Franco … Torneremo ancora …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , on Wednesday, May 18, 2022 by Captain NEMO

Caro Franco,

chissà dove stai volando oggi; per noi sono trascorsi 365 ‘periodi‘ di spazio, ed ancora anneghiamo nell’ignoranza della Joie di Madre Natura.

Ho trovato oggi sul Web un tuo ultimo Canto, e mi sono commosso. Tanto.

Q U I

Manchi, … ma va bene così!

Primum Vere – 2022

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Monday, March 21, 2022 by Captain NEMO

Be Lost in the Call

Signore, disse David, dato che non hai bisogno di noi,

perché hai creato questi due mondi?

Realtà rispose: Oh, prigioniero del tempo,

Ero un tesoro segreto di bontà e generosità,

e desideravo che questo tesoro fosse conosciuto,

così creai uno specchio: la sua faccia splendente, il cuore;

il suo dorso scurito, il mondo;

Il dorso ti darebbe piacere se non avessi mai visto la faccia.

Qualcuno ha mai prodotto uno specchio da fango e paglia?

Però pulisci il fango e la paglia,

e uno specchio potrebbe svelarsi,

Finché il succo non fermenta un po’ nella botte,

non è vino. Se vuoi che il tuo cuore sia luminoso,

devi fare un po’ di lavoro.

Il mio Re si rivolse all’anima della mia carne:

ritorni proprio come quando sei partita.

Dove sono le tracce dei miei doni?

Sappiamo che Alchimia trasforma il rame in oro.

Questo Sole non vuole una corona o una veste dalla grazia di Dio.

Egli è un cappello per cento uomini calvi,

un riparo per dieci che erano nudi.

Gesù sedeva umilmente sul dorso di un asino, bambino mio!

Come poteva uno zefiro cavalcare un asino?

Spirito, trova la tua via, nel cercare umiltà come un ruscello.

Ragione, percorri il cammino dell’altruismo verso l’eternità.

Ricorda Dio fino al punto che tu venga dimenticato.

Lascia che il chiamante ed il chiamato scompaiano;

perditi nel richiamo.

Jalal ad-Din Muhammad Rumi

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie V

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, February 2, 2022 by Captain NEMO

Proseguiamo nello studio del Plafond dell’Oratoire dell’Hôtel Lallemant con la quinta serie di Cassoni:

Cassone 13 – Un avanbraccio infuocato e i sette ricci di Castagne

Fulcanelli commenta questo Cassone: ‘… nous présente un avant-bras enflammé dont la main saisit de grosses châtaignes ou marrons.’.

… ci presenta un avambraccio infiammato la cui mano afferra delle grosse castagne o marroni.’.

In realtà, la mano sembra afferrare dei ricci di castagne – che quanto meno sembrano di castagne: a dir la verità, quei ricci che appaiono rotti (cinque), sembrano non contenere il frutto di cui parla Fulcanelli. E l’avambraccio è marcato dall’evidente grafismo delle fiamme, di un fuoco piuttosto forte, che pare scendere verso la mano (si scorgono le vene gonfie, a significare – clinicamente parlando – un’infiammazione!); al di sopra, in bella evidenza, un filatterio, muto.

Evidentemente, questo tema dell’avambraccio era ben conosciuto all’epoca; Fulcanelli, d’altra parte, non ha trascurato di commentarne la raffigurazione scolpita, per due volte, nel suo minuzioso esame del soffitto della loggia del castello di Dampierre sur Boutonne. Eccone la prima:

Perçant les nuées, une main d’homme lance contre un rocher sept boules qui rebondissent vers elle. Ce bas-relief est orné de l’inscription:

.CONCVSSVS . SVRGO.

Heurté, je rebondis. Image de l’action et de la réaction, ainsi que de l’axiome hermétique Solve et coagula, dissous et coagule.

Un sujet analogue se remarque sur l’un des caissons du plafond de la chapelle Lallemant, à Bourges ; mais les boules y sont remplacées par des châtaignes. Or, ce fruit auquel son péricarpe épineux a fait donner le nom vulgaire de hérisson (en grec eχinoç, oursin, châtaigne de mer), est une figuration assez exacte de la pierre philosophale telle qu’on l’obtient par la voie brève. Elle paraît, en effet, constituée d’une sorte de noyau cristallin et translucide, à peu près sphérique, de couleur semblable à celle du rubis balai, enfermé dans une capsule plus ou moins épaisse, rousse, opaque, sèche et couverte d’aspérités, laquelle, à la fin du travail, est souvent crevassée, comme l’écale des noix et des châtaignes. Ce sont donc bien les fruits du labeur hermétique que la main céleste jette contre le rocher, emblème de notre substance mercurielle. Chaque fois que la pierre, fixe et parfaite, est reprise par le mercure afin de s’y dissoudre, de s’y nourrir de nouveau, d’y augmenter non seulement en poids et en volume, mais encore en énergie, elle retourne par la coction à son état, à sa couleur et à son aspect primitifs. On peut dire qu’après avoir touché le mercure elle revient à son point de départ. Ce sont ces phases de chute et d’ascension, de solution et de coagulation qui caractérisent les multiplications successives qui donnent à chaque renaissance de la pierre une puissance théorique décuple de la précédente. Toutefois, et quoique beaucoup d’auteurs n’envisagent aucune limite à cette exaltation, nous pensons avec d’autres philosophes qu’il serait imprudent, au moins en ce qui concerne la transmutation et la médecine, de dépasser la septième réitération. C’est la raison pour laquelle Jean Lallemant et l’Adepte de Dampierre n’ont figuré que sept boules ou châtaignes sur les motifs dont nous parlons.“.

Si tratta del Cassone 1, della Serie VI da Les Demeures Philosophales; ecco la mia traduzione del passo:

Forando le nubi, una mano d’uomo lancia contro una roccia sette sfere che rimbalzano verso di essa. Questo bassorilievo è ornato dell’iscrizione:

.CONCVSSVS . SVRGO.

Scosso, sorgo[1]. Immagine dell’azione e della reazione, oltre che dell’assioma ermetico Solve et coagula, dissolvi e coagula.

Un soggetto analogo si nota su uno dei cassoni del soffitto della cappella Lallemant, a Bourges, ma le sfere vi sono rimpiazzate da delle castagne. Ora, questo frutto al quale il suo pericarpo spinoso ha fatto dare il nome volgare di riccio (in greco eχinoç, riccio, castagna di mare), è una rappresentazione abbastanza esatta della pietra filosofale come la si ottiene per la via breve. Essa appare, in effetti, costituita di una sorta di nocciolo cristallino e traslucido, quasi sferico, di colore simile a quello del rubino balascio, racchiuso in una capsula piò o meno spessa, rossastra, opaca, secca e coperta di asperità, la quale, al termine del lavoro, è spesso solcata, come il mallo delle noci e delle castagne. Sono dunque proprio i frutti del lavoro ermetico che la mano celeste getta contro la roccia, emblema della nostra sostanza mercuriale. Ogni volta che la pietra, fissa e perfetta, viene ripresa da parte del mercurio per esservi dissolta, di esservi nutrita di nuovo, di accrescersi non soltanto di peso e di volume, ma anche di energia, essa ritorna mediate la cottura al suo punto di partenza, al suo colore ed al suo aspetto primitivi. Possiamo dire che dopo aver toccato il mercurio essa ritorna al proprio punto di partenza. Sono queste fasi di caduta ed ascensione, di soluzione e di coagulazione che caratterizzano le moltiplicazioni successive che danno ad ogni rinascita della pietra una potenza teorica decupla della precedente. Tuttavia, e per quanto molti autori non considerino alcun limite a questa esaltazione, noi riteniamo con altri filosofi che sarebbe imprudente, almeno per ciò che concerne la trasmutazione e la medicina, di oltrepassare la settima reiterazione. È la ragione per la quale Jean Lallemant e l’Adepto di Dampierre non hanno raffigurato che sette sfere o castagne nelle decorazioni di cui parliamo.”.

Tralascio qui la seconda parte di questo Commento, per non tediare troppo il lettore: si tratta in ogni caso di aspetti tecnici, peraltro molto avanzati, che potranno essere letti con tutto comodo da parte di chi fosse interessato ad approfondirli.

Torniamo dunque alla seconda raffigurazione, per così dire brachiale, presentata a proposito di Dampierre:

Posé sur l’autel du sacrifice, un avant-bras est consumé par le feu. L’enseigne de cet emblème igné tient en deux mots:

. FELIX . INFORTVNIVM .

Heureux malheur ! Quoique le sujet semble, à priori, fort obscur et sans équivalent dans la littérature et l’iconographie hermétiques, il cède pourtant à l’analyse et s’accorde parfaitement avec la technique de l’Œuvre.

L’avant-bras humain, que les grecs nommaient simplement le bras, βραχίων, sert d’hiéroglyphe à la voie courte et abrégée. En effet, notre Adepte, jouant sur les mots et cabaliste instruit, dissimule sous le substantif βραχίων, bras, un comparatif de βραχίως, qui s’écrit et se prononce de la même façon. Celui-ci signifie court, bref, de peu de durée, et forme plusieurs composés, dont βραχύτης, brièveté. C’est ainsi que le comparatif βραχίως, bref, homonyme de βραχίων, bras, prend le sens particulier de technique brève, ars brevis.

Mais les Grecs se servaient encore d’une autre expression pour qualifier le bras. Lorsqu’ils évoquaient la main, χείρ, ils en appliquaient, par extension, l’idée au membre supérieur tout entier, et lui donnaient la valeur figurée d’une production artistique, habile, d’un procédé spécial, d’une manière personnelle de travail, en résumé d’un tour de main acquis ou révélé. Toutes ces acceptations caractérisent exactement les finesses du Grand Œuvre dans sa réalisation prompte, simple et directe, puisqu’elle ne nécessite que l’application d’un feu très énergique, à laquelle se réduit le tour de main en question. Or, ce feu n’est pas seulement figuré, sur notre bas-relief, par les flammes, il l’est encore par le membre lui-même, que la main indique comme étant un bras dextre ; et l’on sait assez que la locution proverbiale ” être le bras droit ” se rapporte toujours à l’agent chargé d’exécuter les volontés d’un supérieur, – le feu dans le cas présent.”.

Si tratta del Cassone 3, della Serie III da Les Demeures Philosophales; eccone la mia traduzione:

Poggiato sull’altare del sacrificio, un avambraccio viene consumato dal fuoco. L’insegna di questo emblema igneo è fatta da due parole:

. FELIX . INFORTVNIVM .

Felice sventura! Sebbene il soggetto sembri, a priori, molto oscuro e senza equivalenti nella letteratura ermetica, si arrende però all’analisi e si accorda perfettamente con la tecnica dell’Opera.

L’avambraccio umano, che i greci chiamavano semplicemente il braccio, βραχίων, serve da geroglifico della via corta e accorciata. In effetti, il nostro Adepto, giocando con le parole da cabalista istruito, dissimula sotto il sostantivo βραχίων, braccio, un comparativo di βραχίως, che si scrive e si pronuncia allo stesso modo. Questo significa corto, breve, di poca durata, e forma numerosi composti, tra cui βραχύτης, brevità. È così che il comparativo βραχίως, breve, omonimo di βραχίων, braccio, prende il senso particolare di tecnica breve, ars brevis.

Ma i greci si servivano anche di un’altra espressione per esprimere il braccio. Quando evocavano la mano, χείρ, ne applicavano, per estensione, l’idea al membro superiore tutto intero, dandogli il valore figurato di una produzione artistica, abile, di un procedimento speciale, di un modo personale di lavoro, insomma di un giro di mano acquisito o rivelato. Tutte queste accezioni caratterizzano esattamente le finezze della Grande Opera nella sua realizzazione pronta, semplice e diretta, poiché essa non necessita che dell’applicazione di un fuoco molto energico, alla quale si riduce il giro di mano in questione. Ora, questo fuoco non è soltanto raffigurato, sul nostro bassorilievo, mediante le fiamme, ma lo è anche mediante il membro stesso, che la mano indica come essere un braccio destro; e sappiamo abbastanza che la locuzione proverbiale ‘essere il braccio destro’ si rapporta sempre all’agente incaricato di eseguire le volontà di un superiore, il fuoco nel presente caso.”.

Anche per questo secondo Commento tralascio la seconda parte.

Ricordo ancora che Il Mistero delle Cattedrali venne pubblicato nel 1926, mentre Le Dimore Filosofali venne pubblicato nel 1930; e che le due edizioni mostrano in taluni passaggi la presenza di più mani.

Sia come sia, credo sia importante sottolineare che, a mio avviso, questi due brani tratti da Les Demeures Philosophales fanno largo uso dei diversi livelli di lettura, e quindi anche di esatta comprensione, che caratterizzano tutte le buone opere d’Alchimia. E mi permetto dunque di consigliare allo studente la massima attenzione. Più si avanza nello studio e nella pratica di Laboratorio, più è indispensabile riflettere sul contenuto dei testi, come sui contesti operativi cui Fulcanelli intende riferirsi. É buona norma, insomma, adottare prudenza: gli insegnamenti offerti sono ottimi, ma talvolta … è meglio riflettere meglio.

Se le tre sculture mostrano questo avambraccio infiammato, il motivo di questa scelta di Fulcanelli è senza dubbio il Fuoco; ma siccome – ovviamente – il Fuoco è il protagonista indiscusso dei lavori, occorre domandarsi, in ogni lettura, e/o riflessione da esse scaturita, di quale Fuoco si stia parlando, e – simultaneamente – del contesto operativo cui quell’insegnamento pare riferirsi.  

Cassone 14 – Il Putto, il Libro e il Serpente.

Fulcanelli commenta questo Cassone così: “Là, le même bambin, agenouillé près d’une pile de lingots plats, tient un livre ouvert, tandis qu’à ses pieds gît un serpent mort. Devons-nous nous arrêter ou poursuivre ? – Nous hésitons. Un détail situé dans la pénombre des molures, détermine le sens du petit bas-relief; sur la plus haute pièce de l’amas figure le sceau étoilé du roi mage Salomon. En bas, le mercure; en haut, l’Absolu. Procédé simple et complet qui ne comporte qu’une voie, n’exige qu’une matière, ne réclame qu’une opération. ‘Celui qui sait faire l’Œuvre par le seul mercure a trouvé tout ce qu’il y a de plus parfait.’. Tel est du moins ce qu’affirment les plus célèbres auteurs. …”.

Prima di tutto va notato che ‘il medesimo bambino’ cui Fulcanelli si riferisce è quello che fa pipì nello zoccolo, appartenente alla Serie precedente (Cassone 10); quello (ma è una ‘lei‘!) è alato, questo è senz’ali; quello aveva una cuffietta da notte; questo ha invece il capo cinto di perle e/o gemme. Ha in mano un libro aperto, e sopra di lui in bella evidenza, ancora un filatterio, muto. In basso a sinistra, in primo piano, si vede un serpente scaglioso, che sembra morto; sullo sfondo, un ammasso dalla forma un po’ inusuale: pare una materia in qualche modo stratificata, la cui cima appare sormontata da una materia che sembra sia stata colata, e solidificata. Ora, se il serpente mostra il glifo dell’infinito, l’affermazione secondo la quale in cima all’ “ammasso figura il sigillo stellato del re mago Salomone” appare piuttosto curiosa; da un mio esame di quanto visibile nella foto (fatta in questi anni) si vede qualcosa che – davvero a fatica – potrebbe essere identificata come il glifo ben noto:

Per cui – date le dimensioni di un Cassone e l’altezza del soffitto – si deve ritenere che … o qualcuno era in possesso di una scala, oppure di un vecchio disegno (magari del progetto iniziale), oppure di un’informazione particolare; non v’è dubbio, comunque, che l’affermazione sarebbe alchemicamente pertinente, visto l’assieme costituito dalla simbologia del serpente scaglioso (il mercure, ma non alato), da quel curioso “amas” – le cui sembianze sono ben poco equivocabili (“Ab-solu”) -, dal Putto e la sua natura (privo di ali) e dal livre ouvert in bell’evidenza. D’altro canto, Fulcanelli afferma in modo chiaro che il Cassone – come il precedente – si riferisce al procedimento operativo che viene chiamato Via Breve.

Cassone 15 – L’avambraccio, il fuoco, e lo stampo.

Fulcanelli, riferendosi al Cassone 14, commenta questo Cassone così: “… plus loin le même hiéroglyphe [i.e., un avant-bras enflammé], sortant du roc, tient une torche allumée …”.

… più lontano il medesimo geroglifico, [i.e., un avambraccio infiammato], uscente dalla roccia, impugna una torcia accesa.‘.

Ed ecco ancora un avambraccio, fortemente legato alle fiamme: sulla parte sinistra si vedono rocce piuttosto squadrate immerse nelle fiamme; da esse esce l’avambraccio – che pare avvolto in una sorta di manica protettiva, fino al polso – la cui mano (con le vene fortemente in rilievo) impugna un oggetto, anch’esso avvolto dalle fiamme; il mio amico Injubes vi vede un astuccio dalla cui parte superiore fuoriescono cinque foglie innervate, mentre uscendo dal fondo si distinguono – forse – i relativi steli. L’avambraccio è infilato in un filatterio, ancora muto.

Per ciò che riguarda l’identità dell’oggetto, credo potrebbe essere più appropriato – vista la presenza manifesta di fiamme – vederlo come uno stampo da colata, cilindrico: difficile in quel contesto ‘leggerlo’ come una ‘torcia accesa’, no? Quanto al contenuto: quelle foglie esprimono la vegetabilità[2] della materia lavorata nel contesto operativo raffigurato; Fulcanelli parla – per questa serie – dei procedimenti legati alla Via Breve, la quale, come è noto, prevede una destrezza consolidata dall’esperienza ormai acquisita da parte dell’Artista: anche nella raffigurazione di questo cassone, infatti, si percepisce che è richiesta una maggiore attenzione, dovuta al miglior controllo del fuoco, sia in termini di quale fuoco, sia nella sua applicazione, cioè nel controllo accurato della temperatura.

E concludo questa quinta parte: non v’è dubbio che questi tre cassoni parlino d’Alchimia; ciò non vuol significare che i Lallemant fossero necessariamente Adepti, quanto che quel tipo di raffigurazione – gli avanbracci infiammati – faceva parte di un patrimonio culturale preciso; ma già allora, dobbiamo ritenere, dalla doppia lettura: uno di facile comprensione, ‘colpito, salgo in alto’; l’altro, con un significato operativo più riservato, segreto, legato alla pratica di una Via alchemica (l’Ars Brevis) di per sé già molto rara, oggi come allora. Nel progetto iniziale delle due opere firmate ‘Fulcanelli’ – che prese le mosse proprio da Bourges a metà ‘800 – le cosiddette Dimore Filosofali dovevano probabilmente fare da sostegno alle Cattedrali, ma gotiche. Poi, e ne ignoriamo il motivo preciso (se non che la sua riorganizzazione editoriale mutò una volta che i ‘giovani’ del gruppo di Bourges si trasferirono a Parigi agli inizi del ‘900), quel progetto, con la supervisione di Dujols, cambiò; Canseliet e Champagne – anch’essi molto giovani – fecero del loro meglio al fine di portare alle stampe i due volumi.

Sia come sia, i quattro avambracci infiammati’, misteriosi, trovarono posto in entrambi i volumi: due nel MdC (1926) con un brevissimo esame del plafond dei Lallemant, e due nel LDP (1930) con un lungo esame del plafond di Dampierre, questa volta con due palesi moniti sulla destrezza indispensabile per compiere senza pericolo la Via Breve.

Una cosa è certa: per comprendere almeno il contesto di quelle quattro raffigurazioni, così particolari, occorre senza dubbio essere molto avanti nella pratica alchemica, e nella sua tecnica di Laboratorio. Fulcanelli, chiunque egli sia, fu senza dubbio prima addestrato allo studio attento e approfondito dei testi, e in seguito ha praticato, a lungo, con assiduità, la Via Unica, per arrivare – poi – a comprendere la modalità singolare della Via Breve. Stento ad attribuire questa sensibilità acquisita, e così avanzata, ai Lallemant. Ma nulla deve mai esser dato per scontato, anche nella storia dell’Alchimia. Ma la testimonianza visuale di questa serie indica con precisione che quantomeno i decoratori, gli scultori, et alia, portavano nel bagaglio delle loro esperienze quelle rappresentazioni, appartenenti agli Emblemata di tipo morale e religioso che videro la luce tra il ‘500 ed il ‘600.

Fatto è, però, che il fiume dell’Alchimia percorre in modo carsico, ma in bella evidenza, tutta la cultura naturale della nostra specie. Da secoli e secoli.  La summa di questa terna, dunque, ci parla di una cosa fissa (non ha le ali nemmeno il serpente, scaglioso – che Fulcanelli specifica esser morto) che viene ottenuta – grazie al fatto che il livre è ouvert – mediante l’applicazione appropriata … di un fuoco appropriato (sia in termini di substantia, che di gradus); il risultato di questa lavorazione focosa e così delicata fornisce una materia vegetabile, capace cioè di “cuocere, digerire e perfezionare” … qualche altra cosa!

Resta da trovare, però, un pezzetto mancante

Ah, les merveilles d’Alchimie …

À bientôt, mes Dames et mes Sires …


[1] Il verbo surgo, significa sorgere, nascere, levarsi, salire verso l’alto. Fulcanelli traduce surgo con je rebondis, che significa io rimbalzo: a mio modesto avviso il verbo francese qui usato non traduce il verbo latino correttamente, sebbene ben descriva la dinamica che sembra essere stata rappresentata dallo scultore nel cassone in esame.

[2] La végétabilité è una Qualitatem precisa che, in Alchimia, appartiene al minerale: Dom Pernety lo spiega così (1758): “… non bisogna confondere una materia vegetale o che vegeta, con una materia vegetabile, o che possiede una virtù vegetativa. È per questo che [i Filosofi] non dicono che la loro saturnia è vegetale, ma vegetabile, & la chiamano così seguendo l’indicazione di molti tra loro, poiché essa possiede un’anima vegetativa, che la cuoce, la digerisce, & la conduce alla perfezione desiderata. … I Filosofi hanno tuttavia talvolta dato al vino il nome di gran vegetabile; ma il vino bianco & il vino rosso di Raymondo Lullo sono i mestrui dei Saggi, & non i vini bianchi & rossi volgari.”. Questo brano così chiaro ed esatto, genererà senza dubbio una certa complaisance nella maggior parte dei lettori; agli studenti, per contro, raccomando molto la prudence, di cui supra. Molta prudence.

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie IV

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Passato il periodo delle Feste, continuiamo l’esame del Plafond dell’Oratoire dell’Hôtel Lallemant con la quarta serie di Cassoni:

Cassone 10 – Un Angioletto fa pipì nello zoccolo

Fulcanelli commenta questo Cassone: ‘Voici, – quel singulier motif pour une chapelle – un jeune enfant urinant à plein jet dans son sabot.’.

Ecco, – che motivo singolare per una cappella – un bambinello che urina a tutta forza in uno zoccolo.’.

A ben guardare, si tratta di una bambinella, alata, che apre la parte inferiore della sua tunica; la qual bimbetta – con una mira che ha del perfetto! – dirige il suo getto di pipì all’interno di uno zoccolo, di legno. La scenetta descrive un jeu d’enfants: di notte – la bimba, oltre la tunichetta da letto, indossa anche la cuffietta per dormire – l’inarrestabile desiderio fisico di liberarsi viene soddisfatto senza indugio: invece di recarsi verso un bagno, o usare il classico vasino da notte, l’angioletta trova uno zoccolo e lo usa per far pipì: non è un dispetto, quanto piuttosto un gesto da monella, … che sa di non esser vista!

… e la pipì pare davvero tanta, visto la cura con cui l’artista ha scolpito il getto, quasi un torchon, ma dritto dritto, per esprimere la forza con cui la piccola monella, in piedi, soddisfa il proprio istinto primario: liberarsi. … tale è la forza, che pare bagnarsi un po’ la gamba destra.

Canseliet, parlando dell’altrettanto famosa Fontaine Indécente (in Deux Logis Alchimiques), si ricollega a questo Cassone dell’Hôtel Lallemant:

Pourvue de ses deux ailes, comme il se doit, l’enfant céleste ne s’en tient pas moins campée sur ses deux jambes, afin d’ouvrir, tel un rideau, le vêtement qui la recouvre. Ainsi dirige-t-elle, dans un sabot de bois, habilement, malgré son attitude, à la fois verticale et difficultueuse, le jet oblique et roide de son virginal pipi.’.

‘Provvista di due ali, come si conviene, l’infante celeste sta comunque ben piantata sulle gambe in modo da aprire, come un sipario, la veste che la ricopre. Dirige così abilmente – malgrado la sua posizione, a sua volta verticale e difficoltosa – in uno zoccolo di legno, il getto obliquo e teso della sua pipì verginale.’.

Un esame più approfondito di questo Cassone – magnifico per la sua sfrontatezza, quanto, giustamente, illogico e irriverente in una Chapelle – ci porterebbe molto lontano (ne ho a suo tempo trattato, qui), e quindi mi limiterò a sottolineare alcuni spunti di riflessione: si tratta di una fase primaria della Grand Œuvre, relativa ad un Solve molto peculiare; tra una materia ricevente, usualmente vile e nerastra (raffigurata in genere con un Sabot o con un Chapeau (…toh!)), cui viene congiunta un’aqua. Quest’aqua è ovviamente di natura mercuriale, e ricorda tanto quella del fanciullo-che-fa-pipì-da-una-nuvoletta (nella famosissima Tavola dello Speculum Veritatis), ma – all’uopo – necessita di un’accorta (cioè, … avveduta!) correzione, per così dire; deve essere acuita, aguzzata.

Con che cosa? Tutti conoscono la risposta, talmente è diffusa nei buoni testi d’Alchimia: naturalmente, con il Sal Armoniac, no? Come avevo scritto, Paolo ci era venuto in soccorso (si parlava allora della immagine celeberrima della Cabala Mineralis di Simeon Ben Cantara; … ah, les beaux temps d’antan!), nel suo stile schietto e sempre sorridente:

… Le tre reiterazioni indicate dai tre fiori celesti ci fanno ottenere questo mercurio, sale di pietra o sale armoniaco, che viene irrorato dalla rugiada e aguzzato dall’urina del fanciullo, il nostro ariete celeste. Otteniamo così l’acqua viva aguzzata e poi la stella dei saggi. Le aquile ci ricordano che questo in fondo è un processo di sublimazione…

… …Mi sono reso conto che non ho detto … perché “l’urina”. Mio Dio, è semplice, come al solito. É il nostro fuoco filosofico che libera il mercurio comune, il dissolvente, e gli si unisce per formare con lui l’acqua viva, che ne è appunto aguzzata (o acuita se preferite). Tra l’altro posso confermare che l’urina dell’ariete ha un fortissimo odore di ammoniaca, cioè di urina putrefatta.

I nomi usati dai maestri hanno sempre un senso molto banale e operativo.

Quanto al Sabot, Fulcanelli ha scritto ovunque che il suo senso alchemico è legato a quello della fava o del bambolotto bagnante, la Galette, alludendo ad un contenuto, evidentemente nascosto, … nel sabot:

…Notre galette est signée comme la matière elle-même et contient dans sa pâte le petit enfant populairement dénommé baigneur. C’est l’Enfant-Jésus porté par Offerus, le serviteur ou le voyageur; c’est l’or dans son bain, le baigneur ; c’est la fève, le sabot, le berceau ou la croix d’honneur ”.

La citazione di Fulcanelli – dove non occorre scomodare Grasset d’Orcet per ricostruire un pezzo del Puzzle alchemico al quale l’angioletta monella, colta sul fatto!, allude – è tratta da Il Mistero delle Cattedrali; consiglio vivamente il lettore, neofita o esperto che sia, di re-immergersi nello studio calmo, ma molto calmo, del passo su Offerus, la sua famosa Ceinture e la Galette des Rois (pp. 275-8, Edizione Italiana; chi può, lo legga in francese, perché … suona bene!). Mentre ricordo che il termine popolare Sabot (Çabot) proviene da Savate (per Ciabatta, femminile) e Bot (per Scarpa, … ma maschile), non posso evitare di sorridere allegramente di fronte a quello che Grasset d’Orcet, però, avrebbe saputo raccontare su quel ‘croix d’honneur’!

Cassone 9 – La Pollastra ed il Corno dell’Abbondanza

Fulcanelli commenta questo Cassone: ‘Ici, c’est la corne d’Amalthée, toute débordante de fleurs et de fruits, qui sert de perchoir à la géline ou perdrix, l’oiseau en question étant peu caractérisé; mais, que l’emblème soit la poule noire ou la perdrix rouge, cela ne change rien à la signification hermétique qu’il exprime.’.

Qui, [ecco] il corno d’Amaltea, tutto traboccante di fiori e di frutti, che serve da trespolo alla gallina o pernice, dato che l’uccello in questione non è ben caratterizzato; ma, che l’emblema sia la pollastra nera o la pernice rossa, ciò non cambia in nulla il significato ermetico che esso esprime.’.

La poule è la pollastra (chissà perché Fulcanelli la vede come nera), mentre la géline è la nostra gallina, che prende questo nome, generalmente, quando si accinge a fare uova; la gallina ovaiola, si sa, fa … le uova d’oro! Per contro, la Pernicerossa -, che in francese è la perdrix, deve il suo nome al latino perdix, che a sua volta viene dal greco pèrdix (πέρδιξ); sembra che così sia stata chiamata anticamente perché quando si alza in volo, dopo aver tentato di piedinare nascondendosi dove può, … ‘emette peti’ (dal lemma πέρδομαι), tanto che i greci la chiamavano anche ‘kakkabis’.

Ciò detto, di Amaltea (Ἀμάλθεια) sappiamo quasi tutto; era la tenera capretta con il cui latte le due Ninfe dei Frassini (Adrastea ed Io, figlie di Melisseo) alimentavano il piccolo Zeus, che era stato loro affidato da Rea per nasconderlo alla fama divorante di Cronos; il piccolo era nutrito anche con ambrosia, miele e nettare, ma provenienti da altri animali. Una volta cresciuto, Zeus spodestò il terribile padre e per ringraziare la capretta Amaltea creò la costellazione dell’Auriga, la cui stella più brillante è Capella (la ‘capretta’, la terza stella più brillante del cielo Boreale); ma si racconta anche – le fonti sono varie, anche perché ci si riferisce a storie pre-Olimpiche – che il bimbetto Zeus, mentre nel giocare andava cavalcando la sua tenera ed affezionata capretta, le spezzò un corno; le due Ninfe curarono prontamente Amaltea, e donarono il corno, riempito di frutti, al piccolo Zeus; una volta divenuto il capo di tutti gli Dei dell’Olimpo, Zeus restituì il corno alle due Ninfe gentili, ma stavolta era magico, perché per quanto se ne mangiassero i frutti e si cogliessero i doni in esso racchiusi, subito se ne riempiva di nuovo: era nato il Corno dell’Abbondanza (da Cornu Copiæ’). Sempre il Mito, ma in un’altra versione, racconta che Zeus volle anche creare la costellazione del Capricorno. In somma … melius abundare quam deficere, no?

