La Candelora: … briciole sparse

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Thursday, February 2, 2023 by Captain NEMO

Si dice che “Alla Candelora de l’inverno semo fora“; oggi è una bellissima giornata, e si percepisce un sottile ma pervasivo profumo di Primavera, incipiente. Approfitto del buon clima per tornare a sedermi sui gradini della porta, munito di una buona pipa carica di profumi, a contemplare il cielo; azzurro. Guardo le poche nuvolette puffose mosse dal vento. Maestrale, marino, salutare. Nuvolette deliziose, che formano e sformano, allegre, silentissime. Le piante sono molto timidamente in leggero sboccio; sono timide, dopo le freddure dei Giorni della Merla.

Mi torna in mente una vecchia storiella che sostiene che – chissà quando – i merli una volta erano bianchi, ma che per il freddo si riparavano nei comignoli fumanti; e divennero neri. Sorrido, e riguardo il cielo; azzurro. Il vento è talmente gentile che stormi di piccioni – sempre pigri e fastidiosi per la spropositata produzione di guano che adorna i tetti del paese – si involano, cavalcano l’onda del vento, che per noi è invisibile. Evoluzioni e divertissements.

Tutto è davvero bello e tranquillo, quest’oggi. Mi volto verso la chiesa: Chiusa. Il buon parroco … forse dorme? Oggi si dovrebbero portare i Ceri in chiesa, per esser bene-detti. Nessuno. Bah…

Si portavano in chiesa, credo a Marsiglia, i ceri da far bene-dire, ma spenti; si scendeva nella cripta, dove stava la Notre Dame de Confession, la Vergine Nera; nell’ Abbazia di Saint Victor a Marsiglia c’era questa:

Fulcanelli aprì Le Mystère des Cathédrales con questa bella tavola di J.J. Champagne; e scriveva, mi pare, che questa Vierge

… ci presenta un bell’esempio di antica arte statuaria, plastica, ampia e opulenta. Questa figura piena di nobiltà tiene uno scettro nella destra e ha la fronte cinta da una corona a triplice fiorone.“;

… nel simbolismo ermetico, la terra primitiva, quella che l’artista deve scegliere come soggetto della sua grande opera.  È la materia primitiva, allo stato minerale, come esce dai giacimenti metalliferi, profondamente infossata sotto la massa rocciosa.“;

… Nel cerimoniale prescritto per le processioni di Vergini nere, non si bruciavano che ceri di colore verde.“.

… per poi chiosare (Les Demeures Philosophales, Chap. ‘Le Cadran Solaire du Palais Holyrood‘, – Paris 1964, Pauvert – Tome II, p. 317]:

Cette légende contient, derrière le voile allégorique, la description du travail que doit effecture l’alchimiste pour extraire, du minéral grossier, l’esprit vivant et lumineux, le feu secret qu’il renferme, sous forme de cristal translucide, vert, fusible comme de la cire, et que les sages nomment leur Vitriol.“.

Ah, Monsieur le Maître Fulcanelli… ‘il velo allegorico‘.

Mentre tiro buffetti di buoni profumi dalla mia pipa, guardando lo spettacolo del Cielo, ricordo un passo di Paolo, segnalato a suo tempo da Fra’ Cercone:

” …‘C’è un metodo ancora più segreto, insegnato da Joël Joze: basta captare nelle pupille di ogni essere vivente le immagini di tutte le cose visibili, condensarle, fissarle, comprimerle secondo metodi noti solo a lui, ottenerne, grazie a un procedimento sorprendente e vertiginoso la sintesi chimica; perché queste immagini proiettate sullo schermo appaiano subito in METAFORE-ANIMATE. Joël Joze chiama queste proiezioni così particolari
VIAGGI IN KALEIDOSCOPIO
Trasformate nello stesso apparecchio, per mezzo di misteriosissimi fluidi, di sali e di metalli preziosi, le Visioni si concentrano istantaneamente sotto forma di pastiglie platinate che possono poi servire a un numero illimitato di esperienze.
Così, ciascuno di noi, secondo le sue tendenze, scoprirà il SENSO NASCOSTO di ogni cosa
…. M. Joze pretendeva semplicemente di rigenerare il nostro Pianeta.

(da un post di Paolo Lucarelli, in un bel Forum di una volta, in data 2 febbraio [Candelora!] 2005)”.

Passa una tortora (una delle Doves … chissà se sa di appartenere a Diana!), velocissima si posa su un ramo; mi vede e fa ‘tu-tuuu-tu‘, dunque è un maschietto; cerca la sua femmina, chissà dov’è …. Avete mai fatto caso che fanno il loro richiamo solo quando sono … fisse? … Mai in volo! Continuo ad osservare Cielo e nuvole e tortora, che gioca a nascondino: ‘il velo allegorico‘ e ‘le metafore animate‘…

La cosa straordinaria della Philosophia è che essa è del tutto inutile, non serve ad alcuna delle attività usuali di noi uomini; non ha davvero una applicazione che porti profitto, vantaggio, potere; si dice infatti ‘filosofeggiare‘, per indicare un’attività tutto sommato trascurabile, perché viene considerata una sorta di trastullo intellettuale. Eppure … l’abitudine di portar ceri da bene-dire, spenti, ai piedi della nascoste Vierges Noires, per far sì che, una volta accesi, … diventino verdi … beh, certo ha solo il fascino di una bizzarra abitudine popolare, da analizzare forse mediante l’antropologia. Ma qual’è il senso nascosto di questi atti devozionali? … Solo aspetti della fede religiosa?

Guardando il grande cielo, azzurro, percorso dal vento salato … il protagonista nascosto di questo prezioso quadro Naturale è l’Esprit Universel, quello vivant et lumineux, che – così come è nascosto al’interno della Vierge Noire – è però reso ben manifesto dai fenomeni mirabili che osserviamo in giornate come questa. Come percepirlo? Basta fare il ‘vuoto‘, ed il ‘pieno‘ arriva subito.

Facile facile; spegnete la testa. Punto. Staccate la spina e godetevi Madre Natura all’opera …!

Di cosa potremmo aver più bisogno? Meglio: di cos’altro possiamo aver bisogno? Tutto è già qui, tutto da contemplare, tutto da bene-dire; poi basta ‘fare‘, senza grande sforzo, senza aspettarsi nulla; ma ‘fare‘. Con la medesima tenacia con cui il vento, soffia. Sempre. Senza posa.

Madre Natura è provvida e ‘fa‘; agisce; invisibile, ma ‘fa‘. Diversamente dagli uomini. Tutti ne parlano, buoni e cattivi che siano: se ne discute, se ne discetta, la si celebra, la si calpesta …

Un po’ come l’Alchimia: se ne discute, se ne discetta, la si celebra, la si calpesta … ma pochi, davvero pochissimi, ‘fanno‘.

Rientro in casa, e sorridendo passo davanti alla porta del mio piccolo Laboratorio: Locus terribilis est iste … presto tornerò ai miei Jeux prediletti!

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Un Duetto, tra Baphomet e Graal

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, διαλέγομαι, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on Saturday, January 28, 2023 by Captain NEMO

Il lungo capitolo ne Le Dimore Filosofali su La Salamandra di Lisieux è certamente uno dei più interessanti, ed anche dei più belli della seconda opera firmata sotto l’aliasFulcanelli‘. Chiunque studi Alchimia, prima o poi incappa in questo vero e proprio trattato all’interno del libro dedicato all’esame di alcune ‘dimore‘; è dedicato al Fuoco, nelle sue varie declinazioni, sia a livello squisitamente dottrinale, sia in termini di operatività.

Nel tempo, stuoli di scholars e di studenti si sono estesi sull’interpretazione dei passi più famosi, alla ricerca di risposte alle eterne domande che qualsiasi buon testo d’Alchimia sottopone al lettore. Queste interpretazioni, pur lecite, restano pur sempre ‘interpretazioni‘; soltanto il lavoro al forno, assiduo, allegro, silente e continuato potrà permettere un giorno – Si te Fata vocant, come si dice – di ritornare sul passo letto tante volte, interpretato tante volte, conosciuto quasi a memoria, per scoprire che le cose supposte non stavano proprio come la nostra mente voleva leggerle. Si tratta di un processo ben conosciuto da chi pratica l’Arte con passione, e fedeltà a Madre Natura. Solo Madre Natura è la vera e unica Maestra, soltanto le Materie, da questa provvida Madre accudite ed accarezzate, possono svelare il loro segreto mutarsi, la loro danza segreta, eterna, magnifica, meravigliosa; e sempre sorprendente. Quel santo giorno in cui il miracolo avviene, la sorpresa è sempre enorme, sempre inaspettata. E le lacrime affiorano, chinati sul crogiolo, sporchi, stanchi e sudati … la cosa, la manipolazione, l’atto, è cosa difficilissima, proprio per la sua irragionevole semplicità.

Tanti anni fa, alla ricerca di tracce ed indizi di studio sul Fuoco, io e Fra’ Cercone decidemmo di tradurre meglio l’edizione de Le Dimore Filosofali, la prima delle Mediterranee, quella del 1973, tradotta dall’edizione del 1964 di Pauvert. Quella edizione, come scoprimmo pian piano leggendo e studiando le edizioni in Francese, era molto imprecisa e talvolta … un po’ distratta (absit injuria verbis!). Così, ci dedicammo a ri-tradurre i passi che più ci interessavano. Nel tempo, abbiamo accumulato, forse come tanti altri Studenti, un bel po’ di carta, in vari formati e disposizioni; così, mentre cercavo di mettere ordine nell’eterno disordine degli appunti, carteggi, copie, note, e via dicendo, ho ri-trovato questo piccolo essai, sul Bafometto e sul Graal.

Sotto sotto, ça-va-sans-dire, l’oggetto, lo scopo, l’intento iniziale, di questo capitoletto nel capitolone, è un altro. E siccome mi è capitato tra le mani per caso, l’ho preso come un piccolo e gentil signum da parte di Fra’ Cercone che, lo ricordo, si diede un bel da fare per rispettare se non altro la lettera di Fulcanelli & C., in modo che – visto che lo studio dei buoni testi ci ha sempre appassionato – lo spirito con cui era stato architettato non ne venisse stravolto.

Ho provveduto a ri-controllarlo – sia il sottoscritto che il mio compagno di studi avevamo fatto qualche errore minore, e qualche dimenticanza – basando questo breve lavoro di oggi sull’Editio Princeps del 1930, la prima edizione; prima che tutto l’ambaradam ben conosciuto e ben amato prendesse partenza e involo. Non che quella di Pauvert fosse errata, ma così … tanto per rendere dolce omaggio al profumo della Qualitas originale.

La cosa che mi ha fatto sorridere è che questo capitoletto VI fu scritto – credo – da due compagni, Fulcanelli e Dujols; né il sottoscitto né Fra’ Cercone potremmo neanche allacciar le scarpe ai due personaggi, magnifici per la loro erudizione, geniali per il modo magistrale con cui la propongono. Così, ho pensato che per chi non conoscesse il Francese – e visto che non c’è una traduzione Italiana de Le Dimore all’altezza dell’edizione de Il Mistero fatta da Paolo – potrebbe essere utile leggere il passo in questione. Lo trovate nella sezione Pages, qui accanto, a dx; chi lo volesse potrà anche scaricarlo (qui) ed aggiungerlo ai propri documenti di studio.

Volutamente, ho escluso qualsivoglia notula interpretativa mia o del buon Frate: è lo studente che dovrà, se vorrà, elaborare le proprie.

Speriamo che il nostro piccolo lavoro comune di tanti anni fa possa essere utile a qualcuno che inizierà il cammino dell’Arte, in questi tempi davvero singolari.

Buona lettura, ma – soprattutto – Buono Studio!

Tres Tractatus de Metallorum Transmutatione

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Monday, January 16, 2023 by Captain NEMO

Sono certo che Fra’ Cercone sorriderà nel constatare che – finalmente – il nostro ultimo lavoro comune vede quest’oggi la luce: non mi è stato facile prendere la decisione di portarlo alle stampe, perché la sua presenza mi manca moltissimo. Davvero tanto. Però, era una cosa che andava fatta, compiuta. La commozione è grande, per motivi ed emozioni tutte private, ma la Fratellanza che ci lega merita questo e molto altro.

Qualche tempo dopo la pubblicazione del nostro Philalethe Reveal’d, leggendo, consultando e studiando molte opere del perfido ma onesto ‘pacifico amante della verità’, decidemmo di tradurre assieme il suo Tres Tractatus de Metallorum Transmutatione; se qualcuno si chiedesse perché, la risposta è semplice: … ci è piaciuto molto!

Nell’introduzione dell’Editio Princeps del 1678 – dedicata al Candido et Veritatis Philosophica Cupido Lectori – Martin Birrius (riteniamo che lui ne fosse l’autore) cita una frase appartenente al Corpus Hermeticum:

Cupio rerum naturam discere, Deumque cognoscere[1]

che è la risposta di Ermete Trismegisto al quesito di Pimandro: “Che cosa desideri udire e contemplare? Che cosa ami apprendere o conoscere per mezzo del pensiero?[2]

Se, come è noto, Pimandro – ma, dopo aver mutato aspetto (!) spalanca ad Ermete ‘…una visione illimitata, tutto quanto divenuto luce, sereno e lieto; …’, Birrius chiarisce al Candido Lettore che gli Antichi Sapienti non trovarono la risposta a questo desiderio mediante la contemplazione delle stelle e dei corpi celesti, o nelle altre cose fisiche contenute in questo mondo sublunare, bensì soltanto nella gemma preziosissima, nascostissima nel cuore della Materia, chiamata Arcano dei Filosofi e miracolo della Natura.

Sarà vero? … visto quanto Philalethe si è speso, dedicato, esteso, proprio su questo Arcanum, sia sul piano teorico e dottrinale, sia sul piano operativo … forse risulterà più comprensibile il nostro interesse per questo splendido trattato, probabilmente poco conosciuto nella sua interezza.

Così, su Lulu, ho preparato, d’accordo con Fra’ Cercone, due Edizioni, identiche nei contenuti (250 pagine): una in Bianco&Nero (qui), ed una a Colori (qui), stampate naturalmente su carte di peso diverso; così, ci auguriamo, ognuno sceglierà quale eventualmente acquistare. La traduzione è stata fatta sull’Editio Princeps di Amsterdam (1678) con due edizioni di controllo (negli anni, il trattato ha visto varie edizioni e traduzioni), cui abbiamo aggiunto le nostre personali considerazioni, che proponiamo a chi studia e pratica Alchimia.

Dobbiamo aggiungere che, nonostante il titolo, ci è parso che l’obiettivo per così dire didattico di Philalethe NON fosse la trasmutazione metallica (benché praticamente tutti nel ‘600 cercassero il modo di produrre oro), bensì … altro.

Ci auguriamo che qualcuna possa trovar utile il nostro lavoro.

Buona lettura e buono Studio!


[1]Amo apprendere le cose della natura, e conoscere Dio.”; è il versetto 3.

[2]Quid est, quod et audire, et intueri desideras? Quid est, quod discere aut intelligere cupis?”; è la parte finale del versetto 1.

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie VI

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Tuesday, January 10, 2023 by Captain NEMO

Passate le Feste, riprendo lo studio del Plafond dell’Oratoire dell’Hôtel Lallemant con la sesta serie di Cassoni; non senza ricordare che – da questo punto in poi del ‘percorso’ tra Putti e oggetti vari – … l’aria cambierà leggermente; dopo infatti aver esaminato i due pilastri laterali, secondo Fulcanelli dedicati al Mercurio e lo Zolfo, la serie dei Caissons si estende verso l’unica finestra della supposta Chapelle, verso la Luce. A mio modesto avviso, da questo punto d’equilibrio in poi, i soggetti sono più dedicati, alchemicamente parlando, alle fasi che sottendono l’operatività dopo l’ottenimento del Mercurio e dello Zolfo; come è noto, si tratta ora di operazioni che riguardano la parte più sottile delle Materie in Opera. Dunque, sempre a mio avviso, il tenore dei contenuti dei Caissons sono mirati più all’Esprit che ad altro, ora in procinto di liberarsi ed agire nell’intimo delle Materie attraverso le loro proprie Mutazioni. L’enigma delle rappresentazioni si fa dunque più spirituale, non per l’aspetto religioso evocato cui molti hanno voluto legarsi, quanto proprio per il profumo in qualche modo etereo che li permea.

Ciò detto, torniamo allora ad immergerci, è il caso di dirlo, nella serie che ci attende.

Cassone 16 – Un Angelot in chemin, munito di Bâton e Filatterio.

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

L’Angioletto – maschietto, nudo e ben pettinato – è leggermente meno paffuto del solito, e pare gettar lo sguardo al cammino percorso, o a qualcosa che sta alle sue spalle. Porta sulla spalla sinistra un evidente Bâton du Compagnon: direbbe il mio amico tresteverino: “ … e cche vvor dì ?” … come ho detto, l’enigma si fa più … enigmatico, no? Il Compagnonnage è (esiste ancora oggi, per quanto modernizzato alla bisogna) un fenomeno tipicamente francese, molto antico e ben radicato, che vide il suo apice tra il ‘500 ed il ‘600. Non è questo il luogo per esaminarne le origini e le declinazioni, ma basti dire, per quel che ci riguarda qui, che venivano chiamati Compagnons dei giovani viaggiatori che compivano un Tour de France (no, non si tratta del ciclismo, eh?) che poteva durare dai tre ai sette anni, e che – nel corso del loro Tour personale – imparavano un mestiere, quasi sempre legato alle Arti della Costruzione: carpentieri, stampatori, fabbri, maniscalchi, tagliapietre, scalpellini, incisori e via dicendo. La Confraternita, naturalmente – nata forse con le Cattedrali Medioevali -, si arricchì via via di complicati rituali: iniziazioni, padrini, soprannomi, battesimi con l’acqua ed il vino, prove, giuramenti di segretezza, parole di passo, e quant’altro; a differenza della più tarda Massoneria (specie quella del ‘700, che annoverava nelle sue Logge ed Obbedienze un gran numero di nobili, nobilastri e prodi militari), il Compagnonnage era più legato agli operai, veri protagonisti manuali delle arti che venivano loro affidate; tuttavia, per quanto affascinante possa risultare una Confraternita, qualsiasi Confraternita, antica o moderna che sia, essa è fatta di uomini, che, con i loro pregi, si portan inevitabilmente dietro (sempre) i loro tristi difetti; così, anche il Compagnonnage, si sviluppò con forti divisioni e confronti tra i vari gruppi di ‘eletti’ (quelli che di più litigavano per la supremazia erano Les Enfants de Salomon, Les Enfants de Maître Jacques e  Les Enfants du Père Soubise), convinti di essere portatori della solita abusatissima tradizione (con la minuscola); confronti che spesso uscivano dalla semplice dialettica per sfociare in conflitti persino fisicamente violenti, che durarono per decenni, e più. E come poteva andare la faccenda, quando si interpreta la Tradizione piegandola al potere e controllo, e non se ne conosce né il senso né l’origine? … More solito, no?

