e manifesta; pur essendo un termine ‘spostato’ verso il mondo metafisico, è tuttavia uno stato della materia primo, che è alla base di ogni manifestazione. Ovviamente si tratta di trovare, ottenere, questa prima materia, vero primo passo dell’Opera. E’ l’oro dei filosofi. Ma attenzione: l’oro dei filosofi di cui si parla nel passo è ancora in potenza, nascosto, prigioniero, chiuso dalle impurità, dal lutto e dalle tenebre. E’ ovvio che lo scopo è quello di portarlo alla luce, di farlo nascere: quando sarà effettivamente nato potrà chiamarsi più propriamente Oro dei Filosofi.

La materia prima è invece il corpo principale, il protagonista ineludibile della Grande Opera, quello che ne giustifica l’esistenza stessa e ne permette il compimento. Se si legge il passo con attenzione, con calma, con serenità,  si comprende che questa materia prima contiene essa stessa quella prima materia: quello zolfo, che sarà l’Oro dei Filosofi, nasce “dal” mercurio e non soltanto “grazie al“. Molti Maestri l’hanno indicato chiaramente: e molti pensano che le affermazioni come “il vento l’ha portato nel suo ventre” siano solo delle curiose frasi su cui disquisire dottrinalmente, in genere per ore.  Dimenticando che l’Alchimia è una cosa reale, frutto di studi approfonditi, certo, ma che alla fine si compie con le mani , in un piccolo Laboratorio. Dunque questo mercurio di cui si parla è anch’esso un seme, ma di funzione diversa; si legge chiaramente che uno è il maschio, indicato in questo passo nel suo stato di ‘potenza’, nascosto ed occultato; l’altro è la femmina, quello che è in grado – reso manifesto dall’Arte – di portare all’atto quella potenza. Si tratta di una visione cruciale del funzionamento di Madre Natura, ovviamente ben diversa da quella della Chimica; non è una reazione quella che si cerca, anche se la nostra logica ci spinge a incasellarla in questo senso, quanto piuttosto un’azione primordiale e completamente naturale, essendo l’esatta replica di una Creazione.

E’ ovvio che questo processo, di difficile comprensione per la nostra logica, lo è anche a livello operativo. Anche se Madre Natura è di una semplicità disarmante, è per noi umani molto difficile realizzare con compiutezza questa ‘naturalità’. Siamo troppo distanti, per complessità biologica e dunque per funzionamento intellettuale, dalla semplicità originaria del mondo minerale, che fu il primo dei tre regni ad apparire nella manifestazione. E’ così importante riflettere sul termine ‘apparizione‘ che gli antichi, di ogni epoca e contrada, ci ricordano che Maya, l’illusione, è ciò che permea tutta la nostra cosiddetta realtà: la vera esistenza, l’ “essenza” è sempre nascosta, diversa: e questa essenza si manifesta grazie allo zolfo ed al mercurio di ogni corpo manifesto. Quelli sono ‘veritieri‘. Ma sono decisamente occulti, lontani dalla nostra possibilità ‘meccanica’ di percezione: ma sono essi gli attori unici, assieme a qualche altra cosa, della Grande Opera. E a causa di questa difficoltà percettiva, che si riflette immediatamente nella possibilità operativa di ogni artista, i Maestri indicano, con infinita pazienza e molto Amore, il sentiero dello studio assiduo, teso a sgretolare le nostre convinzioni logiche, e quello della pratica ad esso collegata, con identica assiduità, alla ricerca del vero attraverso l’identificazione del veritiero; ecco perché, molto spesso, la ricerca di questo zolfo così importante viene indirizzata in corpi adatti alla bisogna; e nascono le Vie, più o meno particolari. In questo modo, si spera (ma è certamente possibile, e più facile), si può ottenere quello zolfo da un corpo diverso, che tuttavia deve ovviamente essere ‘adatto’ alla femmina a disposizione. Ecco perchè ogni étudiant scopre presto di trovarsi in un vero labirinto di ipotesi, di lavorazioni e di corpi (ma non solo per questo; come si sa senza il Fuoco Segreto non si fa Alchimia); e qui, in soccorso amorevole allo smarrimento che prende il cuore di ogni cercatore, Paolo Lucarelli scrive in un passo della sua Introduzione a Il Mistero delle Cattedrali:

“Si tratta di aggiungere al mercurio comune uno zolfo vivo, definito metallico. È proprio in un metallo, o almeno in qualcosa che ne può assumere la definizione, che Fulcanelli ci invita a cercarlo. Si tratta di aprire questo metallo, il secondo libro chiuso, detto anche oro, oro filosofico, oro non volgare, e di estrarne la parte viva e attiva. Operazione – in realtà insieme di operazioni – detta anche rincrudazione, quella in cui si uccide il vivo per rianimare il morto, che non è evidentemente una vera rianimazione di un metallo morto, ma, come già detto, l’estrazione del suo zolfo e la sua unione con il mercurio.”

