Orthelius Dévoilé

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Thursday, June 24, 2021 by Captain NEMO

Sono felice di segnalare l’uscita di un libro su Andreas Orthelius e sul suo Commento all’Epistola sul Fuoco Filosofico di Johannes Pontanus. Curato da Compos Stellæ e Offerus Criophorus – due giovani alchimisti operativi – Orthelius Dévoilé offre al lettore uno studio sulla vita dell’enigmatico alchimista tedesco: in gioventù lavora come Spagirus presso alcuni agiati Principi interessati all’Alchimia, e in seguito attraversa suo malgrado la Guerra dei Trent’Anni, non senza grandi problemi; ma pubblica nel 1624 il suo Epilogus et Recapitulatio in Michæli Sendivogi Novum Lumen Chymicum, un lavoro che lo renderà famoso; al punto che – più tardi – Lazarus Zetzener includerà la raccolta completa degli scritti di Orthelius nel Theatrum Chemicum.

Tra questi, compare per l’appunto un suo Commento al famossisimo lavoro di Pontanus, la Lettera sul Fuoco Filosofico. Come si sa, l’enigmatico testo di Pontanus è stato sempre incluso nel ristretto elenco dei testi alchemici che sono considerati importanti, se non obbligatori, per chi desidera studiare prima e praticare poi l’Arte alchemica. Gli autori di Orthelius Dévoilé hanno compiuto un lavoro certosino sulle tracce storiche di Orthelius e di Pontanus, offrendo per di più ai loro lettori il testo originale Latino, sia per il testo di Pontanus che per quello del Commento di Orthelius.

Orthelius Dévoilé

Quando abbiamo constatato il grande impegno e la passione con cui i due curatori hanno affrontato il loro progetto, sia io che Fra’ Cercone abbiamo con piacere offerto un piccolo contributo, nella speranza di essere utili a chi studia e lavora in laboratorio.

Il libro è piacevolissimo da leggere e consultare; autopubblicato su YouCanPrint, lo si può trovare/ordinare nelle migliori librerie, oppure acquistare OnLine:

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Buona lettura … !

Un Dittico, … e le sue folli copertine

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, June 16, 2021 by Captain NEMO

Cercando e cercando, talvolta si trova qualcosa. No? … nonostante non sia Carnevale – preso da un ghiribizzo – ho pensato utile e divertente parlarvi di una piccola, vecchia, ‘trovata‘.

Sulla “Fête des Fous” si è scritto a iosa, qui, altrove ed in ogni dove: sul contenuto dissacrante della Messa, dei canti, e dei riti che la caratterizzavano si sono date le più varie interpretazioni. E sull’argomento (scomodo, ma certo bizzarro) – naturalmente – ognuno avrà un’opinione. Però, quel che ho ‘trovato’ interessante è una curiosa ‘veste’ di alcune copertine del Messale irriguardoso: una in particolare, quella conservata proprio presso la Bibliothèque Municipale di Sens:

Si tratta di due placche di quercia che racchiudono il famoso Messale della Fête des Fous (quello originale di Pierre Corbeil, Arcivescovo di Sens), realizzate in avorio scolpito con bordure d’argento (inventario: 2017.0.ARC.126), la cui datazione risale al V-VI secolo. Il lavoro mi pare molto bello, tanto che le due ‘copertine‘ furono poi scelte, nel XIII secolo, per rilegare il Messale vero e proprio. Naturalmente, nei secoli, l’opera è stata esaminata ed analizzata da molti esperti: la raffigurazione riguarda evidentemente – nella prima – il vino (che scorreva a fiumi durante la Festa, il giorno della Circoncisione), e Bacco; e – nella seconda, pare – Venere, Cybele, Diana; il tutto decorato con vari paraphernalia.

Tra i tanti esperti, uno dei più accreditati dal consensus, è stato l’erudito Aubin-Louis Millin de Grandmaison (Membre de l’Institut, et Conservateur des Médailles à la Bibliothèque Impériale de France), che ha pubblicato nel 1806 la Description d’un Diptyque:

Millin effettuò la sua analisi avendo certo visto le copertine vere e proprie, ma probabilmente si è poi basato su due disegni realizzati alla bisogna:

Così, ecco la prima tavola:

Ecco dunque qualche notula; dato che Millin divide l’esame della prima di copertina in tre parti, osserviamo la prima parte:

Millin: si tratta dei dettagli della Vendemmia; al centro, un uomo nudo (nell’immagine qui sopra è l’uomo al centro in basso), giovane, porta sulla testa un paniere pieno d’uva, e con la mano destra ne porta un altro; la testa è rivolta verso la ‘cuve‘ (la vasca che compare in alto a sinistra) dove deve versare il contenuto dei suoi due panieri. Nei pressi, si vede un villico che conduce un carro – pieno d’uva – trainato da due brebis (capre): il conducente è armato di massue (mazza) e indica con la destra la cuve (per l’erudito è un errore, perché i due animali dovrebbero essere piuttosto dei maschi, dei boucs, che sono per noi i capri, i becchi, consacrati tradizionalmente a Bacco). Più sopra, si vedono due uomini vestiti come il conducente del carro, con una semplice tunica con le maniche arrotolate: schiavi destinati ai lavori campestri; i due ammassano e sistemano i grappoli d’uva in grandi cesti di vimini, e non raccolgono l’uva dalla pianta che gli fa ombra, che – secondo lui – non è una vite (le foglie sembrano quelle di una palma, ma il tronco non sembra quello di una palma), ma si apprestano a gettarli nella grande cuve. Qui (in alto a sinistra), tre uomini nudi – di cui il primo ha le corna, e sono dunque dei seguaci di Bacco – pigiano l’uva. Il succo (le jus divin) esce da un muso di leone e cade in un gran vaso rotondo. Accanto, un carro a due ruote che trasporta una tonne (botte), ma trainato stavolta da boucs.

Mio commento: mi pare tutto sommato corretto; che poi si tratti di una palma, … se lo dice lui, mah!

Passiamo alla seconda parte:

Millin: si tratta di Bacco e della sua allegra brigata che assistono alla festa; c’è un Satiro con la testa ornata di corna di bouc, e suona in una conque (conchiglia) per avvertire dell’arrivo del dio di Nysa; questa conchiglia assomiglia a quelle usate dai Tritoni, e ricorda l’origine del nome buccinum che usualmente si dà a questa specie di trompette (trombetta). Il Satiro tiene per la briglia un cavallo scalpitante, il cui cavaliere veste una clamide. Il Satiro e il cavaliere aprono la marcia e si dirigono – secondo lui – verso la cuve; il cavaliere – sempre secondo lui – sarebbe il padrone della villa dove si sta vendemmiando, e Bacco lo sta seguendo per visitarla. Così, arriva il carro del dio, trainato da un Centauro e da una Centaura, i quali sorreggono un grande cantaro (un vaso, da cui si beve vino) mentre volgono lo sguardo verso Bacco: sul Centauro vi sarebbe poi una sorta di spessa criniera a marcare la separazione tra l’uomo ed il cavallo, sorretta – pare – da una grande cintura fissata al timone, per quanto non visibile. Il carro ha la forma di un carro da corsa o da guerra, con ornamenti sui bordi e decorazioni all’interno; il dio è in piedi, e non appare né giovane né effemminato, come – secondo lui – ci si dovrebbe aspettare: infatti è barbuto ed un po’ avanzato nell’età, come – secondo lui – è spesso rappresentato il ‘Bacchus vainqueur de l’Inde‘. Coronato di pampini, il tirso su cui si appoggia finisce con un fiore di foglie di vigna, e non come una pigna; la sua clamide è posata sulla spalla sinistra, mentre con la mano destra regge un cantaro ansato. Accanto a lui c’è Pan, che porta una bastone dai rami tagliati e che gli serve da pedum (credo si tratti dell’arcaico vincastro): egli sostiene il suo maestro Bacco, del quale è amico e generale (sic!).

Mio commento: Bacco è Dionysus, e la seconda parte del suo nome potrebbe forse riferirsi al Monte Nysa, alle cui Ninfe il piccolo Dionysus venne affidato. Sorrido di fronte alla possibile trompette, e per quanto non riesca a vedere la criniera sull’originale in avorio (ma presente nel disegno), né il timone del carro, non posso che prenderlo in parola; lo stesso vale per la terminazione del tirso, per l’aspetto di Bacco e la funzione di Pan.

Passiamo alla terza parte:

Millin: ecco tre divintà del mare, un vecchio Tritone tra due Nereidi, che portano sulla testa le chele di un’ecrevisse (una pannocchia, o un gambero); tutti e tre, con code marine, indossano una cintura di foglie d’acanto, per separare l’uomo dal pesce. Il Tritone tiene tra le mani un mostro marino con la testa di cane; ed una delle Nereidi (quella di destra) saluta con la destra il carro di Bacco mentre con la sinistra tiene una conque (conchiglia); l’altra tiene con la destra un ramo. Più in basso, dei pesci giocano nell’acqua: a sinistra c’è un delfino, e a destra un appartenente – secondo lui – al genere ostracion, un poisson coffre (pesce scatola). L’erudito si sorprende nel constatare che l’ignoto artista abbia raffigurato il carro di Bacco come fuor d’acqua, e che i due Centauri non abbiano ancora raggiunto terra. Secondo lui, Bacco qui rappresenta il Sole, che sorge dalle onde e favorisce con il suo dolce calore la vendemmia: le tre divinità marine – insomma – vedono Bacco sorgere dalle acque. Per cui, conclude l’autore, ‘Tutto prospera nella casa di campagna; e si dice che che è lo stesso Bacco, sostenuto da Pan, condotto dai Centauri, e preceduto da un Satiro, che viene in pompa a visitare e fecondare i possedimenti del propietario (della vigna).’.

Mio commento: non saprei se si tratti di pannocchie, di gamberi o di granchi, ma poco importa. Però il mostro marino con la testa di cane mi fa venire in mente un mostro all’origine dei Merovingi, la famosa Bistea Neptuni Quinotauri similis, il Quinotauro che avrebbe generato Meroveo. Ma la mia è, naturalmente, solo un’ipotesi. Quanto allo strano pesciotto di destra, potrebbe somigliare – con quelle scanalature sul dorso – anche ad una remora, il petit poisson noirâtre che talvolta fa il paio in Alchimia con il Dauphin, che è il figlio primogenito del petit roi. Che poi Bacco rappresenti qui il Sole … potrebbe esser vero. Se così fosse, però, l’intero contenuto di questa bella quanto bizzarra tavola di quercia potrebbe esser considerata sotto un’altra luce …

Questa interpretazione di Bacco/Sole è corroborata – secondo Millin – dal fatto che la seconda copertina mostra Diana/Luna su un carro che anch’esso sorge dalle onde del mare …

Passiamo dunque all’esame della seconda tavola:

Ed ecco la prima parte:

Millin: In alto a sinistra si vede Vénus (Venere) all’interno di una coquille (conchiglia): per il nosto erudito non si tratta di un’esatta rappresentazione della Vénus Anadyomène (vale a dire, la classica ‘Venere che sorge dal mare‘): per il fatto che porta una sola mano sui capelli e che sostiene un gran voile (velo) con il quale si avviluppa; quindi si tratta piuttosto di una Vénus marina, o che esce dal bagno. Il nostro è in qualche modo infastidito dall’imprecisione dell’autore in questa seconda copertina: se nella prima tutto era sequenziale e regolare, qui l’artista fa confusione: che ci sta a fare un soggetto marino in un luogo che non offre altro che una scena terrestre? Poi: un genio alato, tra due alberi (in alto, sulla destra), pesta qualcosa in un vaso coperto da un tessuto, che assomiglia ad un paniere. Vicino a lui vi sono due donne (sedute o sdraiate), e una di esse stende la mano verso un cane da caccia: forse l’artista ha voluto rappresentare delle compagne di Diana, che la dea viene a cercare quando Vénus brilla in cielo. Questa interpretazione – secondo il nostro – è probabile, visto che la coquille che porta Vénus è del tutto isolata e non si appoggia su niente di solido, mentre il piccolo genio e le due donne sono su un terreno che sembra elevato e alberato.

Mio commento: che Venere sia rappresentata in quel modo non mi pare un gran problema; fra l’altro, quel voile potrebbe anche essere inteso al femminile, imparentandola forse alla Fortuna (il che non guasta durante le vendemmie alchemiche, no?). Piuttosto, il genietto alato che pesta … è curioso in questo contesto: potrebbe trattarsi di un mercurietto? … ah, saperlo!

E passiamo alla seconda parte:

Millin: Il carro di Diana sorge dal seno delle acque, vestita con una lunga tunica, senza maniche (indossata – dice il nostro – quando non si debbono inseguire animali nel bosco! … e simbolo di castità). Al di sopra porta un peplum (peplo), fissato da due fibule; una terza fibula fissa il peplo alla cintura. Diana ha un grande voile (anche lei!) che s’alza nel vento, ad indicare la rapidità della sua corsa; sulla fronte è adornata del Croissant (Crescente) che è il suo simbolo. Tra le mani impugna una lunga fiaccola con cui illumina il mondo di notte: per questo è chiamata Lucifera, portatrice di luce. Un vegliardo con la testa ornata d’ali tiene le redini del carro; un giovane nudo porta un corbeille (cestino) piena di fiori e frutti, che pare offrire alla dea; i due si tengono per mano e reggono una conque (conchiglia). Il vecchio non può essere altro – dice lui – che Morpheus (Morfeo), mentre il giovane potrebbe essere il genio della natura; la trompette in forma di buccina indicherebbe che intendono celebrare l’arrivo della dea. Il carro a due ruote è più grande di quello di Bacco, ed è trainato da due tori; Diana viene anche chiamata Tauropus, a causa delle corna di luna che porta sul capo.

Mio commento: pur se non v’è dubbio che si tratti di Diana, quel velo (voile) gonfio di vento richiama ancora una volta Fortuna; quanto a Morfeo ed al genio della natura, non saprei che dire … manca fra l’altro lo strano mostriciattolo al centro della composizione, ma il nostro ne parlerà tra poco.

E arriviamo alla terza parte:

Millin: Come il Sole/Bacco, Luna/Diana sorge dal seno delle onde e rischiara la terra. In basso c’è Thalassa, la dea del mare, che con la sinistra stringe un mostro marino con la testa (e la parte anteriore del corpo) d’ariete (belier), mentre con la destra tiene un’aragosta (langouste). Nei pressi c’è una altro mostro con una bocca enorme, simile a quello che sta al centro della composizione (vide immagine della seconda parte); altri pesci giocano tra le onde.

Mio commento: concordo con il nostro erudito commentatore; però … però … si vede anche la testa di un delfino che sorge dalle onde, una sogliola (forse), un altro pesce scatola (o una remora?), e un altro, grosso, pesce-cane, ornato di una cintura d’acanto; sulla destra compare pure quel che sembra un fiore marino, chiuso (forse … un dattero di mare? … mah!). Il mare, insomma, pare piuttosto popolato, no?

Per concludere: questa bellissima opera d’arte, del V-VI secolo, non ha nulla da spartire con il contenuto della Messa dei Folli, il cui soggetto principale è senza dubbio l’Asino. Ma se Bacco e il vino e la vendemmia caratterizzano il tema della prima copertina, la seconda è curiosa: che ci fa Diana e la sua corte in questo giardino tutto femminile? Visto che di Luna si parla, forse ci si potrebbe ricollegare ad un certo corpo che si collega a sua volta a Cybele (si-belle), un topos che in Alchimia ha precise somiglianze con il tema marino che accomuna le due copertine. Se, infatti, la prima copertina ci parla del vino e della sua preparazione, e la seconda ci presenta quel mercurietto che pesta/pigia qualcosa legato alla Terra … entrambe sottolineano il ruolo di Sol, Luna ed una terza sostanza, accostata ad una Venere, un tantino Fortunata. Entambe le scene, pur terrestri, richiamano una Humiditas diffusa, che accomuna il tutto.

Direte: troppo alchemico! … già: proprio troppo alchemico. E a Sens tutti cantavano ‘Hi-Han‘, seguendo l’asino-canta-la-messa, sulle note di Orientis Partibus:

Così, mi auguro che qualcuno possa aver trovato interessante questa rapida passeggiata attraverso le due curiose copertine del Missel de la Fête des Fous … e magari apprezzerà anche una notula apposta sulla seconda di copertina del Missel, che riporta un distico ancor più curioso, scritto a mano (attribuito ad un tal Lubin, procuratore generale del baliato di Chartres), che precede l’Officium di Pierre de Corbeil:

Tartara Bacchorum non pocula sunt fatuorum

Tartara vincentes sic fiunt ut sapientes

Hi-Han !!!!

Franco: l’Alchimista dell’Anima Mundi

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , on Wednesday, May 19, 2021 by Captain NEMO

Sei partito: so che sei, felice e sereno. Libero. Pieno di Joie.

Non ci sono parole per dirti quanto … no, non ho le parole.

Le tue volano tra le Stelle, suonano con il tuo Cuore.

Ricordo i tuoi occhi, pieni del sorriso delle Stelle …

Vola, verso Amor.

Ciao Franco … ciao

… una Terna, di Basilio Valentino

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Tuesday, April 20, 2021 by Captain NEMO

VITRIOL

Tum omnia in omnibus invenies, quod est vis attrahens omnium metallicarum & mineralium rerum ex sale & sulfure ortarum, ac bis ex Mercurio progenitarum: Plus – inquam – me non decebit de eo, quod est omnia in omnibus, dicere, cum omnia in omnibus compræhensa sint.

Von dem grossen Stein der uhralten Weisen, dal Tripus Aureus

 

Verso la conclusione del Von dem grossen Stein der uhralten Weisen, questo è il monito di un cert’uomo, di grande senilità, dai capelli & la barba bianchi, come neve, vestito di porpora dalla testa ai piedi

Come promesso qui, riprendo l’esame di alcuni passi di Basilio Valentino dal suo Della Grande Pietra degli antichi Saggi; nel passare dall’Editio Princeps del 1599 del monaco Benedettino tedesco alla prima traduzione latina del 1618 da parte di Michael Maier (Tripus Aureus), poi alla traduzione francese del 1956 da parte di Eugène Canseliet (Les Douze Clefs de la Philosophie), fino alla traduzione Italiana del 1998 fatta da Paolo Lucarelli (Le Dodici Chiavi della Filosofia) – la sottile distinzione tra ‘tintura’ ed ‘Anima’ era andata in qualche modo smarrita. La tintura indica un corpo in cui si è per così dire stabilizzato uno Zolfo particolare che possiede la capacità di tingere un altro corpo; mentre l’Anima è quella proprietà universale dei corpi che attiene allo stabilirsi della fissità di un corpo. Perciò l’Anima in qualche modo precede l’instaurarsi della tintura in un corpo; è infatti soltanto grazie all’azione dell’Anima che un corpo, per esempio, può assumere la fissità, ed una volta che quest’ultima si sia stabilita in un corpo facente funzione di Zolfo, allora quello Zolfo – in seguito ad alcune procedure alchemiche – può finalmente tingere, cioè trasmettere ad un altro corpo non soltanto un colore esterno, ma anche una tintura interna fissa. Dom Pernety descrive la capacità di tingere con queste parole:

“TINGENTE: Proprietà richiesta alla Pietra dei Filosofi, o alla loro polvere di proiezione. Essa deve essere tingente, vale a dire adatta a fornire ai metalli imperfetti il colore & la tintura fissa e permanente dell’oro o dell’argento, a seconda del grado di perfezione a cui [la Pietra] è stata spinta.”.

Si intuisce facilmente che tale trasmutazione può avvenire grazie ad una sorta di infusione (mi si passi il termine) dell’Anima della Pietra dei Filosofi nel metallo imperfetto, che si trasforma all’istante – cioè, trasmuta – in metallo perfetto; d’altra parte, avvenuta la trasmutazione, il corpo della polvere di proiezione resta come scoria – inanimata– all’interno della lingottiera.

Ciò detto, ecco qualche perlina di Basilio Valentino, sempre tratte dal Della Grande Pietra degli antichi Saggi, ma che figurano prima del passo su Luna, Venere e Marte di cui ho parlato nel Post precedente (tratte dalla Traduzione italiana da parte di Paolo):

Prima di tutto riassumiamo schematicamente la sua visione del processo della Creazione:

Al principio, quando lo spirito era portato sulle acque e ogni cosa, fino ad allora, era coperta dalle tenebre, Dio … creò dal nulla il cielo e la terra e tutte le cose che in essi si trovano, visibili e invisibili … In effetti Dio ha fatto ogni cosa dal nulla.

E questa è la Creazione ex-nihilo, by-the-book; en passant, segnalo – come ho già fatto più volte – che nel racconto Biblico lo Spiritus e l’Aqua già erano presenti (creati?), ma avvolti dalla Tenebra; e che poi Dio creò – ex-nihilo – Cielo e Terra ed ogni cosa – visibile e invisibile – in essi implicitamente contenuti. Curiosamente Basilio qui tace sulla Lux … ma ritengo che lo faccia per non complicar troppo le cose, e correre invece verso la meta didattica che aveva in mente.

In tale Creazione, il Creatore per ogni natura non ha teso né alla distruzione né alla diminuzione. Vi ha messo un seme particolare perché ne avvenisse la crescita …

Dice: per ogni natura. Quanto ad esse, Basilio sostiene che il processo di sviluppo fosse espansivo; però, ad ogni buon conto, forse sarebbe utile riflettere sul fatto che in questa visione deve essere considerato soltanto, per così dire, … come ‘a dare’. Inoltre, si parla di un seme particolare, e del fatto che la creazione del seme è di esclusiva competenza divina.

Prosegue poi con la descrizione sul come avviene l’evento della generazione metallica:

… l’influenza celeste scende dall’alto e si mescola con le proprietà degli astri. In seguito, quando avviene questa congiunzione, i due fanno nascere come terza una sostanza terrestre, che è il principio del nostro seme, della sua prima origine, in modo che possa mostrare gli avi della sua generazione. Da questi tre nascono e appaiono gli elementi come l’acqua, l’aria e la terra. Questi in seguito, per mezzo del fuoco sotterraneo operano sino a produrre qualcosa di perfetto. Non possiamo trovare nulla di più all’inizio del magistero. Perciò Hermete e tutti prima di me hanno indicato tre principi. E sono stati trovati: l’anima intrinseca, lo spirito impalpabile e l’essenza corporale visibile.

Schematizzando, il processo iniziale proposto da Basilio è il seguente:

  1. Congiunzione di un’influenza celeste con le proprietà degli astri;
  2. Da questa Congiunzione nasce una terza sostanza, terrestre;
  3. Da questa terna nascono e appaiono gli Elementi Acqua, Aria e Terra;
  4. I tre Elementi – stimolati dal Fuoco sotterraneo – tendono a produrre un corpo perfetto.
  5. Quindi, i tre Principi Primi (i.e., l’influenza celeste, le proprietà degli astri, e la sostanza terrestre) danno luogo, attraverso la nascita e l’opera dei 3+1 Elementi, ad un corpo, in questo caso in esame, metallico.
  6. Questi tre Principi Primi sono chiamati Anima intrinseca, Spiritus impalpabilis, corporea visibilisqe essentia.

Basilio passa poi a spiegare che:

Quando queste tre sostanze coabitano, per mezzo dell’unione, del succedersi del tempo e di Vulcano, evolvono in sostanza palpabile, cioè in argento vivo, solfo e sale. Se questi tre sono condotti per mescolanza al proprio indurimento e alla propria coagulazione, così come la natura opera e richiede, producono un corpo perfetto …

Leggendo Maier, però, si nota che la frase iniziale suona così:

Non appena questi tre coabitano assieme, progrediscono per copulazione, per lo scorrere del tempo, e grazie a Vulcano in sostanza palpabile, cioè nell’argento vivo, zolfo & sale. …

 … dove il soggetto della frase è costituito da quei tre Principi Primi, i quali – coabitando assieme, e unendosi nel corso del tempo, grazie a ‘Vulcano’ – progrediscono in tre sostanze, palpabili.

Basilio continua precisando:

… questa è la verità di ogni verità: se l’anima, lo spirito e la forma metallici sono presenti, là si devono trovare anche l’argento vivo, il solfo e il sale metallici …

…che in Maier suona in modo quasi identico:

… questa è la verità di ogni verità; perché se sono presenti l’anima metallica, lo spirto metallico & la forma metallica del corpo, da lì [oppure: poi] debbono seguire senza dubbio l’argento vivo metallico, lo zolfo metallico & il sale metallico …

Segue poi un discorso che espone la differenza tra l’Uomo e gli animali: agli animali manca l’Anima, ed è per questo che l’uomo, dopo la morte, può invece sopravvivere – rinascendo – in un corpo glorificato; è grazie all’Anima – che resta dopo la morte – che sarà glorificato così che, una volta che l’Anima ‘ritornata’ abiterà in quel corpo (‘anima in corpus eius clarificatum reversa ibidem habitabit’), il corpo, l’anima e lo spirito si riuniscono in una [cosa] sola. Così la celeste glorificazione di quella cosa una verrà fatta conoscere per mezzo di quei tre, i quali mai potranno essere separati per tutta l’eternità.

In questa esposizione di stampo filosofico/teologico si coglie però il valore ed il ruolo esiziale attribuito all’Anima nella terna di Basilio Valentino, e si prosegue con una spiegazione di chiaro spessore alchemico, nella quale si sottolinea ancor più a cosa serva l’Anima:

In verità, lo spirito può dimorare in un corpo e non per questo seguirlo, dovendo questo corpo essere fisso, sebbene il corpo si compiaccia con lo spirito e lo spirito non sia affatto in conflitto col corpo. Infatti entrambi sono sprovvisti di quell’anima forte, preziosissima nobile e fissa, che incatena e rinsalda corpo e spirito, li conserva e li difende naturalmente da tutti i pericoli. Perché dove manca interiormente l’anima, non resta nessuna speranza di redenzione. Infatti la cosa senz’anima è imperfetta e questo è uno dei più grandi segreti dell’Opera.

