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Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – Interludio, Verde

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Thursday, November 10, 2016 by Captain NEMO

Molto inchiostro è colato nell’interpretazione dell’Ecusson final che apparve con la prima edizione del 1926 de Le Mystere des Cathedrales. Una lettura araldica canonica e di buon senso (da parte di Althea, alias Madame Elena Frasca Odorizzi) potrebbe essere: “Di rosso, all’Ippocampo d’oro, cimato da una spiga d’orzo dello stesso, attraversante su una campagna del secondo“. Paolo Lucarelli, che ebbe la benevolenza di parlarmene poco prima della pubblicazione della sua nuova traduzione ed edizione della prima opera di Fulcanelli (2005), canta il blasone comme-il-faut, tenendo anche conto dell’elmo, vale a dire dell’origine alchemica dell’ormai famoso blasone: “Troncato di rosso e d’oro, all’Ippocampo d’oro dell’uno all’altro accompagnato in capo da una spiga d’orzo, timbrato da elmo di cavaliere crociato ornato di due lambrecchini, con impresa d’anima che dice uber campa agna”. Paolo, per miglior aiuto, fece anche colorare, basandosi su questa lettura, il blasone di Fulcanelli, ponendolo in quarta di copertina.

fulcanelli_ecu1926-copy

I Tre Ecussons

In reverente omaggio ai Frères Chevaliers d’Heliopolis, ho pensato di giustapporre il blasone originale (del 1926), a quelli di Eugène Canseliet e Jean Laplace; trovo infatti che vi sia da riflettere. Ricordo anche che Paolo mi riferì di esser rimasto molto turbato dal fatto di non aver avuto notizie da Jean durante l’ultimo periodo della sua vita terrena. Come è noto, erano due stretti amici. Se tutti conosciamo il rivoluzionario contributo di Paolo alla corretta direzione da dare dell’operatività alchemica stretta, pochi – temo – hanno voluto consultare le opere di Jean.

L’unico colore ‘araldico’ nell’Ecusson di Fulcanelli è il rosso, il quale ne specifica con chiarezza cristallina il senso, cioé l’Initium, vale a dire il risultato della ‘prima operazione’: “Questa dunque è la prima operazione di alchimia, come diceva Canseliet, alla fine della quale deve manifestarsi quel rosso tanto misterioso e importante da essere definito arcano maggiore dell’Arte, che sovrasterà l’oro, o meglio un’acqua dorata, più o meno nelle proporzioni che qui si vedono.”.

Nell’Ecusson di Jean appaiono tre  colori: dall’esterno all’interno il nero, il bianco, il verde; fino al centro, rappresentato dal Sol, d’oro (il quale, in araldica,  è metallo e non colore). Da un suo saggio apparso ne La Tourbe des Philosphes, numero 31, titolato Aperçus Vitriolique, sottopongo un passo:

“« Aujourd’hui clair de lune

Il fera demain clair de l’autre. »

De Cyrano Bergerac : Le pédant joué

La séparation est de telle importance qu’elle influence, de façon décisive, l’aspect des matériaux à la fin du premier oeuvre. Eugène Canseliet, unique disciple de Fulcanelli, disait souvent que le vitriol véritable n’est pas nécessairement atteint lorsqu’on obtient un sel vert lors des purifications du mercure. Chacun pourra en juger à présent, en prenant connaissance de la description exacte du composé que nous avons pu élaborer et que voici :

L’étoile, qui est un synonyme philosophique du sel dont nous parlons, est générée à partir des seuls matériaux réservés à l’oeuvre lorsqu’ils sont travaillés selon la technique sans envie décrite au chapitre conjonction et séparation de « L’alchimie expliquée ». Le vitriol est insoluble quel que soit le solvant employé depuis l’eau, le chloroforme, l’acétone jusqu’à l’alcool le plus subtil, voir même l’acide chlorhydrique. On peut donc le considérer comme un émail de la meilleure qualité, certains le comparent même à l’or. Par-dessus tout, il est transparent comme du cristal de Bohême teinté du plus beau vert. Cette transparence est le signe le plus certain d’une exacte préparation si l’odeur de l’encens accompagne les opérations de purification. Sa couleur est fixe. Le vitriol, coulé puis refroidi à la surface du mercure, se brise en mailles de filet. Les veines de ces brisures deviennent, à l’air ambiant, autant de lignes opaques hérissées d’une multitude de poils blancs dont la structure ressemble à l’amiante. Toutefois, cette « oxydation » se limite aux seules fêlures de la masse compacte qui reste, elle, exempte de toute dégradation. Les fumeroles qui s’insèrent lors de la solidification sont la cause la plus plausible de ces apparitions poilues.

Cela dit, il est assuré qu’il sera impossible d’opérer aux sublimations avec un vitriol qui soit opaque dans sa masse, à cause d’une mauvaise séparation ou d’une purification mal conduite. Au stade du second oeuvre, le pur désire habiter avec le pur c’est pourquoi il change de lieu pour monter à la surface où se trouve le vitriol. Ce phénomène magnétique ne s’accomplira que si l’émeraude philosophique a les qualités requises, afin que le semblable s’unisse au semblable.“.

Il passo è del 1988 ed è di facile traduzione. Segnalo che Jean lasciò questa manifestazione nel 1996, e che il passo si riferisce al ‘verde‘. Come ricorda Canseliet, e Jean lo sottolinea, “… il vitriolo veritiero (‘véritable‘, e non ‘vrai‘) non è necessariamente raggiunto allorché otteniamo un sale verde durante le purificazioni del mercurio“. Sembra di poter/dover intendere, così, che vi siano diversi ‘verdi’ durante l’Opera (ma vi sono anche diversi ‘rossi’, per non parlare dei ‘neri’ e dei ‘bianchi’).  Ora, non intendo certo dare delle indicazioni operative, per ovvi motivi tradizionali; come sempre, è il caso di porsi domande utili all’operatività, soprattuto nel dove&quando; mi limito tuttavia a segnalare che non mi meraviglio affatto di questa affermazione, soprattutto se si è ben compreso, prima, cosa è in Physica un colore. Specifico che la versione corrente proposta dalla fisica, non è completa, né tanto meno veritiera. Mancano alla fisica molti ‘pezzi’, tutti peraltro ben presenti all’interno della Physica. Per chi ama studiare praticando, questo è un terreno che riserva frutti, utili – a mio modesto avviso – durante l’operatività alchemica.

Ora, se nelle lingue latine ‘véritè‘, ‘véritable‘ indicano – i F.C.H docent – la Force legata alla crescita indispensabile nell’Opera pratica, segno cioè di una fissata capacità di nuova vita, le lingue nordiche suonano in modo più perentorio: il ‘green‘ inglese, così come il ‘grün‘ tedesco provengono dal radicale Proto Indo Europeo ‘ghre‘, che indicava per l’appunto il momento della crescita di una pianta. Il fonema originario ‘ghros‘, da cui ‘grass‘ – l’erba – informava l’ascoltatore del  ‘giovane germoglio‘ (“shoot“), del ‘pollone‘ (“sprout“). Vi è in questa modalità sonora più di un senso utile alla bisogna. Si parlerà, lo so, di aspetti intellettuali, marginali. E sorrido, di conseguenza.

In verità, ogni materia che cresce ha un suono distintivo, tipico dell’animale, del minerale e del vegetale. Il che è naturale, meglio: Naturale. Se qualcuno/qualcosa ‘entra’ in una stanza chiusa, produce necessariamente un suono: ogni materia che ‘entra’ in Manifestazione si comporta in modo identico. Ogni materia vibra, oscilla; è la sua signature, la firma. Quella vibrazione propria dell’organizzazione cristallina, matrice della nuova materia – la Matta Reah di Heliopolis antica – interagisce con il Campo unico. L’allineamento della vibrazione cristallina che punta, per gradi, alla Risonanza con il Campo, produce un’onda che ha una caratteristica sonora precisa, tradotta in una frequenza sonora delicata, secca, esatta e che riverbera – per un fenomeno elettrico&magnetico ovvio – nell’esaltazione di micro-particelle ‘profumate’ e ‘colorate’. L’occhio percepisce il colore, l’orecchio il suono, il naso il profumo.

Vi sono così, più ‘verdi‘ (e più ‘colori’). L’alchimia antica precisa che vi sono più mercuri e più zolfi. Il “Pensare”, d’altro canto, genera onde, e Madre Natura risponde, con assoluta precisione. L’Entanglement ha una caratteristica di merveilleux, ma racchiude in sé anche l’assoluta incertezza del fenomeno ‘veritable‘. Occorre dunque un supporto per discernere ciò che si cerca, prima teorico (Physica) e poi pratico (Alchimia).

Detto questo, si comprenderà forse meglio il florilegio di achievements capitati ai numerosi alchimisti che sono arrivati nei dintorni di questa zona di Force, meglio: di questo Campo di Forza. Essendo inevitabile che l’artista innamorato è parte interagente di questo Campo, e delle Risonanze in corso d’Opera, è essenziale la frequenza (Canseliet parlava, più che correttamente, del famoso Dyapason). Pregare, meditare, è senza alcun dubbio una postura essenziale e dovuta di fronte a Madre Natura all’Opera, quando fa nascere una nuova vita in un Cristallo. Noi non siamo nulla di fronte alla Madre, di fronte alla Materia, soprattutto a quella Matta Reah. Ma la possibilità di consapevolezza di alcune frequenza base della Creazione può essere esiziale nel non prendere lucciole per lanterne, nella speranza timida ed umile di saper come orientarsi durante quel rapidissimo canto profumato.

Il Desiderio di Arjuna è la forza di nascita dell’Entanglement, e non v’è scampo: Connaitre richiede una dispositio sia della Materia che dello Spirito dell’Artista. Il senso allegorico della Veille del futuro, eventuale, Chevalier – solitaria, nella notte, di fronte alle proprie armes posate di fronte al fuoco della Lux – è questo, e non si compie pour chance, ma attraverso una scelta consapevole di Risuonare con la Creazione. Occorre tempo, molto tempo, studio, molto studio, pratica, molta pratica. Ed essere, naturalmente, véritables.

 

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 1

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, October 24, 2016 by Captain NEMO

Piccolo prologo:

Ora, lege, lege, lege, relege, labora et invenies

La pratica – ripeto: pratica – alchemica prevede obbligatoriamente lo studio profondo dei testi; i quali, pur talvolta poco comprensibili, costituiscono l’asse di fondazione di qualsiasi sperimentazione di laboratorio. Inoltre, come è noto, il risultato della sperimentazione del laboratorio alchemico obbliga il Cercatore onesto a ritornare sui testi migliori e confrontare/ri-trovare il risultato ottenuto – sia esso parziale o finale – con la solida teoria alchemica, racchiusa solo in quei testi migliori. Senza l’elaborazione di un modello teorico serio e canonico la sperimentazione in un laboratorio alchemico porta a risultati che paiono mirabili e/o canonici, ma che sono totalmente avulsi dalla unica verità indicata con chiarezza estrema dalla Scienza e dall’Arte alchemica. Non è un caso fortuito o altro che possa condurre l’essere umano verso la Conoscenza, ma unicamente lo studio tenace e umile, l’apprendere le basi della Philosophia Naturale prima sui testi e poi nel Laboratorio, e l’impegno solido nel processo del Conoscere studiando e praticando. Questo è il cambiamento – imprescindibile – del famoso ‘mantello gettato alle ortiche‘ da Fulcanelli, Scienziato ed Artista a tutto tondo.

Indipendentemente dal giudizio, o dal pre-giudizio, o dal pre-concetto della mente umana, che ignora la realtà vera ma “Coelata” dell’Alchimia, è bene chiarire che il cuore della Scienza e dell’Arte è stato, è, e sarà la CONOSCENZA, esatta, descritta come φυσικὰ καὶ μυστικά dagli antichi, molti secoli dopo studiata e rinnovellata da Sir Isaac Newton come Prisca Sapientia. Tale Conoscenza deriva precisamente dallo studio incessante dei testi migliori e dalla pratica ugualmente incessante del laboratorio alchemico (il quale, ça-va-sans-dire, nulla ha a che fare con quello chimico o fisico): questa possibilità – ovviamente di difficile accettazione per l’ignorante o il pigro o l’arrogante – giace perenne nel cuore della Natura, che la offre liberamente ad ogni essere libero dal giudizio, dal pre-giudizio, o dal pre-concetto. Questa triade costituisce l’Onestà del cercatore, nulla di più, nulla di meno.