Fulcanelli si riferisce a questo Corno d’Amaltea nell’esaminare un Medaglione di Notre Dame de Paris, intitolato ‘L’Origine e risultato della Pietra’, raffigurato alla Tavola XIX ne Il Mistero delle Cattedrali:

Nel secondo medaglione l’Iniziatore ci presenta con una mano uno specchio, mentre con l’altra alza il corno d’Amaltea; al suo fianco si vede l’Albero della Vita. Lo specchio simboleggia l’inizio dell’opera, l’Albero della Vita ne indica il fine e il corno dell’abbondanza il risultato.”.

Lascio al lettore l’onere di scoprire il senso che lega la gallina nera (o la pernice rossa, che va peteggiando quando s’alza in volo) che beccheggia nel corno di Amaltea, magari riflettendo sul fatto che Zeus viene alimentato dalla sua tenera nutrice con il suo latte, e che l’abbondanza eventuale cui si aspira deriva da una chose … certo più solida&compatta del latte nutriente, il quale, ohibò, suona come Gala!…

Cassone 12 – L’Angioletto con la ghirlanda e il sonaglio

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

La raffigurazione, rispetto a quella di altri Cassoni, è davvero rovinata; vediamo un Angelot alato il cui volto ha le fattezze un po’ più adulte, con i capelli come pettinati all’indietro e lo sguardo rivolto verso l’alto; sulle spalle porta una ghirlanda, che sul suo lato sinistro è fermata con un nastro e termina con una nappa a forma di fiore a campanella; dal suo lato destro, purtroppo danneggiato, pende un filo che forma un anello attorno al pollice dell’Angioletto e va a terminare (anche qui al rilievo manca un pezzo) in un sonaglio.

Il mio amico ijnuhbes vi vede una raffigurazione del dolore, del contrasto tra le tristezze della vita terrena e le aspettative della vita post-mortem: quest’interpretazione, certo comprensibile, è sostenuta dal fatto che la ghirlanda sarebbe una corona funeraria (come le due corone, colorate di smalto verde, che figurano, lo vedremo, affisse sulle due colonne centrali dello studiolo, oratorio, o cappella che dir si voglia); e siccome l’Angioletto sembra avere una sorta di pietra che esce da una fenditura tra le gambe, quella sarebbe un gigantesco calcolo della vescica, che provocherebbe enormi dolori …; così, il tono generale, secondo quell’interpretazione sarebbe una rappresentazione della consapevolezza del dolore riservato all’uomo nella sua vita terrena.

Ora, la ghirlanda non ha certo una forma circolare (come quella di una qualsiasi corona funeraria) e quella fenditura, per quel che appare, mi pare più dovuta alla caduta della parte dell’impasto che raffigurava l’inguine, probabilmente dovuta al tempo o ad un’altra ragione; quella pietra-calcolo, peraltro troppo grande per risultare credibile, potrebbe invece essere una sorta di supporto inserito al momento della creazione del rigonfiamento dell’inguine da parte dello scultore, il cui scopo era quello di renderne visibile solo una piccola parte, per rappresentare i genitali (maschili o femminili). Se si osservano gli altri Angelots (su questo plafond, come anche quelli dipinti nelle Heures di Etienne Lallemant), l’ipotesi di un danno che ha messo in luce il trucco del supporto nascosto sotto l’inguine, dopo la caduta o il danneggiaento dell’impasto che lo rivestiva … potrebbe reggere.

Sia come sia, l’inserimento di una ghirlanda (gerbe) chiusa da sonagli da entrambe le parti, e l’espressione pacifica dell’Angioletto, paiono trasmettere serenità, persino sonoramente. Se poi questa serenitas sia da attribuire al contenuto alchemico dei due precedenti Cassoni, ciò è naturalmente materia opinabile, ma non impossibile. L’Angelot cammina con lo sguardo rivolto al Cielo, e gioca con i due sonagli della ghirlanda: allegria e speranza.

Per concludere questa sessione, credo di poter dire che il committente (i committenti?) abbia/no forse voluto far rappresentare un Jeu d’Enfants (molto conosciuto in Alchimia, e molto ben congegnato, peraltro) che si colloca in un certo inizio dell’Œuvre, affiancato da un’altra garbata allegoria legata ad una fase intermedia, ma importante ed esiziale, e conclusa – in questa terna – da una sonora pacificazione, celeste.

 À bientôt, mes Dames et mes Sires …

Caput Anuli, 2022 – Hogmanay

Posted in Alchemy, Various Stuff with tags , , on Saturday, January 1, 2022 by Captain NEMO

Siamo entrati nel 2022:

A U G U R I !!

In Scozia si racconta che Hogmanay celebri il ritorno in patria di Mary Stuart, Queen of Scots, dalla Francia; un’altra leggenda sostiene che il termine fosse di origine Normanna, dato che il primo dell’anno si donano dei dolcetti chiamati hoguignetes. Sia come sia, Hogomanay è giorno di festa grande per gli scozzesi: la casa è stata pulita a specchio dopo le feste ed banchetti rituali di fine d’anno, poi tutta la famiglia si dà una bella ripulita ed aspetta trepidante l’arrivo del First Footer, il primo fante, cioé il primo che entrava in casa dopo la mezzanotte. Riceverlo ed accoglierlo era considerato un dovere ed un segno di grande onore e di buon auspicio per l’anno nuovo; a sua volta, il First Footer – nel mito Gaelico un bell’uomo alto e scuro di barba e capelli – doveva entrare offrendo “… a lump of coal, salt, shortbread, a rich cake called black bun, and – of course – whisky.” ! A questo punto si suonava al ritmo delle Bag Pipes, tutti danzavano davanti al fuoco e – inevitabilmente – si beveva il profumato Single Malt della contea. A lungo …

Siccome sono certo che tutti ne avremo bisogno, è con questo spirito affatto simbolico che abbraccio tutti coloro che mi hanno letto sinora, che ancora mi leggono oggi, e quelli che verranno … assieme a

The Royal Scots Dragoon Guards Bagpipes

Il primo dell’anno è il primo mattino del’Anno che ci aspetta, per questo si dice in Gaelico

OGE MAIDEN

Lux & Tenebra

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, December 27, 2021 by Captain NEMO

Avviso ai Naviganti: … questo è un Post lunghetto anzichennò.

Oggi, giorno dedicato a San Giovanni Apostolo ed evangelista, è una fresca e luminosa giornata invernale; ne ho approfittato per fare la mia solita passeggiata in paese; i colori dell’inverno mattutino sono splendenti, raggianti: le piante sono verdi, la terra è umida, i fiori del freddo sono forti e rigogliosi, e allegri nei loro colori, così intensi. Mentre cammino, incrocio qualcuno, e mi accorgo – perduto com’ero nella bellezza di madre Natura – di quanto gli esseri umani siano invece avvolti da una nube di sciatta tristezza; mascherine come se fosse il più appiattito dei Carnevali, a nascondere volti, labbra e parole, ma – soprattutto – occhi spenti, quasi spauriti, inquisitori, maldestri, furtivi. La gente non parla volentieri, le mamme tengono i bambini stretti, per paura del contagio, del male; o di chissà cos’altro. Botteghe vuote, file alle farmacie, pattuglie a controllare che le ultime regole e regolucce siano applicate, digitalmente; al supermercato – perché ormai dei vecchi e baldanzosi mercati d’un tempo nessuno saprebbe che farsene, appiattiti e sfruttati come siamo dalla Grande Distribuzione Organizzata, la GDO parbleu – la stessa gente mascherata riempie il carrello di cibi e sfizi e poltiglie prodotte con la sola ottica del profitto a tutti i costi, avvolti in plastiche sgargianti, metalliche e piene di volti allegrissimi e bellissimi e corretti con Photoshop, con su scritto Prodotto naturale, in Italia, per la tua salute e nel rispetto dell’amato ambiente. E poi via, a riempire l’auto, mascherati e pieni di buste e sacchetti e scatolette tutte brillanti: perché è Natale, ça-va-sans-dire. Poco importano, certo, le mie personali considerazioni; di nessun conto sono per la gran massa di umani smarriti, stupefatti, attanagliati nel cuore da sottile paura, e – forse – anche da quell’angoscia silente, sordida, velenosissima, che spegne via via ogni scintilla di Lux nell’animo, ormai cotto, comme-il-faut. Alla Grande.

Se ripenso alle vie di Blade Runner ed all’atmosfera terribile dipinta da Ridley Scott non posso che accorgermi che siamo riusciti a far ben di peggio di quanto quei folli visionari di sventura, come Orwell, potevano aver profetizzato.

Ebbene, ho continuato a carezzare fiori e piante incontrate lungo il mio piccolo cammino, a San Giovanni. Che mi crediate o meno – non ha la minima importanza, sapete? – tutte mi hanno sorriso, parlato, tranquillizzato, offrendo profumi, ammiccamenti, gioiosi colori, compagnia e note d’armonia perenne, in barba al grigio degli umani che nemmeno si accorgevano della bella giornata di Sole, a San Giovanni. Senza nulla pretendere: tutto vive, nonostante quel che crediamo, o non crediamo. Nonostante quel che vogliamo credere, o quel che non vogliamo credere. Lo iato tra Felicitas & Tristitia è solo umano, ed è il marchio della nostra incapacità nel danzare con Madre Natura, sia nel cosiddetto bene, sia nel cosiddetto male.

Ora, vi risparmierò il solito dotto discorso sul bene & sul male: di questi discorsi abbiamo riempito vagoni e vagoni e vagoni nei treni che abbiamo costruito per mascherare la nostra ignoranza, colossale, epica; già, adoriamo indossar maschere, sia quando si sta bene, sia quando si sta male.

Il punto è che la Creazione nel nostro Universo è duale. Punto. Bianco e Nero, con in mezzo il Grigetto, sfumato, e tirato un po’ di là, e un po’ di qua; ci piace un mondo tirar la coperta dove meglio stiamo comodi. Dico stiamo, ma è una sciocca menzogna: nulla sta, mai; tutto è sempre e soltanto dinamico, tutto si muove, tutto è in continuo mutamento, tutto muove, qui e altrove e allorquando.

Così, a malpartito tra me e me a causa dello iato nel quale tutti gli umani si lamentano del male, nascondendo sotto il tappeto, senza neanche pensarci, che la nostra insana iattanza e stupidità ne sono la vera causa, me ne sono tornato a casa, a San Giovanni. Sono Millenni che facciamo i belli dicendo quanto siamo bravi, ma creando noi stessi per noi e le generazioni future i semi del male; di cui poi, ovviamente, siamo sempre i primi a lamentarci, dicendo però, urbi & orbi, che è sempre colpa degli altri, sono loro quelli cattivi.

Questa sindrome demente indica che la specie di questa umanità, cui purtroppo tutti apparteniamo, è radicalmente ammalata: forse che noi non siamo quegli stessi altri? Che razza di pazzia, di schizofrenia è questa? … adoriamo parlare di tolleranza, rispetto, diversità (persino di biodiversità, che fa molto fico, no?), addirittura esistono enclaves & conclavi di ogni sorta e specie in cui ci si fregia del sostantivo ‘fratelli’, e via dicendo. Chiedo, umilmente: … ma di che si va parlando se anche ora, nel pieno di un male bio-logico, ci permettiamo di dividere il mondo tra buoni e cattivi? Con quale sprezzante alterigia si parla di esser fratelli, a Natale, se poi si spara a zero su chi pensa o vive con la propria diversità? Abbiamo smarrito il senso delle cose, persino tra chi si alimenta di una soi-disant cultura. Sotto quale abietto tappeto abbiamo nascosto l’ideale della Libertà di Essere?

Nel cuore della Creazione relativa al nostro Universo, ciò che chiamiamo bene è identico a ciò che chiamiamo male; hanno la medesima valenza, sono alla base stessa del processo del Divenire. Gli alchimisti lo dovrebbero ben sapere: il nobilissimo si nasconde nel corpo più abietto; abietto all’apparenza degli stolti, beninteso.

Est Simulare Meum

Ma parlar di questo ci porterebbe troppo lontano. Ciò non significa che un criminale vada giustificato, ma lanciare pensieri d’odio & intolleranza per gli altri che non concordano con il proprio libero pensare equivale ad alimentare proprio il male in se stesso, a rinvigorire l’insipienza e la stupidità di cui ci si lamenta ad ogni pie’ sospinto. Ancora non crediamo che emettere un pensiero di maledizione sia opera letale tanto per l’emittente, che per il ricevente, che per il nostro magnifico pianeta? Lo specchio di Alice è per l’appunto uno specchio, ed ogni specchio riflette ciò che gli viene parato davanti: ergo, quell’energia maldicente ritorna, precisa, sull’Anima dell’emittente, e fa ‘Crash!’. Punto. Non credete che sia vero? Non volete credere che sia vero? Per carità, fate pure … a me non interessa affermare la mia eventuale ragione; sono i fatti, gli eventi che accadono, le energie in gioco, gli scambi che scambiamo, persino nel silenzio della nostra casa, a generare tsunami di bene o di male. Poi ci lamentiamo? … come ho scritto: fate pure.

Sauron, il negromante dei mondi incantati ma veritieri di Tolkien è l’agente, il luogotenente di Morgoth, il male quasi assoluto; Tolkien lo descrive con l’avverbio almost (quasi) perché nel gioco della dualità le carte del nostro Universo sono state benevolmente truccate ab initio, in modo tale che il male assoluto non abbia possibilità di esistenza, e il male non possa oltrepassare un certo limite prefissato. Ma Sauron esiste, e vuole usare La Terra di Mezzo per i suoi scopi di potere, per avvolgersi nelle vesti del potere senza limiti: il male, dunque, in questa visione, esiste: perché è parte del Creato. Chi si oppone alla malvagità di Sauron, e chi potrà vincerlo? Non sarà Gandalf, il quale combatterà una giustissima battaglia epica per preservare la spiritualità, non sarà Aragorn, il quale è il suo nemico giurato sul piano morale e persino politico (con il senso della polis greca), ma sarà invece quel felice pazzo di Master Tom Bombadil, the Eldest; perché? … ma naturalmente perché il buon vecchio Tom è, come uomo terreno e di origine semidivina, ‘colui che semplicemnte è’, libero però da qualsivoglia desiderio di predominio, per cui nessun potere può dominarlo. Come in tutte le saghe delle memorie del nostro Pianeta, Tom è il ribelle, perché non desidera nulla se non essere felice, lui e gli altri. Questo è un Fratello (lo scrivo con la maiuscola, eh?).

Ora, per non sembrare pedante persino a Natale, credo sia opportuno ricollegarmi ad una Carola di origine celtica, a me molto cara: si tratta di ‘God rest ye merry, gentlemen’, che ho già proposto qui e qui. Le origini sono antiche, ma pare che si parli del 1500, dove il titolo di questa ballata natalizia era forse ‘Sit you, merry gentlemen’. Come forse qualcuno sa, si dibatte sulla posizione della virgola e – soprattutto – sul significato di quel ‘merry’. Il Middle English mirie deriva dall’Old English myrge, e significa generalmente piacevole, allegro, gioioso, felice; peraltro, nel Dizionario di Sir Thomas Eliot, del 1538, appare questa frase: “Aye, bee thou gladde: or joyful, as the vulgare people saie Reste you mery.”, cioè “Certo che sì, che tu sia lieto: o gioioso, come la gente del volgo dice che tu possa riposare felice.”. In effetti, il magnifico & eccelso Bardo Scuotilancia userà molto spesso l’augurio: “God rest you merry, Sir.”, in As you like it; “Rest you fair, good signor.”, in The Merchant of Venice; “Rest you merry.”, in Romeo & Juliet; “Rest you well.”, in Measure for Measure; “Rest you happy!”, in Antony and Cleopatra; “And rest myself content.”, in The Tempest.

Si tratta insomma, a ben sentire, di una formula d’augurio (e di saluto) molto affettuosa, usata in modo schietto e diretto dalle poco cerimoniose classi del popolo. La si potrebbe rendere in italiano con

Che Dio vi accordi gioia, cari uomini gentili!”.

Quindi, il buon consiglio ed il buon augurio del popolo mira al restar merry, quindi al riposare felici. Ora, la prima strofa dell’antico ‘Sit Yow, Merry Gentlemen’ (in un manoscritto conservato presso la Bodleian Library, ca. 1650) suona così:

Sit yow merry Gentlemen
Let nothing you dismay
for Jesus Christ is borne
to save or soules from Satan’s power
Whenas we runne astray    
O tidings of comfort & joy
Sedetevi felici Signori
Non lasciate che nulla vi sgomenti
perché Gesù Cristo è nato
per salvare le nostre anime dal potere di Satana
Quando ci smarriamo     
Oh, ondate di conforto & gioia

Mentre occorre sottolineare l’uso del termine tiding, che deriva da tide, cioè marea, la Carola pare voler infondere un senso di pace, di gioia, nonostante tutto quello che può accadere; il motivo è, naturalmente, che è nato qualcuno che ha il potere di salvare le anime dal potere di Satana; dunque il male esiste, ma non c’è da preoccuparsene, dato che è nato – il giorno di Natale – colui che si può opporre a quel potere, tramite il suo potere: Amor. Però, e altrettanto naturalmente, purtroppo, l’uomo ha sempre ritenuto che potesse bastare il Salvatore a contrastare quel potere malefico, quando invece il senso è quello di applicare quel potere di contrasto – l’Amor – in ogni e qualsivoglia contesto, evento, confronto, et similia che passi su Terra. Siamo insomma, troppo, davvero troppo accomodati e troppo sicuri di non sbagliar mai nel nostro vivere, pensare, amare; è sempre degli altri la colpa di esser cattivi (di Sauron, ovviamente!), e ad un altro (non a noi, per carità; noi siamo sempre buoni e incapaci di alcun male), al Salvator Mundi tocca il compito di combattere quel cattivo, oh quanto cattivo, di Sauron! Si dimentica – sempre – che Amor esprime Forza, la Force che anima il divenire di ogni essere (persino di Sauron!), la Forza Forte di ogni Forza che regge l’intera dottrina dell’Alchimia. Se c’è una cosa che è chiarissima, nel suo splendore, della storia e soprattutto dell’insegnamento del piccolo Salvatore, è proprio il comandamento, quindi l’ordine, inequivocabile, ad Amare gli altri quanto Amiamo noi stessi; eppure, eppure, basterebbe seguire quei piccoli indici puntati verso l’alto, verso il Cielo, dipinti dagli artisti in così tante rappresentazioni sia del Salvatore che del Battista per accorgersi che non è degli altri la colpa del male, quanto proprio e soltanto della nostra arroganza, la quale è la sorella preferita dell’ignoranza.

Si, perché persino Alchimia insegna, almeno negli scritti buoni d’ogni tempo, che lo scopo dell’Arte non è mai il possesso (persino del Mercurio Comune, o – addirittura – di una banale Pietra Trasmutatoria), bensì Conoscenza. Se ancora non conosciamo un tubo, ma proprio un tubo, dell’incredibile meccanismo della Creazione, se ancora non abbiamo nemmeno perso qualche ora del nostro preziosissimo tempo (sai, sono molto impegnato, sono esausto, sono molto preso, perdonami ma proprio non ce la faccio, ho troppe cose da fare) nel mettere noi stessi davvero – ripeto: davveroin cammino verso quell’orizzonte dietro al quale il Filosofo stupefatto scopre le Rote Magne

… come ci si può stupire, poi, se un essere vivente, per esempio (per dirla con il potentissimo megafono televisivo) il virus che fa girar il mondo, viva secondo la propria naturale Essenza? Sauron esiste, il virus esiste, e chissà quant’altri nemici esistono, ma è la nostra totale ignoranza delle Leggi del Creato a far sì che il loro potere venga accolto, nutrito ed accresciuto; l’Ignoranza di come stanno DAVVERO le cose nel cuore della Creazione porta a galla l’aspetto oscuro della manifestazione; ma i cattivi, quelli proprio cattivi, se non proprio stupidi, siamo noi tutti che abbiamo dimenticato (meglio: scelto di dimenticare) come Madre Natura operi, siamo noi tutti che amiamo possedere l’inutile per amor di potere, siamo noi tutti che abbiamo alterato l’equilibrio magico e naturale del nostro straordinario pianeta, siamo noi tutti che consumiamo risorse come se fossero inesauribili, siamo noi tutti che lasciamo che i popoli del terzo e del quarto mondo  e pure del quinto muoiano di fame & di sete & oggi anche di virus, siamo noi tutti che scambiamo solo denaro per guadagnar poteri piccoli e/o enormi, e scambiare non puro Amor, siamo noi tutti che abbiamo eletto il digitale a nuovo Signore del pianeta tutto, affossando & seppellendo la semplice relazione umana (fatta di abbracci, e sguardi, di occhi negli occhi), siamo noi tutti che abbiamo dimenticato quel che ha voluto insegnare il piccolo Bimbo nella mangiatoia, credendo o volendo credere che possa bastare far professione di fede, speranza e caritàTana libera tutti, c’è il Salvatore, sapete? Certo, queste Virtù sono essenziali, indispensabili, ma non basta cianciare al vento con quelle belle & altre ormai vuote parole, occorre Conoscere, e conoscere il vento e parlare con il vento, ed addirittura essere vento! Occorre fare Amor, non far finta di nulla e dir sempre che gli altri sono brutti & cattivi & da sterminare, sol perché sono diversi da noi e pensano in modo diverso dal nostro pensare.

Fatti non foste per viver come bruti,

ma per seguir Virtute e Canoscenza

In definitiva, occorre cambiare per restar felici, per riposare felici, … per esser Merry!

Ergo, in attesa del Caput Anuli, vi lascio con una versione che mi piace molto di

God Rest Ye Merry, Gentlemen

Natale, 2021

Posted in Alchemy, Uncategorized, Various Stuff with tags , , on Friday, December 24, 2021 by Captain NEMO

A tutti auguro un Natale ammantato da dolcezza e gioia e bontà e pace e condivisione, nella calda speranza di ritrovare – tutti assieme – il senso dell’Amore, della Serenità, della Fratellanza.

E che il Cielo protegga sempre i passi silenziosi di tutti coloro che camminano lungo i sentieri incantati della Dama …

Sempre di buon cuore,

Captain NEMO

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie III

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Saturday, December 11, 2021 by Captain NEMO

Continuiamo l’esame del Plafond dell’Oratoire dell’Hôtel Lallemant con la terza serie di Cassoni:

Cassone 7 – L’Alveare e le Api

Fulcanelli commenta questo Cassone: ‘Non loin de là, une ruche commune, en paille, figurée entourée de ses abeilles, sujet fréquemment reproduit, particulièrement sur la poêle alchimique de Winterthur.’.

Non lontano da lì, una comune arnia, in paglia, figura attorniata dalle sue api, soggetto frequentemente riprodotto, in particolare, sulla stufa alchemica di Winthertur.’.

Si contano quattordici insetti, alcuni fuori e altri posati sull’Arnia.

Curiosamente, Fulcanelli non si ricollega al soffitto della dimora di Dampierre su Boutonne, dove commentava così: ‘Quanto all’arnia, essa deve il privilegio di raffigurare la pietra a quest’artificio cabalistico che fa derivare ruche da roche per permutazione delle vocali. Il soggetto filosofico, la nostra prima pietra – in greco petra – traspare chiaramente sotto l’immagine della ruche o roche, perché petra significa anche roc, rocher, termini utilizzati dai saggi per designare il soggetto ermetico. Essa occupa ancora una delle caselle del gioco dell’Oca, labirinto popolare dell’Arte sacra, e raccolta dei principali geroglifici della Grande Opera.’.

Il filatterio di Dampierre recita ‘Melitus Gladius’, cioè ‘Gladio Mielato’; ne Les Demeures Philosophales, al termine del commento sul Cassone 8 della Serie Sesta, Fulcanelli cita la correlazione dell’Arnia sia con l’Hôtel Lallemant che con Winterthur; rimando il lettore a rileggere bene l’utile e semplice commento a proposito di ‘Melitus Gladius’, così potrà forse rendersi conto che l’aggettivo ‘mielato’ non indica che la spada-che-colpisce-la-roccia debba essere prima addolcita, ma che invece è la spada stessa che – dopo aver scoperchiato l’arnia, e portato alla luce il miele, la propoli e via dicendo – diventa melita, addolcita: il gladio, il gladiolo, insomma, al termine dell’operazione è diventato (magicamente?) migliore (melita), perché bagnato … dall’acqua-che-non-bagna-le-mani! Così, la spada è mutata …

Credo peraltro che pochi conoscano lo studio da parte di Jean Laplace su Le Four alchimique de Winterthur; ed è un gran peccato, a mio avviso … riporto soltanto l’incipit del commento di Jean alla Planche VII, intitolata Un vase de pierre ainsi que trois ruches et leurs abeilles:

Le mosche da miele di Plinio simbolizzano lo spirito universale, “emanazione continua di corpuscoli solari” e, nella composizione di David Sulzer, un vaso domina il primo piano perché il sale della pietra, al contatto con questo spirito, diviene il recipiente dell’anima.’.

Mentre ricordo che ruche deriva dal basso latino rusca, e che indica ‘scorza’, ‘corteccia’ (perché l’Arnia veniva una volta costruita con cortecce d’albero di varie essenze), credo che uno dei motivi per cui lo scultore o uno dei committenti dei cassoni abbiano deciso di rappresentare quest’oggetto sia dovuto ad una Miniatura appartenuta a Étienne Lallemant, fratello di Jehan l’aîné e di Jehan le Jeune:

Si tratta di un bellissimo capolettera che orna il libro delle Heures di Étienne alla p. 219 (ne esiste un altro alla p. 101): il confronto con la ruche scolpita sul soffitto mostra che si tratta quasi esattamente della stessa raffigurazione. La divisa recita: ‘POĨT MA LA PLUS BELLE che M. Sailland interpreta come ‘POINT MA [BELLE} LA PLUS BELLE’, cioè come ‘Pungi mia [bella] la più bella’; si tratterebbe di una sorta di auto commiserazione da parte di un uomo addolorato da una pena d’amore, e ben si adatta ai filatteri dei Putti che ornano lo stesso volume, come abbiamo visto: ‘TESTIMONIO DEL MIO DOLORE’: in effetti, Étienne aveva perduto la moglie. A mio avviso la tesi di M. Sailland è piuttosto credibile (anche se il motto potrebbe esser letto – supponendo un apostrofo – anche come ‘M’ha punto la più bella’; … ma non ricorda anche una divisa del Monastero di Cimiez?). Ma di questo, come ho detto anche in precedenza, magari parleremo meglio più avanti. Resta il fatto che la scelta di Étienne appare un po’ curiosa: l’Arnia e le Api evocano una cosa buona che non si può rubare facilmente senza farsi pungere, e con dolore, ma sono state spesso raffigurate anche negli Emblemata che tanto andavano di moda sia nel ‘500 che nel ‘600: per esempio nel Typus Mundi (1627), sotto il motto ‘Ut potiar, patior. Patieris, non potieris’ (‘Per impossessartene, patisci. Patirai, non te ne impossesserai’), nel quale però l’alchimista troverà … miele per i suoi denti! Lo stesso Mel indicato da Fludd: ‘Dat Rosa Mel Apibus’.

Cassone 8 – L’Angelot, il Rosario e la Colomba

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

L’Angioletto, sempre paffutello, sembra seduto e tiene in mano uno Chapelet (un Rosario), ma aperto; da una parte una nappa, dall’altra pare fissato alle zampe di una Colomba; si contano tredici grani. Come abbiamo visto (qui), questo pezzo di Rosario è molto probabilmente da riferirsi allo Chapelet che ornava i Blasoni degli appartenenti all’Ordre de la Table Ronde de Bourges (composti da cinque decine di grani neri (gli Ave Maria), divisi da cinque perle d’oro (i Pater Noster).

L’unico riferimento possibile all’Arte è – a mio avviso – un’allusione al volatile-trattenuto-dal fisso (vide la famosa tavola di Cipriano Piccolpasso): ma qui, in realtà abbiamo un Angioletto – seduto! – che trattiene un volatile … né ho trovato alcuna immagine decorativa proveniente dall’ambito di Étienne Lallemant che ricordi questo Cassone. La Colomba, altro emblema dell’Esprit Universel, potrebbe anche riferirsi ai due fratelli Jean e Michel Colombe.

Cassone 9 – Il vaso “tribolato”

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

La raffigurazione è davvero curiosa, ed intrigante; c’è chi – come il mio buon amico ijnuhbes – vi vede una sorta di vaso con maniglia, rotto al centro, da cui escono ‘des macles cristallines’, dei quali è pieno. Consultando un buon dizionario si trova che macle potrebbe avere due possibili traduzioni: un geminato cristallino, oppure uno strumento per rimestare il vetro in un crogiolo; il Geminato (da gemellaggio, di due cristalli su una o più superfici di contatto, da cui l’Inglese twinning) è senza dubbio affascinante (indicherebbe la formazione di cristalli dalla morfologia davvero singolare), ma – dato che le leggi di questo tipo di gemellaggio furono scoperte e studiate solo dal 1800 – temo che questo possibile significato sia da escludere. Di contro, l’arte vetraria antica – per esempio quella di Murano – menziona uno strumento chiamato Spinador de Fornaza o anche Spinanur dai Messadar veri; si trattava e si tratta ancora oggi di un’asta metallica con una terminazione capace di ben mescolare un materiale in fusione (oggi lo si chiamerebbe Agitatore):

Tuttavia, anche in questo caso, a che cosa potrebbe mai servire conservare così tante teste d’agitazione – peraltro con quelle cuspidi – all’interno di un contenitore, tanto più raffigurato sul soffitto di un Oratorio?

A mio modesto avviso – e non pretendo di aver ragione per forza – quei curiosi oggetti a cuspide sono piuttosto dei Chausse-Trappes, in italiano dei Triboli; Treccani, facendo risalire l’etimo al latino ‘tribulo’, che è un pruno spinoso, descrive l’oggetto acuminato come segue:

Arnese metallico a quattro o a cinque punte che anticamente veniva gettato in terra e serviva a impedire l’avanzata dei cavalli.

Una brutta e dolorosa trappola per cavalli, cavalieri e fanti, insomma.

Se la raffigurazione pare misteriosa, la soluzione può trovarsi in uno dei libri miniati appartenenti a Jehan l’aîné: si tratta del Consolation de Philosophie (anche conosciuto come le Boèce Lallemant) realizzato attorno al 1498, che contiene il famoso testo di Anicius Manlius Severinus Boethius (480-524) in cui il Filosofo racconta della sua tormentata prigionia prima di essere condannato a morte da Teodorico il Grande. Il manoscritto in questione ha sette magnifiche illustrazioni, opera del famoso miniaturista conosciuto come Maître du Boèce Lallemant che lavorò a lungo a Bourges. La prima è questa (BNF, Latin 6643):

Boezio è seduto al suo scrittoio nel suo studio, raffigurato tra due colonne ripetutamente decorate dalla ’E’ (vedremo prossimamente di che cosa si tratta); sulla base di legno compare il Motto ‘QUANT SERA CE’ e tre ‘boules’, probabilmente metalliche, forse posate tra le fiamme: da quella centrale, in alto, pende proprio l’oggetto che vediamo in questo Cassone, con la medesima raffigurazione, ma affiancata da due Angelots! … i Triboli sono proprio lì, in bella evidenza, come nel Cassone, e sottolineano l’incipit del trattato di Boezio, significativamente: indicano le sue … tribolazioni.