Quel ‘compiacersi’ proposto da Canseliet traduce il ‘conveniat’ latino di Maier (da cum-venio), che a sua volta traduce il ‘ruhen’ di Basilio (‘riposarsi, trovarsi in quiete’): pare quindi che lo spirito ed il corpo ‘convengano in pace’, per così dire; ma – in assenza dell’Anima che ‘lega’ – se il corpo diverrà fisso non necessariamente lo spirito lo seguirebbe in quella fissità. In Alchimia, dunque, l’Anima ha il ruolo (la funzione) di ‘legarespirito e corpo lungo lo svilupparsi dei processi alchemici: avvenuto questo vincolo, se il corpo viene fissato, anche lo spirito ad esso connesso diventa fisso, e viceversa.

Quanto al ‘segreto’ che Basilio afferma di aver svelato – Res enim absque anima imperfecta est -, esso viene meglio precisato in un Sermone che Basilio raccomanda di leggere con grande intendimento:

… perché gli spiriti che si celano nei metalli sono diversi, uno più volatile o più fisso dell’altro, così come sono diseguali la loro anima (o, le loro anime) e i loro corpi. Qualunque metallo abbia riuniti in sé i tre doni della fissità, ha ottenuto la durezza con cui sopportare il fuoco e trionfare di tutti i suoi nemici.

Se è evidente che quei ‘tre doni della fissità’ qui si riferiscono più direttamente alla Pietra, l’indicazione appare importante anche quando – dopo quei tre Principi Primi, di cui supra – si entra nell’esame delle caratteristiche dei metalli specificati. Stiamo di fatto scendendo un gradino rispetto ai punti 5. e 6. descritti da Basilio; ogni metallo è costituito alchemicamente da un Mercurio, uno Zolfo ed un Sal, le cui caratteristiche (in qualche modo connesse alle Qualitates di nascita, vale a dire a ciò che in Philosophia Naturalis si chiama la rispettiva Specifica di Creazione) ovviamente variano secondo quella Specifica, che è l’Informazione che indirizza quel tal metallo nella progressiva specificazione (una discesa, dall’alto in basso). Per cui, ogni ‘metallo’ (ma … anche ogni corpo, no?) si presenta agli occhi dell’Artista con caratteristiche diverse.

E finalmente arriviamo al passo che abbiamo esaminato in precedenza, quello su La lasciva Venere; Basilio lo fa precedere da un brano a proposito di Luna, e lo fa seguire da un altro brano su Marte. Ecco come Luna viene presentata:

La Luna possiede in sé un mercurio fisso e per questa ragione non si dilegua così velocemente nel fuoco come gli altri metalli imperfetti, ma ne sopporta l’esame e lo dimostra più chiaramente con la sua vittoria quando il voracissimo Saturno non può trarre da lei alcun profitto.

Dato che siamo scesi di un gradino, Basilio ci parla del mercurio fisso di Luna. Segue poi il brano su Venere, che ho già esposto ed a cui rimando, che è a sua volta seguito da questo brano, su Marte:

Il sale fisso ha dato al bellicoso Marte un corpo solido, rozzo e saldo, con cui si manifesta la sua magnanimità d’animo, e quasi nulla può essere tolto a questo duce guerriero. Il suo corpo infatti è compatto a tal punto che difficilmente può essere ferito. Ma se la sua potente virtù è unita spiritualmente, per mescolanza e accordo, con la fissità della Luna e la bellezza di Venere, può svilupparsi una Musica abbastanza dolce, per cui alcune Chiavi siano giudicate degne di ricompensa di colui che è senza pane e che, salito al gradino più alto della scala, potrà sussistere particolarmente. Perché la qualità flemmatica e la natura umida della Luna devono essere seccate col sangue bruciante di Venere e la sua grande nerezza corretta col sale di Marte.

Il passo è molto bello, specie per chi – prima di lavorare in Laboratorio – ami studiare, allo scopo non scontato di almeno rendersi conto, per poi iniziare a farsi una migliore idea, di quel che si nasconde sotto la lettera di un autore alchemico stimato. Ecco allora la mia personale traduzione dello stesso passo dal latino di Maier, le cui nuances sono state elaborate & fissate assieme al fidato Fra’ Cercone (che ringrazio):

Il Sale fisso ha dato & concesso al bellicoso Marte un corpo robusto, durevole & denso, da cui viene mostrata la buona schiatta del suo animo, e a stento può essere strappato qualcosa a questo guerresco condottiero: infatti il suo Corpo è talmente compatto che a malapena può esser ferito. Se infatti la sua forte virtù si congiunge spiritualmente per mistione & concordanza con la fissità di Luna e la bellezza di Venere, si può armonizzare così soavemente quasi fosse Musica mediante la quale molte Chiavi vengono nobilitate col suo onore [i.e.: quello di Marte] affinché l’indigente possa fruire di particelle di nutrimento se sarà salito ad un livello superiore della scala: infatti la qualità flemmatica o umida di Luna deve venire essiccata col sangue ardente di Venere & la sua grande nerezza [deve] essere corretta dal Sale di Marte.

Per completezza, va detto che in entrambe le due versioni Tedesche i due termini da noi proposti come ‘indigente’ e ‘nutrimento’ – che nel Latino di Maier sono ‘egenus’ e ‘pane’ – vengono proposti come ‘durstig’ (‘assetato’) e ‘Brodt’ (‘Pane’); questi riferimenti sono stati confermati da una persona cara e paziente che ci ha aiutato a leggere i caratteri dell’Alto Tedesco, e la debbo ringraziare per la sua disponibilità ad esaminare un testo per lei tanto arcaico quanto astruso.

E torniamo al punto: nel testo che abbiamo esaminato, curiosamente Basilio non si occupa di alcun altro ‘metallo’ per approfondire il punto da lui proposto; solo Luna, Venere e Marte vengono esaminati dal punto di vista dei tre Principi Primi (eppure anche Sole, Giove, Saturno, Mercurio avrebbero caratteristiche degne di un qualche interesse). Dopo questi passi, Basilio consiglia di studiare le sue Dodici Chiavi, e all’uopo propone un bel racconto allegorico – peraltro di non difficile interpretazione – sulle peripezie del Mercurio, gettato in prigione da un Marte offeso, e detenuto da Vulcano; e nemmeno le buone arti di Luna e Venere riusciranno a liberarlo, anzi Venere viene persino ‘mangiata’! Ma in questo racconto, senza dubbio interessante, è completamente assente quell’esame così puntiglioso delle caratteristiche costitutive che ha indicato in precedenza.

A mio modesto avviso, dunque, – vista l’accurata architettura didattica con cui Basilio espone le proprie affermazioni su Luna, Venere e Marte – il fatto che Fulcanelli abbia potuto commettere quel banale errore di traduzione (i.e., tintura per anima) mi pare del tutto poco credibile; trattandosi de Les Demeures Philosophales – opera stampata nel 1930, e la cui edizione, proveniente dagli appunti di Fulcanelli raccolti e editati da parte di Canseliet e Champagne, avvenne dopo la scomparsa sia di Fulcanelli che di Dujols -, continuo a restar sorpreso che Canseliet non abbia poi mai provveduto a corregger meglio il testo in questione. Quanto alla curiosa esposizione di Basilio su Luna, Venere e Marte, mi pare che Canseliet l’abbia intesa come un’erudita lettura delle caratteristiche dell’Argento, del Rame e del Ferro, e nulla più.

E qui, mi fermo.

Riporto, per concludere, un piccolo intermezzo seminato dal famoso Monaco Benedettino, chiunque egli sia stato:

Se ora non vuoi comprendere ciò che conviene che tu intenda, non sarai designato per la Filosofia, oppure Dio la allontanerà da te.

Primum Vere, 2021

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Monday, March 22, 2021 by Captain NEMO

Il tempo terrestre varca oggi la soglia dell’Equinozio di Primavera, come ogni anno, lungo un anulus perfetto; un anello a noi generalmente sconosciuto nella sua ratio: il viaggio lungo le rotte delle stelle appare senza scopo; forse per questo riserviamo a questi passaggi ripetuti soltanto amabili chiacchere da salotto. Non ha alcuna importanza. Nella realtà della Creazione – che diviene – ogni grado, centimetro, millimetro percorso a bordo di un qualsiasi corpo in moto consiste sempre – e continuamente – in un’andata ed un ritorno: di Spiritus. Ciò che rende vivo l’intero, enorme, sistema della Natura è proprio lo Spirito di Natura: gli alchimisti lo chiamano Spirito Universale, con una sottile ragione. Ne si parla talvolta tra amici, o tra dotti filosofi, ma – percorso un grado, un centimetro, un millimetro – anche quello Spiritus generoso e provvido per la Vita … torna nel dimenticatoio, al fianco di alcune migliaia di carabattole altrettanto importanti per la Conoscenza e la progressiva comprensione di Madre Natura, unica Mater di ogni creato. Amiamo nostra Madre? Conosciamo nostra Madre? Rispondere sembra tautologico, no?

Quello Spiritus che tra pochi gradi, centimetri, millimetri verrà da tutti di nuovo parcheggiato sul quel polveroso ed ingombrante scaffale, non cessa di Essere. Mai. Non sono i gradi, i centimetri, i millimetri a limitare il suo Fluxus: nulla possono i distinguo ‘locali’ di fronte alla Forza Forte di ogni Forza. Quello Spiritus scorre, svolgendo il compito amorevole di Madre Natura, tanto nel creare che nel distruggere, senza chieder nulla in cambio. La Danza di Shiva è questa, e non necessita affatto del nostro giudizio; che la si qualifichi come ‘bella‘ quando crea o ‘brutta‘ quando distrugge, essa silenziosamente scorre, imponente, senza inganno, senza scopo, senza desiderio di possesso o di essere accettata, del tutto indifferente alle azioni, parole, amori, tradimenti, eventi, stasi. Dagli esseri umani di Terra, poi … vien da ridere!

Ma per tornare al Primum Vere, quest’anno ricco di Tramontana: esso celebra localmente su Terra l’inizio della stagione fausta – con la discesa, per attrazione naturale, dello Spirito Universale – e gli alchimisti sanno (prima dai testi validi e poi dal laboratorio valido e durante la rilettura di quei testi e la continuata esperienza di quel laboratorio; per decenni e decenni) che esso prende Dimora, nutrendolo, nel Cuore celato di ogni cosa creata; è la Vita di ogni essere creato: virus o elefante, granello di polvere del deserto arso o blocco di porfido della più alta montagna che sfiora le nubi, goccia minuscola di acqua che stilla o onda tempestosa che risuona a Capo Horn.

Tutto vive, così.

Quel Cuore celato, sempre e costantemente dimenticato dagli uomini, persino da quelli che si ritengono colti e benedetti dai consessi istituiti, è il locus dove l’alchimista innamorato della comune Mater Universalis punta il proprio battito (del cuore e d’ali), la propria attenzione, la propria timida ed umile speranza; chi fa parte dei Foux che si sono messi in cammino sulle orme dei padri, alla ricerca della liberazione dal carcere dorato della ragione umana, sa cosa cerca, sa cosa cerca di risvegliare; sarà, a Dio piacendo, la chiave della propria uscita dalla prigione, il ritorno consapevole – ed in P A X – alla Vita.

Quella chiave è Fuoco.

« Ce feu, ou eau ardente, est l’étincelle vitale communiquée par le créateur à la matière inerte: c’est l’esprit enclos dans les choses, le rayon igné, impérissable, enfermé au fond de l’obscure substance, informe et frigide (…). A notre regret, nous ne pouvons faire plus que signaler l’écueil et conseiller. avec les plus éminents philosophes, la lecture attentive d’Artephius, de Pontanus et du petit ouvrage intitulé:
Epistola de Igne Philosophorum ».

(Fulcanelli, Les Mystères des Cathédrales, Pauvert, 1964)
Notre Dame de Paris – La Calcination

In Alchimia, questo Fuoco svolge la propria funzione naturale sotto l’aspetto di una sostanza precisa, oggettiva, che è – come si sa – una cosa preparata, fabbricata dall’Artista stesso. Con le proprie mani. E la funzione di ogni Fuoco è naturalmente quella di ‘cuocere‘: un aspetto particolare della ‘cottura‘ di un corpo è quello della Calcinazione, che in Alchimia – come si sa bene – nulla ha a che fare con qualsivoglia procedimento chimico così chiamato. Ma per ‘cuocere‘ … serve una pentola; vale a dire un Vaso.

Nel capitolo su Bourges (… toh! … chi si rivede!) Fulcanelli si dà la pena di spiegare il famoso Enigma della Credenza dell’Hotel Lallemant:

RERE RER RERE RER RERE RER

Scrive Fulcanelli: “RER serve a cuocere, ad unire radicalmente e indissolubilmente, a provocare le trasformazioni del composto RERE.“.

Scoprire quanta Scienza, Esperienza, ed Amor siano intessute in questa breve frase ci porterebbe troppo lontano. Ma siccome è il Primum Vere, riporto qui un piccolo passaggio con una sua raccomandazione:

Non vi fidate di ciò che dice Basilio Valentino nelle sue Dodici Chiavi, e guardatevi dal prendere le sue parole alla lettera quando pretende che «chi possiede la materia troverà certo un vaso per cuocerla» . Al contrario affermiamo – e si può credere alla nostra sincerità – che sarà impossibile ottenere il minimo successo nell’Opera se non si ha una perfetta conoscenza di cosa sia il Vaso dei Filosofi, o da che materia si fabbrichi. Pontano confessa che, prima di conoscere questo vaso segreto, aveva ricominciato senza successo più di duecento volte lo stesso lavoro, sebbene operasse sulle materie giuste e convenienti e secondo il metodo regolare. L’Artista deve fare lui stesso il proprio vaso: è una massima dell’Arte. Perciò non iniziate nulla finché non avrete ottenuto tutti i chiarimenti possibili su questo guscio dell’uovo, definito secretum secretorum dai Maestri del medioevo.“.

(Fulcanelli, Il Mistero delle Cattedrali, Ed. Mediterranee, 2005. Traduzione di Paolo Lucarelli)

Ho sempre sorriso tra me e me quando, dialogando sull’Arte, mi accorgevo che pochissimi – pur ovviamente conoscendo questo famoso passo di Fulcanelli … e pur conoscendo altrettanto bene l’Epistola di Pontano – avevano notato le nuances di quanto vien detto, da parte di entrambi, con apparente noncuranza ma solida esperienza. Ora sono certo che qualcuno salterà a conclusioni affrettate; consiglio allegra prudenza, e torno a raccoglier margherite sui prati.

In ultimo segnalo che questo Vaso – che in genere in francese è un vas o un pot – viene chiamato da Fulcanelli … Vaisseau.

Con l’augurio di ogni felicità e di ogni sogno Primaverile, chiudo questo mio piccolo Post:

Esprit, Feu, Vaisseau !

Caput Anuli, 2021 … Auguri a tutti!

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Friday, January 1, 2021 by Captain NEMO

Inizio il nuovo anulus – dopo il vecchio, pesantissimo anulus – tentando di spiegare come spezzare l’anulus; gli anglosassoni, maestri di trappole azzardate ma efficaci, consigliano di formulare la New Year’s Resolution; che noi latini, comodi e paciosi, trasformiamo sempre in meno pericolosa, rassicurante sperantia. Bah … temo che se non si prende coscienza vera del fatto che un anulus fatto di ciò che chiamiamo tempo – di un tempus che non ha cittadinanza alcuna nel meccanismo maraviggioso della Creazione continua – sia il peggior errore che si possa compiere nei confronti del dovere di allineamento e di sincronizzazione con l’unico clockwork che sempre agisce: il divenire, punto e basta. Dove divenire, al di là delle solite baloccanti definizioni dei dotti salottieri d’ogni dove e credo, significa (non soltanto indica) che è indispensabile mutare. Quando? Sempre. Quanto? Tanto quanto Natura muta.

La chiave di volta degli Universi è il cambiamento, continuo, incessante, spessissimo radicale. Scopo? … nessuno. I motori nucleari delle Stelle hanno scopo? Traggono forse una qualche utilità vantaggiosa dal loro continuamente macinare Neutroni, Protoni e quant’altro nelle loro fucine che persino Efesto osserverebbe con smarrimento? Smarrito perché si accorgerebbe che Stella non macina materia per atteggiarsi a padrona del Fuoco. Efesto, Efesto, … che figura ci fai, tu che ti ergi a dio delle folgori per restituire la pariglia a Zeus, il capo? Bah … Ovviamente, dal Mito i cosiddetti saggi – che sarebbero quelli che dovrebbero pararci le amatissime posteriora dai pericoli e dalle sciagure – ci passano l’idea che uno scopo deve essere inteso – by definition, tanto scellerata quanto funesta – come controllo, che si unisce automaticamente all’ancor più vantaggioso potere. Il qual potere tutto l’orbe terraqueo – da millenni – lo ha attribuito alla classe di eletti che gubernano le varie imbarcazioni dove dimorano le varie tribù che affidano i propri destini ai capi di turno. Così, sono sempre i capi ad essere tacciati di inettitudine, incapacità, malvagità, insipienza, e tutta la carrettata di epiteti negativi che conosciamo bene. E noi? E noi che veniamo trasportati? Siamo sempre salvi: la colpa non è del singolo, non è mai mia, ma sempre del gruppo al potere in quel momento dell’anulus: il fatto è – p e r ò – che anche chi subisce il fato funesto fa parte di un gruppo, formatosi in base a: religione, politica, comunanza di idee, condivisone di credenze e scopi, e via dicendo.

Oggi, se si osserva con calma quanto accaduto nel corso del vecchio, pesantissimo anulus – lo sfigatissimo 2020, bisesto – si vede quanto surreale ed idiota sia quel che accade: grazie al nuovo deus che abbiamo eletto per acclamazione e per inetto scimmiottare una libertà di cui abbiamo dimenticato la definizione originale – il mondo dei Social. Ora, persino chi ha una qualche ragione (sia esso di qua, o di là) spara a zero con paroloni costruiti in base al ciarpame raccolto – buono e cattivo che sia – contro il nemico; così, invece di trovar soluzioni comuni e utili al divenire di Madre Natura (con cui ci dovremmo sintonizzare, somehow) e tornare ad essere Fratres (Nota: ad essere, non a dire di essere!), abbiamo creato un pout-pourry nauseabondo, flaccido, sterile, violentissimo, di opinioni, in cui – p e r ò – l’anatema contro l’altra sponda è diventato il ritornello assordante di una libertà che tale non è più, bensì la faccia spaventosa del massimo egoismo, della massima ineducazione, della massima divisione, della massima separazione, della massima frattura delle idee, del massimo spezzare il comune tessuto con cui siamo collegati; è una distruzione di ogni valore, di ogni idea, di ogni comunanza. Prima viene la mia idea, la tua fa schifo, e – prego, leggete i Social – si arriva a dire che l’inimicus – sia esso bianco o nero, saggio o stupido, grande o piccolo – ‘deve morire’. Barbarie?… no, ben oltre la barbarie siamo andati in quest’anulus vecchio: ogni posizione puzza di contrapposizione tanto per spararla più grossa, tanto per apparir ‘bravo’ (meglio: tanto per apparire, e basta), in un’orgia di stupidità e altezzoso scorno dell’altro. Fratres. Bah …

Dice: ma ‘sto pistolotto … che c’azzecca con Alchimia? Provo ad arrivarci, ma abbiate pazienza, perché oggi è il Caput anuli, e vado lento e piano.

Ad horas:

  1. Alchimia è una Scienza costituita per prima studiare e poi operare il modo con cui Madre Natura diviene, cambia, muta. Come detto, essendo intimamente collegata alla Materia Naturalis, non vi è alcuno scopo, soprattutto se fosse per controllare e esercitare qualsiasi forma di potere sopra qualcuno.
  2. Alchimia, nella sua forma antica ed originaria educa a considerare ogni essere come parte non egotica di un medesimo processo evolutivo, e conduce lo studioso e l’operativo verso una perfetta e Naturale consapevolezza del flusso in mutamento, messo in opera da Madre Natura secondo il suo progetto.
  3. Le modalità con cui il flusso mutante della Natura si esprime nel corso della sua azione sono semplicissime, per quanto – paragonate alla nostra scala umana – estremamente potenti; Natura, infatti, opera su una scala dove l’aggettivo enorme è del tutto insufficiente. Si parla – ed è la verità – di una Forza, in atto.
  4. Questa Forza, è la ‘forza forte di ogni forza’. Punto.
  5. Tale Forza ha un portatore (un Carrier), che ha ovviamente massa, intesa – p e r ò – come Newton scrisse enigmaticamente nel Capitolo I dei suoi Principia: lo Spirito Universale.
  6. Questo Spirito non ha nulla a che fare con le interpretazioni bislacche – ma soprattutto, false – proposte dallo Spiritismo e dalla Mistica e dai vari totem tribali seminati qua e là dai dotti che hanno irretito, per secoli, la nostra umanità stolida. Questo Spiritus, è detto Universale perché esiste ovunque e quandunque, e se ne frega altamente se uno ci crede o meno: esso, semplicemente, svolge il proprio compito di portatore di quella Forza di cui sopra; agisce, senza dover chiedere permesso, senza chiedere di venir adorato, senza esigere sacrifici propiziatori, o patti, o ricompense, o giuramenti. Lo Spirito Universale ‘È’. Ed ha una massa. Punto.
  7. Allorché lo Spirito Universale entra in un Corpo massivo (sia esso infinitesimo o gigantesco), quella ‘forza forte di ogni forza’ entra a sua volta in azione, attivando il mutamento previsto. Ma: solo per quanto reso possibile dalle condizioni fisiche, sia del corpo agito, che di quelle al contorno. Allo scopo di ospitare questo tipo di azioni, la Fisica nostra corrente, ha ideato il termine Campo, una sorta di tessuto, fatto di ordito e trama. Sarebbe utile indagare su questi due, ma non voglio annoiare.
  8. Il senso – non lo scopo – di ogni mutamento è quello di progressivamente pulire (purificare) la struttura intima della materia del corpo massivo in mutamento, arricchendolo al contempo sempre più di Qualità, a scapito proporzionale della Quantità del corpo stesso; lentamente, ‘suaviter, magno cum ingegno’, recita un famoso testo. In parole povere, la vita del corpo si eleva – Naturalmente – e la componente materiale necessaria al corso vitale si adegua a quanto realmente necessario all’esistenza. Questo processo sulle Qualitates e le Quantitates del corpo non richiede azioni da parte del corpo, se non quelle di accettare il proprio destino, amorevolmente agito da Madre Natura attraverso lo Spirito Universale, grazie a quella Forza da esso portata.
  9. La vita di ogni corpo massivo progredisce dunque verso la propria massima purificazione possibile, e verso la minima ponderalità possibile: al termine, il corpo ‘passa’ a nuova dimensione di esistenza.

Per esemplificare quanto stabilito ed agito da Madre Natura, i pochissimi alchimisti che hanno penetrato l’intimo di questi processi che avvengono in ogni materia, hanno spiegato come si possa tramutare – per esempio – il piombo in oro.

Ma, anche l’oro – ad un certo punto della sua ‘carriera’ – ‘muore’. Ma, e questo viene detto e ripetuto da tutti i testi alchemici di valore, alla ‘morte’ di qualsiasi ‘forma’ corrisponde immantinente la ‘nascita’ di una nuova ‘forma’; d’altro canto le maggiori Qualitates e le minori Quantitates necessitano di un nuovo ‘substat’. Quest’ultimo è sempre disponibile, e viene amministrato in modo provvido e mirabile da Madre Natura, senza il limite di ciò che chiamiamo spazio e di ciò che chiamiamo tempo.

La morte, dunque – intesa come annichilimento, scomparsa, annullamento – non esiste, e non c’è da aver timore. Mai. Persino al termine del lunghissimo ciclo della vita in manifestazione, il corpo – quello al massimo possibile della propria purezza, ed al minimo possibile della propria ponderalità – cessa di ex-sistere, ma passa – sembra – a qualcosa che potremmo chiamare come in-sistere: appartiene ad una dimensione fisica, ma di caratteristiche talmente semplici ed espanse che il nostro raziocinio può soltanto immaginare, forse esprimibili solo in forma poetica. La Poiesis dell’Amor che muove il Sol e l’altre Stelle.

Tornando alla mia New Years’ Resolution: in quest’ottica, appare crudo e nudo lo stridore di quanto sta accadendo all’umanità tutta, ricca o povera, bianca o nera, gialla o rossa, progredita o arretrata, sia che stia di qua o stia di là; qualcosa, a mio avviso, non torna, non funziona, non serve, non è affatto utile; leggo messaggi assurdi, leggo parole allucinanti, guardo eventi totalmente folli, ben oltre ciò che potrebbe essere imputabile ad una malattia, dove l’importanza viene data soltanto al proprio personale ‘aver ragione’. Sottolineo che questa mia percezione riguarda tanto i cosiddetti ‘cattivi’ che i cosiddetti ‘buoni’. Credo che si stia perdendo sempre più la ‘bussola’. La Stella del Nord indica in nostro Nord, ma è solo un orientamento locale, nulla di più.

Dice: … ma come, non hai fiducia nella Scienza, nella Politica, nella Religione, nell’Esoterismo di gran Classe e Patente, e tutto il variegatissimo resto che popola il mondo affaticato? Rispondo, a c c o r a t i s s i m o: nessuna.

L’uomo ha già compiuto, nei secoli precedenti, le stesse atroci scelte di separazione, distruzione dell’altro: e gli storici – i cronachisti dello scempio compiuto dai nostri predecessori – hanno sempre trovato una qualche ragione che desse conto degli stermini, delle violenze, dei soprusi, degli abomini, dei confronti accaduti: la ragion di stato, la ragione del progresso scientifico, la ragione della mia religione contro la tua, la ragione del più forte rispetto al debole, la ragione dell’io sono meglio di te. E giù tutto il carrozzone …

Confesso di esser stanco. Molto stanco di dover accettare altri scempi. Altre separazioni, altre azioni nefande. Altre cose in stridentissimo contrasto con Madre Natura.

Persino tra chi studia e pratica Alchimia percepisco posture lontane dall’etica Naturale. Non parliamo poi della Fratellanza.

Ergo, anche per motivi spicci che attengono al mio pezzetto di percorso del ciclo, proverò a preparare meglio la mia valigia: leggera e piena di cose che spero utili al passaggio a Nord Ovest, verso nuovi mari e nuove terre: ci vorrà qualche tempo, e molta forza. E molto Amore.