Dico questo al solo vantaggio di chi inizia il viaggio, ma anche di coloro i quali si avventurano nel Bosco Incantato da tempo…

L’amico ‘caso’ mi ha portato a consultare – e poi studiare – un testo curioso, certo bizzarro, del quale pour-le-moment tacerò il titolo e l’autore, come in un gioco per bambini onesti – e che contiene alcune piccole perle; il testo, del 1871 –  è francese e proviene da quella terra orgogliosamente Celtica che è la Bretagna; a detta di alcuni chercheurs Francesi l’autore era piuttosto in confidenza con Fulcanelli, forse qualcosa di più che ‘en confidence‘. Certo, leggedolo e studiandolo, molte cose mostrano la base dello stile e della allure magistrale di Fulcanelli. E molto, molto altro del cammino di studi e pratica di Fulcanelli. Inizio questa piccola collana di perle con l’incipit del capitolo ‘Physique Hermètique‘. Eccone la mia traduzione:

Il Filosofo Ermetico modella le operazioni della sua opera su quelle della Natura, deve dunque prima di ogni cosa conoscere quest’ultima. Lo studio della Fisica fornisce questa conoscenza.

Dio parlò e tutto venne fatto, dice Mosé, nel libro del Genesi; … il suo racconto chiaro e preciso è quello di un uomo ispirato, di un grande Filosofo, di un vero Fisico. Se ci si allontana dai suoi dati si sragiona, e se vi si appoggia ci si trova sempre nella verità.

Nulla di più semplice della Fisica. Il suo scopo, per quanto molto composito agli occhi degli ignoranti, non ha che un solo principio, ma diviso in parti, le une più sottili delle altre. Le differenti proporzioni utilizzate nella miscela, la riunione e la combinazione delle parti più sottili con quelle che lo sono meno, formano tutti gli individui della Natura. E siccome queste combinazioni sono pressoché infinite, anche il numero dei misti è tale.

Dio è un essere eterno, una unità infinita, principio radicale di ogni cosa. … Nella Creazione fa emergere questa grande opera che aveva concepito da tutta l’eternità. Si sviluppa attraverso una estensione manifesta di sé stesso, e rende attualmente materiale questo mondo ideale, come se avesse voluto rendere palpabile l’Immagine della sua Divinità. Si tratta di ciò che Hermès ha voluto farci intendere quando dice che Dio cambia forma; che allora il mondo fu manifestato e cambiato in Luce. Sembra probabile che gli Antichi intendessero qualcosa di simile [parlando] della nascita di Pallade uscita dal cervello di Giove attraverso l’aiuto di Vulcano o della Luce. … il Creatore ha messo un così bell’ordine nella massa organica dell’Universo, in modo tale che le cose superiori sono mescolate senza confusione con quelle inferiori e divengono simili attraverso una certa analogia. Gli estremi si trovano legati molto strettamente attraverso un mezzo insensibile, o attraverso un nodo segreto di questo ammirevole operaio, in modo tale che tutto obbedisce di concerto alla direzione del moderatore supremo senza che il legame delle parti differenti possa essere rotto se non attraverso ciò che ne ha fatto l’assemblaggio. Hermès dunque aveva ragione …

Il passo, che ovviamente appare innocuo e banale, sebbene vi si adotti la consueta onesta perfidia, racchiude in sé alcuni assunti di primaria importanza per chi cerca, e che sono naturalmente identici – fatta salva la semantica – con la Tradizione vera; della quale avevo parlato, qualche mese fa, a proposito di Philalethe, qui, qui, qui e qui; ma che si ritrova anche in alcuni testi molto poco conosciuti di Sendivogius (ma che a mio avviso provengono da Sethon). Questa Tradizione, naturalmente, non ha nulla a che fare con la tradizione di cui tanto si sente parlare anche ai nostri giorni, frutto di un grave misunderstanding da parte di tanti addetti-ai-lavori, dal medioevo ai giorni nostri.

Una precisazione finale: un frammento della φυσικὰ καὶ μυστικά – che si attribuisce allo Pseudo-Democrito – recita l’insegnamento ricevuto dal Persiano Ostane:

ἡ φύσις τῇ φύσει τέρπεται, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν νικᾷ, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν κρατεῖ

La natura si rallegra della natura, la natura vince la natura, la natura domina la natura

Oltre la bellezza poetica evidente dell’Imago, si deve notare che questo è l’Assioma generale della Fisica fondamentale della Manifestazione, di ogni manifestazone, hinc&nunc; ed ha un esatto connotato di Scienza, con un preciso riflesso nella sperimentazione alchemica. Ritengo utile sottolineare che questa è la prima base di quella conoscenza pratica (vale a dire ‘Fisica’, nel senso antico e veritiero) che è l’Alchimia; l’ottimo Nicolas Valois lo ricorda bene a chi si abbassa a studiare il suo splendido testo. Per poi procedere con il Laboratorio, a lungo, in un processo di Studio&Pratica continua e continuata. Come purtroppo pochissimi hanno fatto, oggi come ieri.

Così è, se vi pare …

Paolo …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Thursday, July 14, 2016 by Captain NEMO

Caro Paolo,

qui tutto scorre more solito, vale a dire secondo gli usi e costumi degli uomini; uno strano miscuglio di stupidità e intelligenza, di stoltezza e saggezza, di arroganza e di irresponsabilità. Nonostante gli enormi lamenti dei Geremia, le grandi sofferenze, le grandi ineguaglianze, le intolleranze di ogni tipo, la violenza di ogni fatta, l’egoismo mascherato, il fanatismo della verità comprata al bar,… beh, Terra va avanti, passando in uno dei consueti, periodici, tempi di disperazione. Nulla è cambiato, nulla cambierà. Saperlo accora e sostiene. Succederà, ancora …

Ma questo lo sai. Ne parlammo a lungo, e concludemmo ridendo che vi sono altri luoghi ed altri tempi in cui val la pena di continuare ad imparare, divertendosi. Ti immagino preso dalla tua nuova ricerca, dal tuo nuovo compito. Alchimia, ne parlammo, qui si è naturalmente ‘immersa’, come un delfino allegro che corre lungo il mare del divenire [… so long for all the fishes …]. Le solite parrocchiette, i soliti gruppetti bardati di costumi e grembiulini, altre amenità frutto del ‘social’, e via dicendo: tutti sono sicuri – che dico: certi! – di essere i veri ed unici ed ‘autorizzati‘ alfieri della ‘vera alchimia‘. Bah, … come se Alchimia potesse mai essere patrimonio e potestà di qualcuno. Così, guardo quel che succede – talvolta resto stupefatto – e studio e lavoro, esattamente come ne parlammo.

Manchi, manca il tuo spirito, la tua verve, la tua cultura, il tuo eterno sorriso sotto i baffi. Tutti si dan da fare per farti ‘santo&beato‘ nelle parrocchiette, nelle logge, nei libri, sul web. La santa corsa alla ‘patente’ da metter tra le proprie carte, da esibire, in cerca di un’esclusiva, per sopraffare l’altro: è il solito spettacolo indecoroso, che sporca Alchimia.

Mi hai mostrato la Via, mi hai parlato di cose che mai ripeterò, e mi hai spinto, con Amore, ad accendere il mio fuoco. Prima o poi ti rivedrò di nuovo, e ci metteremo a giocare il nostro gioco di fisici e alchimisti, molto bimbi, sdraiati sul pavimento, incuranti della noia di quel che sempre accade, del cicaleccio sgraziato di chi pretende di esser dotto&unto. Se uno non prova gioia – e dentro e fuori -, se uno non trova divertimento, che Alchimia è? … e qui son tutti con i musi lunghi, le ciglia aggrottate, gli occhi pieni di tristezza e vuoto. Ah, che scenario da manuale …

La Via è dolce, e forte, e semplice, e piena di meraviglie, e diversa da quel che viene – per così dire – ‘insegnato’. Il Campo è tutto, il Campo è Uber, e ti vedo sorridere contento. Di quel Campo, unico e indispensabile, parlò anche quel tale che si presentò a Parigi, a quel matacchione di Berger. Sento di dover in qualche modo spiegare ai giovani che Alchimia è esatta e affatto casuale, e che la nuova conoscenza – profonda – di Madre Natura che ne deriva va di pari passo con lo studio accorto dei buoni testi e la continua pratica di laboratorio. Continuerò a farlo, da antico fratello di una Fratellanza che nessuno conosce. Non sono gli uomini a decidere chi è alchimista, ma Natura. Se questa vita me lo consentirà, ci vedremo là dove abbiamo stabilito. Ti abbraccio forte. Molto forte.

Captain NEMO

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 4

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , on Tuesday, May 3, 2016 by Captain NEMO

And what great one is this that is so wise, as to gather from these things, that a new King is born more powerful than all the rest, a Redeemer of his Brethen from original Defilements? for ‘twas expedient that he died to be exalted aloft, that he might give his Flesh and Blood for the Life of the World. Good God! How wonderful are these thy Works? ‘Tis thy doing and it seems miraculous in our eyes. Father I thank thee, that thou hast hidden these things from the Wise, and revealed to Babes.

“E quanto grande è colui che è così sapiente, da ricavare da queste cose, che un nuovo Re è nato più potente che tutto il resto, un Redentore della sua Fratellanza dalla sordidezza originale? Poiché era espediente che morisse per essere esaltato in alto, affinché potesse dare la propria Carne e Sangue per la Vita del Mondo. Buon Dio! Quanto meravigliose sono queste tue opere? É opera tua e pare miracoloso ai nostri occhi. Padre ti ringrazio, che tu abbia nascosto queste cose al Sapiente, e rivelato esse ai Bimbi.

Così si conclude il Capitolo V del Secrets Reveal’d, nel quale Philalethe ricorre alla retorica di carattere religioso, da buon Cristiano come era, e come era opportuno per sottolineare l’importanza del discorso che precede. Del resto, il parallelismo con l’operatività alchemica è attestato: la ‘nascita’ di un nuovo corpo, più nobile dei suoi genitori, calza a meraviglia con il racconto del miracolo della Redenzione. E senza nulla togliere allo stupore ed all’estasi contemplativa che rapirà il cuore dell’Innamorato all’effettivo apparire della sostanza tanto ricercata, sembra di scorgere nei termini di questa edizione (quasi certamente la Princeps) alcune peculiarità.

Gather‘ indica il ‘raccolto‘, il ‘raccogliere‘, come giustamente Paolo traduce il latino ‘colligat‘; viene dall’Old English ‘gadrian, gædrian‘, con il senso per l’appunto di ‘unire, assemblare, collazionare, immagazzinare‘; la radice è l’Indo-Europeo ‘*ghedh-‘, per ‘unire, legare assieme‘. Ancora una volta, pare una perfetta fotografia di un atto esiziale nel corso dei lavori alchemici.

Brethren‘ è ovviamente ‘Fratellanza‘: e mentre – nel contesto Cristiano – si riferisce naturalmente all’umanità di cui il Cristo è il Redentore, nell’ottica della pratica alchemica è la compagine minerale che il Dissolvente Universale potrà – eventualmente – ‘redimere‘. Ma altri significati sono sottesi. Curioso che ‘Redeemer‘ sia ‘un‘, e non ‘il‘; una precisione da parte di Philalethe per indicare l’ambito operativo cui intende riferirsi.

original Defilements‘: se la versione Latina di Modena parla di ‘labe originali‘, ad indicare il ‘peccato originale‘, il termine Inglese vale senza dubbio ‘ciò che è sordido, deturpante, sporco, corrotto, inquinato‘, una scoria legata all’ Origo, insomma. Si tratta dell’identico termine usato da Philalethe nel Capitolo III: “… there shalt thou see a fair Infant by removing the defilements, …”

L’explicit del Capitolo – in corsivo nell’originale Inglese – si può leggere su due livelli: il primo è quello del rapporto profondo che lega l’uomo al suo Creatore ; l’altro è quello dell’operativo stupefatto dalla magnificenza di Madre Natura, unica vera artefice di ogni processo alchemico. E l’ultima frase suona come un severo monito ai tanti ‘saggi‘ che non potranno mai accedere a ciò che i ‘parvuli‘ possono vedere, con innocenza e gioia. La seriosità conduce a straordinari vicoli ciechi, e l’allegria ed il sorriso dei Bimbi rendono la vita ben più armonica. Tanto più in Alchimia.

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 3

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Sunday, April 24, 2016 by Captain NEMO

The Earth is an heavy body, the Matrix of Minerals, because it keeps them occultly in it self, although it brings to light Trees and Animals. It is the Heaven wherein the great Lights together are rowled about and it sendeth down its virtues through the Air, unto inferior things; but in the Beginning all being confounded together, made a Chaos. Behold, I have just opened to them the truth; for our Chaos is as ‘twere a Mineral Earth in respect of its own coagulation; and yet notwithstanding is indeed volatile Air, within which the Heaven of the Philosophers is, in its Centre; which Centre is truly Astral, shining upon Earth with its Beams, even to the very superficies.