Tornando ad res: il Bâton era un oggetto emblematico del Compagnon, che all’interno dell’impugnatura aveva una cavità, nella quale venivano conservati i documenti pertinenti al grado, all’appartenenza alla loge-mère, e varie amenità; la punta, invece, era ovviamente legata o alla difesa, o al semplice e comune appoggio nel camminare: il nostro Angelot lo mostra in bella evidenza.

Alle sue spalle si srotola un Filatterio, che si poggia sull’impugnatura, forse per indicarne la cavità (?). Alla luce di quanto detto, insomma, si potrebbe ritenere che la scultura voglia segnalare: A) – il Compagnonnage; B) la necessità di un percorso, un cammino, particolare; C) la canna, al cui interno di nasconde qualcosa di estremamente utile per l’Opera; quest’ultima ipotesi potrebbe meritare una chiosa, leggera leggera: Prometeo nascose il fuoco dentro una canna di νάρθηξ, come Eschilo recita nel Desmotes (109-10): ‘A caccia vado della furtiva fonte di un fuoco di cui riempir la canna.’.

Questo Bâton, inoltre, figura a iosa nelle curiose illustrazioni che arricchiscono il Livre des Heures di Étienne Lallemant; le abbiamo già incontrate studiando le serie precedenti; ve ne mostro un altro paio, assieme a due capolettera ‘parlanti’, anche per apprezzare la bellezza dell’acquerello.

Cassone 17 – Un Leone ed un Braciere capovolto.

Fulcanelli commenta questo Cassone così: “Voici maintenant un vase renversé, échappé, par rupture de lien, à la gueule d’un lion décoratif qui le tenait en équilibre: c’est une version originale du solve et coagula de Notre-Dame de Paris.”.

La traduzione offerta da Paolo è assolutamente preziosa e perfetta: “Ecco un vaso rovesciato, sfuggito grazie alla rottura di un legaccio dalle fauci di un leone decorativo, che lo teneva in equilibrio: è una versione originale del solve et coagula di Notre Dame di Parigi.”.

Come sempre, consiglio di legger con calma e tranquillità, anche dietro le righe, le due versioni, senza cercarne una logica, sempre forzata; logica inutile, di fatto; a guardar bene, infatti, non si può che sorridere della astuta benevolenza con cui i due alchimisti hanno voluto costruire questa frase apparentemente secca ma significativa.

Se c’è chi ritiene che Fulcanelli si riferisca alla Planche XIV dell’edizione originale de Le Mystère des Cathédrales (intitolata La Dissolution – Combat des deux Natures; nell’Edizione italiana è la Tavola XXV), oppure alla Planche XII (intitolata La Reine terrasse le Mercure, Servus Fugitivus; nell’Edizione italiana è la Tavola XXI)[1], forse si dovrebbe tener presente che esiste anche un’altra possibilità, cioè quella rappresentata dalla Planche XVII (intitolata Solve et Coagula; nell’Edizione italiana è la Tavola XXVIII):

… che Fulcanelli presenta come “… l’homme retourné, qui traduit au mieux l’apophtegme alchimique solve et coagula, lequel enseigne à réaliser la conversion élémentaire en volatilisant le fixe et fixant le volatil; …”.

Naturalmente, come accade spesso nello studio dei testi, il lettore dovrà trovare la sua propria soluzione, tenendo presente che – sebbene la tecnica operativa possa talvolta apparire simile – è il contesto operativo il terreno da cui partire per riflettere, vale a dire ciò che precede e ciò che deve seguire.

Ciò detto, il Caisson è tra i più belli ed interessanti: questo renversement parlante, mostra che sua maestà le Lion (solaire?) trattiene tra le fauci (la gueule) i resti ‘del legaccio che lo teneva in equilibrio’; si dovrebbe ritenere, pare, che – prima della rupture – il ‘legame’ … teneva; insomma, manteneva il Vaso (ohibò!) in equi-librio; dopo, par di dover concludere che una parte di quel legame … resta nella gueule del Lion. … Sornione ‘sto Leone così solare, non vi pare? … Tutti sanno che simboleggia lo Zolfo, ma ricordo che l’ultra-famoso Lion Vert (☿), stringe tra le fauci un Sole sanguinante (i.e., che prima sanguina, perché è sang-l-ant), e tutti i migliori autori ci informano che dopo questa operazione il Lion Vert, inteso come quello acerbo, diverrà il Lion Rouge (🜍), maturo … prima di stupirsi troppo di questa misteriosa mutazione, val la pena ricordare cosa scrisse a proposito del ‘Lion’ quell’Illuminato mattacchione di Dom Pernety:

In generale è ciò che [i Filosofi Chimici] chiamano il loro Maschio o il loro Sole, sia prima che dopo il confezionamento del loro mercurio animato. Prima del confezionamento, è la parte fissa, o materia capace di resistere all’azione del fuoco. Dopo il confezionamento, è ancora la materia fissa che occorre utilizzare, ma più perfetta di quanto fosse prima. All’inizio era il Leone Verde, [e] diventa Leone Rosso per mezzo della preparazione. È con il primo che si fa il mercurio, & con il secondo che si fa la pietra o l’elixir. … Quando si servono del termine Leone per significare il loro mercurio, vi aggiungono l’epiteto qualificativo verde, per distinguerlo dal mercurio digerito & fatto zolfo.

[Pernety, Dictionnaire Mytho-Hermétique – 1758]

Consiglierei di continuare la lettura dell’intero brano, specie quello che Pernety attribuisce a Ripley.

Quanto al Vaso, sottolineo che esso – pur rovesciato – è evidentemente fiammeggiante.

Cassone 15 – L’Angelot courant e lo Chapelet.

Fulcanelli commenta: “Un second sujet, peu orthodoxe et assez irrévérencieux, suit de près: c’est un enfant essayant de briser un rosaire sur son genou.”.

Per prima cosa va detto che, come abbiamo visto nella Serie III (qui), non si tratta propriamente di un Rosario, cioè l’oggetto legato alla liturgia religiosa, quanto dello Chapelet che decora tutti i blasoni dei componenti della Confraternita dei ‘Chevaliers de l’ordre de Notre-Dame de la Table-Ronde’, che ho mostrato qui; è composto da cinque decine i cui Pater erano d’oro, e gli Ave di corallo, legati da un filo di seta verde. Quello qui raffigurato pare composto da tredici grani divisi in cinque paia a partire dalla piccola croce patente (a sx), e termina con tre grani dalla parte della frangia (a dx). Visto che lo Chapelet raffigurato nei blasoni dell’Ordre è ben più lungo di questo, si ha l’impressione che i numeri a cui si allude non siano proprio casuali …

Questo è quello appartenuto a Jehan Lallemant l’aineé:

Da: Statuts et armoiries des chevaliers de la Table Ronde de Bourges
Ms. Harley 5301- British Library

L’Angioletto, dai capelli riccioluti, sembra correre; ma potrebbe anche essere inginocchiato: in quest’ultima lettura si potrebbe forse capire perché Fulcanelli affermi che l’Angioletto tenti di rompere il filo del Chapelet; in questo caso … sta forse sottolineando il desiderio di rompere un legame?

Per concludere: come per alcune serie, direi che il tema centrale di questa, infatti, sia la rupture del lien: il Caisson centrale è affiancato dai due Putti alati; quello di destra suggerisce uno stato antecedente, da cui è partita tutta l’Opera, mentre quello di sinistra rafforza il momento topico, quella della mutazione del verso (il renversement), che è tutto centrato sul ruolo del legame (le lien). L’enigma sottile cui accennavo all’inizio potrebbe essere riassunto dalla ben nota raccomandazione delle nonne:

Chi ben comincia, è alla metà dell’Opera!

À bientôt, mes Dames et mes Sires …


[1] Secondo Fulcanelli, questa Tavola si riferisce ad una tecnica poco utile: “Or, nous ne voyons pas quel avantage on pourrait retirer d’une solution de mercure obtenue à l’aide du solvant philosophique, celui-ci étant l’agent majeur et secret par excellence.”.

Capo dell’Anno, 2023 …

Posted in Various Stuff with tags , , , on Sunday, January 1, 2023 by Captain NEMO

Inizia un altro giro, un’altra Rivoluzione, che tutti ci auguriamo migliore della precedente.

Auguro a tutti di tornare a Sognare, a Condividere, ad Abbracciare, ad Amare … tutti, noi ed ogni Creatura ne abbiamo dolce bisogno!

Auguri, di Cuore!

For auld lang syne, my jo,
For auld lang syne,
We’ll tak a cup o’ kindness yet,
For auld lang syne.

Christmas, 2022

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , on Saturday, December 24, 2022 by Captain NEMO

É difficile guardare il mondo e non provare un certo senso di smarrimento, oggi. Eppure, tutto va avanti come se nulla fosse o nulla stesse accadendo.

Mi pare di avvertir dentro che senza Consapevolezza del perché siamo qui, del motivo per cui siamo TUTTI qui scesi, a ri-trovarci, … domani, chissà, potremmo non ritrovare la vera strada verso Casa. Così, per queste ‘feste‘ ho pensato di tornare al passato, e forse al mio futuro, nelle amatissime terre di Scozia.

Loch Lomond è un grande e magnifico specchio d’acqua, un gioiello di bellezza. E di Force. vivente, legato a mille ricordi del sogno Scoto, di Libertà e Fratellanza (scritte con la maiuscola, perché ormai quelle antiche e forti parole di cristallo sono desuete, accantonate, impolverate, nel profondo dei cuori, sempre dimenticate, sostituite malamente dai surrogati che abbiamo scelto di abbracciare).

Si tratta di un malinconico, ma struggente e splendido canto d’Amor, per la Terra e per tutti gli Amati Amanti d’Amore. Puro, dolce, semplice.

Eccone una rara versione dei Corries:

E questa è una versione più moderna, di Ella Roberts:

Così, dal mio cuore, auguro a tutti di ri-trovar Pace e Amor del Creato, che anima ogni cosa,

così in alto come in basso!

Le Comte de Gabalis

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, November 28, 2022 by Captain NEMO

“S’éloignant du domaine cabalistique, où il a présenté la femme Salamandre comme la plus belle, puisque constituée du feu universel, «principe de tous les mouvements de la Nature», dont elle habite la sphère élevée, l’abbé Montfaucon de Villars expose bientôt la manière de subjuguer cette créature élémentaire, par le truchement du matras philosophique, soit qu’on regarde, de l’extérieur, l’évidente convexité de sa panse, ou qu’on envisage, à l’intérieur, le mystère de sa concave rotondité:

« Il faut purifier & exalter l’élément du feu, qui est en nous, & relever le ton de cette corde relâchée. Il n’y a qu’à concentrer le feu du monde par des miroirs concaves, dans un globe de verre; & c’est ici l’artifice que tous les Anciens ont caché religieusement, & que le divin Théophraste a découvert. Il se forme dans ce globe une poudre solaire, laquelle s’étant purifiée d’elle-même, du mélange des autres Elémens ; & étant préparée selon l’art, devient en fort peu de tems souverainement propre à exalter le feu qui est en nous ; & à nous faire devenir, par manière de dire, de nature ignée. »”,

[Eugène Canseliet, Préface à la Deuxième Edition de Les Demeures Philosophales – Febbraio 1958]
[Montfauçom de Villars – Le Comte de Gabalis, ou Entretiens sur les Sciences Secretes – Dicembre 1670 ]

Molti e molti anni fa, appena letta la seconda Prefazione di Canseliet nel primo volume de Le Dimore Filosofali, pubblicata dalle Edizioni Mediterranee nel 1973, nulla ovviamente sapevo del Conte di Gabalis; appuntai però il titolo, con il proposito di cercarlo presso la Biblioteca Nazionale, dove mi recavo per ricopiare sul mio quadernone i trattati i cui titoli andavo trovando nei libri d’Alchimia che leggevo, per poi studiarli. In seguito, trovai il trattatello in una traduzione italiana, pubblicata da Phoenix nel 1985; eccone il brano in questione, a p. 29:

Se volete riconquistare il dominio sulle Salamandre, bisogna purificare ed esaltare l’elemento del Fuoco che è in noi, e rialzare il tono di questa corda rilassata. Non c’è che da concentrare il fuoco del mondo in un globo di vetro per mezzo di specchi concavi: questo è l’artificio che tutti gli antichi hanno nascosto gelosamente, e che il divino Teofrasto ha scoperto. In questo globo si forma una polvere solare che, purificatasi da sola dalla mistura degli altri elementi, e preparata secondo l’arte, diviene in assai poco tempo sommamente adatta ad esaltare il fuoco che è in noi ed a farci diventare, per così dire, di natura ignea.”.

A parte qualche leggero adattamento dei termini, scoprii che la traduzione italiana de Le Dimori Filosofali – che ovviamente avevo preso per ‘buona’ – riportava “… che poiché si è purificata da sé medesima, con la mescolanza con altri elementi; ed essendo preparata secondo l’arte, …”; così, andai alla libreria Aseq, e trovai subito, per fortuna, l’edizione Francese di Pauvert, del 1964. Letto il brano, ora quella frase aveva un altro significato.

Fu solo parecchi anni dopo che riuscii ad accedere alla versione originale del trattatello (1670), in formato digitale, e fui certo della perfetta citazione riportata da parte del provvido Maître de Savignies.

Sarebbe oltremodo lungo, a questo punto, affrontare la faccenda legata all’Abbé Nicholas Pierre Henry Montfauçon de Villars (ca. 1635 – 1673) e al suo trattato: se la sua vita fu senza dubbio spericolata,  Il Conte di Gabalis divenne però un Best-Seller, che ha attraversato, per vari motivi, tre secoli e più: la fama di questo assurdo e divertente lavoro gli valse nemici e amici, al punto che – grazie ai traduttori Inglesi – Montfauçon venne persino tacciato di esser stato un ‘delatore’ di qualche supposto segreto Rosa-Croce (per questo, dice la leggenda, assassinato sulla via per Lyon grazie ad una ‘sentenza Vehemica’!).  Sulla sua vita e sulla sua opera più famosa, naturalmente si sono accapigliati fior di esperti da allora sino al giorno d’oggi: manca solo che qualcuno ne faccia il protagonista di un film, tanto questo guascone para-ermetico è simpatico e detestabile.

Proseguo: consultando il mio vecchio quadernone, trovai qualche anno dopo un altro appunto, proprio a proposito di questo curioso passo di de Villars: “… concentrare il fuoco de mondo in un globo di vetro per mezzo di specchi concavi”. Questo accorgimento davvero singolare nel panorama della letteratura alchemica, incuriosì anche il buon Fra’ Cercone, e ne parlammo sporadicamente: concordammo che l’idea aveva una qualche possibilità di esser credibile, ma il costruire un ammennicolo capace di seguire il Sole poco ci interessava; ancora anni dopo, al tempo del vecchio Forum Montesion, ricordo che qualcuno mi inviò persino due o tre foto di un ingegneristico apparato meccanico che era stato progettato e costruito alla bisogna. Insomma questa faccenda era quantomeno ben conosciuta, e tutti quelli che in qualche modo si occupano d’Alchimia conoscono Le Comte de Gabalis, e tutti a ragione o a torto ammiccano e arricciano il naso. Ma tant’è … sia come sia, insomma, Montfauçon de Villars ha lasciato il segno!

En passant, bisogna sapere che il sapiente guascone creò il suo capolavoro per scopi precisi, come una furba critica a doppio taglio, sia nei confronti dei credo religiosi vari (all’epoca in perenne scontro), che nei confronti di chi invece dava credito al mondo degli ‘Elementali’; Montfauçon ci andò giù pesantemente, sostenendo nel suo libello che gli umani non avrebbero mai dovuto accoppiarsi tra loro, bensì con i vari Elementali, così da dar vita ad esseri più elevati e più vicini alla divinità; che dire poi della figuraccia del Diavolo[1], il quale è un allocco e che non ha alcun potere, né sugli umani e tantomeno sugli Elementali? Comunque il libro paradossale è molto divertente: tuttavia, è ormai attestato che il furbo e sapiente de Villars creò il suo capolavoro letterario attingendo a piene mani dal De Nymphis di Paracelso, ma mescolando all’opera originale dell’immenso Teofrasto … una traduzione, peraltro rimaneggiata e adattata, di una versione del De Nymphis (in Latino) preparata per spiegare chi fosse mai stata la Ninfa Egeria: l’autore di questa traduzione ad hoc era stato Blaise de Vigenére! Non contento del cut&paste, però adattato qua&là al suo spirito libertineggiante e provocatorio (raccomandazione: le femmine dei Salamandri sono ben più belle e sensuali delle nostre femmine), il nostro deve anche aver letto Sendivogius, pare, visto che il grande Gabalis è un tedesco, ma di provenienza Bohema, piuttosto Polacca (nelle traduzioni Inglesi, diventa un Danese); poteva mancare che i primi due dei suoi Entretiens sono attribuiti, parola per parola, a delle Lettere provenienti – parrebbe[2] – da un altro scavezzacollo, stavolta italico, il maraviggioso e incredibile Cavaglier Borri (pare del 1666, da L’Aia)? Insomma, pare, che l’Abate guascone – per quanto animato da intenti dissacranti e scellerati – non fosse proprio un ignorante delle cose, per così dire, esoteriche/ermetiche; e fu certamente per questa aura di io-so-delle-cose-mentre-voi-non-sapete-una-ceppa che a cavallo tra ‘800 e ‘900 in tutta Europa, ed in particolare in Francia, tutti i salotti alti considerano il libro di Montfauçon de Villars … una veritiera Opera d’Arte!