Mi auguro di trovar o ritrovar compagni, Fratres, in questo percorso. Chissà. Ho avuto l’immensa fortuna di poter studiare Madre Natura, e di poter vedere, at last, il cuore pulsante di quello Spirito Universale, in atto; in un modestissimo laboratorio alchemico. Ho pianto di gioia. Il richiamo verso Casa è irresistibile, perché  – purtroppo – non siamo riusciti a custodire la nostra casa. Per cambiare, servono azioni concrete, fatte con le mani e con il cuore, non parole. Il rumore agghiacciante delle parole – e dei pensieri d’ogni sorta che anneriscono l’aere e le anime di ogni vivente su Terra – è oltre ogni soglia di decenza, a mio avviso: il nostro prossimo futuro è mettere il naso fuori dal nostro Sistema Solare, per abbracciare chi è già ‘passato’, e chi non conosciamo. Vi saranno pericoli, senza dubbio, perché la nostra etica non corrisponde alla scala dell’Etica posta in atto ogni istante da Madre Natura: ma non importa. Spero solo che qualcuno – con il suo modo ed il suo tempo – non perda mai l’occasione di incontrare la Dama del Bosco, la nostra Diana; e di seguirla con fiducia e semplicità d’animo, con immensa disponibilità al cambiamento. Occorre cambiar vita nel nostro fuori e nel nostro dentro. Nei fatti, e non più con le solite parole. C’è ben altro nel Bosco di quello che ci hanno raccontato. Molto di più, ben più maraviggioso, molto più Fraterno, molto più Amorevole, molto più di chi parla di fratellanza e di amore.

Alchimia è meravigliosa, ma anch’essa è stata usata talvolta per imporre regole di accesso e di credo e di controllo. Me ne dispiace.

Conoscere è il nostro destino, e praticare quel Conoscere per esser più Fratres e più Innamorati è un dovere.

Come mio piccolissimo dono augurale per questo Caput Anulis, vi invito a viaggiare con gli occhi e con un pizzico di fantasia lungo un pezzettino della nostra galassia, la Via Lactea; si tratta di una rappresentazione elaborata su scansioni tridimensionali di solo una fetta della nostra Galassia, dove ogni ‘puntino’ luminoso è una Stella, di cui gli astronomi hanno potuto – uno per uno – dare le tre coordinate. QUI, scaricate, se volete, l’intero file-immagine (è grossetto: 58.15 Mb), e riportatelo alla sua dimensione naturale (8000x4000px).

Poi guardate, osservate, scorrete con il mouse: ci sono 1.811.709.771 Stelle, con 14.099 Sistemi Solari, non è una rappresentazione al computer, è una foto dell’esistente, di materia in evoluzione; è il panorama che si offre alla vista fuori dalla nostra finestra. Scorrete, pian piano, e apprezzate quanto è spropositatamente immensa la Creazione; rendetevi conto di come questa Creazione, pur locale, è in corso mentre la guardiamo. Tutto si muove, tutto cambia (il nostro sistema Solare, piccolo piccolo piccolo, e in una posizione periferica in uno dei bracci della Via Lactea, ruota attorno al centro della galassia con una accelerazione di circa 7mm al secondo, che – se non vado errato – equivale a circa 220,752 km in un nostro anulus …).

Riflettete, poi, che quel panorama è un pezzetto della nostra galassia, la quale è una minuzia piccola piccola piccola del nostro Universo.

E noi, che fatti non fummo a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza … ancora siamo qui a dire quanto si sbagli l’altro. Con balanzonici distinguo.

Non sarà che ci stiamo sbagliando, tutti?

Pierre Aristide Monnier – … una traduzione

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , on Saturday, July 18, 2020 by Captain NEMO

Ho pensato che qualcuno potrebbe apprezzare la traduzione di uno dei Capitoli tratti dalle Clefs des Œuvres de Saint Jean et de Michel de NostreDame (1872), di Maitre Alcyon de Nantes, alias Pierre Aristide Monnier. Oltre al linguaggio diretto, semplice e facilmente comprensibile, si potrà riconoscere una sorta di metodo allegorico e metaforico che verrà più tardi usato da Fulcanelli nelle sue due Opere; si tratta del Capitolo XXI, intitolato ‘Discesa di Enea agli Inferi‘.

Lo si può consultare (e scaricare) all’interno della Sezione Pages, qui a destra nel Colophon del Blog, oppure direttamente Qui.

Buona lettura!

Paolo, lo Stregatto …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , on Tuesday, July 14, 2020 by Captain NEMO

Caro Paolo,

è passato un altro anno: tutto procede verso il basso, come da programma. La sensazione generale di disagio ha permeato persino chi dice di amare Alchimia. È uno spiacevole sentire, ma – d’altro canto – l’uomo ripete sempre i medesimi errori. Sempre. Perennemente. Criceti in gabbia, ignari della realtà, e felici del girare in circolo nella gabbia dorata. E va così., giro dopo giro …

Paradossalmente, in questi tempi contagiosi e appiattiti, Madre Natura ci ha regalato una stagione straordinaria, ricca di Spirito Universale e di Forza. Fantastico. Erano anni che non succedeva. La Bilancia  cerca sempre Equilibrio.

Se il cuore mio è felice per le meraviglie che – grazie a te – vado scoprendo, lo è meno per l’apatia che osservo nei giovani: il sottile e mellifluo veleno dell’assuefazione rende tutto piatto, noioso, e quasi nessuno, ormai, sente il richiamo delle Stelle. Eterne. Ci sarà sempre tempo per le Stelle, che vivono il tempo e abitano lo spazio. Profondo. E il tempo dell’uomo è così breve. Mi piacerebbe che i giovani si rendessero conto della incredibile opportunità che Madre Natura, provvida e amorevole, sempre offre a chi scelga di porre la domanda di Parsifal. Ma so che è ben difficile sfuggire al torpore predisposto ed orchestrato da chi vuole impedire che l’uomo acceda alla Conoscenza. Confido che qualcuno possa farcela. Non tocca a me spingere. E continuerò a fare del mio meglio per tentar di fare, almeno in parte, quel che tu hai saputo fare.

La Joie che Madre Natura offre, ogni giorno, ogni notte, è scritta nelle tenere nuvole rosa del tramonto, e nei dipinti delicatissimi dell’alba. Ma per cogliere l’alba, devi esser passato per la notte. Luna è lì, forte e muta, ma parlante. Sveglio, a giocare il gioco dei bimbi con il Fuoco e l’Acqua. Nonostante tutto sembri remar contro. Vecchi giochi, antichi giochi, per vecchi bimbi. Innamorati. Vuoi giocare a nascondino con me? … Quanto mi manca il tuo sorriso, Paolo. La tua arguzia, e quegli occhiali abbassati sulla punta del naso. Sono contento di aver mantenuto aperto il nostro canale, la nostra radio: non so quando squillerà Campanellino, e faccio di tutto per aiutare – come posso – i giovani a risvegliarsi dal profondo torpore che li avvolge. Qualcosa succederà, comunque; mentre procedo con il mio Laboratorio, esplorando cose di cui nessuno ha mai parlato, provo una sensazione che non riesco a descrivere: sto camminando in Reami insospettati, zeppi di luci di ogni tipo, con panorami dai colori mozzafiato, profumi soavi e sconosciuti, pieni di un Tutto che è possente e vitalmente attivo. Fluente. Ben più grande di qualsiasi anima umana. Profondo rispetto; e meraviglia, infinita. LUX. E mille domande, nuove. Il metro e la bilancia non servono più su questi prati. Posso solo affidarmi. E, nelle notti di Luna, accanto al forno allegro, ai crogioli borbottanti, alle monachine danzanti, penso sempre a quanto ci siamo detti, in pochi attimi. Così raro è stato quel nostro incontro, che vorrei parlarne a tutti; ma non posso farlo, e non lo farò mai. A te devo la spinta, la stretta di mano, e lo sguardo caldo e fisso, ed il sorriso più amorevole e Fraterno che possa ricordare. Quella notte, smarriti sulla terra, perduti nella notte, ritrovati. Grazie, vero amico Paolo. Mi manchi. Ti abbraccio, sempre forte.

Salutami gli amici del Joe’s Bar … E che il Cielo ci protegga, sempre. Con Amore,

Captain NEMO

Alcyon … o sull’Anima fuggente di Basilio Valentino

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, July 12, 2020 by Captain NEMO

Come promesso, riprendo il discorso a proposito del passo di Fulcanelli sullo Zolfo doppio (vide Post precedente).

Tripus Aureus, hoc est, Tres Tractatus Chymici Selectissimi, nempe I. Basilii Valentini…Practica una cum 12 clavibus & appendice, ex Germanico – 1618

Mia traduzione di Fulcanelli, in Les Demeures Philosophales, 1930 – Grimoire du Chateau de Dampierre, Serie 7, Cassone 5:

“… Quanto allo zolfo del rame, Basilio Valentino ce lo descrive molto esattamente nel primo libro delle sue Douze Clefs[1]: ‘La lasciva Venere, dice, è ben colorata, e tutto il suo corpo non è quasi che tintura e colore simile a quella del Sole la quale, a causa della sua abbondanza, tende grandemente al rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso e malato, la tintura fissa non può dimorarvi, e, morendo il corpo, la tintura perisce con esso, a meno che essa non sia accompagnata da un corpo fisso, dove possa stabilire il suo posto e dimora in modo stabile e permanente.'”.

Traduzione di Eugène Canseliet di Basil Valentin, Les Douze Clefs de la Philosophie, 1956 – Préface du Frère Basile Valentin de l’Ordre Bénédictin touchant la grand pierre des Anciens Sages, p. 86:

Vénus, très adonnée a l’amour, est remplie et vêtue d’une surabondante couleur. Tout son corps est presque de pure teinture, qui ne semble pas différente, pour la couleur, à celle qui est dans le plut opulent métal et, a cause de la richesse de cette couleur, s’intensifie en rouge. Mais parce que son corps est lépreux, cette teinture ne peut demeurer ferme dans ce corps imparfait et elle est contrainte de périr avec lui. En effet, quand le corps est anéanti par la mort, l’âme ne peut rester et elle est obligée de se séparer et de s’envoler, puisque sa demeure a été détruite et consommé par le feu. Elle ne peut demeurer là ou elle ne trouve pas de place. Par contre, elle habite volontiers et avec constance, dans un corps fixe.“.

Traduzione di Paolo Lucarelli, in Le Dodici Chiavi della Filosofia, 1998, p. 62 (traduzione dal brano di Canseliet):

Venere, molto dedita all’amore, è colma e rivestita di sovrabbondante colore. Quasi tutto il suo corpo è pura tintura, che non sembra diversa per colore da quella che sta nel più opulento metallo e, a causa della ricchezza di questo colore, si intensifica in rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso, questa tintura non può essere stabile in questo corpo imperfetto ed è costretta a perire con lui. Infatti quando il corpo è annientato dalla morte, l’anima non può restare ed è costretta a separarsi e a dileguarsi, dato che la sua dimora è distrutta e consumata dal fuoco. Essa non può stare là dove non trova posto. Invece abita volentieri e con costanza in un corpo fisso.“.

Se si confronta la traduzione di Canseliet (e la conseguente traduzione di Paolo) con l’originale Latino del Tripus Aureus (1618 e [in Musæum Hermeticum] 1677 – scelto da Canseliet come edizione Latina di Riferimento -, si deve dire che si tratta di una traduzione molto buona.

Se d’altro canto la si confronta con quella riportata da Fulcanelli, si notano immediatamente alcune piccole discrepanze; si potrebbe pensare  che quanto riportato nell’Edizione del 1930 de Les Demeures Philosophales potesse provenire dalle tre edizioni Francesi de Les Douze Clefs, quelle di Parigi (Paris, Frères Périer – 1624; Paris, Pierre Moet – 1660; Paris, Guillaume Salmon, 1741); le due ultime edizioni francesi si basarono sulla prima, fatta dai  Frères Périer, tradotta dal Tedesco al Latino, e poi dal Latino in Francese. Ma in realtà il brano tradotto da Fulcanelli è ben più tardo, come vedremo tra poco.

Prima di procedere, tuttavia, mi domando come mai – nel 1955-56, anno di redazione ed edizione della Les Douze Clefs – Canseliet non corresse quanto riportato da Fulcanelli nel 1930 (anno in cui, come si è detto, Canseliet e Champagne editarono e pubblicarono la raccolta di Note alchemiche provenienti dal gruppo di Bourges); non lo fece nel suo libro nel 1956, né lo fece nelle successive edizioni delle due opere di Fulcanelli edite da Pauvert nel 1964 e nel 1979.

D’altro canto, tutte le traduzioni Francesi originate da quella dei Frères Périer riportano che ‘… la teinture fixe n’y peut pas faire sa demeure, mais le corps s’envolant, nécessairement la teinture doit fuiure [ per fuir], car iceluy perissant, l’Ame ne peut pas demeurer …‘, mentre nel 1930 Fulcanelli (o Canseliet? o Champagne?) scrisse ‘… la teinture fixe n’y peut pas demeurer, et, le corps périssant, la teinture périt avec lui …‘.  Ora, la differenza tra ‘tintura‘ e ‘Anima‘ è sottile, ma esiste: Basilio Valentino, nelle pagine precedenti questo passo, sottolinea a lungo che è proprio l’Anima a fornire ai corpi la ‘fissità‘; la tintura indica lo Zolfo capace di tingere (che è naturalmente un corpo, concreto), mentre l’Anima è una proprietà universale dei corpi cosiddetti ‘fissi‘ [… e … sì, l’uomo è un ‘fisso’!], una Qualitas che attiene allo stabilirsi della funzione della fissità di un corpo. E la traduzione proposta da Canseliet, più completa, tratta dalla buona versione Latina di Maier, indica che – a causa della morte del corpo causata dal fuoco – la tintura non può che morire assieme al corpo (come è naturale ed ovvio che sia), mentre l’Anima – restata senza corpo su cui appoggiarsi – non può restare, ed è costretta a separarsi e a volar via [e vedremo in un altro Post che cosa potrebbe succedere, secondo Basilio Valentino, a quest’Anima di Venere].

Come ho detto, la prima traduzione Latina che conosciamo sino ad oggi è quella di Micahel Maier, nel suo Tripus Aureus del 1618; eccone il brano in esame:

Quia vero corpus ejus leprosum sit, tinctura illa firma permanens subjectum in imperfecto corpore habere nequit, at cogitur una cum corpore interire: Quando enim corpus morte extinguitur, nec anima manere potest, sed recedere & avolare compellitur.”.

Risalendo alle fonti, vediamo ciò che scrisse Basilio Valentino in tedesco ; l’Editio Princeps del trattato Von der Grossen Stein der Urhalten  è contenuta in Ein kurtz Summarischer Tractat, pubblicata da Bartholomäus Hörnig a Eisleben, nel 1599; eccone la pagina 42 [Click per ingrandire]:

Questa è la frase che ci interessa [Click per ingrandire]:

la cui trascrizione è:

“… / denn wo der Leib durch todtung verzehret wird fan die Seele auch nicht bleiben / sondern muss aufweichen und fliehen / …“, la cui traduzione suona così:

“… / dove il Corpo è consumato dalla morte, anche l’Anima non resta / ma deve ammorbidirsi[2] e fuggire / …“.

Dato che non parlo Tedesco, voglio ringraziare una persona che lo conosce perfettamente, e che me ne ha tradotto alcuni passaggi: la sua cortesia e disponibilità mi hanno permesso di apprezzare meglio il testo del sapiente Monaco.

Per tirare le somme: la traduzione del brano di Basilio Valentino, proposta da Fulcanelli ne Les Demeures Philosopales (edita e pubblicata da Canseliet e Champagne nel 1930) è senza dubbio incompleta, imprecisa: quando muore il Corpo di Venere, non è la tintura (i.e., la Zolfo tingente) che ‘vola via‘, bensì l’Anima; Fulcanelli – in quelle note sul brano di Basilio –  si è probabilmente riferito ad un’edizione dei Chymische Schriften (del 1717) dove, a p. 177, al posto di ‘Seele‘ (Anima) compare effettivamente ‘Tinctur‘ (Tintura). Come talvolta accade, specie nel ‘700, qualcuno interpreta e/o stravolge qualche termine[3], così si è preferito togliere di mezzo il termine ‘Seele‘ (Anima’) e sostituirlo con ‘Tinctur‘ (Tintura), scambiando la causa per l’effetto: potenza dell’Illuminismo! Che il vero Fulcanelli – chiunque egli fosse – non si sia accorto della sottile distinzione, ed abbia preferito leggere una versione per così dire ‘vulgata‘ di Basilio, mi pare poco credibile: Fulcanelli era un uomo di profondissima preparazione scientifica e alchemica. Ma non si capisce perché Canseliet – uomo che della precisione nelle traduzioni fece un giusto motivo d’orgoglio, e che aveva pubblicato nel 1956 un’ottima traduzione del trattato di Basilio Valentino, nel quale si parla giustamente di tintura e di Anima, differenziandoli – non abbia poi provveduto a correggere il passo pubblicato nel 1930, per di più inserendo nella seconda (1964) e terza edizione (1979) una Nota che recita: “Les Douze Clefs de la Philosophie. Testo corretto sull’edizione di Francoforte; Editions de Minuit, 1956, p. 86.”. E va beh …

Chiarito che – nella visione di Basilio Valentino – il ruolo dell’Anima è cruciale per assicurare fissità a qualsiasi corpo, continueremo il discorso assieme in un altro Post, dove potremo approfondire meglio la questione.

 

[1] [NdA] Les Douze Clefs de la Philosophie. Texte corrigé sur l’édition de Francfort; Editions de Minuit, 1956, p.86.

[2]Aufweichen‘, significa anche ‘indebolirsi‘, ‘staccarsi‘, ‘separarsi‘, come anche – curiosamente – ‘fradiciarsi‘, ‘inzupparsi‘.

[3] Di bontemponi ed errori è naturalmente piena anche l’Alchimia: l’edizione del 1612 del Von dem Grossen Stein der Uhralten (attribuita a Johann Tholden) riporta la frase in esame così: “… / denn wo der Leib durch todtung verzehret wird / fan der Lieb auch nicht bleiben / sondern muss aufweichen und fliehen / …“, cosicché si dovrebbe leggere che ‘… / quando il corpo e consumato dalla morte / anche il corpo non resta / ma deve ammorbidirsi e fuggire / …‘, il che è evidentemente un assurdo. Michael Maier, sapientissimo Conte Palatino, tedesco, e in seguito agente segreto dei Fratelli RC a Londra, si deve esser fatto un mucchio di risate nel leggere il trattato del 1612; e infatti, tradusse quello ‘buono‘, del 1599.

Il Mistero delle Tre Notule … in onore della Gran Dama, quella Universale.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, June 29, 2020 by Captain NEMO

Ho atteso qualche giorno; volevo rendermi conto se qualcuno avesse voluto dire la sua a proposito del sasso gettato nello stagno – o forse meglio, ‘in piccionaia‘? – da parte di Fra’ Cercone; sto parlando di tre vecchi suoi interventi che, parecchi anni fa, furono offerti al pubblico di un altro palcoscenico. E dopo aver atteso, ho riflettuto, non poco, ma tanto, su quelle parole. San Sebastiano, e le frecce. Il tempo scorre, e tutto sembra essere ripetuto, ma la vita alchemica – la mia, quella di Fra’ Cercone, e di tanti altri (sebbene pochi, in verità; per vari ameni motivi) – ha portato esperienza, scoperte, ipotesi, nuovi prati, prove sperimentali, e progressi; e ricordi. Eppure, ancora oggi, quelle parole suonano sincere, veritiere. Condivisibili.

E allora, dato che qualche cosa ho trovato lungo il mio camminare, dato che viviamo tutti – i pochi – nel medesimo mondo che passa come di consueto tra spine e dolori e abbagli e silenzi e clamori, e triti inganni che avvolgono gli uomini, persino quelli che vestono medaglie e mostrine, scorgo in quelle parole l’opportunità di affiancarmi alle riflessioni proposte da Fra’ Cercone; non soltanto per la fratellanza che mi lega a lui, perenne, luminosa, pura, pulita, sempre onesta, allegra, seria e tanto altro; ma – soprattutto – perchè vengo da terre e lune e montagne e acque – acque – sempre fresche, amorevoli, distaccate – quasi per magia naturale – dal mondo delle piccole manovre, delle illusioni, dei mezzucci da quattro soldi. L’Alchimia porta verità, talvolta scomoda verità, ma pur sempre semplice, limpida verità. Quella ho cercato, e quella continuo a cercare. Non la mia verità, che non esiste. Quanto la freschezza della Gaia Scienza, che ho visto ormai calpestata, e tristemente svilita, dimenticata; quasi fosse un inutile cartoccio di sogni. Cammino, pagando il passaggio dovuto, come è costume, e camminerò sempre in cerca di prati verdi, pieni di uccelli e di aria pura, e limpidi orizzonti, cristallini.

Così, proverò a riproporre quelle note oneste dell’onestissimo Frate Cercone, sol per aiutare i giovani che si avvicinano alla Scienza più dolce e vera e bella che ci sia: Alchimia. Vi sono momenti, nella vita di tutti, in cui è opportuno porsi domande, più che in altri momenti: non per mancar di rispetto, ma per il rispetto che si deve agli inesperti, e per il rispetto di chi sempre attende al Joe’s Bar, su Bellatrix; e altrove.

Allora, ecco il primo intervento:

Cari Cercatori,
E’ triste constatare come onesti e volenterosi cercatori vengano ignobilmente circuiti.
Mi suscita grande amarezza vedere l’Alchimia o, per meglio dire, la Filosofia Naturale ridotta a un immangiabile pappone.
Nel minestrone delle nostre nonne, andavano a finire tutti gli avanzi, ma conditi con tanto amore, l’ingrediente sovrano che miracolosamente rendeva prelibato anche il più umile desco.
Invece qui l’amore manca, il piatto è condito con superbia, prosopopea e sopra tutto, al posto del parmigiano, un’abbondante spolverata di frottole ben tritate.
Rimangono gli avanzi, materiale raccogliticcio qui e là e avariato; il pappone non solo è immangiabile, ma anche tossico, per la salute intellettuale.
Per disintossicarsi, consiglio una buona lettura, come ad esempio l’Enchiridion Physicae Restitutae, del Presidente d’Espagnet, (si trova in rete, gratis et amore Dei). E poi, per gli amanti delle scalate di sesto grado superiore, Voyages en Kaleidoscope, dell’enigmatica, quanto affascinante, madame Irene Hillel Herlanger.
C’è un metodo ancora più segreto, insegnato da Joël Joze: basta captare nelle pupille di ogni essere vivente le immagini di tutte le cose visibili, condensarle, fissarle, comprimerle secondo metodi noti solo a lui, ottenerne, grazie a un procedimento sorprendente e vertiginoso la sintesi chimica; perché queste immagini proiettate sullo schermo appaiano subito in METAFORE-ANIMATE. Joël Joze chiama queste proiezioni così particolari
VIAGGI IN KALEIDOSCOPIO
Trasformate nello stesso apparecchio, per mezzo di misteriosissimi fluidi, di sali e di metalli preziosi, le Visioni si concentrano istantaneamente sotto forma di pastiglie platinate che possono poi servire a un numero illimitato di esperienze.
Così, ciascuno di noi, secondo le sue tendenze, scoprirà il SENSO NASCOSTO di ogni cosa
…. M. Joze pretendeva semplicemente di rigenerare il nostro Pianeta.
(da un post di Paolo Lucarelli, in questo Forum, in data 2 febbraio [Candelora!] 2005)
Fraternamente, FC (fra’ cercone fra’ birbone)“.

E la mia risposta, breve:

“Caro Fra’ Cercone & Fra’ Birbone,

Lei scrive ‘ignobilmente circuiti‘; e – concordando – mi verrebbe da chiedere; ma … qualcuno si chiede mai quale mai possa essere il motivo per cui qualcuno vuolecircuire‘ qualcun altro? … la risposta è facile facile, da non richiedere alcun commento da parte mia. Eppure, il ‘corto-circuito‘ continua, e tutti, ma tutti!, sorridono felici, beati, inebetiti, tanto i circuìti che i circuitanti… “… uh, guarda guarda, guarda qui … ma quant’è bello ‘sto ‘circuito‘ !

Poi: ‘o pappone è indigesto; ora che il Laboratorio mi ha portato pietanze buone e succose e mirabili, non posso che concordare. Manca l’Amor… del tutto; ma da lunga pezza. Pare uscito, nessuno lo ha visto, nessuno nemmeno ne parla. Più. E questo è disdicevole, una vera disgrazia. … Eh va beh!

L’Enchiridion del President di Bordeaux è un capolavoro senza pari, ma tutti lo leggono, e nessuno lo studia: ergo, i suoi fiori non vedono la luce negli animi di quelli che ‘leggono‘; figurarsi i frutti, quelli eterni. Rimasti tutti nel cassetto, pura teoria speculativa e simbolica, come proclamano i grandi dotti che animano i conclavi più o meno altisonanti di alchimia (scritto in minuscolo, et pour cause). Peccato.

Dei Voyages di Madame Hillel-Erlanger si parla sempre, a destra e a manca; per forza, è così exotique che fa eleganza blasée sciorinarne i versi; ma le informazioni in esso così ben incastonate, pur brillanti, non vengono colte; anzi, meglio non parlarne, si dice. Resta talvolta, qualche idiota (sedatelo subito, please! …) che sobbalza, for example, nel ‘leggere‘ del ‘bure‘. Ma un sobbalzo solo di qualche attimo, per carità, non c’è da preoccuparsi (la sedazione è rapida ed efficace; pare addirittura che dia piacevole e remunerativa assuefazione). Poi si torna a sviolinare, e a fare la moina di meravigliosa memoria parte napoletana e parte nopea. Posso sorridere con Lei, Messere, sulle ‘… pastilles platinées qui peuvent ensuite servir à un nombre illimité d’experiences’? Che vorrà dire? Peccato, un altro.”