La matrice – la Mater – di ogni minerale in manifestazione è dunque, a sentir Philalethe, Terra; essa ‘porta alla luce‘ le specie Vegetali ed Animali, e tiene ‘occulti‘ al suo interno i minerali. Per questo, è naturalmente un ‘corpo pesante‘, nel senso che ha massa (sia in termini di Fisica che di Alchimia: cosa sia la ‘massa’ – ben diversa dal ‘peso’ – lo ha ben spiegato Newton all’inizio dei suoi magnifici Principia, sebbene con delle sottigliezze alquanto ermetiche che – lo dico con rispetto – sfuggono persino agli alchimisti più navigati ed esperti. Dimenticano, costoro, che Newton era un alchimista appassionato della Prisca Sapientia, l’unica fonte per una pratica alchemica avanzata come la sua; e forse ignorano che del suo secondo periodo alchemico, durato una decina d’anni spesi chiuso in laboratorio, non si sa quasi nulla. Ma di questo ho già parlato a iosa).

A tal ‘corpo pesante‘ – Terra – fa da naturale contraltare Cielo, nel quale sono ‘in revolutio’ i grandi Luminari, i quali ‘inviano in basso‘ le sue virtù, la vis, la forza (del Cielo, si noti, please …) attraverso Aria. Così, il sistema è costituito da Cielo sopra (con i Luminari, in moto: delle meraviglie del moto in Natura parlerò magari in un altro momento), Aria nel mezzo e Terra sotto. Manca Fuoco, pare: ma no, se ne è parlato nel Post precedente a sufficienza. Philalethe è un perfetto Scienziato di Natura, ed il suo metodo di trasmissione tradizionale è straordinario. Infatti, ora torna al protagonista di questo Capitolo: il Chaos; esso, lo ha già detto parafrasando in modo ammiccante le parole del Genesi, è costituito dai tre Elementi ‘confusi assieme‘. La ‘forma‘ del Chaos, di questo Chaos, è ovviamente determinata da quelle dei suoi componenti: il ‘nostro Chaos‘ – dunque ci si sta spostando sul tavolo del Laboratorio – è ‘come se fosse una Terra Minerale‘. Ma non è esattamente una ‘terra’, si tratta di qualcosa di diverso, pur simile nelle apparenze. Se il ‘nostro Chaos‘ appare come ‘terra’ a causa della sua coagulazione, nonostante questo è davvero Aria volatile, ‘all’interno del quale‘ (del Chaos) sta il Cielo dei Filosofi. Dove? … ovviamente, nel Centro. Ora è chiaro, per ciò che è stato sin qui comunicato da parte di Philalethe, che siccome il Cielo contiene i grandi Luminari (Sol e Luna) ‘in moto’, quel centro nascosto è ‘Astrale‘, assimilabile dunque al potere di radianza delle stelle (Astrum indica sia la dispersione spaziale, quanto la capacità di ‘dardeggiare’): per questa possanza, sempre secondo Natura, quel centro irradia Terra (quella terra ci sui sopra) con i suoi raggi, persino sino alla ‘vera e propria‘ superficie.

Paolo aggiunge qui una nota, più che preziosa: “Canseliet notava a questo proposito: ‘… il caos dei Filosofi è una terra minerale, più esattamente un solfuro, ma ciò che Fulcanelli non dice è che occorre rendere a questa materia bruta lo spirito di vita indispensabile e latente che possedeva nella miniera quando il Grande Principio la spingeva dal centro alla periferia.'”.

Beh, se su questo punto essenziale Fulcanelli ha taciuto, pare che Philalethe abbia parlato chiarissimo, seppur nel modo tradizionale: si può ‘intuire’ facilmente di cosa si tratti, ma in questo caso basta abbassarsi a leggere e studiare. Senza paraocchi, senza pre-giudizi. Con Joie.

Paradiso_Canto_31

ma già volgeva il mio disio e il velle,
sì come rota ch’ugualmente è mossa,
l’Amor che move il sole e l’altre stelle.

[Dante, Paradiso, Canto XXXIII, vv. 143-5]

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 2

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Sunday, April 17, 2016 by Captain NEMO

Therefore, In the Beginning God created the Heaven and the Earth, and the Earth was void and empty, and Darkness were upon the face of the Deep; and the Spirit of the Lord was carried upon the face of the Waters, and God said, Let there be Light, and there was Light. These words are sufficient for a Son of Art, for the Heaven ought to be conjoined with the Earth upon the bed of Friendship and Love: so shall he honourably Reign all his Life.“.

Perciò, All’Inizio Dio creò il Cielo e la Terra, e la Terra era vuota e cava, e le Tenebre erano sopra il volto dell’Abisso; e lo Spirito del Signore era portato sopra il volto delle Acque, e Dio disse, Che sia Luce, e vi fu Luce. Queste parole sono sufficienti per un Figlio dell’Arte, poiché il Cielo deve essere congiunto con la Terra sul letto dell’Amicizia e dell’Amore: così egli Regnerà onorevolmente per tutta la sua Vita.“.

Bene, bene: apprendiamo così che ‘nel Principio’ Cielo e Terra erano già stati creati; ma che Terra era vuota e cava, e che le Tenebre – l’oscurità, vale a dire la totale assenza di Luce – stavano sopra il volto dell’Abisso, del Profondo.

Qualche notula a questo proposito:

A) ‘nel Principio‘ non pare indicare esattamente un atto preciso di ‘partenza’; Canseliet in L’Alchimie expliquée sur ses textes classiques, Capitolo ‘La Matière prochaine et sa préparation‘ sottolinea che il Latino ‘In Principio‘ o il greco ‘ν ρχ‘ del Prologo del Vangelo di San Giovanni non debbano esser tradotti con ‘All’inizio‘ – che indica una temporalità – quanto come ‘Dans le Principe‘, ‘Nel Principio‘; uno ‘stare‘. Ove il Principio vale come ‘Origo‘, ‘Origine; nel contesto suggestivo utilizzato da Philalethe, l’osservazione di Canseliet vale tanto oro quanto pesa: la cosiddetta ‘Creazione’ di Cielo e Terra è già avvenuta, e risiede – dall’eternità – all’interno del Principio Creante. Provo a dirlo meglio: la Creazione di Cielo e Terra, che evidentemente non valgono qui come elementi filosofici, bensì come Entes originati e fondanti, è continuamente in atto, e risiede e agisce al’interno del Principio Creante. Chiamiamolo Verbo, chiamiamolo Logos … è qualcosa di ben preciso, e universale. Vale cioè come base materiale e spirituale per ogni atto creativo, al di fuori dello spazio e del tempo, i quali hanno valore soltanto locale, specifico dell’universo in manifestazione.

B) Tutti sappiamo che ‘la Terra era inane e vacua‘. Che cosa diamine può voler significare? ‘Inanis‘, oltre a ‘vuoto‘ significa ‘privo di mezzi‘, ‘esanime‘, ‘privo di vita‘, ‘mancante di‘, ‘vano‘; e pare provenire, in una variante, da ‘In-ac-nem‘, con il senso di ‘inetto a raggiungere un fine‘. E ‘vacuus‘, d’altro canto, indica ‘il vuoto‘ cioè qualcosa che non è occupato da alcuna materia. Paolo traduce l’inciso come ‘cava e vuota‘, quasi a fotografare quella Terra.

C) Oscurità, Tenebra stavano sul ‘volto‘ del Profondo; Canseliet – nella sua lectio dice ‘… et les ténèbres ètaient sur l’extérieur de l’abîme;‘. Parrebbe insomma di capire che quel ‘cavo’ di cui sopra fosse avvolto dalle Tenebre: come abbiamo visto, il ‘cavo mancava di vita’; l’assenza di Luce (quale?) è Oscurità, assenza di ‘vita’, intesa come vitalità e – credo molto importante per chi studia e pratica Alchimia – come capacità di vivificare.

D) Non è questo il luogo per approfondire il tema dell’apparire dell’Acqua; fiumi di inchiostro sono stati scritti in proposito. Il punto è che l’acqua pare non ‘creata’. Nel Genesi Acqua fa la sua apparizione come il locus sull’esterno del quale lo Spirito si muove. Ancora una volta si parla di ‘esterno’; ergo, è lapalissiano che esiste un ‘interno’. Acqua e Spirito sono dunque intimamente legati, interconnessi. Il soffio di Dio – Ruach – aleggia sull’Acqua. Paolo legge ‘…lo Spirito di Dio poggiava sull’orlo dell’acqua‘. Ancora una volta, una precisa fotografia; ‘orlo’ è ‘il margine’, ‘il confine’, che in Greco è ‘Ωρος’ – da cui il nostro ‘Orizzonte’, ‘Oriente’ – ma forse anche il Latino ‘os‘, ‘bocca’.

Una scuola di pensiero sostiene che Cielo e Terra siano derivati dalla separazione compiuta da Dio tra Acque superiori ed acque inferiori: il confine tra le due acque è chiamato ‘firmamento‘, vale a dire ciò che fornisce ‘stabilità‘. Il che significherebbe che quel Principio abbia come sostanza su cui agire … un’Acqua. Che non ha nulla a che fare con l’acqua cui siamo abituati: la sua morfologia, dovuta al Locus del Principio, è ineffabile. Il che non significa che non esista. Anzi.

Insomma, in quest’ottica, Cielo e Terra sono il risultato di una precedente Separatio delle Acque. Terra è però ‘inane e cava’, perché manca ancora il Principio vitale: lo Spirito, che in quanto ‘alitato’, ‘soffiato’, porta in evidenza l’Elemento classico dell’Aria. Finora, abbiamo così tre degli Elementi degli antichi: Acqua, Terra, Aria.

E) Ed eccoci al ‘Fiat Lux‘, che traduciamo sempre con ‘Che la luce sia‘. Eppure si tratta di Lux e non della luce che conosciamo. Lux non si vede, eppure causa l’effetto luminoso. Cardano e Grosseteste ne hanno parlato perfettamente: i loro testi sono indispensabili a chi voglia prima studiare di che si tratta e poi praticare in laboratorio (e di nuovo, ritornare sui testi). Tornando al testo del Genesi, nella lectio di Philalethe, si nota che al comando di Dio seguì Lux. Tutto è compiuto. Se nel racconto delle Scrittura ora appare la vita grazie all’azione extra-ordinaria di Lux (Lux produce istantaneamente lo spazio, che è ‘pieno’ della sua sostanza invisibile), per ‘un figlio dell’Arte‘ – come dice Philalethe – l’insegnamento è completo: Lux – forse ‘agendo’ assieme allo Spirito poggiato sul confine dell’acqua, forse su quel ‘firmamento’?) – è Fuoco. Le quattro Qualitas ora hanno “vita” (meglio “vis”?) nella Quantitas.

F) Così, il Cielo (‘ciò che è celato‘, perché sono le Acque superiori, separate dalle inferiori – le nostre – dal ‘firmamento’, ciò che ‘stabilizza’) va unito alla Terra, cava e vuota, ma ora ‘viva’, fecondata da Lux. L’unione è compiuta sul letto dell’Amicizia e dell’Amore. Amicizia e Amore, merce rarissima nel nostro povero mondo che ‘veste’ questi termini, ignorandone completamente l’essenza e la funzione. Che cosa ha voluto dire l’Adepto Britannico con questi due termini? Non ne bastava uno?

Per oggi mi fermo qui, a riflettere: il Chaos di cui parla Philalethe è ben chiaro, ben ‘illuminato’, a testimonianza della raccomandazione di d’Espagnet: pochi libri, ma buoni. E studiare, e poi pedalare in laboratorio. Avanti ed indietro.

Il Chaos è legato ad una cosa che è ‘acqua’: il risultato felice di chi riuscisse a risalire al Chaos originario, per gradi, e poi lavorarlo alchemicamente secondo le leggi di Madre Natura è ovviamente un’acqua che – qui – è secca e che – come è noto – non bagna le mani. Acqua divina.

Mentre contemplo la bellezza dell’Arte e delle sue semplici, poche, leggi, mi sento di consigliare a latere la lettura ponderata delle due opere di d’Espagnet, bellissime; due trattati di Fisica della Natura che ben si sposano con l’opera preziosa di Philalethe. Ci vorrà tempo, perché lo studio richiede sacrificio non facile. Ma la melodia dell’Alchimia permea in profondità il testo, e investe l’anima.

Non la mente, il nostro cuore.

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 1

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , on Tuesday, April 12, 2016 by Captain NEMO

The Chaos of the Sophi.

“Let the Son of the Philosophers hearken to the Sophi unanimously concluding, that this Work is to be likened to the Creation of the Universe.”.

Il Chaos dei Sapienti

“Che il Figlio dei Filosofi presti attenzione ai Sapienti che concludono unanimemente, che quest’Opera è da paragonarsi alla Creazione dell’Universo.”.