E qui entrano in campo, addirittura, Anatole France (1844 – 1924; e Fulcanelli. L’ultra-famoso bon Thibault era un ben conosciuto da Fulcanelli, così come raccontò Canseliet:

“… les faits remontent à 1920, à l’année où ayant quitté le cap d’Antibes, Anatole France, qui était revenu à son logis princier de la Villa Saïd, vint embrasser son vieux camarade des jours anciens. Fulcanelli ne laissa pas de faire de grâves remarques sur l’état de sa santé, qui éveillait autour de lui une inquiétude légitime. Celle-ci devait, hélas ! se justifier au mois d’Août, lorsque survint l’accident cardio-vasculaire, responsable d’une paralysie, heureusement momentanée. Donc le samedi saint, troisième quantième d’avril et premier de la pleine lune, très sagement assis à la petite table renaissance qui jouxtait le meuble rempli de livres rares et précieux, je savourai la chance enviable d’assister à l’entretien du Maître avec son bon Thibault.”[3].

A quell’epoca France aveva già pubblicato La Rôtisserie de la Reine Pédauque[4]; il grande scrittore in gioventù frequentava Papus[5], il quale gli fece leggere Le Comte de Gabalis; mentre secondo Canseliet[6] fu Fulcanelli a suggerire al suo buon amico l’idea del romanzo sulla famosa Rôtisserie. Molti, ancora oggi, lo descrivono come un Romanzo ‘a chiave’, e addirittura qualcuno al di là delle Alpi vede nel giovane protagonista, Elme-Laurent-Jacques-Ménétrier – chiamato Tournebroche dal padre e padrone della Rôtisserie, il ‘gira-lo-spiedo’ – l’altrettanto giovane Eugène Canseliet; però, dato che il romanzo è del 1892, e che Canseliet ancora non era nato, questa ‘trovata’ non ha certamente fondamento. Se poi si vuol giocare su qualche fonema, il lettore sorriderà al nome dell’abate Jérôme Coignard, del rabbino Mosaïde, del sapiente ed un po’ sinistro filosofo Hercule d’Astarac

Anatole France, insomma, trasmuta il racconto originale di Montfauçon in un’elegante parodia, costruita con uno stile letterario di gran pregio, e molto godibile: ma ciò che appariva eventualmente misterioso nel racconto originale, perde un po’ della sua forza; il brano di Gabalis sopra riportato, e che giustamente colpì Canseliet, viene riportato così (è d’Astarac che parla):

… il alla poser la main sur le globe qui tenait la moitié de la table. — Ce ballon, ajouta-t-il, est plein d’une poudre solaire qui échappe à vos regards par sa pureté même. Car elle est beaucoup trop fine pour tomber sous les sens grossiers des hommes. … Sachez donc qu’il se trouve dans ce ballon une poudre solaire souverainement propre à exalter le feu qui est en nous. Et l’effet de cette exaltation ne se fait guère attendre. Il consiste en une subtilité des sens qui nous permet de voir et de toucher les figures aériennes flottant autour de nous.”.

Fulcanelli aveva una grande considerazione per il talento letterario del suo bon Thibault, ma forse questa sorta di volgarizzazione lo lasciava titubante, chissà …

Quel brano de Le Comte de Gabalis, pur con gli inevitabili piccoli adattamenti causati dalle traduzioni e dal passar del tempo, figura così nella traduzione in Italiano nel 1751:

Se si vuol ricuperare l’imperio sulle Salamandre, bisogna purificare e sublimare l’elemento del fuoco che è in noi, e così rimettere in tuono questa corda alterata. Non si ha a fare altro se non concentrare il fuoco del mondo per mezzo di specchi concavi in un globo di vetro; e questo è l’artifizio che tutti gli antichi hanno religiosamente occultato, e che ‘l divino Teofrasto ha scoverto. Si forma in questo globo una polvere solare la quale, dopo che si è per se stessa spogliata dal mescuglio degli altri elementi ed è stata preparata secondo l’arte, si rende in pochissimo tempo eccellentemente propia a sublimare il fuoco che è in noi, e a trasformarci, per così dire, in una natura ignea.”.

Non ci si sorprende se l’anonimo deus-ex-machina di questa traduzione, apparsa a Napoli[7] – intitolata Il Conte di Gabalì (con l’accento sulla ’i’) – fu quel genio assoluto del ‘700 italiano: Raimondo di Sangro, Principe di San Severo. Non mi dilungherò qui sulle vicende di quegli anni a Napoli, laddove il Principe – di fronte al decreto di scioglimento delle Logge da parte di Re Carlo III di Borbone – compì la sagace piroetta del doppio inganno, così tipica di quel modus comportandi.

Sia come sia, questa benedetta polvere solare arrivò sin nel ‘900: tutti conoscono La Poussière de Soleils di quell’altro genio: il dandy ricchissimo Raymond Roussel, il quale decise nel 1926 di mandare in scena al Théâtre Saint-Martin una pièce che fu un vero e proprio fiasco, ma enormemente applaudito da Breton e da tutti i Surrealisti; al punto che in Fronton Virage Breton affermò di avere la

« … quasi certitude que Raymond Roussel s’est appliqué, au moins ici, à nous fournir les rudiments nécessaires à la réalisation de ce que les alchimistes entendent par le Grand Œuvre et qu’il l’a fait après tant d’autres, par les seuls moyens traditionnellement permis. »

E Canseliet, naturalmente, apprezzò molto sia l’opera di ‘teatro delle frasi’ di Roussel che l’endorsement di Breton.

Ho voluto sottolineare l’interesse di quel passo di Montfauçon de Villars perché risuona senza dubbio d’Alchimia; ma di che si tratta? … meglio: come diavolo si può raccogliere la poudre solaire con il metodo così apoditticamente proposto? Diciamo che, classicamente, la pratica della Grande Opera viene generalmente svolta percorrendo due operatività diverse tra loro, pur con la medesima Dottrina: la Via Umida, al pallone e generalmente lunga, e quella Secca, al crogiolo e generalmente corta. Come si sa, sono esistite, esistono, e sempre esisteranno, altre varianti e/o preparazione di Particularia, e – ancor più che naturalmente – una moltitudine di supposte ‘istruzioni segrete’, queste ultime inventate di sana pianta da chi non ha compreso come opera Madre Natura nella Creazione e nel Divenimento della Materia (vero e proprio ciarpame, che tutti gli alchimisti hanno incontrato, incontrano, incontreranno) …

Ora, ammettendo – a livello di mera ipotesi ‘da salotto’ – che il fine dell’operatività alchemica possa essere l’ottenimento della ultra-famosa Polvere di Proiezione (con cui trasmutare i metalli imperfetti in corpi perfetti), il fatto è che senza la preventiva preparazione del più che famoso Fuoco Segreto … ogni operatività alchemica è destinata all’illusione, e al conseguente fallimento. La natura fisica di questo corpo misterioso ha l’aspetto di un sale, ma gli alchimisti ne parlano come di qualcosa che ha a che fare con l’acqua; il Fuoco Segreto apre – per così dire – i corpi. Perciò, si dice che all’interno di quelle due procedure operative generali – la via Secca e la Via umida – occorra preparare, preventivamente, … qualcosa, senza la qual cosa si va a sbattere contro il muro, solidissimo, di Madre Natura. Ciò detto, quella polvere solare, sembra essere consonante – con ogni prudenza possibile, beninteso – con quel qualcosa. A ben vedere, ma prendendola molto alla larga, la condensazione di luce solare all’interno di un contenitore di vetro (chiuso) richiede specchi capaci di concentrare la radiazione in un punto immateriale, generalmente supposto essere al centro del contenitore; già questo è molto difficile, per una serie di ragioni che non starò qui ad enumerare: ma, il punto è che quel ‘punto immateriale’, in cui i raggi solari debbono essere concentrati necessita per forza di cose di una materia, una substantia. Chiaramente l’aria è fatta di corpi, ed i fotoni luminosi possono (meglio: potrebbero?) produrre quella curiosa condensazione dalla materia di cui è permeata l’aria che respiriamo … però, io credo che manchi qualcosa all’artifizio descritto dal furbo abate Montfauçon. Ritengo infatti, che quel sale che potrebbe essere ottenuto con questo apparato, con enormi sforzi tecnici, non sia proprio perfettamente utile alla bisogna dell’alchimista. Cosa manca? … la mia risposta: il Magnes. In Alchimia, ciò che apre i corpi è una sostanza Spirituale, la quale deve poggiare su una substantia materiale; ma precisa, adatta alla bisogna alchemica allestita dall’alchimista; chiarisco subito, a scanso di equivoci barbini, che il Magnes alchemico nulla ha a che fare con il magnetismo della Fisica. Proprio nulla. Fra l’altro, Herr Georg von Welling, nel 1760 scrisse:

Non possiamo fare a meno di dire che il Conte de Gabalis doveva esser stato un pessimo Filosofo: sentiva battere, ma non capiva il suono[8], altrimenti non avrebbe scritto a lungo sul modo di concentrare la rossa Polvere Solare in un globo di vetro, facendo sì che qualcun altro si impegnasse a raccogliere questo rosso Zolfo dei Saggi maschile; probabilmente sta dicendo qualcosa di quel che può accadere con il globo di vetro: non dice niente del ‘magnetischen Vehiculo’, per cui vogliamo tacere.’.”

[Georg von Welling, Opus Magus-Cabbalisticum et theosophicum: darinnen der Ursprung, Natur, Eigenschaften und Gebrauch des Saltzes, Schwefels und Mercurii, in dreyen Theilen beschrieben … – 1760, p. 484]

Tuttavia, la segnalazione – pur incompleta – dell’Abate guascone è interessante e suggestiva: la radiazione di Lux è la protagonista unica ed indiscussa del fenomeno fisico-alchemico del Magnes, la cui Causa va indagata come una peculiarità di uno stato della Materia, colta, per dirla con Philalethe, “nell’ora della sua nascita”; questa peculiarità, ignorata ed estremamente nascosta, dà conto di quella misteriosa proprietà della materia nel corpo acconcio (il Magnes): l’attrazione dello Spirito Universale di cui ogni buon autore ha parlato; tale attrazione, lo ripeto, nulla ha a che fare con il fenomeno del magnetismo ben conosciuto da tutti.

Chi volesse approfondire, troverà nell’Introitus Apertus di Philalethe (al Cap. IV, figlio del III) pan-per-i-denti!


[1]Le démon est trop malheureux et trop faible pour avoir jamais eu le plaisir de se faire adorer.”.

[2] In realtà si tratta di un patente falso: la Chiave del gabinetto Ermetico del Cavaglier Gioseppe Francesco Borri Milanese “dedicata da un anonimo al preteso autore con una lettera feroce nella quale lo chiama ‘Il Cristo Falso’, ‘l’alchimista truffiere’, ‘il coglionatore de’ curiosi’”, fu elaborato da Girolamo Arconati Lamberti (ca. 1645-1733), un altro libertino. Va detto, che, in questo falso, il passo a proposito del “…concentrare il fuoco del mondo …” è assente dalle supposte Lettere di Borri.

[3] In Alchimique Mémoires.

[4] Scritto nel 1892 e pubblicato nel 1893. La Regina Pièd’Oca è un personaggio ben noto in Francia, nato probabilmente in Borgogna, e deve il suo nome alla curiosa rappresentazione della sua gamba (generalmente la sinistra) dove in molte gravures e statue (purtroppo distrutte durante la Rivoluzione) la Reine mostrava un piede palmato!… ciò sarebbe stato dovuto al fatto che nel Mito popolare questa donna fosse legata all’acqua.

[5] Lo riferisce Victor-Émile Michelet in Les compagnons de la Hiérophanie, 1937; d’altro canto è lo stesso Anatole France che, in un suo articolo pubblicato nella Revue Illustrée del 15 Febbraio 1890, racconta di una lunga conversazione con Papus (Docteur Gérard Encausse); France – scettico e razionalista – era però incuriosito dal ‘domaine d’Hermès’; non approfondì molto la ricerca, però ‘… il en rapporta quelque chose. C’est alors que la lecture du Comte de Cabalis [sic] lui suggéra La Rôtisserie de la Reine Pédauque. Mais si cet agréable roman est d’une jolie littérature, il n’a pas la portée de celui de l’abbé de Villars.’ [da L’Initiation, n° 1, 1960].

[6] In La Tourbe des Philosophes, n° 14, 1981.

[7] L’indicazione della stamperia ‘Pickard’ (Londra) è ovviamente fittizia: si trattava in realtà della stamperia di proprietà del Principe, che già era stata utilizzata per altre sue pubblicazioni. Quanto alla traduttrice indicata come una ‘Dama Italiana’, vi sono alcune ipotesi sul suo nome (Maria Angela Ardinghelli?), ma potrebbe anche esser stato uno stratagemma per nascondere in realtà il Principe stesso. Il volume include la traduzione da parte dell’Abate Antonio Conti de ‘Il Riccio Rapito’ di Alexander Pope (The rape of the Lock – 1714) – il quale si era dichiaratamente ispirato a Montfauçon per raccontare le relazioni amorose ed erotiche tra spiriti elementali e gli esseri umani -, e l’enorme successo dell’opera di Pope aveva a sua volta generato un rinnovato interesse per Le Comte de Gabalis, ripubblicato più volte ed adattato in seguito per compiacere il pubblico femminile di lingua inglese; si può ipotizzare che il Principe abbia voluto prendere tre-piccioni-con-una-fava: ammiccare all’attire femminile della materia ‘salamandrica’ (corredata da Silfidi, Gnomi e genietti), portare alla luce l’imprinting apparentemente Rosacruciano del testo, e segnalare allo stesso tempo un’opera dai contenuti da lui reputati interessanti (il ‘Sistema’ di de Villars). I due testi (francese ed inglese) arrivarono al Principe da Venezia, tramite l’Ambasciatore d’Inghilterra, sir Robert Darcy, 4th Earl of Holderness,.

[8] Figurativamente: … che, pur sentendo le campane suonare, non coglieva il suono dell’ora (o non distingueva che ora fosse).

… come si fa?

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , on Tuesday, November 22, 2022 by Captain NEMO

Oltre a qualche commento, ricevo talvolta delle bizzarre richieste, del tipo: “… servono i libri, in Alchimia?”, “… ma devo imparare il Latino per studiare Alchimia?”, e potrei continuare … ma ve le risparmio.

Normalmente non rispondo, perché tutte hanno lo stesso sapore della trita, noiosa, domanda retorica: “… perché sei un Ribelle?” … come se un Ribelle dovesse ancora spiegare che ogni Impero non supporta, né sopporta, Libertà … Mah … tra Star Trek e Star Wars ho scelto Star Wars … credo perché mi divertiva molto di più. Il che è naturalmente opinabile per chi fosse invece appassionato delle straordinarie avventure del Captain Kirk & C. nel corso dei propri viaggi ‘to boldly go where no man has gone before’. Ognuno va dove vuole, no? Fossero questi i problemi …

Però, visto che qualcuno addirittura mi manda messaggi per ‘scambiare&condividere’, ‘indizi’, ‘consigli’, ‘riflessioni’, ‘info’, ‘suggerimenti’ d’Alchimia sui Social[1], mi cimenterò in questo arduo compito, riassumibile – credo – in quest’altra eterna domanda:

Serve studiare?”.

La domanda è talmente cretina che la sua ovvia risposta (“Sì!“) viene sempre recepita con espressioni di meraviglia, miracolo, stupore, lacrime agli occhi, e ‘oh, … grazie Capitano, grazie … che cosa meravigliosa ci ha detto!”. Alla mia età, non posso far altro che eclissarmi, il più velocemente ed invisibilmente possibile. Se infatti, alla mia età, è ancora comprensibile tentare di spiegar in poche parole quale sia lo scopo dell’Alchimia (… facile non è, direbbe Yoda), davvero avverto una certa stanchezza a dover replicare che “Ovviamente, come per qualsiasi cosa, se non studi, mai potrai avere l’opportunità di imparare a Conoscere. Exempli gratia, … come avrebbe mai potuto un medico prima e omeopata poi, riuscire ad escogitare una cura del tutto Naturale con diluizioni oltre la soglia dell’immaginabile, per di più efficace? Se non si fosse chinato sui testi astrusi del fondatore, scritti dal germanico padre di quella medicina, da tutti rigettata, con Amore e passione e sorriso sempre sincero … per anni … tu ancora ti chiedi se ‘serve studiare’?”. Lo so, pare una sviolinata; ma una buona volta, “Reddite ergo, quæ sunt Cæsaris, Cæsari et, quæ sunt Dei, Deo” … Poffarbacco!

Però, però … proverò a rispondere alla domanda cretina, magari argomentandola un tantino; proverò dunque a partire da una linea, una linea di confine.

L’Ignoranza di tutti noi umani è di proporzioni realmente Universali: non c’è aggettivo che la riesca a qualificare, che sia capace di smuovere l’inane erede dei Sapiens dalla sua postura di dominio, di sicumera, di potere, di controllo. Racconto sempre che la primissima questione – davvero la primissima – che Paolo volle affrontare quando ci incontrammo nel suo Studio (seduti per terra, tolte le scarpe; non ci eravamo mai incontrati) fu l’origine della nostra razza: “L’Umanità è il frutto di un terribile errore genetico, siamo il risultato di un esperimento mal riuscito.”, esordì. Punto.

Ricordo che concordai, un po’ sorpreso che non mi chiedesse delle mie letture o dei miei studi in Alchimia, o di Fisica, di libri e di ipotesi: risposi che avevo letto e studiato il racconto della Creazione Sumera (scoprii che avevamo la stessa identica edizione, quella di Oxford) e che ero rimasto stupefatto che nessuno ne avesse tratto una qualche conseguenza, se non altro a livello filosofico. “Lo so. L’Uomo è condannato al nulla. Siamo pericolosi, e – soprattutto – del tutto inutili al processo della Creazione generale, quella dell’Universo, quella della Materia.”. Ri-punto. E qui mi fermo.

Ora, per tentare di dare la mia personale risposta (meglio opinione?) sulla domanda “I libri servono in Alchimia?”, v’è necessità (Teorema di Gödel) di impostare un Assioma, basato su quella linea di confine[2]:

Nessuna Esperienza è fonte di Conoscenza in assenza di una precedente Teoria.

Come in qualsivoglia Dottrina, di qualsivoglia natura e complessità, pensare di iniziare a praticare Alchimia senza PRIMA aver studiato – a lungo e molto in profondità – è un’ovvia stupidaggine; dovrebbe esser lapalissiano, ma la domanda, pur cretina, alligna dentro ognuno di noi. I motivi per i quali ‘alligna’ sono grosso-modo i seguenti:

  1. la letteratura alchemica è, numericamente parlando, sterminata;
  2. gli scritti sono originati in diverse culture e lungo un arco di tempo molto, molto lungo;
  3. la nostra civiltà, specie dopo l’Illuminismo, ha creato scuole/gruppi di pensiero che interpretano la Dottrina Alchemica secondo canoni e posture di comodo, e generalmente di parte;
  4. per secoli, l’Alchimia è stata manomessa nella sua diffusione culturale, a causa di interpreti che hanno tentato di piegarla al proprio credo personale e/o di scuola;
  5. per secoli, l’Alchimia è stata molto spesso sbeffeggiata, criticata, come una Chimera per i creduloni.