In questo caso, è evidente che occorre saper estrarre dal metallo il suo zolfo: una serie di operazioni permetterà di liberare il prigioniero e di rendere possibile quell’unione tra Principia di cui si parla ovunque in ogni testo alchemico. Si noti, tuttavia, come del resto è normale in Alchimia, che bisogna imparare a leggere!…

Ritornando a quanto scritto da Canseliet, a quel preciso ricordo del vecchio Maestro chino sul discepolo, un’immagine parlante che indica quanto fosse stato intenso quel particolare momento per il giovane discepolo, ci si potrebbe chiedere: ma quando è avvenuto tutto questo? Canseliet scrive nel 1958, ha 59 anni ed ha già fatto un bel pezzo del suo cammino, prima filosofico e poi operativo; Se dobbiamo leggere tra le date che ho riportato sopra, con tutte le cautele necessarie, si potrebbe dire che Fulcanelli era vicino alla felice conclusione dei suoi lavori. Siamo dunque attorno agli anni ’20, visto che Fulcanelli sarebbe ‘scomparso’ attorno al 1930. Canseliet potrebbe aver avuto un’età compresa tra i venti ed i trent’anni; ha ventiquattro anni all’epoca della famosa trasmutazione di Sarcelles, compiuta sotto gli occhi del Maestro e dei suoi due amici; in ogni caso, è molto giovane, sia anagraficamente che filosoficamente. C’è da ritenere che se nel 1958, in occasione della sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali, a Savignies, decide di rendere nota quella così particolare raccomandazione da parte del Maestro, che era rimasto bloccato per venticinque anni alla ricerca dell’oro filosofico, debba essere stato per una ragione importante. Se si decide di dar fiducia ad Atorène, Canseliet sarebbe riuscito ad isolare lo zolfo filosofico nel 1936, ‘dopo sedici anni di pratica‘: il che ci porta a dire che Canseliet inizia il suo lavoro operativo per l’appunto negli anni ’20. Se poi si prende in considerazione il fatto che Fulcanelli avrebbe concluso la Grande Opera attorno al 1920 (o forse prima?), visto che è nel 1923 che Canseliet riceve i tre manoscritti di Fulcanelli, se ne dovrebbe dedurre che Fulcanelli avrebbe cominciato ad operare attorno al 1895, o forse prima. E’ dunque attorno agli anni ’20 che sembra di poter datare quel particolare colloquio tra Maestro e discepolo: Fulcanelli ha un’ottantina d’anni e Canseliet è un ventenne!

Ma il 4 Dicembre 1933, a 34 anni, Canseliet decide di scrivere una lettera a Schwaller de Lubicz; si tratta di un testo molto strano, in cui Canseliet di rivolge in modo estremamente deferente all’autore di Adam l’homme rouge: Champagne è morto tragicamente da un anno, dopo aver terminato i suoi lavori con Schwaller de Lubicz a Plan de Grasse, tenendo all’oscuro di qualcosa il compagno di studi che abitava nella mansarda accanto. E proprio da una nuova riflessione su una confidenza fatta dal suo compagno, che Canseliet cambia qualcosa nel suo piano di lavori; nella lettera dalla calligrafia caratteristica, riprodotta e riportata da G. Dubois nel suo Fulcanelli Dévoilé, si narra di questo cambio di passo; eccone una parziale riproduzione:

Lettera di Eugéne Canseliet a René Schwaller de Lubicz, 1933

Lettera di Eugéne Canseliet a René Schwaller de Lubicz, 1933 - tratta da 'Fulcanelli' di G. Dubois, Ed. Mediterranee - 1996

Sembra dunque di capire che Canseliet, nel 1958, proprio a causa di un suo errore giovanile, voglia dare testimonianza, ancora una volta, della bontà di quella caritatevole riflessione a voce alta di Fulcanelli, evidentemente incompresa sino al 1933; en passant, si può notare quanto poco fondate possano risultare quelle ipotesi che fanno di René Schwaller de Lubicz o di Jean Julien Champagne due possibili candidati per tentare di risolvere il grande giallo sull’identità di Fulcanelli.

Sempre nella stessa lettera, piena di amare considerazioni su Champagne, Canseliet riporta una piccola notula di Schwaller de Lubicz, che evidentemente condivideva sul piano operativo (click per ingrandire):

Lettera di Eugéne Canseliet a René Scwaller de Lubicz, 1933 (Notula) - riprodotta da 'Fulcanelli' di G. Dubois - Ed. Mediterranee, 1996

Lettera di Eugéne Canseliet a René Scwaller de Lubicz, 1933 (Notula) - riprodotta da 'Fulcanelli' di G. Dubois - Ed. Mediterranee, 1996

Come si vede, ogni alchimista è un essere umano e nel suo percorrere con passione immensa il cammino sulle tracce della Dama, può (e deve) compiere errori. D’altro canto il cammino è lungo e sempre pieno di ostacoli, nulla è mai scontato. Se veniamo informati dell’ipotesi che fu nel 1936 che Canseliet riuscì nella delicata operazione dell’isolamento dell’Oro dei Filosofi, sarà lo stesso Maitre ad ammettere in un’intervista nel 1978, soavemente e dolcemente, quasi ottantenne, di essere ancora in cammino…

In conclusione, riporto quanto Limojon de Sainct Disdier, nel suo Il Trionfo Ermetico, fa dire ad Eudossio in una famosa spiegazione:

…Essa (la Pietra) sostiene, invece, che è lei che nasconde nel suo seno il vero Oro dei Saggi, vale a dire i primi due tipi di Oro (quello Astrale e quello elementare) di cui ho appena parlato: poiché dovete sapere che la Pietra, essendo la più pura porzione degli elementi metallici, dopo la separazione e la purificazione che il Saggio ne ha fatto, è propriamente l’Oro della seconda specie. Quando questo Oro (l’Oro dei Saggi!) perfettamente calcinato ed esaltato sino alla purezza ed al biancore della neve, ha acquisito grazie al magistero una simpatia naturale con l’Oro Astrale, di cui è diventato visibilmente il vero magnete, egli attira e concentra i se stesso una così grande quantità di Oro Astrale e di particelle solari, che riceve dalla continua emanazione che se ne fa dal centro del Sole e della Luna, che si trova nella disposizione prossima ad essere l’Oro vivente dei Filosofi…

Come sempre, occorre leggere sforzandosi di comprendere, perchè la lettera uccide…a titolo di chicca finale in questa caccia all’Oro dei Filosofi, ecco una pagina molto chiara ed onesta, tratta dall’Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium di Ireneo Filalete, nella traduzione di Paolo Lucarelli per le Edizioni Mediterranee (Cap. XIII, pag. 53):

Filalete - l'Oro dei Filosofi

Filalete - l'Oro dei Filosofi

In questo caso, nel leggere, occorre il quadruplo delle precauzioni; Filalete è noto per la candida onestà e splendida chiarezza, ma non si deve credere – lo dichiara lui stesso – che non abbia preso le sue precauzioni, nello scrivere…

Proprio Paolo Lucarelli soleva ripetere – sempre sorridendo – che  “Il problema dell’ermetismo è che …è così ermetico!

Consiglio finale:…andare alla fonte, …porta acqua. Buona caccia!

Le Bouleversement…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts with tags , , , , , , , , , , , on Wednesday, November 18, 2009 by Captain NEMO

Dopo aver letto le eleganti pagine de Il Mistero delle Cattedrali, in cui Fulcanelli insegna tutto ciò che è necessario apprendere – secondo Tradizione – si apre, poco prima della fine, un capitolo tutto sommato differente, sia per contenuto che per intento: la Croce Ciclica di Hendaye.

Si tratta di un testo aggiunto da Canseliet solo nel 1960, dopo le prime due edizioni francesi, che ricavò da un manoscritto che era allegato al famoso ‘pacchetto’ del terzo libro, il Finis Gloriae Mundi, che l’Adepto ‘ritirò’ dalle mani del Maitre di Savignies nel 1929.

Del resto, lo si può constatare dal ‘cambio di passo’ della prosa, priva delle consuete allegorie cui Fulcanelli ci ha abituato, colmandoci di stupore e meraviglia, qualcosa appare differente anche al lettore meno esperto. Ma anche in questo caso lo spunto per le sue riflessioni viene da un monumento in pietra, certo meno famoso delle Cattedrali gotiche o delle Dimore di qualche Filosofo della Natura: forse nessuno cercherebbe su una carta geografica Hendaye, a parte qualche turista in viaggio dai Pirenei verso il Golfo di Biscaglia!

Qui, e lo dice lo stesso Fulcanelli, si trova questa bizzarra colonna con la famosa iscrizione: “OCRUXAVES PESUNICA“, il cui piedistallo quadrangolare è adornato da singolari bassorilievi.

Fulcanelli ne parla, in modo decisamente in chiaro, come di una sorta di avviso apocalittico, ad indicare – grazie ad un parallelismo astronomico con il movimento ciclico compiuto dall’asse terrestre che causa la precessione degli equinozi – che ci sarà un punto, un momento, in cui qualcosa accadrà al nostro pianeta; questo evento catastrofico verrà interpretato da Canseliet come il famoso ‘bouleversement‘, in cui l’emisfero boreale verrà distrutto dal fuoco e quello australe dall’acqua, a seguito di un cambio repentino dell’inclinazione dell’asse terrestre.

Fulcanelli indica – con un tipico uso della Lingua degli Uccelli – che:

IL EST ECRIT QUE LA VIE SE REFUGIE EN UN SEUL ESPACE

Insomma, a qualcuno toccherà aspettare, ancora una volta, la discesa delle acque:

“Car les élus, enfants d’Elie, seront sauvés selon la parole de l’Ecriture. Parce que leur foi profonde, leur inlassable persévérance dans l’effort leur auront méerité d’etre éléves au rang des disciples du Christ-Lumiére. Ils en porteront le signe e recevront de lui la mission de renouer a l’humanité régénerée la chaine des traditions de l’umanité disparue.”

Il contenuto di questo malinconico capitolo è decisamente escatologico, finale; l’alchimista ha concluso il suo lavoro e raggiunge la condizione rarissima dell’Adepto; nessuno sa cosa accada, né come, né perché. Oltre alla capacità di trasmutare la materia di questo mondo e di poter – eventualmente – prolungare la vita, riceve ciò che viene chiamata tradizionalmente la Conoscenza vera, per ‘infusione’. Si tratta di un evento di portata decisamente radicale. Ricordo che Canseliet descrive l’Adeptato come una vita su un altro piano, spirituale ma assolutamente reale, in cui la visione del corso temporale e spaziale non conosce più i limiti comuni, come ciò che chiamiamo passato e futuro: l’Adepto vive costantemente nel presente.