Ecco ora il secondo intervento:

Caro B.,
A mio parere, Il Mistero delle Cattedrali è stato scritto due volte (almeno), o meglio, è stato scritto e poi riscritto.
Il problema è che le due versioni coesistono in un solo libro. Non solo, ma sono state anche accuratamente frammiste tra loro onde, mentre si parla, -già sotto chiave ovviamente-, di un procedimento, improvvisamente e senza alcuna premessa, viene inserita una frase o qualche parola riguardante un altro procedimento.
E non è tutto. Non bisogna dimenticare infatti che Fulcanelli è maestro nella Lingua degli Uccelli, la quale, basata esclusivamente su assonanze, è intraducibile. E sebbene Paolo Lucarelli di ciò faccia menzione, tuttavia, pur generoso al limite del lecito, e forse talvolta anche un po’ oltre, certamente si guarda bene dall’evidenziare i doppi e i tripli sensi, sparsi un po’ ovunque nel testo.
Permangono gli interrogativi di fondo.
Cosa ha spinto Fulcanelli a riscrivere il libro? Solo dopo aver ultimato il manoscritto si è forse accorto che si poteva far meglio? E si è dunque premurato di inserire nel testo le nuove acquisizioni? Oppure, ritenendo di essere stato troppo esplicito, ha voluto mischiare ulteriormente le carte?
In mancanza di risposta certa, mi astengo dal formulare ulteriori ipotesi.
Cerconescamente tuo, FC“.

Cui segue la mia seconda risposta, sempre breve:

“Caro FC,

Due volte!? … poffarbacco! ….’scritto e poi riscritto‘ !? … ma Lei è sicuro !? … non sarà che si tratta di un mucchio di note scritte da una pattuglia di nostalgici appassionati d’alchimia francese (la freccia indica “Bourges“, la cui Cattedrale – magnifica – non appare nel libro), nel quale solo uno – ancora nell’ombra – era quel genio supremo – vero indagatore, vero innamorato, enorme studioso, spirito scientifico senza pari, straordinario praticante – che scrisse le poche note degne della massima attenzione da parte di chi avesse voluto (uso il congiuntivo all’imperfetto, per un buon motivo) sul serio trovare il semplice bandolo della matassa operativa? La seguo sul ‘riscritto‘, capisco dove vuol andare a parare, perché esiste questa possibilità. Tuttavia, per parte mia, comincia a sorgere il sospetto che possa essere stato eventualmente riscritto fors’anche perché qualcuno del gruppo originario mai aveva capito quale fosse il senso vero e la meta operativa vera della Grande Opera; forse – e lo sussurro, ancora con una decina di dubbi – quel genio ancor sconosciuto ha voluto ‘togliere‘, piuttosto che ‘aggiungere‘, specie dopo i gran balli da Belle Epoque dell’Avenue Montaigne. Chissà … magari si era dispiaciuto di qualcosa? E non parlo di chi è venuto dopo quelli di Bourges, i quali hanno imboccato una strada vecchia, e davvero poco utile alla Antica Bisogna. Solo Paolo Lucarelli, scientifico alchimista di enorme caratura, ha compreso Fulcanelli, e gli altri – che lo osannano – credo non abbiano ben afferrato alcune cosette. Ma, naturalmente, è solo la mia povera opinione, tipo San Sebastiano … ça-va-sans-dire.

Sulla Langue des Oiseaux: a proposito di questa surreale invenzione, affascinante e meravigliosa, si parla di un altro genio fuor-del-suo-tempo, il beffardo ma sapientissimo Grasset d’Orcet, e con ragione. Assieme al Bretonissimo Monnier, che amava, e non poco, quella Langue, anche quel ricchissimo dandy, da me più che stimato, Monsieur Roussel,  era parte del Grand Jeau, sin dall’inizio. Se diamo fede alla nota missiva di Dujols a Roussel, Fulcanelli (che sarebbe Decoeur) richiede indietro la prima stesura dell’opera. Per qual motivo? … non che Roussel sapesse molto d’Alchimia, ma il suo saper giocare – e costruire succose assurdità, ma pertinenti – con parole e frasi è cosa ormai arcinota. Et alors ? …. La Cabala Fonetica appassiona tutti, è il miglior trucco per allontanare gli stolti; ma, concordo con lei, è tutta di lingua Franca; solo un Franco ingegnoso&ingegnere poteva escogitar la trappola a-doppio-effetto: le allodole le mandiamo per fratte, tutte contente per le ghiande e le granaglie, e gli svegli – ma debbono aver GIA’ operato sulla via vera, (e non quella falsa) – li aiutiamo un pochino, a patto che abbiano studiato con profitto l’Antica Scienza! Ripeto: … se l’opera è stata ‘ritirata & riscritta‘, ci deve essere stato un motivo, qualcosa di serio doveva essere successo. E qui … al momento, non possiamo che scrivere: ‘ignoramus‘; il che non toglie il fatto che un motivo – seriodeve esserci stato.”.

E, per finire, il terzo intervento:

“Fulcanelli still baffles me.
Lo dico in inglese, perché il verbo ‘to baffle’ non ha in italiano una traduzione adeguata. Significa allo stesso tempo confondere, causare perplessità, eludere e sconfiggere.
Più (ri)leggo Fulcanelli più aumenta la meraviglia, non tanto perché la sua identità terrena sia sfuggita a generazioni di curiosi che vanamente si sono affannati a darle un nome, quanto perché è riuscito ad eludere anche i suoi più stretti collaboratori. Tranne una, l’affascinante Irene Hillel-Erlanger, di cui poco si dice, perché poco si comprende. Non è curioso, –en passant-, che essa ebbe in sorte di condividere, a quanto è dato sapere, lo stesso fato di Nicolas Valois, soppresso anche lui da un’ostrica? Sotto quale polvere sono finiti Joel Joze col suo straordinario caleidoscopio, Gilly il fedele servitore, Vera e Grace? Giusto merito va qui dato a Archer, che non li ha dimenticati e dal suo bel sito ci rammenta: « Sous le couvert d’une fiction surréaliste, l’Auteur dévoile les plus Hautes Secrets de l’Hermétisme Trascendent. Mais ne les déchiffre pas qui veut…. »
Non avendo la vocazione di San Sebastiano, ho esitato a lungo prima scrivere, ma come sempre confido nella Sua clemenza.
E’ forse peccato di lesa maestà additare ai novizi l’incolmabile distanza che separa le Il Mistero dalle Dimore? O il Maestro dall’allievo, o meglio, dai suoi contemporanei? E’ forse riprovevole avvertire gli esordienti, metterli in guardia e, gettando acqua sulla loro ardente fede, ma cieca, risvegliarli dal torpore che li avvolge?
Fulcanelli appare più interessato al futuro che al presente. Il suo “Or du Temps” resiste, inerte come un seme sotto terra, alle illazioni ventilate a più riprese su di lui, per rinascere ai posteri, più vivo che pria. Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti.
La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.
Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione. Un labirinto dal quale occorrono ben più dei fatidici quaranta dì e quaranta notti per uscirne vivi, come nella canzone: ‘Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott, A San Vittur a ciapaa i bott, dormì de can, pien de malann…’
Il Tempo, come sempre galantuomo, renderà giustizia.
Fulcanelli still baffles me.
Con osservanza, spero, FC“.

Cui segue la mia ultima risposta, pur breve:

“Caro FC,

sul ‘bafling‘ non ho dubbi a crederle, dato che ho letto e (ri)letto Fulcanelli alcune centinaia di volte, sempre restandone ammirato, perplesso e sorpreso, talvolta accigliato. Su Madame Hillel-Erlanger ho già detto qualcosa poco sopra, e le dirò che l’episodio della morte-per-ostrica mi ha sempre fatto sganasciare dalle risate; poi, Valois, … lei crede che qualcuno lo abbia letto nel suo Francese antico? … dico meglio: studiato!? … compreso, almeno un tantino!? …. guardi che Valois era uno dei pochissimisi cinque o sei – in venti e passa secoli – che ha detto il vero, e che ha percorso l’operatività ‘naturale‘, quella semplice, dove la evidente prospettiva della Pierre Philosophale – posta sempre in primo piano – ‘baffles‘ la parata di stolti che ancora oggi credono che il detto ‘Una Res, una Via, Una Dispositione‘ sia una dotta affermazione da retori, piuttosto che da appassionati alchimisti. Mi è capitato di incontrare persone che ancora non si sono rese conto di cosa mai possa essere la ‘Dispositionem‘; come anche quelli – e sono un mucchio – che ancora oggi, al giorno d’oggi, in Italia come altrove, parlano della Pietra Filosofale come della vera meta della Grande Opera!

Ma forse, temo, non sono affatto interessati ad approfondire la Conoscenza dei processi di Madre Natura. Ma non mi dilungherò su questo. Per ora.

Quanto al peccato di lesa maestà: ebbene, ritengo che sia il sottoscritto che Lei verremo – se già non lo siamo stati – accusati di tal gravissimo peccato. Urbi et orbi.

Peccato che una tal maestà non esista sulla faccia della terra, per non parlare di Bellatrix, tanto meno nel Regno dell’Alchimia, dove il Re, un Roi qualsiasi, – a parte quello delle metafore -, non potrebbe mai aversi: c’è solo una Reine, Dame Alchimie. Non uomini, ma Madre Natura. Eppure, ne sono certo: il solo presupporre che si possa parlare con pacatezza di tutte quelle ‘incolmabili distanze‘ che lei amabilmente indica (tutte!) farà alzar sopracciglia a molti, sentiremo molti soffiarsi il naso, molti altri guarderanno con altera sufficienza chi osasse sollevar la lampada su quanto si va dicendo, molti si offenderanno, e spareranno cannonate balanzoniche. E siccome non temo, con Gaia Scota postura, faccio mie le sue parole:

Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti. La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.

Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione.‘.”

Concludo con un’allegra raccomandazione, ai giovani; che spero ancora incontaminati: non credete a nulla, tantomeno a noi, ma piuttosto ponetevi sul cammino della Conoscenza di Madre Natura, e al più presto; con tutta la vostra Force, dotatevi prima di un solidissimo e continuato bagaglio tratto dallo studio tenace della Philosophia Naturalis; poi, solo dopo, procedete a mettere in pratica quanto riterrete di aver appreso; aprite il vostro Laboratorio; poi mettetevi in testa che sarà assolutemente necessario salire – e per lunghissimo tempo –  sul trenino quotidiano che porta dai Libri al Laboratorio, poi dal Laboratorio ai Libri, e di seguito così, ogni santo giorno. Sappiate che il cammino che avete intrapreso sarà lunghissimo (decenni, … eh sì!), e che dovrete necessariamente cambiare la vostra visione della vita, radicalmente e per sempre; in effetti, il Laboratorio lo proverà man mano che proseguirete, le cose non stanno come crediamo. La via è semplicissima, e per questo è difficilissima. Non fatevi raccontar balle, nè dagli uomini, nè dai libretti & libercoli, ma procedete con assoluta tenacia a ri-studiare, tutto. La Philosophia Naturalis è sconosciuta persino a chi dice di ‘fare‘ Alchimia; senza di essa, senza quella LUX, approderete a porti fantasma e alle famose – infauste – lucciole per lanterne. Siate indagatori del finissimo e del più che sottile (che non significa ‘sottigliezza’, bensì per minima, quello del Trevisano, di Philalethe e di Santinelli), ma sbarazzatevi sin dall’inizio di chi vi parla di mistica, speculatività, simbolismo, amiccamenti, scorciatoie, io-ho-capito-tutto-e-ti posso-iniziare, e tutte le amenità inventate per secoli da chi ha tentato – molto spesso con successo –  di impadronirsi dell’Arte per irretire gli ingenui e limitare la vostra libertà di indagine. Siate puri, e Gai, ma … sempre veri, onesti, tenaci. Non mollate, non cedete – mai – al Canto delle Sirene.

Per questo, per mettersi in questo Gioco, occorre Passione, Amore, Fratellanza Antica, Umiltà, Allegria, Coraggio.

L’Alchimia è vera, e porta alle Stelle.

Punto.

Le Rapport Fulcanelli

Posted in Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Friday, June 12, 2020 by Captain NEMO

Qualche tempo fa sono casualmente incappato sul Web in un documento del 2013, a proposito – con le parole dell’autore – del ‘Mito Fulcanelli‘. Dato che non amo affatto la moda ‘social‘, non mi tengo sempre aggiornato sul gossip, per di più di stampo alchemico francofono; per la verità, preferisco proprio evitarla, ritenendola soprattutto inutile. Ma dato che in Francia se ne è parlato come di un documento di un certo interesse, gli ho dato un’occhiata. Dopo un’oretta, mi sono reso conto che si trattava di uno scritto anonimo, auto-pubblicato in Francia e che è stato reso disponibile in poche copie tramite i buoni uffici di Filostène Junior, dal suo Blog belga; dopo pochi giorni, la diffusione si è fermata ed il Blog dopo un po’ non è stato più aggiornato.

Si tratta di una sorta di ‘studio‘ che un fantomatico ‘collectif de personnes‘ affidò all’autore allo scopo di riassumere e dirimere l’intricata matassa di suggerimenti, ipotesi, contrasti, storie e storielle relative a Fulcanelli, il suo milieu, e l’origine delle sue due opere: come si sa, l’identità di Fulcanelli ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, soprattutto in Francia. L’autore anonimo del fascicolo, che si firma ‘Ad. N.‘, si è dato da fare nel ricostruire la storia delle ipotesi a suo dire più credibili, e che hanno riguardato non soltanto i possibili ‘fulcanellisables‘, ma anche i vari personaggi – più o meno importanti – che si sono occupati della paternità delle due opere sin dal 1926. Con uno stile di scrittura asciutto quanto poco curato, e anche un po’ bizzarro, l’autore ricostruisce in modo riassuntivo ma interessante le ben note vicende che portarono alla pubblicazione prima de Le Mystère des Cathédrales (1926), e poi de Les Demeures Philosophales (1930); l’autore conclude che le tesi di Walter Grosse e di Filostène Junior siano le più certe, e aggiunge da parte sua delle prove relative ai registri contabili dell’editore Schemit, a suo dire a sostegno di quelle pubblicate da Grosse e da Filostène Junior.

E dato che ritengo che non tutti siano a conoscenza di questo ‘rapport‘, ho pensato di offrirne una rapida traduzione Italiana, come un semplice documento da affiancare – eventualmente – ad altre opere che trattano di questi argomenti: chi lo desiderasse, potrà acquistarla su Lulu, qui.

Come detto, questo non è certo un libretto d’Alchimia, o sulla storia dell’Alchimia: è solo un curioso documento, la cui importanza è tutta da dimostrare. Quel che mi è parso interessante però, se non significativo, è che – nonostante l’autore affermi che lo scopo del misterioso ‘collectif‘ fosse quello di porre fine, e una volta per tutte, alla lunga lotta che ha visto Canseliet contrapposto ad un manipolo di feroci critici a proposito della vera autorship delle due opere firmate Fulcanelli (tra questi primeggiano R. Ambelain e G. Dubois) – mi pare che emerga piuttosto uno scenario forse poco conosciuto, ma neanche troppo nascosto.

Preciso che quanto segue è solo una mia idea: da quel poco che mi è capitato di trovare, la vera storia della genesi dei due capolavori dell’Alchimia moderna è ancora tutta da scrivere; è probabilmente da Bourges che prese le mosse questo audace progetto, da un gruppo di personaggi francesi della fine del XIX secolo, appassionati di esoterismo e della antica tradizione alchemica francese (tolosana e normanna): di mezzo ci fu Aristide Monnier, Alphonse Brunet d’Anvault, Paul Decoeur, Pierre Dujols, Charles de Lesseps, e qualcun altro; alle soglie del XX secolo, quando si decise di dare il via al progetto editoriale vero e proprio, che inizialmente prevedeva uno studio del simbolismo alchemico delle 5 più importanti Cattedrali di Francia, Raymond Roussel fu il primo redattore di una bozza tratta dalle numerose note raccolte dal gruppo nel corso degli anni; poi deve essere accaduto qualcosa che ha spezzato l’integrità, tanto del gruppo che del progetto, e solo poche note furono affidate da Decoeur e Dujols a Canseliet (per la parte di redazione finale) e a Champagne (per le magnifiche illustrazioni); ma questa frattura, di cui ignoro le cause, fece sì che solo alcune note trovarono posto nell’edizione finale affidata ai due giovani collaboratori (Canseliet e Champagne). Con la scomparsa di Decoeur e Dujols, Canseliet e Champagne conclusero il compito loro affidato, ma le prime edizioni delle due opere (1926 e 1930) furono un fiasco: poi, grazie all’opera appassionata e dedicata di Canseliet, la storia è nota, le due opere divennero dei veri e propri Best Sellers. Ancora oggi, e quanto giustamente, le due opere costituiscono il più solido gradino di partenza nello studio e la pratica dell’arte alchemica, ormai in tutto il mondo.

Ho una vaga impressione che qualcosa di poco chiaro possa essere accaduto agli inizi del Novecento a Parigi, qualcosa di cui forse Canseliet era ignaro a causa della sua gioventù; qualcosa separò il gruppo iniziale, e dopo il 1926 Canseliet e Champagne si ritrovarono soli con un mucchio di note di più mani, con l’incombenza di pubblicarne il contenuto come meglio si poteva; poi Champagne morì nel 1932, e Canseliet proseguì il suo cammino, sia di discepolo operativo che di fedele difensore di un’idea che ormai era divenuta mito. Ma quella frattura causò una separazione tra due fazioni, dove quella Belga – per ragioni che ignoro – conosceva forse meglio come fossero andate le cose. E nell’ombra di quel gruppo originario di Bourges, poi spostatosi a Parigi, potrebbe celarsi anche qualcun altro cui potrebbe spettare il nomen Fulcanelli. Jean Laplace trovò una foto tra le carte di Canseliet poco dopo la sua scomparsa …

Quanto ho riassunto qui sopra è tratto da una serie di dati resi pubblici, con un sapiente contagocce, durante gli ultimi 10-15 anni da parte di Filostène Junior (nel suo Blog, quando ancora vi scriveva, e nei suoi due libri): mi sono sempre domandato, ed ancora mi domando, come mai egli abbia potuto disporre di notizie, nomi, dati, documenti autografi, dettagli, confidenze così legate alla vicenda della nascita delle due opere; la risposta è naturalmente legata ad una sorta di ‘eredità storica‘ sul come&quando siano andate le cose ‘fulcanelliane‘ affidategli dal suo mentore, tale Filostène Senior, ora scomparso, ma forse no (Quién sabe?); quest’ultimo sarebbe stato un ingegnere minerario, mi pare, di origine belga, poi ritiratosi in Sud America. Ma soprattutto: perché renderle pubbliche soltanto in questi anni? Cui prodest?

Non disponendo ancora di una risposta più approfondita alle due domande, non posso non constatare che è ancora in corso un confronto, che mi pare bruttino assai, tra Francia e Belgio a proposito non soltanto della vera identità di Fulcanelli, ma anche della figura di Canseliet; il quale, incontestabilmente, è stato senza il minimo dubbio il buon Maître di un’intera generazione di studenti e praticanti d’Alchimia (per 50 anni, e passa!), e tutti noi dobbiamo essergli davvero grati per il complesso, difficile, oneroso ruolo che ha scelto di mettersi sulle spalle. Anche  ‘Ad. N‘ gliene riconosce il merito, però … però … qualche fatto presentato in questo ‘rapport‘ sorprende il lettore; la figura di Canseliet che tutti conosciamo, ne soffre. D’altro canto, gli eroi esistono solo nei racconti del mito, e ogni alchimista, sia egli un principiante o un maestro, resta sempre un essere umano: fallibilità e debolezza sono di ogni uomo, sempre … Ma, nel dirlo, continuo a chiedermi: cui prodest?

Davvero dobbiamo ancora pensare che un’eventuale verità storica – per non parlare della dottrina operativa! – sia patrimonio solo di una persona, di un gruppo, di tizio o di caio?

Non sarà ora di metter la testa in lavatrice, e pulirsi dell’ego che ogni cosiddetta “Appartenenza” impone? Ma pulirsi tutti, pure gli alchimisti italici, franchi, valloni … e via dicendo.

Temo che si sia smarrito, e da lunghissima pezza, il senso della Creazione, e, per traslato, dell’Alchimia: Amore & Equità. Mah, … e poi si parla, a destra come a manca, di “Fratellanza“; roba da ‘chiacchere&distintivo‘, piuttosto.

Comunque sia, l’histoire dell’Alchimia Europea va avanti, con pezzi distillati & pezzi nascosti, … Concludo informando che il fascicoletto ‘Le Rapport Fulcanelli‘ è stato tradotto ‘as is‘, senza commenti, a parte qualche nota di traduzione e/o maggior precisione nelle citazioni riportate: … e ‘as is‘ ne lascio l’opinione al lettore.

Le cri de l’Alcyon, … et du Cygne rôti, s’il vous plaît.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, May 11, 2020 by Captain NEMO

Come l’uccello di cui porto il nome, sono apparso a Nantes al solstizio d’inverno, messaggero che annuncia la calma e la pace ai naviganti lanciati sul mare del mondo. gettando attraverso l’aere il grido perforante ripetuto dagli eco, una delle sue grida che emozionano e che fanno sognare questi uccelli sacri che gli antichi chiamavano lingue e che li consideravano come gli interpreti del cielo.“.

Così si presenta Alcyon, alias Pierre Aristide Monnier: è un Bretone, orgoglioso della sua origine celtica, studioso della tradizione di quella terra singolare, fervente cattolico, Realista legittimista, profondo studioso del greco, dell’ermetismo, di alchimia e dell’opera di Michel de NostreDame. Alcyon viene dal greco ἀλκυών:  l’Alcyon Atthis è proprio il variopinto Martin Pescatore, il Martin Pecheur, l’Eisvögel, il KingFisher. Il Mito ci informa che Alcione era una delle figlie di Eolo, e sposa di Ceice; i due si amavano così tanto che si vezzeggiavano tra loro con il nome di Zeus e Hera, ed Alcione era così bella che veniva spesso scambiata dai pastori per Artemide (la latina Diana); ovviamente Zeus, Hera e Artemide montarono su tutte le furie e – detto fatto – una tempesta marina causò l’annegamento di Ceice, così che la bella Alcione, straziata dalla morte dell’amato sposo, si gettò in mare da una rupe per raggiungerlo: Zeus – mosso da una tardiva pietà – li tramutò così in uccelli dalla livrea magnifica. Il loro nido, però, costruito nei pressi del mare, era continuamente distrutto dalle onde; una seconda mossa pietosa del Re dell’Olimpo placò così il mare per sette giorni prima e sette giorni dopo il solstizio d’inverno, così che le uova degli Alcioni potessero schiudersi: questi quindici giorni vengono ancor oggi ricordati come ‘i giorni d’Alcione‘, giorni di pace e tranquillità. Atthis, inoltre, viene dal greco Ἁκταία, Actæa (meglio conosciuta come Attica) che indica la riva del mare. Troppo poetico? Forse, ma questa ποίησις pare aleggiare anche nel brano del Bretone Monnier.

Con lo stesso spirito, Monnier in un suo scritto indica all’artista che poco prima della morte alchemica dell’aquila e del leone, cioè del combattimento delle due nature, si ode – sottile ma penetrante – un suono, o forse un canto, della materia, che assomiglia a quel grido dell’Alcyon.

D’altro canto, con pari lirismo Canseliet – a proposito di un sifflement – commentò la VI Chiave di Basilio Valentino:

… Cette distillation sèche est attestée par les deux profils flammés et par le vieillard versant l’eau de la mer que rappelle le trident de Neptune, tandis que le cygne, plus discrètement, en marque le détail sonore. Celui-ci constitue la plus sûre indication que l’artiste puisse obtenir de la pratique naturelle et philosophique. C’est ce signe bruyant qui sert de jalon et de point de repère dans la conduite régulière du travail; …. De nouveau, nous solliciterons la décoration du couvent de Cimiez, dans l’une des petites peintures des corridors représentant le bel oiseau, que nous voyons orner, de sa blancheur et de sa majesté, les calmes eaux de nos étangs. Le cygne a toujours été regardé, par les alchimistes, comme un emblème du mercure; il en a la couleur et la mobilité, ainsi que la volatilité proclamée par ses ailes. Au monastère franciscain, la devise latine dégage l’ésotérisme de l’image;

DIVINA SIBI CANIT ET ORBI

Il chante divinement pour soi et pour le monde.

Ce sifflement, qui ne manque pas de surprendre l’opérateur à ses débuts, est nommé le chant du cygne (le signe chantant), parce que le mercure, voué à la mort et à la décomposition, va transmettre son âme au corps interne issu du métal imparfait, inerte et dissous.“.

La versione francese di Canseliet di questa Sesta Chiave, tradotta dal latino (Maier,  nel suo Tripus Aureus del 1618), recita:

L’homme double igné doit se nourrir d’un cygne blanc; ils se détruiront mutuellement et, de nouveau, reviendront a la vie. Et l’air des quatre parties du monde s’emparera des trois quarts de l’homme igné enfermé[1], afin que le chant du cygnes puisse être entendu et, de leur adieu, les tons musicaux exprimés. Alors le Cygne rôti sera le repas du Roi et le Roi igné aimera beaucoup la voix agréable de la Reine, l’embrassera de son grand amour et se rassasiera d’elle jusqu’à ce qu’ils disparaissent tous deux et se fondent ensemble en un corps.“.

Per completezza, riporto il Latino della versione di Maier:

In Italia, l’edizione di Canseliet è stata tradotta da Paolo Lucarelli per le Edizioni Mediterranee.

Curiosamente, in Araldica il Cigno, quando è rappresentato su un nido flottante, viene spesso chiamato Alcione.