Nei fatti, è davvero molto difficile avventurarsi nello Studio dei testi alchemici; eppure, nessun suonatore d’Oboe potrebbe mai suonare il suo amato strumento se PRIMA non avesse studiato – a lungo e molto in profondità – i testi (e non pochi, ça-va-sans-dire); nessun medico potrebbe mai prendersi una ‘Laura’ se non dopo un percorso di studio su testi complessi, difficili e – in molti casi – assolutamente obbligatori; nessun marinaio potrebbe mai pretendere di comandare una petroliera se non avesse studiato il ‘come si fa‘ a navigare in ogni possibile legato e declinazione.  Per cui – pur in presenza delle ragioni sopra esposte – chi ritenesse di voler iniziare a ‘metter le mani in pasta’ (alchemica), come si suol dire, non solo perderebbe il suo tempo, ma avrebbe fortissime probabilità di illudersi di esser approdato al senso ed alla misura dell’Alchimia vera. Amiamo l’illusione, e detestiamo faticare.

Detto ciò, occorre tuttavia rendersi conto del compito enormemente complesso, lungo, difficile che si intraprende una volta che si decidesse di avvicinarsi allo Studio della Materia Alchemica; per non parlare, poi, dell’eventuale approfondimento, ancor più complesso, lungo, difficile; va da sé che questo approfondimento può aver un solido senso soltanto a condizione che l’impresa iniziale (l’intraprendenza) sia stata per lo meno oltre-la-media, ed al contempo accompagnata da una buona dose di Fortuna (la bella e sfuggente Signora con la Voile). Già qualcuno sbotta: “Ohibò…”.

All’interno di questo lungo percorso di studio, assiduo, l’intraprendente Neofita deve subito rendersi conto che:

nella letteratura alchemica, per le ragioni sopra elencate, esistono testi ‘buoni’ e testi ‘non buoni’ (che chiamerò ‘ciarpame’)[3]; come distinguerli? … risposta semplice: magari studiando anche un po’ di Storia dell’Alchimia, e studiando in ogni caso un numero altissimo di autori; nel corso dello studio emergeranno patenti assurdità, incongruenze, falsità, ipotesi, scenari, e via dicendo. Magari, consultando chi fosse un po’ più avanti nel cammino di Studio, che potrà fornire il suo consiglio, il suo parere (da prendere, in ogni caso, sempre cum grano salis); chi cerca e studia (e poi praticherà, eventualmente) deve rendersi conto che Alchimia si studia e si fa … completamente ‘da soli’; in termini marinareschi, si tratta esattamente di una ‘traversata in solitario’, enormemente lunga. Ars longa, vita brevis. Da Marinaio, avverto comunque che nessuna traversata al mondo (e pure in altri mondi) può mai essere intrapresa in mancanza di un’accuratissima progettazione, preparazione, e – soprattutto – allestita e percorsa con assidua passione e tenacia. Non è uno svago, un elegante hobby, non è roba da intellettuali; si tratta di Amor, quello che move il Sol è l’altre Stelle; quell’Amor che nello Specchio di Alice si legge Forza. Se poi qualcuno lo facesse per acquistar ‘prestige’, o altre emerite prebende, per essere ammessi e poi sedere in qualche salotto o gruppo o setta … si accomodi; il mondo ne è sempre stato pieno, ne è ancora pieno, ne sarà ancora pieno. Chi ha viaggiato in solitario, peraltro, li riconosce al volo … e li lascia discettare sulle loro comode poltrone.

A questo proposito, a maggior ragione, avverto il Neofita di mai fidarsi di chi dicesse di esser il … possessore della bussola, quella segreta, quella santa e canonica, quella benedetta, quella trasmessa … e via dicendo. Se c’è una cosa che è letale alla Queste alchemica, è proprio l’ammantarsi di ‘chiacchere & distintivo’.

Il Ribelle è tale per il fatto che è libero[4], e che proprio non sopporta le prigioni dell’Impero.

Un altro buon consiglio è di metter mano alla distruzione totale delle nostre/vostre credenze, delle trovate e ritrovamenti della scienza (in minuscolo) odierna, dell’ermetismo da sofisticata vetrina che troverete in tutti i migliori supermercati esoterici, e via dicendo: la Conoscenza che abbiamo di Madre Natura NON corrisponde alla incredibile semplicità di Madre Natura, Madre della Creazione, di ogni cosa, di tutti noi. Riprendete in mano i buoni testi di Aristotele, Platone, Plotino, Parmenide, Empedocle, Filone et alia, conditeli della Sapienza Islamica antica: aiuterà, e non poco… andate a ritroso, perché – è solo la mia povera convinzione, beninteso – Alchimia NON è di questa Terra; a ben guardare (dopo averla almeno studiata per bene), si tratta – forse, eh? – di spezzoni di un’antichissima Scienza (qui in Maiuscolo), estremamente aliena da quella umana; la Logica usata nel cuore della Materia, la logica usata nella Dottrina alchemica, è enormemente diversa dalla logica della razza umana. Lo iato, si avverte, si annusa impalpabilmente da buon inizio, poi, cammina-cammina, il baratro appare in tutto il suo splendore; i nostri antichi Filosofi, forse per qualche mirabile miracolo, ne hanno percepito, ritrovato, rintracciato stralci, pezzi, costituenti, particelle; e nella nostra antichità nacque la Philosophia Naturalis, che è la Teoria, (il Modello, diremmo noi con il linguaggio odierno) della Dottrina d’Alchimia, che ne è l’espressione sperimentale, pratica, manuale.

Poi, c’è il problema del linguaggio utilizzato dagli autori dei testi; qui intendo parlare non tanto della consueta modalità allegorica (Fulcanelli et alia docent) e della intricata simbologia, quanto proprio degli usi del parlar e dello scrivere impiegati dagli autori nel corso dei secoli; pretendere di intendere un passo scritto nel ‘500, nel ‘600, secondo le convenzioni logiche, culturali, intellettuali del ‘900 … significa condannare la traversata ad arrivare ad un porto finto (sì, c’è Portofino, e Portofinto!). Così, si insinua la seconda domanda, sempre sussurrata, le sopracciglia inarcate, il volto stupito, come qualcosa che si vorrebbe proprio evitare: “… ma … ma … debbo imparare pure il Latino? … il Francese?”.

La risposta sta nell’ultra famosa affermazione di Eugène Canseliet: “Traduttore, traditore”. Prima di entrar nello specifico, occorre ricordare che il nostro ‘tradurre’ viene da ‘traducere’, con il senso di ‘far passare, condurre fuori da’, mentre il nostro ‘tradire’ viene da ‘tradere’, per ‘consegnare, mettere qualcosa in mano a qualcuno’. Se il ‘qui me traditurus est’ punta dritto a Giuda, ‘tradere’, d’altra parte, ha dato ‘tradizione’: due significati opposti, dal medesimo etimo.

In Alchimia, nello studio di un buon testo alchemico, è di fatto inevitabile confrontarsi con una ‘traduzione’; e per rendersi conto se la traduzione che leggiamo, che studiamo, sia ‘buona’ o meno, l’unica soluzione possibile è quella di andarsi a leggere il testo nella sua lingua originale; ergo, conoscere il Latino, o il Francese, o l’Inglese, o il Tedesco è a mio avviso decisamente utile, se non talvolta necessario; altrimenti si corre il rischio di venir spesso condotti fuori strada, specie in Alchimia, dove la terminologia bizzarra, l’allegoria, l’allusione, l’ammiccamento degli autori, tanto più quando sono accreditati come ‘buoni’, è di prammatica. Lo so, nessuno ha più voglia di addirittura riprendere in mano una lingua, morta o straniera che sia. Eppure … sarebbe un vantaggio. Altrimenti, occorre fidarsi del traduttore; sono davvero pochi quelli attenti, specie in Alchimia; consiglio sempre di andare a verificare, se e quando possibile, una buona versione originale (anche trovare una ‘buona’ edizione in lingua originale è molto spesso cosa difficile; anche gli editori si prendono innumerevoli libertà: l’Alchimia del ‘600, per esempio, è piena di testi di ottimo valore dottrinale, resi e interpretati però dall’esperto di turno all’epoca: anche in questo caso, si cade dalla padella nella brace). Si dice infatti che un traduttore di un testo alchemico DEVE conoscere molto bene l’Alchimia: solo così il lettore eviterà di leggersi panzane, prendendo purtroppo per buona l’interpretazione del traduttore in-experito. Apro una ‘parente’, come diceva Totò, per dire che mi auguro che le mie stesse traduzioni siano confrontate con l’edizione originale: io stesso cerco naturalmente di ‘far passare’, di ‘condurre fuori’ dal testo dell’autore il miglior termine, il miglior periodo possibile; ma si tratta pur sempre della mia lectio, ed io non sono portatore di un Vangelo alchemico. Ovviamente cerco sempre di riflettere quando traduco qualcosa, sia perché debbo rispondere alle regole della Tradizione alchemica, sia perché il sottile errore di interpretazione è sempre in agguato. Personalmente, memore del monito di Canseliet, cerco sempre di ‘mettere, consegnare nelle mani’ del lettore qualcosa di ‘buono’, con il senso di ‘tradizionale’; si dovrebbe quindi meglio dire che “Un buon traduttore deve essere un buon traditore”, lasciando a voi tutti la imprescindibile libertà di interpretare la frase in un senso, … o in un altro.

In ogni caso, il mio consiglio è che i libri d’Alchimia sono indispensabili, e che vanno studiati più, e più, e più volte; ma che almeno siano ‘buoni’ è importante, se non volete affogare nel ciarpame. Evitate come la peste i venditori di bussole, di sogni, di ermetici azzeccagarbugli, e quant’altro, di cui il mondo è pieno persino oggigiorno. Non lasciatevi affascinare da nessuno, e lasciatevi affascinare dalla Dama. Abbiate il coraggio di mettervi in cammino da soli, certi che esso sarà lunghissimo, estremamente impegnativo, enormemente complesso, consumante. Vi dovrete spaccar-la-testa, per decenni e decenni: … altrimenti, ditemi, come farete a gettarla via?

E magari, forse un giorno, avrete la ventura di incontrare un vostro consimile; un ribelle, solitario, seduto sotto la sua bella Quercia, a contemplare le nuvole che scorrono in Cielo. Giudicherete voi il da farsi, con il Cuore, non con l’ingannevole testa.

Chiudo con Proust:

Le seul véritable voyage, le seul bain de Jouvence, ce ne serait pas d’aller vers de nouveaux paysages, mais d’avoir d’autres yeux, de voir l’univers avec les yeux d’un autre, de cent autres, de voir les cent univers que chacun d’eux voit, que chacun d’eux est.

[À la recherche du temps perdu – La Prisonnière]


[1] Quando qualcuno pronuncia quel termine, rispondo sempre che si dovrebbe dire ‘Socials’, visto che l’aggettivo quando viene usato come sostantivo richiede il plurale, sia in Italiano che in Inglese; e che al limite, sarebbe più appropriato dire almeno ‘Social Media’, visto che il sostantivo ‘Media’ è di per sé plurale. Funziona sempre, ed io posso sgattaiolare più facilmente …

[2] Questa locuzione, che uso spesso quando tento di spiegare a che cosa possa servire Alchimia, ha proprio i connotati di un luogo, un locus; dove tutto avviene, dove si avvia ogni moto; lì, tra il ‘di qua’ e il ‘di là’ – entrambi fisici spazi, coesistenti e coincidenti, sebbene costituiti di Materie con funzioni diverse – esiste una zona non visibile, non riportata su alcuna mappa, dove avviene la transizione dal continuo al discontinuo e viceversa, in qualsivoglia Universo. Esattamente in quella zona, in quell’estensione minuscola di spazio, ma di estensione immensa quanto l’Universo stesso, entrano e escono le ‘cose’, e soffia lo Spirito della Vita di quelle ‘cose’. Senza interruzione alcuna. In silenzio, ma nella Lux, senza alcun clamore, eternamente, perché il tempo non ha lì alcuna utilità o necessità di sorta. In quella zona, prende residenza in un batter di ciglia quella Sostanza Universale che tutto anima e tutto permea, e poi s’en va; lì, verso quella zona, gli alchimisti fanno rotta con i propri piccoli, fragili crogioli, i loro nascosti Vaisseaux. Marinai invisibili, innamorati, orientano le loro materie, guidati dalla provvida Stella. Importante è l’esser Consapevoli di quanto Amor Madre Natura permea Creazione; così in alto, così in basso.

[3] Queste opposte qualità si trovano, naturalmente, in qualsivoglia Dottrina: per parlar chiaro, anche in Fisica vige la medesima ventura; ed è naturalmente ben più facile essere a-critici e buttar giù un testo dotto, di caratura approvata dal consensus, freddo, monotòno, e nozionistico, piuttosto che darsi da fare per reperire e studiare – magari in un’altra lingua – altri testi universitari, più ricchi, più argomentati, con visioni e proposte ed idee plurali, e quindi ancor più complessi e difficili. In genere, il motivo di questa attitudine (meglio abitudine?) a deglutire ciò che ti passa la mensa-del-convento è quello di far ‘contento’ l’insigne professore, alla ricerca del “voto” più che del proprio “conoscere”.

[4] … E giù a parlar di Libertas, la mia, la tua, la loro, quella del Cielo, quella dell’Inferno (Sauron docet, no?). Dibattiti e tenzoni e citazioni a-più-non-posso, da secoli. … Non sarà che più che discettare di Libertà a colpi di intelletto per potersi dire “ho ragione io”, o di indossare abiti e sfoggiar stemmi, o di scegliere un ‘partito’ o un altro, basta Essere ciò che il Cielo soltanto può ‘animare’? Dimenticavo: ‘partito’ presuppone una ‘separazione’ … e che ci facciamo con i ‘rispettabili’ altri, quei diversamente pensanti? … ἓν τὸ πᾶν non è uno slogan, sapete? Se vi dicessero un giorno che devi separare il Mercurio dallo Zolfo o versavice, fatevi dire ‘come si fa’; perché chissà, … un giorno, ove mai il vento di Fortuna spirasse là dove vuol spirare, potreste scoprire che quei due Principia sono le maschere di un’unica ‘cosa’, e che – essi due – sanno essere liberamente identici … ah, i meravigliosi panorami d’Alchimia!

Bourges – Hôtel Lallemant, le due Colonne

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Saturday, November 5, 2022 by Captain NEMO

Riprendo il piccolo viaggio all’interno della Chapelle/Oratoire dell’Hôtel Lallemant: alla metà esatta della sua lunghezza si trovano due colonne, due piloni, due montanti, l’uno di fronte all’altro.

La loro posizione – a dividere esattamente i 30 Cassoni in due serie di 3×5 – evoca il punto, il momento dell’Equilibrio, una sorta di bilancia, e dunque un perno del lavoro: sia esso letto in modo architettonico/estetico, sia in modo alchemico/operativo, un perno è generalmente considerato un elemento di “capitale” importanza, come i due diversi capitelli che sormontano i due piloni; paiono speculari, ma un araldista li canterebbe ‘affrontati’…

Prima di iniziare, credo valga la pena notare che l’etimo del Latino ‘columna’ proviene da ‘còlumen’, ‘cùlmen’, ad indicare il culmine, la parte ‘più alta’ di qualcosa (in questo caso, architettonicamente parlando, il soffitto della piccola stanza); significativamente, il termine è legato alla radice ‘Kal’ (sanscrito ‘c’arami’), per ‘muovere’, ‘porre in movimento’, ‘spingere’; da cui deriva anche il termine Latino ‘cèllere’ per ‘muoversi’, che a sua volta genera ‘ex-cèllere’ per ‘sovrastare’, ed anche ‘celsus’, per ‘alto’, ‘sublime’; la radice sanscrita simile ‘çal çval’ indica anch’essa ‘muoversi’, con il senso di ‘alzarsi’, ‘muoversi verso l’alto’.

Con questi significati ben fissati in mente, vediamo di che si tratta, e leggiamo Fulcanelli nei due passi de Il Mistero delle Cattedrali, nell’ottima traduzione di Paolo Lucarelli:

… deux piliers carrés accotés aux murs et creusés sur leur face de quatre cannelures.”.

… due pilastri quadrati appoggiati al muro, con quattro scanalature scolpite di fronte.

[Fulcanelli, MdC – p. 285]

La Colonna di destra:

Quello di destra, rivolto verso l’unica finestra che illumina questa piccola stanza, porta tra le volute un cranio umano posto su una mensola di foglie di quercia, dotato di due ali. Traduzione espressiva di una nuova generazione, nata da quella putrefazione consecutiva alla morte che avviene nei misti quando hanno perso l’nima vitale e volatile. La morte del corpo lascia apparire un colore azzurro scuro o nero, tipico del Corvo, geroglifico del caput mortuum dell’Opera. È il segno e la prima manifestazione della dissoluzione, della separazione degli elementi e della futura generazione dello zolfo, principio colorante e fisso dei metalli. Le due ali sono state poste per insegnare che, con l’abbandono della parte volatile e acquosa, si realizza la dislocazione delle parti, e la coesione è spezzata. Il corpo, mortificato, cade in cenere nera, dall’aspetto di polvere di carbone. Poi, sotto l’azione del fuoco intrinseco sviluppato da questa disgregazione, la cenere, calcinata, abbandona le proprie impurità grossolane e combustibili. Nasce allora un sale puro, che la cottura colora poco a poco e riveste dell’occulta potenza del fuoco.”.