Ed è a mio avviso solo per questa straordianria consapevolezza che Fulcanelli decise di includere questo ennesimo monumento, da tutti ignorato, nel suo discorso destinato al famoso terzo libro. Jean Laplace, quando Canseliet ritornò a Casa, prese visione di un appunto del suo Maitre in cui era riportata la sinossi del libro ritirato, che pubblicò nel n° 31 de La Tourbe des Philosophes, nel 1988, e che credo valga una attenta rilettura:

FINIS GLORIAE MUNDI

La décadence de notre civilisation et la déchéance des sociétés humaines.
Incrédulité religieuse et crédulité mystique.
Effets néfastes de l’enseignement officiel.
Abus des plaisirs par la crainte de l’avenir.
Fétichisme à notre époque.
Symboles plus puissants qu’autrefois dans la conception matérialiste.
Incertitude du lendemain.
Méfiance et défiance généralisées.
La mode et ses caprices révelateurs.
Les initiés inconnus gouvernent seuls.
Le mystère pèse sur les consciences.

II°

Témoignages terrestres de la fin du monde.
Les quatre ages.
Les cycles successifs scellés dans les couches géologiques.
Fossiles.
Flore et faune disparues.
Squelettes humains.
L’Asiatide.
Monuments de l’humanité dite préhistorique.
Cromlechs.
Chandelier des trois croix.

III°

Les causes cosmiques du bouleversement.
Le système de Ptolémée.
L’almageste.
Erreur du système de Copernic démontrée par l’etoile polaire.
Précession des équinoxes.
Inclinaison de l’écliptique.
Variations inexplicables du pôle magnétique.
Ascension solaire au zénith du pôle et retour en sens contrire provoquant le renversement de l’axe, le déluge et la fusion à la surface du globe.

E’ evidente, mi pare, che Fulcanelli possedeva una solida cultura, che spaziava dalla Storia antica all’Astronomia: ed è decisamente singolare che il terzo capitolo del libro mai apparso fosse dedicato esclusivamente al ‘bouleversement‘. Ci si potrebbe chiedere: “…e l’Alchimia?

La risposta non è univoca, ma è indubbio che qualcosa di decisivo deve essere accaduto nella visione del nuovo Adepto. E torniamo alla Croce di Hendaye…

Come era da aspettarsi, l’apparizione del testo di Fulcanelli ha generato una valanga di interventi, commenti ed interpretazioni di stampo millenaristico e apocalittico. Li tralascio, perché francamente mi interessano poco. Credo più interessante proporre le immagini di Julien Champagne e le foto del basamento:

Disegno di J. Champagne

Il basamento della Croce di Hendaye - Julien Champagne

Foto dei bassorilievi del basamento

Come si vede c’è un Sole (per la verità, con un sorriso piuttosto simile ad alcune rappresentazioni delle civiltà precolombiane), una Luna (cui Champagne ha tolto un ‘oculo’), una Stella ed un Ovale quadripartito con quattro lettere ‘A’ (piuttosto ‘compassate’).

In un altro articolo di Jean Laplace, dedicato all’obelisco solare di Dammartin-sous-Tige, si parla del movimento elicolidale del Sole, indicato dalla strana serpentina in metallo che adorna la sommità del monumento; senza voler entrare in un altro argomento astronomico (il sole, naturalmente, ha un suo movimento di traslazione complesso, dato dalla posizione del nostro sistema nella galassia e dal movimento della galassia stessa), ricordo che anche Fulcanelli, nelle Dimore Filosofali, parla del ‘retournement hélicoidal‘ del Sole.

E sempre nelle Dimore Filosofali, parlando dello strano Quadrante Solare di Holyrood, si sostiene che sarebbe ‘…un monument élevé au Vitriol Philosophique‘.

Jean Laplace ricorda giustamente che:

“Les but des sublimations est de porter le soleil de l’oeuvre au pole des materiaux afin qu’il rende manifeste ses virtues cachées, cela dans le meme temps où s’effectue l’entière purification de la terre philosophale.”

Ogni innamorato dell’Arte sa che lo scopo delle operazioni che vanno sotto il nome di Sublimazioni è quello di purificare al meglio qualcosa di peculiare: al di là della tecnica manuale, che ovviamente non posso affrontare qui, è chiaro che il Sole e la Luna sono arrivati, al termine della Prima Opera, ad un primo livello di purezza; attraverso la sublimazione, la purificazione viene spinta ancora; si tratta di rendere volatile una cosa secca fissandola (so che sembra paradossale…!), e di raccoglierla nel modo proprio. E’ da ricordare che non si tratta certo di una sublimazione chimica, che è una semplice separazione, bensì di una operazione alchemica della massima importanza; direi, quasi, che tutta l’Opera è, nei fatti, una perfetta sublimazione. Ma anche una circolazione. Dipende da cosa guardiamo e cosa vogliamo raccontare. Sublimare viene da ‘sub‘ e ‘limes‘, cioé ‘sotto‘ e ‘porta‘: dunque portare qualcosa sotto l’architrave di un ingresso, di un passaggio, per elevazione; significa insomma portare ‘in alto ciò che sta in basso‘, attraverso una sublime-azione; la parte spirituale nascosta al centro delle materie deve essere portata alla Luce, e fissata. Ovviamente, qualcosa dovrà morire, anche qui. E qualcosa vivrà. E ci sarà una nuova vita, dotata di qualità nuove, migliori e pure: alla fine delle sublimazioni si otterrà il Mercurio dei Filosofi, per dirla con Fulcanelli.