Chissa se qualcuno avrà notato nell’immagine della Stufa di Winterthur che les abeilles sembrano far la spola tra le tre Arnie ‘3’ e il vaso (sembra un’arnia, ma capovolta!), che pare anch’esso rotto?

Dunque da questo cassone possiamo trarre l’indicazione che Jehan l’aîné – il primo Roi dell’Ordre d la Table Ronde de Bourges, dedicato a Notre Dame – abbia voluto sottolineare che i tormenti, le Tribolazioni, possono trovare consolazione soltanto attraverso la Philosophia.

Così, per concludere l’esame di questa enigmatica terna, proverò a riassume ciò che sembra emergere – ma in filigrana sottile – dai tre cassoni, letta stavolta in senso contrario:

  • Il vaso “tribolato”: tre boules, tri-bolos (oh-là-là-là); tre digestioni, delicate e faticose.
  • L’Angelot, il Rosario e la Colomba: Chapelet (ohibì), un volatile ma seduto (dunque, una chose fissa o fissata) che tiene una Colomba (volatile), legata a terra.
  • L’Alveare e le Api: la RucheRoche, la Roccia, la Materia della Grand Œuvre, circondata dalle Abeilles (termine che per Grasset d’Orcet va letto come ‘habiles’, con il senso di ‘capaci’) le quali rappresentano, come ricorda Jean Laplace, di nuovo l’Esprit Universel, che feconda – ohibò – il sale della pietra, il quale diventerà in seguito il contenitore dell’anima, vale a dire il corpo che conterrà lo Zolfo.

Mettere in ordine toccherà, more solito, a chi studia e chi pratica Alchimia.

Ho scritto sembra emergere: infatti non v’è prova che questa ipotesi sia sensata; ma neanche che non lo possa essere … no?

Bien à vous, mes Dames et mes Sires …

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie II

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Riprendiamo e continuiamo il nostro viaggio poco logico, con la seconda serie:

Cassone 4 – Il Fuoco, sulla spalla

Fulcanelli non commenta questo Cassone. Almeno così sembra; ma – parlando del Cassone che segue – scrive: ‘Ici, le brasier tient la place d’Atlas, et cette image de notre pratique, très instructive par elle-même, nous dispense de tout commentaire.

Vediamo un Angelot che porta sulla spalla destra un vaso/braciere da cui escono fiamme; molti ritengono che il putto alato abbia il ginocchio sinistro posato a terra, ma non concorderei: a me sembra che stia – in qualche modo – correndo: forse verso il Cassone alla sua sinistra?

Azzardo una possibile interpretazione: una cosa volatile porta, correndo, una cosa focosa; un Mercurio che porta il fuoco? La sua corsa potrebbe indicare uno stato d fluidità: che sia fuso o soluto, poco importa (a seconda della via prescelta), quel che pare importante è che questo Mercure courant port le feu. E sorrido pensando alla danza ed alla musica, dove la courante, o Corrente che dir si voglia, era basata su un ritmo che aveva un suo tempo (più o meno affrettato) e prevedeva il cambio di posizione (in latino è positio) tra dama e cavaliere, figurato da una gira-volta. Ah, les divertissements …

Se poi si dovesse proprio trattare di un riferimento al povero Titano Atlante, quel riferimento punta dritto al Cielo e non alla Terra (il Titano regge la sfera celeste, e non il mondo); ergo, il veloce Angelot – novello Perseo – avrebbe preso quel fuoco dal Cielo …

Cassone 5 – La Sfera Armillare sulle fiamme

Fulcanelli commenta questo Cassone come segue:

‘… nous signalerons tout d’abord le symbole du soufre et son extraction hors de la matière première, dont le graphique est fixé, ainsi que nous venons de l’apprendre, sur chacun des piliers engagés.

C’est une sphère armillaire, posée sur un foyer ardent, et qui offre la plus grande ressemblance avec l’une des gravures du traité de l’Azoth. Ici, le brasier tient la place d’Atlas, et cette image de notre pratique, très instructive par elle-même, nous dispense de tout commentaire.’

… segnaleremo innanzitutto il simbolo dello zolfo e la sua estrazione dalla materia prima, il cui segno grafico è fissato, come abbiamo appena visto, su ciascuno dei due pilastri appoggiati [ne parleremo a suo tempo]. Si tratta di una sfera armillare posta su un focolare ardente, che ha una notevole rassomiglianza con una delle incisioni del trattato dell’Azoth. Qui il braciere sta al posto di Atlante, e quest’immagine della nostra pratica, già di per sé molto istruttiva, ci dispensa da ogni commento.

E Canseliet – ancora nella sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali – scrive:

Nell’oratorio di questo gioiello architettonico degli inizi del Rinascimento, notiamo, in uno dei cassettoni del soffitto, una sfera armillare che sembra posata nel seno di lunghe fiamme che si elevano da un unico e gigantesco focolaio. Questa figura è decorata in testa da una larga banderuola. Elegantemente srotolata, che – sebbene sia priva di divisa – segnala in modo del tutto speciale il senso nascosto in questo punto , in virtù di quello che Fulcanelli ha sviluppato, molto dottamente, a proposito del vocabolo filatterio

Il fuoco che avviluppa così la sfera di Tolomeo, nella sua metà inferiore, ci appare sia come celeste che magnetico, dato che, privo di un combustibile apparente, emana da un punto invisibile dell’universo esteriore.

Di conseguenza, potremmo non comprendere perché Jean Lallemant ci abbia mostrato il polo australe del Mondo esposto al braciere universale, se ignorassimo che abbia voluto tradurre in immagine la portata cabalistica del vocabolo topico in questo luogo. Questo non si applica affatto al doppio cataclisma stesso, come potremmo credere, ma alla causa che lo provoca e che costituisce la terribile convulsione geologica. In effetti, il bouleversement è il versement de la boule, esattamente il capovolgimento delle due estremità dell’asse o la capriola dei poli, l’uno dei quali prende il posto dell’altro.’.

Partiamo allora dalla Sfera Armillare richiamata da parte di Fulcanelli, che si riferisce ad una tavola del trattato Azoth, di Basilio Valentino, del 1613:

Toh … ! … un filatterio con il famoso motto V.I.T.R.I.O.L.U.M ! In effetti, se qualcuno si ricordasse di aver studiato, e bene, potrebbe ricordare che il famoso – e abusatissimo – vetriolo (un solfato, generalmente  di ferro o rame) è – alchemicamente parlando – la prima forma di coagulazione dello Spirito Universale, ma solo nei luoghi appropriati; quelli cioè dove abbondi la grassezza dello zolfo; ma, e dico ma, quello Spirito Universale deve aver PRIMA ’preso corpo’, come dicevano gli antichi Physici (gli alchimisti) in una certa aer ed una certa aqua, le quali messe in un movimento circolare portano alla formazione di un certo vapore – che non è il primo, bensì il secondo – che, attratto appunto da quella grassezza locale di cui sopra, finalmente si agglomera in una forma caotica e gelatinosa; poi la si cuoce un pochino, … e Madre Natura avrà prodotto il Vitriol, leggermente trasparente nelle giuste condizioni di illuminazione. Ma, come dicevo, questo ultrafamoso Vitriol è spesso, anzi sempre, abusatissimo … Mentre ricordo che quella cottura cui ho accennato è piuttosto peculiare, e non certo banale (ecco perché la Sfera Armilare è posata su quel braciere), si sarà notato che l’incisore ci mostra il pazientissimo Atlante con alla sua destra Giano tri o quadri-fronte ad indicare la Prudenza nella lettura dei testi, mentre a sinistra un puttino mostra con la sua destra un foglietto con le prime tre lettere ed i primi tre numeri) mentre con la sinistra – come un Leonardo imberbe – punta l’indice a ciò che sta in alto, a significare la Semplicità. Quanto al testo, eccolo:

Eccomi, porto sulle spalle il cielo e la terra[1], e li osservo fondamentalmente & li scruto esattamente; dapprima con una certa prudenza, poi con manifesta semplicità. Fino a riportare la debita ricompensa.”

Quanto ai testi in tedesco, abbiamo l’eccellente traduzione di Manuel Insolera:

alla nostra sinistra: “Seguite meticolosamente l’indicazione di questo fregio; per questo motivo esso è stato decodificato.”.

Alla nostra destra: “La terra è l’origine degli elementi; da essa provengono, e ad essa sono nuovamente ricondotti.”.

Quanto al commento di Canseliet, se ne è parlato a lungo e ovunque: il famoso Bouleversement allude a qualcosa che poco ha a che fare con un capovolgimento inteso in senso banale, bensì si riferisce ad altro. La boule di cui si parla, ammiccando, non è certo la ‘palla’ portata sulle spalle da Atlante, così come non è la Sfera Armillare astronomica del Cassone in esame.

Un’ultima osservazione: la banda inclinata che attraversa la sfera celeste è lo Zodiaco, che rappresenta l’effettivo percorso del Sole nell’anno astronomico; per come è stata scolpita, l’osservatore sta guardando Terra (la sfera al centro) in corrispondenza di un Equinozio: per cui,  – per come è posta la Sfera Armillare, ritta sui due poli – si vede che in un Solstizio il Sole sente più calore dal brasier sottostante, mentre nell’altro Solstizio sente meno calore; se si ricorda ciò che Fulcanelli scrisse a proposito del percorso elicoidale del Sole (qui e qui), rappresentato con una doppia spirale (di uguale periodo, ma decrescente e crescente a seconda della polarità, di entrata e di uscita) in cima all’obelisco di Dammartin-sous-Tigeaux, circondata da tre foudres, e siccome il Sole in Alchimia simboleggia lo Zolfo … beh, forse una piccola riflessione (un soprassalto, una capriola) potrebbe risultare utile …

Cassone 6 – L’Angelot e la Trompette infuocata

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

Canseliet ne fa cenno, con poche parole – di nuovo nella sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali -, prendendo spunto dal Fuoco:

… deux bambins, ailés et dodus, porteurs du même fluide justicier que celui de droite [per noi, a sinistra], s’apparentant à l’un des anges de l’Apocalypse, souffle et avive, au son de sa trompette. Petit Eros, incarnant aussi le principe vital et créateur …”.

… due bimbi, alati e paffuti, portatori del medesimo fluido giustiziere di quello di destra [per noi, la sinistra], affine ad uno degli angeli dell’Apocalisse, soffia e ravviva, al suono della sua trombetta. Un Amorino, che incarna il principio vitale e creatore …”.

D’altro canto, il Maître di Savignies – nel suo Commento al Mutus Liber – sosteneva che i due Angeli posti sulla Scala che figurano sulla prima Tavola, “… sonnent de la trompette pour réveiller un home endormi [i.e., Giacobbe], la tête appuyée sur un rocher.”. Oltre a dover svegliare Giacobbe, insomma, il suono delle trompettes provvede anche a svegliare il minerale, “… immerso nell’assopimento molto prossimo alla morte. E che deve subire un violento choc di onde, del quale forniscono una perfetta espressione simbolica il grido, il clamore, il suono perforante degli ottoni[2].”.

Ora, se la prima affermazione esprime uno dei classici del simbolismo alchemico (l’artista deve uscire dallo stato di ‘sonno spirituale’, di ‘ignoranza’, di ‘ignavia’ e/o quant’altro), la seconda è meno scontata: se sarebbe ovviamente ridicolo pensare di mettersi a suonar la tromba per dar la sveglia a un minerale, l’allegoria è però precisa: anche la materia dorme. I buoni autori ne hanno scritto a iosa: ma a che cosa ci si vuol riferire?

Je vis entrer un homme à la noire capette lequel avoit en sa main dextre une flamme de feu et en sa senestre une trompette de verre… et incontinent qu’il fut entré gette la flamme de feu à terre, et commença à sonner sa trompette haultement.[3]”.

Ancora: a cosa ci si vuol riferire?

Chi ha studiato Alchimia risponde con immediata certezza: ciò che nella materia è assopito è proprio il fuoco, quello nascosto, invisibile ai sensi: il Fuoco di Natura. Così, se si volesse dare una lettura alchemica a questa terna di sculture, si potrebbe ipotizzare che qui si parla di uno Zolfo di cui viene sottolineato – certo in modo volutamente enigmatico -, qualcosa legato alla sua positio; meglio, al suo movimento, al suo dinamismo; lo Zolfo è Sole, il Sole è Fuoco; i due Angelots (entrambi di natura Mercuriale) sono qui legati allo sviluppo di quello Zolfo particolare; quello di sinistra, scende dal Cielo nella Materia una prima volta: lo Spirito Universale la feconda e vi deposita, vi innesta, intimamente, il Fuoco  Celeste. Poi, quello di destra porta nuovamente Fuoco dal Cielo, mediante una cottura evidentemente importante, e delicata: parrebbe quasi, questa seconda coction, una sorta di cura Omeopatica, dove Similia Similibus curentur, dove fuoco viene curato da fuoco; lo scopo di ogni cura Omeopatica è portare all’Equilibrio lo Spirito del corpo. Le fiamme che vediamo sono quasi identiche a quelle del Caisson 3, e dunque quelle fiamme di doppia natura non sembrano, per come viene rappresentata questa terna, quelle di una cottura, per così dire, classica: non c’è fornello/focolare sotto la Sfera Armillare ma solo fiamma; il foyer/brasier cui accenna Fulcanelli è invisibile.

Mi rendo conto che questa proposta di lettura possa apparire alquanto Pindarica: d’altro canto ognuno è libero di scegliere dove e come volare, no? … ma il centro di questo esame alchemico della terna in questione è, topiquement, quella secca affermazione di Fulcanelli, con la quale si indica lo Zolfo come il protagonista di questa coction. Dimenticavo: a ben guardare il Caisson 6, ci si accorge che l’oggetto che Canseliet chiama trompette, in effetti … non lo è affatto: si tratta di un bel corno da caccia, fors’anche di un Olifante, con la forma di una Cornucopia da cui sgorga – soffiato dall’AngelotFeu in abbondanza. Così, continuando un po’ il volo, quella prima parte, rappresentata qui a sinistra, pare proprio una sorta di richiesta di soccorso al Cielo, proprio come Rolando suonò l’Olifante per chiamare Carlo Magno. Ma, nel Mito, Rolando (che è Hruodlandus Brittannici limiti præfectus, cioè toh! – Marchese di Bretagna): lo vediamo qui, caduto a Roncevaux, affiancato dal fratello Baudoin, con accanto i suoi due attributi: l’Oliphant e Durandal. Lascio ai novelli Grasset d’Orcet il lieto giocare con le parole antiche …

À la prochaine, mes Dames et mes Sires …


[1] Come si sa, Atlante porta la Sfera Celeste sulle spalle, e non la Terra; però, come si vede, e come riporta la dicitura di Basilio, la Terra è ovviamente al centro della Sfera Celeste (è la visione Tolemaica); per cui Terra è al centro del Cielo. E lì l’alchimista la dovrà trovare.

[2] Nel testo: ‘cuivres’. Il nostro ottoni sostituisce il francese rami.

[3] La frase è tratta dal Discours d’Autheur incertain sur la Pierre des Philosophes, achevé en aoust 1590, un ottimo testo segnalato da Canseliet nel suo Commento al Mutus Liber.

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie I

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Wednesday, November 17, 2021 by Captain NEMO

Come promesso, iniziamo il nostro viaggio – illogico! … ça-va-sans-dire – tra putti e varie amenità sparsi nel Cielo del Cabinet-Bijou dell’Hôtel Lallemant; i Caissons sono 30, e da qualche parte, per non perdersi poi, dobbiamo piantare il primo paletto del Fil-Rouge; in modo del tutto casuale, piantiamolo sul Cassone di destra della prima serie, che è quella posta sopra la porta d’ingesso (dove sta il bassorilievo della leggenda del Toson d’Oro, per intenderci, del quale parleremo più avanti).

Prima di tutto, ci si sarà accorti che il Cielo-Soffitto (Ciel-Plafond), o Soffitto-Cielo (Plafond-Ciel) che dir si voglia, è diviso da una sorta di griglia, costituita da due percorsi che legano da una parte i Putti, e dall’altra la sarabanda di Ammennicoli. Però … però …

  • Il percorso dei Putti, che sono anche degli Angelots più o meno paffuti (replets, dice Canseliet) – e sono 13 – è interrotto alla serie 5 (prima serie della parte centrale, in corrispondenza dell’entrata marcata dai due Capitelli (Chapiteaux), quello di destra con il Cranio-Teschio alato, quello di sinistra con i due Delfini ed il Vaso) da un bimbo-enfant (non è un Angelot, non ha le alucce) che legge un libricino; alla serie 9 è interrotto dalla Colomba del Saint-Esprit, che pare inchiodata su una stella radiante e fiammelle sinuose;  al termine, arriviamo alla serie 10 con due Angelots: quello di destra è seduto e legge un libricino e quello di sinistra è in piedi e regge tra le mani un pezzo di Chapelet (ma forse è altro?), con nappa e pendentif. Ergo: 13 Angelots + 1 Enfant + 1 Colombe= 15, QED
  • Il percorso degli Ammennicoli – che sono 15 – trova il suo centro alla serie 6 (seconda serie della parte centrale, in corrispondenza dell’uscita marcata dai due Capitelli (Chapiteaux), di cui sopra) con il Vaso Capovolto (Vase Renversé); al termine, arriviamo alla serie 10 con la Rosa Ermetica finale (posta sopra la finestra a trifora, sopra il Blasone della famiglia Lallemant).

I 2 percorsi appaiono disposti ‘a quinconce’, cioè – come recita Treccani – ‘con una disposizione a file parallele sfalsate di mezzo passo.’; il termine viene dal latino quincunx-ncis, che è composto da ‘cinque’ e ‘oncia’: il che esprime la frazione di 5/12 (c’est-a-dire: 0.41666666 …): il ‘5’ rappresentato nei dadi raffigura per l’appunto questa disposizione, che in questo Plafond-Ciel e/o Ciel-Plafond è seriale per entrambi i percorsi. Siccome immagino che qualcuno possa iniziare a dare i numeri, aggiungo – con non celato divertimento – un pizzico di confusione: nella morfologia delle piante lo sviluppo delle foglie lungo il fusto o lo stelo viene detto ‘quinconciale’ quando la divergenza è di 2/5 (c’est-a-dire: 0.4, preciso, senza altri decimali), vale a dire quando in due giri della spirale crescente si incontrano cinque foglie (…oh, parbleu!).

Last-but-not-least: quando si osserva un gruppo ‘quinconciale’ di Putti, il corrispondente gruppo di Ammennicoli è disposto ‘due-a-due’, vale a dire ‘un quadrato’ (carré, ruotato), o ‘a croce’. E versa vice

Ora, siccome scorgo il beneamato Major Grubert che si è affrettato ad indossare il casco da British Explorer, accompagnato da White Rabbit (non visto, qui) che salta qua e là esclamando ‘Oh dear! Oh dear! I shall be too late’, come ultima nota prima di avviarci scivolando dentro il Rabbit Hole di Alice, avviso i naviganti tutti che i Lallemant avevano una vera passione per gli enigmi e le cifrature, pur declinate e sopportate con le sfumature e le ‘fisse’ dei ricchi borghesi certo, ma avviluppati – come tutti noi – nelle panie delle umane debolezze e virtù. Le incontreremo lungo il viaggio; ora, davvero, possiamo iniziare …

Hôtel Lallemant, Caissons – Serie I

Cassone 1 – Arco & Faretra

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

Ma ne parla – obliquamente, è il caso di dirlo – Canseliet nel 1958 nella sua Préface à la Deuxième édition de Les Demeures Philosophales; lo fa mentre parla del Cassone 5 (La Sfera Armillare):

De chaque côté sont deux bambins, ailés et dodus, porteurs du même fluide justicier que celui de droite, s’apparentant à l’un des anges de l’Apocalypse, souffle et avive, au son de sa trompette. Petit Eros, incarnant aussi le principe vital et créateur, de qui l’arc infaillible, privé de sa corde décrochée et croisé en X avec un phylactère, proclame, sur le caisson voisin, que leur fonction souveraine sera pour un temp suspendue.‘.

Hôtel Lallemant, Caisson 1 – Serie I

Vediamo, in basso, una faretra (carquois) contenente 7-8 frecce, ma con il cordoncino slegato, oppure spezzato; in alto, un arco (di tipo riflesso) con la corda non montata (in bando); sullo sfondo un filatterio, muto. Trattandosi di un cassone ‘di testa’, per così dire, l’insieme della scena dovrebbe richiamare una sorta di fase preparatoria, che prelude ad un’azione: la faretra infatti non è vuota, e l’arco ha già un anello della corda montato sull’estremità inferiore. D’altro canto, l’arco viene rappresentato per 3 volte nelle tavole del Mutus Liber; Canseliet – nel suo L’alchimie et son Livre Muet – sottolinea con precisione la presenza dell’Arco:

  • Tavola VI, registro basso – l’operatore ‘… confie au dieu solaire la rose issue des eaux, ,..’;   quella rosa a sei petali rappresenta il soufre, o or de sages, affidato a Febo-Apollo che ha nella sinistra un arco, con la corda ‘tesa’. Peraltro – nell’Introduzione – Canseliet ci mostra la stessa Tavola, ma in un’edizione apparentemente del 1725, dove la corda dell’arco è però ‘in bando’.
  • Tavola X, registro basso – Diana-Luna tiene con la destra un arco (con la corda ‘in bando’), accanto alla cifra ‘10’ e accanto ad Apollo, e si tengono le mani ‘palmo a palmo’; avvenuto in precedenza il matrimonio di Diana e Apollo, qui si tratta dell’inizio della Moltiplicazione (Apollo, anch’egli accanto ad un’altra cifra ‘10’, indossa un solo paramento con una testa leonina) – o, meglio – del risultato finale dell’ultima cottura.
  • Tavola XIII, registro basso – Diana-Luna tiene con la destra un arco (ma stavolta con la corda ‘tesa’), accanto alle cifre ‘100 . 1000 . 10000 . &c’’ e accanto ad Apollo-Sole, e si tengono le mani ancor ‘palmo a palmo’; qui si tratta della Moltiplicazione (Apollo, anch’egli accanto ad un’altra cifra ‘100 . 1000 . 10000 . &c’, indossa un doppio paramento con testa leonina); sui risvolti dei suoi stivali, sono presenti i ‘tre punti’ che ‘… i massoni presero in prestito dalla Grande Opera…’, ad indicare la raggiunta perfezione.

Per cui l’ipotesi che questo Cassone parli di una fase d’inizio o intermedia di un qualche lavoro potrebbe essere credibile.

Cassone 2 – L’Angelot & una Merelle, sul Fuoco

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

Ma Canseliet – sempre nella sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali – ne parla:

Nei due cassoni che seguono, l’Adepto espresse, dal punto di vista alchemico e ciclico, l’associazione dei due elementi antagonisti per un’azione simultanea: È ancora un angioletto, non meno paffuto dei precedenti, che mantiene, al centro di un focolare irradiante come un sole, una conchiglia Saint Jacques, ricettacolo consacrato dell’acqua alchemica; …’.

Vediamo un Angioletto – certo piuttosto paffuto – che sembra intento a sistemare la conchiglia sopra un letto di fiamme; le ali non sono unite alle spalle, ma alle ascelle. Potrebbe anche sembrare che voglia in qualche modo accomodarsi sulla/nella Merelle: ma è una pura ipotesi, non c’è niente che possa aiutarci a confermarlo. Di certo, però, c’è il Fuoco, qui rappresentato per la prima volta, e proprio sopra la porta d’ingresso al Cabinet.

Hôtel Lallemant, Caisson 2 – Serie I

Ora – seguendo l’eccellente ritrovamento da parte di M. Sailland[1] – possiamo confrontare quest’immagine scolpita con un paio di decorazioni raffigurate nelle Heures d’Etienne Lallemant[2], fratello di Jean le jeune, alle p. 65 e 213:

Il Putto (non ha le ali) è certo meno grasso, ma la postura sembra corrispondere: il bastone è quello di un pellegrino del Cammino di San Giacomo[3]. Quanto alla Coquille Saint Jacques, la nostra Mèrelle, chiunque abbia anche soltanto sfiorato la dottrina alchemica sa che si tratta del simbolo della materia, la ‘piccola madre’, ‘lei è la madre’, e quindi la ‘mater ea’; e che essa, come giustamente sottolinea Canseliet, contiene al suo interno l’Acqua della quale non si può fare a meno durante i lavori della Grand Œuvre. Così, si deve concludere, da buon inizio, che lo scultore o il committente non intendessero riferirsi ad un simbolo di tipo religioso o storico, ma in realtà precisamente appartenente alla dottrina alchemica, pura e semplice. Purtroppo, ancora si pensa che la dottrina alchemica sia un vago ciarpame pseudo-magico: in realtà, basta leggere i testi antichi, e non soltanto quelli per così dire ‘tecnici’, per rendersi conto che da millenni la dottrina che sottende l’Alchimia operativa è presente ovunque, e da tempi immemori, in tutte le strutture di Conoscenza dell’umanità, raffigurata sempre con i suoi precisi simboli. Così, con il Cassone 2, veniamo informati che vi sono due elementi del Creato – Fuoco e Acqua – tra loro strettamente connessi, e che l’Acqua-che-non-bagna-le-mani può/deve essere estratta dalla Materia che la contiene grazie al Fuoco. Ribadisco, per coloro che non conoscono Alchimia, che dietro ai Simboli alchemici si celano sempre sostanze tangibili, le cui funzioni rendono possibile – via via – il progredire della Grand Œuvre.

Cassone 3 – L’Aspersorio

Hôtel Lallemant, Caisson 3 – Serie I

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

Ma Canseliet – sempre nella sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali – ne parla in questo modo:

… puis, un aspersoir, accroché sous une banderole, qui laisse tomber d’énormes gouttes sur les flammes identiques, toujours produites sans corps de combustion.’.

L’oggetto sospeso alla cordicella è stato oggetto di diverse ipotesi; c’è chi vi vede un imbuto Büchner, chi la testa di un annaffiatoio, chi un aspersorio di acqua benedetta, e via dicendo. Canseliet lo chiama aspersorio perché descrive l’azione nella scena, ma non si tratta certo di quell’oggetto liturgico utilizzato dai chierici e preti per benedire persone o cose; il temine viene dal verbo latino ‘aspergo’, per ‘spruzzare’. Anticamente era un oggetto riservato soltanto all’Alto Clero: il Pontifex Maximus usava l’aspergillum per spruzzare l’acqua lustrale allo scopo di purificare luoghi, cose e persone. Ciò che causava la purificazione era l’Acqua Lustrale, che è – per così dire – un’acqua ‘primitiva’: la si preparava un tempo prelevando dell’acqua da una fonte naturale e la si chiudeva in un contenitore incontaminato ed inusato; poi, all’uopo[4], si accendeva un fuoco e se ne prelevava un tizzone ardente, per inserirlo – acceso – nell’acqua. Si richiudeva il contenitore e lo si lasciava riposare, rigorosamente al buio, per un intero ciclo di Luna. Al termine, si filtrava il tutto e si poneva l’acqua – ora ‘lustrale’ – in un apposito contenitore. Se dovessi dire la mia, si trattava insomma di un’antica quanto naturale ‘informazione’ dell’Acqua con il Fuoco. L’ Aqua Lustralis poteva purificare proprio perché – in origine – era un corpo doppio, debitamente informato.  Quando infatti usa il termine ‘purificatio’ – che contiene in sé il temine greco ‘pyr’, ‘fuoco’ -, l’alchimista non potrebbe mai dimenticare che “Qui scit combvrere Aqua et lavare Igne facit de Terra Cælum et de Cælo Terram pretiosam.[5]: le lavures alchemiche sono sempre e soltanto fatte con l’Acqua ed il Fuoco.

L’oggetto, dunque, potrebbe essere quell’aspersorio con il quale si asperge qualcosa; ma potrebbe anche rappresentare un utensile tipico dei laboratori di spagiria o d’alchimia dei tempi andati; potrebbe essere una sorta di imbuto (entonnoir, che suona giocosamente en-ton-noir), o anche un imbuto filtrante (antesignano di quello moderno, di Büchner); qualcosa insomma somigliante a quel che vediamo per esempio in queste immagini:

Jabir – Summa Perfectionis Magisterii – Danzig, 1682
Donato Eremita – Del’Elixir Vita, 1624

Oppure una cosa come questa:

Instrumenta Chemyca

che è una concha forata. Sorrido, però, ricordando che concha è proprio il latino di conchiglia, ad indicare tanto il murice (dal quale si ricava la porpora), quanto la madreperla, e per estensione il guscio di una coquille! E sorrido ancor più ripensando ai giochi linguistici eruditi quanto arditi di Grasset d’Orcet …

Ciò detto, nell’esame di questo Cassone non è proprio importante dare un nome all’oggetto, quanto comprendere il senso dell’actio che è stata fissata – quasi una fotografia – in questo enigmatico Caisson; si vede bene che si tratta di qualcosa di liquido che – asperso da quell’entonnoir a concha – cade; ma – e Canseliet lo suggerisce parlando delle fiamme, ma con un petit-truc: ‘… sempre prodotte senza un corpo di combustione ’- quelle fiamme, quindi, potrebbero essere o il prodotto di quel liquido cadente su qualche cosa che non vediamo; oppure – e propenderei per quest’ipotesi – essere semplicemente l’altra faccia della medaglia di quel liquido: liquido e fiamma sarebbero insomma la stessa cosa; l’operazione che ha preceduto il ribaltamento dell’entonnoir ha prodotto qualcosa che è stato prima ‘raccolta’ in quell’enigmatico oggetto, e poi – sospeso ad una ficelle, vale a dire ad un legaccio – si mostra sia sotto l’aspetto di gocce, sia sotto l’aspetto di fiamme: una cosa doppia, tanto Aqua quanto Focus … ovviamente legati, ma alchemicamente.

In quest’ottica, dunque, si intravedrebbe un primo, tenue, Fil-Rouge che lega questi tre Caissons: una preparazione preventiva di un lavoro che richiede una certa Force unita a destrezza (l’Arc), ma con una direzione (le flèches); una Materia madre che nasconde al suo interno qualcosa di invisibile ai sensi (una perla? … magari perlamadre?), e che deve essere aperta (ouverte); poi – una volta portato ‘il dentro fuori’ – con un bouleversement manuale (ma ancora operato con ingegno estremo e destrezza, ben al riparo da occhi e orecchie indiscreti), si produce quella benedetta quanto agognata cosa doppia (è l’artista che la prepara; vide Limojon d Sainct Disdier): Acqua Fuoco

A bientôt, Mes Dames et Mes Sieurs …


[1] M. Sailland ha più che giustamente proposto che lo scultore dei Caissons sia stato ispirato per la gran parte dei soggetti (per lo più gli Angelots, ma anche qualche Ammennicolo) alle decorazioni di questo manoscritto. Avremo modo di conoscere meglio questo manoscritto in seguito.

[2] La divisa, in Italiano, che recita ‘Testimonio del mio dolore’, appartiene a Etienne Lallemant. Anche di questo avremo occasione di parlare in seguito.