L’eterno dibattito  tra creazionisti ed evoluzionisti, con il consueto, noioso, scontro di pensiero tra Scienza e Religione trova in questa frase semplice e pulita, la prova della sua innata inutilità, della protervia dei Balanzoni vari, siano essi dotti, ignoranti, santi, saggi o ignavi.

Due note:

A) ‘Hearken‘ (oggi sintetizzato in ‘Harken‘) significa ‘prestare attenzione‘, ‘dare ascolto‘: il senso antico viene dall’Old English ‘heorcnian‘, il drizzar le orecchie dei segugi quando il cacciatore ‘abbaia’ ai cani perché ritrovino la pista perduta.

B) ‘likened‘ indica il nostro ‘paragone‘ e proviene dall’Old English ‘gelik‘, a sua volta originato dall’Old Saxon ‘gilik‘ (‘ga-‘ = ‘con‘ + ‘*lik‘ = ‘corpo, forma‘); in Latino è il nostro ‘conforme‘, che racchiude il senso originario legato alla ‘forma‘.

Da qui, per chi fosse interessato a meglio prepararsi tanto nello studio&ricerca come nella pratica indispensabile, l’avvertimento di Philalethe è inequivocabile: l’Opera Alchemica non è la Creazione di un Universo, bensì una serie di operazioni che utilizzano la medesima ‘forma‘ con cui ogni cosa entra in manifestazione. Il fatto che questa frase così precisa, diremmo noi ‘scientifica‘, venga posta come incipit del Capitolo V dell’Introitus costituisce il punto di repere per la esatta comprensione di cosa sia/possa essere Alchimia; e – soprattutto – di qual fatta debba essere l’attitudine dell’Artista veritiero. Non c’è trucco, né inganno: Philalethe – mentre offre un sontuoso argomento (la ‘Creazione dell’Universo’) a chi cerca belle parole che si usano nei salotti buoni – parla ammiccando di una ‘forma‘, di un ‘corpo‘ che è alla base di quel sontuoso argomento; il ‘conforme‘ non è soltanto ‘simile‘ (e potrebbe non esserlo in taluni stati, Hahnemann lo aveva ben percepito), bensì è della medesima appartenenza della sostanza che caratterizza l’entrata in manifestazione della Materia; in termini più vicini a noi e meglio – con buona pace dei punti di singolarità ed altre amenità della Fisica di oggi, che tenta di scalare la propria immagine riflessa in uno specchio con i ramponi –  si parla delle ‘forme’, dei ‘corpi‘ con cui Materia Pura si ‘addensa’ in Manifestazione, sotto forma di Materia Combinata (si veda il modello offerto da Pannaria e Severi). Ripeto: l’alchimista non creauniversi‘, ma ne studia l’origine attraverso la ‘forma‘ utilizzata da Madre Natura, ne indaga la funzione, ne ipotizza la modalità di azione ed elabora un protocollo sperimentale – fatto di operazioni semplici e ‘basiche’ – che dovrà sottoporre alla propria, privata, verifica sperimentale. Paolo Lucarelli lo sottolineò immediatamente, e la sua nota 12 (Opere, Ed. Mediterranee, 2001 – p. 35) è esemplare: “Il Filosofo ermetico … avrebbe nelle sue mani il mondo delle cause, degli Archetipi e potrebbe perciò esercitare la sua curiosità in una vera e propria metafisica sperimentale.“.

Temo che pochi, molto pochi, si domandino perché abbia voluto usare il tempo condizionale; temo che ancora meno che pochi abbiano l’onestà intellettuale di Paolo per rispondere a tal domanda, senza contare – per sovrappiù – l’umile capacità di accettare il senso positivo, allegro e felice della curiositas, che forma i bimbi e i Bambi. D’altro canto, il carattere della Scienza e dell’Arte è proprio la curiosità fine, intemerata e sorridente, non altre cianfrusaglie che oscurano la bellezza della Queste.

Philalethe Reveal’d

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Saturday, December 12, 2015 by Captain NEMO

C’è voluto un po’ di tempo per concludere il lavoro di creazione degli Indici per l’edizione Hardcover a Colori, ma per chi sceglie l’autopubblicazione è una cosa che fa parte del gioco.

Ecco dunque finalmente completata la pubblicazione dei due Volumi Hardcover a Colori, in lingua Inglese. Questa è la copertina del Volume 2:

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Chi fosse interessato potrà acquistare il Volume 2 OnLine sul sito di Lulu, qui.

Mentre  il Volume 1 (768 pagine, con un ricco corredo di immagini, tra cui alcune poco conosciute) è dedicato all’analisi critica ed al confronto delle tre prime edizioni del trattato di Eireneo Philalethe (Secrets Reveal’d in Inglese – 1669, Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium in Latino – 1667, L’Entrée Ouverte au Palais Fermé du Roi in Francese – 1672) – cui è annesso un Capitolo sulla Filosofia Naturale, il Volume 2 (750 pagine, con un numero maggiore di immagini, che riteniamo interessanti) ha un taglio diverso: nel corso delle ricerche condotte sull’origine del Secrets Reveal’d in Inglese – che sia io che Fra’ Cercone consideriamo l’edizione più fedele dell’opera di Philaethe – ci siamo via via imbattuti in uno scenario storico straordinario, in cui l’Alchimia tradizionale e non è stata l’indiscussa protagonista di un ultimo, possente tentativo per donare all’umanità una visione ‘scientifica’ esatta dell’ordine Naturale e delle leggi della Creazione, ancora oggi sconosciute tanto alla Fisica che  – probabilmente – a chi si interessa alla pratica alchemica. Il secolo XVII ha visto alcune tra le maggiori figure alchemiche (Seton, Sendivogius, Basilio Valentino, Maier, Eugenius Philalethe e molti altri), infiammate dal Furor Rosacrociano, percorrere l’Europa dilaniata dallla sanguinosa Guerra dei Trent’Anni nel tentativo di condividere e diffondere la Dottrina alchemica come strumento di vera Conoscenza, sia a livello teorico/filosofico che sperimentale. Nel bel mezzo di un confronto religioso drammatico che spaccherà l’Europa, in una condizione sociale, politica ed economica estremamente precaria, la fioritura di trattati alchemici è impressionante. L’Alchimia è studiata e praticata ovunque: si cerca la Pietra Flosofale, ma vi sono moltissime opere che parlano, più o meno velatamente di altre mete, di altre opportunità, celate.

Un gruppo di learned men, capeggiati da Samuel Hartlib, costituirà un incredibile e capillare network informativo internazionale e raccoglierà, nel tempo, una mole enorme di manoscritti, di inventions e scoperte, con lo scopo manifesto di fondare un nuovo modello di Società, basato sulla Prisca Sapientia. Il giovane John Wintrhop Jr. verrà conivolto – più o meno consapevolmente – in questo progetto ambizioso che lo vedrà diventare – sul piano pubblico – uno dei primo Founding Fathers dei futuri Stati Uniti, come primo Governatore del Connecticut; sul piano personale, diventerà uno dei maggiori alchimisti di ogni tempo.

Poi, il sogno di farsi guidare da Madre Natura si infrangerà contro gli interessi di chi, al contrario, vede l’opportunità dello sfruttamento della Natura e di una economia basata dull’industria e sulla futura tecnologia. L’uomo abbandonerà la Filosofia Naturale, vera scienza, e svilupperà l’illusione di una conoscenza paradigmatica e dogmatica, che chiamerà – con deliziosa ironia – ‘metodo scientifico‘. Pochi, pochissimi, resteranno fedeli al sogno. Uno di questi sarà Eireneo Philalethe che affiderà al tempo un trattato alchemico di grandissimo valore.

I capitoli del Volume 2 sono questi: The Alchemical Context, The Elias Artista’ century, The Rosicrucian Forerunners, Four Men under the Lens, e Alchemical Lab & Chemical Lab: two worlds apart; concludono il Volume 19 Appendici dedicate ad alcuni documenti e nostre ipotesi legati alla incredibile storia del Secrets Reveal’d, e una Bibliografia completa delle opere cui facciamo riferimento in questo volume.

Philalethe Reveal’d è nato dallo studio dell’Introitus Apertus tradotto e commentato da Paolo Lucarelli, pubblicato nel 2001 dalle Edizioni Mediterranee; Paolo scelse come opera di riferimento l’edizione di Modena del 1695, in Latino. Studiandola con attenzione ci siamo resi conto – ancora una volta – che le note da lui accluse alla traduzione erano magistrali, ma anche suggestive, affascinanti. Ed è anche per questo che decidemmo – ormai otto anni fa – di proporre il nostro studio in Inglese nella speranza di far conoscere anche all’estero il nome e l’opera straordinaria di Paolo Lucarelli.

Il nostro libro non ha alcuno scopo, né pretesa, se non quello di tentare di fornire uno strumento che ci auguriamo possa essere utile a chi fosse davvero interessato all’Alchimia del XVII secolo ed allo studio del testo di Philalethe. Niente di più, niente di meno.

Come detto in altro Post, oggi io e Fra’ Cercone presenteremo Philalethe Reveal’d a Roma.

Presto, inoltre, completeremo l’Edizione in Bianco&Nero (Paperback, più economica), pubblicando a breve il Volume 2 ed il Volune 3 (il contenuto è naturalmente identico all’edizione a Colori, ma con una paginazione diversa per motivi legati al tipo di rilegatura da parte di Lulu).

La Grande Opera Alchemica

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Sunday, November 29, 2015 by Captain NEMO

Chi fosse in cerca del non cercato non potrà che apprezzare  – ancora una volta – la mano gratiosa offerta da parte di Gratianus nel suo ultimo libro. Lo stile è quello consueto, quello dei libri precedenti: tono asciutto, molto dolce, pacato, deciso.

La Grande Opera Alchemica

Questa volta Gratianus dirige lo sguardo del lettore verso alcuni scritti di Basilio Valentino, Filalete, Santinelli, Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli, allo scopo di illuminare alcuni passaggi operativi – peraltro, tutti i passaggi operativi, quanto meno quelli ‘permessi’ – che caratterizzano la pratica della Grande Opera in laboratorio. Questi Capitoli preziosi non vanno letti in fretta: pur presentando brani ben conosciuti a chi studia Alchimia, trovo che vi siano alcune sottolineature da parte di Gratianus ancor più marcate rispetto alle sue opere precedenti. Oltre ai moniti dovuti, alle precisazioni su trappole in cui molti ancora cadono, sia in ambito puramente speculativo che pratico, vi sono numerosi Signa che meritano riflessione da parte di chi studia e di chi pratica. E che meritano senza dubbio ringraziamenti. Naturalmente, non è facilissimo coglierli nella loro essenzialità, e molti – more solito – penseranno che Gratianus abbia ripetuto quel che aveva già donato in precedenza. Ma non è così. Se dovessi sintetizzare, direi che le sorprese non finiscono mai.

Le note sui passi degli autori prescelti sono precedute da alcuni capitoli di Alchimia e Filosofia Naturale dedicati a chi desidera studiare con profitto Alchimia: com ho detto, lo stile di Gratianus concentra il lettore sulle fondamenta dell’Arte Sacra, cercando di evitare al lettore lo smarrimento sempre provocato dall’enorme apparato allegorico che ‘veste’ da secoli Achimia. Anche questa, considerati i tempi in cui viviamo, non è cosa da trascurare, ma da approfondire ancor di più da parte del lettre onesto.

Mi piace sottolineare qui l’aggettivo – espresso credo per la prima volta ‘in chiaro’ – con cui Gratianus ha descritto la ‘discesa dal monte‘: “la dissennata discesa dal monte“. Sono certo che molti, plaudendo nei consueto salotti dotti, continueranno a far orecchie da mercante, esibendo ‘distinguo‘ e ‘subtiliora considerationes‘. Ma sono problemi loro. Resta, chiaro, l’avviso: il Mercurio Comune ha origine Divina e come tale deve indurre l’artista fortunato (benvoluto?) che lo invita nel proprio Laboratorio non soltanto a non portarlo poi nel mondo della specificazione, ma a preparare al meglio le condizioni indispensabili per la sua – eventuale – comparsa: una tra queste è la propria personale purificatio.

Tra i tanti brani proposti da Gratianus scelgo – fior da Fiore, un po’ come Daniele nella fossa dei leoni – un passo su Basilio Valentino:

La terza Chiave, ovvero il Combattimento delle due Nature nate dal dragone, ci mostra in primo piano il drago fornito di arti aguzzi ed ali membranose, con lunghi denti e coda, mentre sullo sfondo una volpe in corsa tiene tra le fauci un gallo, e un secondo gallo la becca con ferocia standole sulla schiena. E’ evidente che  la volpe divorerà il gallo, ma che sarà a sua volta  divorata dal gallo.