“De mème voyons nous, dans l’Oeuvre, la nécéssité de rendre manifeste ce feu interne, cette lumière ou cette ame, invisible sous la dure écorce de la matière grave.

L’Opération qui servit aux vieux philosophes à realiser ce dessein, futnommée par eux SUBLIMATION, bien qu’elle n’offre qu’un rapport éloigné avec la sublimation ordinaire des spagyristes. Car l’esprit, prompt à se dégager dès qu’on lui en fournit les moyens, ne peut, toutefois, abandonner complètement le corps mais il se fait un vétement plus proche de sa nature, plus souple à sa volonté, des particules nettes et mondées qu’il peut récolter autour de soi, afin de s’en servir comme véhicule nouveau.

Il gagne alors la surface externe de la substance brassée et continue de SE MOUVOIR SUR LES EAUX, ainsi qu’il est dit dans la Genese (I,2) jusqu’à ce que la lumière paraisse. C’est alors qu’il prend, en se coagulant, une couleur blanche éclatante, et que sa séparation de la masse en est rendue très facile, puisque la lumière s’est, d’elle -meme, placée sur le boisseau, laissant à l’artiste le soin de la recueillir.

Apprenons encore, pour que l’étudiant ne puisse rien ignorer de la pratique, que cette séparation, ou sublimation du corps et manifestation de l’esprit doit se faire progressivement et qu’il faut la réitérer autant de fois qu’on le jugera expédient. Chacune de ces réiterations prend le nom d’AIGLE. FAIRE VOLER L’AIGLE, suivant l’éxpression hermetique, c’est faire briller la lumière en la découvrant de son enveloppe obscure et en la portant à la surface.

Mais nous ajouterons que, contrairement à la sublimation chimique, l’esprit étant en petite quantité par rapport au corps, notre opération fournit peu du principe vivifiant et organisateur dont nous avons besoin.

Ainsi l’artiste prudent devra s’efforcer de rendre l’occulte manifeste, et de faire que “ce qui est dessous soit dessus” s’il désire voir la lumière métallique interne irradier à l’exterieur.”

La simbologia alchemica classica rappresenta questa tediosa ed esiziale operazione con le Aquile, che sono le uniche che riescono a volare alto ed a poter guardare il Sole con gli occhi aperti,. Qualcuno sostiene che l’aquila è l’unica in grado di fissare il Sole. E tutti sanno che il numero delle Aquile non è inferiore a sette; meglio, Philalete docet, se undici. Il motivo è facile da intuire.

Dunque, Sole con quattro stelle, Luna Oculata, una Stella, e quattro ‘A’; però, però…siccome siamo dei ‘foux’, e siccome sappiamo bene quale deve essere la Luna ‘giusta’…forse, visto che la sublimazione è molto legata al ‘bouleversement‘, bisognerebbe ‘speculare’ il tutto: e magari uno resterebbe stupito nel vedere quelle quattro ‘A’, così abilmente compassate, divenire qualcosa che nei manuali alchemici corrisponde al simbolo…della terra!…o – addirittura – del ‘vitrum’!…

Il Mercurio, per mirabile azione, sublime, attrae la parte pura dello Zolfo e la porta con sè, in alto; poi tutto discende, trasformato e fissato. E’ a questo movimento di ascesa e discesa che forse si fa riferimento in questo ben strano capitolo. Non mi sorprenderei se fosse davvero elicoidale. Affatto.

Fulcanelli, nelle sue infinite riletture, riserva sempre sorprese; riporto l’incipit del passo in questione:

Petite ville frontière du pays basque, Hendaye groupe ses maisonnettes au pied des premiers contreforts pyrénéens. L’océan vert, la Bidassoa large, brillante et rapide, les monts herbeux l’encadrent. L’impression première, au contact de ce sol âpre et rude, est assez pénible, presque hostile. A l’horizon marin, la pointe que Fontarabie, ocrée sous la lumière crue, enfonce dans les eaux glauques et miroitantes du golfe, rompt à peine l’austérité naturelle d’un site farouche. Sauf le caractère espagnol de ses maisons, le type et l’idiome de ses habitants, l’attraction toute spéciale d’une plage récente, hérissée d’orgueilleux palaces, Hendaye n’a rien qui puisse retenir l’attention du touriste, de l’archéologue ou de l’artiste.