[3] Il miniaturista che ha decorato il manoscritto è chiamato Maître du Boèce de Lallemant; sulla sua identità, ad oggi, nulla si sa; dovrebbe comunque trattarsi di un artista che ha lavorato tra il 1490 ed il 1510 della zona di Bourges, il quale ha realizzato molte opere per i fratelli Lallemant; viene chiamato Maître du Boèce perché illustrò il De Consolatione Philosophiæ di Boezio commissionatogli da Jean Lallemant l’ainé attorno al 1498. Gli storici dicono che il miniaturista fosse in contatto con Jean Colombe (fratello di Michel, che realizzò – oltre a molte magnifiche sculture – la tomba dei Duchi di Bretagna, a Nantes) ed anche Jean Poyer.

[4] Quel Fuoco doveva essere acceso con una precisa modalità, con un intento indirizzato da parte del preparatore; e nel mondo antico si sceglieva anche il tipo di legno, dato che è l’Essenza ciò che può informare l’Aqua, qui inteso come Elemento.

[5] Si tratta di uno dei motti tratti dal Rosarium Philosophorum, attribuito ad Arnaldo da Villanova; ed è esattamente riportato sullo stipite della Porta Magica di Villa Palombara, a Roma.

Bourges – L’Hôtel Lallemant, Preambolo …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , on Sunday, November 14, 2021 by Captain NEMO

In questi tempi di chiusura pandemica, in cui viaggiare in libertà sta diventando un lusso complicato – visto che si deve chiedere permessi ad ogni pie’ sospinto -, non possiamo che annoiarci a morte; dopo il troppo tristanzuolo o tempora, o mores, ho pensato che potesse valer la pena riscoprire – tra le tante meraviglie dell’arte e dell’architettura legate all’Alchimia – l’Hôtel Lallemant ed i suoi Caissons che decorano il soffitto dell’Oratoire, o Chapelle che dir si voglia.

Meno conosciuta, forse, del magnifico Hôtel Jacques Cœur, la magione dei Lallemant offre un mucchio di singolarità che non possono che rallegrare il cuore di ogni appassionato d’Alchimia; premetto che purtroppo non l’ho mai visitato di persona, e dunque per proporre qualche riflessione dovrò far ricorso a quanto si trova sul Web.

Per prima cosa debbo ringraziare l’amico ijnuhbes che cura il bel sito La Rue del’Alchimie per l’uso che farò delle sue ottime fotografie: ho avuto la fortuna di incontrarlo tanti anni fa a Roma in occasione di una visita alla Porta Alchemica di Villa Palombara; ricordo ancora una cordiale ed interessante chiacchierata sull’Arte in un’antica osteria proprio dietro Piazza Vittorio, già allora vecchia di quasi un secolo, che oggi – ahimè – non esiste più.

Prima di affrontare questo viaggio per immagini, credo sia utile fare una premessa: Bourges, l’antica Avaricum romana – la località principale di quella regione della Gallia popolata dai Bituriges (‘i re dell’universo’) -, si trova quasi al centro esatto della Francia, in una piana fertile che in seguito, parecchi secoli dopo, prese il nome di Ducato di Berry.

Bourges

Lasciando da parte tutte le amenità New-Age sugli allineamenti geografici e/o addirittura astro-magici, Bourges è stato uno dei maggiori crocevia della storia francese; conosciuta sin di tempi di Plinio per la manifattura e il commercio di tessuti particolari, la città vecchia – costruita sulle rovine della vecchia cinta muraria gallo-romana – offre al visitatore la bellissima Cathédrale Saint Etienne, l’Hôtel Lallemant, il Palais Jacques Cœur, l’Hôtel des Echevins, oltre all’Hôtel-Dieu. Come ho scritto in precedenza (qui), fu proprio nella cappella del vecchio Hôtel-Dieu, che ospitava un grande Ospedale, che si riuniva un gruppo di eruditi personaggi, appassionati d’Alchimia.

Sotto la guida di Alphonse Brunet d’Anvault (1812-1888) – il Merrain, cioè il Maure du Roi, e medico chirurgo) – il gruppo man mano coinvolse Pierre Aristide Monnier (1824-1899) che conosciamo con il nome di Alcyon, notaio, Paul Decœur (1839-1923?), che si sarebbe nascosto dietro il nome di Fulcanelli, ingegnere, Pierre Dujols de Valois (1862-1926), erudito libraio e giornalista che conosciamo come Magophon, e Charles Aimé Marie de Lesseps (1840-1923), figlio di Ferdinand, diplomatico, il Basileus, che sarebbe stato il Roi del gruppo. Dopo la morte dei due componenti più anziani, D’Anvault e Monnier, i più giovani decidono di riunirsi a Parigi, poco prima della fine del secolo; Charles de Lesseps – dopo la colossale débâcle legata allo scandalo del Canale di Panama, per cui venne condannato a pagare una multa epocale e ad un anno di prigione per malversazione e corruzione – lasciò ogni incarico pubblico ritirandosi nel Domaine du Chesnaye, dimora e buen retiro della famiglia de Lesseps.

Ma lasciamo Parigi e i primi del ‘900, per tornare al 1487, a Bourges: il 22 di Luglio, un grande incendio – Le Grand incendie de la Madeleine – devasta la ricca città del Berry: si dice che più di un terzo di Bourges – la parte orientale, piena di case popolari in legno – venne ridotta in cenere: l’antica residenza della famiglia Lallemant[1] – nobilitata[2] da Louis XI nel 1482 – venne completamente distrutta. Jean Lallemant (1481-1494) è in quel momento il Receveur Général de Normandie, e grazie alla gran mole di denaro che deriva dal suo incarico intraprende la ricostruzione della dimora di famiglia; i lavori, iniziati attorno al 1490, vennero portati a termine attorno al 1518 dai due figli di Jean Lallemant père, morto nel 1494; Jean l’âiné (1465?-1533) eredita l’incarico di Receveur général du Normandie e diventerà Sindaco nel 1500, mentre Jean le jeune (1481?-1548) riceve l’incarico di Receveur général du Languedoc (per il Re Louis XII) e diventerà sindaco nel 1510.

Come spesso accade, il maneggiar denaro per conto delle Casse Reali è un compito certo prestigioso, ma soprattutto delicato e molto pericoloso: Jean le jeune viene arrestato nel 1535 con l’accusa di frode, e viene imprigionato a Parigi; ma, a differenza di Jacques Cœur, il potentissimo e ricchissimo Grand Argentier del Re Charles VII (arrestato nel 1451, imprigionato per ventidue mesi, e condannato all’esilio perpetuo nel 1453), il giovane Lallemant viene messo in libertà dopo due anni di carcere e un’ammenda molto considerevole[3].

Nel maggio del 1486 Jean de Cucharmoys, un giovane mercante trasferitosi da Lione a Bourges e cinque notabili[4] di Bourges, danno vita ad una sorta di ordine cavalleresco: L’Ordre des Chevaliers de la Table Ronde de Bourges; si tratta più che altro di una confraternita, con un nome ispirato al mito Arturiano – e probabilmente al ramo francese, quello reso famoso da Chrétien de Troyes -, ma forse più dedito a consolidare la posizione e le rendite dell’alta borghesia di Bourges e dintorni. Il gruppo elegge periodicamente un ‘Roi’ ed ogni domenica tutti i membri dell’ordine debbono presenziare ad una messa a Notre Dame de Salles (poi a Notre Dame des Carmes) della durata di otto ore (!) e versare un obolo di tre denari; i Chevaliers (inizialmente quattordici, poi portati a 23, oltre ‘le Roi’) prestano un giuramento di reciproco rispetto e supporto, e alle loro Armi aggiungono un Collier costituito da un Rosario di “…cinq dizaines de diz grains noirs enfilez de lacs de soie verte…” , con cinque grandi grani d’oro a separare le decine; il Rosario (le Chapelet) è decorato da un pendente d’oro raffigurante Maria e il Bambino. Sia come sia, Jean l’âiné fu il primo ‘Roi’ nel 1487 (l’anno dell’incendio) e rieletto nel 1490 ed ancora nel 1533, mentre Jean le jeune entra nell’Ordre nel 1487.

Le grandi disponibilità economiche di famiglia si riflettono anche nella passione per l’arte: il loro palazzo, per quanto certamente meno impressionante ed imponente rispetto a quello di Jacques Coeur, ne è un’espressione palese; molti artigiani, francesi e fors’anche italiani, vengono assunti per realizzare decori di ogni tipo (lo stile architettonico è quello gotico, ma quello decorativo è rinascimentale); oltre a preziosi arazzi che arricchivano le pareti della dimora, i Lallemant – come molte altre famiglie, nobili e borghesi – commissionarono un bel po’ di Livres d’Heures ai vari miniaturisti al servizio della famiglia: sparse in diverse biblioteche e nei musei di tutto il mondo contiamo oggi oltre dieci di queste opere, naturalmente molto belle, per la maggior parte fatte realizzare da Jean le jeune; le opere portano quasi sempre il blasone di famiglia:

Armi della famiglia Lallemant

De gueules au chevron d’or accompagnées de trois roses d’argent.

Blasone di Jean Lallemant, le jeune

Ecartelé au premier de gueules au chevron d’or accompagné de trois roses d’argent, au second écartelé d’azur à la croix ancrée d’argent entre trois mottes ou montjoies d’or, et après, d’or a deux léopards de gueules passant l’un sur l’autre.

Eccone qualche esempio …

Nel corso dello studio – che dividerò in più Post – incontreremo diverse decorazioni che potrebbero avere collegamenti simbolici con l’Alchimia, ma naturalmente ci soffermeremo sin dall’inizio sul famoso soffitto a Caissons che Fulcanelli ha voluto esaminare, per la verità solo in parte, nel Le Mystère des Cathédrales: “… le témoignage irrécusable d’une science immense dont Jean Lallemant, alchimiste et chevalier de la Table ronde, possédait tous les secrets.”.

Occupiamoci ora del soffitto che decora la Chapelle (chiamata talvolta Oratoire) ospitata all’interno dell’Hôtel Lallemant, al primo piano, sovrastante il corridoio di accesso a gradoni dalla parte di Rue Bourbonnoux che collega la Corte bassa alla Corte semi-alta; è diviso in trenta Cassoni scolpiti disposti in dieci file da tre; vi si accede da una piccola scala interna posta poco prima della grande Chambre d’Honneur. Il locale è davvero molto piccolo (5,40 x 2,60 x 3,80 m): nell’inventario del 1571 venne chiamato ‘Chambre des Armures’, ma che sia stato destinato a piccola cappella privata, o a oratorio, o a piccolo gabinetto di meditazione, resta il fatto che è un locale curioso; sopra la porta d’ingresse è posto un bassorilievo che raffigura la leggenda del Toson d’Oro – certo meno curato rispetto allo stile accurato e figurativo utilizzato per i Cassoni. Mentre l’unica finestra – che dà sulla Corte semi-alta – ha una bella vetrata a trifora, la cui parte centrale ospita il Blasone con le Armi di famiglia; sui lati sono incassati sei pilastri scanalati, quelli d’angolo decorati in cima con gli animali simbolici dei quattro Evangelisti, mentre i due centrali sono decorati uno con un cranio alato e l’altro con due delfini affrontati sui lati di un vaso. Sul lato destro, nei pressi della finestra è incassata la famosa Credence in bronzo, di cui ci occuperemo in seguito.

Credence – Julien Champagne

Concludo questo piccolo preambolo sottolineando che molti studiosi si sono occupati dell’esame e dell’interpretazione delle bellezze dell’Hôtel Lallemant: visto lo stile delle decorazioni, la maggior parte lo hanno fatto, comprensiblmente, con un taglio generalmente storico (p. es., Alphonse Buhot de Kersers, Paul des Chaumes, Paul Chenu, Béatrice de Chancel-Bardelot, Frédéric Sailland), laddove l’esame dei simbolismi proposto è generalmente motivato in chiave strettamente religiosa; d’altro canto – pur condividendo molte delle ipotesi di M. Sailland, per esempio – trovo un tantino riduttivo sostenere, parlando dei Cassoni del Cabinet, che “Non c’è dunque alcun bisogno di dover ricorrere alla dottrina ermetica dell’alchimia per spiegare queste decorazioni scolpite. Basta riferirsi al gusto della famiglia Lallemant per i bei manoscritti miniati che erano un mezzo per affermare la loro ascesa sociale al vertice dell’élite finanziaria e per rendere un omaggio a sostegno del re, manoscritti che avrebbero potuto essere conservati in questo cabinet.[5]. Con ogni rispetto, però, un simbolo – ogni simbolo – può essere compreso soltanto se si conosce la chiave, e la dottrina da cui quella chiave è stata espressa; se il Fuoco – che è rappresentato a profusione nei Cassoni del Cabinetpuò esser letto come il fuoco della cucina, il fuoco del caminetto, il fuoco dell’inferno, il fuoco celeste, il fuoco di sant’Elmo, il fuoco di sant’Antonio, il fuoco dell’energia nucleare, o il fuoco segreto dell’alchimia … beh, è solo chi guarda, chi osserva, chi contempla, chi pensa, chi riflette, che può decidere cosa e come leggere e sentire: ognuno legge – e riconosce – ciò che conosce, no? Un dogma, qualsiasi dogma, non rappresenta altro che qualcosa che va spezzato, alla ricerca di libertà d’espressione e di una miglior verità, fonte di progresso verso nuove (o antiche, aggettivo che non significa inutile o riprovevole) visioni; tanto più quando si contempla Arte.

C’è spesso altro dietro la mela che cade dall’albero.

Ciò detto, ecco il Plafond della Chapelle dell’Hôtel Lallemant, che pian piano esamineremo nei prossimi Post; la foto, molto chiara e ben fatta, è di Georges Sailland (a cui va il credito, ed il ringraziamento!):


A presto!

[1] I Lallemant erano probabilmente di origine germanica: il nomen sembra essere un adattamento di ‘l’aleman’.

[2] Si tratta di nobiltà acquisita, dunque, né anticadi spada.

[3] Il 12 Maggio 1535 Jean le jeune viene condannato a restituire 15000 livres, a versare altre 25000 livres per danni ed interessi alla Corona, oltre a 20000 livres d’ammenda. Una volta scarcerato, il 15 Ottobre 1537 patteggerà un versamento pari a 28049 livres.

[4] I sei fondatori erano Jean de Cucharmois, Jean Lallemant l’aîné, Pierre Filzdefemme, Jean George, Claude Pichonnet e Vincent de Vielbourg.

[5] Da de Chancel-Bardelot, B. e Sailland, F. – L’Hôtel Lallemant, Monument Précurseur de la Renaissance Française, Société Française d’Archéologie, 2017, p. 261.

Il Tassello Mancante …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Wednesday, October 20, 2021 by Captain NEMO

Claudio Cardella ha scritto un altro magnifico libro. Dopo Il Sogno dei Filosofi – scritto con Stefano Costa – veniamo trasportati negli anni ’30, per cercare di capire come la Fisica Nucleare si sia lanciata nella terribile avventura che portò l’uomo ad inventare la bomba atomica.

Lo spunto con cui è nato il nuovo libro è il tentativo di rintracciare quello che l’autore ha chiamato Il Tassello Mancante; a margine di un foglio di alcuni suoi appunti – del 13 Novembre 1944 – Francesco Pannaria evidenziò a matita nera ed in modo enigmatico l’anno 1939, senza nessuna annotazione o considerazione attinente, né nel Colophon, né all’interno del testo. Su una copia di un quotidiano rinvenuta nell’archivio di Pannaria, l’autore ha poi trovato – stavolta vergata in rosso – un’altra sua nota a margine: “Si va confermando la verità e cioè che Fermi e Co. non capirono niente. É la Lise Meitner che capì o Hahn?”. Così, incuriosito, l’Autore ha affrontato una lunga ricerca negli archivi scientifici, nel tentativo di rendersi meglio conto del perché Pannaria avesse sottolineato quel ‘1939’. Ed alla fine della sua faticosa caccia, quel tassello assume un connotato particolare: si tratta della storia – per la verità tormentatissima – del gigantesco, deprecabile, Circo Barnum con cui la creme-de-la-creme della Fisica Nucleare di quei tempi offrì ai militari – su un piatto d’Uranio – l’opportunità di usare l’enorme rilascio d’energia provocato da una reazione a catena di atomi ‘scatenati’, letteralmente spaccati, con forza; l’uso malvagio di quell’energia omni-devastante e contro Natura venne prescelto dai responsabili del Progetto Manhattan per obbligare il Giappone alla resa, nel 1945: così, vennero sganciate due bombe su Hiroshima e Nagasaki, dove in un immorale flash istantaneo vennero uccisi decine e decine e decine di migliaia di esseri umani.

Claudio Cardella ha ricostruito la genesi e lo sviluppo di quella ricerca scientifica: ovviamente, tutto parte da Enrico Fermi nel 1934 con la sua corsa – assieme ai famosi Ragazzi di Via Panisperna – verso la scoperta di quelli che a quel tempo vennero chiamati Elementi Transuranici (‘al di là dell’Uranio’), cioè dei nuovi Elementi – perché in natura non sono presenti, se non in tracce davvero minime – la cui posizione nel Sistema Periodico di Mendeleev (1834-1907) si supponeva dovesse essere dopo l’Uranio (numero atomico, 92). Quella corsa sfrenata – che culminò nel 1938 con il Nobel a Fermi “… per la sua dimostrazione dell’esistenza di nuovi elementi radioattivi prodotti mediante irradiazione di neutroni, e per la sua correlata scoperta di reazioni nucleari provocate da neutroni lenti.” – fu in realtà un vero dramma, a tinte decisamente nere.

Forse pochi sanno – o forse hanno scientemente scelto di nascondere il pattume sotto il tappeto del tempo – che gli emeriti e benedetti nuovi Elementi (gli Italici Ausonio ed Esperio) che Fermi e Co. proclamarono di essere riusciti a scoprire mediante la fusione di neutroni lenti … non esistevano, né sono mai esistiti, né potevano esistere; anche perché – come è perfettamente documentato nel libro – la fusione nucleare dimostrata da Fermi era in realtà una fissione nucleare. Furono i tedeschi a capire che Fermi si sbagliava, ma per varie ragioni (tra cui il fatto che Lisa Meitner, Ida Noddack e Otto Hahn erano personaggi poco stimati dal consensus scientifico dell’epoca), la loro sperimentazione – più sensata rispetto a quella di Fermi, perché basata su una maggior conoscenza pratica e teorica della Chimica e della Fisica che atteneva a quella ricerca nucleare – vide la luce troppo tardi, quando ormai i giochi erano fatti, quando tutto si spostò negli USA: quando la malattia mortale dell’Auri Sacra Fames prese ovviamente immediata e solida radice nelle menti di un pugno di uomini stolti che decisero di giocare la partita contro Natura, ammantati del nero blasone della tenebra . E dell’ignoranza, profondissima. Sic et simpliciter

Se ovviamente tutta la Fisica e la Chimica Nucleare del tempo (italiana, tedesca, inglese, russa, e poi americana) potrebbe essere assolta nel nome del progresso della scienza (ma in barba alla Scientia), quella Fisica e quella Chimica sono state (ed ancora sono; non saprei per il futuro) gravemente mancanti sul piano dell’Etica e della Philosophia: armi e denaro si sono sposati con la consacrazione di un modello teorico che non tiene in minimo conto Madre Natura, aprendo la strada all’utilizzo arrogante delle Forze della Natura. E quel matrimonio, come è normale, ha prodotto figli e nipoti …

Robert Oppenheimer, fisico e a capo del Los Alamos Laboratory, in occasione del successo del Trinity Test (16 Luglio 1945), pare abbia detto: “Sapevamo che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Alcuni risero, altri piansero, i più rimasero in silenzio. Mi ricordai del verso delle scritture Indù …: ‘Adesso sono diventato Morte, il distruttore dei mondi.’”.

Cui potrebbe fare da contraltare un passaggio di Paolo Lucarelli, fisico e alchimista: “Gli uomini perderanno la capacità di osservare la natura con imaginatio vera et non phantastica, e, rivolti in se stessi, saranno la peggior espressione possibile del simbolo dell’Uroboros. … La tradizione si perde in molti modi. Il più sicuro è quello di stravolgerla in una pantomima grottesca, in cui l’essere umano, avvilito dal progresso, abbia come unica speranza quella della misericordia di una divinità gelosa e incomprensibile, chiamata con ridicolo rispetto, metodo scientifico.”.

Percorrendo la meticolosa, appassionata, straordinaria, ricerca di Claudio Cardella il lettore si potrà fare un’idea precisa ed onesta di come sono andate le cose che hanno portato la nostra civiltà al Progetto Manhattan: incontrerà personaggi ben noti, ed altri meno noti (Ida Noddack e Lise Meitner, due donne straordinarie), incontrerà anche il Neutrone-questo-sconosciuto, il Protone, l’Elettrone, il Positrone, il Neutrino, e poi pure il Decadimento Beta di Fermi (un modello che fa ancora acqua da molte parti, nonostante sia quasi un vangelo), e decine di attori sul palcoscenico della ricerca sul Nucleo, in scena tra il 1934 ed il 1939; una storia – nelle parole dell’autore – che ‘… si conclude completamente nel giro di un mese, il Gennaio del 1939. É mia personale convinzione che sia questo che ha indotto Pannaria, testimone di quegli eventi, ad appore la pesante sottolineatura nera, quasi a lutto, per circondare quest’anno nel suo manoscritto, perché in realtà proprio da lì presero avvio le successive atrocità e lo sterminio.’.

La lettura e lo studio de Il Tassello Mancante richiede almeno una base scolastica di alcune notazioni e nozioni di Fisica (ed un pizzico di Chimica), e si fa leggere con molta emozione: stupore e perplessità si affacciano in molte pagine, popolate come sono da una mole di brani e note tratte da documenti storici e scientifici inoppugnabili. Dice: ma è un libro d’Alchimia? Rispondo: … ovviamente no, ma Naturalmente sì. L’Alchimia in sé non è la protagonista di questo bel libro: ma il lettore molto attento, si renderà presto conto, specie in taluni passaggi extra-ordinari, quale visione indefettibile della Philosophia Naturalis ha guidato Claudio Cardella nel suo esame accorato; sembra quasi che voglia dire, ad ogni piè sospinto, agli attori protagonisti, e ai lettori ‘…ma come, non vi rendete conto che le cose NON stanno così? … ancora? … e poi ancora?’.

Il libro, pubblicato su Lulu, può essere acquistato su Amazon, qui.

Titolo senza parole …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , on Friday, October 15, 2021 by Captain NEMO

Il mio amatissimo Fratello Fra’ Cercone è partito verso il suo Viaggio nella Lux.

Pochi giorni fa, l’11 di Ottobre del 2021, poco dopo l’alba, in Luna Crescente, sotto la dolce brezza mattutina del Nord.

É mio Fratello: della Fratellanza di schiatta antica, quella che non sa che farsene di paraphernalia, gradi, gadgets e ammenicoli vari, quella che non è di questa prigione dorata, perché qui non è nata. La sua decisione nel partire è stata drastica quanto repentina, e ha lasciato senza fiato i pochissimi che ne conoscevano il Cuore, profondo, gentile, allegro, sornione e – soprattutto – pieno d’Amor. Da giorni nuoto nel vuoto, una grande assenza riempita da una sua maggior presenza. Intima e segreta. So che ora è molto impegnato, occupato com’è a riabbracciare chi lo ha sempre sorretto, protetto e guidato verso le sue scoperte straordinarie, tra amici veri e compagni d’arme, e di viaggio. Ragion per cui chiedo scusa se resterò in silenzio, senza comporre canti, senza suonare. Fra’ Cercone sta bene, meglio di come un Cuore come il suo poteva stare in questa società fatta solo di avidità, di ignoranza delle cose Celesti, di sciatteria, di arroganza; e di mancanza di coraggio, tanto nella vita di ogni giorno che nella Queste più nobile ed antica. Una Queste nata prima del Tempus ingannevole, inesistente, una Queste che ovunque si muove lungo il flusso del Campo della Creazione. Tu sai che ti sarò ovunque vicino, e tu sarai vicino a me; legati come siamo da un Vincolo che mai potrà essere spezzato: ce lo siamo detti una notte di stelle, tanti, tanti anni fa. Ridendo come due bambini. Promessa che non ha bisogno di giuramenti, comme-il-faut tra Fratelli di quella Fratellanza; una promessa che non vive nel Tempus, perché scorre cristallina lungo lo Spatium.

Mentre tutto si muove verso il mutamento di fase, come previsto, debbo far sapere a chi legge che si è voluto mantenere un semplice quanto assoluto riserbo: la Famiglia, mani nelle mani, ha scelto di nulla dire in giro, così come Fra’ Cercone avrebbe senza dubbio voluto. Non ci voleva granché per rispettare il silenzio di chi desidera chiudersi nella riflessione, nel ricordo, nella cura, nell’Amor: eppure, qualche vero genio dell’ineducazione, della sciatteria più tipica di questo mondo malato, ha scelto di vestire i panni dell’annunciatore, sui malsani Social. Senza vergogna, senza rispetto per i suoi cari, come è scontato. Chi davvero conosce Fra’ Cercone sa quanto non ami queste uscite; ma avrà scrollato le spalle, dicendo ‘… ma che t’aspetti da quelli? Nun sanno manco ‘ndo sta er Cielo, persi come sono a cerca’ i centesimi in mezzo ar fango …’. Così, scrollerò anch’io le spalle: Mundus transit et concupiscentia eius.

Perdonatemi se non abiliterò i commenti in questo mio piccolo Post.

Orthelius Dévoilé

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Thursday, June 24, 2021 by Captain NEMO

Sono felice di segnalare l’uscita di un libro su Andreas Orthelius e sul suo Commento all’Epistola sul Fuoco Filosofico di Johannes Pontanus. Curato da Compos Stellæ e Offerus Criophorus – due giovani alchimisti operativi – Orthelius Dévoilé offre al lettore uno studio sulla vita dell’enigmatico alchimista tedesco: in gioventù lavora come Spagirus presso alcuni agiati Principi interessati all’Alchimia, e in seguito attraversa suo malgrado la Guerra dei Trent’Anni, non senza grandi problemi; ma pubblica nel 1624 il suo Epilogus et Recapitulatio in Michæli Sendivogi Novum Lumen Chymicum, un lavoro che lo renderà famoso; al punto che – più tardi – Lazarus Zetzener includerà la raccolta completa degli scritti di Orthelius nel Theatrum Chemicum.

Tra questi, compare per l’appunto un suo Commento al famossisimo lavoro di Pontanus, la Lettera sul Fuoco Filosofico. Come si sa, l’enigmatico testo di Pontanus è stato sempre incluso nel ristretto elenco dei testi alchemici che sono considerati importanti, se non obbligatori, per chi desidera studiare prima e praticare poi l’Arte alchemica. Gli autori di Orthelius Dévoilé hanno compiuto un lavoro certosino sulle tracce storiche di Orthelius e di Pontanus, offrendo per di più ai loro lettori il testo originale Latino, sia per il testo di Pontanus che per quello del Commento di Orthelius.

Orthelius Dévoilé

Quando abbiamo constatato il grande impegno e la passione con cui i due curatori hanno affrontato il loro progetto, sia io che Fra’ Cercone abbiamo con piacere offerto un piccolo contributo, nella speranza di essere utili a chi studia e lavora in laboratorio.

Il libro è piacevolissimo da leggere e consultare; autopubblicato su YouCanPrint, lo si può trovare/ordinare nelle migliori librerie, oppure acquistare OnLine:

su YouCanPrint: qui.

su Libreria Universitaria: qui.

su IBS: qui.

Buona lettura … !

Un Dittico, … e le sue folli copertine

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, June 16, 2021 by Captain NEMO

Cercando e cercando, talvolta si trova qualcosa. No? … nonostante non sia Carnevale – preso da un ghiribizzo – ho pensato utile e divertente parlarvi di una piccola, vecchia, ‘trovata‘.

Sulla “Fête des Fous” si è scritto a iosa, qui, altrove ed in ogni dove: sul contenuto dissacrante della Messa, dei canti, e dei riti che la caratterizzavano si sono date le più varie interpretazioni. E sull’argomento (scomodo, ma certo bizzarro) – naturalmente – ognuno avrà un’opinione. Però, quel che ho ‘trovato’ interessante è una curiosa ‘veste’ di alcune copertine del Messale irriguardoso: una in particolare, quella conservata proprio presso la Bibliothèque Municipale di Sens:

Si tratta di due placche di quercia che racchiudono il famoso Messale della Fête des Fous (quello originale di Pierre Corbeil, Arcivescovo di Sens), realizzate in avorio scolpito con bordure d’argento (inventario: 2017.0.ARC.126), la cui datazione risale al V-VI secolo. Il lavoro mi pare molto bello, tanto che le due ‘copertine‘ furono poi scelte, nel XIII secolo, per rilegare il Messale vero e proprio. Naturalmente, nei secoli, l’opera è stata esaminata ed analizzata da molti esperti: la raffigurazione riguarda evidentemente – nella prima – il vino (che scorreva a fiumi durante la Festa, il giorno della Circoncisione), e Bacco; e – nella seconda, pare – Venere, Cybele, Diana; il tutto decorato con vari paraphernalia.

Tra i tanti esperti, uno dei più accreditati dal consensus, è stato l’erudito Aubin-Louis Millin de Grandmaison (Membre de l’Institut, et Conservateur des Médailles à la Bibliothèque Impériale de France), che ha pubblicato nel 1806 la Description d’un Diptyque:

Millin effettuò la sua analisi avendo certo visto le copertine vere e proprie, ma probabilmente si è poi basato su due disegni realizzati alla bisogna:

Così, ecco la prima tavola:

Ecco dunque qualche notula; dato che Millin divide l’esame della prima di copertina in tre parti, osserviamo la prima parte:

Millin: si tratta dei dettagli della Vendemmia; al centro, un uomo nudo (nell’immagine qui sopra è l’uomo al centro in basso), giovane, porta sulla testa un paniere pieno d’uva, e con la mano destra ne porta un altro; la testa è rivolta verso la ‘cuve‘ (la vasca che compare in alto a sinistra) dove deve versare il contenuto dei suoi due panieri. Nei pressi, si vede un villico che conduce un carro – pieno d’uva – trainato da due brebis (capre): il conducente è armato di massue (mazza) e indica con la destra la cuve (per l’erudito è un errore, perché i due animali dovrebbero essere piuttosto dei maschi, dei boucs, che sono per noi i capri, i becchi, consacrati tradizionalmente a Bacco). Più sopra, si vedono due uomini vestiti come il conducente del carro, con una semplice tunica con le maniche arrotolate: schiavi destinati ai lavori campestri; i due ammassano e sistemano i grappoli d’uva in grandi cesti di vimini, e non raccolgono l’uva dalla pianta che gli fa ombra, che – secondo lui – non è una vite (le foglie sembrano quelle di una palma, ma il tronco non sembra quello di una palma), ma si apprestano a gettarli nella grande cuve. Qui (in alto a sinistra), tre uomini nudi – di cui il primo ha le corna, e sono dunque dei seguaci di Bacco – pigiano l’uva. Il succo (le jus divin) esce da un muso di leone e cade in un gran vaso rotondo. Accanto, un carro a due ruote che trasporta una tonne (botte), ma trainato stavolta da boucs.

Mio commento: mi pare tutto sommato corretto; che poi si tratti di una palma, … se lo dice lui, mah!