[Fulcanelli, MdC – p. 285-6]

Questo passaggio magnifico non necessita di alcun commento; da solo, basta e avanza per la perfetta comprensione prima e la giusta direzione dei lavori di Laboratorio poi. La putrefazione è la chiave di volta della nuova generazione; e quel teschio, quel cranio, oltre al suo aspetto apparentemente lugubre, o al suo simbolismo ermetico (a mio umile avviso spesso oggi troppo appesantito da simbolismi e significati un tantino fuorvianti che mancano di Lumière in chi li propone ai neofiti), è posto proprio al culmine dell’elaborato capitello. A proposito della Lux e di quel cranio che troviamo in moltissime opere letterarie, in sculture e dipinti, trovo divertenti un altro paio di innocui – ohibò – passaggi, tratti da uno scritto di Grasset d’Orcet, che Canseliet indicò come un ispiratore della Cabala Fonetica proposta da Fulcanelli; nel primo, l’eruditissimo personaggio parla dell’antica scienza dei costruttori (maçonnerie) [1]:

“… dal filo a piombo e dal cranio (crâne [2]), insegna, tanto presso gli antichi come i moderni, del grado di maestro o terzo grado, rappresentato sulla colonna Greco-druidica di Cussy dal Chirone greco dalle mani legate. Lo ritroviamo nel Poliphile sotto forma di un unicorno (licorne), ed ho raccolto nelle chiese d’Italia dei campioni di grimorii funebri composti da un giglio (lys) e da un cranio (crâne). In greco, chiron significa prigioniero; la traduzione moderna di licrane è lié à la chair (lié carn in vecchio francese). [3]

[Grasset-d’Orcet, La Preface de Poliphile – 1884, p. 58]
[Colonna, Hypnerotomachia Polyphili – 1727, p. 168-9]

Dopo questa breve escursione nel magico mondo della Langue des Dieux, ritorniamo al punto: come sappiamo, Étienne Lallemant, fratello di Jehan l’aîné e di Jehan le Jeune, si fece preparare il suo Livre des Heures; oltre alle numerose decorazioni con Angelots e Merelles, troviamo – in corrispondenza della parte riservata ai Vespera – due crani, uno dislocato ed uno intero:

Il filatterio recita ‘Memento mori’: il tema è naturalmente famoso, ed è stato usato in centinaia di rappresentazioni d’arte; tra esse vi propongo due curiosità:

[Philippe de Champaigne (sx), Memento Mori, Jean Morin (dx)]

Nel primo dipinto (a sx) si vede un vaso che ospita un tulipano rosso screziato, il Caput Mortuum e una clessidra.

Gli esperti affermano che il meno noto Jean Morin si sia ispirato a questo dipinto per realizzare questa sua incisione (a dx):

Oltre a notare l’inversione della posizione dei due oggetti che fiancheggiano il solito Caput, si vedono due nuovi oggetti: il primo, secondo alcuni esperti, sarebbe un ‘… costoso, segnatempo d’oro lavorato in modo intricato’.

Può essere, … però è curiosa la posizione delle supposte lancette (segna le 9:15 o le 14:45), no? … e se invece fosse una bussola, orientata verso il Caput? … Chissà. Il tulipano è stato qui sostituito da due rose, una in boccio (?), l’altra in fioritura ormai completa; sembra però che i due fiori, con un petalo caduto, indichino che il Caput ed i fiori siano tra essi legati, somehow; il testo sottostante recita ‘Quid terra cinisque superbis, Hora fugit, marcescit Honor; Mors imminet atra.’. Un alchimista potrebbe sorridere, un po’ come sembra fare quel crâne, … terra, cenere, e la nera morte (che, in questo caso non è la Morte Nera di Star Wars, che si chiamava Death Star!! … però, pochi sanno che nella serie le Death Star sono due …).

Prima di proseguire, segnalo al lettore curioso – gli Inglesi del ‘600 lo chiamavano il ‘Candid Reader’ – una piccola coincidenza: ecco come Charles Lutwidge Dodgson (aka Lewis Carrol) fece illustrare da John Tenniel il passaggio di Alice attraverso lo specchio:

[Lewis Carrol, Through the Looking-Glass – 1871]

Non trovate un po’ bizzarro che le due illustrazioni mostrino sulla mensola … proprio un orologio ed un vaso di vetro con dei fiori … ??? Come tutti sanno, uno Specchio provoca l’inversione, ed il soggetto centrale è Alice; continuando il gioco tutto eretico, pare che Alice derivi il proprio nomen dal sostantivo omonimo, che è naturalmente il pesciolino: la radice greca è Alikè (‘mare’), che a sua volta viene – anche questo lo san tutti – da ‘Als’, che è … ‘Sal‘; nell’Alto Germanico antico l’etimo è ‘Adalhaid’, che significa letteralmente ‘nobiltà’, ‘di nobile rango’: … un nobile sal … Mah!

Mi rendo naturalmente conto che il tutto ha il sapore di una vera follia, eppure … direbbe qualcuno. Solo un pazzo potrebbe immaginare che un sale possa mai provocare un’inversione (allegra, peraltro: … viste le facce sberleffe dell’orologio e del vaso al di là dello specchio?), servendosi di un teschio o di uno specchio, no? … quindi mi fermo qui, e chiedo a tutti scusa per aver impersonato, anche sol per un attimo, la maschera del povero Fou.

Proseguiamo; ecco qui un altro gioco grafico, dell’incisore fiammingo Cornelis Galle, il giovane:

Qui l’alchimista, oltre alla famosa frase, trova molto pane per i suoi denti: il titolo è ‘EXITUS ACTA PROBAT’, e il Caput dislocato, ma ‘laureato’ sfoggia una clessidra alata, poggiato su un libro chiuso da cui sembrano fuoriuscire due trompettesintralciate’, ma che emettono due fumi, attorniato da una pletora di paraphernalia [a destra, si vede il ‘vaso di vetro’ con le due rose di Jean Morin (sua moglie era fiamminga di nascita)]. Il titolo (che proviene dall’Ars Amatoria di Ovidio) viene generalmente tradotto come ‘Il fine giustifica i mezzi’, ma siccome tutto ciò di cui sto qui parlando ha in realtà un senso positivo, luminoso, e non cupo o tombale, preferisco immaginare che si legga come ‘Il risultato prova le azioni’ … compiute per raggiungere quel risultato. Dimenticavo: Clessidra viene dal greco Klepsydra, … da Kleptò e Ydor/Ydro, vale a dire ‘sottraggo/rubo acqua’.

La Colonna di sinistra:

Il capitello di sinistra mostra un vaso decorativo sulla cui bocca poggiano due delfini. Un fiore, che sembra uscire dal vaso, sboccia con una forma che ricorda quella dei gigli araldici. Tutti questi simboli ai riferiscono al dissolvente, o mercurio comune dei Filosofi, principio contrario allo zolfo, di cui abbiamo già visto l’elaborazione emblematica sull’altro capitello.”.

[MdC – p. 286]

Paolo traduce il francese ’flanquée’ usando il verbo ‘poggiare’; il termine si potrebbe anche tradurre come ‘fiancheggiata’, dato che è riferito alla ‘bocca’ del vaso; in questa lettura, il verbo indicherebbe anche una sorta di ‘aiuto’, con il senso di ‘aiuto protettivo’. Poi, oltre alle ragioni estetiche, ci si potrebbe chiedere perché lo scultore abbia raffigurato proprio dei delfini. Oltre ad essere un pesce, un Dauphin è il figlio primogenito di un Roi, di un re; la scultura mostra due Dauphins, i quali sono ‘poggiati’ o ‘fiancheggiano’ la bocca del vaso, e paiono piuttosto legati/interessati al fleur che sorge con la forma di un Lys, il Giglio di Francia; il fleur-de-lys appartiene alla famiglia degli Iris, che assomiglia (ma non lo è, propriamente parlando) al Giglio. Sarebbe oltremodo lungo parlare dell’origine del fleur-de-lys nella storia di Francia, ma l’histoire parla di un vecchio eremita che ricevette un drappo blu ornato di tre Lys-d’or da parte di un angelo, che l’eremita a sua volta donò a Clovis, che lo adottò come la sua Arma araldica: il nomen Lys deriverebbe da quello del fiume che attraversava la regione (che poi venne chiamata Flander, la Fiandra) nella quale si erano stabilite le prime tribù Franche, prima che entrassero nella Gallia.

Le armi di Francia e Provenza sono dunque: Azure, 3 fleur-de-lis or (dal 1376)

A questo punto, leggiamo il celebre e caritatevole passo di Eugène Canseliet:

“Quanto al fleur de lys, esso è il simbolo dell’art royal per eccellenza, perché mostra, nel suo mezzo, la punta che fa scaturire l’onda viva e pura dalla roccia. Al primo capitolo delle sue Mémoires, particolarmente impregnate dell’ermetismo che ne ha tessuto la trama e che traspare chiaramente, Frédéric Mistral fece questa interessante considerazione:

«Si deve anche ritenere che i fleurs de lis d’oro, armi di Francia e di Provenza, che brillavano su campo d‘azzurro, non fossero che fleurs de glais (gladiolo): “fleur de lis“ (fiordaliso) viene da “fleur d’iris” perché il gladiolo è un iris, e l’azzurro del blasone rappresenta bene l’acqua dove cresce le glais.».

Il félibre conferma dunque l’idea dell’acqua e del mercurio, che suscita il fleur de lys, e che sostiene, dal punto di vista della cabala, la fonte fonetica e iniziale: Glai e glaïeul (Gladiolo). Vocaboli che incontestabilmente provengono dal greco γλαιόϛ, glaios, eolico, per γλοιός, gloios, humeur visqueuse, boue (fango). Troviamo, nell’antico francese, il sostantivo glaie, che designa la boue (il fango).

Evidentemente, l’etimologia latina che scelsero i celebri lessicografi Emile Littré, Auguste Brachet  e Jean Scheler, è valida:

Gladius, gladiolus – glaive o spada, piccolo gladio o piccola spada.

Le due cabale, greca e latina, si completano per spiegare compiutamente il simbolismo del fleur de lys.”

[Eugène Canseliet, Due Luoghi Alchemici, pp. 135-6]

Come Paolo avverte nella relativa nota a piè di pagina, il gioco cabalistico e fonetico qui proposto deve essere ben ponderato.

Ora che la vicinanza tra il Gladiolus/piccola spada ed il Giglio/fleur-de-lys è stata stabilita, ricordando che per Grasset d’Orcet il giglio in Licarne significa ‘lié’, cioè ‘legato’, e che forse il tutto pare legato al termine ‘Lumière’, l’apparente confusione dovrebbe essere più chiara; e come non ricordare anche il famoso Lilium che cresce nelle ‘convalli’ (qui)? Philalethe, con perfida onestà, ne ha parlato bene in qualche sua opera; e Fulcanelli sottolinea che la forma del fiore che sboccia su questo capitello ricorda, per l’appunto, quella dei lis héraldiques.

L’héraut … annuncia.

Dobbiamo adesso concludere questo piccolo studio su questo punto-d’Equilibrio del soffitto della Chapelle/Oratoire dell’Hôtel Lallemant; ancora una volta, Fulcanelli stimola l’attenzione dello studente-studioso:

Alla base di questi due sostegni, una larga corona di foglie di quercia, attraversata da una fascia decorata con le stesse foglie, riproduce il segno grafico che corrisponde, nell’arte spagirica, al nome volgare del soggetto. Corona e capitello realizzano così il simbolo completo della materia prima, il globo che si rappresenta in mano a Dio. a Gesù e a qualche grande sovrano.”.

[MdC – p. 286]

et voilà, les jeux sont faits!

Come è di regola, nella letteratura alchemica ciò che è messo troppo in chiaro è in genere un piccolo inganno … se il ‘segno grafico’ spagirico è ovviamente quello del Salnitro, chi avesse ben compreso da dove Fulcanelli è partito e dove va a parare (in termini di Arte Alchemica e di Philosophia Naturalis) ricorderà che spesso si parla di “Una Res, Una Via, Una Dispositione;

ergo, … temo che di altro SAL qui si parli.

Alla prossima, Dames et Messieurs !


[1] Sarebbe estremamente lungo esporre il punto di vista di Grasset d’Orcet a proposito della maçonnerie; a suo modo di vedere la ‘scienza dei costruttori’ era di esclusiva origine Greca, Come si sa, l’erudito era un rigidissimo sostenitore del ruolo dell’antico idioma dei Galli, il Gaultique (derivato dal Greco, ma declinato, letto e parlato secondo le antique lingue Occitane, Provenzali, Piccarde, etc.). e il Poliphile è “… così come lo indica il suo titolo, la grammatica o il grimorio di San Gilpin (la grammaire o le grimoire des disciples de saint Gilpin), o, più esplicitamente, la grammatica di San Jean Glypant.” San Giovanni viene qui detto ‘Glifante’ perché ‘incide’, ‘segna’, ma con l’intento di ‘rappresentare’, come un ‘glifo su una pietra preziosa’. L’Apocalisse, viene vista da Grasset d’Orcet come ‘un trattato di glittica cristiana in lingua greca’; ed i ‘Gilpins’ consideravano san Giovanni (nella sua funzione di ‘Glifante’) come il ‘loro antenato e d il loro fondatore’. Il perno fondante di tutte le confraternite di costruttori antichi (secondo l’eruditissimo amico d Fulcanelli, gli unici e veri ‘maçons’) è dunque il san Giovanni, ma Glifante, di cui si deve e si può parlare usando esclusivamente le antiche lingue romanze, che costituivano il linguaggio popolare dell’antica Gallia. La Framassoneria francese, di epoca ben più tarda, ha ereditato in qualche modo talune ‘grammatiche’ antiche, ma in assenza del padroneggiare del Greco antico e dell’antica Langue Diplomatique, il senso ‘glifato’ di quegli scritti ed opere d’arte, il loro vero senso ‘nascosto’, resta del tutto celato sia all’ascoltatore, che al lettore, che all’osservatore. Ovviamente, Grasset d’Orcet apprese il Greco antico durante la sua permanenza in Grecia, durata quindici anni, e Rabelais era per lui ‘il solo che, nel suo famoso capitolo sullo stomaco, abbia provato che possedeva un pieno intendimento dell’identità delle dottrine gouliaresques o gaultiques con quelle di Platone.’, le quali erano un’eredità trasmessa dagli antichi druidi.

[2] Il termine crâne, oltre a significare teschio o cranio, può anche indicare aver coraggio (brave), oppure bravata (bravoure).

[3] Qui Grasset d’Orcet inserisce una nota: “Tuttavia il suo geroglifico più verosimilmente maçonique è una lucarne o finestra, e questo grado corrisponde al terzo evangelista Luca, forse vuol dire lumière?”. Lucarne, il nostro ‘lucernario’, si chiamava anticamente ‘lucerna’, per cui il passaggio fonetico Luc-Lux-Lumière è evidente; personalmente, trovo che Grasset d’Orcet sia stato – forse – un po’ più di un eruditissimo amico di Fulcanelli.

Tweedledee & Tweedledum

Posted in Alchemy with tags , , , , on Tuesday, October 11, 2022 by Captain NEMO

Blue skies
Smiling at me
Nothing but blue skies
Do I see

Bluebirds
Singing a song
Nothing but bluebirds
All day long

Blue days
All of them gone
Nothing but blue skies
From now on

Livelli …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, διαλέγομαι, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , on Thursday, July 14, 2022 by Captain NEMO

Caro Paolo,

Un altro pico-pezzo di tempo-non-tempo è trascorso: tutto si muove e tutto scorre, così come Natura prevede. Il tuo ricordo è cristallizzato nell’Anima, ed è un sostegno dolce al mio camminare; e l’immagine del tuo allegro sorriso è sempre davanti ai miei occhi. Un gran conforto …

Certo sai che razza di maldestro torpore avvolge gli uomini di Terra, la nostra bellissima dimora: siamo “fissati” nella sua dura prigionia, e – chi sente – percepisce sempre la speranza di fuga-e-non-ritorno. Doppia realtà, un po’ speranza, un po’ dramma. D’altro canto, noi tutti abbiamo scelto di scender qua giù; o qua su? … chissà; ma che importanza può mai avere un “su” o un “giù” quando veniamo trasportati lungo le traiettorie straordinarie del Cosmo?

Comunque sia, pare che ormai siamo vicini ad un punto cruciale del nostro spazio-tempo, per usare un termine caro al baffuto – e pure lui sorridente – Herr Einstein; le Frequenze sono già avviate verso il loro riallineamento; ci sarà da divertirsi: molte cose le perderemo e molte cose nuove si affacceranno all’orizzonte dello Spirito. La cosa più divertente è che praticamente quattro gatti si sono resi conto del mutamento, radicale, ineludibile. E va bene così: chi ha conosciuto Madre Natura saprà come ‘saltar di livello’, un po’ qui & un po’ . Opportuno è danzare, au-pas de Dame Nature, direbbe uno Yoda Parigino, no? Livello, livello, …. Livello. Ah, mio splendido amico, alchimista di razza e fisico accortissimo. Livello, … ah Parbleu, Monsieur! Mi son fatto un mucchio di risate, come pure Fra’ Cercone!

Come è di prammatica, i cenacoli alchemici sono tutti ben ritirati, fuggiti, rinchiusi nelle loro super-nicchie, imbullonati comme-il-faut; nemmeno le Noccioline di Super-Pippo possono smuovere i loro dottissimi e ‘carissimi’ bastioni di austero basalto; alla faccia dell’Universale Alchimia. Da manuale, no?

Spero di aver presto tue notizie, sono curioso di quel che vai esplorando e facendo nella tua luminosa Dimora. E ti abbraccio, non virtualmente, non ‘fraternamente’; ma da antico vero Fratello, un po’ Scoto e un po’ Romano. Come la prima volta …

A presto, Paolo … porgi i miei saluti a tutti i buontemponi del Joe’s Bar!

Captain NEMO

Fulvio Di Pascale: Alla Ricerca della Salute Perduta

Posted in Various Stuff with tags , , , on Friday, July 8, 2022 by Captain NEMO

È da poco uscito un libro; non è un’opera di Alchimia, ma è una testimonianza rara a proposito di un uomo che ho avuto l’onore di conoscere, tanti anni fa: Fulvio Di Pascale.

Stefania Venezia ci ha voluto offrire l’opportunità di conoscere meglio questo Medico straordinario: curando in silenzio i suoi pazienti con preparazoni del tutto naturali, lontano dai riflettori, Fulvio possedeva nel suo animo una sensibilità ed una cultura di altissimo livello: non parruccona, ma cristallina e fuori dagli schemi. Nel 1978 si tennero tredici incontri tra Fulvio ed un gruppo di persone a proposito della Conoscenza e del modo con cui un essere umano può e deve salire – faticosamente e con il massimo impegno – gli impegnativi gradini di una “scala”, puntata dritta verso il Cielo; la ‘salute‘ di cui qui si parla è quella intima, profonda, dello Spirito, che – ancora oggi – è sempre trascurata; in questo libro sono state raccolte tutte le domande dei partecipanti e le sue risposte, esposte in modo chiaro e diretto, come era suo costume.