3me Clef

Un po’ più avanti Gratianus riporta un’altra nota di Paolo Lucarelli, ben nota:

Quando Fulcanelli scrive del gallo e della volpe, il Maestro [ i.e., Paolo] non perde l’occasione di chiarire ulteriormente il processo dell’Opera ermetica: ‘Il gallo è il mercurio già chiamato dissolvente, mercurio comune, acqua che sgorga dal soggetto iniziale, fonte che scaturisce  dalla roccia, acqua divina degli antichi, etc. … Come si vede, lo conferma Filalete, tutto il problema, il segreto, consiste nell’acqua, nel far sgorgare la sorgente dalla fontana. Voglio ancora far notare che , se l’acqua contiene in sé tutto, si può immaginare che le sue applicazioni possano andareben al di là della Pietra Filosofale, per quanto questo risultato possa sembrare attraente’.”

In questo breve parallelismo vorrei mostrare quanto sia amorevole la volontà dei due Maestri di aiutare l’Artista nei suoi lavori: la cura nella scelta delle parole, dei tempi, del fraseggio è evidente; la logica è il vero nemico di chi intenda cimentarsi con l’Arte Sacra.

Last, but not least, il libro si chiude con il brano sullo studiolo di Isabella d’Este, con gli affreschi straordinari del Parmigianino a Fontanellato: bellissimo e ugualmente prezioso. Al lettore è lasciato l’onere della contestualizzazione nell’operatività alchemica.

Una sola critica mi permetto: un gran peccato che le immagini scelte da Gratianus siano state rese in modo così scialbo e confuso.

A presto, Gratianus; e … grazie!

In memoria di Paolo Lucarelli

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Tuesday, October 6, 2015 by Captain NEMO

Alcuni allievi ed amici di Paolo Lucarelli hanno scritto quattro Libri per ricordarne la preziosa opera di alchimista e studioso dell’Arte Sacra.

CopertineGiovedì 22 Ottobre – alle 17.30 a Milano, presso lo Spazio Eventi US49 – Via Ettore Ponti, 49 – si terrà la presentazione delle quattro opere:

GratianusLa Grande Opera Alchemica, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

MarwanIl Risveglio di Ermete, Marcelin Berthelot e le origini dell’alchimia, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

Daniele RuinettiAlchimia e Cabala: la Maravigliosa visione del riminese Pacifico Stivivi, Un cammino francescano, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

Captain NEMO e Fra’ CerconePhilalethe Reveal’d. The Masterpiece of an English Adept, Nautilus Editions & Alla Via Jacobea Editions, 2015

Saranno presenti gli autori.

Inoltre, il 29 Ottobre i quattro libri verranno presentati ad Asti, alle 20.30, presso il Centro Sociologico Italiano (CSI) – sede di Asti, Via Verdi 34; saranno presenti Marwan e Gratianus.

Poichè nel corso del 2015 e del 2016 si terranno altre presentazioni dedicate alle quattro opere, presto sarà disponibile una pagina separata (non un Post) con il Calendario degli eventi che verrà di volta in volta aggiornato.

Vi aspettiamo!

Captain NEMO

Paolo…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Monday, July 13, 2015 by Captain NEMO

Dieci anni fa, in queste ore, sei tornato a Casa.

Hai lasciato molte cose qui, e molti conoscenti. Pochissimi veri amici, fedeli compagni della stessa Queste che hai intrapreso. Hai aperto la Via come nessuno aveva fatto. Ancora meno che pochissimi si sono davvero accorti di quale rivoluzione hai portato lungo il Sacro cammino della Belle Dame sans Merci.

Mi manchi, molto. Ma ti sento, sempre.

Grazie per tutto quel che hai voluto regalare ai poveri Foux di questo mondo profondamente malato. Spero di riabbracciarti presto, così come abbiamo fatto quella magica notte in cui mi hai indicato la Via del Fuoco, quella antica e solitaria.

Se arriverò all’appuntamento…dipenderà da me, e dalla ‘manina dal Cielo‘.
Con grande Amore, e riconoscenza. Profonda.

Captain NEMO

Segnalazione

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , on Wednesday, April 10, 2013 by Captain NEMO

Ricevo da Ptah una segnalazione relativa alla presentazione di un Libro sulle immagini alchemiche del Monastero di Cimiez – che si terrà a Lodi il 18 Aprile – e la giro volentieri ai miei ospiti; purtroppo non potrò esserci…

Segnalazione.

Efesto, lo zoppo indispensabile…

Posted in Alchemy with tags , , , , , , , , on Sunday, July 5, 2009 by Captain NEMO

Tra le numerose allegorie incontrate da ogni  étudiant d’Alchimia, una delle più interessanti riguarda Vulcano che sorprende il fratello Marte e la moglie Venere in un doppiamente fedifrago amplesso amoroso.

More solito, l’allegoria può essere letta in molti modi, e tutti si interrogano – giustamente – sul significato nascosto dalla rete con cui il Dio del Fuoco intrappola i focosi amanti.

Poichè si avvicina il gran caldo estivo e nel mese di Agosto si celebravano a Roma i Vulcanalia, forse è utile riflettere su questo curioso rappresentante del Fuoco tra gli dei del riottoso Olimpo greco.

Efesto, così si chiamava in greco il Vulcano romano, è uno degli dei primigeni, la cui nascita è per la verità piuttosto ambigua: potrebbe essere figlio di Zeus ed Era, ma il mito offre anche una variante in cui sarebbe il figlio autogenerato da Era stessa, invidiosa che Zeus avesse generato – anch’egli senza il consueto contributo dell’altro sesso – Atena. Si potrebbe dunque dire che Efesto abbia una doppia natura: una tutto sommato normale, quasi terrena ed una piuttosto singolare, strana, per noi aliena, di origine celeste. In effetti, in Alchimia, la natura del Fuoco, o almeno di questo fuoco che si cela dietro il velo dell’allegoria, è senza dubbio doppia: se tutti ammiccano immediatamente al solo pronunciare la parola ‘doppio’ quando si parla del Fuoco Segreto, penso sia molto meglio riflettere su alcune cose, prima di prendere possibili lucciole per lanterne !

La doppiezza di questo Fuoco è prima di tutto di origine e funzione: esiste il fuoco celeste, senza il quale nessun elemento fuoco potrebbe mai manifestarsi. Ed esiste, proprio per questa origine celeste, la sua controparte terrena. Un fuoco lassù…ed un fuoco quaggiù. Quest’ultimo è la sua rappresentazione speculare e funzionale, anche perché – in ogni manifestazione – occorre un corpo, una forma, un supporto che funga da portatore della parte originaria spirituale.

Tutti sanno che Efesto è sempre raffigurato come uno zoppo,un po’  come Saturno (…e questa è un’altra histoire!). C’è chi dice che fosse tale dalla nascita, ma nel mito si trovano due curiose informazioni, che fanno intravedere una delle proprietà di questa forma terrena così indispensabile nei lavori alchemici di Laboratorio: vi fu una prima caduta dall’Olimpo, quando Zeus – furibondo perchè Efesto aveva osato intervenire a favore della madre Era in occasione di un violento litigio con Zeus – afferrò Efesto per una gamba e lo gettò giù dall’Olimpo; il nostro Efesto cadde per un intero giorno, ma forse più a lungo, ed atterrò – al momento del tramonto – sull’isola di Lemnòs. La seconda accadde per causa della madre Era, furente per la bruttezza del figlio che aveva autogenerato: ma questa volta, Efesto ammarò e venne salvato ed accudito da Teti ed Eurinome.

Dunque si potrebbe annotare che il nostro Fuoco è di origine celeste, ma la sua manifestazione terrena è davvero singolare: è brutto e vilipeso, ha un carattere evidentemente focoso ed imprevedibile, ma si comporta talvolta come un mediatore, ed avrebbe addirittura una doppia zoppia: una provocata da un atterraggio per causa paterna ed una per un ammaraggio per causa materna !…senza dimenticare che senza il Fuoco, vero agente-attivatore di ogni cosa che diviene nel tempo, nulla vive…né in Cielo, né in Terra.

Forse a causa della sua importanza assolutamente ineludibile per il destino di ogni cosa, Zeus acconsente a dargli in moglie (ma si trattò del primo ‘matrimonio combinato’) addirittura la dea della Bellezza, Afrodite. Insomma, il più brutto sposa la più bella…ma la bella gli preferiva il fratello Ares, come abbiamo visto. E’ curioso notare che Efesto non ebbe figli da Afrodite; e che dalla relazione tra Afrodite ed Ares – scoperta ed esposta allo sguardo degli dei dell’Olimpo, i quali nemmeno si scomposero tanto – sarebbe nata…Armonia!

Marteen van Heemskerck, Vulcano mostra agli dei Marte e Venere nella rete, 1540.
Marteen van Heemskerck, Vulcano mostra agli dei Marte e Venere nella rete, 1540.

Ma, quanto al piano coniugale, il mito afferma che Efesto avrebbe avuto anche altre compagne: la seconda è Charis, una delle tre Grazie, anch’essa molto bella. Qualcuno ricorderà, forse, quanto Maitre Canseliet tenesse alla Charis, da lui chiamata ‘la profondeur‘. La terza è Cabiro, figlia di Proteo, da cui Efesto generò la razza dei Cabiri, misteriosi artigiani del fuoco, come notò Fulcanelli. La quarta è Gaia, fecondata ‘per errore‘ dal seme di Efesto caduto mentre tentava di avere un rapporto carnale con Atena!…

Se si volesse continuare nelle note strane, si potrebbe ricordare che Efesto è fortemente attratto, essendone l’opposto manifesto, dalla bellezza: è grazie alla sua misteriosa rete che ciò che è nascosto – l’accoppiamento tra Ares e Afrodite – viene alla luce. E’ forse grazie a questo trucco che l’artista potrà raccogliere il frutto di ciò che è rappresentato da Ares e di ciò che è rappresentato da Afrodite, dalla loro unione in sostanza e principio: cioè Armonia. Anche se non direttamente, in Alchimia operativa si potrebbe dire che Efesto è il …padre-agente di Armonia! Su Ares rimando gli étudiants innamorati alle splendide e misteriose pagine di Fulcanelli in Il Mistero delle Cattedrali, mentre su Afrodite – nata dalla schiuma del mare – qualche curioso più audace potrebbe trovare – tra i tanti riferimenti offerti da Fulcanelli – un ben noto passo, ma spesso dimenticato, di Maitre Canseliet in Le Dimore Filosofali…!

Certo è che questo Fuoco celeste e terrestre intrattiene rapporti fruttiferi con compagne che rappresentano bene gli altri elementi: a riprova che – come affermato da tutti i Maestri – il Fuoco è il vero agente di ogni movimento, conversione e mutazione. E ciò è tanto più vero, in Laboratorio, per il Fuoco Segreto, vera Chiave del Tempio dell’Arte.

Ed è questa doppia natura indispensabile, celeste e terrestre, che viene ricordata da Paolo Lucarelli: uno zoppo, in Alchimia, raffigura evidentemente qualcosa che è a cavallo tra due mondi, lo spirituale ed il materiale, ciò che rende la sua natura instabile e bisognosa di un appoggio, di un bastone. Questo appoggio appare evidente persino nella Tavola 5 del Mutus Liber che raffigura il famoso Vulcain Lunatique, dove il piede destro del misterioso personaggio poggia…su un piccolo montarozzo di terra!…e tanto per rendere più divertente la cosa, forse si potrebbe notare che fu Maitre Canseliet a sottolineare l’attributo di Vulcano indicato dal buon Limojon de Saint-Didier con l’aggettivo ‘lunatique‘, che significa probabilmente qualcosa di diverso da ‘lunaire‘. No ?

Il Vulcano Lunatico....zoppo!
Mutus Liber – Tavola 5 : Vulcain Lunatique

Non si parla forse di fuoco acquoso ed acqua ignea quando si parla del nostro Fuoco Segreto?

Efesto/Vulcano non è forse atterrato ed ammarato?…e una vecchia etimologia fa risalire Lemnòs a Lambano, che significa prendere, afferrare. E lemniskos è la rete per prendere i volatili. Forse…Efesto non cadde per caso a Lemnòs, piccola isola nel mare, no?…

Nell’Iliade si parla di Lemnos Amichthaloessa, che potrebbe significare oscurata dai fumi

Sento già qualcuno domandarsi: “…una rete?…quale rete?…fumi?…quali fumi?”

Ah, quant’è bella l’Alchimia…!

La Rugiada del Mutus Liber

Posted in Alchemy Texts with tags , , , , , , , , , , on Saturday, December 27, 2008 by Captain NEMO

Sono certo che ogni studente dell’Arte si sarà imbattuto – presto o tardi – in una delle opere più famose, curiose ed enigmatiche d’Alchimia: sto parlando del Mutus Liber, il cui autore parrebbe essere Jacob Sulat, alias Altus, Seigneur des Maréez, che costituisce una sorta di pietra d’inciampo quasi obbligatoria, per quanto provvida e proficua negli anni, per tutti coloro che sono in cammino.