Passiamo alla seconda parte:

Millin: si tratta di Bacco e della sua allegra brigata che assistono alla festa; c’è un Satiro con la testa ornata di corna di bouc, e suona in una conque (conchiglia) per avvertire dell’arrivo del dio di Nysa; questa conchiglia assomiglia a quelle usate dai Tritoni, e ricorda l’origine del nome buccinum che usualmente si dà a questa specie di trompette (trombetta). Il Satiro tiene per la briglia un cavallo scalpitante, il cui cavaliere veste una clamide. Il Satiro e il cavaliere aprono la marcia e si dirigono – secondo lui – verso la cuve; il cavaliere – sempre secondo lui – sarebbe il padrone della villa dove si sta vendemmiando, e Bacco lo sta seguendo per visitarla. Così, arriva il carro del dio, trainato da un Centauro e da una Centaura, i quali sorreggono un grande cantaro (un vaso, da cui si beve vino) mentre volgono lo sguardo verso Bacco: sul Centauro vi sarebbe poi una sorta di spessa criniera a marcare la separazione tra l’uomo ed il cavallo, sorretta – pare – da una grande cintura fissata al timone, per quanto non visibile. Il carro ha la forma di un carro da corsa o da guerra, con ornamenti sui bordi e decorazioni all’interno; il dio è in piedi, e non appare né giovane né effemminato, come – secondo lui – ci si dovrebbe aspettare: infatti è barbuto ed un po’ avanzato nell’età, come – secondo lui – è spesso rappresentato il ‘Bacchus vainqueur de l’Inde‘. Coronato di pampini, il tirso su cui si appoggia finisce con un fiore di foglie di vigna, e non come una pigna; la sua clamide è posata sulla spalla sinistra, mentre con la mano destra regge un cantaro ansato. Accanto a lui c’è Pan, che porta una bastone dai rami tagliati e che gli serve da pedum (credo si tratti dell’arcaico vincastro): egli sostiene il suo maestro Bacco, del quale è amico e generale (sic!).

Mio commento: Bacco è Dionysus, e la seconda parte del suo nome potrebbe forse riferirsi al Monte Nysa, alle cui Ninfe il piccolo Dionysus venne affidato. Sorrido di fronte alla possibile trompette, e per quanto non riesca a vedere la criniera sull’originale in avorio (ma presente nel disegno), né il timone del carro, non posso che prenderlo in parola; lo stesso vale per la terminazione del tirso, per l’aspetto di Bacco e la funzione di Pan.

Passiamo alla terza parte:

Millin: ecco tre divintà del mare, un vecchio Tritone tra due Nereidi, che portano sulla testa le chele di un’ecrevisse (una pannocchia, o un gambero); tutti e tre, con code marine, indossano una cintura di foglie d’acanto, per separare l’uomo dal pesce. Il Tritone tiene tra le mani un mostro marino con la testa di cane; ed una delle Nereidi (quella di destra) saluta con la destra il carro di Bacco mentre con la sinistra tiene una conque (conchiglia); l’altra tiene con la destra un ramo. Più in basso, dei pesci giocano nell’acqua: a sinistra c’è un delfino, e a destra un appartenente – secondo lui – al genere ostracion, un poisson coffre (pesce scatola). L’erudito si sorprende nel constatare che l’ignoto artista abbia raffigurato il carro di Bacco come fuor d’acqua, e che i due Centauri non abbiano ancora raggiunto terra. Secondo lui, Bacco qui rappresenta il Sole, che sorge dalle onde e favorisce con il suo dolce calore la vendemmia: le tre divinità marine – insomma – vedono Bacco sorgere dalle acque. Per cui, conclude l’autore, ‘Tutto prospera nella casa di campagna; e si dice che che è lo stesso Bacco, sostenuto da Pan, condotto dai Centauri, e preceduto da un Satiro, che viene in pompa a visitare e fecondare i possedimenti del propietario (della vigna).’.

Mio commento: non saprei se si tratti di pannocchie, di gamberi o di granchi, ma poco importa. Però il mostro marino con la testa di cane mi fa venire in mente un mostro all’origine dei Merovingi, la famosa Bistea Neptuni Quinotauri similis, il Quinotauro che avrebbe generato Meroveo. Ma la mia è, naturalmente, solo un’ipotesi. Quanto allo strano pesciotto di destra, potrebbe somigliare – con quelle scanalature sul dorso – anche ad una remora, il petit poisson noirâtre che talvolta fa il paio in Alchimia con il Dauphin, che è il figlio primogenito del petit roi. Che poi Bacco rappresenti qui il Sole … potrebbe esser vero. Se così fosse, però, l’intero contenuto di questa bella quanto bizzarra tavola di quercia potrebbe esser considerata sotto un’altra luce …

Questa interpretazione di Bacco/Sole è corroborata – secondo Millin – dal fatto che la seconda copertina mostra Diana/Luna su un carro che anch’esso sorge dalle onde del mare …

Passiamo dunque all’esame della seconda tavola:

Ed ecco la prima parte:

Millin: In alto a sinistra si vede Vénus (Venere) all’interno di una coquille (conchiglia): per il nosto erudito non si tratta di un’esatta rappresentazione della Vénus Anadyomène (vale a dire, la classica ‘Venere che sorge dal mare‘): per il fatto che porta una sola mano sui capelli e che sostiene un gran voile (velo) con il quale si avviluppa; quindi si tratta piuttosto di una Vénus marina, o che esce dal bagno. Il nostro è in qualche modo infastidito dall’imprecisione dell’autore in questa seconda copertina: se nella prima tutto era sequenziale e regolare, qui l’artista fa confusione: che ci sta a fare un soggetto marino in un luogo che non offre altro che una scena terrestre? Poi: un genio alato, tra due alberi (in alto, sulla destra), pesta qualcosa in un vaso coperto da un tessuto, che assomiglia ad un paniere. Vicino a lui vi sono due donne (sedute o sdraiate), e una di esse stende la mano verso un cane da caccia: forse l’artista ha voluto rappresentare delle compagne di Diana, che la dea viene a cercare quando Vénus brilla in cielo. Questa interpretazione – secondo il nostro – è probabile, visto che la coquille che porta Vénus è del tutto isolata e non si appoggia su niente di solido, mentre il piccolo genio e le due donne sono su un terreno che sembra elevato e alberato.

Mio commento: che Venere sia rappresentata in quel modo non mi pare un gran problema; fra l’altro, quel voile potrebbe anche essere inteso al femminile, imparentandola forse alla Fortuna (il che non guasta durante le vendemmie alchemiche, no?). Piuttosto, il genietto alato che pesta … è curioso in questo contesto: potrebbe trattarsi di un mercurietto? … ah, saperlo!

E passiamo alla seconda parte:

Millin: Il carro di Diana sorge dal seno delle acque, vestita con una lunga tunica, senza maniche (indossata – dice il nostro – quando non si debbono inseguire animali nel bosco! … e simbolo di castità). Al di sopra porta un peplum (peplo), fissato da due fibule; una terza fibula fissa il peplo alla cintura. Diana ha un grande voile (anche lei!) che s’alza nel vento, ad indicare la rapidità della sua corsa; sulla fronte è adornata del Croissant (Crescente) che è il suo simbolo. Tra le mani impugna una lunga fiaccola con cui illumina il mondo di notte: per questo è chiamata Lucifera, portatrice di luce. Un vegliardo con la testa ornata d’ali tiene le redini del carro; un giovane nudo porta un corbeille (cestino) piena di fiori e frutti, che pare offrire alla dea; i due si tengono per mano e reggono una conque (conchiglia). Il vecchio non può essere altro – dice lui – che Morpheus (Morfeo), mentre il giovane potrebbe essere il genio della natura; la trompette in forma di buccina indicherebbe che intendono celebrare l’arrivo della dea. Il carro a due ruote è più grande di quello di Bacco, ed è trainato da due tori; Diana viene anche chiamata Tauropus, a causa delle corna di luna che porta sul capo.

Mio commento: pur se non v’è dubbio che si tratti di Diana, quel velo (voile) gonfio di vento richiama ancora una volta Fortuna; quanto a Morfeo ed al genio della natura, non saprei che dire … manca fra l’altro lo strano mostriciattolo al centro della composizione, ma il nostro ne parlerà tra poco.

E arriviamo alla terza parte:

Millin: Come il Sole/Bacco, Luna/Diana sorge dal seno delle onde e rischiara la terra. In basso c’è Thalassa, la dea del mare, che con la sinistra stringe un mostro marino con la testa (e la parte anteriore del corpo) d’ariete (belier), mentre con la destra tiene un’aragosta (langouste). Nei pressi c’è una altro mostro con una bocca enorme, simile a quello che sta al centro della composizione (vide immagine della seconda parte); altri pesci giocano tra le onde.

Mio commento: concordo con il nostro erudito commentatore; però … però … si vede anche la testa di un delfino che sorge dalle onde, una sogliola (forse), un altro pesce scatola (o una remora?), e un altro, grosso, pesce-cane, ornato di una cintura d’acanto; sulla destra compare pure quel che sembra un fiore marino, chiuso (forse … un dattero di mare? … mah!). Il mare, insomma, pare piuttosto popolato, no?

Per concludere: questa bellissima opera d’arte, del V-VI secolo, non ha nulla da spartire con il contenuto della Messa dei Folli, il cui soggetto principale è senza dubbio l’Asino. Ma se Bacco e il vino e la vendemmia caratterizzano il tema della prima copertina, la seconda è curiosa: che ci fa Diana e la sua corte in questo giardino tutto femminile? Visto che di Luna si parla, forse ci si potrebbe ricollegare ad un certo corpo che si collega a sua volta a Cybele (si-belle), un topos che in Alchimia ha precise somiglianze con il tema marino che accomuna le due copertine. Se, infatti, la prima copertina ci parla del vino e della sua preparazione, e la seconda ci presenta quel mercurietto che pesta/pigia qualcosa legato alla Terra … entrambe sottolineano il ruolo di Sol, Luna ed una terza sostanza, accostata ad una Venere, un tantino Fortunata. Entambe le scene, pur terrestri, richiamano una Humiditas diffusa, che accomuna il tutto.

Direte: troppo alchemico! … già: proprio troppo alchemico. E a Sens tutti cantavano ‘Hi-Han‘, seguendo l’asino-canta-la-messa, sulle note di Orientis Partibus:

Così, mi auguro che qualcuno possa aver trovato interessante questa rapida passeggiata attraverso le due curiose copertine del Missel de la Fête des Fous … e magari apprezzerà anche una notula apposta sulla seconda di copertina del Missel, che riporta un distico ancor più curioso, scritto a mano (attribuito ad un tal Lubin, procuratore generale del baliato di Chartres), che precede l’Officium di Pierre de Corbeil:

Tartara Bacchorum non pocula sunt fatuorum

Tartara vincentes sic fiunt ut sapientes

Hi-Han !!!!

Franco: l’Alchimista dell’Anima Mundi

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , on Wednesday, May 19, 2021 by Captain NEMO

Sei partito: so che sei, felice e sereno. Libero. Pieno di Joie.

Non ci sono parole per dirti quanto … no, non ho le parole.

Le tue volano tra le Stelle, suonano con il tuo Cuore.

Ricordo i tuoi occhi, pieni del sorriso delle Stelle …

Vola, verso Amor.

Ciao Franco … ciao

… una Terna, di Basilio Valentino

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Tuesday, April 20, 2021 by Captain NEMO

VITRIOL

Tum omnia in omnibus invenies, quod est vis attrahens omnium metallicarum & mineralium rerum ex sale & sulfure ortarum, ac bis ex Mercurio progenitarum: Plus – inquam – me non decebit de eo, quod est omnia in omnibus, dicere, cum omnia in omnibus compræhensa sint.

Von dem grossen Stein der uhralten Weisen, dal Tripus Aureus

 

Verso la conclusione del Von dem grossen Stein der uhralten Weisen, questo è il monito di un cert’uomo, di grande senilità, dai capelli & la barba bianchi, come neve, vestito di porpora dalla testa ai piedi

Come promesso qui, riprendo l’esame di alcuni passi di Basilio Valentino dal suo Della Grande Pietra degli antichi Saggi; nel passare dall’Editio Princeps del 1599 del monaco Benedettino tedesco alla prima traduzione latina del 1618 da parte di Michael Maier (Tripus Aureus), poi alla traduzione francese del 1956 da parte di Eugène Canseliet (Les Douze Clefs de la Philosophie), fino alla traduzione Italiana del 1998 fatta da Paolo Lucarelli (Le Dodici Chiavi della Filosofia) – la sottile distinzione tra ‘tintura’ ed ‘Anima’ era andata in qualche modo smarrita. La tintura indica un corpo in cui si è per così dire stabilizzato uno Zolfo particolare che possiede la capacità di tingere un altro corpo; mentre l’Anima è quella proprietà universale dei corpi che attiene allo stabilirsi della fissità di un corpo. Perciò l’Anima in qualche modo precede l’instaurarsi della tintura in un corpo; è infatti soltanto grazie all’azione dell’Anima che un corpo, per esempio, può assumere la fissità, ed una volta che quest’ultima si sia stabilita in un corpo facente funzione di Zolfo, allora quello Zolfo – in seguito ad alcune procedure alchemiche – può finalmente tingere, cioè trasmettere ad un altro corpo non soltanto un colore esterno, ma anche una tintura interna fissa. Dom Pernety descrive la capacità di tingere con queste parole:

“TINGENTE: Proprietà richiesta alla Pietra dei Filosofi, o alla loro polvere di proiezione. Essa deve essere tingente, vale a dire adatta a fornire ai metalli imperfetti il colore & la tintura fissa e permanente dell’oro o dell’argento, a seconda del grado di perfezione a cui [la Pietra] è stata spinta.”.

Si intuisce facilmente che tale trasmutazione può avvenire grazie ad una sorta di infusione (mi si passi il termine) dell’Anima della Pietra dei Filosofi nel metallo imperfetto, che si trasforma all’istante – cioè, trasmuta – in metallo perfetto; d’altra parte, avvenuta la trasmutazione, il corpo della polvere di proiezione resta come scoria – inanimata– all’interno della lingottiera.

Ciò detto, ecco qualche perlina di Basilio Valentino, sempre tratte dal Della Grande Pietra degli antichi Saggi, ma che figurano prima del passo su Luna, Venere e Marte di cui ho parlato nel Post precedente (tratte dalla Traduzione italiana da parte di Paolo):

Prima di tutto riassumiamo schematicamente la sua visione del processo della Creazione:

Al principio, quando lo spirito era portato sulle acque e ogni cosa, fino ad allora, era coperta dalle tenebre, Dio … creò dal nulla il cielo e la terra e tutte le cose che in essi si trovano, visibili e invisibili … In effetti Dio ha fatto ogni cosa dal nulla.

E questa è la Creazione ex-nihilo, by-the-book; en passant, segnalo – come ho già fatto più volte – che nel racconto Biblico lo Spiritus e l’Aqua già erano presenti (creati?), ma avvolti dalla Tenebra; e che poi Dio creò – ex-nihilo – Cielo e Terra ed ogni cosa – visibile e invisibile – in essi implicitamente contenuti. Curiosamente Basilio qui tace sulla Lux … ma ritengo che lo faccia per non complicar troppo le cose, e correre invece verso la meta didattica che aveva in mente.

In tale Creazione, il Creatore per ogni natura non ha teso né alla distruzione né alla diminuzione. Vi ha messo un seme particolare perché ne avvenisse la crescita …

Dice: per ogni natura. Quanto ad esse, Basilio sostiene che il processo di sviluppo fosse espansivo; però, ad ogni buon conto, forse sarebbe utile riflettere sul fatto che in questa visione deve essere considerato soltanto, per così dire, … come ‘a dare’. Inoltre, si parla di un seme particolare, e del fatto che la creazione del seme è di esclusiva competenza divina.

Prosegue poi con la descrizione sul come avviene l’evento della generazione metallica:

… l’influenza celeste scende dall’alto e si mescola con le proprietà degli astri. In seguito, quando avviene questa congiunzione, i due fanno nascere come terza una sostanza terrestre, che è il principio del nostro seme, della sua prima origine, in modo che possa mostrare gli avi della sua generazione. Da questi tre nascono e appaiono gli elementi come l’acqua, l’aria e la terra. Questi in seguito, per mezzo del fuoco sotterraneo operano sino a produrre qualcosa di perfetto. Non possiamo trovare nulla di più all’inizio del magistero. Perciò Hermete e tutti prima di me hanno indicato tre principi. E sono stati trovati: l’anima intrinseca, lo spirito impalpabile e l’essenza corporale visibile.

Schematizzando, il processo iniziale proposto da Basilio è il seguente:

  1. Congiunzione di un’influenza celeste con le proprietà degli astri;
  2. Da questa Congiunzione nasce una terza sostanza, terrestre;
  3. Da questa terna nascono e appaiono gli Elementi Acqua, Aria e Terra;
  4. I tre Elementi – stimolati dal Fuoco sotterraneo – tendono a produrre un corpo perfetto.
  5. Quindi, i tre Principi Primi (i.e., l’influenza celeste, le proprietà degli astri, e la sostanza terrestre) danno luogo, attraverso la nascita e l’opera dei 3+1 Elementi, ad un corpo, in questo caso in esame, metallico.
  6. Questi tre Principi Primi sono chiamati Anima intrinseca, Spiritus impalpabilis, corporea visibilisqe essentia.

Basilio passa poi a spiegare che:

Quando queste tre sostanze coabitano, per mezzo dell’unione, del succedersi del tempo e di Vulcano, evolvono in sostanza palpabile, cioè in argento vivo, solfo e sale. Se questi tre sono condotti per mescolanza al proprio indurimento e alla propria coagulazione, così come la natura opera e richiede, producono un corpo perfetto …

Leggendo Maier, però, si nota che la frase iniziale suona così:

Non appena questi tre coabitano assieme, progrediscono per copulazione, per lo scorrere del tempo, e grazie a Vulcano in sostanza palpabile, cioè nell’argento vivo, zolfo & sale. …

 … dove il soggetto della frase è costituito da quei tre Principi Primi, i quali – coabitando assieme, e unendosi nel corso del tempo, grazie a ‘Vulcano’ – progrediscono in tre sostanze, palpabili.

Basilio continua precisando:

… questa è la verità di ogni verità: se l’anima, lo spirito e la forma metallici sono presenti, là si devono trovare anche l’argento vivo, il solfo e il sale metallici …

…che in Maier suona in modo quasi identico:

… questa è la verità di ogni verità; perché se sono presenti l’anima metallica, lo spirto metallico & la forma metallica del corpo, da lì [oppure: poi] debbono seguire senza dubbio l’argento vivo metallico, lo zolfo metallico & il sale metallico …

Segue poi un discorso che espone la differenza tra l’Uomo e gli animali: agli animali manca l’Anima, ed è per questo che l’uomo, dopo la morte, può invece sopravvivere – rinascendo – in un corpo glorificato; è grazie all’Anima – che resta dopo la morte – che sarà glorificato così che, una volta che l’Anima ‘ritornata’ abiterà in quel corpo (‘anima in corpus eius clarificatum reversa ibidem habitabit’), il corpo, l’anima e lo spirito si riuniscono in una [cosa] sola. Così la celeste glorificazione di quella cosa una verrà fatta conoscere per mezzo di quei tre, i quali mai potranno essere separati per tutta l’eternità.

In questa esposizione di stampo filosofico/teologico si coglie però il valore ed il ruolo esiziale attribuito all’Anima nella terna di Basilio Valentino, e si prosegue con una spiegazione di chiaro spessore alchemico, nella quale si sottolinea ancor più a cosa serva l’Anima:

In verità, lo spirito può dimorare in un corpo e non per questo seguirlo, dovendo questo corpo essere fisso, sebbene il corpo si compiaccia con lo spirito e lo spirito non sia affatto in conflitto col corpo. Infatti entrambi sono sprovvisti di quell’anima forte, preziosissima nobile e fissa, che incatena e rinsalda corpo e spirito, li conserva e li difende naturalmente da tutti i pericoli. Perché dove manca interiormente l’anima, non resta nessuna speranza di redenzione. Infatti la cosa senz’anima è imperfetta e questo è uno dei più grandi segreti dell’Opera.

Quel ‘compiacersi’ proposto da Canseliet traduce il ‘conveniat’ latino di Maier (da cum-venio), che a sua volta traduce il ‘ruhen’ di Basilio (‘riposarsi, trovarsi in quiete’): pare quindi che lo spirito ed il corpo ‘convengano in pace’, per così dire; ma – in assenza dell’Anima che ‘lega’ – se il corpo diverrà fisso non necessariamente lo spirito lo seguirebbe in quella fissità. In Alchimia, dunque, l’Anima ha il ruolo (la funzione) di ‘legarespirito e corpo lungo lo svilupparsi dei processi alchemici: avvenuto questo vincolo, se il corpo viene fissato, anche lo spirito ad esso connesso diventa fisso, e viceversa.

Quanto al ‘segreto’ che Basilio afferma di aver svelato – Res enim absque anima imperfecta est -, esso viene meglio precisato in un Sermone che Basilio raccomanda di leggere con grande intendimento:

… perché gli spiriti che si celano nei metalli sono diversi, uno più volatile o più fisso dell’altro, così come sono diseguali la loro anima (o, le loro anime) e i loro corpi. Qualunque metallo abbia riuniti in sé i tre doni della fissità, ha ottenuto la durezza con cui sopportare il fuoco e trionfare di tutti i suoi nemici.

Se è evidente che quei ‘tre doni della fissità’ qui si riferiscono più direttamente alla Pietra, l’indicazione appare importante anche quando – dopo quei tre Principi Primi, di cui supra – si entra nell’esame delle caratteristiche dei metalli specificati. Stiamo di fatto scendendo un gradino rispetto ai punti 5. e 6. descritti da Basilio; ogni metallo è costituito alchemicamente da un Mercurio, uno Zolfo ed un Sal, le cui caratteristiche (in qualche modo connesse alle Qualitates di nascita, vale a dire a ciò che in Philosophia Naturalis si chiama la rispettiva Specifica di Creazione) ovviamente variano secondo quella Specifica, che è l’Informazione che indirizza quel tal metallo nella progressiva specificazione (una discesa, dall’alto in basso). Per cui, ogni ‘metallo’ (ma … anche ogni corpo, no?) si presenta agli occhi dell’Artista con caratteristiche diverse.

E finalmente arriviamo al passo che abbiamo esaminato in precedenza, quello su La lasciva Venere; Basilio lo fa precedere da un brano a proposito di Luna, e lo fa seguire da un altro brano su Marte. Ecco come Luna viene presentata:

La Luna possiede in sé un mercurio fisso e per questa ragione non si dilegua così velocemente nel fuoco come gli altri metalli imperfetti, ma ne sopporta l’esame e lo dimostra più chiaramente con la sua vittoria quando il voracissimo Saturno non può trarre da lei alcun profitto.

Dato che siamo scesi di un gradino, Basilio ci parla del mercurio fisso di Luna. Segue poi il brano su Venere, che ho già esposto ed a cui rimando, che è a sua volta seguito da questo brano, su Marte:

Il sale fisso ha dato al bellicoso Marte un corpo solido, rozzo e saldo, con cui si manifesta la sua magnanimità d’animo, e quasi nulla può essere tolto a questo duce guerriero. Il suo corpo infatti è compatto a tal punto che difficilmente può essere ferito. Ma se la sua potente virtù è unita spiritualmente, per mescolanza e accordo, con la fissità della Luna e la bellezza di Venere, può svilupparsi una Musica abbastanza dolce, per cui alcune Chiavi siano giudicate degne di ricompensa di colui che è senza pane e che, salito al gradino più alto della scala, potrà sussistere particolarmente. Perché la qualità flemmatica e la natura umida della Luna devono essere seccate col sangue bruciante di Venere e la sua grande nerezza corretta col sale di Marte.

Il passo è molto bello, specie per chi – prima di lavorare in Laboratorio – ami studiare, allo scopo non scontato di almeno rendersi conto, per poi iniziare a farsi una migliore idea, di quel che si nasconde sotto la lettera di un autore alchemico stimato. Ecco allora la mia personale traduzione dello stesso passo dal latino di Maier, le cui nuances sono state elaborate & fissate assieme al fidato Fra’ Cercone (che ringrazio):

Il Sale fisso ha dato & concesso al bellicoso Marte un corpo robusto, durevole & denso, da cui viene mostrata la buona schiatta del suo animo, e a stento può essere strappato qualcosa a questo guerresco condottiero: infatti il suo Corpo è talmente compatto che a malapena può esser ferito. Se infatti la sua forte virtù si congiunge spiritualmente per mistione & concordanza con la fissità di Luna e la bellezza di Venere, si può armonizzare così soavemente quasi fosse Musica mediante la quale molte Chiavi vengono nobilitate col suo onore [i.e.: quello di Marte] affinché l’indigente possa fruire di particelle di nutrimento se sarà salito ad un livello superiore della scala: infatti la qualità flemmatica o umida di Luna deve venire essiccata col sangue ardente di Venere & la sua grande nerezza [deve] essere corretta dal Sale di Marte.

Per completezza, va detto che in entrambe le due versioni Tedesche i due termini da noi proposti come ‘indigente’ e ‘nutrimento’ – che nel Latino di Maier sono ‘egenus’ e ‘pane’ – vengono proposti come ‘durstig’ (‘assetato’) e ‘Brodt’ (‘Pane’); questi riferimenti sono stati confermati da una persona cara e paziente che ci ha aiutato a leggere i caratteri dell’Alto Tedesco, e la debbo ringraziare per la sua disponibilità ad esaminare un testo per lei tanto arcaico quanto astruso.

E torniamo al punto: nel testo che abbiamo esaminato, curiosamente Basilio non si occupa di alcun altro ‘metallo’ per approfondire il punto da lui proposto; solo Luna, Venere e Marte vengono esaminati dal punto di vista dei tre Principi Primi (eppure anche Sole, Giove, Saturno, Mercurio avrebbero caratteristiche degne di un qualche interesse). Dopo questi passi, Basilio consiglia di studiare le sue Dodici Chiavi, e all’uopo propone un bel racconto allegorico – peraltro di non difficile interpretazione – sulle peripezie del Mercurio, gettato in prigione da un Marte offeso, e detenuto da Vulcano; e nemmeno le buone arti di Luna e Venere riusciranno a liberarlo, anzi Venere viene persino ‘mangiata’! Ma in questo racconto, senza dubbio interessante, è completamente assente quell’esame così puntiglioso delle caratteristiche costitutive che ha indicato in precedenza.

A mio modesto avviso, dunque, – vista l’accurata architettura didattica con cui Basilio espone le proprie affermazioni su Luna, Venere e Marte – il fatto che Fulcanelli abbia potuto commettere quel banale errore di traduzione (i.e., tintura per anima) mi pare del tutto poco credibile; trattandosi de Les Demeures Philosophales – opera stampata nel 1930, e la cui edizione, proveniente dagli appunti di Fulcanelli raccolti e editati da parte di Canseliet e Champagne, avvenne dopo la scomparsa sia di Fulcanelli che di Dujols -, continuo a restar sorpreso che Canseliet non abbia poi mai provveduto a corregger meglio il testo in questione. Quanto alla curiosa esposizione di Basilio su Luna, Venere e Marte, mi pare che Canseliet l’abbia intesa come un’erudita lettura delle caratteristiche dell’Argento, del Rame e del Ferro, e nulla più.

E qui, mi fermo.

Riporto, per concludere, un piccolo intermezzo seminato dal famoso Monaco Benedettino, chiunque egli sia stato:

Se ora non vuoi comprendere ciò che conviene che tu intenda, non sarai designato per la Filosofia, oppure Dio la allontanerà da te.

Primum Vere, 2021

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Monday, March 22, 2021 by Captain NEMO

Il tempo terrestre varca oggi la soglia dell’Equinozio di Primavera, come ogni anno, lungo un anulus perfetto; un anello a noi generalmente sconosciuto nella sua ratio: il viaggio lungo le rotte delle stelle appare senza scopo; forse per questo riserviamo a questi passaggi ripetuti soltanto amabili chiacchere da salotto. Non ha alcuna importanza. Nella realtà della Creazione – che diviene – ogni grado, centimetro, millimetro percorso a bordo di un qualsiasi corpo in moto consiste sempre – e continuamente – in un’andata ed un ritorno: di Spiritus. Ciò che rende vivo l’intero, enorme, sistema della Natura è proprio lo Spirito di Natura: gli alchimisti lo chiamano Spirito Universale, con una sottile ragione. Ne si parla talvolta tra amici, o tra dotti filosofi, ma – percorso un grado, un centimetro, un millimetro – anche quello Spiritus generoso e provvido per la Vita … torna nel dimenticatoio, al fianco di alcune migliaia di carabattole altrettanto importanti per la Conoscenza e la progressiva comprensione di Madre Natura, unica Mater di ogni creato. Amiamo nostra Madre? Conosciamo nostra Madre? Rispondere sembra tautologico, no?

Quello Spiritus che tra pochi gradi, centimetri, millimetri verrà da tutti di nuovo parcheggiato sul quel polveroso ed ingombrante scaffale, non cessa di Essere. Mai. Non sono i gradi, i centimetri, i millimetri a limitare il suo Fluxus: nulla possono i distinguo ‘locali’ di fronte alla Forza Forte di ogni Forza. Quello Spiritus scorre, svolgendo il compito amorevole di Madre Natura, tanto nel creare che nel distruggere, senza chieder nulla in cambio. La Danza di Shiva è questa, e non necessita affatto del nostro giudizio; che la si qualifichi come ‘bella‘ quando crea o ‘brutta‘ quando distrugge, essa silenziosamente scorre, imponente, senza inganno, senza scopo, senza desiderio di possesso o di essere accettata, del tutto indifferente alle azioni, parole, amori, tradimenti, eventi, stasi. Dagli esseri umani di Terra, poi … vien da ridere!

Ma per tornare al Primum Vere, quest’anno ricco di Tramontana: esso celebra localmente su Terra l’inizio della stagione fausta – con la discesa, per attrazione naturale, dello Spirito Universale – e gli alchimisti sanno (prima dai testi validi e poi dal laboratorio valido e durante la rilettura di quei testi e la continuata esperienza di quel laboratorio; per decenni e decenni) che esso prende Dimora, nutrendolo, nel Cuore celato di ogni cosa creata; è la Vita di ogni essere creato: virus o elefante, granello di polvere del deserto arso o blocco di porfido della più alta montagna che sfiora le nubi, goccia minuscola di acqua che stilla o onda tempestosa che risuona a Capo Horn.

Tutto vive, così.

Quel Cuore celato, sempre e costantemente dimenticato dagli uomini, persino da quelli che si ritengono colti e benedetti dai consessi istituiti, è il locus dove l’alchimista innamorato della comune Mater Universalis punta il proprio battito (del cuore e d’ali), la propria attenzione, la propria timida ed umile speranza; chi fa parte dei Foux che si sono messi in cammino sulle orme dei padri, alla ricerca della liberazione dal carcere dorato della ragione umana, sa cosa cerca, sa cosa cerca di risvegliare; sarà, a Dio piacendo, la chiave della propria uscita dalla prigione, il ritorno consapevole – ed in P A X – alla Vita.

Quella chiave è Fuoco.