Chi avesse letto il suo ‘Memorie‘, curato da Claudio Cardella (qui), sarà rimasto senza dubbio più che sorpreso del contenuto; il protagonista è il Bios, “… il quale è energia sostanziale e continua allo stato soprannaturale, vivente in fase cosmica.”; dico ‘sorpreso‘ perché davvero il difficile e complesso contenuto è decisamente fuori dall’ordinario. Ma già da questa breve definizione, scritta a pagina 1, il lettore si rende conto che quella sua dottrina esposta (nel 1952) ha una valenza tutta particolare, tutta veritiera, tanto più nel suo fascino, nella sua esposizione temperata e chiara, nella sua importanza, rivoluzionaria. Fulvio curava casi anche gravissimi, sempre con la sua visione attenta all’humanitas, sempre passata ai suoi frequentatori con la sua immancabile verve partenopea.

Ebbene, questa raccolta di domande e risposte, porterà pian piano il curioso ad incontrare quella ‘Persona‘, quel ‘Medico‘, quel ‘Filosofo‘, di una statura che ho avuto il privilegio di apprezzare di persona tanti anni fa. Un uomo sconosciuto ai più, ma dai pensieri tanto ‘alti‘, quanto ‘semplici‘: efficaci, veritieri. Un uomo dal carattere appuntito, ‘aguisè‘, e dalla bontà a tutto tondo.

Quando ho potuto leggere Alla Ricerca della Salute Perduta, ho ritovato l’uomo con cui abbiamo speso serate bellissime, ma – soprattutto – ho rivisto quel suo sguardo acuto, sempre attento a comunicare in modo dritto negli occhi e senza giri di parole, quella sua gentilezza antica, il suo sorriso sempre elegante, rassicurante. Fulvio era un Uomo Buono.

Come Claudio, nel mio piccolo, anche io gli sono debitore: molte delle cose che avrei in seguito incontrato nel mio percorso di studio e di vita, mi sono state indicate, suggerite, dipinte, da lui: sempre con gentilezza; ferma gentilezza. Con soffice gravità.

Ragion per cui ringrazio Stefania per aver avuto la sensibilità di riproporre oggi, dopo una quarantina d’anni, le sue parole, il suo modo di spiegare, il suo modo di aiutare.

B: Mi domando: perché mi devo porre tanti problemi se poi, a un certo punto, la natura mi cancella? Qual è il fine di tutto il mio agire?

R: La natura non cancella nulla. Si modifica la morfologia, ma ciò che contiene, l’essenza, viene conservato. Quindi la tua partecipazione a quell’essenza è importantissima! Ho una sensazione, come se tu fossi dentro una sfera di cristallo, una specie di scafandro di cristallo, tu ci sei dentro, ma il cristallo è opaco e perciò non riesci a vedere ciò che c’è all’esterno. Se tu ti prendessi il fastidio di pulire questo cristallo, vedresti tante belle cose, invece stai lì e ti dici “Ma chi me lo fa fare?”, e rimani là dentro.

B: Vero, e ogni volta che provo a farlo mi spavento.

R: Forse perché non lo hai pulito dalla parte giusta. Puliscilo tutto quanto, vai avanti! Se riuscissi a farlo vedresti tante altre cose!  Dal piano terra posso vedere la strada, la gente che passa, e va bene. Poi qualcuno mi dice: “… guarda che dal primo piano si vede la cupola di San Pietro, sali …”; e io rispondo: “… no, non ne ho voglia …”.

Invece io ti sprono, ti dico provaci! Sali al primo piano, poi al secondo, al terzo, all’attico, al superattico, e se non sei ancora soddisfatto, ti prendi pure un elicottero e poi un aereo, e sempre vedrai qualcosa di diverso, di nuovo, fino a quando non troverai ciò che ti appaga, e sicuramente lo troverai. Importante è non inventare scuse e non lasciarsi prendere dalla pigrizia.

La natura non sbaglia, nel modo più assoluto! Segue la sua via utilizzando i mezzi che le servono per estrinsecarsi, per completare un’esperienza, finita e completata la quale quei mezzi non le servono più.

B: Mi sfugge il motivo per cui la natura fa tutto questo.

R: Ti sfugge perché non lo vuoi cercare e così non lo puoi trovare!

Dal libro: ‘B’ è uno dei partecipanti, mentre ‘R’ è la risposta da parte di Fulvio.

Alla Ricerca della Salute Perduta è un libro stampato da Lulu Press: qui, qui, e qui.

Madame Lune

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , on Monday, June 6, 2022 by Captain NEMO

Luna, Luna delle mie brame,

Sei la più bella del Reame!

Franco … Torneremo ancora …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , on Wednesday, May 18, 2022 by Captain NEMO

Caro Franco,

chissà dove stai volando oggi; per noi sono trascorsi 365 ‘periodi‘ di spazio, ed ancora anneghiamo nell’ignoranza della Joie di Madre Natura.

Ho trovato oggi sul Web un tuo ultimo Canto, e mi sono commosso. Tanto.

Q U I

Manchi, … ma va bene così!

Primum Vere – 2022

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Monday, March 21, 2022 by Captain NEMO

Be Lost in the Call

Signore, disse David, dato che non hai bisogno di noi,

perché hai creato questi due mondi?

Realtà rispose: Oh, prigioniero del tempo,

Ero un tesoro segreto di bontà e generosità,

e desideravo che questo tesoro fosse conosciuto,

così creai uno specchio: la sua faccia splendente, il cuore;

il suo dorso scurito, il mondo;

Il dorso ti darebbe piacere se non avessi mai visto la faccia.

Qualcuno ha mai prodotto uno specchio da fango e paglia?

Però pulisci il fango e la paglia,

e uno specchio potrebbe svelarsi,

Finché il succo non fermenta un po’ nella botte,

non è vino. Se vuoi che il tuo cuore sia luminoso,

devi fare un po’ di lavoro.

Il mio Re si rivolse all’anima della mia carne:

ritorni proprio come quando sei partita.

Dove sono le tracce dei miei doni?

Sappiamo che Alchimia trasforma il rame in oro.

Questo Sole non vuole una corona o una veste dalla grazia di Dio.

Egli è un cappello per cento uomini calvi,

un riparo per dieci che erano nudi.

Gesù sedeva umilmente sul dorso di un asino, bambino mio!

Come poteva uno zefiro cavalcare un asino?

Spirito, trova la tua via, nel cercare umiltà come un ruscello.

Ragione, percorri il cammino dell’altruismo verso l’eternità.

Ricorda Dio fino al punto che tu venga dimenticato.

Lascia che il chiamante ed il chiamato scompaiano;

perditi nel richiamo.

Jalal ad-Din Muhammad Rumi

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie V

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, February 2, 2022 by Captain NEMO

Proseguiamo nello studio del Plafond dell’Oratoire dell’Hôtel Lallemant con la quinta serie di Cassoni:

Cassone 13 – Un avanbraccio infuocato e i sette ricci di Castagne

Fulcanelli commenta questo Cassone: ‘… nous présente un avant-bras enflammé dont la main saisit de grosses châtaignes ou marrons.’.

… ci presenta un avambraccio infiammato la cui mano afferra delle grosse castagne o marroni.’.

In realtà, la mano sembra afferrare dei ricci di castagne – che quanto meno sembrano di castagne: a dir la verità, quei ricci che appaiono rotti (cinque), sembrano non contenere il frutto di cui parla Fulcanelli. E l’avambraccio è marcato dall’evidente grafismo delle fiamme, di un fuoco piuttosto forte, che pare scendere verso la mano (si scorgono le vene gonfie, a significare – clinicamente parlando – un’infiammazione!); al di sopra, in bella evidenza, un filatterio, muto.

Evidentemente, questo tema dell’avambraccio era ben conosciuto all’epoca; Fulcanelli, d’altra parte, non ha trascurato di commentarne la raffigurazione scolpita, per due volte, nel suo minuzioso esame del soffitto della loggia del castello di Dampierre sur Boutonne. Eccone la prima:

Perçant les nuées, une main d’homme lance contre un rocher sept boules qui rebondissent vers elle. Ce bas-relief est orné de l’inscription:

.CONCVSSVS . SVRGO.

Heurté, je rebondis. Image de l’action et de la réaction, ainsi que de l’axiome hermétique Solve et coagula, dissous et coagule.

Un sujet analogue se remarque sur l’un des caissons du plafond de la chapelle Lallemant, à Bourges ; mais les boules y sont remplacées par des châtaignes. Or, ce fruit auquel son péricarpe épineux a fait donner le nom vulgaire de hérisson (en grec eχinoç, oursin, châtaigne de mer), est une figuration assez exacte de la pierre philosophale telle qu’on l’obtient par la voie brève. Elle paraît, en effet, constituée d’une sorte de noyau cristallin et translucide, à peu près sphérique, de couleur semblable à celle du rubis balai, enfermé dans une capsule plus ou moins épaisse, rousse, opaque, sèche et couverte d’aspérités, laquelle, à la fin du travail, est souvent crevassée, comme l’écale des noix et des châtaignes. Ce sont donc bien les fruits du labeur hermétique que la main céleste jette contre le rocher, emblème de notre substance mercurielle. Chaque fois que la pierre, fixe et parfaite, est reprise par le mercure afin de s’y dissoudre, de s’y nourrir de nouveau, d’y augmenter non seulement en poids et en volume, mais encore en énergie, elle retourne par la coction à son état, à sa couleur et à son aspect primitifs. On peut dire qu’après avoir touché le mercure elle revient à son point de départ. Ce sont ces phases de chute et d’ascension, de solution et de coagulation qui caractérisent les multiplications successives qui donnent à chaque renaissance de la pierre une puissance théorique décuple de la précédente. Toutefois, et quoique beaucoup d’auteurs n’envisagent aucune limite à cette exaltation, nous pensons avec d’autres philosophes qu’il serait imprudent, au moins en ce qui concerne la transmutation et la médecine, de dépasser la septième réitération. C’est la raison pour laquelle Jean Lallemant et l’Adepte de Dampierre n’ont figuré que sept boules ou châtaignes sur les motifs dont nous parlons.“.

Si tratta del Cassone 1, della Serie VI da Les Demeures Philosophales; ecco la mia traduzione del passo:

Forando le nubi, una mano d’uomo lancia contro una roccia sette sfere che rimbalzano verso di essa. Questo bassorilievo è ornato dell’iscrizione:

.CONCVSSVS . SVRGO.

Scosso, sorgo[1]. Immagine dell’azione e della reazione, oltre che dell’assioma ermetico Solve et coagula, dissolvi e coagula.

Un soggetto analogo si nota su uno dei cassoni del soffitto della cappella Lallemant, a Bourges, ma le sfere vi sono rimpiazzate da delle castagne. Ora, questo frutto al quale il suo pericarpo spinoso ha fatto dare il nome volgare di riccio (in greco eχinoç, riccio, castagna di mare), è una rappresentazione abbastanza esatta della pietra filosofale come la si ottiene per la via breve. Essa appare, in effetti, costituita di una sorta di nocciolo cristallino e traslucido, quasi sferico, di colore simile a quello del rubino balascio, racchiuso in una capsula piò o meno spessa, rossastra, opaca, secca e coperta di asperità, la quale, al termine del lavoro, è spesso solcata, come il mallo delle noci e delle castagne. Sono dunque proprio i frutti del lavoro ermetico che la mano celeste getta contro la roccia, emblema della nostra sostanza mercuriale. Ogni volta che la pietra, fissa e perfetta, viene ripresa da parte del mercurio per esservi dissolta, di esservi nutrita di nuovo, di accrescersi non soltanto di peso e di volume, ma anche di energia, essa ritorna mediate la cottura al suo punto di partenza, al suo colore ed al suo aspetto primitivi. Possiamo dire che dopo aver toccato il mercurio essa ritorna al proprio punto di partenza. Sono queste fasi di caduta ed ascensione, di soluzione e di coagulazione che caratterizzano le moltiplicazioni successive che danno ad ogni rinascita della pietra una potenza teorica decupla della precedente. Tuttavia, e per quanto molti autori non considerino alcun limite a questa esaltazione, noi riteniamo con altri filosofi che sarebbe imprudente, almeno per ciò che concerne la trasmutazione e la medicina, di oltrepassare la settima reiterazione. È la ragione per la quale Jean Lallemant e l’Adepto di Dampierre non hanno raffigurato che sette sfere o castagne nelle decorazioni di cui parliamo.”.

Tralascio qui la seconda parte di questo Commento, per non tediare troppo il lettore: si tratta in ogni caso di aspetti tecnici, peraltro molto avanzati, che potranno essere letti con tutto comodo da parte di chi fosse interessato ad approfondirli.

Torniamo dunque alla seconda raffigurazione, per così dire brachiale, presentata a proposito di Dampierre:

Posé sur l’autel du sacrifice, un avant-bras est consumé par le feu. L’enseigne de cet emblème igné tient en deux mots:

. FELIX . INFORTVNIVM .

Heureux malheur ! Quoique le sujet semble, à priori, fort obscur et sans équivalent dans la littérature et l’iconographie hermétiques, il cède pourtant à l’analyse et s’accorde parfaitement avec la technique de l’Œuvre.

L’avant-bras humain, que les grecs nommaient simplement le bras, βραχίων, sert d’hiéroglyphe à la voie courte et abrégée. En effet, notre Adepte, jouant sur les mots et cabaliste instruit, dissimule sous le substantif βραχίων, bras, un comparatif de βραχίως, qui s’écrit et se prononce de la même façon. Celui-ci signifie court, bref, de peu de durée, et forme plusieurs composés, dont βραχύτης, brièveté. C’est ainsi que le comparatif βραχίως, bref, homonyme de βραχίων, bras, prend le sens particulier de technique brève, ars brevis.

Mais les Grecs se servaient encore d’une autre expression pour qualifier le bras. Lorsqu’ils évoquaient la main, χείρ, ils en appliquaient, par extension, l’idée au membre supérieur tout entier, et lui donnaient la valeur figurée d’une production artistique, habile, d’un procédé spécial, d’une manière personnelle de travail, en résumé d’un tour de main acquis ou révélé. Toutes ces acceptations caractérisent exactement les finesses du Grand Œuvre dans sa réalisation prompte, simple et directe, puisqu’elle ne nécessite que l’application d’un feu très énergique, à laquelle se réduit le tour de main en question. Or, ce feu n’est pas seulement figuré, sur notre bas-relief, par les flammes, il l’est encore par le membre lui-même, que la main indique comme étant un bras dextre ; et l’on sait assez que la locution proverbiale ” être le bras droit ” se rapporte toujours à l’agent chargé d’exécuter les volontés d’un supérieur, – le feu dans le cas présent.”.

Si tratta del Cassone 3, della Serie III da Les Demeures Philosophales; eccone la mia traduzione:

Poggiato sull’altare del sacrificio, un avambraccio viene consumato dal fuoco. L’insegna di questo emblema igneo è fatta da due parole:

. FELIX . INFORTVNIVM .

Felice sventura! Sebbene il soggetto sembri, a priori, molto oscuro e senza equivalenti nella letteratura ermetica, si arrende però all’analisi e si accorda perfettamente con la tecnica dell’Opera.

L’avambraccio umano, che i greci chiamavano semplicemente il braccio, βραχίων, serve da geroglifico della via corta e accorciata. In effetti, il nostro Adepto, giocando con le parole da cabalista istruito, dissimula sotto il sostantivo βραχίων, braccio, un comparativo di βραχίως, che si scrive e si pronuncia allo stesso modo. Questo significa corto, breve, di poca durata, e forma numerosi composti, tra cui βραχύτης, brevità. È così che il comparativo βραχίως, breve, omonimo di βραχίων, braccio, prende il senso particolare di tecnica breve, ars brevis.

Ma i greci si servivano anche di un’altra espressione per esprimere il braccio. Quando evocavano la mano, χείρ, ne applicavano, per estensione, l’idea al membro superiore tutto intero, dandogli il valore figurato di una produzione artistica, abile, di un procedimento speciale, di un modo personale di lavoro, insomma di un giro di mano acquisito o rivelato. Tutte queste accezioni caratterizzano esattamente le finezze della Grande Opera nella sua realizzazione pronta, semplice e diretta, poiché essa non necessita che dell’applicazione di un fuoco molto energico, alla quale si riduce il giro di mano in questione. Ora, questo fuoco non è soltanto raffigurato, sul nostro bassorilievo, mediante le fiamme, ma lo è anche mediante il membro stesso, che la mano indica come essere un braccio destro; e sappiamo abbastanza che la locuzione proverbiale ‘essere il braccio destro’ si rapporta sempre all’agente incaricato di eseguire le volontà di un superiore, il fuoco nel presente caso.”.

Anche per questo secondo Commento tralascio la seconda parte.

Ricordo ancora che Il Mistero delle Cattedrali venne pubblicato nel 1926, mentre Le Dimore Filosofali venne pubblicato nel 1930; e che le due edizioni mostrano in taluni passaggi la presenza di più mani.

Sia come sia, credo sia importante sottolineare che, a mio avviso, questi due brani tratti da Les Demeures Philosophales fanno largo uso dei diversi livelli di lettura, e quindi anche di esatta comprensione, che caratterizzano tutte le buone opere d’Alchimia. E mi permetto dunque di consigliare allo studente la massima attenzione. Più si avanza nello studio e nella pratica di Laboratorio, più è indispensabile riflettere sul contenuto dei testi, come sui contesti operativi cui Fulcanelli intende riferirsi. É buona norma, insomma, adottare prudenza: gli insegnamenti offerti sono ottimi, ma talvolta … è meglio riflettere meglio.

Se le tre sculture mostrano questo avambraccio infiammato, il motivo di questa scelta di Fulcanelli è senza dubbio il Fuoco; ma siccome – ovviamente – il Fuoco è il protagonista indiscusso dei lavori, occorre domandarsi, in ogni lettura, e/o riflessione da esse scaturita, di quale Fuoco si stia parlando, e – simultaneamente – del contesto operativo cui quell’insegnamento pare riferirsi.  

Cassone 14 – Il Putto, il Libro e il Serpente.

Fulcanelli commenta questo Cassone così: “Là, le même bambin, agenouillé près d’une pile de lingots plats, tient un livre ouvert, tandis qu’à ses pieds gît un serpent mort. Devons-nous nous arrêter ou poursuivre ? – Nous hésitons. Un détail situé dans la pénombre des molures, détermine le sens du petit bas-relief; sur la plus haute pièce de l’amas figure le sceau étoilé du roi mage Salomon. En bas, le mercure; en haut, l’Absolu. Procédé simple et complet qui ne comporte qu’une voie, n’exige qu’une matière, ne réclame qu’une opération. ‘Celui qui sait faire l’Œuvre par le seul mercure a trouvé tout ce qu’il y a de plus parfait.’. Tel est du moins ce qu’affirment les plus célèbres auteurs. …”.