En quittant la station, un chemin agreste longe la voie ferrée et conduit à l’église paroissiale, située au centre de la ville. Ses murs nus, flanqués d’une tour massive, quadrangulaire et tronquée, se dressent sur un parvis exhaussé de quelques marches et bordé d’arbres aux épaisses frondaisons. Edifice vulgaire, lourd, remanié, sans intérêt. Près du transept méridional, cependant, une humble croix de pierre, aussi simple que curieuse, se dissimule sous les masses vertes du parvis.”

No, non c’è nulla che possa trattenere l’attenzione…

Tutti sanno che le cose migliori sono quelle riservate a pochi.

E rifletto sulla portata vertiginosa della visione dell’Adepto Fulcanelli, sulla sua capacità di coniugare Conoscenza di Madre Natura, e di avvisare ‘in chiaro‘ coloro i quali avranno, eventualmente, orecchie per intendere, e di indicare, con semplicità ed Amore e quel pizzico di nonchalance, la Via degli antichi.

A ben guardare, dunque, assieme all’indubbio valore escatologico, questo passo estratto dal vero Finis Gloriae Mundi da parte di Canseliet, rivela un modello di insegnamento, ancora una volta, straordinario. Che varrebbe la pena di approfondire. Infatti…

IL EST ECRIT QUE LA VIE SE REFUGIE EN UN SEUL ESPACE

Meglio mettere la spazzatura sotto il tappeto…

Posted in Alchemy, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Monday, November 9, 2009 by Captain NEMO

Leggo ora – ma in Francia se ne parla da tempo – che a Bure si sta costruendo un sito dove verranno sepellite le scorie radioattive prodotte dalle centrali nucleari francesi. A cinquecento metri sotto terra. Sotto la terra di Champagne.

Il 90% dei rifiuti nucleari ha una vita radioattiva pari a circa 30 anni. Meno del 5% ha una vita semieterna: 300.000 anni…! Entro il 2020 si stima che per produrre energia dall’atomo in Francia si produrranno 1.800.000 metri cubi di scorie nucleari. Di queste, solo lo 0,2% è altamente pericoloso, ma – da solo – rappresenta il 95% della radioattività totale. Fanno 3600 metri cubi. Che verranno sepelliti in fusti di circa 60 centimetri l’uno, in acciaio rivestito di vetro. Un cimitero, un tempio oscuro, piuttosto infernale, di materia ancora attiva, molto ‘furiosa’ per essere stata violentata, secondo me: “attiva” per 3000 secoli! Gli esperti dicono che è la migliore soluzione praticabile, oggi. Se lo dicono loro…

La riflessione mia non ha alcun intento politico, sia ben chiaro… E’ solo una riflessione su Madre Natura e ciò che l’uomo fa. Ciò che Le facciamo. E’ il buon senso e l’umiltà che manca. Roba antica, che non riusciamo più a praticare. Ricordo di aver visto una mappa di altri tipi di Templi in Francia: le Cattedrali gotiche, che talvolta venivano erette su qualche antico luogo dove una Fonte sgorgava dalle viscere della terra, dove talvolta venivano poste – chissà da chi – delle statue di Vergine Nere…, simboli di una promessa, di un patto, di un sogno, di un anelito al Cielo:

Mappa delle Cattedrali in Terra di Francia

Le Cattedrali in Francia

Questa invece è una mappa più moderna…le Croci Rosse a quattro braccia sono diventate nere, a tre braccia…

Mappa della Francia Nucleare

La Francia Nucleare

E ripenso a ciò che uno strano tipo disse a Jacques Bergier, nel 1937:

Il signor Andrè Helbronner, di cui voi siete, credo, l’assistente, si dedica alla ricerca dell’energia nucleare. Il signor Helbronner ha voluto tenermi al corrente di alcuni risultati ottenuti e in particolare dell’apparizione della radioattività dovuta al polonio, quando un filo di bismuto è volatilizzato da una scarica elettrica nel deuterio ad alta pressione. Voi siete molto vicini alla riuscita, come d’altronde altri scienziati contemporanei. Posso permettermi di mettervi in guardia? Gli studi ai quali vi dedicate, voi e i vostri simili, sono terribilmente pericolosi. Essi mettono in pericolo non soltanto voi. Sono temibili per l’intera umanità. La liberazione dell’energia nucleare è più facile di quanto non pensiate. E la radioattività artificiale prodotta può avvelenare l’atmosfera del pianeta in pochi anni. Inoltre, esplosivi atomici possono essere fabbricati con pochi grammi di metallo, e radere al suolo città intere. Ve lo dico nettamente: gli alchimisti lo sanno da molto tempo.

…So cosa state per dirmi, ma è senza interesse. Gli alchimisti non conoscevano la struttura del nucleo, non conoscevano l’elettricità, non avevano alcun mezzo di scoperta. Essi dunque non hanno potuto operare nessuna trasmutazione, non hanno dunque mai potuto liberare l’energia nucleare. Io non tenterò di darvi le prove di ciò che ora vi dichiarerò, ma vi prego di ripeterlo al signor Helbronner: combinazioni geometriche di materiali estremamente puri bastano per scatenare le forze atomiche, senza che ci sia bisogno di utilizzare l’elettricità o la tecnica del vuoto.