« Ce feu, ou eau ardente, est l’étincelle vitale communiquée par le créateur à la matière inerte: c’est l’esprit enclos dans les choses, le rayon igné, impérissable, enfermé au fond de l’obscure substance, informe et frigide (…). A notre regret, nous ne pouvons faire plus que signaler l’écueil et conseiller. avec les plus éminents philosophes, la lecture attentive d’Artephius, de Pontanus et du petit ouvrage intitulé:
Epistola de Igne Philosophorum ».

(Fulcanelli, Les Mystères des Cathédrales, Pauvert, 1964)
Notre Dame de Paris – La Calcination

In Alchimia, questo Fuoco svolge la propria funzione naturale sotto l’aspetto di una sostanza precisa, oggettiva, che è – come si sa – una cosa preparata, fabbricata dall’Artista stesso. Con le proprie mani. E la funzione di ogni Fuoco è naturalmente quella di ‘cuocere‘: un aspetto particolare della ‘cottura‘ di un corpo è quello della Calcinazione, che in Alchimia – come si sa bene – nulla ha a che fare con qualsivoglia procedimento chimico così chiamato. Ma per ‘cuocere‘ … serve una pentola; vale a dire un Vaso.

Nel capitolo su Bourges (… toh! … chi si rivede!) Fulcanelli si dà la pena di spiegare il famoso Enigma della Credenza dell’Hotel Lallemant:

RERE RER RERE RER RERE RER

Scrive Fulcanelli: “RER serve a cuocere, ad unire radicalmente e indissolubilmente, a provocare le trasformazioni del composto RERE.“.

Scoprire quanta Scienza, Esperienza, ed Amor siano intessute in questa breve frase ci porterebbe troppo lontano. Ma siccome è il Primum Vere, riporto qui un piccolo passaggio con una sua raccomandazione:

Non vi fidate di ciò che dice Basilio Valentino nelle sue Dodici Chiavi, e guardatevi dal prendere le sue parole alla lettera quando pretende che «chi possiede la materia troverà certo un vaso per cuocerla» . Al contrario affermiamo – e si può credere alla nostra sincerità – che sarà impossibile ottenere il minimo successo nell’Opera se non si ha una perfetta conoscenza di cosa sia il Vaso dei Filosofi, o da che materia si fabbrichi. Pontano confessa che, prima di conoscere questo vaso segreto, aveva ricominciato senza successo più di duecento volte lo stesso lavoro, sebbene operasse sulle materie giuste e convenienti e secondo il metodo regolare. L’Artista deve fare lui stesso il proprio vaso: è una massima dell’Arte. Perciò non iniziate nulla finché non avrete ottenuto tutti i chiarimenti possibili su questo guscio dell’uovo, definito secretum secretorum dai Maestri del medioevo.“.

(Fulcanelli, Il Mistero delle Cattedrali, Ed. Mediterranee, 2005. Traduzione di Paolo Lucarelli)

Ho sempre sorriso tra me e me quando, dialogando sull’Arte, mi accorgevo che pochissimi – pur ovviamente conoscendo questo famoso passo di Fulcanelli … e pur conoscendo altrettanto bene l’Epistola di Pontano – avevano notato le nuances di quanto vien detto, da parte di entrambi, con apparente noncuranza ma solida esperienza. Ora sono certo che qualcuno salterà a conclusioni affrettate; consiglio allegra prudenza, e torno a raccoglier margherite sui prati.

In ultimo segnalo che questo Vaso – che in genere in francese è un vas o un pot – viene chiamato da Fulcanelli … Vaisseau.

Con l’augurio di ogni felicità e di ogni sogno Primaverile, chiudo questo mio piccolo Post:

Esprit, Feu, Vaisseau !

Caput Anuli, 2021 … Auguri a tutti!

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Friday, January 1, 2021 by Captain NEMO

Inizio il nuovo anulus – dopo il vecchio, pesantissimo anulus – tentando di spiegare come spezzare l’anulus; gli anglosassoni, maestri di trappole azzardate ma efficaci, consigliano di formulare la New Year’s Resolution; che noi latini, comodi e paciosi, trasformiamo sempre in meno pericolosa, rassicurante sperantia. Bah … temo che se non si prende coscienza vera del fatto che un anulus fatto di ciò che chiamiamo tempo – di un tempus che non ha cittadinanza alcuna nel meccanismo maraviggioso della Creazione continua – sia il peggior errore che si possa compiere nei confronti del dovere di allineamento e di sincronizzazione con l’unico clockwork che sempre agisce: il divenire, punto e basta. Dove divenire, al di là delle solite baloccanti definizioni dei dotti salottieri d’ogni dove e credo, significa (non soltanto indica) che è indispensabile mutare. Quando? Sempre. Quanto? Tanto quanto Natura muta.

La chiave di volta degli Universi è il cambiamento, continuo, incessante, spessissimo radicale. Scopo? … nessuno. I motori nucleari delle Stelle hanno scopo? Traggono forse una qualche utilità vantaggiosa dal loro continuamente macinare Neutroni, Protoni e quant’altro nelle loro fucine che persino Efesto osserverebbe con smarrimento? Smarrito perché si accorgerebbe che Stella non macina materia per atteggiarsi a padrona del Fuoco. Efesto, Efesto, … che figura ci fai, tu che ti ergi a dio delle folgori per restituire la pariglia a Zeus, il capo? Bah … Ovviamente, dal Mito i cosiddetti saggi – che sarebbero quelli che dovrebbero pararci le amatissime posteriora dai pericoli e dalle sciagure – ci passano l’idea che uno scopo deve essere inteso – by definition, tanto scellerata quanto funesta – come controllo, che si unisce automaticamente all’ancor più vantaggioso potere. Il qual potere tutto l’orbe terraqueo – da millenni – lo ha attribuito alla classe di eletti che gubernano le varie imbarcazioni dove dimorano le varie tribù che affidano i propri destini ai capi di turno. Così, sono sempre i capi ad essere tacciati di inettitudine, incapacità, malvagità, insipienza, e tutta la carrettata di epiteti negativi che conosciamo bene. E noi? E noi che veniamo trasportati? Siamo sempre salvi: la colpa non è del singolo, non è mai mia, ma sempre del gruppo al potere in quel momento dell’anulus: il fatto è – p e r ò – che anche chi subisce il fato funesto fa parte di un gruppo, formatosi in base a: religione, politica, comunanza di idee, condivisone di credenze e scopi, e via dicendo.

Oggi, se si osserva con calma quanto accaduto nel corso del vecchio, pesantissimo anulus – lo sfigatissimo 2020, bisesto – si vede quanto surreale ed idiota sia quel che accade: grazie al nuovo deus che abbiamo eletto per acclamazione e per inetto scimmiottare una libertà di cui abbiamo dimenticato la definizione originale – il mondo dei Social. Ora, persino chi ha una qualche ragione (sia esso di qua, o di là) spara a zero con paroloni costruiti in base al ciarpame raccolto – buono e cattivo che sia – contro il nemico; così, invece di trovar soluzioni comuni e utili al divenire di Madre Natura (con cui ci dovremmo sintonizzare, somehow) e tornare ad essere Fratres (Nota: ad essere, non a dire di essere!), abbiamo creato un pout-pourry nauseabondo, flaccido, sterile, violentissimo, di opinioni, in cui – p e r ò – l’anatema contro l’altra sponda è diventato il ritornello assordante di una libertà che tale non è più, bensì la faccia spaventosa del massimo egoismo, della massima ineducazione, della massima divisione, della massima separazione, della massima frattura delle idee, del massimo spezzare il comune tessuto con cui siamo collegati; è una distruzione di ogni valore, di ogni idea, di ogni comunanza. Prima viene la mia idea, la tua fa schifo, e – prego, leggete i Social – si arriva a dire che l’inimicus – sia esso bianco o nero, saggio o stupido, grande o piccolo – ‘deve morire’. Barbarie?… no, ben oltre la barbarie siamo andati in quest’anulus vecchio: ogni posizione puzza di contrapposizione tanto per spararla più grossa, tanto per apparir ‘bravo’ (meglio: tanto per apparire, e basta), in un’orgia di stupidità e altezzoso scorno dell’altro. Fratres. Bah …

Dice: ma ‘sto pistolotto … che c’azzecca con Alchimia? Provo ad arrivarci, ma abbiate pazienza, perché oggi è il Caput anuli, e vado lento e piano.

Ad horas:

  1. Alchimia è una Scienza costituita per prima studiare e poi operare il modo con cui Madre Natura diviene, cambia, muta. Come detto, essendo intimamente collegata alla Materia Naturalis, non vi è alcuno scopo, soprattutto se fosse per controllare e esercitare qualsiasi forma di potere sopra qualcuno.
  2. Alchimia, nella sua forma antica ed originaria educa a considerare ogni essere come parte non egotica di un medesimo processo evolutivo, e conduce lo studioso e l’operativo verso una perfetta e Naturale consapevolezza del flusso in mutamento, messo in opera da Madre Natura secondo il suo progetto.
  3. Le modalità con cui il flusso mutante della Natura si esprime nel corso della sua azione sono semplicissime, per quanto – paragonate alla nostra scala umana – estremamente potenti; Natura, infatti, opera su una scala dove l’aggettivo enorme è del tutto insufficiente. Si parla – ed è la verità – di una Forza, in atto.
  4. Questa Forza, è la ‘forza forte di ogni forza’. Punto.
  5. Tale Forza ha un portatore (un Carrier), che ha ovviamente massa, intesa – p e r ò – come Newton scrisse enigmaticamente nel Capitolo I dei suoi Principia: lo Spirito Universale.
  6. Questo Spirito non ha nulla a che fare con le interpretazioni bislacche – ma soprattutto, false – proposte dallo Spiritismo e dalla Mistica e dai vari totem tribali seminati qua e là dai dotti che hanno irretito, per secoli, la nostra umanità stolida. Questo Spiritus, è detto Universale perché esiste ovunque e quandunque, e se ne frega altamente se uno ci crede o meno: esso, semplicemente, svolge il proprio compito di portatore di quella Forza di cui sopra; agisce, senza dover chiedere permesso, senza chiedere di venir adorato, senza esigere sacrifici propiziatori, o patti, o ricompense, o giuramenti. Lo Spirito Universale ‘È’. Ed ha una massa. Punto.
  7. Allorché lo Spirito Universale entra in un Corpo massivo (sia esso infinitesimo o gigantesco), quella ‘forza forte di ogni forza’ entra a sua volta in azione, attivando il mutamento previsto. Ma: solo per quanto reso possibile dalle condizioni fisiche, sia del corpo agito, che di quelle al contorno. Allo scopo di ospitare questo tipo di azioni, la Fisica nostra corrente, ha ideato il termine Campo, una sorta di tessuto, fatto di ordito e trama. Sarebbe utile indagare su questi due, ma non voglio annoiare.
  8. Il senso – non lo scopo – di ogni mutamento è quello di progressivamente pulire (purificare) la struttura intima della materia del corpo massivo in mutamento, arricchendolo al contempo sempre più di Qualità, a scapito proporzionale della Quantità del corpo stesso; lentamente, ‘suaviter, magno cum ingegno’, recita un famoso testo. In parole povere, la vita del corpo si eleva – Naturalmente – e la componente materiale necessaria al corso vitale si adegua a quanto realmente necessario all’esistenza. Questo processo sulle Qualitates e le Quantitates del corpo non richiede azioni da parte del corpo, se non quelle di accettare il proprio destino, amorevolmente agito da Madre Natura attraverso lo Spirito Universale, grazie a quella Forza da esso portata.
  9. La vita di ogni corpo massivo progredisce dunque verso la propria massima purificazione possibile, e verso la minima ponderalità possibile: al termine, il corpo ‘passa’ a nuova dimensione di esistenza.

Per esemplificare quanto stabilito ed agito da Madre Natura, i pochissimi alchimisti che hanno penetrato l’intimo di questi processi che avvengono in ogni materia, hanno spiegato come si possa tramutare – per esempio – il piombo in oro.

Ma, anche l’oro – ad un certo punto della sua ‘carriera’ – ‘muore’. Ma, e questo viene detto e ripetuto da tutti i testi alchemici di valore, alla ‘morte’ di qualsiasi ‘forma’ corrisponde immantinente la ‘nascita’ di una nuova ‘forma’; d’altro canto le maggiori Qualitates e le minori Quantitates necessitano di un nuovo ‘substat’. Quest’ultimo è sempre disponibile, e viene amministrato in modo provvido e mirabile da Madre Natura, senza il limite di ciò che chiamiamo spazio e di ciò che chiamiamo tempo.

La morte, dunque – intesa come annichilimento, scomparsa, annullamento – non esiste, e non c’è da aver timore. Mai. Persino al termine del lunghissimo ciclo della vita in manifestazione, il corpo – quello al massimo possibile della propria purezza, ed al minimo possibile della propria ponderalità – cessa di ex-sistere, ma passa – sembra – a qualcosa che potremmo chiamare come in-sistere: appartiene ad una dimensione fisica, ma di caratteristiche talmente semplici ed espanse che il nostro raziocinio può soltanto immaginare, forse esprimibili solo in forma poetica. La Poiesis dell’Amor che muove il Sol e l’altre Stelle.

Tornando alla mia New Years’ Resolution: in quest’ottica, appare crudo e nudo lo stridore di quanto sta accadendo all’umanità tutta, ricca o povera, bianca o nera, gialla o rossa, progredita o arretrata, sia che stia di qua o stia di là; qualcosa, a mio avviso, non torna, non funziona, non serve, non è affatto utile; leggo messaggi assurdi, leggo parole allucinanti, guardo eventi totalmente folli, ben oltre ciò che potrebbe essere imputabile ad una malattia, dove l’importanza viene data soltanto al proprio personale ‘aver ragione’. Sottolineo che questa mia percezione riguarda tanto i cosiddetti ‘cattivi’ che i cosiddetti ‘buoni’. Credo che si stia perdendo sempre più la ‘bussola’. La Stella del Nord indica in nostro Nord, ma è solo un orientamento locale, nulla di più.

Dice: … ma come, non hai fiducia nella Scienza, nella Politica, nella Religione, nell’Esoterismo di gran Classe e Patente, e tutto il variegatissimo resto che popola il mondo affaticato? Rispondo, a c c o r a t i s s i m o: nessuna.

L’uomo ha già compiuto, nei secoli precedenti, le stesse atroci scelte di separazione, distruzione dell’altro: e gli storici – i cronachisti dello scempio compiuto dai nostri predecessori – hanno sempre trovato una qualche ragione che desse conto degli stermini, delle violenze, dei soprusi, degli abomini, dei confronti accaduti: la ragion di stato, la ragione del progresso scientifico, la ragione della mia religione contro la tua, la ragione del più forte rispetto al debole, la ragione dell’io sono meglio di te. E giù tutto il carrozzone …

Confesso di esser stanco. Molto stanco di dover accettare altri scempi. Altre separazioni, altre azioni nefande. Altre cose in stridentissimo contrasto con Madre Natura.

Persino tra chi studia e pratica Alchimia percepisco posture lontane dall’etica Naturale. Non parliamo poi della Fratellanza.

Ergo, anche per motivi spicci che attengono al mio pezzetto di percorso del ciclo, proverò a preparare meglio la mia valigia: leggera e piena di cose che spero utili al passaggio a Nord Ovest, verso nuovi mari e nuove terre: ci vorrà qualche tempo, e molta forza. E molto Amore.

Mi auguro di trovar o ritrovar compagni, Fratres, in questo percorso. Chissà. Ho avuto l’immensa fortuna di poter studiare Madre Natura, e di poter vedere, at last, il cuore pulsante di quello Spirito Universale, in atto; in un modestissimo laboratorio alchemico. Ho pianto di gioia. Il richiamo verso Casa è irresistibile, perché  – purtroppo – non siamo riusciti a custodire la nostra casa. Per cambiare, servono azioni concrete, fatte con le mani e con il cuore, non parole. Il rumore agghiacciante delle parole – e dei pensieri d’ogni sorta che anneriscono l’aere e le anime di ogni vivente su Terra – è oltre ogni soglia di decenza, a mio avviso: il nostro prossimo futuro è mettere il naso fuori dal nostro Sistema Solare, per abbracciare chi è già ‘passato’, e chi non conosciamo. Vi saranno pericoli, senza dubbio, perché la nostra etica non corrisponde alla scala dell’Etica posta in atto ogni istante da Madre Natura: ma non importa. Spero solo che qualcuno – con il suo modo ed il suo tempo – non perda mai l’occasione di incontrare la Dama del Bosco, la nostra Diana; e di seguirla con fiducia e semplicità d’animo, con immensa disponibilità al cambiamento. Occorre cambiar vita nel nostro fuori e nel nostro dentro. Nei fatti, e non più con le solite parole. C’è ben altro nel Bosco di quello che ci hanno raccontato. Molto di più, ben più maraviggioso, molto più Fraterno, molto più Amorevole, molto più di chi parla di fratellanza e di amore.

Alchimia è meravigliosa, ma anch’essa è stata usata talvolta per imporre regole di accesso e di credo e di controllo. Me ne dispiace.

Conoscere è il nostro destino, e praticare quel Conoscere per esser più Fratres e più Innamorati è un dovere.

Come mio piccolissimo dono augurale per questo Caput Anulis, vi invito a viaggiare con gli occhi e con un pizzico di fantasia lungo un pezzettino della nostra galassia, la Via Lactea; si tratta di una rappresentazione elaborata su scansioni tridimensionali di solo una fetta della nostra Galassia, dove ogni ‘puntino’ luminoso è una Stella, di cui gli astronomi hanno potuto – uno per uno – dare le tre coordinate. QUI, scaricate, se volete, l’intero file-immagine (è grossetto: 58.15 Mb), e riportatelo alla sua dimensione naturale (8000x4000px).

Poi guardate, osservate, scorrete con il mouse: ci sono 1.811.709.771 Stelle, con 14.099 Sistemi Solari, non è una rappresentazione al computer, è una foto dell’esistente, di materia in evoluzione; è il panorama che si offre alla vista fuori dalla nostra finestra. Scorrete, pian piano, e apprezzate quanto è spropositatamente immensa la Creazione; rendetevi conto di come questa Creazione, pur locale, è in corso mentre la guardiamo. Tutto si muove, tutto cambia (il nostro sistema Solare, piccolo piccolo piccolo, e in una posizione periferica in uno dei bracci della Via Lactea, ruota attorno al centro della galassia con una accelerazione di circa 7mm al secondo, che – se non vado errato – equivale a circa 220,752 km in un nostro anulus …).

Riflettete, poi, che quel panorama è un pezzetto della nostra galassia, la quale è una minuzia piccola piccola piccola del nostro Universo.

E noi, che fatti non fummo a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza … ancora siamo qui a dire quanto si sbagli l’altro. Con balanzonici distinguo.

Non sarà che ci stiamo sbagliando, tutti?

Pierre Aristide Monnier – … una traduzione

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , on Saturday, July 18, 2020 by Captain NEMO

Ho pensato che qualcuno potrebbe apprezzare la traduzione di uno dei Capitoli tratti dalle Clefs des Œuvres de Saint Jean et de Michel de NostreDame (1872), di Maitre Alcyon de Nantes, alias Pierre Aristide Monnier. Oltre al linguaggio diretto, semplice e facilmente comprensibile, si potrà riconoscere una sorta di metodo allegorico e metaforico che verrà più tardi usato da Fulcanelli nelle sue due Opere; si tratta del Capitolo XXI, intitolato ‘Discesa di Enea agli Inferi‘.

Lo si può consultare (e scaricare) all’interno della Sezione Pages, qui a destra nel Colophon del Blog, oppure direttamente Qui.

Buona lettura!

Paolo, lo Stregatto …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , on Tuesday, July 14, 2020 by Captain NEMO

Caro Paolo,

è passato un altro anno: tutto procede verso il basso, come da programma. La sensazione generale di disagio ha permeato persino chi dice di amare Alchimia. È uno spiacevole sentire, ma – d’altro canto – l’uomo ripete sempre i medesimi errori. Sempre. Perennemente. Criceti in gabbia, ignari della realtà, e felici del girare in circolo nella gabbia dorata. E va così., giro dopo giro …

Paradossalmente, in questi tempi contagiosi e appiattiti, Madre Natura ci ha regalato una stagione straordinaria, ricca di Spirito Universale e di Forza. Fantastico. Erano anni che non succedeva. La Bilancia  cerca sempre Equilibrio.

Se il cuore mio è felice per le meraviglie che – grazie a te – vado scoprendo, lo è meno per l’apatia che osservo nei giovani: il sottile e mellifluo veleno dell’assuefazione rende tutto piatto, noioso, e quasi nessuno, ormai, sente il richiamo delle Stelle. Eterne. Ci sarà sempre tempo per le Stelle, che vivono il tempo e abitano lo spazio. Profondo. E il tempo dell’uomo è così breve. Mi piacerebbe che i giovani si rendessero conto della incredibile opportunità che Madre Natura, provvida e amorevole, sempre offre a chi scelga di porre la domanda di Parsifal. Ma so che è ben difficile sfuggire al torpore predisposto ed orchestrato da chi vuole impedire che l’uomo acceda alla Conoscenza. Confido che qualcuno possa farcela. Non tocca a me spingere. E continuerò a fare del mio meglio per tentar di fare, almeno in parte, quel che tu hai saputo fare.

La Joie che Madre Natura offre, ogni giorno, ogni notte, è scritta nelle tenere nuvole rosa del tramonto, e nei dipinti delicatissimi dell’alba. Ma per cogliere l’alba, devi esser passato per la notte. Luna è lì, forte e muta, ma parlante. Sveglio, a giocare il gioco dei bimbi con il Fuoco e l’Acqua. Nonostante tutto sembri remar contro. Vecchi giochi, antichi giochi, per vecchi bimbi. Innamorati. Vuoi giocare a nascondino con me? … Quanto mi manca il tuo sorriso, Paolo. La tua arguzia, e quegli occhiali abbassati sulla punta del naso. Sono contento di aver mantenuto aperto il nostro canale, la nostra radio: non so quando squillerà Campanellino, e faccio di tutto per aiutare – come posso – i giovani a risvegliarsi dal profondo torpore che li avvolge. Qualcosa succederà, comunque; mentre procedo con il mio Laboratorio, esplorando cose di cui nessuno ha mai parlato, provo una sensazione che non riesco a descrivere: sto camminando in Reami insospettati, zeppi di luci di ogni tipo, con panorami dai colori mozzafiato, profumi soavi e sconosciuti, pieni di un Tutto che è possente e vitalmente attivo. Fluente. Ben più grande di qualsiasi anima umana. Profondo rispetto; e meraviglia, infinita. LUX. E mille domande, nuove. Il metro e la bilancia non servono più su questi prati. Posso solo affidarmi. E, nelle notti di Luna, accanto al forno allegro, ai crogioli borbottanti, alle monachine danzanti, penso sempre a quanto ci siamo detti, in pochi attimi. Così raro è stato quel nostro incontro, che vorrei parlarne a tutti; ma non posso farlo, e non lo farò mai. A te devo la spinta, la stretta di mano, e lo sguardo caldo e fisso, ed il sorriso più amorevole e Fraterno che possa ricordare. Quella notte, smarriti sulla terra, perduti nella notte, ritrovati. Grazie, vero amico Paolo. Mi manchi. Ti abbraccio, sempre forte.

Salutami gli amici del Joe’s Bar … E che il Cielo ci protegga, sempre. Con Amore,

Captain NEMO

Alcyon … o sull’Anima fuggente di Basilio Valentino

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, July 12, 2020 by Captain NEMO

Come promesso, riprendo il discorso a proposito del passo di Fulcanelli sullo Zolfo doppio (vide Post precedente).

Tripus Aureus, hoc est, Tres Tractatus Chymici Selectissimi, nempe I. Basilii Valentini…Practica una cum 12 clavibus & appendice, ex Germanico – 1618

Mia traduzione di Fulcanelli, in Les Demeures Philosophales, 1930 – Grimoire du Chateau de Dampierre, Serie 7, Cassone 5:

“… Quanto allo zolfo del rame, Basilio Valentino ce lo descrive molto esattamente nel primo libro delle sue Douze Clefs[1]: ‘La lasciva Venere, dice, è ben colorata, e tutto il suo corpo non è quasi che tintura e colore simile a quella del Sole la quale, a causa della sua abbondanza, tende grandemente al rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso e malato, la tintura fissa non può dimorarvi, e, morendo il corpo, la tintura perisce con esso, a meno che essa non sia accompagnata da un corpo fisso, dove possa stabilire il suo posto e dimora in modo stabile e permanente.'”.

Traduzione di Eugène Canseliet di Basil Valentin, Les Douze Clefs de la Philosophie, 1956 – Préface du Frère Basile Valentin de l’Ordre Bénédictin touchant la grand pierre des Anciens Sages, p. 86:

Vénus, très adonnée a l’amour, est remplie et vêtue d’une surabondante couleur. Tout son corps est presque de pure teinture, qui ne semble pas différente, pour la couleur, à celle qui est dans le plut opulent métal et, a cause de la richesse de cette couleur, s’intensifie en rouge. Mais parce que son corps est lépreux, cette teinture ne peut demeurer ferme dans ce corps imparfait et elle est contrainte de périr avec lui. En effet, quand le corps est anéanti par la mort, l’âme ne peut rester et elle est obligée de se séparer et de s’envoler, puisque sa demeure a été détruite et consommé par le feu. Elle ne peut demeurer là ou elle ne trouve pas de place. Par contre, elle habite volontiers et avec constance, dans un corps fixe.“.

Traduzione di Paolo Lucarelli, in Le Dodici Chiavi della Filosofia, 1998, p. 62 (traduzione dal brano di Canseliet):

Venere, molto dedita all’amore, è colma e rivestita di sovrabbondante colore. Quasi tutto il suo corpo è pura tintura, che non sembra diversa per colore da quella che sta nel più opulento metallo e, a causa della ricchezza di questo colore, si intensifica in rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso, questa tintura non può essere stabile in questo corpo imperfetto ed è costretta a perire con lui. Infatti quando il corpo è annientato dalla morte, l’anima non può restare ed è costretta a separarsi e a dileguarsi, dato che la sua dimora è distrutta e consumata dal fuoco. Essa non può stare là dove non trova posto. Invece abita volentieri e con costanza in un corpo fisso.“.

Se si confronta la traduzione di Canseliet (e la conseguente traduzione di Paolo) con l’originale Latino del Tripus Aureus (1618 e [in Musæum Hermeticum] 1677 – scelto da Canseliet come edizione Latina di Riferimento -, si deve dire che si tratta di una traduzione molto buona.

Se d’altro canto la si confronta con quella riportata da Fulcanelli, si notano immediatamente alcune piccole discrepanze; si potrebbe pensare  che quanto riportato nell’Edizione del 1930 de Les Demeures Philosophales potesse provenire dalle tre edizioni Francesi de Les Douze Clefs, quelle di Parigi (Paris, Frères Périer – 1624; Paris, Pierre Moet – 1660; Paris, Guillaume Salmon, 1741); le due ultime edizioni francesi si basarono sulla prima, fatta dai  Frères Périer, tradotta dal Tedesco al Latino, e poi dal Latino in Francese. Ma in realtà il brano tradotto da Fulcanelli è ben più tardo, come vedremo tra poco.

Prima di procedere, tuttavia, mi domando come mai – nel 1955-56, anno di redazione ed edizione della Les Douze Clefs – Canseliet non corresse quanto riportato da Fulcanelli nel 1930 (anno in cui, come si è detto, Canseliet e Champagne editarono e pubblicarono la raccolta di Note alchemiche provenienti dal gruppo di Bourges); non lo fece nel suo libro nel 1956, né lo fece nelle successive edizioni delle due opere di Fulcanelli edite da Pauvert nel 1964 e nel 1979.

D’altro canto, tutte le traduzioni Francesi originate da quella dei Frères Périer riportano che ‘… la teinture fixe n’y peut pas faire sa demeure, mais le corps s’envolant, nécessairement la teinture doit fuiure [ per fuir], car iceluy perissant, l’Ame ne peut pas demeurer …‘, mentre nel 1930 Fulcanelli (o Canseliet? o Champagne?) scrisse ‘… la teinture fixe n’y peut pas demeurer, et, le corps périssant, la teinture périt avec lui …‘.  Ora, la differenza tra ‘tintura‘ e ‘Anima‘ è sottile, ma esiste: Basilio Valentino, nelle pagine precedenti questo passo, sottolinea a lungo che è proprio l’Anima a fornire ai corpi la ‘fissità‘; la tintura indica lo Zolfo capace di tingere (che è naturalmente un corpo, concreto), mentre l’Anima è una proprietà universale dei corpi cosiddetti ‘fissi‘ [… e … sì, l’uomo è un ‘fisso’!], una Qualitas che attiene allo stabilirsi della funzione della fissità di un corpo. E la traduzione proposta da Canseliet, più completa, tratta dalla buona versione Latina di Maier, indica che – a causa della morte del corpo causata dal fuoco – la tintura non può che morire assieme al corpo (come è naturale ed ovvio che sia), mentre l’Anima – restata senza corpo su cui appoggiarsi – non può restare, ed è costretta a separarsi e a volar via [e vedremo in un altro Post che cosa potrebbe succedere, secondo Basilio Valentino, a quest’Anima di Venere].

Come ho detto, la prima traduzione Latina che conosciamo sino ad oggi è quella di Micahel Maier, nel suo Tripus Aureus del 1618; eccone il brano in esame:

Quia vero corpus ejus leprosum sit, tinctura illa firma permanens subjectum in imperfecto corpore habere nequit, at cogitur una cum corpore interire: Quando enim corpus morte extinguitur, nec anima manere potest, sed recedere & avolare compellitur.”.

Risalendo alle fonti, vediamo ciò che scrisse Basilio Valentino in tedesco ; l’Editio Princeps del trattato Von der Grossen Stein der Urhalten  è contenuta in Ein kurtz Summarischer Tractat, pubblicata da Bartholomäus Hörnig a Eisleben, nel 1599; eccone la pagina 42 [Click per ingrandire]:

Questa è la frase che ci interessa [Click per ingrandire]:

la cui trascrizione è:

“… / denn wo der Leib durch todtung verzehret wird fan die Seele auch nicht bleiben / sondern muss aufweichen und fliehen / …“, la cui traduzione suona così:

“… / dove il Corpo è consumato dalla morte, anche l’Anima non resta / ma deve ammorbidirsi[2] e fuggire / …“.

Dato che non parlo Tedesco, voglio ringraziare una persona che lo conosce perfettamente, e che me ne ha tradotto alcuni passaggi: la sua cortesia e disponibilità mi hanno permesso di apprezzare meglio il testo del sapiente Monaco.