Prima di tutto va notato che ‘il medesimo bambino’ cui Fulcanelli si riferisce è quello che fa pipì nello zoccolo, appartenente alla Serie precedente (Cassone 10); quello (ma è una ‘lei‘!) è alato, questo è senz’ali; quello aveva una cuffietta da notte; questo ha invece il capo cinto di perle e/o gemme. Ha in mano un libro aperto, e sopra di lui in bella evidenza, ancora un filatterio, muto. In basso a sinistra, in primo piano, si vede un serpente scaglioso, che sembra morto; sullo sfondo, un ammasso dalla forma un po’ inusuale: pare una materia in qualche modo stratificata, la cui cima appare sormontata da una materia che sembra sia stata colata, e solidificata. Ora, se il serpente mostra il glifo dell’infinito, l’affermazione secondo la quale in cima all’ “ammasso figura il sigillo stellato del re mago Salomone” appare piuttosto curiosa; da un mio esame di quanto visibile nella foto (fatta in questi anni) si vede qualcosa che – davvero a fatica – potrebbe essere identificata come il glifo ben noto:

Per cui – date le dimensioni di un Cassone e l’altezza del soffitto – si deve ritenere che … o qualcuno era in possesso di una scala, oppure di un vecchio disegno (magari del progetto iniziale), oppure di un’informazione particolare; non v’è dubbio, comunque, che l’affermazione sarebbe alchemicamente pertinente, visto l’assieme costituito dalla simbologia del serpente scaglioso (il mercure, ma non alato), da quel curioso “amas” – le cui sembianze sono ben poco equivocabili (“Ab-solu”) -, dal Putto e la sua natura (privo di ali) e dal livre ouvert in bell’evidenza. D’altro canto, Fulcanelli afferma in modo chiaro che il Cassone – come il precedente – si riferisce al procedimento operativo che viene chiamato Via Breve.

Cassone 15 – L’avambraccio, il fuoco, e lo stampo.

Fulcanelli, riferendosi al Cassone 14, commenta questo Cassone così: “… plus loin le même hiéroglyphe [i.e., un avant-bras enflammé], sortant du roc, tient une torche allumée …”.

… più lontano il medesimo geroglifico, [i.e., un avambraccio infiammato], uscente dalla roccia, impugna una torcia accesa.‘.

Ed ecco ancora un avambraccio, fortemente legato alle fiamme: sulla parte sinistra si vedono rocce piuttosto squadrate immerse nelle fiamme; da esse esce l’avambraccio – che pare avvolto in una sorta di manica protettiva, fino al polso – la cui mano (con le vene fortemente in rilievo) impugna un oggetto, anch’esso avvolto dalle fiamme; il mio amico Injubes vi vede un astuccio dalla cui parte superiore fuoriescono cinque foglie innervate, mentre uscendo dal fondo si distinguono – forse – i relativi steli. L’avambraccio è infilato in un filatterio, ancora muto.

Per ciò che riguarda l’identità dell’oggetto, credo potrebbe essere più appropriato – vista la presenza manifesta di fiamme – vederlo come uno stampo da colata, cilindrico: difficile in quel contesto ‘leggerlo’ come una ‘torcia accesa’, no? Quanto al contenuto: quelle foglie esprimono la vegetabilità[2] della materia lavorata nel contesto operativo raffigurato; Fulcanelli parla – per questa serie – dei procedimenti legati alla Via Breve, la quale, come è noto, prevede una destrezza consolidata dall’esperienza ormai acquisita da parte dell’Artista: anche nella raffigurazione di questo cassone, infatti, si percepisce che è richiesta una maggiore attenzione, dovuta al miglior controllo del fuoco, sia in termini di quale fuoco, sia nella sua applicazione, cioè nel controllo accurato della temperatura.

E concludo questa quinta parte: non v’è dubbio che questi tre cassoni parlino d’Alchimia; ciò non vuol significare che i Lallemant fossero necessariamente Adepti, quanto che quel tipo di raffigurazione – gli avanbracci infiammati – faceva parte di un patrimonio culturale preciso; ma già allora, dobbiamo ritenere, dalla doppia lettura: uno di facile comprensione, ‘colpito, salgo in alto’; l’altro, con un significato operativo più riservato, segreto, legato alla pratica di una Via alchemica (l’Ars Brevis) di per sé già molto rara, oggi come allora. Nel progetto iniziale delle due opere firmate ‘Fulcanelli’ – che prese le mosse proprio da Bourges a metà ‘800 – le cosiddette Dimore Filosofali dovevano probabilmente fare da sostegno alle Cattedrali, ma gotiche. Poi, e ne ignoriamo il motivo preciso (se non che la sua riorganizzazione editoriale mutò una volta che i ‘giovani’ del gruppo di Bourges si trasferirono a Parigi agli inizi del ‘900), quel progetto, con la supervisione di Dujols, cambiò; Canseliet e Champagne – anch’essi molto giovani – fecero del loro meglio al fine di portare alle stampe i due volumi.

Sia come sia, i quattro avambracci infiammati’, misteriosi, trovarono posto in entrambi i volumi: due nel MdC (1926) con un brevissimo esame del plafond dei Lallemant, e due nel LDP (1930) con un lungo esame del plafond di Dampierre, questa volta con due palesi moniti sulla destrezza indispensabile per compiere senza pericolo la Via Breve.

Una cosa è certa: per comprendere almeno il contesto di quelle quattro raffigurazioni, così particolari, occorre senza dubbio essere molto avanti nella pratica alchemica, e nella sua tecnica di Laboratorio. Fulcanelli, chiunque egli sia, fu senza dubbio prima addestrato allo studio attento e approfondito dei testi, e in seguito ha praticato, a lungo, con assiduità, la Via Unica, per arrivare – poi – a comprendere la modalità singolare della Via Breve. Stento ad attribuire questa sensibilità acquisita, e così avanzata, ai Lallemant. Ma nulla deve mai esser dato per scontato, anche nella storia dell’Alchimia. Ma la testimonianza visuale di questa serie indica con precisione che quantomeno i decoratori, gli scultori, et alia, portavano nel bagaglio delle loro esperienze quelle rappresentazioni, appartenenti agli Emblemata di tipo morale e religioso che videro la luce tra il ‘500 ed il ‘600.

Fatto è, però, che il fiume dell’Alchimia percorre in modo carsico, ma in bella evidenza, tutta la cultura naturale della nostra specie. Da secoli e secoli.  La summa di questa terna, dunque, ci parla di una cosa fissa (non ha le ali nemmeno il serpente, scaglioso – che Fulcanelli specifica esser morto) che viene ottenuta – grazie al fatto che il livre è ouvert – mediante l’applicazione appropriata … di un fuoco appropriato (sia in termini di substantia, che di gradus); il risultato di questa lavorazione focosa e così delicata fornisce una materia vegetabile, capace cioè di “cuocere, digerire e perfezionare” … qualche altra cosa!

Resta da trovare, però, un pezzetto mancante

Ah, les merveilles d’Alchimie …

À bientôt, mes Dames et mes Sires …


[1] Il verbo surgo, significa sorgere, nascere, levarsi, salire verso l’alto. Fulcanelli traduce surgo con je rebondis, che significa io rimbalzo: a mio modesto avviso il verbo francese qui usato non traduce il verbo latino correttamente, sebbene ben descriva la dinamica che sembra essere stata rappresentata dallo scultore nel cassone in esame.

[2] La végétabilité è una Qualitatem precisa che, in Alchimia, appartiene al minerale: Dom Pernety lo spiega così (1758): “… non bisogna confondere una materia vegetale o che vegeta, con una materia vegetabile, o che possiede una virtù vegetativa. È per questo che [i Filosofi] non dicono che la loro saturnia è vegetale, ma vegetabile, & la chiamano così seguendo l’indicazione di molti tra loro, poiché essa possiede un’anima vegetativa, che la cuoce, la digerisce, & la conduce alla perfezione desiderata. … I Filosofi hanno tuttavia talvolta dato al vino il nome di gran vegetabile; ma il vino bianco & il vino rosso di Raymondo Lullo sono i mestrui dei Saggi, & non i vini bianchi & rossi volgari.”. Questo brano così chiaro ed esatto, genererà senza dubbio una certa complaisance nella maggior parte dei lettori; agli studenti, per contro, raccomando molto la prudence, di cui supra. Molta prudence.

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie IV

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Passato il periodo delle Feste, continuiamo l’esame del Plafond dell’Oratoire dell’Hôtel Lallemant con la quarta serie di Cassoni:

Cassone 10 – Un Angioletto fa pipì nello zoccolo

Fulcanelli commenta questo Cassone: ‘Voici, – quel singulier motif pour une chapelle – un jeune enfant urinant à plein jet dans son sabot.’.

Ecco, – che motivo singolare per una cappella – un bambinello che urina a tutta forza in uno zoccolo.’.

A ben guardare, si tratta di una bambinella, alata, che apre la parte inferiore della sua tunica; la qual bimbetta – con una mira che ha del perfetto! – dirige il suo getto di pipì all’interno di uno zoccolo, di legno. La scenetta descrive un jeu d’enfants: di notte – la bimba, oltre la tunichetta da letto, indossa anche la cuffietta per dormire – l’inarrestabile desiderio fisico di liberarsi viene soddisfatto senza indugio: invece di recarsi verso un bagno, o usare il classico vasino da notte, l’angioletta trova uno zoccolo e lo usa per far pipì: non è un dispetto, quanto piuttosto un gesto da monella, … che sa di non esser vista!

… e la pipì pare davvero tanta, visto la cura con cui l’artista ha scolpito il getto, quasi un torchon, ma dritto dritto, per esprimere la forza con cui la piccola monella, in piedi, soddisfa il proprio istinto primario: liberarsi. … tale è la forza, che pare bagnarsi un po’ la gamba destra.

Canseliet, parlando dell’altrettanto famosa Fontaine Indécente (in Deux Logis Alchimiques), si ricollega a questo Cassone dell’Hôtel Lallemant:

Pourvue de ses deux ailes, comme il se doit, l’enfant céleste ne s’en tient pas moins campée sur ses deux jambes, afin d’ouvrir, tel un rideau, le vêtement qui la recouvre. Ainsi dirige-t-elle, dans un sabot de bois, habilement, malgré son attitude, à la fois verticale et difficultueuse, le jet oblique et roide de son virginal pipi.’.

‘Provvista di due ali, come si conviene, l’infante celeste sta comunque ben piantata sulle gambe in modo da aprire, come un sipario, la veste che la ricopre. Dirige così abilmente – malgrado la sua posizione, a sua volta verticale e difficoltosa – in uno zoccolo di legno, il getto obliquo e teso della sua pipì verginale.’.

Un esame più approfondito di questo Cassone – magnifico per la sua sfrontatezza, quanto, giustamente, illogico e irriverente in una Chapelle – ci porterebbe molto lontano (ne ho a suo tempo trattato, qui), e quindi mi limiterò a sottolineare alcuni spunti di riflessione: si tratta di una fase primaria della Grand Œuvre, relativa ad un Solve molto peculiare; tra una materia ricevente, usualmente vile e nerastra (raffigurata in genere con un Sabot o con un Chapeau (…toh!)), cui viene congiunta un’aqua. Quest’aqua è ovviamente di natura mercuriale, e ricorda tanto quella del fanciullo-che-fa-pipì-da-una-nuvoletta (nella famosissima Tavola dello Speculum Veritatis), ma – all’uopo – necessita di un’accorta (cioè, … avveduta!) correzione, per così dire; deve essere acuita, aguzzata.

Con che cosa? Tutti conoscono la risposta, talmente è diffusa nei buoni testi d’Alchimia: naturalmente, con il Sal Armoniac, no? Come avevo scritto, Paolo ci era venuto in soccorso (si parlava allora della immagine celeberrima della Cabala Mineralis di Simeon Ben Cantara; … ah, les beaux temps d’antan!), nel suo stile schietto e sempre sorridente:

… Le tre reiterazioni indicate dai tre fiori celesti ci fanno ottenere questo mercurio, sale di pietra o sale armoniaco, che viene irrorato dalla rugiada e aguzzato dall’urina del fanciullo, il nostro ariete celeste. Otteniamo così l’acqua viva aguzzata e poi la stella dei saggi. Le aquile ci ricordano che questo in fondo è un processo di sublimazione…

… …Mi sono reso conto che non ho detto … perché “l’urina”. Mio Dio, è semplice, come al solito. É il nostro fuoco filosofico che libera il mercurio comune, il dissolvente, e gli si unisce per formare con lui l’acqua viva, che ne è appunto aguzzata (o acuita se preferite). Tra l’altro posso confermare che l’urina dell’ariete ha un fortissimo odore di ammoniaca, cioè di urina putrefatta.

I nomi usati dai maestri hanno sempre un senso molto banale e operativo.

Quanto al Sabot, Fulcanelli ha scritto ovunque che il suo senso alchemico è legato a quello della fava o del bambolotto bagnante, la Galette, alludendo ad un contenuto, evidentemente nascosto, … nel sabot:

…Notre galette est signée comme la matière elle-même et contient dans sa pâte le petit enfant populairement dénommé baigneur. C’est l’Enfant-Jésus porté par Offerus, le serviteur ou le voyageur; c’est l’or dans son bain, le baigneur ; c’est la fève, le sabot, le berceau ou la croix d’honneur ”.

La citazione di Fulcanelli – dove non occorre scomodare Grasset d’Orcet per ricostruire un pezzo del Puzzle alchemico al quale l’angioletta monella, colta sul fatto!, allude – è tratta da Il Mistero delle Cattedrali; consiglio vivamente il lettore, neofita o esperto che sia, di re-immergersi nello studio calmo, ma molto calmo, del passo su Offerus, la sua famosa Ceinture e la Galette des Rois (pp. 275-8, Edizione Italiana; chi può, lo legga in francese, perché … suona bene!). Mentre ricordo che il termine popolare Sabot (Çabot) proviene da Savate (per Ciabatta, femminile) e Bot (per Scarpa, … ma maschile), non posso evitare di sorridere allegramente di fronte a quello che Grasset d’Orcet, però, avrebbe saputo raccontare su quel ‘croix d’honneur’!

Cassone 9 – La Pollastra ed il Corno dell’Abbondanza

Fulcanelli commenta questo Cassone: ‘Ici, c’est la corne d’Amalthée, toute débordante de fleurs et de fruits, qui sert de perchoir à la géline ou perdrix, l’oiseau en question étant peu caractérisé; mais, que l’emblème soit la poule noire ou la perdrix rouge, cela ne change rien à la signification hermétique qu’il exprime.’.

Qui, [ecco] il corno d’Amaltea, tutto traboccante di fiori e di frutti, che serve da trespolo alla gallina o pernice, dato che l’uccello in questione non è ben caratterizzato; ma, che l’emblema sia la pollastra nera o la pernice rossa, ciò non cambia in nulla il significato ermetico che esso esprime.’.

La poule è la pollastra (chissà perché Fulcanelli la vede come nera), mentre la géline è la nostra gallina, che prende questo nome, generalmente, quando si accinge a fare uova; la gallina ovaiola, si sa, fa … le uova d’oro! Per contro, la Pernicerossa -, che in francese è la perdrix, deve il suo nome al latino perdix, che a sua volta viene dal greco pèrdix (πέρδιξ); sembra che così sia stata chiamata anticamente perché quando si alza in volo, dopo aver tentato di piedinare nascondendosi dove può, … ‘emette peti’ (dal lemma πέρδομαι), tanto che i greci la chiamavano anche ‘kakkabis’.

Ciò detto, di Amaltea (Ἀμάλθεια) sappiamo quasi tutto; era la tenera capretta con il cui latte le due Ninfe dei Frassini (Adrastea ed Io, figlie di Melisseo) alimentavano il piccolo Zeus, che era stato loro affidato da Rea per nasconderlo alla fama divorante di Cronos; il piccolo era nutrito anche con ambrosia, miele e nettare, ma provenienti da altri animali. Una volta cresciuto, Zeus spodestò il terribile padre e per ringraziare la capretta Amaltea creò la costellazione dell’Auriga, la cui stella più brillante è Capella (la ‘capretta’, la terza stella più brillante del cielo Boreale); ma si racconta anche – le fonti sono varie, anche perché ci si riferisce a storie pre-Olimpiche – che il bimbetto Zeus, mentre nel giocare andava cavalcando la sua tenera ed affezionata capretta, le spezzò un corno; le due Ninfe curarono prontamente Amaltea, e donarono il corno, riempito di frutti, al piccolo Zeus; una volta divenuto il capo di tutti gli Dei dell’Olimpo, Zeus restituì il corno alle due Ninfe gentili, ma stavolta era magico, perché per quanto se ne mangiassero i frutti e si cogliessero i doni in esso racchiusi, subito se ne riempiva di nuovo: era nato il Corno dell’Abbondanza (da Cornu Copiæ’). Sempre il Mito, ma in un’altra versione, racconta che Zeus volle anche creare la costellazione del Capricorno. In somma … melius abundare quam deficere, no?

Fulcanelli si riferisce a questo Corno d’Amaltea nell’esaminare un Medaglione di Notre Dame de Paris, intitolato ‘L’Origine e risultato della Pietra’, raffigurato alla Tavola XIX ne Il Mistero delle Cattedrali:

Nel secondo medaglione l’Iniziatore ci presenta con una mano uno specchio, mentre con l’altra alza il corno d’Amaltea; al suo fianco si vede l’Albero della Vita. Lo specchio simboleggia l’inizio dell’opera, l’Albero della Vita ne indica il fine e il corno dell’abbondanza il risultato.”.

Lascio al lettore l’onere di scoprire il senso che lega la gallina nera (o la pernice rossa, che va peteggiando quando s’alza in volo) che beccheggia nel corno di Amaltea, magari riflettendo sul fatto che Zeus viene alimentato dalla sua tenera nutrice con il suo latte, e che l’abbondanza eventuale cui si aspira deriva da una chose … certo più solida&compatta del latte nutriente, il quale, ohibò, suona come Gala!…

Cassone 12 – L’Angioletto con la ghirlanda e il sonaglio

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

La raffigurazione, rispetto a quella di altri Cassoni, è davvero rovinata; vediamo un Angelot alato il cui volto ha le fattezze un po’ più adulte, con i capelli come pettinati all’indietro e lo sguardo rivolto verso l’alto; sulle spalle porta una ghirlanda, che sul suo lato sinistro è fermata con un nastro e termina con una nappa a forma di fiore a campanella; dal suo lato destro, purtroppo danneggiato, pende un filo che forma un anello attorno al pollice dell’Angioletto e va a terminare (anche qui al rilievo manca un pezzo) in un sonaglio.