L. Pauwels, J. Bergier – Il Mattino dei Maghi – Mondadori

Chissà…300.000 anni. 3000 secoli. Non è curioso che si sia scelto lo Champagne?…non è surreale aver visto, da qualche parte, quell’ “Uber Campa Agna“?…mah…vi sono così tante lingue, così tanta confusione.

Chissà se quando accenderemo la lavatrice, o il televisore o una semplice lampadina qualcuno penserà mai che lo 0,2% delle ‘scorie’ di un combustibile usato irradieranno le viscere della terra per qualche migliaio di secoli. E che sarà mai?…Le radiazioni esistono, sono naturali. Ma ve ne sono di buone, e di cattive. E’ facile riconoscerle: sono quelle prodotte ‘per ars diabolica‘.

Il Mistero delle Cattedrali

Ah, Monsieur Fulcanellimercì…mercì…mercì !

…galeotto fu quel Fulcanelli!…considerazioni banali sullo Studio dell’Arte.

Posted in Alchemy with tags , , , on Saturday, November 15, 2008 by Captain NEMO

Tutto cominciò per caso un po’ più di trent’anni fa: cercavo disperatamente di capire da dove cominciare per mettere in rotta la mia vita, per andare dove dovevo andare. Avevo poco più di vent’anni e già avevo fatto un mucchio di cose. Già allora la vita mi aveva offerto le prime dosi di dolore quotidiano, contrapponendosi alle straordinarie sensazioni di primordiale libertà offertemi dal mare e dal vento. Quante volte ci chiediamo cosa c’è che non va? E c’è da aggiungere: ma quante volte abbiamo il coraggio di leggere la secca risposta che portiamo in evidenza nel cuore?…

Tra le tante letture di quel periodo vi fu quella di un libro meraviglioso quanto pericoloso: Il mattino dei Maghi venne divorato in poche ore di avida lettura e ne uscii con un senso di stordimento e di inquietudine. Ciò che avevo percepito dagli studi delle Scienze sembrava trovare conferma: c’era altro, c’era altro oltre lo specchio del consueto. Certo, c’era un mucchio di ciarpame; ma quel richiamo al senso del meraviglioso, al ritorno alla Natura, non tanto in senso strettamente romantico e/o banalmente ecologico, mi aveva colpito profondamente. Il fatto era che il mio punto di vista di allora, su cui mi ero addestrato per anni, era un punto di vista ‘di parte’. Accademico, logico, ma ridotto. Troppo superbo. Madre Natura pareva non funzionare così come scrivevano gli illustri autori dei libri che avevo studiato all’università.

Tra i tanti passaggi, restai colpito da quello ormai famoso in cui Jacques Bergier riportava un colloquio decisamente surreale con uno sconosciuto alchimista, che lo metteva in guardia sui pericoli – non soltanto sperimentali – di un approccio semplicemente materiale all’energia nucleare. Ricordo che lessi più volte, in diverse tornate, quel particolare passo. Mi chiedevo: ma che ne poteva sapere un alchimista ? Cos’era l’Alchimia? E cosa fa un alchimista? Il ritratto di una sorta di Faust alle prese con Mefistofele, in un antro fumoso attorniato da pozioni e strane misture, era tutto ciò che potevo raccattare dall’immaginario comune.

Lasciai perdere. Ma, come talvolta accade, da qualche parte si era destata una punta d’attenzione.

Passò qualche giorno e ne parlai con qualche amico, si diceva che quel tale alchimista potesse avere uno strano nome: Fulcanelli.

Fulcanelli?…Ma chi era costui?

Un altro giorno, nella libreria preferita, dove spesso compravo i miei volumi di fantascienza e – da poco – qualche testo di esoterismo, ricordo che sull’ultimo scaffale in alto, a sinistra, da solo, era appoggiato Il Mistero delle Cattedrali: il nome Fulcanelli era lì. Mi allungai, ma a fatica: non riuscivo ad arrivare al libro. Non c’erano scalette, sedie o sgabelli, né commessi zelanti in giro. Fulcanelli era lassù: velocemente e furtivamente misi un piede sullo scaffale più basso e mi issai un pochino. Nel farlo, il libro scivolò di lato  e – chissà perché – mi cadde tra le mani. Mi guardai attorno, un po’ imbarazzato dalla mia posizione strampalata, ma nessuno si era accorto di nulla

Tornato a casa, verso le 21, mangiai rapidamente un boccone, misi sul piatto del giradischi la Sonata per Viola di J.S. Bach (…ho ancora il mio bel 33 giri!) e – comodamente sprofondato nel divano – affrontai la lettura di Fulcanelli. Non saprei dire quante volte riascoltai la Sonata: so solo che verso le quattro del mattino ritornai al mondo; avevo letto quel libro tutto d’un fiato e ne restai decisamente scosso. Migliaia di pensieri si affacciavano, per la prima volta, alla mente: il dragone, la materia prima, il Fuoco Segreto, il Cavaliere, la Spada, San Giacomo, il Corvo, il Leone, le Aquile, Zolfo, Mercurio e Sale. Cos’era quella roba di cui parlava quel pazzo? Non avevo capito assolutamente nulla di quello che scriveva Fulcanelli, nulla, ma di una cosa ero convinto: semplicemente straordinario, unico. Soprattutto sentivo che ciò che descriveva non era una chimera per creduloni, ma il frutto di un’esperienza diretta. Quell’uomo parlava di ciò che aveva visto, toccato e manipolato.