Ed a proposito del ‘candido cygno‘, di questo Mercurio che – nelle parole del Maître di Savignies – muore e si decompone, per ‘trasmettere la sua anima al corpo interno generato dal metallo imperfetto, inerte e dissolto‘, val la pena di notare che Paolo Lucarelli ha tradotto il termine ‘issu‘ con ‘generato‘, quando la traduzione più semplice e comune è ‘uscito‘. Questo mercurio-cigno, che canta la propria morte nel ‘trasmettere‘ la sua anima al corpo interno generato dal metallo imperfetto – poco prima del Matrimonio del Re e della Regina – è di un colore evidentemente bianchissimo; ecco come Bernardo Trevisano lo descrive al termine di una serie di sublimazioni, in un procedimento da lui chiamato ‘Primo Grado‘ [come sempre, occorre prudenza nel mettere in corrispondenza i passi di diversi autori, di diverse epoche; e riflessione]:

Ti dico dunque, chiamando Dio come testimone di questa Verità, che questo Mercurio – essendo stato sublimato – è apparso Vestito di una bianchezza così grande, come quella della neve delle alte Montagne, sotto uno splendore sottilissimo e cristallino, dal quale usciva, all’apertura del Vaso, un odore così dolce che non se ne trova di simile in questo Mondo. Ed io, che ti parlo, so che questa meravigliosa bianchezza è apparsa ai miei occhi; che ho toccato con le mani questa sottile cristallinità, e che ho sentito questa meravigliosa dolcezza con il mio olfatto, della quale piansi di gioia, stupefatto di una cosa così mirabile.“.

[da: La Parole Délaissée, in Œuvre Chymique de Bernard le Trevisan- Trédaniel, p. 86]

Canseliet  – forse? – non conosceva l’esistenza e/o l’opera di Monnier, ma di certo la materia ‘canta‘ durante alcuni procedimenti per così dire ‘classici’ dei lavori alchemici. En passant, a proposito del Cigno, ne Les Demeures Philosophales (vide il capitolo Grimoire du Chateau de Dampierre, Serie 7, Cassone 5) Fulcanelli indica che il bianco uccello, trafitto al collo da una freccia, possiede le qualità del ‘mercure initial‘, o ‘notre eau dissolvante‘; nel merito, l’Adepto francese espone il proprio punto di vista sul poco conosciuto enigma dello ‘zolfo doppio‘.

Dato che Le Dimore Filosofali peccano di una traduzione spesso distratta se non imprecisa, riporto il passo con la mia personale traduzione:

“Cassone 5 – Un cigno, maestosamente posato sull’acqua calma di uno stagno, ha il collo attraversato da una freccia. Ed è il suo ultimo lamento che ci viene riportato dall’epigrafe di questo piccolo soggetto graziosamente eseguito:

.PROPRIIS.PEREO.PENNIS.

Muoio per mezzo delle mie proprie penne. L’uccello, in effetti, fornisce una delle materie dell’arma che servirà ad ucciderlo; l’impennaggio della freccia, che ne assicura la direzione, la rende precisa, e dato che le piume del cigno svolgono questa funzione, contribuiscono così a perderlo. Questo magnifico uccello, le cui ali sono emblematiche della volatilità, e la cui nivea bianchezza è l’espressione della purezza, possiede le due qualità essenziali del mercurio iniziale o della nostra acqua dissolvente. Sappiamo che deve essere vinto dallo zolfo – uscito dalla sua sostanza e che lui stesso ha generato, – al fine di ottenere dopo la sua morte quel mercurio filosofico, in parte fisso e in parte volatile, che la susseguente maturazione eleverà al grado di perfezione del grande Elixir. Tutti gli autori insegnano che si deve uccidere il vivo se si desidera resuscitare il morto; è il motivo per cui il buon artista non esiterà a sacrificare l’uccello di Hermès, ed a provocare la mutazione delle sue proprietà mercuriali in qualità solforose, poiché ogni trasformazione resta sottomessa alla preventiva decomposizione e non può realizzarsi senza di essa.

Basilio Valentino assicura che ‘si deve dar da mangiare un cigno bianco all’uomo doppio igneo’, e, aggiunge, ‘il cigno arrostito sarà per la tavola del re‘. Nessun filosofo, a nostra conoscenza, ha sollevato il velo che ricopre questo mistero e ci chiediamo se è opportuno commentare parole così significative. Tuttavia, ricordandoci dei lunghi anni durante i quali abbiamo noi stessi sostato davanti a questa porta, riteniamo che sarebbe caritatevole aiutare il lavorante, arrivato sin qui, a varcarne la soglia. Tendiamo dunque una mano soccorrevole e scopriamo, nei limiti permessi, quel che i più grandi maestri hanno ritenuto prudente mantenere riservato.

É evidente che Basilio Valentino, nell’impiegare l’espressione uomo doppio igneo, intende parlare di un principio secondo, risultante da una combinazione di due agenti di complessione calda e ardente, aventi, di conseguenza, la natura degli zolfi metallici. Per cui si può concludere che, sotto la denominazione semplice di zolfo, gli Adepti, ad un momento dato del lavoro, concepiscono due corpi combinati, dalla proprietà simili ma di specificità differente, presi convenzionalmente per uno solo. Ciò posto, quali saranno le sostanza capaci di cedere questi due prodotti? Una tal domanda non ha mai ricevuto risposta. Tuttavia, se si considera che i metalli hanno i loro rappresentanti emblematici raffigurati da delle divinità mitologiche, sia maschili, che femminili; che traggono quelle particolari corrispondenze dalle qualità solfuree sperimentalmente riconosciute, il simbolismo e la favola saranno in grado di gettare qualche chiarezza su queste cose oscure.

Tutti sanno che il ferro e il piombo sono posti sotto la dominazione di Arès e Chronos, e che ricevono le rispettive influenze planetarie di Marte e Saturno; lo stagno e l’oro, sottomessi a Zeus e Apollo, sposano le vicissitudini di Giove e del Sole. Ma perché Aphrodite e Artemide dominano il rame e l’argento, soggetti di Venere e della Luna? Perché il mercurio è debitore della sua complessione al messaggero dell’Olimpo, il dio Hermés, sebbene sia sprovvisto di zolfo e adempia alle funzioni riservate alle femmine chimico-ermetiche? Dobbiamo accettare queste funzioni come veritiere, e non ci sarebbe[2], nella ripartizione delle divinità metalliche e delle loro corrispondenza astrali, una confusione voluta, premeditata? Se fossimo interrogati su questo punto, risponderemmo affermativamente senza esitare. L’esperienza dimostra, in modo certo, che l’argento possiede uno zolfo magnifico, altrettanto puro e splendente di quello dell’oro, senza averne, tuttavia, la fissità. Il piombo fornisce un prodotto mediocre, di colore quasi uguale, ma poco stabile e assai impuro. Lo zolfo dello stagno, netto e brillante, è bianco e farebbe mettere questo metallo piuttosto sotto la protezione di una dea che sotto l’autorità di un dio. Il ferro, per contro, ha molto zolfo fisso, di un rosso scuro, opaco, immondo e così difettoso che, malgrado la sua qualità refrattaria, non si saprebbe proprio per che cosa utilizzarlo. E tuttavia, eccettuato l’oro, si cercherebbe invano, negli altri metalli, un mercurio più luminoso, più penetrante e più maneggevole. Quanto allo zolfo del rame, Basilio Valentino ce lo descrive molto esattamente nel primo libro delle sue Douze Clefs[3]: ‘La lasciva Venere, dice, è ben colorata, e tutto il suo corpo non è quasi che tintura e colore simile a quella del Sole la quale, a causa della sua abbondanza, tende grandemente al rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso e malato, la tintura fissa non può dimorarvi, e, morendo il corpo, la tintura perisce con esso, a meno che essa non sia accompagnata da un corpo fisso, dove possa stabilire il suo posto e dimora in modo stabile e permanente.’.

Se si è ben compreso quel che vuole insegnare il celebre Adepto, e se si esaminano con cura i rapporti esistenti tra gli zolfi metallici ed i loro simboli rispettivi, non sarà difficile ristabilire l’ordine esoterico conforme al lavoro. L’enigma si lascerà decifrare ed il problema dello zolfo doppio sarà facilmente risolto.“.

Così, gira che ti rigira, il lettore accorto – ma anche il ‘lavorante’, ancor più accorto – dovrà ben riflettere su questa bizzarra vicenda del Cigno arrostito che dovrà essere servito alla tavola del Re: se l’identità del Cigno è manifesta, la questione del ‘doppio uomo igneo‘ (lo ‘zolfo doppio‘) apparirebbe risolta; eppure … eppure … eppure … si può davvero esser certi che Monnier, Canseliet e Fulcanelli non abbiano forse conservato una puntina di sana invidia?

Lo potremo valutar meglio – forse – in una prossima puntata!

Note:

[1] Nota di Canseliet: “… tres quartas ignei viri inclusi occupabit … Variante: … occupera les trois quarts du receptacle fermé de l’homme igné …“.

[2] La frase è interrogativa-dubitativa, e dunque in italiano si potrebbe meglio esprimere come ‘…, e non ci sarebbe forse…‘.

[3] [NdA] Les Douze Clefs de la Philosophie. Texte corrigé sur l’édition de Francfort; Editions de Minuit, 1956, p.86.

Un manoscritto inedito di Francesco Pannaria

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , on Sunday, April 26, 2020 by Captain NEMO

Claudio Cardella ha pubblicato su Lulu la trascrizione di un interessantissimo manoscritto, inedito,  di Francesco Pannaria:Aspetti e Scambi della Materia o Energia“; scritto attorno al 1944, è un lungo lavoro di studio che delinea il metodo con cui “Pan” elaborava la propria indagine al confine tra la Manifestazione e l’Immanifesto; si tratta senza dubbio di uno studio complesso, ma affascinante, e che porta in primo piano una “qualità umana” che ogni innamorato della Natura dovrebbe coltivare, sviluppare ed usare ogni volta che affronta quella sottile zona di cerniera tra il Creato e l’Increato. Qualità che è – senza dubbio alcuno – alla base della Queste alchemica vera; non si tratta di un intellettualismo banale da salotto, bensì di una condizione essenziale per chi si occupa di studiare – praticando – i fenomeni di trasformazione/trasmutazione della Materia. Perché Madre Natura una “è”, ed opera sempre allo stesso modo, tanto nel laboratorio alchemico che nella creazione di Universi. La magnificenza con cui Natura crea Materia, e la ‘muove‘ lungo il corso del proprio divenire è l’oggetto ed il soggetto dell’Alchimia.

A questo proposito, ecco l’Incipit della brillante Introduzione del Curatore:

Eugène Canseliet, con intuizione felice e profonda, definì l’Alchimia, metafisica sperimentale. Metafisica: la branca della filosofia che prende in esame la natura fondamentale della realtà, inclusa la relazione tra mente e materia, tra sostanza e attributo, tra potenza e atto. La parola “metafisica” proviene da due parole greche che, insieme, significano letteralmente “dopo o dietro o tra [lo studio della] natura”.1 Ogni alchimista può confermare le parole di Canseliet, perché in laboratorio vede accadere cose che la fisica pura e semplice, -imparata prima sui banchi di scuola poi su quelli dell’università- non è in grado di spiegare. Ma lui è stato il primo a dirlo con tanta chiarezza. La fisica pura e semplice, dicevamo: per intenderci quella che non si pone troppe domande e si accontenta di descrivere i fatti perlopiù con linguaggio matematico, dove s’anestetizzano le contraddizioni per non turbare eccessivamente i sonni degli studiosi e degli studenti. D’altro canto, perché mai dovrebbe essere coerente con i propri assunti una scienza che non è intesa a capire, ma ad usare le risorse della natura? Per sfruttare le risorse della natura non solo non serve la coerenza, ma anzi è dannosa, perché la coerenza, il sano ragionamento, ci ricondurrebbero inevitabilmente a riconoscere che le nostre scelte e il nostro fare non si limita a far danni, ma soprattutto è suicida, o meglio è dannoso perché nefasto (da fas = lecito e nefas = illecito). Per fortuna non tutti quelli che si sono occupati di fisica l’hanno sempre pensata così: alcuni, pochi invero, non hanno dimenticato che la parola Fisica proviene dal greco Physis, Natura e si occupa delle proprietà, dei cambiamenti, delle interazioni della materia e dell’energia. Ed è solo una parte della filosofia naturale: accanto a essa vi è la metafisica che studia le nozioni fondamentali con cui intendiamo il mondo: l’esistenza dei corpi, lo spazio e il tempo, il rapporto tra causa ed effetto. Dunque una Fisica (con la maiuscola stavolta) rettamente intesa assume essa stessa il ruolo di sperimentare la metafisica, si fa metafisica sperimentale, e diventa Alchimia, proprio come affermava Canseliet: senza dimenticare che un grande Alchimista, Jean d’Espagnet (1564–c.1637), fu anche l’autore di un pregevole Manuale di Fisica Reintegrata2, che ogni apprendista e ogni operatore di laboratorio dovrebbe leggere e attentamente meditare. Il miracolo, il meraviglioso, l’inesplicabile, sono fatti della nostra esperienza fisica e sensibile, altrimenti non potremmo percepirli, anche quando non siamo in grado di darne una giustificazione logica; d’altronde il nesso causale, quale che sia, non appartiene al mondo fisico, ma al retroscena fisico del mondo fisico, onde padre Dante ammonisce: state contenti, umana gente al quia3. Prima di sperimentare, sarebbe opportuno sapere con cosa si ha a che fare e, -per usare le parole del Trevisano-, conoscere e indagare le cose secondo le cause, perché l’esperimento è ingannevole se non preceduto dalla comprensione; ma non è sempre possibile e, nel migliore dei casi mai completamente, come ben sanno tutti gli sperimentatori onesti, ovvero quei pochi che riescono a trattenersi (a stento, dobbiamo confessare) dal mettere un dito sulla bilancia per far tornare i conti.

2 Jean d’Espagnet, Enchiridion Physicae Restitutae, Parisiis, 1623.

3 La Divina Commedia, Bologna 1826, con brevi note di Paolo Costa. Purgatorio III, v. 37, p. 24. Ecco il commento del dotto chiosatore al versetto citato: “Secondo Aristotele la dimostrazione è di due sorta: l’una è detta propter quod, ed è quando dimostrasi a priori, cioè quando gli effetti si deducono dalle cagioni: l’altra è detta quia, ed a posteriori, ed è quando le cagioni dimostransi dagli effetti. Intendi dunque: siate contenti, o uomini, al quia, cioè a quelle dimostrazioni che si possono ricavare dagli effetti, pei quali si viene in cognizione delle cagioni loro, e non presumete d’intendere più in là di quello che i fatti vi mostrano.” “.

Il libro è acquistabile su Lulu, qui.

Primavera 2020 – Æquinoctium

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , on Saturday, March 21, 2020 by Captain NEMO

Sol – in perfetta noncuranza – marca il segno dell’Æquilibrium tra Dies e Nox. Tutto cambia, ma il Ritmo rimane sereno, scandito dai cicli provvidi di Madre Natura.

Per Terra, è arrivato il periodo del Primum Vere: ‘… tutti giù per terra …’. Ah, la meraviglia del Girotondo!

Gli alchimisti sono coloro che studiano dappresso Madre Natura, più dappresso di molti altri, e si preparano a rimetter le mani in pasta nei loro solitari Laboratori: è il momento della discesa, dell’attrazione e della corporificazione dello Spirito Universale, vero messaggero di ogni Universo.

Antonio Vivaldi ha scritto forse il pezzo più famoso sulla Primavera, e sono contento di riproporlo nell’interpretazione di Nigel Kennedy, un allegro pazzerellone britannico:

Ma anche in un’altra interpretazione, più classica, da parte di Itzhak Perlman:

 

La Primavera di Vivaldi fa parte dell’opera Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione (composta da 12 concerti).

Il Sonetto che accompagna la musica fu composto – forse – da Vivaldi stesso; eccolo:

Allegro
Giunt’ è la Primavera e festosetti
La Salutan gl’ Augei con lieto canto,
E i fonti allo Spirar de’ Zeffiretti
Con dolce mormorio Scorrono intanto:
Vengon’ coprendo l’aer di nero amanto
E Lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
Indi tacendo questi, gl’ Augelletti
Tornan di nuovo al lor canoro incanto:
Largo
E quindi sul fiorito ameno prato
Al caro mormorio di fronde e piante
Dorme ‘l Caprar col fido can’ à lato.
Allegro

Di pastoral Zampogna al suon festante

Danzan Ninfe e Pastor nel tetto amato

Di primavera all’apparir brillante.

Amabili coincidenze, allegre, gioiose: in questi nostri tempi, così stretti, ma che dovrebbero permettere maggior meditazione, e condurre pian piano all’incanto, non mi resta che augurare a tutti

… una gioiosa e proficua Primavera!

Nantes, βαφη à Bourges … puis Paris – 1

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Sunday, January 12, 2020 by Captain NEMO

De toutes choses materielles il se fait de la cendre, de la cendre on fait du sel, du sel on sépare l’eau et le mercure,, du mercure on compose un elixir ou une quintessence.“.

Da ogni cosa materiale si fa della cenere, dalla cenere si fa un sale, dal sale si separa l’acqua ed il mercurio, dal mercurio si fa un elisir o una quintessenza.”.

La semplicità dell’Opera scatena l’analisi logica – e la logica stessa – degli uomini che sono certi di tutto saper … eppure, direbbe qualcuno, scendere al livello della simplicitas dei bimbi è l’unica cosa che ci sarebbe da fare quando si cerca; ma resta la più difficile delle imprese da parte di chi affronta la Queste nel laboratorio alchemico, tentando di seguire le orme – e le impronte, che non sono orme – di Madre Natura. La logica, la mente, l’ascia della sua stessa ragione si abbatte sullo spirito dell’artista, preso com’è nella rete dell’inganno, della stolidità, e della fame di potere e controllo. Non v’è scampo per l’artista, che sia novizio e persino Magister Ludi: si segue il proprio indice, e non più Luna e la sua Lux, riflessa. Poco male, se non fosse che il giovane innocente, che fosse attratto per destino dalla Via del Bosco incantato, incontrerà non soltanto il rassicurante simulacro di sé stesso, ma addirittura le statue di sale di chi prima di lui ha ceduto il lignaggio per il solito piattino di lenticchie. Certo ammantate di mille ammiccamenti, offerte sul ritual piatto, confidate sotto un portico fidato, e varie amenità; inebrianti seduzioni, ma sempre lenticchie sono.

Il discrimine tra chi cerca e chi dice di cercare è solo uno, da che mondo è mondo: Amor e Conoscenza. In una delle narrazioni sulla genesi della specie umana, si narra che “…ed essi stabilirono il senso dell’uomo: e lo chiamarono Amore e Equità“. Ed è proprio per questa origine probabilmente diversa, non della nostra stessa specie, che noi tutti recitiamo sia amore che equità: ‘essi’ lo stabilirono, e gli uomini ‘stabiliti’, pare si siano un tantino de-stabilizzati… Il libero arbitrio è by definiton libero ed al contempo arbitrio. O no?

Conoscere non è mai facile, perché richiede il continuo abbandono delle proprie certezze, delle proprie convinzioni, siano esse profane o sacrali. Tanto più lungo la Via dell’Alchimia. Tutto deve esser gettato via quando si cammina verso Conoscenza con il solo scopo di Contemplarla. Il compito dell’alchimista – ovemai volesse ritrovar la via di Casa – è dunque sovrumano, perché troppo male siam fatti per scoprire e cogliere la simplicitas di Madre Natura all’opera.

La frase di cui sopra racchiude in sè l’indicazione per la direzione lungo la quale progredisce il mutamento della Materia nel Laboratorio alchemico: la frase è come sempre priva dei dettagli, che l’artista innamorato dovrà tentare di ritrovare nel suo Animus o in qualche raro libro scritto talvolta in Latino o Francese o Inglese (meglio: Old English), sia quando studia di giorno, sia quando lavora di notte. La Luna è una severa Maestra.

Quella frase sta scritta in un libricino stampato nel 1871, ed è l’incipit del capitolo Matière du Grand Oeuvre, alla pagina 119; è intitolato Clef des oeuvres de Saint Jean et de Michel de Nostredame, e l’autore è M.A. de Nantes, vale a dire Pierre Aristide Monnier, aliasAlcyon; di quest’uomo singolare ho già avuto modo di parlare qui; si tratta di una vicenda piuttosto complessa, un tantino scomoda per l’Académie alchimique, e ben poco conosciuta, ma ricca di profondità. Oltre alla parte storica (sorprendente), quella alchemica merita più attenzione, a mio avviso, di quanto si creda.

Continuando:

Le corps se met en cendres pour être nettoyé de ses parties combustibles, en sel pour être séparé de ses terrestréités, en eau pour pourrir et se putréfier, et en esprit pour devenit quintessence. Les sels sont donc les clefs de l’art et de la nature; il n’y a proprement qu’un sel de nature qui se divise en trois: le nitre, le tartre et le vitriol. De ces sels et de leurs vapeurs se fait le mercure que les anciens ont appelé semence minérale.”.

Il corpo si riduce in cenere per essere pulito delle sue parti combustibili, in sale per essere separato delle sue terrestrità, in acqua per marcire e putrefarsi, e in spirito per divenire quintessenza. I sali sono dunque le chiavi dell’arte e della natura: non vi è propriamente che un sale di natura, che si divide in tre: il nitro, il tartato e il vetriolo. Da questi sali e dai loro vapori nasce il mercurio che gli antichi hanno chiamato semenza minerale.”.

Il Bretone arguto non potrebbe essere più chiaro, tanto è Scientiatus (mi si passi il termine), e continua:

La materia prima è chiamata comunemente  zolfo e argento vivo. Raimondo Lullo li chiama i due estremi della pietra e di tutti i metalli. Altri dicono in generale che il sole è suo padre e la luna sua madre; che è maschio e femmina, che è composta di quattro, di tre, di due e di uno, e tutto questo per nasconderla. É certo che non v’è che un solo principio in tutta la natura, e che appartiene alla pietra come ad altre cose. Non v’è inoltre che un solo spirito fisso composto da un fuoco molto puro e incombustibile che ha dimora nell’umido radicale dei misti. É più perfetto nell’oro che in altre cose, e soltanto il mercurio filosofico ha la proprietà e la virtù di estrarlo dalla sua prigione, di corromperlo e di disporlo alla generazione. L’argento vivo è il principio di volatilità, della malleibilità e della mineralità, lo spirito fisso dell’oro non può nulla senza di esso. L’oro è umettato, reincrudato, volatilizzato e sottomesso alla putrefazione per opera del mercurio, e quest’ultimo viene digerito, cotto, inspessito, disseccato e fissato per opera dell’oro filosofico, che lo rende tramite ciò una tintura metallica.

L’uno e l’altro sono il mercurio e lo zolfo filosofico. Ma non è sufficiente che si faccia entrare nell’opera uno zolfo metallico come lievito; ne occorre anche uno come semenza di natura solforosa, per unirsi alla semenza di sostanza mercuriale. Questo zolfo e questo mercurio sono stati saggiamente rappresentati dagli antichi con due serpenti, uno maschio ed uno femmina, avvolti attorno alla verga d’oro di Mercurio. La verga d’oro è lo spirito fisso dove debbono essere fissati.

Questo zolfo è l’anima del corpo ed il principio dell’esuberanza della loro tintura; il mercurio volgare ne è privo, l’oro e l’argento non ne hanno che per sé stessi. Il mercurio proprio all’opera deve dunque per prima cosa essere impregnato di uno zolfo invisibile, affinché sia più disposto a ricevere la tintura visibile dei corpi perfetti e che possa in seguito comunicarla con usura.”.

Come sempre, il ‘vecchio‘ ed il ‘nuovo‘ vanno apprezzati cum Prudentia:

Tondo di Andrea della Robbia

Prudence è una delle quattro Gardes dei Duchi di Bretagna, di cui supra; e che assieme ad essa la Force scorra, sempre …. libera dai noiosi e inutili pregiudizi!

to be continued

Eugène Canseliet / Un hommage …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , on Thursday, January 2, 2020 by Captain NEMO

Ho pensato di offrire – in segno d’augurio – tre piccole interviste a Canseliet; sono sul Web da tempo, e le ho tradotte rapidamente per chi fosse interessato:

  1. Serge Hutin intervista Canseliet nel suo laboratorio, a Savignies, nel 1964, qui;
  2. Gilles Lapouge presenta un’intervista a Canseliet girata a casa sua, a Savignies, nel 1974, qui;
  3. Nicole Brisse intervista Canseliet sui colori delle Vetrate delle Cattedrali medioevali, nel 1980, qui.

Come per l’intervista più famosa, quella del 1978 per Radioscopie con Jacques Chancel, le ho poste in archivio nella Sezione ‘Pages‘ qui a destra.

Tutti coloro che in questi tempi si sono avvicinati all’Alchimia, hanno sicuramente letto i suoi libri ed i suoi numerosi articoli; al di là della solita ridda d’opinioni sul ‘più vecchio studente di Francia‘ abbiamo – tutti – un dolce debito con lui. E sono contento di dedicargli il primo post di questo 2020.

Auguri, a tutti!

Notre Dame de Paris: Fulcanelli e la Cattedrale

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , on Tuesday, April 16, 2019 by Captain NEMO

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La più forte impressione della nostra prima giovinezza – avevamo sette anni – quella di cui conserviamo ancora un vivo ricordo, fu l’emozione che provocò nel nostro animo di bambino la vista di una cattedrale gotica. Ne fummo subito sopraffatti, estasiati, colmi d’ammirazione, incapaci di sottrarci al fascino del meraviglioso, alla magia dello splendido, dell’immenso, del vertiginoso, che sprigionava quest’opera più divina che umana.
Da allora la visione si è trasformata, l’emozione resta. Se l’abitudine ha mutato il turbamento improvviso del primo incontro, non abbiamo mai potuto liberarci da una specie d’incanto di fronte a quei bei libri di immagini innalzati sui nostri sagrati, che estendono sino al cielo le loro pagine scolpite nella pietra.

In quale lingua, in che modo potremmo esprimere la nostra ammirazione, testimoniare la nostra riconoscenza, i sentimenti di gratitudine di cui il nostro cuore è colmo per tutto ciò che ci hanno insegnato ad apprezzare, a riconoscere, a scoprire, questi capolavori muti, questi maestri senza parole e senza voce? …

“… Se il raccoglimento sotto la luce spettrale e policroma delle alte vetrate, e il silenzio, invitano alla preghiera e predispongono alla meditazione, d’altra parte l’apparato, la struttura, l’ornamentazione emanano e riflettono, nella loro straordinaria potenza sensazioni meno edificanti, uno spirito più laico e, ammettiamolo, quasi pagano.
Vi si possono distinguere, oltre all’ardente ispirazione nata da una fede robusta, le mille preoccupazioni della grande anima popolare, l’affermazione della sua coscienza, della sua volontà, l’immagine del suo pensiero, complesso, astratto, essenziale, sovrano.