Come quasi tutti i migliori libri d’Alchimia, anche il Mutus Liber richiede moltissime, pazienti letture e riletture. Si dovrebbe parlare, piuttosto, di osservazioni, o forse contemplazioni, per arrivare – forse – a qualche piccola visione. E’ solo da una visione che si può trarre qualche possibile ispirazione, l’ho sostenuto molte volte; ma immagino che qualcuno avrà certamente affrontato l’opera di Altus con un occhio attento alla decodifica, alla ricerca di sequenze, indizi e suggerimenti. E’ inevitabile, d’altro canto. Trattandosi di un libro fatto di sole immagini, molti commentatori hanno offerto, più o meno caritatevolmente, la loro interpretazione. I più famosi ed illustri sono stati Pierre Dujols, alias Magophon, con il suo straordinario Hypotypose, dal titolo evocativo; poi Eugéne Canseliet, con il suo preziosissimo L’Alchimie et son Livre Muet, e poi Jean Laplace, il quale riuscì con i suoi commenti ad una supposta edizione colorata dell’opera di Altus, ed alcuni articoli a stampa, a destare l’ira del suo stesso Maitre (il quale, dopo un po’, benevolmente, lo perdonò).

A chi desiderasse addentrarsi in questa parte di bosco affascinante, costituita dall’enigmaticità magnetica del Mutus Liber, consiglio in ogni caso l’attenta lettura dei tre Commenti. Esistono anche altre edizioni, italiane e straniere, ma si tratta decisamente di cose lontane dalla Tradizione antica.

Leggendo i tre commentatori si noterà che Dujols è chiuso e quasi ieratico, pur mostrando la solidità adamantina della esegesi ermetica più profonda e degna – in ogni caso – di ogni meditazione; Canseliet, che talvolta critica l’invidia mostrata da Dujols, appare apertissimo, cristallino, quasi scolastico (e ricordo sorridendo quanto Lucarelli definisse ‘perfido ed estremamente cabalistico‘ il commento al Mutus Liber da parte del suo Maitre); Laplace è sintetico, ficcante e sbadatamente… distratto. Ognuno, come sempre, trarrà le proprie personali conclusioni.

D’altro canto la particolarità del Mutus Liber è proprio quella di poter permettere al lettore ogni ipotesi; ed è tale la suggestione provocata in ogni animo che ogni commentatore – a sua volta – prende spunto da un piccolo particolare per offrire assonanze, connessioni e notule, a loro volta sempre connesse. E’ uno scenario tipico di ogni buon libro d’Alchimia, dove si inizia a cercare una cosa e si finisce spesso per trovare altro. Ma è questa la via dei Maestri, ed a noi tocca camminare servendoci – come meglio possiamo – di questi curiosi quanto illogici punti di riferimento, che appaiono e scompaiono, come fiori magici lungo i bordi del sentiero.

Poiché in questi giorni sto rileggendo il Mutus Liber commentato da Canseliet (Pauvert, Paris, 1967), mi sono imbattuto – more solito – in una mole impressionante di novità, di piccole perline di saggezza, che già avevo letto molte volte, ma su cui mai avevo meditato più di tanto: come ho scritto più volte, è sempre così. Più si va avanti e più ci si accorge di quante cantonate si sono prese in precedenza e di quanto le cose fossero in realtà proprio sotto gli occhi, in bella evidenza; ma ovviamente non viste con il cuore aperto.

Tra le tante curiosità in cui si dilunga il caritatevole ma perfido Maitre di Savignies, ho pensato di presentarne una, che ho trovato divertente.

 

Mutus Liber, Tavola IV

Mutus Liber, Tavola IV

Nel commento alla Tavola IV, celeberrima immagine in cui i due protagonisti del Mutus Liber torcono il telo intriso di rugiada, Canseliet si lancia ad un certo punto nell’inevitabile citazione del Nostoc (tratta da Fulcanelli, ovviamente), per indicare in verità “la fonte e la natura dell’agente cosmico e universale, del quale gli antichi alchimisti dichiarano che fosse la loro materia prima“. Dallo Spirito Universale è immediato il passaggio alla “Magnesia che assorbe lo spirito Universale, come la calamita attira il ferro, cioè il verde, dal punto di vista cabalistico” (Fer, Vert). Seguono due citazioni – immancabili anch’esse –  di Filalete sull’ Acciaio dall’ Introitus (“Qeumadmodum Chalybs ad Magnetem trahitur, Magnesque sponte se ad Chalybem convertit, sic & Magnes Sophorum, trait illorum Chalybem“) , una di Cyrano de Bergerac che narra di come gli riuscì di elevarsi alto nel Cielo grazie ad una quantità di fiale riempite di rugiada che si era legato alla cintura (Les Estats et Empires de la Lune); poi, con un colpetto sulla spalla del lettore, Canseliet ricorda sornione che i membri della Rose-Croix si chiamavano fra loro fratelli della Rosée-Cuite; con sussiego, tira fuori dal cilindro un articoletto tratto dal Journal des Sçavans, quasi a confermare che la rugiada celeste sia fortemente impregnata di un fuoco fisso e di sale solare….e poi – senza preavviso alcuno – cita un passo tratto dalla parte finale dell’Hortulus Sacer:

…des trois Médecines non vulgaires (Triplex Medicina non Vulgaris), le Sophique vert de l’air donne la première qui, en elle, a ses feux – Dat primam Sophicum viride aeris…in se prima suos ignes habet-; que la deuxieme tire à soi les vertus du ciel, à l’exemple de l’aimant – altera virtute Coeli, magnetis adinstar attrahit-; que la troisième enfin:

Et du Ciel et del Terre conjoint les forces,
En arrosant, de la rosée du Ciel, le sel de la mer.

Et coeli et Terrae conjungit tertia vires :
Aequoreum, Coeli rore, rigando salem

L’Hortulus Sacer è un’opera scritta nel 1732 da un Adepto anonimo – così lo definisce Canseliet – di cui nulla si sa, salvo che il suo nome potesse essere Douzetemps o Dauzedan. Si tratta di una raccolta di canoni a tenore religioso, in cui però si intravedono scintille piuttosto curiose ed interessanti per chi studia Alchimia. Si deve credere che l’autore amasse dilettarsi di crittografia, visto che nell’edizione originale la data del 1732 viene indicata in questo modo:

Chara CrVX, Mlhl DVX

Riporto qui il canone LIII, con il suo titolo:

La Médecine est triple, et n’est pas la Vulgaire

Le Vert-de-Gris des Sages  donne la première; l’aimable Vénus donne la seconde; la troisième est issue du Ciel et de la Mer. La première a en elle ses feux; cependant l’oeuvre exige un second et différent feu pour réussir. La deuxième attire les vertus du Ciel à la manière d’un aimant; la coction seule suffit au reste. Et la troisième conjoint les forces du Ciel et de la Terre en imprégnant le sel marin de la rosée du Ciel.

Trovo intrigante e degno di una qualche riflessione questo piccolo testo, se non altro per chiedersi perché mai Canseliet lo abbia inserito alla conclusione del suo excursus. La conclusione più naturale è che si voglia parlare proprio del sale della rugiada raccolta sui prati in Primavera. Direi che è il primo livello di lettura. Ve ne sono, a mio avviso, altri. A questo scopo, è bene ricordare che – come si sarà accorto chiunque abbia letto la raccolta di articoli di Canseliet pubblicati dalla nipote Sylvaine l’anno scorso –  ogni Maestro è stato obbligatoriamente un etudiant

Senza tralasciare di far notare a chi legge che Canseliet conclude la pagina 89 del suo Commentaire con una precisa indicazione sul ‘sujet initial‘, proprio dopo la citazione del curioso brano dell’Hortulus Sacer, lascio ai cercatori l’allegro compito di dare uno sguardo nei dintorni di questo pezzo di sentiero delineato dal Maitre di Savignies; se ci si desse la pena di cercare, forse si capirebbe il motivo per il quale nell’edizione francese dell’opera di Douzetemps, accanto al ‘Le Vert-de-Gris des Sages‘, compaia il rimando ad una nota che recita così:

La note du texte nous reporte au Chap. XIII du Traité.

Il Filo di Arianna è da raccogliere e dipanare.

Mad Hatter’s Time…

Posted in Various Stuff with tags , , , , , , , on Monday, October 27, 2008 by Captain NEMO

A Mad Tea Party

A Mad Tea Party

Ricordo sempre con gioia quanto risate ci facemmo, io e Paolo Lucarelli, mentre seduti per terra come due bambini ci lanciavamo le battute più belle di A Mad Tea Party. Eravamo entrambi sorpresi che conoscessimo quasi a memoria quel brano di Alice’s in Wonderland. Furono momenti di grande intimità e di grande fratellanza: parlavamo d’Alchimia e di Alice, in uno di qui giochi perfidi in cui ogni parola allusiva di uno faceva scoppiare l’altro in una risata sincera, con strizzate d’occhi ammiccanti e allegre pacche sulle gambe, in un crescendo surreale; ricordo quel gioco innocente con rimpianto e con emozione.

Non val la pena qui aprire un altro famoso dibattito, che tanto piace ai dotti, a proposito del perché Lewis Carrol abbia deciso di scrivere quel racconto in quel modo. Temo che la ragione vera non la sapremo mai. Mi sono sempre accontentato di credere che l’autore avesse le sue ottime ragioni, e mi è sempre bastata la giocosa profondità delle implicazioni del magnifico racconto. Le favole non si discutono: si amano e basta.

Ed è grazie a quel tipo di amore semplice e disinteressato che consiglio ad ogni innamorato d’Alchimia una serena lettura – meglio se in lingua originale – di quel capitolo fenomenale intitolato, per l’appunto, A Mad Tea Party. Alice tenta di unirsi alla folle cerimonia del Tè, intrattenuta dal ruvido Mad Hatter (il Cappellaio Matto) e dalla sempre imprendibile March Hare (la Lepre Marzolina), mentre Dormouse (il Ghiro), ovviamente sonnecchia, ma attentissismo! Il dialogo è ricchissimo ed è un capolavoro di doppi e tripli sensi. Raffigura bene, a mio avviso, il modello di abbandono richiesto ad ogni etudiant alle prese con l’enigmaticità dell’Arte, così come viene passata dai Maestri nei loro libri.

E’ esclusivamente con l’abbandono della logica che – forse – si potranno percepire nuove note, nuovi suoni e nuove sfumature, che potrebbero preparare un cammino più sensato lungo i sentieri tortuosi del bosco della Gran Dama. La logica va gettata via. Ci vuole Amore ed un pizzico di sana follia. Roba perduta e molto mal tollerata, al giorno d’oggi.

Parliamo un pochino del Cappellaio Matto, vero Maestro delle Cerimonie nel brano di cui sopra: la strana cerimonia del Tè delle cinque, così cara ai sudditi dell’Impero di Sua Maestà Britannica, viene compiuta dal Cappellaio e dalla Lepre, a spese del Ghiro, anche se non sono le cinque! Il motivo risiede nel fatto che il Cappellaio era stato condannato a morte dalla Regina di Cuori per aver “ucciso il tempo“! Scampato alla de-capitazione, il Cappellaio e la Lepre si dedicano alla continuata cerimonia del Tè proprio perché la Regina aveva ragione: il tempo era stato ucciso per davvero! E dunque grazie a questa nuova prospettiva, tutto diventa possibile: sono sempre le sei, o l’ora che si vuole, si può possedere un orologio che fornisce il giorno del mese e non l’ora esatta, lo si può spalmare di burro se non funziona bene (meglio con un po’ di crumbles, se si può) ed inzupparlo nel Tè, ed ogni tanto spostarsi di posto lungo la tavola; ci si muove nello spazio, senza tempo.

Sembra che Lewis Carrol si sia ispirato ad un personaggio reale per il Cappellaio Matto ed ho scoperto per caso sul Web che addirittura il British Medical Journal ha sostenuto in un articolo del 1983 che il Cappellaio sarebbe stato ‘matto‘ perché – per dare ai feltri la forma richiesta dal modello – si faceva largo uso di sale di mercurio, che rendeva morbido il pelo delle lepri da cui venivano confezionati i cappelli; ovviamente la continua esposizione ai vapori velenosi di mercurio portava spesso i cappellai ad ammalarsi di strane malattie. Ma io penso che il motivo della pazzia del Cappellaio di Alice fosse più dovuta ad una ritrovata saggezza, più che ad un avvelenamento. Si dovrebbe riflettere molto su quel murdering of time di cui venne accusato…non tanto come eventuale meta finale, quanto piuttosto come un orizzonte diverso su cui affacciarsi durante lo studio e la pratica, se non almeno durante la vita.