Alla domanda iniziale se ne aggiunsero alcune decine; fra le tante: ma perché scrivere un libro così profondamente emozionante ma così decisamente incomprensibile? A che diavolo serviva l’Alchimia? Meglio: cos’era quell’Alchimia?

Fu così che iniziò, banalmente. Ancora oggi, ringrazio il Cielo per quel libro che decise di scivolarmi tra le mani.

Tutto questo lungo preambolo è ciò che vorrei raccontare talvolta ad alcuni giovani amici che mi raccontano di voler studiare Alchimia e che mi dicono: “Sa Capitano, il libro è difficile, devo riflettere…sono troppo stanco…domani mattina ho un congresso…stasera ho la cena del club dello scopone scientifico…domani parto…sa, è un periodo che ho tante preoccupazioni…“, e via dicendo.

Ho un amico, cui voglio molto bene, che mi ha chiesto un mucchio di cose sull’Alchimia, sul significato di alcune strane allegorie, sul senso di certe frasi, sul perché di alcune cose. Gli ho ovviamente consigliato di cominciare a leggere qualcosa, tra cui – per l’appunto – Fulcanelli. Sono già passati due anni, e l’ho sentito qualche giorno fa: “Beh…a che punto sei? Quante volte l’hai letto?“. “Eh, …già leggerlo una volta è stato complicato…non ho tempo…il lavoro, la casa, la famiglia, il mutuo, la banca, i bambini…senti, ma cos’è la materia prima? …come si fa?…ho letto sul Web di un francese che mette mercurio e potassa…interessante, eh? Ma dai, dimmelo….ormai lo sanno tutti…“. Un caso disperato.

Credo di aver letto Fulcanelli più di cinque, seicento volte, ormai…Ancora oggi, scopro passaggi sorprendenti, che ritrovo e comprendo sempre sotto una nuova luce. Il Laboratorio aiuta a diradare alcune nebbie sapientemente diffuse. Sorrido stupefatto di fronte alla Maestria, alla Tradizione: quanto è grande e quanto è troppo semplice Alchimia per riuscire a nascondersi dietro alcune centinaia di letture? E quanto incredibilmente amorevole fu colui che scelse di celarsi dietro quel nome evocativo?

Rifletto e mi scopro sempre più solo: ma sarò proprio così perdutamente pazzo da aver dedicato la mia vita – felicemente e serenamente – allo studio della Gran Dama? Sono proprio così ‘speciale’? Che assurdità, quanta stupidità…

Mi rispondo che forse sono i sintomi della mia vecchiaia: non posso comprendere come si possa dire di aver scelto di studiare Alchimia se non si sia compiuta la semplice scelta di riservare spazio all’Arte, ogni giorno della vita. Non è difficile. E’ semplicemente banale. Se uno vuole studiare, si impegna nel suo studio con lo stesso impegno che dedica al proprio lavoro. Non è un conflitto. E’ un Amore.

Come ogni uomo su Terra, ho anch’io la mia storia comune, fatta di casa, lavoro, famiglia, dolori, successi, impegni, ribaltamenti, viaggi, lacerazioni, conquiste, sogni, malinconie, problemi e sempre nuove soluzioni. Sono un uomo comune: ma non mi ha ordinato il dottore di studiare Alchimia! Ho scelto di studiarla – per motivi su cui magari mi dilungherò in un altro post – quel giorno, e da allora non ho mai cessato di farlo. Anche quando vado a pescare ho i miei libri ed i mie appunti. Mi dà una gioia profonda, ineguagliabile. Mi accorgo anche che non riesco neanche a descriverla qui, su questo spazio virtuale. Ma assicuro che esiste e vivo questa gioia in completa serenità, senza fanatismo o fondamentalismo esoterico.

L’Arte fa parte della vita: basta amarla sinceramente.

Ma far finta di amare una cosa bella e desiderabile è una delle attività in cui l’uomo riesce meglio. E non da oggi.

Parlando con un mio amico alchimista, cui ho raccontato queste tremende fatiche dei giovani ‘etudiants’, lui mi ha sorriso: “…perché sorprendersi o addolorarsi? La Dama chiama, qualcuno risponde…e sono pochi…ma pochissimi, pochissimi, proprio pochissimi, camminano ogni santo minuto della loro vita con il fuoco d’Amore nel cuore. …perché saremmo così pochi, altrimenti?

Credo abbia perfettamente ragione. Ma non posso che rimanere ancora stupefatto di fronte a chi si racconta favole, pur di evitare l’impegno paziente, umile, appassionato e continuato lungo un cammino che non offre alcuna garanzia.

Riflettevo pensando al mio giovane amico: …chissà, se il dottore glielo ordinasse come una terapia a vita…Ma no, non potrebbe mai funzionare.

Figurarsi quando poi ci si debba sporcare le mani…

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