[Fulcanelli, Il Mistero delle Cattedrali – Ed. Mediterranee, Roma – 2005, p. 59-60]

La ‘Stryge’

Notre Dame de Paris : un’inconsolabile tristezza …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , on Monday, April 15, 2019 by Captain NEMO

Equinozio – Primavera 2019

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , on Wednesday, March 20, 2019 by Captain NEMO

Quest’anno abbiamo una Luna magica: non accadeva dal 1905 la corrispondenza tra Luna Piena e l’Equinozio di Primavera, e non riaccadrà prima del 2144!

L’alchimista non potrà che accogliere con allegria questa sincronicity: che i Foux, dunque, si apprestino a coccolare i loro Feux, con Amore, Gioia e Passione!

Buona Primavera, a tutti!

Du Feu & du Sel … un viaggio.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , on Tuesday, January 1, 2019 by Captain NEMO

Il Capitolo Settimo dell’Alchimie expliquée sur ses textes classiques – edita da Eugène Canseliet nel 1972 – è intitolato ‘Le Sel des Philosophes‘, ed è uno dei brani più interessanti per chi studia e pratica Alchimia. In tutta evidenza, se è chiaro che anche Canseliet ha sempre sostenuto che lo studio dei buoni testi fosse indispensabile per un proficuo supporto all’esperienza del Laboratorio, è altrettanto chiaro che ciò di cui ha voluto parlare non è certo da prendere alla lettera, come è usanza per chiunque abbia una qualche dimestichezza con il metodo con cui Conoscenza ed esperienza vengono condivise e trasmesse a chi percorre la stessa Via operativa. Torniamo al Capitolo Settimo: il titolo chiarisce che l’oggetto delle considerazioni dell’autore non è in alcun modo il sale comune, ma il ‘Sale dei Filosofi‘, che è – nei fatti – l’attore principale del semplice processo alchemico. Di più: quel ‘Sel‘ di cui parla il Maitre de Savignies non è – e molti ne rimarranno forse sorpresi – nemmeno quel composto chimico che risultasse dalla reazione tra il tartaro e nitro; pur curioso nelle sue qualità, per chi le avesse sperimentate all’Opera, esso è ben lontano da quel  ‘Sel des Phiosophes‘ di cui parlava più di quarant’anni fa Canseliet. Certo, da assiduo sperimentatore quale era – una appassionata assiduità di cui il famoso processo sulla surfusione del piombo ne fu la prova provata – avrà senza dubbio inizialmente ritenuto che quella unione ‘ana‘ potesse essere preziosa: in effetti, la necessità di buoni ‘fondants‘ lungo la via spagirica dei metalli, mostra  all’Artista attento – nel corso della pratica ripetuta centinaia di volte – degli indizi che potrebbero risultare estremamente utili nel corso dei propri studi e delle proprie esperienze: ma occorre un profondo senso dell’osservazione sperimentale , una passione radicata nella Conoscenza della Teoria Alchemica – la quale è Scienza e Arte dei processi della Creazione della Materia, e non certo una tecnica soltanto, banalmente, trasmutatoria mirata all’ottenimento di una o più Pietre – e una abitudine costruita negli anni a verificare sempre nella pratica quella Teoria, più antica del nostro mondo. Nel corso del proprio cammino di studio e pratica l’Artista modula e raffina sia la tecnica che l’operatività: e si accorge che il famoso monito ‘Una Res, una Via, una Dispositione contrasta talvolta con quel che sta cercando di mettere in pratica: e qui, la riflessione, la meditazione profonda sui testi e sui propri appunti di Laboratorio – oh, quanto preziosi -, si rivela – talvolta – esiziale; l’Artista deve studiare Madre Natura nel suo più intimo procedimento della Creazione, e – per l’appunto – è quella peculiare substantia che chiamiamo ‘Sel’ che svolge il ruolo chiave in Creazione negli Universi; e dunque, nel crogiolo alchemico posto nel forno. Quel Sale ha ricevuto una miriade di nomi, frutto dell’acume e dell’ingegno di chi ha studiato e praticato lungo quella Via. Canseliet ne ricorda molti ai suoi lettori: personalmente, credo che sia corretto parlarne come il ‘Sel de Pierre‘, meglio ancora come il ‘Primum Ens dei Sali‘ di Philalethe; più che il nome, quel che conta davvero è la sua funzione, poiché è la funzione di una substantia ciò che la caratterizza nella Creazione di Materia, sia essa in accadimento all’interno di una stella o nel crogiolo alchemico: se l’Artista volesse cogliere meglio quel che cerco di spiegare (perdonate, facile non è spiegare! … direbbe Yoda), quel monito capitale ‘Una Res, Una Via, una Dispositione potrebbe render conto del fatto – sperimentale! – che una stessa sostanza usata in contesti operativi diversi svolge una funzione diversa. Naturalmente non sto parlando di chimica, né di fisica; ma di Alchimia e di Physica, che oggi – chissà perché – nessuno ama più studiare; figurarsi sperimentare.

Prima di proseguire, credo utile esaminare meglio quel Capitolo sul ‘Sel des Philosophes‘, anche alla luce di quanto riportato in un commento del mio Post sulla curiosa medaglia coniata da Herr Friedrich Kleinert (qui), il quale era un appassionato alchimista in quel di Nuremberg, cui il giovane Leibnitz si rivolgeva con una certa riverenza. L’emblema che ha attirato l’attenzione di Madame Compostellae a quanto scritto dall’ottimo e sagace Fra’ Cercone figura per l’appunto all’interno del Capitolo Settimo ed è – secondo quel che scrive Canseliet – ‘La petite vignette, qui éclaire le titre de l’admirable Traité du Feu et du Sel’ di Blaise de Vigenère; eccola:

Traicte du Feu & du Sel – 1642

Il trattato in cui figura la famosa vignetta fu pubblicato nel 1642 a Rouen; tutti conoscono la giusta passione di Canseliet per l’Editio Princeps di un trattato antico; ma questo famoso e ottimo trattato, ritrovato dopo la morte di de Vigenére, fu in realtà edito per la prima volta nel 1618 a Parigi, e questo è il suo frontespizio:


Traicte du Feu & du Sel – 1618

Probabilmente Canseliet scelse la ‘Derniere Edition reueuë & corrigee‘ perché gli era utile per ciò che intendeva esporre a proposito del ‘Sel’; l’emblema dell’edizione del 1642 raffigura il putto-parvulo con una mano che tiene un nastro che sorregge la pietra squadrata, mentre con l’altra indica il Re tra le nubi aperte (si deve notare che questa sua mano destra è ‘alata’); il putto è in piedi su una sommità erbosa, cui fa da sfondo uno specchio d’acqua, con un albero radicato su un promontorio sulla destra di chi guarda. Il motto recita ‘Paupertas summis ingeniis obesse ne provehantur‘, e viene tradotto da Canseliet come ‘La pauvreté nuit aux meilleurs étudiants, de sorte qu’ils n’avacent pas‘. Ai quattro angoli figurano i tre gigli di Francia, una croce greca, il quatre-de-chiffre dell’incisore, e l’Agnus Dei. La didascalia della Pl. XIII recita: ‘Que des confidence Blaise de Vigenère n’aurait pas faites, dans son traité inestimable, qu’il gardait pour lui seul, s’il avait pu prévoir que cet ouvrage fut tout de suite trouvé après sa mort. Ce petit cartouche de titre est assez éloquent du lieu, inaccessible à l’ordinaire, d’ou l’alchimiste reçoit son sel et son feu Philosophiques et secrets.‘.

Se l’Artista volesse esaminare la vignetta del’Editio Princeps del 1618, osserverebbe un uomo-pastore, inginocchiato e forse pregante, posto a sinistra di un ara sacrificale su cui un agnello arde in un fuoco che lo avvolge, il cui fumo sale verso le nubi dalle quali, aperte in due, appare un piccolo Re coronato e radiante; l’altare reca sulla faccia frontale una stella a sei punte (con due lambelli), nel cui centro è raffigurato il simbolo del Mercurio, il tutto ambientato in una campagna bucolica, con ovini che brucano l’erba e quel che sembra una fascina accanto al sacrificante. Il motto recita: ‘Sacrum pingue dabo nec macrum sacrificabo.‘. Si tratta evidentemente di una rappresentazione del sacrificio al Signore da parte di Abele (si noti che il motto, se letto al contrario, rappresenterebbe quello di Caino), ma quel ‘mercurio’ non dovrebbe far parte di questa iconografia biblica. De Vigenére, diplomatico e famoso crittografo, morì nel 1596 e la vignetta dell’ Editio Princeps del 1618 di Parigi fu scelta da Françoise de Louvain, la vedova di L’Angelier, il quale si chiamava Abel; entrambi i coniugi Angelier erano appassionati editori alla corte di Parigi, ma che dire di quel simbolo?

La ‘Derniere Edition‘ del 1642, quella segnalata da Canseliet, fu edita a Rouen da Jacques Caillou(e): ma – forse – Canseliet ritenne di non parlare dell’Editio Princeps per motivi suoi; questo metodo di ‘dire e non dire‘, ‘guarda qui e non là‘, che fa disperare i neofiti – e che induce molti a pensare che i testi non siano degni di esser studiati – venne naturalmente adottato anche da Canseliet (e non solo in questo suo testo del 1972), il quale – ovviamente – scrive nel Capitolo Settimo: ‘A livello sperimentale gli alchimisti mantennero nei riguardi del sale una discrezione impenetrabile e feroce‘. Fu anche questo metodo, assieme alla ‘pelosa’ venerazione da parte della sua corte di contemporanei francesi, che in qualche modo infastidì il giovane ed inesperto Jean Laplace, il quale – al contrario del maestro – non amava i troppi orpelli, le troppe trappole-per-gli-ingenui, che impedivano ai giovani di avvicinarsi all’Alchimia; sed de hoc satis.

Dopo De Vigenére, il buon Maitre de Savignies sostenne il suo discorso con brani tratti da Altus, Basilio Valentino, naturalmente Fulcanelli (in questo contesto, da Le Dimore Filosofali), Sethon, Sendivogius, Lemery, De Saint-Didier, De Copponay de Grimaldy, Digby, Crassellame, Philalethe, Gosset, et alia. In effetti, l’argomento meritava queste citazioni preziose, nel tentativo più che caritatevole di fornire allo studente innamorato una messe di spunti da approfondire, di aspetti su cui meditare. Si tratta, senza dubbio, di uno dei capitoli più belli, importanti e preziosi del libro del 1972, ed il cui valore è di primissimo piano. Tuttavia, proprio perché Canseliet va studiato – come ogni autore – cum grano salis, proverò a segnalare alcuni passi che magari appaiono scontati, ma che sono a mio avviso piuttosto utili alla ricerca del bandolo della matassa che avvolge quel benedetto ‘Sel des Philosophes‘:

… il sale appare costituito in parte di sostanza fissa, in parte di materia volatile. Si sa, in chimica, che i sali, formati da un acido e da una base, rivelano, nella loro decomposizione, la volatilità del primo così come la fissità dell’altro. Poiché il sale partecipa nel contempo del principio mercuriale per la sua umidità fredda e volatile (aria) e del principio solforoso per la sua secchezza infuocata e fissa (fuoco), serve dunque da mediatore tra i componenti solfo e mercurio del nostro embrione.“.

La citazione chimico-fisica – tratta da Fulcanelli, Les Demeures Philosophales, tome II, p. 82 – merita che si sottolinei: la ‘sostanza fissa‘ e la ‘materia volatile‘, poi l’inciso ‘nella loro decomposizione‘, e la presenza contemporanea di un’aria cui soggiace un’acqua, e di un fuoco cui soggiace una terra. E ci si ricordi che chimica e Alchimia non hanno nulla da spartire: non tutto è quel che sembra. Inoltre, si dice qui – in questo contesto! – che il sale ‘serve‘ da mediatore tra zolfo e mercurio ‘del nostro embrione‘.

La confusione è molto più difficile da dissipare, quando i Filosofi considerano il sale che corrisponde al terzo principio, nell’intimo stesso del minerale o del metallo. Cosicché il neofita non dovrà sperare, come la logica sembrerebbe autorizzare a tutta prima, che sarà informato sulla sostanza che esaminiamo dal Trattato del Sale di Alexander Sethon. La discriminazione pretende sicuramente tempo e sforzo.“.

Questo è un aspetto cruciale: si parla qui di una ‘cosa’ che è nell’intimo di qualcosa, sia quest’ultima minerale o metallo; intimo è ‘in-tumus‘, ciò che “è” più-che-dentro. Non appare; e per dargli eventualmente  ‘parvenza’ occorre il tempo e lo sforzo.

Segue poi la descrizione del sale da parte del Cosmopolita:

… ce précieux Sel blanc comme neige, qu’il puisse puiser l’eau vive du Paradis, & qu’il puisse avec icelle préparer la teinture Philosophique …“.

Canseliet avvisa che tale indicazione sarà utile a chi abbia già conoscenza della fontaine du sel !

Segue – dopo la famosa frase ‘Notre sel, ou, si l’on préfère, notre fondant, est double parce qu’il est physiquement composé de l’addition ana de deux sels différents …‘ – la citazione dal Mutus Liber delle tavole VIII e XI con i simboli del tartaro e dell’ammoniaco-harmoniaco; poi: ‘Il figlio della scienza noterà che il triangolo e i suoi tre steli lanceolati, che esprimono la feccia del vino solidificata, designano anche lo zolfo filosofico, così come d’altra parte mostra la tavola presa dal Course de Chymie di Nicholas Lemery.‘ (mia traduzione). Ecco la tavola in questione:

Lemery, Course de Chymie, 1756

A seguire: ‘Ce n’est sans doute pas pour rien, que notre salpêtre fondu – sal petræ, sel de pierre – en sa blancheur d’émail, est appelé le cristal minéral .. Mais l’alchimiste n’ignore plus, que notre adjuvant salin, notre médiateur, est constitué du mélange de deux composés oxygénés, lesquels sont, par là même, le feu des sages..‘. Paolo traduce giustamente quel salpêtre come salnitro, ma può valer la pena riflettere oltre. Inoltre, cos’è uno smalto? E, sempre scansando la chimica, perché si parla di ‘ossigenato’? Come si ‘ossigena’ in Alchimia? Dice inoltre Canseliet, che è proprio per questo artificio  che quei due composti – opportunamente mescolati – ‘sono’ … il fuoco dei saggi (!). Consiglio di non saltar subito alle conclusioni, sebbene anche questo sia un punto cruciale, molto caritatevolmente posto in non-evidente-evidenza.

E poche righe prima della notissima citazione di Limojon sulla ‘natura della calce’ di questo fuoco, Canseliet afferma che l’artista lo dovrà conservare ‘… così come l’avrà estratto dal mezzo che lo ha generato, con la più grande diligenza.‘. Sottolineo il ‘mezzo che lo ha generato.‘.

Si passa poi al magnifico testo di de Copponay de Grimaldy, con il famoso brano sul Nitro celeste, le cui frasi si riferiscono, scrive Canseliet, ‘au premier aidant salin‘.

Segue poi l’altrettanto famoso brano sul Salium Ens Primum di Philalethe, dove giustamente Canseliet avverte della onestà delle affermazioni dell’Adepto Inglese, a dispetto dell’assurda frase sulla relazione tra calore esterno ed interno.

Stabilito che si è che il nitro possa essere arricchito con il suo isomero celeste, si passa poi al secondo composto; ancora Limojon ed il Cosmopolita per indicare che è dalla nostra rugiada che si può trarre il Sal petra Philosophorum, fino ad arrivare alla auspicata conclusione: il Vitriol des Philosophes.

Qui, credo che l’avvertimento sia d’obbligo: non tutto è quel che sembra. Per andar dritto, talvolta occorre una curiosa deviazione. Impercettibile, ma esiziale.

Terminata questa escursione sul Capitolo Settimo, della cui lunghezza mi scuso, ma che spero possa essere di una qualche utilità per chi cerca con cuor allegro e privo dei soliti pregiudizi, torno alle considerazioni di Madame Compostellae: concordo che quell’emblema sia coerente con quanto raffigurato sul verso della medaglia di Herr Kleinert; mentre la invito a considerare ancora una volta il contesto dell’operatività suggerita tanto dalla medaglia che dalle due (due) curiose vignette di cui ho tenuto a parlare, le ricordo che quel putto dell’emblema del 1642 non è alato: è la mano destra ad essere alata e indica l’alto, mentre l’altra è per Natura appesantita dalla gravitas di quella ‘cosa’ (lei dice che è salina?  … uhm; forse sì, forse no; dipende, per l’appunto dal contesto funzionale). Chi è davvero alato è quel tipo tra le nubi dell’emblema del 1618, che è d’altro canto rappresentato in alcuni emblemi (in altri testi, non alchemici) pubblicati dall’atelier L’Angelier sia come un angioletto che come un piccolo re; é da notare quel ‘mercurio’ sull’ara di Abele (è qui che si dovrebbe esclamare “così in alto, come in basso“, forse). E se non si può che sorridere divertiti dal fatto che l’editore parigino si chiamasse proprio L’Angelier, come si fa a non pensare a Lancillotto? Si rilegga lo straordinario Chevalier de la Charette di Paolo, e non dimentichi che la famiglia di Lancillotto, che fu un vero personaggio dell’epoca di Arthur of Britain, si nomava de l’Acs, da cui il banale nome di Lancillotto del Lago; e che l’acqua di cui si parla, e che figura anche nell’emblema del 1642, è un’acqua-che-non-bagna-le-mani, pur essendo lo ‘speculum‘ sia il contraltare terreno del Cielo che quello dei Saggi, dove, secondo Sethon, l’Artista può contemplare – con riverente meraviglia – ‘la Natura’.

Mi permetto poi, di ringraziare ancora una volta il sornione ma fraterno Fra’ Cercone per la sua precisissima indicazione nella sua traduzione dei motti della medaglia di Herr Kleinert.

Dimenticavo: va da sé che consiglio vivamente di leggere e poi studiare al meglio il Traitcté du Feu et du Sel: tra le tante perline degne di nota ne ho scelto una; De Vigenére l’ha presa come punto di partenza del suo scritto e – dal Vangelo di San Marco – suona così:

Tout homme sera sallé de feu; & toute victime sera sallé de sel.

Natale, 2018

Posted in Uncategorized, Various Stuff with tags , , on Monday, December 24, 2018 by Captain NEMO

Felice ed allegro Natale, nella speranza che la bontà e la gentilezza non siano solo offerte in questi giorni! …

Deck the Halls

O Come, All Ye Faithful

Veritas & Scientia

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Wednesday, December 5, 2018 by Captain NEMO

Anche se il mondo attraversa uno dei tanti momenti di estrema incertezza e follia, capita di trovare pepite dimenticate in qualche frattura dell’asfalto che livella – e cancella – il profumo della terra e della vita: la lettura da parte di un grande attore di un brano tratto da un libro in uscita – qui – è un piccolo momento prezioso, per tutti utile all’emozione, ed alla riflessione. Riporto così quel brano di un dialogo magnifico tra Lucrezio e Seneca, l’Epicureo e lo Stoico, proposto da Ivano Dionigi, ex Rettore dell’Alma Mater di Bologna:

Lucrezio: “Io non ti rimprovero la mancanza di coerenza e virtù, ma di lucidità e conoscenza. Filosofia e Virtù non vanno insieme. Non si è morali o immorali ma consapevoli o ignoranti; la miseria non è etica ma intellettuale, e l’impotenza non è della volontà ma della ragione. A me interessa capire, non credere.“.

Seneca: “Non quello che siamo, ma quello che possiamo e vogliamo essere: questo mi è stato sempre a cuore. Tu, Lucrezio, fissi e pietrifichi utto: ma il sapere non è un algoritmo, è un dialogo dell’anima con se stessa; l’uomo non è un cristallo e la verità non è una conquista definitiva. Io cerco la verità e la cerco ostinatamente. Essa, la verità, è amica e alleata del futuro, perché ha sempre da essere, e ognuno dovrà cercarla da solo, senza interposta persona: non bisogna giurare sulla parola di nessun maestro. Io non mi sono reso schiavo di nessuno, non porto il nome di nessun filosofo: ho grande fiducia nel giudizio degli uomini insigni, ma rivendico qualche diritto anche al mio pensiero. Anche i grandi infatti ci lasciarono non verità scoperte, ma verità da scoprire; e dopo di noi altri scopriranno cose a noi sconosciute.

La mia pietas non è quella dell’universo, ma quella dell’uomo; una sorta di misericordia che non conosce dogmi, pregiudizi, schieramenti. A me interessa conoscere non per piacere o per scommessa, ma per imparare a vivere e a morire; prima che ammirare il cielo stellato, la filosofia giova a porre rimedio alla vita e a risollevarsi dai fallimenti. A prendersi cura di sé. …“.

Conciliare le due visoni è naturalmente impossibile, ed ognuno sceglierà la sponda del fiume che più gli sarà congeniale; l’importante, forse, è non dimenticare che il fiume scorre, al di là delle parole, le temperie, dei due amici-nemici.

Ed in tempi di preparazione per la nuova stagione dei lavori, anche l’alchimista innamorato potrà, o piuttosto dovrà, confrontarsi con le domande che sorgono dalle acque del fiume; verità e conoscenza, due facce dell’identica medaglia offertaci dal seguire le orme di Madre Natura. Qualunque fosse la risposta, sarà lo sporcarsi le mani e l’osservazione attenta della Creazione nel crogiolo incandescente che potrà fornire soluzione all’impossibile confronto. Magari sorridendo alle … legende !

Nuremberg. Silver medal, no year (ca. 1700), die cut by Philipp Heinrich Müller, from the Friedrich Kleinert medal mint. Luna-Diana over Mercury, lying on the burning stake. Rev. Winged Saturn chains fleeing Mercury with vine, between them Jupiter, sitting on an eagle and holding a torch.

 

 

Riflessioni Lunatiche

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , on Wednesday, April 4, 2018 by Captain NEMO

Ogni volta che entro in Laboratorio sto bene, per quanto Locus Terribilis est iste. L’alchimista operoso ritrova la pace del silenzio, e si abbandona – finalmente – al poter domandare e rispondere non più ad un essere umano, ma ad esseri di natura silente, come i minerali. Stupiti? .. Non serve a nulla lo stupore: ogni minerale continuerà a vivere serenamente, con o senza lo stupore nostro. Ma dicevo dell’alchimista, nel suo privato luogo di studio e pratica: egli domanda ed interloquisce con Madre Natura, in un colloquio intimo, ma profondissimo, continuato, animato. Sempre più sorprendente, a dispetto della consuetudine serale. La Pace è con l’alchimista che segue Natura. Non v’è altro. Osserva, attento, il succedersi delle ‘comunicazioni’, delle informazioni che ‘in-formano’ la Materia in evoluzione. Ogni volta, ogni istante, ogni notte, incontra Luna e le sue meraviglie. Si dice che la Force sia una forma romantica propria del raccontar fiabe, si dice che il meraviglioso resti racchiuso nella scatola delle chimere, delle quali abbiamo bisogno per crederci ‘viventi’, acculturati, credenti, sapienti. Eppure la Force è proprio ciò che permette e spinge la Vita, ogni vita; siamo abituati ad elucubrare, secondo arguzia e fine dialettica, su ogni minuzia che la mente apparecchia per affermare il proprio dominio sul ‘come-stanno-le-cose’. Si dicono molte cose sul meraviglioso. Ma pochi, persino tra chi si occupa manualmente di Alchimia, si rendono conto che l’Opera è all’opera, sempre, in ogni vivente. Meraviglia non è un sogno, ma, semplicemente, una ‘cosa-da-guardare’: mirabile. Basta guardare per vibrare, letteralmente e persino fisicamente, come sta scritto nei libri antichi della Philosophia; i quali non sono quisquilie intellettuali, ma veri ‘manuali’. Noi elaboriamo sovrastrutture del tutto inutili, e poi protestiamo perché non comprendiamo. Mirare, ammirare, per fare. Invece, protestiamo, contestiamo, ci ergiamo. E stabiliamo. Eppure, è tutto già qui, tutto già lì, tutto, da sempre. In Opera. Luna attrae e Force scorre, potente. Se Luna piena è sintomo di massima forza, dovremo aumentare o diminuire i fuochi? Se Luna cala, perché mai non tenerne conto anche quando volessimo porger acqua ad un fiore che chiudesse quelle notte la corolla? La corolla, non assomiglia forse alla corona di un Re o di una Regina, piccoli o grandi che essi siano? Se un sasso, o ciò che ‘noi’ crediamo solo un sasso, ‘sente’ Luna e muta nel proprio divenire, e si sposta lungo l’asse del proprio luogo e del proprio tempo (non i nostri, ça-va-sans-dire), perché in armonia di fase con la frequenza del battito lento Lunare; se esso sasso ‘sente’ e muta, e si orienta e si occidenta, e mostra nuovo colore, se tutto “si” cangia senza parole e senza pensare, senza mente; se Madre Natura guida serena il cammino di ogni cosa vivente, incurante del nostro abbaiar sentenze dotte o dogmi ingannevoli o lamentazoni infinite … ebbene, perché mai continuiamo a sostenere che  – per esempio – Luna non induca mutamenti concreti anche in noi esseri umani? … mutamenti che non assecondiamo, né seguiamo più? … il ‘fiatar’ “…AMO!” (viene da quel ‘Fiat’ !!) in Luna che sale non avrà un grado ed una direzione specifica differenti (funzionalmente!) se Luna scende? L’andar su e l’andar giù, un alto e un basso, il battere, il periodo: definizione di un circuito, di un percorso, mirabile. Il periodo è alla base di ogni frequenza, alla base di ogni ciclo, di ogni circolo, di ogni ruota, di ogni irraggiamento, di ogni interazione del Campo (John Dee docet!), di ogni sentire, di ogni Musica: non è forse arcinoto che è “l’Amor che move il sole e l’altre stelle“? Dice: ma dai. Dico: guarda, studia e fai. Degnati di ‘fare’, di agire, MA … secondo Natura! Dico ancora: se un sasso ‘sente’ il ‘fiatar’ di Luna e si accorda a quell’Amor di cui sopra, possiamo ancora sostenere che il nostro ‘fiatar’ non debba accordarsi con quello di Natura? E poi ci si chiede “cosa” sia Ri-Sonanza, e ‘… come-si-fa’, o ‘… a che serve’? … e si dovrebbe continuare, più nel profondo delle cose nostre, ma scopriremmo scomodi altari sui quali la nostra mente non potrebbe mai posarsi indenne. Eppure così è, se vi pare.