Madre Natura opera al di fuori del nostro concetto di tempo, il quale è soltanto il vestito indossato per render conto del divenire della materia manifesta. E’ chiaro che muoversi senza tempo sconvolge il comune modo di pensare, e rende possibile domande sibilline come : “Why is a raven like a writing-desk?“. La risposta appare difficile, anche se una possibile risposta forse esiste. E’ anche curioso notare che pochi si siano chiesti come mai il Cappellaio abbia dimenticato il cartellino del prezzo (“10/6”) sul suo copri-capo; eppure, anche in questo caso, ricordando che il Cappellaio vive in una dimensione diversa dalla nostra, si potrebbe pensare ad un piccolo suggerimento…è la dimensione oltre lo specchio, non bisogna mai dimenticarlo. Questa scelta di campo è una delle prime necessità per intendere correttamente il senso delle proprie domande; i suoi folli commensali lo ricordano ad Alice per tre volte: “vedo ciò che mangionon è la stessa cosa di “mangio ciò che vedo” (il Cappellaio), “mi piace ciò che honon è la stessa cosa di “ho ciò che mi piace” (la Lepre Marzolina), “respiro quando dormonon è la stessa cosa di “dormo quando respiro” (il Ghiro). “Not the same thing a bit!“, sottolinea perentorio il Cappellaio.

Più chiaro di così si muore. E dunque 10 diviso 6 non è la stessa cosa di 10 su 6….no?

If you knew Time as well as I do,‘ said the Hatter, `you wouldn’t talk about wasting it. It’s him“.

Mad Hatter, serving Tea

Mad Hatter, serving Tea

Le Fiabe: piccole sorgenti nascoste della Gran Dama

Posted in Alchemy with tags , , , , on Tuesday, October 14, 2008 by Captain NEMO

Talvolta mi capita di pensare che stiamo perdendo molte cose. Tra le tante che sfuggono, o che lasciamo cadere distratti come siamo dalle cose concrete, sempre così indaffarati a creare le cose di cui pre-occuparci poi, penso spesso al mondo delle fiabe.

Non saprei se oggi le fiabe vengano ancora narrate ai bimbi ancora innocenti: forse qualcuno le riterrà inappropriate o addirittura nocive a preparare un figlio alla dura sopravvivenza che lo attende nel mondo di oggi e di domani. Eppure il sogno costituisce forse il miglior approccio alla giusta comprensione della realtà. Ricordo ancora quanto mi piacessero le fiabe, sia che me le raccontasse la nonna o che le potessi leggere nei primi libri, ricchi di meravigliose illustrazioni, piene dei colori e delle icone della mia fantasia; l’incanto della favola lo avrei poi cercato in altri libri, quelli d’avventura, fino scoprire Jules Verne, Stevenson e molti altri più tardi.

Ma è delle favole più popolari, più comuni che vorrei parlare: molte volte ho scoperto, in seguito, da adulto, quanta ricchezza di insegnamento, non soltanto etico, morale, ma anche alchemico, vi fosse celata.

Molti pensano che le favole siano storie destinate solo ai bambini, tanto per distrarli prima di andare a dormire. Eppure uno stuolo di studiosi ha stabilito, e credo con ragione, che il patrimonio delle fiabe di tutto il mondo costituisce un enorme terreno comune, che supera lingue, culture, confini e distanze temporali. Ogni popolo ha raccontato ai propri bimbi storie incredibili, talvolta persino cruente e spaventose. Si dice che lo scopo fosse quello di passare valori etici, di appartenenza culturale o religiosa e via dicendo. Ma l’aspetto della merveille, che chissà come e perché in francese suona quasi come vecchia madre, è quello che più colpisce – sempre – il cuore di chi ascolta. Forse proprio perché le storie meravigliose sono del tutto irragionevoli, forse perché lo stupore e l’incanto provocato dal dipanarsi del racconto è tale che la ragione tace quasi con altera sufficienza, forse perché improvvisamente vi sono cose che suonano nell’animo che paiono trasformarsi in sostanze pacificatrici, forse per queste ed altre misteriose ragioni la fiaba prende l’attenzione e rapisce – letteralmente – quei nostri perché frutto della logica, e li porta stupefatti nei mondo del mirabile, del meraviglioso. Meraviglia viene dal latino mirabilis, che indica non solo che vi è qualcosa da ammirare ma forse, meglio, che ci si deve sforzare di mirare, di osservare profondamente. Perché?

Ricordo che anche Canseliet diceva che una delle condizioni essenziali per un Filosofo della Natura fosse quella di sapersi – nuovamente – meravigliare. Sembra quasi di capire che questa capacità venga via via sopita nel corso della comune vita umana, obbligati come siamo a compiere azioni di cui poi, quasi sempre, non tratteniamo alcuna saggezza o piena pace. Il senso del meraviglioso indica dunque una meta importante, quasi una montagna nuova dalla cui cima lo sguardo liberato possa scorgere sensi più veritieri, più vicini al mondo puro cui appartengono, forse, le nostre vere vite. Certo è difficile compiere questa arrampicata, visto che l’intelletto è spesso l’unica guida che abbiamo scelto. Ma, anche in questo caso, forse occorre una nuova sintonia, che passa, per forza di cose, per il Cuore. Se si osservassero gli occhi di un bimbo quando ascolta una fiaba, o se si assiste a ciò che accade al nostro interno mentre leggiamo una fiaba o una vecchia storia di qualche popolo antico, forse ci si accorgerebbe che è davvero possibile trovare una nuova lunghezza d’onda, e ritrovare una via che da secoli ogni tradizione si sforza di portare alla luce, incurante di ogni razionalità o logica. Ho sempre pensato quanto fosse incredibile la forza che permea questo passaggio della Sapienza popolare lungo tutta la storia sin qui conosciuta di Terra, in barba alle guerre, ai cataclismi, alle sofferenze, agli egoismi ed alle nefandezze di cui siamo stati, siamo e saremo capaci. C’è qualcosa di alieno in questo meraviglioso. Eppure appartiene a noi. Altrimenti nessuno riuscirebbe mai ad emozionarsi.

Ma non sarà forse che grazie all’emozione si possa camminare verso la Conoscenza?

Se ci si prende la briga di sprofondare per ore nelle fantastiche storie che sono per l’appunto quella terra comune di ogni popolo, si emerge talvolta frastornati: stranezza, confusione, illogicità sono i parametri più immediati che la nostra ragione appoggia sul tavolo, come un paio di occhiali dopo la lettura. Ma vi è anche altro: emergono amore, lealtà, verità, semplicità, linearità, dolcezza, giustizia… ed un mucchio di altre cose, che sempre appartengono al nostro Cuore dimenticato. E se questi semi che appaiono scintillanti nella confusione di una fiaba gaelica, o araba, o polinesiana, non fossero stati lasciati a caso? E se vi fosse un progetto sottile, nascosto, dimenticato? Se vi fossero chiavi da provare a girare in qualche vecchia serratura? Del resto, di meraviglioso si parla.

Non sarebbe meraviglioso meravigliarsi, e scoprire che vi è qualcosa dietro lo specchio?

Mi viene in mente lo specchio di Alice’s Adventures in Wonderland: Tutti pensano che sia una storiella ricca di solo insegnamento morale, o un esercizio elegante di critica ai costumi dell’uomo: ma… e se fosse davvero possibile varcare quello specchio? E se fosse addirittura indispensabile varcare la soglia dello specchio per entrare sul serio in un mondo che funziona in modo diverso?

Certo non sto pensando di buttarmi contro lo specchio del salone: sto pensando al contrario che occorra mutare attitudine interna di fronte alla realtà in cui la nostra ragione fa da padrona. Forse basterebbe mettere in moto il cuore, oltre lo specchio, per scoprire che – oh, meraviglia – vi sono cose che improvvisamente ‘scattano‘ ed accadono. Anche di qua, anche nel nostro comune modo di sentire.

Immagino che il tema possa interessare qualcuno, qualcuno ancora capace di innamorarsi: cercherò di sviluppare meglio queste cose in qualche nuovo Post, parlando di storie e fiabe strane ma meravigliose. Il territorio di viaggio è sterminato e non sarà certo possibile esplorarlo tutto. Innamorato come sono delle terre del nord, proverò a fare qualche incursione nei mondi del Bardo Taliesin e di Bran. Poi magari parleremo un pochino, ma solo un pochino, di Artù e della Queste du Graal. E poi anche delle fiabe classiche, raccolte da Charles Perrault: La belle au bois dormant, Le petit Chaperon rouge, Le Chat botté, Cendrillon, Le petit poucet. Ma non vorrei dimenticare Le petit Prince. Sarà lungo, ma qualcosa succederà per renderlo possibile. Spero.

Per ora, vi offro qualche meraviglia tratta da Peau d’Ane, la cui storia grosso modo è questa:

Un Re ed una Regina vivono in un reame dove tutto va bene, grazie anche alla presenza di un asino tutto particolare: ogni mattina sulla sua lettiera defecava Scudi e Luigi d’oro, riempiendo le casse del tesoro. Però un giorno la Regina si appresta a morire e si fa promettere dal marito affranto che si potrà sposare di nuovo, purché la sposa sia davvero più bella di lei. Il Re promette e la Regina muore. Dopo varie ricerche per ogni dove, il Re capisce che l’unica più bella della Regina è proprio la giovane Principessa; e lei, atterrita dalla orrenda proposta di incesto, fugge dalla Fata nel bosco che le consiglia di chiedere delle cose impossibili al padre: una veste color del Tempo; poi una veste di Luna, poi una veste di Sole. Il potente Re riesce a procuragliele ed affretta le nozze. La Principessa ritorna dalla Fata che le consiglia di richiedere la pelle dell’asino: il Re, seppur malvolentieri, acconsente . A questo punto la Fata ordina alla Principessa di fuggire lontano, rinunciando per sempre alle sue vesti regali ed a vestire la pelle dell’asino. Peau d’Ane lascia così il regno del padre e, dopo varie peregrinazioni, giunge in un altro regno, dove viene impiegata come sguattera nelle cucine, addetta ai compiti più meschini e spregevoli. Nessuno si accorge di una simile bruttura: solo ogni domenica, chiusa a chiave nella sua oscura e dimenticata cameretta, perduta in una viuzza puzzolente dei sobborghi della corte, Peau d’Ane indossa nuovamente le sue vesti, grazie alla bacchetta magica affidatale dalla Fata: tre volte la bacchetta viene battuta sulla terra e lo scrigno che racchiude le tre vesti splendenti riappare dalla terra; ma solo per lei e solo di domenica. Un giorno il giovane figlio del Re di quel reame segue per caso Peau d’Ane fino al suo orrendo nascondiglio, e sbirciando dal buco della serratura, scorge la Principessa meravigliosa e si innamora. Per tre volte vorrebbe forzare la serratura, ma si ferma perché gli pare di violare una cosa divina. Torna a corte, ma la Regina si accorge dell’enorme tristezza del figlio, il quale le chiede di poter mangiare un dolce fatto da Peau d’Ane. Detto fatto, Peau d’Ane si mette all’opera e confeziona il dolce per il Principe, delle cui attenzioni si era naturalmente accorta. Mentre impasta il dolce per l’amato, fa scivolare un anello nel dolce. Il Principe, dal buco della serratura, capisce il da farsi. Il dolce, proveniente dal luogo sordido in cui viveva nascosta Peau d’Ane, viene presentato a corte e l’anello scoperto: viene emesso un bando per scoprire chi possa indossare quel piccolo anello d’oro con uno smeraldo. Tutte le dame del regno vengono convocate, di ogni lignaggio, finché  – alla fine – Peau d’Ane verrà scoperta. I due giovani convolano a nozze felici, Peau d’Ane potrà di nuovo indossare le sue naturali vesti regali e persino il padre rinuncerà al suo intento e si riconcilierà con la bellissima (ex) Peau d’Ane.

Ogni studente d’Alchimia avrà senza dubbio riconosciuto l’insegnamento alchemico racchiuso nella piccola gemma di Perrault, così amata da Eugène Canseliet e da Paolo Lucarelli: la giovane vergine nascosta sotto una veste laida ed oscura, l’asino che dona oro dalle feci, l’incantesimo del tre, la ‘galette’ e l’anello nascosto. E domando: non è straordinario, meraviglioso ed assolutamente incomprensibile per la ragione che un insegnamento operativo così chiaro, così importante abbia viaggiato per centinaia d’anni ‘travestito’ nella fiaba di Peau d’Ane?

Sorrido sempre di fronte a questi misteri di Dama Alchimia.