Per tirare le somme: la traduzione del brano di Basilio Valentino, proposta da Fulcanelli ne Les Demeures Philosopales (edita e pubblicata da Canseliet e Champagne nel 1930) è senza dubbio incompleta, imprecisa: quando muore il Corpo di Venere, non è la tintura (i.e., la Zolfo tingente) che ‘vola via‘, bensì l’Anima; Fulcanelli – in quelle note sul brano di Basilio –  si è probabilmente riferito ad un’edizione dei Chymische Schriften (del 1717) dove, a p. 177, al posto di ‘Seele‘ (Anima) compare effettivamente ‘Tinctur‘ (Tintura). Come talvolta accade, specie nel ‘700, qualcuno interpreta e/o stravolge qualche termine[3], così si è preferito togliere di mezzo il termine ‘Seele‘ (Anima’) e sostituirlo con ‘Tinctur‘ (Tintura), scambiando la causa per l’effetto: potenza dell’Illuminismo! Che il vero Fulcanelli – chiunque egli fosse – non si sia accorto della sottile distinzione, ed abbia preferito leggere una versione per così dire ‘vulgata‘ di Basilio, mi pare poco credibile: Fulcanelli era un uomo di profondissima preparazione scientifica e alchemica. Ma non si capisce perché Canseliet – uomo che della precisione nelle traduzioni fece un giusto motivo d’orgoglio, e che aveva pubblicato nel 1956 un’ottima traduzione del trattato di Basilio Valentino, nel quale si parla giustamente di tintura e di Anima, differenziandoli – non abbia poi provveduto a correggere il passo pubblicato nel 1930, per di più inserendo nella seconda (1964) e terza edizione (1979) una Nota che recita: “Les Douze Clefs de la Philosophie. Testo corretto sull’edizione di Francoforte; Editions de Minuit, 1956, p. 86.”. E va beh …

Chiarito che – nella visione di Basilio Valentino – il ruolo dell’Anima è cruciale per assicurare fissità a qualsiasi corpo, continueremo il discorso assieme in un altro Post, dove potremo approfondire meglio la questione.

 

[1] [NdA] Les Douze Clefs de la Philosophie. Texte corrigé sur l’édition de Francfort; Editions de Minuit, 1956, p.86.

[2]Aufweichen‘, significa anche ‘indebolirsi‘, ‘staccarsi‘, ‘separarsi‘, come anche – curiosamente – ‘fradiciarsi‘, ‘inzupparsi‘.

[3] Di bontemponi ed errori è naturalmente piena anche l’Alchimia: l’edizione del 1612 del Von dem Grossen Stein der Uhralten (attribuita a Johann Tholden) riporta la frase in esame così: “… / denn wo der Leib durch todtung verzehret wird / fan der Lieb auch nicht bleiben / sondern muss aufweichen und fliehen / …“, cosicché si dovrebbe leggere che ‘… / quando il corpo e consumato dalla morte / anche il corpo non resta / ma deve ammorbidirsi e fuggire / …‘, il che è evidentemente un assurdo. Michael Maier, sapientissimo Conte Palatino, tedesco, e in seguito agente segreto dei Fratelli RC a Londra, si deve esser fatto un mucchio di risate nel leggere il trattato del 1612; e infatti, tradusse quello ‘buono‘, del 1599.

Il Mistero delle Tre Notule … in onore della Gran Dama, quella Universale.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, June 29, 2020 by Captain NEMO

Ho atteso qualche giorno; volevo rendermi conto se qualcuno avesse voluto dire la sua a proposito del sasso gettato nello stagno – o forse meglio, ‘in piccionaia‘? – da parte di Fra’ Cercone; sto parlando di tre vecchi suoi interventi che, parecchi anni fa, furono offerti al pubblico di un altro palcoscenico. E dopo aver atteso, ho riflettuto, non poco, ma tanto, su quelle parole. San Sebastiano, e le frecce. Il tempo scorre, e tutto sembra essere ripetuto, ma la vita alchemica – la mia, quella di Fra’ Cercone, e di tanti altri (sebbene pochi, in verità; per vari ameni motivi) – ha portato esperienza, scoperte, ipotesi, nuovi prati, prove sperimentali, e progressi; e ricordi. Eppure, ancora oggi, quelle parole suonano sincere, veritiere. Condivisibili.

E allora, dato che qualche cosa ho trovato lungo il mio camminare, dato che viviamo tutti – i pochi – nel medesimo mondo che passa come di consueto tra spine e dolori e abbagli e silenzi e clamori, e triti inganni che avvolgono gli uomini, persino quelli che vestono medaglie e mostrine, scorgo in quelle parole l’opportunità di affiancarmi alle riflessioni proposte da Fra’ Cercone; non soltanto per la fratellanza che mi lega a lui, perenne, luminosa, pura, pulita, sempre onesta, allegra, seria e tanto altro; ma – soprattutto – perchè vengo da terre e lune e montagne e acque – acque – sempre fresche, amorevoli, distaccate – quasi per magia naturale – dal mondo delle piccole manovre, delle illusioni, dei mezzucci da quattro soldi. L’Alchimia porta verità, talvolta scomoda verità, ma pur sempre semplice, limpida verità. Quella ho cercato, e quella continuo a cercare. Non la mia verità, che non esiste. Quanto la freschezza della Gaia Scienza, che ho visto ormai calpestata, e tristemente svilita, dimenticata; quasi fosse un inutile cartoccio di sogni. Cammino, pagando il passaggio dovuto, come è costume, e camminerò sempre in cerca di prati verdi, pieni di uccelli e di aria pura, e limpidi orizzonti, cristallini.

Così, proverò a riproporre quelle note oneste dell’onestissimo Frate Cercone, sol per aiutare i giovani che si avvicinano alla Scienza più dolce e vera e bella che ci sia: Alchimia. Vi sono momenti, nella vita di tutti, in cui è opportuno porsi domande, più che in altri momenti: non per mancar di rispetto, ma per il rispetto che si deve agli inesperti, e per il rispetto di chi sempre attende al Joe’s Bar, su Bellatrix; e altrove.

Allora, ecco il primo intervento:

Cari Cercatori,
E’ triste constatare come onesti e volenterosi cercatori vengano ignobilmente circuiti.
Mi suscita grande amarezza vedere l’Alchimia o, per meglio dire, la Filosofia Naturale ridotta a un immangiabile pappone.
Nel minestrone delle nostre nonne, andavano a finire tutti gli avanzi, ma conditi con tanto amore, l’ingrediente sovrano che miracolosamente rendeva prelibato anche il più umile desco.
Invece qui l’amore manca, il piatto è condito con superbia, prosopopea e sopra tutto, al posto del parmigiano, un’abbondante spolverata di frottole ben tritate.
Rimangono gli avanzi, materiale raccogliticcio qui e là e avariato; il pappone non solo è immangiabile, ma anche tossico, per la salute intellettuale.
Per disintossicarsi, consiglio una buona lettura, come ad esempio l’Enchiridion Physicae Restitutae, del Presidente d’Espagnet, (si trova in rete, gratis et amore Dei). E poi, per gli amanti delle scalate di sesto grado superiore, Voyages en Kaleidoscope, dell’enigmatica, quanto affascinante, madame Irene Hillel Herlanger.
C’è un metodo ancora più segreto, insegnato da Joël Joze: basta captare nelle pupille di ogni essere vivente le immagini di tutte le cose visibili, condensarle, fissarle, comprimerle secondo metodi noti solo a lui, ottenerne, grazie a un procedimento sorprendente e vertiginoso la sintesi chimica; perché queste immagini proiettate sullo schermo appaiano subito in METAFORE-ANIMATE. Joël Joze chiama queste proiezioni così particolari
VIAGGI IN KALEIDOSCOPIO
Trasformate nello stesso apparecchio, per mezzo di misteriosissimi fluidi, di sali e di metalli preziosi, le Visioni si concentrano istantaneamente sotto forma di pastiglie platinate che possono poi servire a un numero illimitato di esperienze.
Così, ciascuno di noi, secondo le sue tendenze, scoprirà il SENSO NASCOSTO di ogni cosa
…. M. Joze pretendeva semplicemente di rigenerare il nostro Pianeta.
(da un post di Paolo Lucarelli, in questo Forum, in data 2 febbraio [Candelora!] 2005)
Fraternamente, FC (fra’ cercone fra’ birbone)“.

E la mia risposta, breve:

“Caro Fra’ Cercone & Fra’ Birbone,

Lei scrive ‘ignobilmente circuiti‘; e – concordando – mi verrebbe da chiedere; ma … qualcuno si chiede mai quale mai possa essere il motivo per cui qualcuno vuolecircuire‘ qualcun altro? … la risposta è facile facile, da non richiedere alcun commento da parte mia. Eppure, il ‘corto-circuito‘ continua, e tutti, ma tutti!, sorridono felici, beati, inebetiti, tanto i circuìti che i circuitanti… “… uh, guarda guarda, guarda qui … ma quant’è bello ‘sto ‘circuito‘ !

Poi: ‘o pappone è indigesto; ora che il Laboratorio mi ha portato pietanze buone e succose e mirabili, non posso che concordare. Manca l’Amor… del tutto; ma da lunga pezza. Pare uscito, nessuno lo ha visto, nessuno nemmeno ne parla. Più. E questo è disdicevole, una vera disgrazia. … Eh va beh!

L’Enchiridion del President di Bordeaux è un capolavoro senza pari, ma tutti lo leggono, e nessuno lo studia: ergo, i suoi fiori non vedono la luce negli animi di quelli che ‘leggono‘; figurarsi i frutti, quelli eterni. Rimasti tutti nel cassetto, pura teoria speculativa e simbolica, come proclamano i grandi dotti che animano i conclavi più o meno altisonanti di alchimia (scritto in minuscolo, et pour cause). Peccato.

Dei Voyages di Madame Hillel-Erlanger si parla sempre, a destra e a manca; per forza, è così exotique che fa eleganza blasée sciorinarne i versi; ma le informazioni in esso così ben incastonate, pur brillanti, non vengono colte; anzi, meglio non parlarne, si dice. Resta talvolta, qualche idiota (sedatelo subito, please! …) che sobbalza, for example, nel ‘leggere‘ del ‘bure‘. Ma un sobbalzo solo di qualche attimo, per carità, non c’è da preoccuparsi (la sedazione è rapida ed efficace; pare addirittura che dia piacevole e remunerativa assuefazione). Poi si torna a sviolinare, e a fare la moina di meravigliosa memoria parte napoletana e parte nopea. Posso sorridere con Lei, Messere, sulle ‘… pastilles platinées qui peuvent ensuite servir à un nombre illimité d’experiences’? Che vorrà dire? Peccato, un altro.”

Ecco ora il secondo intervento:

Caro B.,
A mio parere, Il Mistero delle Cattedrali è stato scritto due volte (almeno), o meglio, è stato scritto e poi riscritto.
Il problema è che le due versioni coesistono in un solo libro. Non solo, ma sono state anche accuratamente frammiste tra loro onde, mentre si parla, -già sotto chiave ovviamente-, di un procedimento, improvvisamente e senza alcuna premessa, viene inserita una frase o qualche parola riguardante un altro procedimento.
E non è tutto. Non bisogna dimenticare infatti che Fulcanelli è maestro nella Lingua degli Uccelli, la quale, basata esclusivamente su assonanze, è intraducibile. E sebbene Paolo Lucarelli di ciò faccia menzione, tuttavia, pur generoso al limite del lecito, e forse talvolta anche un po’ oltre, certamente si guarda bene dall’evidenziare i doppi e i tripli sensi, sparsi un po’ ovunque nel testo.
Permangono gli interrogativi di fondo.
Cosa ha spinto Fulcanelli a riscrivere il libro? Solo dopo aver ultimato il manoscritto si è forse accorto che si poteva far meglio? E si è dunque premurato di inserire nel testo le nuove acquisizioni? Oppure, ritenendo di essere stato troppo esplicito, ha voluto mischiare ulteriormente le carte?
In mancanza di risposta certa, mi astengo dal formulare ulteriori ipotesi.
Cerconescamente tuo, FC“.

Cui segue la mia seconda risposta, sempre breve:

“Caro FC,

Due volte!? … poffarbacco! ….’scritto e poi riscritto‘ !? … ma Lei è sicuro !? … non sarà che si tratta di un mucchio di note scritte da una pattuglia di nostalgici appassionati d’alchimia francese (la freccia indica “Bourges“, la cui Cattedrale – magnifica – non appare nel libro), nel quale solo uno – ancora nell’ombra – era quel genio supremo – vero indagatore, vero innamorato, enorme studioso, spirito scientifico senza pari, straordinario praticante – che scrisse le poche note degne della massima attenzione da parte di chi avesse voluto (uso il congiuntivo all’imperfetto, per un buon motivo) sul serio trovare il semplice bandolo della matassa operativa? La seguo sul ‘riscritto‘, capisco dove vuol andare a parare, perché esiste questa possibilità. Tuttavia, per parte mia, comincia a sorgere il sospetto che possa essere stato eventualmente riscritto fors’anche perché qualcuno del gruppo originario mai aveva capito quale fosse il senso vero e la meta operativa vera della Grande Opera; forse – e lo sussurro, ancora con una decina di dubbi – quel genio ancor sconosciuto ha voluto ‘togliere‘, piuttosto che ‘aggiungere‘, specie dopo i gran balli da Belle Epoque dell’Avenue Montaigne. Chissà … magari si era dispiaciuto di qualcosa? E non parlo di chi è venuto dopo quelli di Bourges, i quali hanno imboccato una strada vecchia, e davvero poco utile alla Antica Bisogna. Solo Paolo Lucarelli, scientifico alchimista di enorme caratura, ha compreso Fulcanelli, e gli altri – che lo osannano – credo non abbiano ben afferrato alcune cosette. Ma, naturalmente, è solo la mia povera opinione, tipo San Sebastiano … ça-va-sans-dire.

Sulla Langue des Oiseaux: a proposito di questa surreale invenzione, affascinante e meravigliosa, si parla di un altro genio fuor-del-suo-tempo, il beffardo ma sapientissimo Grasset d’Orcet, e con ragione. Assieme al Bretonissimo Monnier, che amava, e non poco, quella Langue, anche quel ricchissimo dandy, da me più che stimato, Monsieur Roussel,  era parte del Grand Jeau, sin dall’inizio. Se diamo fede alla nota missiva di Dujols a Roussel, Fulcanelli (che sarebbe Decoeur) richiede indietro la prima stesura dell’opera. Per qual motivo? … non che Roussel sapesse molto d’Alchimia, ma il suo saper giocare – e costruire succose assurdità, ma pertinenti – con parole e frasi è cosa ormai arcinota. Et alors ? …. La Cabala Fonetica appassiona tutti, è il miglior trucco per allontanare gli stolti; ma, concordo con lei, è tutta di lingua Franca; solo un Franco ingegnoso&ingegnere poteva escogitar la trappola a-doppio-effetto: le allodole le mandiamo per fratte, tutte contente per le ghiande e le granaglie, e gli svegli – ma debbono aver GIA’ operato sulla via vera, (e non quella falsa) – li aiutiamo un pochino, a patto che abbiano studiato con profitto l’Antica Scienza! Ripeto: … se l’opera è stata ‘ritirata & riscritta‘, ci deve essere stato un motivo, qualcosa di serio doveva essere successo. E qui … al momento, non possiamo che scrivere: ‘ignoramus‘; il che non toglie il fatto che un motivo – seriodeve esserci stato.”.

E, per finire, il terzo intervento:

“Fulcanelli still baffles me.
Lo dico in inglese, perché il verbo ‘to baffle’ non ha in italiano una traduzione adeguata. Significa allo stesso tempo confondere, causare perplessità, eludere e sconfiggere.
Più (ri)leggo Fulcanelli più aumenta la meraviglia, non tanto perché la sua identità terrena sia sfuggita a generazioni di curiosi che vanamente si sono affannati a darle un nome, quanto perché è riuscito ad eludere anche i suoi più stretti collaboratori. Tranne una, l’affascinante Irene Hillel-Erlanger, di cui poco si dice, perché poco si comprende. Non è curioso, –en passant-, che essa ebbe in sorte di condividere, a quanto è dato sapere, lo stesso fato di Nicolas Valois, soppresso anche lui da un’ostrica? Sotto quale polvere sono finiti Joel Joze col suo straordinario caleidoscopio, Gilly il fedele servitore, Vera e Grace? Giusto merito va qui dato a Archer, che non li ha dimenticati e dal suo bel sito ci rammenta: « Sous le couvert d’une fiction surréaliste, l’Auteur dévoile les plus Hautes Secrets de l’Hermétisme Trascendent. Mais ne les déchiffre pas qui veut…. »
Non avendo la vocazione di San Sebastiano, ho esitato a lungo prima scrivere, ma come sempre confido nella Sua clemenza.
E’ forse peccato di lesa maestà additare ai novizi l’incolmabile distanza che separa le Il Mistero dalle Dimore? O il Maestro dall’allievo, o meglio, dai suoi contemporanei? E’ forse riprovevole avvertire gli esordienti, metterli in guardia e, gettando acqua sulla loro ardente fede, ma cieca, risvegliarli dal torpore che li avvolge?
Fulcanelli appare più interessato al futuro che al presente. Il suo “Or du Temps” resiste, inerte come un seme sotto terra, alle illazioni ventilate a più riprese su di lui, per rinascere ai posteri, più vivo che pria. Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti.
La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.
Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione. Un labirinto dal quale occorrono ben più dei fatidici quaranta dì e quaranta notti per uscirne vivi, come nella canzone: ‘Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott, A San Vittur a ciapaa i bott, dormì de can, pien de malann…’
Il Tempo, come sempre galantuomo, renderà giustizia.
Fulcanelli still baffles me.
Con osservanza, spero, FC“.

Cui segue la mia ultima risposta, pur breve:

“Caro FC,

sul ‘bafling‘ non ho dubbi a crederle, dato che ho letto e (ri)letto Fulcanelli alcune centinaia di volte, sempre restandone ammirato, perplesso e sorpreso, talvolta accigliato. Su Madame Hillel-Erlanger ho già detto qualcosa poco sopra, e le dirò che l’episodio della morte-per-ostrica mi ha sempre fatto sganasciare dalle risate; poi, Valois, … lei crede che qualcuno lo abbia letto nel suo Francese antico? … dico meglio: studiato!? … compreso, almeno un tantino!? …. guardi che Valois era uno dei pochissimisi cinque o sei – in venti e passa secoli – che ha detto il vero, e che ha percorso l’operatività ‘naturale‘, quella semplice, dove la evidente prospettiva della Pierre Philosophale – posta sempre in primo piano – ‘baffles‘ la parata di stolti che ancora oggi credono che il detto ‘Una Res, una Via, Una Dispositione‘ sia una dotta affermazione da retori, piuttosto che da appassionati alchimisti. Mi è capitato di incontrare persone che ancora non si sono rese conto di cosa mai possa essere la ‘Dispositionem‘; come anche quelli – e sono un mucchio – che ancora oggi, al giorno d’oggi, in Italia come altrove, parlano della Pietra Filosofale come della vera meta della Grande Opera!

Ma forse, temo, non sono affatto interessati ad approfondire la Conoscenza dei processi di Madre Natura. Ma non mi dilungherò su questo. Per ora.

Quanto al peccato di lesa maestà: ebbene, ritengo che sia il sottoscritto che Lei verremo – se già non lo siamo stati – accusati di tal gravissimo peccato. Urbi et orbi.

Peccato che una tal maestà non esista sulla faccia della terra, per non parlare di Bellatrix, tanto meno nel Regno dell’Alchimia, dove il Re, un Roi qualsiasi, – a parte quello delle metafore -, non potrebbe mai aversi: c’è solo una Reine, Dame Alchimie. Non uomini, ma Madre Natura. Eppure, ne sono certo: il solo presupporre che si possa parlare con pacatezza di tutte quelle ‘incolmabili distanze‘ che lei amabilmente indica (tutte!) farà alzar sopracciglia a molti, sentiremo molti soffiarsi il naso, molti altri guarderanno con altera sufficienza chi osasse sollevar la lampada su quanto si va dicendo, molti si offenderanno, e spareranno cannonate balanzoniche. E siccome non temo, con Gaia Scota postura, faccio mie le sue parole:

Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti. La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.

Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione.‘.”

Concludo con un’allegra raccomandazione, ai giovani; che spero ancora incontaminati: non credete a nulla, tantomeno a noi, ma piuttosto ponetevi sul cammino della Conoscenza di Madre Natura, e al più presto; con tutta la vostra Force, dotatevi prima di un solidissimo e continuato bagaglio tratto dallo studio tenace della Philosophia Naturalis; poi, solo dopo, procedete a mettere in pratica quanto riterrete di aver appreso; aprite il vostro Laboratorio; poi mettetevi in testa che sarà assolutemente necessario salire – e per lunghissimo tempo –  sul trenino quotidiano che porta dai Libri al Laboratorio, poi dal Laboratorio ai Libri, e di seguito così, ogni santo giorno. Sappiate che il cammino che avete intrapreso sarà lunghissimo (decenni, … eh sì!), e che dovrete necessariamente cambiare la vostra visione della vita, radicalmente e per sempre; in effetti, il Laboratorio lo proverà man mano che proseguirete, le cose non stanno come crediamo. La via è semplicissima, e per questo è difficilissima. Non fatevi raccontar balle, nè dagli uomini, nè dai libretti & libercoli, ma procedete con assoluta tenacia a ri-studiare, tutto. La Philosophia Naturalis è sconosciuta persino a chi dice di ‘fare‘ Alchimia; senza di essa, senza quella LUX, approderete a porti fantasma e alle famose – infauste – lucciole per lanterne. Siate indagatori del finissimo e del più che sottile (che non significa ‘sottigliezza’, bensì per minima, quello del Trevisano, di Philalethe e di Santinelli), ma sbarazzatevi sin dall’inizio di chi vi parla di mistica, speculatività, simbolismo, amiccamenti, scorciatoie, io-ho-capito-tutto-e-ti posso-iniziare, e tutte le amenità inventate per secoli da chi ha tentato – molto spesso con successo –  di impadronirsi dell’Arte per irretire gli ingenui e limitare la vostra libertà di indagine. Siate puri, e Gai, ma … sempre veri, onesti, tenaci. Non mollate, non cedete – mai – al Canto delle Sirene.

Per questo, per mettersi in questo Gioco, occorre Passione, Amore, Fratellanza Antica, Umiltà, Allegria, Coraggio.

L’Alchimia è vera, e porta alle Stelle.

Punto.

Le Rapport Fulcanelli

Posted in Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Friday, June 12, 2020 by Captain NEMO

Qualche tempo fa sono casualmente incappato sul Web in un documento del 2013, a proposito – con le parole dell’autore – del ‘Mito Fulcanelli‘. Dato che non amo affatto la moda ‘social‘, non mi tengo sempre aggiornato sul gossip, per di più di stampo alchemico francofono; per la verità, preferisco proprio evitarla, ritenendola soprattutto inutile. Ma dato che in Francia se ne è parlato come di un documento di un certo interesse, gli ho dato un’occhiata. Dopo un’oretta, mi sono reso conto che si trattava di uno scritto anonimo, auto-pubblicato in Francia e che è stato reso disponibile in poche copie tramite i buoni uffici di Filostène Junior, dal suo Blog belga; dopo pochi giorni, la diffusione si è fermata ed il Blog dopo un po’ non è stato più aggiornato.

Si tratta di una sorta di ‘studio‘ che un fantomatico ‘collectif de personnes‘ affidò all’autore allo scopo di riassumere e dirimere l’intricata matassa di suggerimenti, ipotesi, contrasti, storie e storielle relative a Fulcanelli, il suo milieu, e l’origine delle sue due opere: come si sa, l’identità di Fulcanelli ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, soprattutto in Francia. L’autore anonimo del fascicolo, che si firma ‘Ad. N.‘, si è dato da fare nel ricostruire la storia delle ipotesi a suo dire più credibili, e che hanno riguardato non soltanto i possibili ‘fulcanellisables‘, ma anche i vari personaggi – più o meno importanti – che si sono occupati della paternità delle due opere sin dal 1926. Con uno stile di scrittura asciutto quanto poco curato, e anche un po’ bizzarro, l’autore ricostruisce in modo riassuntivo ma interessante le ben note vicende che portarono alla pubblicazione prima de Le Mystère des Cathédrales (1926), e poi de Les Demeures Philosophales (1930); l’autore conclude che le tesi di Walter Grosse e di Filostène Junior siano le più certe, e aggiunge da parte sua delle prove relative ai registri contabili dell’editore Schemit, a suo dire a sostegno di quelle pubblicate da Grosse e da Filostène Junior.

E dato che ritengo che non tutti siano a conoscenza di questo ‘rapport‘, ho pensato di offrirne una rapida traduzione Italiana, come un semplice documento da affiancare – eventualmente – ad altre opere che trattano di questi argomenti: chi lo desiderasse, potrà acquistarla su Lulu, qui.

Come detto, questo non è certo un libretto d’Alchimia, o sulla storia dell’Alchimia: è solo un curioso documento, la cui importanza è tutta da dimostrare. Quel che mi è parso interessante però, se non significativo, è che – nonostante l’autore affermi che lo scopo del misterioso ‘collectif‘ fosse quello di porre fine, e una volta per tutte, alla lunga lotta che ha visto Canseliet contrapposto ad un manipolo di feroci critici a proposito della vera autorship delle due opere firmate Fulcanelli (tra questi primeggiano R. Ambelain e G. Dubois) – mi pare che emerga piuttosto uno scenario forse poco conosciuto, ma neanche troppo nascosto.

Preciso che quanto segue è solo una mia idea: da quel poco che mi è capitato di trovare, la vera storia della genesi dei due capolavori dell’Alchimia moderna è ancora tutta da scrivere; è probabilmente da Bourges che prese le mosse questo audace progetto, da un gruppo di personaggi francesi della fine del XIX secolo, appassionati di esoterismo e della antica tradizione alchemica francese (tolosana e normanna): di mezzo ci fu Aristide Monnier, Alphonse Brunet d’Anvault, Paul Decoeur, Pierre Dujols, Charles de Lesseps, e qualcun altro; alle soglie del XX secolo, quando si decise di dare il via al progetto editoriale vero e proprio, che inizialmente prevedeva uno studio del simbolismo alchemico delle 5 più importanti Cattedrali di Francia, Raymond Roussel fu il primo redattore di una bozza tratta dalle numerose note raccolte dal gruppo nel corso degli anni; poi deve essere accaduto qualcosa che ha spezzato l’integrità, tanto del gruppo che del progetto, e solo poche note furono affidate da Decoeur e Dujols a Canseliet (per la parte di redazione finale) e a Champagne (per le magnifiche illustrazioni); ma questa frattura, di cui ignoro le cause, fece sì che solo alcune note trovarono posto nell’edizione finale affidata ai due giovani collaboratori (Canseliet e Champagne). Con la scomparsa di Decoeur e Dujols, Canseliet e Champagne conclusero il compito loro affidato, ma le prime edizioni delle due opere (1926 e 1930) furono un fiasco: poi, grazie all’opera appassionata e dedicata di Canseliet, la storia è nota, le due opere divennero dei veri e propri Best Sellers. Ancora oggi, e quanto giustamente, le due opere costituiscono il più solido gradino di partenza nello studio e la pratica dell’arte alchemica, ormai in tutto il mondo.

Ho una vaga impressione che qualcosa di poco chiaro possa essere accaduto agli inizi del Novecento a Parigi, qualcosa di cui forse Canseliet era ignaro a causa della sua gioventù; qualcosa separò il gruppo iniziale, e dopo il 1926 Canseliet e Champagne si ritrovarono soli con un mucchio di note di più mani, con l’incombenza di pubblicarne il contenuto come meglio si poteva; poi Champagne morì nel 1932, e Canseliet proseguì il suo cammino, sia di discepolo operativo che di fedele difensore di un’idea che ormai era divenuta mito. Ma quella frattura causò una separazione tra due fazioni, dove quella Belga – per ragioni che ignoro – conosceva forse meglio come fossero andate le cose. E nell’ombra di quel gruppo originario di Bourges, poi spostatosi a Parigi, potrebbe celarsi anche qualcun altro cui potrebbe spettare il nomen Fulcanelli. Jean Laplace trovò una foto tra le carte di Canseliet poco dopo la sua scomparsa …

Quanto ho riassunto qui sopra è tratto da una serie di dati resi pubblici, con un sapiente contagocce, durante gli ultimi 10-15 anni da parte di Filostène Junior (nel suo Blog, quando ancora vi scriveva, e nei suoi due libri): mi sono sempre domandato, ed ancora mi domando, come mai egli abbia potuto disporre di notizie, nomi, dati, documenti autografi, dettagli, confidenze così legate alla vicenda della nascita delle due opere; la risposta è naturalmente legata ad una sorta di ‘eredità storica‘ sul come&quando siano andate le cose ‘fulcanelliane‘ affidategli dal suo mentore, tale Filostène Senior, ora scomparso, ma forse no (Quién sabe?); quest’ultimo sarebbe stato un ingegnere minerario, mi pare, di origine belga, poi ritiratosi in Sud America. Ma soprattutto: perché renderle pubbliche soltanto in questi anni? Cui prodest?

Non disponendo ancora di una risposta più approfondita alle due domande, non posso non constatare che è ancora in corso un confronto, che mi pare bruttino assai, tra Francia e Belgio a proposito non soltanto della vera identità di Fulcanelli, ma anche della figura di Canseliet; il quale, incontestabilmente, è stato senza il minimo dubbio il buon Maître di un’intera generazione di studenti e praticanti d’Alchimia (per 50 anni, e passa!), e tutti noi dobbiamo essergli davvero grati per il complesso, difficile, oneroso ruolo che ha scelto di mettersi sulle spalle. Anche  ‘Ad. N‘ gliene riconosce il merito, però … però … qualche fatto presentato in questo ‘rapport‘ sorprende il lettore; la figura di Canseliet che tutti conosciamo, ne soffre. D’altro canto, gli eroi esistono solo nei racconti del mito, e ogni alchimista, sia egli un principiante o un maestro, resta sempre un essere umano: fallibilità e debolezza sono di ogni uomo, sempre … Ma, nel dirlo, continuo a chiedermi: cui prodest?

Davvero dobbiamo ancora pensare che un’eventuale verità storica – per non parlare della dottrina operativa! – sia patrimonio solo di una persona, di un gruppo, di tizio o di caio?

Non sarà ora di metter la testa in lavatrice, e pulirsi dell’ego che ogni cosiddetta “Appartenenza” impone? Ma pulirsi tutti, pure gli alchimisti italici, franchi, valloni … e via dicendo.

Temo che si sia smarrito, e da lunghissima pezza, il senso della Creazione, e, per traslato, dell’Alchimia: Amore & Equità. Mah, … e poi si parla, a destra come a manca, di “Fratellanza“; roba da ‘chiacchere&distintivo‘, piuttosto.

Comunque sia, l’histoire dell’Alchimia Europea va avanti, con pezzi distillati & pezzi nascosti, … Concludo informando che il fascicoletto ‘Le Rapport Fulcanelli‘ è stato tradotto ‘as is‘, senza commenti, a parte qualche nota di traduzione e/o maggior precisione nelle citazioni riportate: … e ‘as is‘ ne lascio l’opinione al lettore.

Le cri de l’Alcyon, … et du Cygne rôti, s’il vous plaît.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, May 11, 2020 by Captain NEMO

Come l’uccello di cui porto il nome, sono apparso a Nantes al solstizio d’inverno, messaggero che annuncia la calma e la pace ai naviganti lanciati sul mare del mondo. gettando attraverso l’aere il grido perforante ripetuto dagli eco, una delle sue grida che emozionano e che fanno sognare questi uccelli sacri che gli antichi chiamavano lingue e che li consideravano come gli interpreti del cielo.“.