L’alchimista è testimone del divenire in atto, in Opera. Non è difficile accorgersene quando si è soli, in pace, danzando con il battito lento di Luna. Si dimentica, l’alchimista, dei propri affanni, delle proprie convinzioni, dei propri graniti, delle proprie certezze: e osserva, sorridente, la facilità con cui tutto volge verso il vert, dans le Printemps. Magia? Fantasia? Esoterismo? Rosa Croce? … ma va là, non diciamo sciocchezze. Ogni vivente è un Servant di Madre Natura, unica vera guida di ogni mutamento. Il Progetto, il Blueprint, è il suo; siamo bimbi Servant. Tutto qui. Qualcuno potrebbe chiedere, con presupponente arguzia: “Servant? … saremmo ‘servitori’ di una vaga entità, frutto del nostro intelletto? … Non sarà che siamo noi, al contrario a dover guidare il nostro cammino, secondo Scuola, Ordine e Rito?” Potrei rispondere, in tutta serenità, che il vero arciere non è colui che si fregia di un titolo, o del Badge del XII° Gruppo Arcieri di Magister San Gelasio, Suprema Cripta 21 ‘La Foudre du Soleil“; no, sono ormai certo che il vero arciere, il vero Arjuna, sia in semplicità il Servant dell’Arco. Nulla di più e nulla di meno. Quando, e se, si raggiungesse questa serena consapevolezza, allora – forse – uno può essere (non ‘chiamarsi’) arciere. Servant. Dell’Arco. Dice: “… ma … lei intende il Royal Arch? … ‘quel’ Royal Arch’?“. Totò, Principe di Bisanzio, risponderebbe: ” … ma mi faccia il piacere!“.

Luna batte, ed il sasso e l’alchimista seguono il corso indicato, né dal luogo, né dal tempo.

Anche questa, credetemi, è la bellezza dell’Alchimia operativa:  dopo più di quarant’anni miei, danzo l’antica danza dei semplici. Il resto, consentitemelo, è privato. Tra me e la Regina Bianca.

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Primavera 2018

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , on Wednesday, March 21, 2018 by Captain NEMO

Sakura

Mentre fuori piove, nevica, soffia il vento freddo, i Cuori degli Innamorati – dentro – sono caldi e sintonizzati sul maestoso orologio cosmico, che gli Antichi conoscevano e vivevano meglio di noi.

La stagione è propizia ed i Fucohi silenziosi si sono accesi in piccoli Laboratori, sparsi, pronti all’abbraccio; sono dei Foux gli alchimsiti, e sono dei bimbi; guardano il Cielo con gli occhi dell’abbandono alla grandezza di Madre Natura, ed il fiammifero accende la Lampada fedele, sull’accordo del primo giorno di Primavera.

E’ un gesto che ripetiamo ogni anno, come ogni Cercatore ha fatto e farà: in silenzio, in umiltà, con Gioia fraterna, grande. Con un sorriso sereno.

Che il Cieo, gentile, protegga chi viaggia nel Bosco Incantato della Dama!

Il Sogno dei Filosfi

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, March 7, 2018 by Captain NEMO

Se un lettore si imbattesse in un libro titolato Il Sogno dei Filosofi, e considerasse il sottotiolo ‘dall’Hylè di Aristotele alla Materia Pura di Severi-Pannaria, ovvero, La Fisica alla luce della Filosofia Perenne‘, potrebbe non accorgersi di avere di fronte a sé una rara opportunità; nel panorama di oggi è ben difficile leggere un testo che abbraccia con perizia e dovizia l’argomento periglioso della Materia in una Manifestazione; certo, vi sono fior fiore di opere di filosofi gallonati, di scienziati rinomati, di divulgatori di vario ordine e grado, di experiti con blasone e medaglie, di Soloni sapienti, e via dicendo.

Ma questo lavoro di Claudio Cardella e Stefano Costa offre con grande coraggio una visione nuova, consistente e intelligente, dell’evento più misterioso ed appassionante che ci sia:

cosa è Materia?, e … come ‘funziona’?

Da uomini di scienza, ma anche – e forse, soprattutto, onesti e leali Cercatori – l’approccio dell’impresa è quello di mettere sul tavolo lo stato attuale delle nostre idee, dei limiti intellettuali, filosofici ed oggettivi, e coniugare più fil-rouges che diano modo al lettore di comprendere il modello teorico proposto: Aristotele, le immani contraddizioni della Fisica moderna, gli echi solidissimi dei Filosofi antichi, le dizioni e contraddizioni dei paradigmi teologici disponibili, e la genialità del modello di Francesco Severi e Francesco Pannaria. Il risultato è un libro di respiro amplissimo, pur nella naturale difficoltà dell’argomento e delle argomentazioni, che illumina una serie di aree scientifiche e filosofiche essenziali per la comprensione dello scenario (ancora una volta, immane) proposto. Una miglior esplorazione di quelle aree potrebbe essere foriera, nel tempo, di nuova Conoscenza, e di una consonanza con il processo con cui Natura opera sempre. Quella Conoscenza non implica né potere, né controllo, i quali sono di fatto i valori tossici di questa nostra civiltà; implica, al contrario, rispetto ed uguaglianza, merce rarissima oggidì.

Va da sé che il mio interesse per Il Sogno dei Filosofi, oltre alla fraterna amicizia che mi lega a Claudio Cardella, è dovuto alla ricerca alchemica, ed ai risultati osservabili che il Laboratorio riserva a chi si toglie dalla testa la stolidità del pre-giudizio: l’Alchimia è l’aspetto pratico di una sensata e libera osservazione della Natura, poggiata sulle antiche  fondamenta della Filosofia Naturale. Leggendo il libro ho sorriso molte, molte volte ripensando ai ‘fatti’ che accadono in Laboratorio; ed alle conseguenze inevitabili di tali ‘ritrovamenti’. E di quanto lontani dalla Natura siano oggi la cultura della Scienza, i vari circoli esoterici e compagnia-bella, il modello sociale corrente, e – purtroppo – la nostra privata consapevolezza. Persino la piccola nicchia degli alchimisti, qui e altrove, ha perduto lampada, occhiali e bastone. Nonostante il ben conosciuto monito Dantesco, siamo solo dei poveri Bruti.

L’impianto del libro è senza dubbio complesso, come la materia richiede; l’esame razionale di quanto scritto è naturalmente ugualmente complesso, e al lettore è richiesta una non risibile padronanza dei temi scientifici di base esposti, ma anche della curiosità – quasi l’emblema del Cercatore – di consultare le tante fonti dei temi filosofici a sostegno, e la capacità non comune di elaborare un modello naturale ben diverso da quanto scuole ed accademie oggi passano per oro colato. Ma le opportunità di studio offerte dal libro sono outstanding: e meravigliose, se solo uno seguisse la rotta.

Parafrasando me stesso: … sono dei Ribelli i due autori? Mi par proprio di sì.

Il modello che prende forma man mano che procede la lettura è un oggetto semplice ed ingombrante: praticamente nessuno dei ‘sacri teoremi’ della Fisica moderna regge, ed emerge una visione nuova, animata da una logica più onesta e utile; la quale è oggi indispensabile per comprendere cosa sia Materia e come essa operi. La teoria del Principio di Scambio di F. Pannaria (si leggano, con calma ed attenzione le Memorie Scelte, qui) pare provenire da un altro mondo, tanto è semplice e chiara, rispetto alle attuali ‘trovate’ di chi asserisce di aver la patente-a-spiegare-come-stanno-le-cose (e non solo quelle scientifiche, ma pure alchemiche!). Certo, lo ripeto, il solo affacciarsi di tale semplicità, di tale efficacia nel descrivere il percorso della Materia nel suo eterno divenire (continuato nel discontinuo), genererà immediatamente steccati, palizzate, distinguo, reproches, e ignorante arroganza. Forse, però, qualcuno inizierà a studiare; scenderà dal suo piccolo palco umano, e si metterà in cammino verso Lux ed Amor, unici Agenti di Creazione in ogni universo. Dice: e Dio ? … rispetto chi vuol porsi la domanda e vuol darsi la sua risposta; non so dire, tuttavia, se si chiami davvero Dio, ma nel Bosco di Madre Natura si odono canti e si scorgono luci che parlano di semplicità ed amore. Sed de hoc satis.

A proposito del modello Severi-Pannaria, il lettore certo ricorderà che l’Accademia dei Lincei – che conserva gran parte dei manoscritti iniziali di Severi sulla Materia Pura e sui suoi sviluppi seguenti – appose ‘con un asterisco’ la seguente dicitura in calce alle Memorie:

I Soci Nazionali  della Sezione di Fisica dell’Accademia, a conclusione di lunghe discussioni avvenute tra loro, e col compianto Socio Severi, sul contenuto della Memoria [Nota] …, si accordarono, il 14 Novembre 1961, per accompagnare detta Memoria [Nota] con la dichiarazione seguente:

‘I Soci Nazionali Amaldi, Bernardini, Carrelli, Ferretti, Occhialini, Persico, Perruca, Polvani, Wataghin, desiderano render noto che essi non condividono quanto è espresso nella Memoria [Nota] del Socio’.

Ecco, questo è un esempio di quanto volgare, miope e dogmatica – terribile a dirsi in un contesto di ricerca veritiera – possa essere la visio del mondo accademico, così noiosamente auto-referenziale. Per non dire inelegante, visto che all’epoca ‘il Socio Severi’ stava per lasciare questo mondo.

Il Sogno dei Filosofi (edito da Lulu, acquistabile qui) val la pena di essere ben letto, con assoluta calma e con estremo impegno: l’argomento lo richiede; poi, andrà letto ancora, e poi studiato, a lungo. La conclusione? … essa spetta al Cercatore, che adotterà la sua propria postura, sia di sviluppo del proprio studio, sia della propria  ricerca, sia della sperimentazione.

Mi sento tuttavia di avvertire, in assoluta umiltà, e senza volermi in alcun modo sostituire ai due autori, che la verifica sperimentale di tal modello geniale, pur nei suoi limiti naturali, implica l’abbandono totale del metodo scientifico corrente: forse, quando l’accademico cesserà di guardare un alchimista come un povero deficiente, quella agognatissima ‘Teoria Unificata’  vedrà finalmente – negli anni – una sperimentazione più vera, più Naturale; ma quest’abbraccio, temo, non avverrà mai. Il canonico non abbraccerà mai l’eretico. Paradossale, n’est-ce pas ?

Conoscere porta alla Contemplazione della Bellezza suprema, nel silenzio della semplicità.

L’essere umano tende in genere ad altre mete, ad altre utilità.

Il formidabile apparato di analisi, elaborazione e sviluppo contenuto in questo libro merita ogni plauso, ma richiederebbe anche, nel lettore, e ancor più nello studente, una rivoluzione interiore: i mondi, gli universi, le stelle, le creature non sono come li descriviamo, come li vendiamo, come li passiamo ai nostri figli. Accadrà? … chi può dirlo?

Ai due autori va la mia riconoscenza per l’enorme mole di lavoro offerto; al Cercatore appassionato, al lettore di questo libro, al Ribelle all’Imperium del mondo parruccone e bardato in ogni modo e stile, lascio il piacere e l’onere di leggere, studiare e praticare.

Il Sogno dei Filosofi non è una chimera, bensì l’azione nostra – meglio: il nostro mutare; quasi un capovolgimento – verso Madre Natura.

La Joie, nel cuore …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Wednesday, January 24, 2018 by Captain NEMO

È sempre più agevole non pensare con la propria testa. Trovare una piccola, sicura gerarchia, e accomodarsi all’interno di essa. Non cambiare nulla, non rischiare la disapprovazione, non mettere in agitazione i colleghi. È sempre più facile lasciarsi governare.

Ursula K. Le Guin, I Reietti dell’altro Pianeta (Dispossed: An ambiguous Utopia), 1974

Abbiamo l’impressione/illusione di vivere su questo nostro ‘Terzo Pianeta”, ma meglio sarebbe chiamarla mera sopravvivenza. Il risultato di questa postura scialba è sotto gli occhi di tutti: tutto va come va, in modo pessimo, e alimentando sempre più non soltanto la fisica sofferenza, ma soprattutto la speranza di raggiungere – tutti – almeno il ‘buon senso’. É bene mettersi in testa che questa pigrissima postura è sempre stata la ‘firma’ di questa nostra specie di arroganti cialtroni: abbiamo nei secoli creato ed alimentato l’Imperium che costringe, affligge e configge – e continuiamo a farlo, in barba ai vari ‘credo’ libertari, sempre acclamati perchè ‘vai-avanti-tu, che …io poi ti raggiungo‘ -, in un evidentemente maledetto circolo vizioso; nel quale tuttavia, in mezzo alle lamentazioni di Geremia, nulla facciamo per cambiare la rotta e la prospettiva. E lo dovremmo fare, se non altro per chi viene e verrà dopo di noi …

Chi si prendesse la briga di studiare sul serio la Storia, e non leggere per criticare e/o filosofeggiare, facilmente si renderebbe conto di quanto sia surreale e colpevole la scelta di sopravvivere e di al contempo lamentarsi della sofferenza. Gli autori di questa inaudita sofferenza siamo noi tutti, da sempre: persino chi sfoggia saggezza, sia essa conclamata o l’etichetta concessa del consensus accademico – ogni accademia è stata e sarà sempre fonte di guai, o prima o poi; sono i subdoli focolai della ‘malattia del pianeta uomo’ -, ieri come oggi o domani, è correo di questo scempio.

Bene: in questo scenario, che senso ha la lamentazione, il pianto, la disperazione, il rantolo, l’additare l’altro come il colpevole del guasto? A cosa serve? La risposta è facilissima: a nulla; ma l’Imperium ingrassa. E la fila per entrare in quei ranghi di controllo e potere si ingrossa sempre, mentre la bellezza della vita vissuta con impegno luminoso viene calpestata, spazzata via, in pochi attimi di ‘scarponi chiodati’ marca ‘Io solo, sono‘.

Sempre in quella Storia nostra secolare, si vede facilmente che l’Imperium è contrastato talvolta dai romantici Ribelli; Reietti, per l’appunto, scalcinati, folli, fuori dagli schemi; ma ribelli; per prima cosa ribelli al pensiero inoculato con cura che ‘… nulla si può, abbiamo perso tutto, ah, mio Dio … guarda che strazio, guarda come si sono allontanati dalla retta via, guarda come hanno tradito i sacri canoni della legge (in taluni casi la si scrive con la maiuscola: in talaltri con la minuscola; ma sempre ‘sacra’ ha da essere, così fa effetto)’. Ancor più si ribellano, quei Reietti coraggiosi, alla solita trita litania “… Ah, grande Ciaparche Verde, io solo sono l’ultimo vero custode della legge (vide supra), proteggi me che ti voglio bene, e stermina lui che si fa beffe del sacro…!“; e via dicendo.

Chi avesse studiato con efficacia le basi fondanti dell’Alchimia, troverà nei testi una vis poco presente in altre dottrine: l’Alchimista è un Ribelle, è il Foux, per definizione; egli esce dal gregge per scelta consapevole, e combatte la visio che il consensus inculca e vende (e non v’è peggior consensus di quello ammantato dagli ieratici crismi pseudo ermetici; ma c’è di peggio…). Senza dubbio, egli paga il fio di questa scelta, come ogni Ribelle sa. La posta in gioco non è la Pietra Filosofale, non è né possesso, né controllo; la posta è Sophia, l’accesso alla via di fuga dalla vita sciaba e sciupata. E tutti sanno che sono pochissimi quelli che vi siano davvero riusciti. Pochissimi.

“Sufference is a lack of Knowledge”

Credo si debba chiarire che la Queste, l’avventura, non si esaurisce con la ‘fuga’ dal terzo pianeta e dalla sua specie arrogante e stolida: vi sono un mucchio di altre cose dopo, che dovranno essere – more solito – prima studiate e poi praticate. Un Universo ha luoghi immensi e tempi più-che-galattici. La Queste continuerà, con nuovi gradini di Sophia, et alia. Una meraviglia per il Ribelle davvero curioso, per chi fosse sul serio innamorato della Dama e curioso al punto di osare sollevare, nei modi consentiti da Natura, i lembi di quel velo …

Allora, il Ribelle che avesse abbracciato con Force il giusto sogno della Libertà dal brutale giogo dell’Imperium, chi avesse la forza grande del Sogno del Piccolo Principe, o la forza di Peau d’âne, e si impegnasse tanto nello studio che nella pratica, entrambi indefessi, … che se ne potrebbe mai fare delle lamentazioni, dei mugugni, delle ‘Geremiadi‘ che sorgono dai roghi della inevitabile Santa Inquisizione? Tanto più oggi in Alchimia, in cui di tutto avremmo bisogno, tranne che dell’inutile “ … siamo alla fine di un Ciclo. … É il tempo dei falsi maestri …“.

Ancora sorella Storia racconta che è sempre stato così, sempre si è parlato di Cicli che son-lì-lì-per-finire, con moniti apocalittici, e sempre abbiamo avuto i falsi maestri, persino tra i tanti Maestri, proclamati tali o dal consensus di cui sopra o per comodissima pigrizia della nostra arrogantissima specie, ammalata di disamore per Sophia. Anche qui: … non sarebbe tempo di mutare postura?

Non è la tristezza la divisa del Ribelle, sia esso Maitre o povero Ouvrier, non è un ipocondriaco lamento, non è l’invettiva contro tutto e tutti nel nome di un Divino sempre maldestramente adattato alla propria pigra insipienza, non sono patenti o tessere o paludamenti – risibili sciocchezza nel contesto della Force che anima la Creazione – che gli permetteranno di progredire nel cammino faticosissimo verso Lux, non sono le recriminazioni né le bizzarre scimmiottature di figure ieratiche a condurlo per mano, non sono la paura o la tenebra a proteggerlo dalla inevitabile reazione alla tentata fuga, non sono religioni o filosofie o scienze o tecniche avanzate che potranno sorreggerlo di fronte alla maestosità provvida di Madre Natura. Il Ribelle è solo, attorniato a volte da fidati Compagni di Queste. Soli con Madre Natura, tanto quando sono immersi nelle pagine di un buon testo d’Alchima, tanto quando sono indaffarati nei propri Laboratori alchemici, notte per notte, giorno per giorno. Unico punto di riferimento: la Materia alchemica in cottura, ed il proprio Fuoco. Una relazione d’Amore privatissima e sovrana.

La Fratellanza nasce dalla comunanza d’appartenenza: ma anche qui, more solito, non si sta parlando delle varie divertenti ‘parrocchiette’ che abbiamo allestito nei secoli come simulacri di ciò che abbiamo scelto di perdere. L’inganno che abbiamo tutti ordito (persino i Magistri), è più che subdolo, e conduce dritto dritto nelle prigioni dell’Imperium. Ogni ‘parrocchietta’, ogni congrega, sia essa santa o santificata o in odore di ineffabile e sublime santità, decorata dai Symbola abusati, garanzia di una protectio agognata, è la porta-trappola verso quelle lamentazioni, quei tristi e bui rantoli di chi non sa più cosa sia bellezza, letizia, giubilo e – sopra ogni cosa – la Joie.

La Joie della Fratellanza antica, quella che non necessita di alcun ornamento, alcun paludamento, alcuna obbedienza a regole etichettate con abuso tremendo del termine Sacro (è bene studiare, prima, durante, e dopo; cum practica, lo dico sempre), quella che lega ogni creatura in ogni Universo, quella ove Amor regna e mai tradisce, quella che sorregge Terra e i miliardi di luoghi animati dalla vita, quella che arde del Fuoco della Force, dove Natura Regna e non i finti dei di plastica, adattabili alla moda che meglio ci aggrada, quella semplice di un sorriso radioso qualunque cosa accada, persino di fronte a ciò che chiamiamo – stupidamente – ‘morte’, … quella Joie è il signum distintivo di un alchimista onesto, fosse egli un neofita o un esperto.

Quando vedrete Joie in Alchimia, sorridete e camminate.

La vita, in verità, è evento meraviglioso; ed una straordinaria opportunità, da non lasciar calpestare, o trascurare per ammantarsi di un gingillo del Club dei Custodi della tradizione (in questo caso, la minuscola minuscolissima è d’obbligo). Ancor più per chi sceglie di camminare lungo i sentieri della Gran Dama.

A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie.  Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.” (Ursula K. Le Guin, 2014, discorso alla consegna a New York del National Book Award).

Si sostituisca, con rispetto, il termine ‘scrittori‘ con ‘alchimisti‘; ed accanto a ‘tecnologica‘, magari, ‘ed ermetica‘.

 

Epifania: … spigolature nella calza del 2018.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Saturday, January 6, 2018 by Captain NEMO

L’antica festa di precetto fissata al 6 Gennaio nel nostro calendario dista 12 giorni dal Dies Nativitatis, posto dalla Chiesa a sostituire il giorno dedicato alla celebrazione del Sol Invictus.

Come si sa, il termine greco ἐπιφαίνω (‘mi rendo manifesto‘) indica la manifestazione della presenza divina, e – nel culto – è caratterizzata da tre signa: l’Adorazione dei Magi, il Battesimo (nell’acqua!), e il primo miracolo (la trasmutazione dell’acqua in vino durante le nozze di Cana [Giovanni, 2, 1-11]).

Il popolino la celebra come la ‘discesa nel camino della vecchia che viaggia sulla “Saronìs“”, i cui dona prima contenuti in un vecchio sacco, cadono poi sui carboni ardenti (da cui, l’usanza di appendere una calza, nella speranza che l’astuta vecchietta la riempisse).

Il culto Mitriaco – cui gli Imperatores ed i loro soldati si dedicavano più o meno segretamente – è ormai ben conosciuto; il famoso Banchetto Mitriaco è raffigurato in questo bassorilievo presente nel Foro Romano:

Mythraic Banquet - Rome

Mitra è  il Sol Invictus (è quello a destra, in alto), accanto a Sol, che riceve una coppa contenente il sangue del Toro da parte di Cautes; a destra Cautopates punta il fiammante Caduceo alla base di un’ara su cui è raffigurato il Serpente.

Il culto romano avveniva in templi sotterranei, ed al termine del rito appropriato i patecipanti prendevano parte ad una banchetto.

Da una cultura più antica e precedente (forse originariamente Accadica), ecco un bel bassorilievo conservato al Louvre, dove vediamo  raffigurati Aglibol (signore della Luna), Baalshamin, e Malakbel (signore del Sole); Ba’al Šamem (generalmente tradotto come Signore dei Cieli) è qui raffigurato al centro, accompagnato da Sol e Luna (entrambi divinità con ‘aspetto’  maschile); manca qui Bel, la sua controparte.

Nella calza di quest’anno trovo che il termine Saronide era presente anche nell’antico Celtico: il Saronyddion o Seryddion indicava un Druido Astronomo, dal Cimmerico ‘ser‘, ‘seren‘ per ‘stella’ e ‘heni‘ per ‘rendere manifesto’.

διαλέγομαι – Lo Spirito

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, διαλέγομαι, Philosophia Naturalis, Various Stuff on Wednesday, January 3, 2018 by Captain NEMO

Ho ricevuto da parte di Claudio Cardella un suo scritto, intitolato ‘Lo Spirito‘; era nato, mi dice, come una sua riflessione/commento/risposta al mio Post ‘Serendipity Two … in Enker Grene‘ (qui), ma si tratta a mio avviso di un piccolo gioiello, che mi pare meriti molto più di un ringraziamento; e utile, mi auguro, a tutti i semplici di spirito, a chi cerca con onestà priva di qualsiasi pre-giudizio; é naturalmente un ‘pezzo’ molto denso, e ricco di suggestioni e di spunti estremamente interessanti.

Dato che si tratta di cosa donata e rara – e quindi preziosa – ho pensato di inserirla in una nuova sezione: “διαλέγομαι“; spero che l’autore vorrà accettare qualche mia riflessione, in forma di allegro pas-de-deux

 

Natale 2017: “…End?… And beyond, the far green country, …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Friday, December 22, 2017 by Captain NEMO

Hogmanay: oggi, il ciclo di luce&tenebra apparente si inverte; ma è Lux – in continuum – la sorgente di ogni manifestazione. Alchimia 1, le basi.

Da millenni, ci ripetiamo angosciati che “…tutto è perduto, non vedi che è tutti-contro-tutti?“. Comoda stolidità di chi ha distolto lo sguardo dalla Natura per coltivare il possesso ed il controllo del proprio orticello. La solita commedia, vecchia-vecchia.

Non c’è fine, mai … e  – – c’è molto altro, da fare.

Pippin: “I didn’t think it would end this way.” Gandalf: “End? No, the journey doesn’t end here. Death is just another path. One that we all must take…The gray rain curtain of this world rolls back, and all turns to silver glass. And then you see it.” Pippin: “What, Gandalf? See what?” Gandalf: “White shores. And beyond, the far green country, under a swift sunrise.” Pippin: “Well, that isn’t so bad.” Gandalf: “No. No, it isn’t.

Sul palco della medesima commedia, in questo  peculiare giorno di rivoluzione ci si augura sempre un Buon Natale, ma nulla – mai – cambia veramente: … perché esser buoni solo a Natale?

Così, val meglio forse il consiglio del Cappelaio Matto per i prossimi 364 giorni, ammantati di Lux: serenità, pace vera, uguaglianza, comunanza, fratellanza. E la Joie! … tanta!

Buon Non-Natale a voi tutti!

… nessuna buona azione resta impunita!