Ecco dunque, nel francese di Perrault, qualche piccolo passo di questa fiaba che cela ‘verità nascoste in bella evidenza‘:

“Voici, poursuivit-elle, une grande cassetteOù nous mettrons tous vos habits,

Votre miroir, votre toilette,

Vos diamants et vos rubis.

Je vous donne encor ma Baguette;

En la tenant en votre main,

La cassette suivra votre même chemin

Toujours sous la Terre cachée;

  Et lorsque vous voudrez l’ouvrir,A peine mon bâton la Terre aura touchée

Qu’aussitôt à vos yeux elle viendra s’offrir.

Pour vous rendre méconnaissable,

La dépouille de l’Ane est un masque admirable.

Cachez-vous bien dans cette peau,

On ne croira jamais, tant elle est effroyable,

Qu’elle renferme rien de beau”

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“L’Infante cependant poursuivait son chemin,Le visage couvert d’une vilaine crasse;

A tous Passants elle tendait la main,

Et tâchait pour servir de trouver une place.

  Mais les moins délicats et les plus malheureuxLa voyant si maussade et si pleine d’ordure,

Ne voulaient écouter ni retirer chez eux

Une si sale créature”

_____________________________   _____________________________
“Elle entrait dans sa chambre et tenant son huis clos,Elle se décrassait, puis ouvrait sa cassette,

Mettait proprement sa toilette,

Rangeait dessus ses petits pots.

Devant son grand miroir, contente et satisfaite,

De la Lune tantôt la robe elle mettait,

Tantôt celle où le feu du Soleil éclatait,

  Tantôt la belle robe bleueQue tout l’azur des Cieux ne saurait égaler,

Avec ce chagrin seul que leur traînante queue.

Sur le plancher trop court ne pouvait s’étaler.

Elle aimait à se voir jeune, vermeille et blanche

Et plus brave cent fois que nulle autre n’était”

_____________________________   _____________________________
“Son air était Royal, sa mine martiale,Propre à faire trembler les plus fiers bataillons.

Peau d’Ane de fort loin le vit avec tendresse,

  Et reconnut par cette hardiesseQue sous sa crasse et ses haillons

Elle gardait encor le coeur d’une Princesse”

_____________________________   _____________________________
“Peau d’Ane donc prend sa farineQu’elle avait fait bluter exprès

Pour rendre sa pâte plus fine,

Son sel, son beurre et ses oeufs frais;

Et pour bien faire sa galette,

S’enferme seule en sa chambrette.

D’abord elle se décrassa

  Les mains, les bras et le visage,Et prit un corps d’argent que vite elle laça

Pour dignement faire l’ouvrage

Qu’aussitôt elle commença.

On dit qu’en travaillant un peu trop à la hâte,

De son doigt par hasard il tomba dans la pâte

Un de ses anneaux de grand prix”

Ah, quelle Merveille… !

Per ora, dunque, auguro a tutti… un dolce buon non-compleanno!!

Filosofia dell’Alchimia: Amore, Conoscenza e il Sacro

Posted in Alchemy with tags , , , , on Saturday, October 4, 2008 by Captain NEMO

Qualche volta mi vengono a trovare degli amici e, fissando stupefatti la mole di libri appoggiati alla rinfusa sul tavolo davanti al camino, qualcuno mi chiede: “… ma perché studi Alchimia?“. A pochissimi, per la verità, riesco a dire che in realtà non soltanto studio, ma anche pratico l’Arte. Non è facile confessare i propri amori sino in fondo, specie se chi ti guarda ti vede già come un pazzo perché leggi qualche testo in latino.

Naturalmente, chi riesce a superare il primo imbarazzo e si avventura a sfogliare qualche testo, resta colpito dalla bellezza o dalla stranezza di alcune immagini: l’iconografia alchemica è sterminata e decisamente attraente, solleticante.

Il rispondere a questi amici avvia sempre uno strano dialogo: o qualcuno resta convinto che io sia un tantino pazzo ed eccentrico (e in realtà lo sono, felicemente), oppure qualcun altro ascolta le mie prime spiegazioni e – di colpo – si siede. E le domande fioccano. Una sorta di interrogatorio su mille aspetti, che sono più motivati dalla curiosità intellettuale che dalla sana curiosità, così tipica dei bimbi. Loro sorridono sinceramente quando domandano, gli adulti aggrottano le sopracciglia e guardano accorati il soffitto mentre osano parlare del divino.

Perché studiare Alchimia e, per di più, praticarla?

Non posso rispondere in modo esattamente convincente. Tuttavia forse è utile spendere qualche parola sull’aspetto con cui più facilmente si entra in contatto quando si arriva a  leggere i primi due o tre libri seri sull’Art Royale: la filosofia dell’Alchimia.

Partiamo dal termine Filosofia: a differenza delle cosiddette Scienze esatte, che hanno come campo d’indagine un oggetto preciso, la filosofia è comunemente vista come una attività del pensare, del congetturare, del filosofeggiare (per l’appunto); una cosa piuttosto astratta, insomma, riservata in genere a coloro i quali amano perder tempo nel presupporre soluzioni a problemi molto complessi e troppo lontani dalla vita comune di ogni giorno.

In realtà, se volessimo dar retta a Platone o Aristotele, la filosofia è la scienza dei principi delle scienze. Il Philosophus è un amante, un innamorato della Sophia, della Conoscenza; si interessa insomma delle cause prime, tentando di mettersi in contatto con l’unico mundus dove sia possibile rinvenirle: l’Assoluto.

Se ci si fermasse qui, le possibili critiche a quest’approccio tutto sommato arrogante (“… Ah, e tu pretendi di conoscere Dio?… interessante. E cos’è Dio?“) si svilupperebbero in una miriade di frammenti dove la dialettica – così amata da tutti coloro che pensano che discutere porti ad una qualche conoscenza solida e/o veritiera – sminuzzerebbe ogni singola parola, pensiero, concetto, oggetto e soggetto alla ricerca più del confronto che della pace e della condivisione.

In realtà io direi che uno dei motivi che dovrebbe animare ogni essere umano su Terra dovrebbe essere proprio il ricercare il motivo del proprio esistere (e morire) su questo insignificante ma meraviglioso pianeta, sperduto in una remota galassietta di un cosmo assolutamente sproporzionato.

Perché siamo qui e a che serve essere qui?

Naturalmente ognuno è libero di rispondere come meglio crede: io mi permetto di suggerire che solo compiendo sino in fondo lo sforzo immane di conoscere i principi unici e ricorrenti della creazione si potrebbe – forse – dare un senso a quelle giuste domande.

Torniamo allora al Philosophus e lasciamo suonare nel cuore queste due parole: innamorato e conoscenza.

Si sta parlando di Amore e Conoscenza.

Non è bello?

Anzi, direi di più: non è semplice?

Se volessi approntare un paradigma, potrei sostenere che il Philosophus Naturae è semplicemente, e gaiamente, un pazzo innamorato della conoscenza di Madre Natura. Mi rendo conto che molti sorrideranno. Succede sempre. Ma non mi sono mai preoccupato di questo tipo di sorrisi, perché “There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy“. E se l’astuto Bardo Scuotilancia indica more things rispetto alla semplice filosofia umana, allora sono io ad offrire il mio sorriso a chi sorride, con un inchino!

Ma ritornando all’aspetto filosofico dell’Alchimia, vorrei subito sottolineare un fatto assolutamente distintivo dell’Arte: si tratta dell’unica filosofia che possiede una pratica; di fatto, in Alchimia lo studio non può prescindere dalla pratica. Questi due aspetti sono sempre strettamente legati, in modo indispensabile. A costo di far cadere dalla sedia qualche dotto amico, dirò che chi limitasse il proprio studio ai testi, mai arriverebbe a poter comprendere quel che avesse studiato. Certo potrà essere considerato un erudito, ma non avrebbe concluso nulla.

Il cerchio deve essere chiuso, perché vi sia uno spazio all’interno della circonferenza. Senza il giusto connubio tra studio e pratica, l’Alchimia avrebbe poco senso.

Questo, a mio avviso, connota dunque l’Alchimia come una Filosofia e come una Scienza. Il filosofo innamorato, indaga, studia e scandaglia il proprio cuore e la Natura – perché noi siamo non soltanto immersi nella Natura, ma siamo soprattutto nati tramite gli stessi principi che animano la Natura – alla ricerca dei principia della creazione; poi, sempre innamorato, entra in laboratorio per verificare la propria intuizione operando su materie precise di questo mondo e del Cielo: questa verifica implica il tentativo di replica all’interno del proprio crogiolo di ciò che ha saputo intuire. Saranno le materie – e il Cielo – a fornire nuove indicazioni e nuove riflessioni, che riporteranno l’innamorato sui testi, in un ciclo di continuo approfondimento dell’intuizione (mai della logica: non c’è logica nella creazione) e della manipolazione delle materie.

Eugène Canseliet diceva che è con l’accesso al laboratorio, tramite una vera e proprio Iniziazione ai principia delle materie, che il cercatore diviene Philosophus per Ignem: è il fuoco che qualifica questo nuovo gradino di Amore e Conoscenza. Anche qui molti sorrideranno, e ricorreranno ad astruse raffigurazioni per riuscire a tranquillizzare la propria ragione impazzita sull’impressionante affermazione del buon Maitre de Savignies, nel tentativo di renderla in qualche modo incasellabile, catalogabile. Altro errore comune.

L’esperienza del Laboratorio porta l’alchimista in contatto con un mondo certo dimenticato, ma non per questo non esistente: il Sacro. Non sono ammessi sbagli in questo reame primevo. Nessun errore, nessun perdono. O si è in sintonia perfetta o si rischia molto.

Dunque si delinea un trittico piuttosto interessante e – secondo me – troppo spesso trascurato, se non addirittura mal compreso: Amore, Conoscenza e Sacro.

Anche questa potrebbe essere una buona sintesi dell’Alchimia, che mostra bene il motivo unico e primo per cui un essere umano potrebbe decidere di cambiar radicalmente vita ed incamminarsi umilmente lungo i boschi della Gran Dama. Mi rendo conto che comunemente a quei tre termini le nostre razionalità offrono mille considerazioni, critiche, discussioni e giustificazioni. Vi dirò che sono tutte sbagliate. Anzi si tratta delle migliori auto-trappole approntate velocemente dalla nostra ragione pur di non cedere il primato che detiene su ognuno di noi.

Se non fosse abbastanza chiaro, sto dicendo che noi tutti siamo prigionieri, noi tutti viviamo in una gigantesca, colossale prigione: questo mondo è un carcere, e noi stessi siamo i carcerieri. Paradossale, dirà qualche dotto. Certo, paradossale. Ma qualcuno, domando, se ne è accorto?

Paolo Lucarelli – in un intervento memorabile in occasione dei Colloque Canseliet, nel Dicembre 1999 a La Sorbonne – affermò (debbo immaginare con qualche moto di panico in qualche relatore) che nella creazione del nostro mondo ci fu un errore: il mondo è frutto di questo errore, le creature sono il frutto di questo errore, noi siamo quell’errore. La platea esplose in un applauso scrosciante, mentre Paolo sorrideva.

C’è un problema a monte, dunque; ecco perché, per esempio, lungo tutta la sua storia quella creatura arrogante che è l’uomo non è mai riuscita a liberarsi della sofferenza, del dolore, della prevaricazione, della stupidità, della banalità, dell’egoismo e della sopraffazione; né mai potrà riuscirci, stante quell’errore.

La soluzione, tuttavia, è semplice, esiste; si tratta di rimettere mano al processo della creazione, perché – per pura bontà divina – anche in questa prigione è rimasto qualche pezzo di quel Chaos originale da cui tutto ha avuto origine. L’Alchimia, studiata e praticata, permette all’innamorato di riproporre il processo della creazione alla benevolenza del Cielo. Se Dio vorrà, potrebbe accadere che il miracolo si compia nel modo corretto.

Ma, beninteso, solo e soltanto se Dio lo vorrà.

Per questo il Philosophus prega, con cuore puro e umile.

Ciò che deve accadere in laboratorio, diceva Paolo, è un dono, un dono di Dio.

Vi rendete conto?

Spero si comprenda meglio perché ho il tavolo vicino al fuoco pieno di libri, e perché sono felice di avere il mio piccolo laboratorio: e mi auguro che si capisca per qual motivo sorrido sempre quando mi si chiede: “… Ma lei…. perché studia Alchimia?… A cosa serve?

Tutti pensano che risponderei “… la Pietra Filosofale!

E quando si accorgono che guardo il Cielo e sorrido tacendo, molti restano delusi.

Mi dispiace, ma come ricordava Amleto, ci sono molte altre cose di cui non si può parlare. Non le possiamo vedere dalla prigione, ma questo non significa che non esistono. Anzi.

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