Così si presenta Alcyon, alias Pierre Aristide Monnier: è un Bretone, orgoglioso della sua origine celtica, studioso della tradizione di quella terra singolare, fervente cattolico, Realista legittimista, profondo studioso del greco, dell’ermetismo, di alchimia e dell’opera di Michel de NostreDame. Alcyon viene dal greco ἀλκυών:  l’Alcyon Atthis è proprio il variopinto Martin Pescatore, il Martin Pecheur, l’Eisvögel, il KingFisher. Il Mito ci informa che Alcione era una delle figlie di Eolo, e sposa di Ceice; i due si amavano così tanto che si vezzeggiavano tra loro con il nome di Zeus e Hera, ed Alcione era così bella che veniva spesso scambiata dai pastori per Artemide (la latina Diana); ovviamente Zeus, Hera e Artemide montarono su tutte le furie e – detto fatto – una tempesta marina causò l’annegamento di Ceice, così che la bella Alcione, straziata dalla morte dell’amato sposo, si gettò in mare da una rupe per raggiungerlo: Zeus – mosso da una tardiva pietà – li tramutò così in uccelli dalla livrea magnifica. Il loro nido, però, costruito nei pressi del mare, era continuamente distrutto dalle onde; una seconda mossa pietosa del Re dell’Olimpo placò così il mare per sette giorni prima e sette giorni dopo il solstizio d’inverno, così che le uova degli Alcioni potessero schiudersi: questi quindici giorni vengono ancor oggi ricordati come ‘i giorni d’Alcione‘, giorni di pace e tranquillità. Atthis, inoltre, viene dal greco Ἁκταία, Actæa (meglio conosciuta come Attica) che indica la riva del mare. Troppo poetico? Forse, ma questa ποίησις pare aleggiare anche nel brano del Bretone Monnier.

Con lo stesso spirito, Monnier in un suo scritto indica all’artista che poco prima della morte alchemica dell’aquila e del leone, cioè del combattimento delle due nature, si ode – sottile ma penetrante – un suono, o forse un canto, della materia, che assomiglia a quel grido dell’Alcyon.

D’altro canto, con pari lirismo Canseliet – a proposito di un sifflement – commentò la VI Chiave di Basilio Valentino:

… Cette distillation sèche est attestée par les deux profils flammés et par le vieillard versant l’eau de la mer que rappelle le trident de Neptune, tandis que le cygne, plus discrètement, en marque le détail sonore. Celui-ci constitue la plus sûre indication que l’artiste puisse obtenir de la pratique naturelle et philosophique. C’est ce signe bruyant qui sert de jalon et de point de repère dans la conduite régulière du travail; …. De nouveau, nous solliciterons la décoration du couvent de Cimiez, dans l’une des petites peintures des corridors représentant le bel oiseau, que nous voyons orner, de sa blancheur et de sa majesté, les calmes eaux de nos étangs. Le cygne a toujours été regardé, par les alchimistes, comme un emblème du mercure; il en a la couleur et la mobilité, ainsi que la volatilité proclamée par ses ailes. Au monastère franciscain, la devise latine dégage l’ésotérisme de l’image;

DIVINA SIBI CANIT ET ORBI

Il chante divinement pour soi et pour le monde.

Ce sifflement, qui ne manque pas de surprendre l’opérateur à ses débuts, est nommé le chant du cygne (le signe chantant), parce que le mercure, voué à la mort et à la décomposition, va transmettre son âme au corps interne issu du métal imparfait, inerte et dissous.“.

La versione francese di Canseliet di questa Sesta Chiave, tradotta dal latino (Maier,  nel suo Tripus Aureus del 1618), recita:

L’homme double igné doit se nourrir d’un cygne blanc; ils se détruiront mutuellement et, de nouveau, reviendront a la vie. Et l’air des quatre parties du monde s’emparera des trois quarts de l’homme igné enfermé[1], afin que le chant du cygnes puisse être entendu et, de leur adieu, les tons musicaux exprimés. Alors le Cygne rôti sera le repas du Roi et le Roi igné aimera beaucoup la voix agréable de la Reine, l’embrassera de son grand amour et se rassasiera d’elle jusqu’à ce qu’ils disparaissent tous deux et se fondent ensemble en un corps.“.

Per completezza, riporto il Latino della versione di Maier:

In Italia, l’edizione di Canseliet è stata tradotta da Paolo Lucarelli per le Edizioni Mediterranee.

Curiosamente, in Araldica il Cigno, quando è rappresentato su un nido flottante, viene spesso chiamato Alcione.

Ed a proposito del ‘candido cygno‘, di questo Mercurio che – nelle parole del Maître di Savignies – muore e si decompone, per ‘trasmettere la sua anima al corpo interno generato dal metallo imperfetto, inerte e dissolto‘, val la pena di notare che Paolo Lucarelli ha tradotto il termine ‘issu‘ con ‘generato‘, quando la traduzione più semplice e comune è ‘uscito‘. Questo mercurio-cigno, che canta la propria morte nel ‘trasmettere‘ la sua anima al corpo interno generato dal metallo imperfetto – poco prima del Matrimonio del Re e della Regina – è di un colore evidentemente bianchissimo; ecco come Bernardo Trevisano lo descrive al termine di una serie di sublimazioni, in un procedimento da lui chiamato ‘Primo Grado‘ [come sempre, occorre prudenza nel mettere in corrispondenza i passi di diversi autori, di diverse epoche; e riflessione]:

Ti dico dunque, chiamando Dio come testimone di questa Verità, che questo Mercurio – essendo stato sublimato – è apparso Vestito di una bianchezza così grande, come quella della neve delle alte Montagne, sotto uno splendore sottilissimo e cristallino, dal quale usciva, all’apertura del Vaso, un odore così dolce che non se ne trova di simile in questo Mondo. Ed io, che ti parlo, so che questa meravigliosa bianchezza è apparsa ai miei occhi; che ho toccato con le mani questa sottile cristallinità, e che ho sentito questa meravigliosa dolcezza con il mio olfatto, della quale piansi di gioia, stupefatto di una cosa così mirabile.“.

[da: La Parole Délaissée, in Œuvre Chymique de Bernard le Trevisan- Trédaniel, p. 86]

Canseliet  – forse? – non conosceva l’esistenza e/o l’opera di Monnier, ma di certo la materia ‘canta‘ durante alcuni procedimenti per così dire ‘classici’ dei lavori alchemici. En passant, a proposito del Cigno, ne Les Demeures Philosophales (vide il capitolo Grimoire du Chateau de Dampierre, Serie 7, Cassone 5) Fulcanelli indica che il bianco uccello, trafitto al collo da una freccia, possiede le qualità del ‘mercure initial‘, o ‘notre eau dissolvante‘; nel merito, l’Adepto francese espone il proprio punto di vista sul poco conosciuto enigma dello ‘zolfo doppio‘.

Dato che Le Dimore Filosofali peccano di una traduzione spesso distratta se non imprecisa, riporto il passo con la mia personale traduzione:

“Cassone 5 – Un cigno, maestosamente posato sull’acqua calma di uno stagno, ha il collo attraversato da una freccia. Ed è il suo ultimo lamento che ci viene riportato dall’epigrafe di questo piccolo soggetto graziosamente eseguito:

.PROPRIIS.PEREO.PENNIS.

Muoio per mezzo delle mie proprie penne. L’uccello, in effetti, fornisce una delle materie dell’arma che servirà ad ucciderlo; l’impennaggio della freccia, che ne assicura la direzione, la rende precisa, e dato che le piume del cigno svolgono questa funzione, contribuiscono così a perderlo. Questo magnifico uccello, le cui ali sono emblematiche della volatilità, e la cui nivea bianchezza è l’espressione della purezza, possiede le due qualità essenziali del mercurio iniziale o della nostra acqua dissolvente. Sappiamo che deve essere vinto dallo zolfo – uscito dalla sua sostanza e che lui stesso ha generato, – al fine di ottenere dopo la sua morte quel mercurio filosofico, in parte fisso e in parte volatile, che la susseguente maturazione eleverà al grado di perfezione del grande Elixir. Tutti gli autori insegnano che si deve uccidere il vivo se si desidera resuscitare il morto; è il motivo per cui il buon artista non esiterà a sacrificare l’uccello di Hermès, ed a provocare la mutazione delle sue proprietà mercuriali in qualità solforose, poiché ogni trasformazione resta sottomessa alla preventiva decomposizione e non può realizzarsi senza di essa.

Basilio Valentino assicura che ‘si deve dar da mangiare un cigno bianco all’uomo doppio igneo’, e, aggiunge, ‘il cigno arrostito sarà per la tavola del re‘. Nessun filosofo, a nostra conoscenza, ha sollevato il velo che ricopre questo mistero e ci chiediamo se è opportuno commentare parole così significative. Tuttavia, ricordandoci dei lunghi anni durante i quali abbiamo noi stessi sostato davanti a questa porta, riteniamo che sarebbe caritatevole aiutare il lavorante, arrivato sin qui, a varcarne la soglia. Tendiamo dunque una mano soccorrevole e scopriamo, nei limiti permessi, quel che i più grandi maestri hanno ritenuto prudente mantenere riservato.

É evidente che Basilio Valentino, nell’impiegare l’espressione uomo doppio igneo, intende parlare di un principio secondo, risultante da una combinazione di due agenti di complessione calda e ardente, aventi, di conseguenza, la natura degli zolfi metallici. Per cui si può concludere che, sotto la denominazione semplice di zolfo, gli Adepti, ad un momento dato del lavoro, concepiscono due corpi combinati, dalla proprietà simili ma di specificità differente, presi convenzionalmente per uno solo. Ciò posto, quali saranno le sostanza capaci di cedere questi due prodotti? Una tal domanda non ha mai ricevuto risposta. Tuttavia, se si considera che i metalli hanno i loro rappresentanti emblematici raffigurati da delle divinità mitologiche, sia maschili, che femminili; che traggono quelle particolari corrispondenze dalle qualità solfuree sperimentalmente riconosciute, il simbolismo e la favola saranno in grado di gettare qualche chiarezza su queste cose oscure.

Tutti sanno che il ferro e il piombo sono posti sotto la dominazione di Arès e Chronos, e che ricevono le rispettive influenze planetarie di Marte e Saturno; lo stagno e l’oro, sottomessi a Zeus e Apollo, sposano le vicissitudini di Giove e del Sole. Ma perché Aphrodite e Artemide dominano il rame e l’argento, soggetti di Venere e della Luna? Perché il mercurio è debitore della sua complessione al messaggero dell’Olimpo, il dio Hermés, sebbene sia sprovvisto di zolfo e adempia alle funzioni riservate alle femmine chimico-ermetiche? Dobbiamo accettare queste funzioni come veritiere, e non ci sarebbe[2], nella ripartizione delle divinità metalliche e delle loro corrispondenza astrali, una confusione voluta, premeditata? Se fossimo interrogati su questo punto, risponderemmo affermativamente senza esitare. L’esperienza dimostra, in modo certo, che l’argento possiede uno zolfo magnifico, altrettanto puro e splendente di quello dell’oro, senza averne, tuttavia, la fissità. Il piombo fornisce un prodotto mediocre, di colore quasi uguale, ma poco stabile e assai impuro. Lo zolfo dello stagno, netto e brillante, è bianco e farebbe mettere questo metallo piuttosto sotto la protezione di una dea che sotto l’autorità di un dio. Il ferro, per contro, ha molto zolfo fisso, di un rosso scuro, opaco, immondo e così difettoso che, malgrado la sua qualità refrattaria, non si saprebbe proprio per che cosa utilizzarlo. E tuttavia, eccettuato l’oro, si cercherebbe invano, negli altri metalli, un mercurio più luminoso, più penetrante e più maneggevole. Quanto allo zolfo del rame, Basilio Valentino ce lo descrive molto esattamente nel primo libro delle sue Douze Clefs[3]: ‘La lasciva Venere, dice, è ben colorata, e tutto il suo corpo non è quasi che tintura e colore simile a quella del Sole la quale, a causa della sua abbondanza, tende grandemente al rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso e malato, la tintura fissa non può dimorarvi, e, morendo il corpo, la tintura perisce con esso, a meno che essa non sia accompagnata da un corpo fisso, dove possa stabilire il suo posto e dimora in modo stabile e permanente.’.

Se si è ben compreso quel che vuole insegnare il celebre Adepto, e se si esaminano con cura i rapporti esistenti tra gli zolfi metallici ed i loro simboli rispettivi, non sarà difficile ristabilire l’ordine esoterico conforme al lavoro. L’enigma si lascerà decifrare ed il problema dello zolfo doppio sarà facilmente risolto.“.

Così, gira che ti rigira, il lettore accorto – ma anche il ‘lavorante’, ancor più accorto – dovrà ben riflettere su questa bizzarra vicenda del Cigno arrostito che dovrà essere servito alla tavola del Re: se l’identità del Cigno è manifesta, la questione del ‘doppio uomo igneo‘ (lo ‘zolfo doppio‘) apparirebbe risolta; eppure … eppure … eppure … si può davvero esser certi che Monnier, Canseliet e Fulcanelli non abbiano forse conservato una puntina di sana invidia?

Lo potremo valutar meglio – forse – in una prossima puntata!

Note:

[1] Nota di Canseliet: “… tres quartas ignei viri inclusi occupabit … Variante: … occupera les trois quarts du receptacle fermé de l’homme igné …“.

[2] La frase è interrogativa-dubitativa, e dunque in italiano si potrebbe meglio esprimere come ‘…, e non ci sarebbe forse…‘.

[3] [NdA] Les Douze Clefs de la Philosophie. Texte corrigé sur l’édition de Francfort; Editions de Minuit, 1956, p.86.

Un manoscritto inedito di Francesco Pannaria

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , on Sunday, April 26, 2020 by Captain NEMO

Claudio Cardella ha pubblicato su Lulu la trascrizione di un interessantissimo manoscritto, inedito,  di Francesco Pannaria:Aspetti e Scambi della Materia o Energia“; scritto attorno al 1944, è un lungo lavoro di studio che delinea il metodo con cui “Pan” elaborava la propria indagine al confine tra la Manifestazione e l’Immanifesto; si tratta senza dubbio di uno studio complesso, ma affascinante, e che porta in primo piano una “qualità umana” che ogni innamorato della Natura dovrebbe coltivare, sviluppare ed usare ogni volta che affronta quella sottile zona di cerniera tra il Creato e l’Increato. Qualità che è – senza dubbio alcuno – alla base della Queste alchemica vera; non si tratta di un intellettualismo banale da salotto, bensì di una condizione essenziale per chi si occupa di studiare – praticando – i fenomeni di trasformazione/trasmutazione della Materia. Perché Madre Natura una “è”, ed opera sempre allo stesso modo, tanto nel laboratorio alchemico che nella creazione di Universi. La magnificenza con cui Natura crea Materia, e la ‘muove‘ lungo il corso del proprio divenire è l’oggetto ed il soggetto dell’Alchimia.

A questo proposito, ecco l’Incipit della brillante Introduzione del Curatore:

Eugène Canseliet, con intuizione felice e profonda, definì l’Alchimia, metafisica sperimentale. Metafisica: la branca della filosofia che prende in esame la natura fondamentale della realtà, inclusa la relazione tra mente e materia, tra sostanza e attributo, tra potenza e atto. La parola “metafisica” proviene da due parole greche che, insieme, significano letteralmente “dopo o dietro o tra [lo studio della] natura”.1 Ogni alchimista può confermare le parole di Canseliet, perché in laboratorio vede accadere cose che la fisica pura e semplice, -imparata prima sui banchi di scuola poi su quelli dell’università- non è in grado di spiegare. Ma lui è stato il primo a dirlo con tanta chiarezza. La fisica pura e semplice, dicevamo: per intenderci quella che non si pone troppe domande e si accontenta di descrivere i fatti perlopiù con linguaggio matematico, dove s’anestetizzano le contraddizioni per non turbare eccessivamente i sonni degli studiosi e degli studenti. D’altro canto, perché mai dovrebbe essere coerente con i propri assunti una scienza che non è intesa a capire, ma ad usare le risorse della natura? Per sfruttare le risorse della natura non solo non serve la coerenza, ma anzi è dannosa, perché la coerenza, il sano ragionamento, ci ricondurrebbero inevitabilmente a riconoscere che le nostre scelte e il nostro fare non si limita a far danni, ma soprattutto è suicida, o meglio è dannoso perché nefasto (da fas = lecito e nefas = illecito). Per fortuna non tutti quelli che si sono occupati di fisica l’hanno sempre pensata così: alcuni, pochi invero, non hanno dimenticato che la parola Fisica proviene dal greco Physis, Natura e si occupa delle proprietà, dei cambiamenti, delle interazioni della materia e dell’energia. Ed è solo una parte della filosofia naturale: accanto a essa vi è la metafisica che studia le nozioni fondamentali con cui intendiamo il mondo: l’esistenza dei corpi, lo spazio e il tempo, il rapporto tra causa ed effetto. Dunque una Fisica (con la maiuscola stavolta) rettamente intesa assume essa stessa il ruolo di sperimentare la metafisica, si fa metafisica sperimentale, e diventa Alchimia, proprio come affermava Canseliet: senza dimenticare che un grande Alchimista, Jean d’Espagnet (1564–c.1637), fu anche l’autore di un pregevole Manuale di Fisica Reintegrata2, che ogni apprendista e ogni operatore di laboratorio dovrebbe leggere e attentamente meditare. Il miracolo, il meraviglioso, l’inesplicabile, sono fatti della nostra esperienza fisica e sensibile, altrimenti non potremmo percepirli, anche quando non siamo in grado di darne una giustificazione logica; d’altronde il nesso causale, quale che sia, non appartiene al mondo fisico, ma al retroscena fisico del mondo fisico, onde padre Dante ammonisce: state contenti, umana gente al quia3. Prima di sperimentare, sarebbe opportuno sapere con cosa si ha a che fare e, -per usare le parole del Trevisano-, conoscere e indagare le cose secondo le cause, perché l’esperimento è ingannevole se non preceduto dalla comprensione; ma non è sempre possibile e, nel migliore dei casi mai completamente, come ben sanno tutti gli sperimentatori onesti, ovvero quei pochi che riescono a trattenersi (a stento, dobbiamo confessare) dal mettere un dito sulla bilancia per far tornare i conti.

2 Jean d’Espagnet, Enchiridion Physicae Restitutae, Parisiis, 1623.

3 La Divina Commedia, Bologna 1826, con brevi note di Paolo Costa. Purgatorio III, v. 37, p. 24. Ecco il commento del dotto chiosatore al versetto citato: “Secondo Aristotele la dimostrazione è di due sorta: l’una è detta propter quod, ed è quando dimostrasi a priori, cioè quando gli effetti si deducono dalle cagioni: l’altra è detta quia, ed a posteriori, ed è quando le cagioni dimostransi dagli effetti. Intendi dunque: siate contenti, o uomini, al quia, cioè a quelle dimostrazioni che si possono ricavare dagli effetti, pei quali si viene in cognizione delle cagioni loro, e non presumete d’intendere più in là di quello che i fatti vi mostrano.” “.

Il libro è acquistabile su Lulu, qui.

Primavera 2020 – Æquinoctium

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , on Saturday, March 21, 2020 by Captain NEMO

Sol – in perfetta noncuranza – marca il segno dell’Æquilibrium tra Dies e Nox. Tutto cambia, ma il Ritmo rimane sereno, scandito dai cicli provvidi di Madre Natura.

Per Terra, è arrivato il periodo del Primum Vere: ‘… tutti giù per terra …’. Ah, la meraviglia del Girotondo!

Gli alchimisti sono coloro che studiano dappresso Madre Natura, più dappresso di molti altri, e si preparano a rimetter le mani in pasta nei loro solitari Laboratori: è il momento della discesa, dell’attrazione e della corporificazione dello Spirito Universale, vero messaggero di ogni Universo.

Antonio Vivaldi ha scritto forse il pezzo più famoso sulla Primavera, e sono contento di riproporlo nell’interpretazione di Nigel Kennedy, un allegro pazzerellone britannico:

Ma anche in un’altra interpretazione, più classica, da parte di Itzhak Perlman:

 

La Primavera di Vivaldi fa parte dell’opera Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione (composta da 12 concerti).

Il Sonetto che accompagna la musica fu composto – forse – da Vivaldi stesso; eccolo:

Allegro
Giunt’ è la Primavera e festosetti
La Salutan gl’ Augei con lieto canto,
E i fonti allo Spirar de’ Zeffiretti
Con dolce mormorio Scorrono intanto:
Vengon’ coprendo l’aer di nero amanto
E Lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
Indi tacendo questi, gl’ Augelletti
Tornan di nuovo al lor canoro incanto:
Largo
E quindi sul fiorito ameno prato
Al caro mormorio di fronde e piante
Dorme ‘l Caprar col fido can’ à lato.
Allegro

Di pastoral Zampogna al suon festante

Danzan Ninfe e Pastor nel tetto amato

Di primavera all’apparir brillante.

Amabili coincidenze, allegre, gioiose: in questi nostri tempi, così stretti, ma che dovrebbero permettere maggior meditazione, e condurre pian piano all’incanto, non mi resta che augurare a tutti

… una gioiosa e proficua Primavera!

Nantes, βαφη à Bourges … puis Paris – 1

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Sunday, January 12, 2020 by Captain NEMO

De toutes choses materielles il se fait de la cendre, de la cendre on fait du sel, du sel on sépare l’eau et le mercure,, du mercure on compose un elixir ou une quintessence.“.

Da ogni cosa materiale si fa della cenere, dalla cenere si fa un sale, dal sale si separa l’acqua ed il mercurio, dal mercurio si fa un elisir o una quintessenza.”.

La semplicità dell’Opera scatena l’analisi logica – e la logica stessa – degli uomini che sono certi di tutto saper … eppure, direbbe qualcuno, scendere al livello della simplicitas dei bimbi è l’unica cosa che ci sarebbe da fare quando si cerca; ma resta la più difficile delle imprese da parte di chi affronta la Queste nel laboratorio alchemico, tentando di seguire le orme – e le impronte, che non sono orme – di Madre Natura. La logica, la mente, l’ascia della sua stessa ragione si abbatte sullo spirito dell’artista, preso com’è nella rete dell’inganno, della stolidità, e della fame di potere e controllo. Non v’è scampo per l’artista, che sia novizio e persino Magister Ludi: si segue il proprio indice, e non più Luna e la sua Lux, riflessa. Poco male, se non fosse che il giovane innocente, che fosse attratto per destino dalla Via del Bosco incantato, incontrerà non soltanto il rassicurante simulacro di sé stesso, ma addirittura le statue di sale di chi prima di lui ha ceduto il lignaggio per il solito piattino di lenticchie. Certo ammantate di mille ammiccamenti, offerte sul ritual piatto, confidate sotto un portico fidato, e varie amenità; inebrianti seduzioni, ma sempre lenticchie sono.

Il discrimine tra chi cerca e chi dice di cercare è solo uno, da che mondo è mondo: Amor e Conoscenza. In una delle narrazioni sulla genesi della specie umana, si narra che “…ed essi stabilirono il senso dell’uomo: e lo chiamarono Amore e Equità“. Ed è proprio per questa origine probabilmente diversa, non della nostra stessa specie, che noi tutti recitiamo sia amore che equità: ‘essi’ lo stabilirono, e gli uomini ‘stabiliti’, pare si siano un tantino de-stabilizzati… Il libero arbitrio è by definiton libero ed al contempo arbitrio. O no?

Conoscere non è mai facile, perché richiede il continuo abbandono delle proprie certezze, delle proprie convinzioni, siano esse profane o sacrali. Tanto più lungo la Via dell’Alchimia. Tutto deve esser gettato via quando si cammina verso Conoscenza con il solo scopo di Contemplarla. Il compito dell’alchimista – ovemai volesse ritrovar la via di Casa – è dunque sovrumano, perché troppo male siam fatti per scoprire e cogliere la simplicitas di Madre Natura all’opera.

La frase di cui sopra racchiude in sè l’indicazione per la direzione lungo la quale progredisce il mutamento della Materia nel Laboratorio alchemico: la frase è come sempre priva dei dettagli, che l’artista innamorato dovrà tentare di ritrovare nel suo Animus o in qualche raro libro scritto talvolta in Latino o Francese o Inglese (meglio: Old English), sia quando studia di giorno, sia quando lavora di notte. La Luna è una severa Maestra.

Quella frase sta scritta in un libricino stampato nel 1871, ed è l’incipit del capitolo Matière du Grand Oeuvre, alla pagina 119; è intitolato Clef des oeuvres de Saint Jean et de Michel de Nostredame, e l’autore è M.A. de Nantes, vale a dire Pierre Aristide Monnier, aliasAlcyon; di quest’uomo singolare ho già avuto modo di parlare qui; si tratta di una vicenda piuttosto complessa, un tantino scomoda per l’Académie alchimique, e ben poco conosciuta, ma ricca di profondità. Oltre alla parte storica (sorprendente), quella alchemica merita più attenzione, a mio avviso, di quanto si creda.

Continuando:

Le corps se met en cendres pour être nettoyé de ses parties combustibles, en sel pour être séparé de ses terrestréités, en eau pour pourrir et se putréfier, et en esprit pour devenit quintessence. Les sels sont donc les clefs de l’art et de la nature; il n’y a proprement qu’un sel de nature qui se divise en trois: le nitre, le tartre et le vitriol. De ces sels et de leurs vapeurs se fait le mercure que les anciens ont appelé semence minérale.”.

Il corpo si riduce in cenere per essere pulito delle sue parti combustibili, in sale per essere separato delle sue terrestrità, in acqua per marcire e putrefarsi, e in spirito per divenire quintessenza. I sali sono dunque le chiavi dell’arte e della natura: non vi è propriamente che un sale di natura, che si divide in tre: il nitro, il tartato e il vetriolo. Da questi sali e dai loro vapori nasce il mercurio che gli antichi hanno chiamato semenza minerale.”.

Il Bretone arguto non potrebbe essere più chiaro, tanto è Scientiatus (mi si passi il termine), e continua:

La materia prima è chiamata comunemente  zolfo e argento vivo. Raimondo Lullo li chiama i due estremi della pietra e di tutti i metalli. Altri dicono in generale che il sole è suo padre e la luna sua madre; che è maschio e femmina, che è composta di quattro, di tre, di due e di uno, e tutto questo per nasconderla. É certo che non v’è che un solo principio in tutta la natura, e che appartiene alla pietra come ad altre cose. Non v’è inoltre che un solo spirito fisso composto da un fuoco molto puro e incombustibile che ha dimora nell’umido radicale dei misti. É più perfetto nell’oro che in altre cose, e soltanto il mercurio filosofico ha la proprietà e la virtù di estrarlo dalla sua prigione, di corromperlo e di disporlo alla generazione. L’argento vivo è il principio di volatilità, della malleibilità e della mineralità, lo spirito fisso dell’oro non può nulla senza di esso. L’oro è umettato, reincrudato, volatilizzato e sottomesso alla putrefazione per opera del mercurio, e quest’ultimo viene digerito, cotto, inspessito, disseccato e fissato per opera dell’oro filosofico, che lo rende tramite ciò una tintura metallica.

L’uno e l’altro sono il mercurio e lo zolfo filosofico. Ma non è sufficiente che si faccia entrare nell’opera uno zolfo metallico come lievito; ne occorre anche uno come semenza di natura solforosa, per unirsi alla semenza di sostanza mercuriale. Questo zolfo e questo mercurio sono stati saggiamente rappresentati dagli antichi con due serpenti, uno maschio ed uno femmina, avvolti attorno alla verga d’oro di Mercurio. La verga d’oro è lo spirito fisso dove debbono essere fissati.

Questo zolfo è l’anima del corpo ed il principio dell’esuberanza della loro tintura; il mercurio volgare ne è privo, l’oro e l’argento non ne hanno che per sé stessi. Il mercurio proprio all’opera deve dunque per prima cosa essere impregnato di uno zolfo invisibile, affinché sia più disposto a ricevere la tintura visibile dei corpi perfetti e che possa in seguito comunicarla con usura.”.

Come sempre, il ‘vecchio‘ ed il ‘nuovo‘ vanno apprezzati cum Prudentia:

Tondo di Andrea della Robbia

Prudence è una delle quattro Gardes dei Duchi di Bretagna, di cui supra; e che assieme ad essa la Force scorra, sempre …. libera dai noiosi e inutili pregiudizi!

to be continued

Eugène Canseliet / Un hommage …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , on Thursday, January 2, 2020 by Captain NEMO

Ho pensato di offrire – in segno d’augurio – tre piccole interviste a Canseliet; sono sul Web da tempo, e le ho tradotte rapidamente per chi fosse interessato:

  1. Serge Hutin intervista Canseliet nel suo laboratorio, a Savignies, nel 1964, qui;
  2. Gilles Lapouge presenta un’intervista a Canseliet girata a casa sua, a Savignies, nel 1974, qui;
  3. Nicole Brisse intervista Canseliet sui colori delle Vetrate delle Cattedrali medioevali, nel 1980, qui.

Come per l’intervista più famosa, quella del 1978 per Radioscopie con Jacques Chancel, le ho poste in archivio nella Sezione ‘Pages‘ qui a destra.

Tutti coloro che in questi tempi si sono avvicinati all’Alchimia, hanno sicuramente letto i suoi libri ed i suoi numerosi articoli; al di là della solita ridda d’opinioni sul ‘più vecchio studente di Francia‘ abbiamo – tutti – un dolce debito con lui. E sono contento di dedicargli il primo post di questo 2020.

Auguri, a tutti!

Notre Dame de Paris: Fulcanelli e la Cattedrale

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , on Tuesday, April 16, 2019 by Captain NEMO

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La più forte impressione della nostra prima giovinezza – avevamo sette anni – quella di cui conserviamo ancora un vivo ricordo, fu l’emozione che provocò nel nostro animo di bambino la vista di una cattedrale gotica. Ne fummo subito sopraffatti, estasiati, colmi d’ammirazione, incapaci di sottrarci al fascino del meraviglioso, alla magia dello splendido, dell’immenso, del vertiginoso, che sprigionava quest’opera più divina che umana.
Da allora la visione si è trasformata, l’emozione resta. Se l’abitudine ha mutato il turbamento improvviso del primo incontro, non abbiamo mai potuto liberarci da una specie d’incanto di fronte a quei bei libri di immagini innalzati sui nostri sagrati, che estendono sino al cielo le loro pagine scolpite nella pietra.

In quale lingua, in che modo potremmo esprimere la nostra ammirazione, testimoniare la nostra riconoscenza, i sentimenti di gratitudine di cui il nostro cuore è colmo per tutto ciò che ci hanno insegnato ad apprezzare, a riconoscere, a scoprire, questi capolavori muti, questi maestri senza parole e senza voce? …

“… Se il raccoglimento sotto la luce spettrale e policroma delle alte vetrate, e il silenzio, invitano alla preghiera e predispongono alla meditazione, d’altra parte l’apparato, la struttura, l’ornamentazione emanano e riflettono, nella loro straordinaria potenza sensazioni meno edificanti, uno spirito più laico e, ammettiamolo, quasi pagano.
Vi si possono distinguere, oltre all’ardente ispirazione nata da una fede robusta, le mille preoccupazioni della grande anima popolare, l’affermazione della sua coscienza, della sua volontà, l’immagine del suo pensiero, complesso, astratto, essenziale, sovrano.

[Fulcanelli, Il Mistero delle Cattedrali – Ed. Mediterranee, Roma – 2005, p. 59-60]

La ‘Stryge’

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