Serendipity – Two, in enker-grene

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, September 11, 2017 by Captain NEMO

Presi come siamo dai vortici della vita d’ogni giorno – vortici che noi stessi creiamo, senza fallo, e nessuno escluso – perdiamo sempre di vista lo sguardo d’insieme della nostra piccola, minuscola astronave: Terra viaggia nel gran mare del nostro universo, non guardiamo neppure fuori dal finestrino, assorti in mille banalità, cui sempre diamo una dimensione come minimo epocale, troppo importante per occuparci di quisquilie fastidiosamente sofisticate come il Cosmo e le sue meraviglie. Eppure sono, le nostre, ridicole baggianate. Tutte.

Guardando fuori dal finestrino in questi giorni – e con antenne semplici, primitive ed alla portata di tutti – ci si sarebbe forse accorti che Sol, la nostra stella, emette un mucchio di ‘materia’ e che la nostra navicella vi naviga attraverso. Tra i tanti segni che Cielo accende per gli innamorati vi sono le Northern Lights. Il nome che abbiamo affibbiato a queste ‘luci nordiche’, ma che meglio sarebbe chiamare ‘luci polari’, è quello di ‘aurora’: per quanto il termine indichi comunemente il chiarore che segue l’alba e precede lo spuntar di Sol, in questo caso indica un fenomeno che è visibile al nostro occhio solo di notte (in realtà, accade ovviamente anche di giorno).

La spiegazione di quanto avviene in Cielo è sempre in corso di aggiornamento, come è d’uopo in ogni impresa, in ogni Queste umana, ma può essere riassunta in questo modo: a seguito della energia (nucleare e non) prodotta continuamente nel nucleo di Sol, la nostra stella – che è il centro di una super-astronave (il sistema di Sol, anch’esso in viaggio cosmico) con tante minuscole ‘navette’ come Terra – erutta continuamente materia d’ogni tipo ad altissima energia e velocità: la Fisica le chiama ‘particelle cariche’ (si parla di protoni ed elettroni, ma anche il neutrone è particella che neutra non è) e viaggiano alla velocità di oltre 800 km/s (ehm); il nomen di questo fenomeno è ‘vento solare’. Queste ‘eruzioni ‘ sono generalmente correlate alle famose ‘macchie solari’, le cui frontiere fluttuanti emettono per l’appunto una “eiezione coronale di massa” (CME, Coronal Mass Ejection). L’attività di questo fenomeno stellare, assolutamente comune e naturale avviene su Sol con un periodo di circa 11 anni (ogni giorno, Sol emette energia sotto forma di particelle, UV, IR e via dicendo per circa 170.000.000 GigaWatts, più di 7000 volte il consumo medio da parte di noi passeggeri ignari; ricordo che Energia è ‘struttura’ della materia, e non un misterioso evento mistico,  o insignificante; si tratta di un costituente fondamentale, tanto più in Alchimia). Bene: mentre facciamo le nostre importantissime cose, la nostra astronave sta attraversando proprio uno di questi periodi di grande attività.

Fatto è che questo ‘vento di Sol’ è per sua natura estremamente pericoloso per il nostro tipo di vita: quelle particelle cariche, accelerate, sono letali per il nostro ciclo vitale. Ed allora, provvidamente, la nostra astronave si è dotata, per Natura, di uno ‘Scudo’ che fende quel ‘Vento’. Lo ‘Scudo’ è generato a sua volta dal Nucleo della nostra astronave: ruotando il Nucleo ad altissima temperatura, l’energia prodotta al suo interno irradia verso l’esterno, producendo il Campo magnetico terrestre; il quale è ‘polare’, nel senso che le linee di forza sono ‘orientate’ lungo i Poli (magnetici, e non geografici); ciò fa sì che nelle zone polari il Campo Magnetico terrestre abbia la forma di due grossi ‘imbuti’. Un piccolo riassunto:

  • il ‘Vento di Sol’ e la sua influenza sul Campo Magnetico delle sue ‘navette’: a 2:24
  • lo Scudo (Campo Magnetico) di Terra: a 3:50 [le immagini dell’interazione tra la CME ed il nostro Scudo sono basate su dati reali raccolti dal sistema VENUS, in orbita]
  • la CME (Coronal Mass Ejection) ed il suo impatto sullo Scudo: a 4:44
  • le ‘particelle cariche’ emesse dalla CME precipitano all’interno degli ‘imbuti’ polari: a 5:00
  • il Campo Magnetico di Terra devia, attraendole come primo livello d protezione, le ‘particelle cariche’ verso i Poli, creando le Northern Lights: a 5:15
  • lo Scudo – attirate le ‘particelle’ – attiva il secondo livello di protezione; Aria interagisce con il ‘vortice’ di Plasma stellare: a 5:40
  • l’Ossigeno cambia il livello di alcuni suoi elettroni: eccitazione (colore Verde), ritorno allo stato naturale (Rosso): a 6:23
  • l’Azoto (Blu): a 6:27

Questo meraviglioso sistema di auto-protezione è in atto – per Natura – da milioni e milioni di anni. Tuttavia, le implicazioni sottili, non meno oggettive e materiali di quanto ‘vediamo’ con i nosttri sensi, sono molte. Ed importanti. Dato che ‘come in alto, così in basso, per il miracolo della cosa Una‘, mi permetto di suggerire che quel che accade attorno a Terra avviene identicamente anche nel crogiolo di ogni alchimista, senza che sia necessario un suo ‘credo’, o una ‘fede’: si tratta, in realtà, di un fatto, di un evento naturale, previsto e messo in atto da Madre Natura, secondo modalità ovviamente scalate e adattate al contesto del microcosmo alchemico.

Sotto la normale ‘apparenza’ degli effetti studiati dalla Fisica, esiste – non visto – il livello della ‘substantia‘ di tutti i corpi investiti dai fenomeni Naturali: di questo si è occupata – da millenni – la Physica Naturalis. E Alchimia, che ne è l’ineludibile specchio sperimentale, canta sempre la medesima musica, sottile, eterna, ugualmente meravigliosa; il ‘microcosmo’ sperimentale degli alchimisti è lo Speculum esatto del ‘macrocosmo’ di noi ignari passeggeri della nostra ‘navetta’, sballottata dai flutti stellari e galattici.  Ripeto: non è una fede; è, piuttosto, un fatto.

Poiché di fatto il modello atomico corrente è ‘modello’  – e non realtà oggettiva -, il cercatore deve riflettere: l’Unica Materia interagisce con sè stessa – in aspetti funzionali diversi – in continuo, in un processo di ‘scambio’ straordinario, nel quale materia combinata – ‘apparente’ ai sensi nelle sue molteplici funzionalità (per. es. ‘ossigeno’, ‘idrogeno’, ‘azoto’ e via dicendo) – si trasforma in materia pura e viceversa, secondo un sistema Naturale la cui portata supera qualunque nostra possibilità di replica: la trasformazione del continuo in discontinuo e poi di nuovo in continuo (in Alchimia è l’interazione Spirito-Corpo, entrambe ‘materie’) attiene a Madre Natura sola, e non alle specie create e trasformate. Diceva Paolo Lucaerlli che un alchimista non ha una weltanschauung, una ‘visione’ del mondo: in effetti, l’alchimista – quando opera nel silenzio pacifico del proprio piccolo laboratorio – non ha ‘visioni’; egli ‘guarda’ il mondo, vede il ‘microcosmo ed i suoi processi all’opera nel proprio crogiolo; la contemplazione del meraviglioso in opera, conduce – lentamente, per gradi – alla Conoscenza.

Nulla di ciò che esiste è oggettivamente ‘vero’. Tutto è in eterna trasformazione. Tutto. Non è dato altrimenti. I sensi sono strumenti estremamente parziali, insufficienti a discernere il vero dal falso. L’intelletto, poi, è nemico ancor peggiore, quando usato per affermare un potere, una supremazia, un controllo: questa è la malattia di noi ‘viaggiatori’, che si sia bassa manovalanza o alti sapienti, gran dottori della legge. Il saggio cammina nel silenzio, cammina come può, secondo Natura, scegliendo Lux e mai oscurità. Se si guarda la storia della nostra civiltà, si vede come sia l’oscurantismo, in ogni sua declinazione e paludamento, ad aver impedito l’ “infusione” naturale della Conoscenza su Terra. Madre Natura non compie actiones in base ad un proprio ego, ad una convenienza, ad una opinione, in base ad un credo, ad una fede, ad un’idea, ad un fanatismo. Tra i tanti passeggeri della nostra ‘Astronave’ solo l’essere umano fa l’esatto contrario, specie i vari sapientes d’ogni epoca e contrada, che hanno scelto il comodissimo oscurantismo nel nome di santi, martiri, fedi ed ideologie. Sed de hoc satis.

Il Merriam-Webster definisce ‘Serendipity‘ come “the faculty or phenomenon of finding valuable or agreeable things not sought for“; si direbbe un’ottima facoltà per ogni alchimista, per ogni cercatore, qualunque cosa egli/ella vada cercando. Osservando il fantastico danzar del ‘vento di Sol’ nel Cielo polare, il Green, il Vert, il Verde, colpisce il nostro cuore, senza una spiegazione. Possiamo solo dire: “…che meraviglia!“. Quel “verde benedetto“, che i tanti testi alchemici indicano e richiamano, è il sintomo Naturale, il signum, di una avvenuta e canonica ‘generatio‘. La quale è figlia solo di una trasformazione della Materia Unica, passando attraverso la naturale Putrefactio. Ora, nel dedalo delle attribuzioni, vi sono molte Putrefactiones possibili, ergo molte generationes possibili, presenti nel Piano di Natura: così, a ben voler guardare …. molti ‘verdi’ potrebbero non esser quel ‘benedetto verde’. Per cercare di esser chiari mi permetto di semplificare, velocemente: nel mondo delle ‘apparenze’, nel nostro, nel mondo di qua dallo Specchio di Alice, il color verde – lo abbiamo appena visto – è dovuto a “quella cosa” ‘vestita‘ da Ossigeno. E dato che l’Ossigeno è praticamente ovunque nella nostra navetta (si noti, please, che esso – meglio: essa funzionalità – non pare ‘apparire’ nello spazio-tempo tra stelle e pianeti), dunque anche nei nostri laboratori, quella ‘funzionalità verdeggiante‘ accade in numerosissimi eventi. Così, o accettiamo l’idea che un certo numero di ‘verdi’ (non tutti, certo) possono essere ‘benedetti’, oppure ci si deve rifugiare nella salvifica ‘fede’. Mah…ognuno farà certo come meglio ‘crede’; forse, meglio, ‘sente’ ? … altro Mah!

D’altro canto, tutta la nostra storia umana è pervasa da quel colore, assegnandogli il ruolo di segnalare ‘vita’, intesa come ‘potenza di generazione’. E poichè Alchimia studia e sperimenta la trasformazione della Materia Unica in ogni actionem di Creazione (una res, una via, una dispositione), ci si deve prima o poi affacciare allo Specchio di Alice, ed avere prima di tutto il coraggio di varcarlo. Cosa non facile, peraltro…

In Sir Gawain and the Green Knight, Galvano ha a che fare per l’appunto con un misterioso quanto possente Cavaliere di verde tutto vestito, che lo sfida a staccargli la testa con un colpo d’ascia se accetterà a sua volta di essere decapitato dopo un anno e un giorno; il colore indicato è, in Middle-English, ‘enker-grene‘, un verde brillante, intenso:

For wonder of his hwe men hade,
Set in his semblaunt sene;
He ferde as freke were fade,
And oueral enker-grene.

Galvano accetta la sfida e gli taglia la testa; ed il cavaliere la raccoglie e se ne va verso il suo lontano castello. Dopo un anno, Galvano si presenta all’appuntamenteo presso la Green Chapel, e viene ospitato nel castello di Bertilac de Hautdesert e la sua bella consorte; lei lo tenterà per tre notti, ma Galvano si limita a dargli prima uno, poi due, e alla fine tre casti baci. Poi si reca alla Green Chapel dove il suo verde avversario lo aspetta con l’ascia: tre volte Galvano tenterà di farsi tagliare la testa, ma il Green Knight non lo farà: alla fine rivelerà che era un gioco per metter alla prova la sua onestà, e che il suo nome è proprio quello di Bertilac de Hautdesert, il marito della tentatrice. Qualche breve nota: il Green Knight che si presenta alla corte di Camelot non è troppo minaccioso.

Il termine ‘axe’, da noi comunemente tradotto con ‘ascia’ è in realtà un ‘falcetto’ (secondo Tolkien et alia), visto che il Cavaliere porta con sè per l’appunto un rametto d’Agrifoglio (l’Holly natalizio, pianta scaramantica e benaugurale), che ha la funzione di proteggere gli alberi giovani dall’essere danneggiati dagli animali della foresta. La sua identità, che rivelerà a Galvano solo alla fine dell’avventura, lo fa signore di ‘Hautdesert‘, che non indicava a quei tempi un’area abbandonata, quanto piuttosto un’area disboscata di fresco per consentire la caccia agevole, inserita nel possedimento del castellano, il qual possedimento – nel testo – è indicato come una foresta fitta, rigogliosa e selvaggia; si trattava, insomma, di un Purlieu-man (figura prevista dalla Forestlaw del tempo), vale a dire di un ‘uomo dei luoghi puri‘, sui quali graziosamente dominava. Il verde Bertilac, è dunque un Green-Man, un uomo della Natura, protettore della fertilità rigogliosa e intonsa, nascosta e dotata di natural possanza; ne vediamo uno tra gli oltre cento sparsi all’interno di quel libro vivente  che è Rosslyn Chapel, cui sono particolarmente legato:

Nel suo prezioso scritto, ‘Ermetesmo e tradizione Arturiana‘, Paolo scrive a proposito del regno di Gorre, dove Méléagant ha preso prigioniera la Regina Guinevere:

Ora, per entrare nel regno vi sono soltanto due modi, comunque entrambi difficili: “ Vous trouverez obstacle et trépas car c’est périlleuse d’entrer en ce pays …. L’accés n’en est permis que par deux cruels passages. L’un a nom pont dessous l’eau, parce qu’il vraiement sous l’eau entre le fond et la surface, il n’a qu’un pied et demi de large et autant d’épaisseur. L’autre pont est le plus mauvais et le plus périlleux que jamais l’homma n’ait passé. Il est tranchant comme une épée et c’est pourquoi tous le gens l’appellent le pont de lépée …” Dunque due vie, una ‘umida’ e una ‘secca’. Nella seconda, la via della ‘spada’, l’acciaio magico (il chalybs del Cosmopolita e di Filalete) sostiene un ruolo fondamentale e insostituibile.

Ricordo un passo di un autore poco noto:

…prendi dell’acciaio ben affilato e aprile (alla materia) le viscere e troverai questa seconda materia dei Filosofi …. Ma senza acciaio ben raffinato e lavorato dalla mano di un buon Maestro, non pensare di venirne a capo …

Da qui il simbolismo della spada magica, usato in tanti racconti, a indicare la via iniziatica prescelta. Pensiamo a Excalibur, la più famosa, dal nome così facilmente interpretabile. Lancelot et Gauvan devono scegliere. Il primo va per la via secca, il secondo per l’altra. Vedremo che Gauvain fallisce, possibile suggerimento sull’inutilità di questa strada. Notiamo che Lancelot a questo punto è ancora in ‘incognito’. Di più, è disprezzato per aver accettato di montare su una carretta di ludibrio, e quindi per essersi volontariamente avvilito senza motivo apparente. Per comprendere, è illuminante il gioco cabalistico, peraltro molto trasparente: charette va inteso come diminutivo di charrèe, la cenere che si usa per la liscivia e come fertilizzante per i campi: “ … O quam praeciosus est cinis ille filiis doctrinae , & quam praeciosum est quod ex eo fit” (In Turba), dicono i Maestri, raccomandandoci di non disprezzarla. E` la piccola ‘Cenerentola’ che tra l’altro fornisce la scarpetta di vetro, di verre, vert, il Verde inestimabile, che sarà stimolo per un’altra avventura, dedicata questa volta a Galvano. E` il colore del vaso prezioso, del Santo Graal, (il sangreal, il sangue regale). La materia va cotta col suo sangue e, come insegna la Turba, tutto ciò che ha sangue ha anche spirito.

In quest’ottica, ricordando che la Via è unica, si dovrebbe fare una riflessione: Lancelot, il Cavaliere della Cenere, è compagno di Gawain che – compiuta la propria avventura con onestà – potrà vestire la Green-Girdle (la cintura verde, a doppio giro, dice il testo) donatagli dopo il terzo bacio dalla moglie di Bertilac:  si tratta di quel vert, dunque, rappresentato dalla doppia natura del Green-Man, che è anche – mi si passi il brutto termine – il prodotto ‘fornito’ proprio da Cendrillon; Bertilac du Hautdesert, così, pare possa anche esser ‘reconnu‘ come la ‘pantoufle de verre‘ di Cendrillon (Cucendron), così indicata dal buon Maître de Savignies:

Dopo aver ben compreso che il Looking Glass di Alice non è soltanto una graziosa metafora, o soltanto un dotto simbolismo, forse il gioco delle apparenze si fa meno enigmatico, meno insidioso, meno insolito, persino meno triste: come dicevo, nulla è ciò che appare, ma tutto è “funzione” di un’Unica Materia, la Mater Ea degli antichi Philosophi.

Per finire, occorre ricordare che l’Uomo-Verde è presente in ogni tradizione, sotto mille forme, peraltro tutte ben evidenti: per esempio, al-Khiḍr, che si vuole fosse uno dei Maestri spirituali di Mosé, e pure di Alessandro Magno, un wali, ed uno dei quattro immortali accanto a Enoch, Elia e Gesù è l’incarnazione della Divina saggezza, infusa in modo naturale ed ineffabile. Letteralmente, il suo nome viene anche tradotto come ‘il Verde‘, per rappresentare la freschezza dello spirito e l’eterna vitalità. Pur se il suo nome non viene mai riportato nel Corano, si crede sia ancora vivo avendo avuto accesso all’Acqua dell’Immortalità (è il mito dell’epica di Gilgamesh, dove il ruolo, la funzione, di al-Khiḍr è svolto da Utnapishtim), e viene spesso rappresentato nell’iconografia vestito di verde.

Se viene pronunciato il suo nome, molti consigliano di salutarlo educatamente come se fosse presente, pronunciando il dovuto “Salaam Aleikum!“: egli è immortale ed anonimo, ma sempre benigno, pur nella sua misteriosa figura di ‘Profeta Nascosto’; egli ha ricevuto la Saggezza direttamente dal Divino – una “Scienza da parte Sua” (al-‘ilm al-ladunnī) – ed ha facoltà di rivelare direttamente la Via ai semplici, a chi non appartiene ad ordini e gruppi, ai non-protagonisti. Questo porsi in qualche modo al di fuori persino dagli schemi del nostro ermetismo intellettuale, tutto occidentale, ne fa lo specchio perfetto del vert, del vero, del cristallo portatore dell’informazione vitale, per ogni essere creato. Il Green Man non risponde alle leggi umane, ma vive in Natura, forse perché egli “è” Natura. Difficile certo da scorgere e/o percepire, ma ciò ovviamente non significa che non esista. Come si vede, potrebbe essere equiparato al Mercurio degli alchimisti, quello alto e puro e primevo, non specificato, di cui parlano, da secoli, i buoni testi; è quell’unico Mercurio che basta per fare l’intera Opera. Poi, il resto, si vedrà…

Ritornando alle Northern Lights, l’ “apparire” del ‘salto’ da parte di quel fenomeno che chiamiamo Ossigeno (segnalato dal rosso e dal verde ) è dovuto all’emissione di fotoni (e non solo) nei ranges rispettivamente di 630.0nm e 557.7 nm, considerate in Fisica come delle ‘transizioni proibite’ in condizioni normali. Al di là dei valori numerici per sé, che di nessuna importanza sono nel contesto alchemico, vi è la però la scala: una grandezza infinitamente piccola genera un evento di scala milioni e milioni di volte più grande, e noi vediamo con gli occhi soltanto quest’ultima scala. Tutto qui …che forse potrebbe essere scritto meglio, come ‘tutto è qui‘.

L’immagine che raffigura il saggio al-Khiḍr assieme al pesce – il cui contorno ricorda la ‘amande‘, simbolo quasi topografico  di un mesomondo vivente e vivificante, un locus amenus –  origina dalla medesima sorgente di Conoscenza antica che indica con esattezza che ‘ἕν τὸ πᾶν‘, così come accennato con idioma teutonico dal filatterio del Rosarium che adorna quel Lion vert, posto come incipit del De nostro Mercurio, qui est Leo viridis Solem devorans:

Ich bin der wahre grüne und Goldene Löwe ohne Sorgen,
In mir sind alle Geheimnisse der Weisen verborgen.

Quel Lion vert è ‘senza preoccupazioni‘, proprio come al-Khiḍr, ed in esso ed in egli sono racchiusi tutti i segreti dei Filosofi. Potrebbe mai esser stato altrimenti? Da quanto indicato dal passo ‘arturiano’ di Paolo si potrebbe dire che quel corpo ‘senza preoccupazioni‘, richieda operativamente alcune pre-occupazioni; trascurarle, credo, sarebbe poco accorto; sarebbe un po’ come non accorgersi che persino Yoda … è un altro Green Man.

Sul piano operativo, dopo magari aver meglio meditato su come ‘appare’ e come accade una Luce del Nord, mi permetto di consigliare la lettura attenta, calma, senza preconcetti e senza aspettative, possibilmente nell’edizione originale latina del 1618, di alcune parti dell’Atalanta Fugiens, offerta a chi cerca da quel saggio ed onestissimo buontempone di Michael Maier, Conte Palatino senza portafoglio; per esempio, alla Fuga & Discorso XXVII – dove si parla dell’accesso al Roseto, chiuso – vien detto a proposito dei due chiavistelli: “Hanc clavem in Hemisphaerio Zodiaci septemtrionalis reverà inveniet si signa bene numerae & discernere sciat, & lorum pessuli in meridionali: Quibus occupatis, facilè erit aperire ostium & intrare“; e a seguire: “In ipso verò introitu Venerem cum suo amasio Adonide videbit; Illa enim sanguine suo albas rosas tinxit purpureas: Ibidem & draco animadvertitur, quemadmodum in hortis Hesperiis, qui rosis custodiendis invigilat.” . Maier ricorda, non a caso, che  “Rosæ intra spinas abditæ capillos flavos habent interiùs & vestem viridem exteriùs.” E se si volesse approfondire, con la medesima attenzione, calma, assenza di preconcetti ed aspettative, si potrebbe studiare la Fuga e Discorso XXXVII: “Tre cose sono sufficienti al magistero, il fumo bianco, ovvero, acqua, il leone verde, cioè il bronzo di Ermete, & l’acqua fetida.“. Sebbene il Major Grubert mi abbia quasi obbligato a riportare le citazioni nella loro lingua originale, come stimolo utile a chi davvero voglia camminare nel Bosco incantato, ecco una mia brevissima e libera traduzione di un passaggio, la cui chiarezza e precisone è – a mio modesto avviso – senza pari:

… questo fondamento viene qui chiamato acqua fetida, la quale è madre di tutti gli elementi come testimonia il Rosario, dalla quale & attraverso la quale & con la quale i Filosofi preparano lo stesso [fondamento], vale a dire l’Elisir al principo & alla fine: viene chiamata Fetida perché manda da sè un fetore sulfureo, & un odore di sepolcri; Questa è quell’acqua che Pegaso fece scaturire dal Parnaso percosso col suo zoccolo, la quale [acqua] il monte Nonacris dell’Arcadia emette prorompente dalla roccia a causa del suo fare, la quale causa dalla sua fortissima forza può essere conservata nel solo zoccolo cavallino; questa è l’acqua del dragone, così come la chiama il Rosario, che si deve fare grazie all’alambicco senza alcuna altra cosa aggiunta, nel fare la quale c’è un massimo fetore … sappi che il fetore, se proprio c’è, presto si cambia in una grande fragranza… ; Dopo l’acqua Fetida è la volta del Leone verde di cui il Rosario [dice]: cercavano infatti la verdezza, credendo che il bronzo fosse un corpo lebbroso a causa di quella viridità che ha. Di conseguenza quindi ti dico che tutto ciò che vi è di perfetto nel bronzo è quell’unica verdezza, la quale è in esso: perché quella verdezza grazie al nostro magistero si converte rapidamente nel verissimo oro nostro & di questo siamo esperti, infatti non potrai preparare alcuna pietra senza il duenech verde & liquido, che si vede nascere nelle nostre miniere: oh benedetta verdezza che generi tutte le cose; per cui sappi che nessun vegetabile e frutto alcuno appare germinando senza che vi sia lì il colore verde; sappi parimenti che la generazione di quelle cose è verde, per cui i Filosofi la chiamarono germe. Così il Rosario: questo è l’oro e il bronzo dei Filosofi e la pietra nota nei capitoli, fumo, vapore & acqua, sputo di luna che deve essere congiunto al lume del Sole; questo leone verde combatte con il dragone, ma viene da esso superato & viene divorato in un tempo successivo … In terzo luogo segue il fumo bianco, il quale se viene coagulato fa acqua e l’acqua svolge il compito di lavare, solvere & togliere le macchie come il sapone:

Fatte le consuete raccomandazioni nel consultare un buon testo d’Alchimia, chiedo subito venia al britannico Major, ai latinisti, agli ermetisti, ai cercatori tutti per questo mio raccontare; al di là di ogni considerazione, sono serenamente convinto che se qualcuno amerà studiare, che non è certo leggere, amerà ancor di più operare, tanto più in Alchimia: senza esperienza, ça-va-sans-dire, non c’è studio che valga e/o tenga.

E così, forse, sono riuscito a rispondere, in tremendo ritardo, al curioso quesito posto tempo fa da Chemyst, in chiusura di un suo bellissimo Post:

La rousée du mois de may
M’a gasté ma verte cotte.
Par un matin m’y levay
En un jardin m’en entray;
Dites vous que je suis sotte?
La rousée du mois de may
M’a gasté ma verte cotte.”

Non è sotte quella donzella, tutt’altro …un saluto a tutti, in

enker-grene!

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