Il mio amico ijnuhbes vi vede una raffigurazione del dolore, del contrasto tra le tristezze della vita terrena e le aspettative della vita post-mortem: quest’interpretazione, certo comprensibile, è sostenuta dal fatto che la ghirlanda sarebbe una corona funeraria (come le due corone, colorate di smalto verde, che figurano, lo vedremo, affisse sulle due colonne centrali dello studiolo, oratorio, o cappella che dir si voglia); e siccome l’Angioletto sembra avere una sorta di pietra che esce da una fenditura tra le gambe, quella sarebbe un gigantesco calcolo della vescica, che provocherebbe enormi dolori …; così, il tono generale, secondo quell’interpretazione sarebbe una rappresentazione della consapevolezza del dolore riservato all’uomo nella sua vita terrena.

Ora, la ghirlanda non ha certo una forma circolare (come quella di una qualsiasi corona funeraria) e quella fenditura, per quel che appare, mi pare più dovuta alla caduta della parte dell’impasto che raffigurava l’inguine, probabilmente dovuta al tempo o ad un’altra ragione; quella pietra-calcolo, peraltro troppo grande per risultare credibile, potrebbe invece essere una sorta di supporto inserito al momento della creazione del rigonfiamento dell’inguine da parte dello scultore, il cui scopo era quello di renderne visibile solo una piccola parte, per rappresentare i genitali (maschili o femminili). Se si osservano gli altri Angelots (su questo plafond, come anche quelli dipinti nelle Heures di Etienne Lallemant), l’ipotesi di un danno che ha messo in luce il trucco del supporto nascosto sotto l’inguine, dopo la caduta o il danneggiaento dell’impasto che lo rivestiva … potrebbe reggere.

Sia come sia, l’inserimento di una ghirlanda (gerbe) chiusa da sonagli da entrambe le parti, e l’espressione pacifica dell’Angioletto, paiono trasmettere serenità, persino sonoramente. Se poi questa serenitas sia da attribuire al contenuto alchemico dei due precedenti Cassoni, ciò è naturalmente materia opinabile, ma non impossibile. L’Angelot cammina con lo sguardo rivolto al Cielo, e gioca con i due sonagli della ghirlanda: allegria e speranza.

Per concludere questa sessione, credo di poter dire che il committente (i committenti?) abbia/no forse voluto far rappresentare un Jeu d’Enfants (molto conosciuto in Alchimia, e molto ben congegnato, peraltro) che si colloca in un certo inizio dell’Œuvre, affiancato da un’altra garbata allegoria legata ad una fase intermedia, ma importante ed esiziale, e conclusa – in questa terna – da una sonora pacificazione, celeste.

 À bientôt, mes Dames et mes Sires …

Caput Anuli, 2022 – Hogmanay

Posted in Alchemy, Various Stuff with tags , , on Saturday, January 1, 2022 by Captain NEMO

Siamo entrati nel 2022:

A U G U R I !!

In Scozia si racconta che Hogmanay celebri il ritorno in patria di Mary Stuart, Queen of Scots, dalla Francia; un’altra leggenda sostiene che il termine fosse di origine Normanna, dato che il primo dell’anno si donano dei dolcetti chiamati hoguignetes. Sia come sia, Hogomanay è giorno di festa grande per gli scozzesi: la casa è stata pulita a specchio dopo le feste ed banchetti rituali di fine d’anno, poi tutta la famiglia si dà una bella ripulita ed aspetta trepidante l’arrivo del First Footer, il primo fante, cioé il primo che entrava in casa dopo la mezzanotte. Riceverlo ed accoglierlo era considerato un dovere ed un segno di grande onore e di buon auspicio per l’anno nuovo; a sua volta, il First Footer – nel mito Gaelico un bell’uomo alto e scuro di barba e capelli – doveva entrare offrendo “… a lump of coal, salt, shortbread, a rich cake called black bun, and – of course – whisky.” ! A questo punto si suonava al ritmo delle Bag Pipes, tutti danzavano davanti al fuoco e – inevitabilmente – si beveva il profumato Single Malt della contea. A lungo …

Siccome sono certo che tutti ne avremo bisogno, è con questo spirito affatto simbolico che abbraccio tutti coloro che mi hanno letto sinora, che ancora mi leggono oggi, e quelli che verranno … assieme a

The Royal Scots Dragoon Guards Bagpipes

Il primo dell’anno è il primo mattino del’Anno che ci aspetta, per questo si dice in Gaelico

OGE MAIDEN

Lux & Tenebra

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, December 27, 2021 by Captain NEMO

Avviso ai Naviganti: … questo è un Post lunghetto anzichennò.

Oggi, giorno dedicato a San Giovanni Apostolo ed evangelista, è una fresca e luminosa giornata invernale; ne ho approfittato per fare la mia solita passeggiata in paese; i colori dell’inverno mattutino sono splendenti, raggianti: le piante sono verdi, la terra è umida, i fiori del freddo sono forti e rigogliosi, e allegri nei loro colori, così intensi. Mentre cammino, incrocio qualcuno, e mi accorgo – perduto com’ero nella bellezza di madre Natura – di quanto gli esseri umani siano invece avvolti da una nube di sciatta tristezza; mascherine come se fosse il più appiattito dei Carnevali, a nascondere volti, labbra e parole, ma – soprattutto – occhi spenti, quasi spauriti, inquisitori, maldestri, furtivi. La gente non parla volentieri, le mamme tengono i bambini stretti, per paura del contagio, del male; o di chissà cos’altro. Botteghe vuote, file alle farmacie, pattuglie a controllare che le ultime regole e regolucce siano applicate, digitalmente; al supermercato – perché ormai dei vecchi e baldanzosi mercati d’un tempo nessuno saprebbe che farsene, appiattiti e sfruttati come siamo dalla Grande Distribuzione Organizzata, la GDO parbleu – la stessa gente mascherata riempie il carrello di cibi e sfizi e poltiglie prodotte con la sola ottica del profitto a tutti i costi, avvolti in plastiche sgargianti, metalliche e piene di volti allegrissimi e bellissimi e corretti con Photoshop, con su scritto Prodotto naturale, in Italia, per la tua salute e nel rispetto dell’amato ambiente. E poi via, a riempire l’auto, mascherati e pieni di buste e sacchetti e scatolette tutte brillanti: perché è Natale, ça-va-sans-dire. Poco importano, certo, le mie personali considerazioni; di nessun conto sono per la gran massa di umani smarriti, stupefatti, attanagliati nel cuore da sottile paura, e – forse – anche da quell’angoscia silente, sordida, velenosissima, che spegne via via ogni scintilla di Lux nell’animo, ormai cotto, comme-il-faut. Alla Grande.

Se ripenso alle vie di Blade Runner ed all’atmosfera terribile dipinta da Ridley Scott non posso che accorgermi che siamo riusciti a far ben di peggio di quanto quei folli visionari di sventura, come Orwell, potevano aver profetizzato.

Ebbene, ho continuato a carezzare fiori e piante incontrate lungo il mio piccolo cammino, a San Giovanni. Che mi crediate o meno – non ha la minima importanza, sapete? – tutte mi hanno sorriso, parlato, tranquillizzato, offrendo profumi, ammiccamenti, gioiosi colori, compagnia e note d’armonia perenne, in barba al grigio degli umani che nemmeno si accorgevano della bella giornata di Sole, a San Giovanni. Senza nulla pretendere: tutto vive, nonostante quel che crediamo, o non crediamo. Nonostante quel che vogliamo credere, o quel che non vogliamo credere. Lo iato tra Felicitas & Tristitia è solo umano, ed è il marchio della nostra incapacità nel danzare con Madre Natura, sia nel cosiddetto bene, sia nel cosiddetto male.

Ora, vi risparmierò il solito dotto discorso sul bene & sul male: di questi discorsi abbiamo riempito vagoni e vagoni e vagoni nei treni che abbiamo costruito per mascherare la nostra ignoranza, colossale, epica; già, adoriamo indossar maschere, sia quando si sta bene, sia quando si sta male.

Il punto è che la Creazione nel nostro Universo è duale. Punto. Bianco e Nero, con in mezzo il Grigetto, sfumato, e tirato un po’ di là, e un po’ di qua; ci piace un mondo tirar la coperta dove meglio stiamo comodi. Dico stiamo, ma è una sciocca menzogna: nulla sta, mai; tutto è sempre e soltanto dinamico, tutto si muove, tutto è in continuo mutamento, tutto muove, qui e altrove e allorquando.

Così, a malpartito tra me e me a causa dello iato nel quale tutti gli umani si lamentano del male, nascondendo sotto il tappeto, senza neanche pensarci, che la nostra insana iattanza e stupidità ne sono la vera causa, me ne sono tornato a casa, a San Giovanni. Sono Millenni che facciamo i belli dicendo quanto siamo bravi, ma creando noi stessi per noi e le generazioni future i semi del male; di cui poi, ovviamente, siamo sempre i primi a lamentarci, dicendo però, urbi & orbi, che è sempre colpa degli altri, sono loro quelli cattivi.

Questa sindrome demente indica che la specie di questa umanità, cui purtroppo tutti apparteniamo, è radicalmente ammalata: forse che noi non siamo quegli stessi altri? Che razza di pazzia, di schizofrenia è questa? … adoriamo parlare di tolleranza, rispetto, diversità (persino di biodiversità, che fa molto fico, no?), addirittura esistono enclaves & conclavi di ogni sorta e specie in cui ci si fregia del sostantivo ‘fratelli’, e via dicendo. Chiedo, umilmente: … ma di che si va parlando se anche ora, nel pieno di un male bio-logico, ci permettiamo di dividere il mondo tra buoni e cattivi? Con quale sprezzante alterigia si parla di esser fratelli, a Natale, se poi si spara a zero su chi pensa o vive con la propria diversità? Abbiamo smarrito il senso delle cose, persino tra chi si alimenta di una soi-disant cultura. Sotto quale abietto tappeto abbiamo nascosto l’ideale della Libertà di Essere?

Nel cuore della Creazione relativa al nostro Universo, ciò che chiamiamo bene è identico a ciò che chiamiamo male; hanno la medesima valenza, sono alla base stessa del processo del Divenire. Gli alchimisti lo dovrebbero ben sapere: il nobilissimo si nasconde nel corpo più abietto; abietto all’apparenza degli stolti, beninteso.

Est Simulare Meum

Ma parlar di questo ci porterebbe troppo lontano. Ciò non significa che un criminale vada giustificato, ma lanciare pensieri d’odio & intolleranza per gli altri che non concordano con il proprio libero pensare equivale ad alimentare proprio il male in se stesso, a rinvigorire l’insipienza e la stupidità di cui ci si lamenta ad ogni pie’ sospinto. Ancora non crediamo che emettere un pensiero di maledizione sia opera letale tanto per l’emittente, che per il ricevente, che per il nostro magnifico pianeta? Lo specchio di Alice è per l’appunto uno specchio, ed ogni specchio riflette ciò che gli viene parato davanti: ergo, quell’energia maldicente ritorna, precisa, sull’Anima dell’emittente, e fa ‘Crash!’. Punto. Non credete che sia vero? Non volete credere che sia vero? Per carità, fate pure … a me non interessa affermare la mia eventuale ragione; sono i fatti, gli eventi che accadono, le energie in gioco, gli scambi che scambiamo, persino nel silenzio della nostra casa, a generare tsunami di bene o di male. Poi ci lamentiamo? … come ho scritto: fate pure.

Sauron, il negromante dei mondi incantati ma veritieri di Tolkien è l’agente, il luogotenente di Morgoth, il male quasi assoluto; Tolkien lo descrive con l’avverbio almost (quasi) perché nel gioco della dualità le carte del nostro Universo sono state benevolmente truccate ab initio, in modo tale che il male assoluto non abbia possibilità di esistenza, e il male non possa oltrepassare un certo limite prefissato. Ma Sauron esiste, e vuole usare La Terra di Mezzo per i suoi scopi di potere, per avvolgersi nelle vesti del potere senza limiti: il male, dunque, in questa visione, esiste: perché è parte del Creato. Chi si oppone alla malvagità di Sauron, e chi potrà vincerlo? Non sarà Gandalf, il quale combatterà una giustissima battaglia epica per preservare la spiritualità, non sarà Aragorn, il quale è il suo nemico giurato sul piano morale e persino politico (con il senso della polis greca), ma sarà invece quel felice pazzo di Master Tom Bombadil, the Eldest; perché? … ma naturalmente perché il buon vecchio Tom è, come uomo terreno e di origine semidivina, ‘colui che semplicemnte è’, libero però da qualsivoglia desiderio di predominio, per cui nessun potere può dominarlo. Come in tutte le saghe delle memorie del nostro Pianeta, Tom è il ribelle, perché non desidera nulla se non essere felice, lui e gli altri. Questo è un Fratello (lo scrivo con la maiuscola, eh?).

Ora, per non sembrare pedante persino a Natale, credo sia opportuno ricollegarmi ad una Carola di origine celtica, a me molto cara: si tratta di ‘God rest ye merry, gentlemen’, che ho già proposto qui e qui. Le origini sono antiche, ma pare che si parli del 1500, dove il titolo di questa ballata natalizia era forse ‘Sit you, merry gentlemen’. Come forse qualcuno sa, si dibatte sulla posizione della virgola e – soprattutto – sul significato di quel ‘merry’. Il Middle English mirie deriva dall’Old English myrge, e significa generalmente piacevole, allegro, gioioso, felice; peraltro, nel Dizionario di Sir Thomas Eliot, del 1538, appare questa frase: “Aye, bee thou gladde: or joyful, as the vulgare people saie Reste you mery.”, cioè “Certo che sì, che tu sia lieto: o gioioso, come la gente del volgo dice che tu possa riposare felice.”. In effetti, il magnifico & eccelso Bardo Scuotilancia userà molto spesso l’augurio: “God rest you merry, Sir.”, in As you like it; “Rest you fair, good signor.”, in The Merchant of Venice; “Rest you merry.”, in Romeo & Juliet; “Rest you well.”, in Measure for Measure; “Rest you happy!”, in Antony and Cleopatra; “And rest myself content.”, in The Tempest.

Si tratta insomma, a ben sentire, di una formula d’augurio (e di saluto) molto affettuosa, usata in modo schietto e diretto dalle poco cerimoniose classi del popolo. La si potrebbe rendere in italiano con

Che Dio vi accordi gioia, cari uomini gentili!”.

Quindi, il buon consiglio ed il buon augurio del popolo mira al restar merry, quindi al riposare felici. Ora, la prima strofa dell’antico ‘Sit Yow, Merry Gentlemen’ (in un manoscritto conservato presso la Bodleian Library, ca. 1650) suona così:

Sit yow merry Gentlemen
Let nothing you dismay
for Jesus Christ is borne
to save or soules from Satan’s power
Whenas we runne astray    
O tidings of comfort & joy
Sedetevi felici Signori
Non lasciate che nulla vi sgomenti
perché Gesù Cristo è nato
per salvare le nostre anime dal potere di Satana
Quando ci smarriamo     
Oh, ondate di conforto & gioia

Mentre occorre sottolineare l’uso del termine tiding, che deriva da tide, cioè marea, la Carola pare voler infondere un senso di pace, di gioia, nonostante tutto quello che può accadere; il motivo è, naturalmente, che è nato qualcuno che ha il potere di salvare le anime dal potere di Satana; dunque il male esiste, ma non c’è da preoccuparsene, dato che è nato – il giorno di Natale – colui che si può opporre a quel potere, tramite il suo potere: Amor. Però, e altrettanto naturalmente, purtroppo, l’uomo ha sempre ritenuto che potesse bastare il Salvatore a contrastare quel potere malefico, quando invece il senso è quello di applicare quel potere di contrasto – l’Amor – in ogni e qualsivoglia contesto, evento, confronto, et similia che passi su Terra. Siamo insomma, troppo, davvero troppo accomodati e troppo sicuri di non sbagliar mai nel nostro vivere, pensare, amare; è sempre degli altri la colpa di esser cattivi (di Sauron, ovviamente!), e ad un altro (non a noi, per carità; noi siamo sempre buoni e incapaci di alcun male), al Salvator Mundi tocca il compito di combattere quel cattivo, oh quanto cattivo, di Sauron! Si dimentica – sempre – che Amor esprime Forza, la Force che anima il divenire di ogni essere (persino di Sauron!), la Forza Forte di ogni Forza che regge l’intera dottrina dell’Alchimia. Se c’è una cosa che è chiarissima, nel suo splendore, della storia e soprattutto dell’insegnamento del piccolo Salvatore, è proprio il comandamento, quindi l’ordine, inequivocabile, ad Amare gli altri quanto Amiamo noi stessi; eppure, eppure, basterebbe seguire quei piccoli indici puntati verso l’alto, verso il Cielo, dipinti dagli artisti in così tante rappresentazioni sia del Salvatore che del Battista per accorgersi che non è degli altri la colpa del male, quanto proprio e soltanto della nostra arroganza, la quale è la sorella preferita dell’ignoranza.

Si, perché persino Alchimia insegna, almeno negli scritti buoni d’ogni tempo, che lo scopo dell’Arte non è mai il possesso (persino del Mercurio Comune, o – addirittura – di una banale Pietra Trasmutatoria), bensì Conoscenza. Se ancora non conosciamo un tubo, ma proprio un tubo, dell’incredibile meccanismo della Creazione, se ancora non abbiamo nemmeno perso qualche ora del nostro preziosissimo tempo (sai, sono molto impegnato, sono esausto, sono molto preso, perdonami ma proprio non ce la faccio, ho troppe cose da fare) nel mettere noi stessi davvero – ripeto: davveroin cammino verso quell’orizzonte dietro al quale il Filosofo stupefatto scopre le Rote Magne

… come ci si può stupire, poi, se un essere vivente, per esempio (per dirla con il potentissimo megafono televisivo) il virus che fa girar il mondo, viva secondo la propria naturale Essenza? Sauron esiste, il virus esiste, e chissà quant’altri nemici esistono, ma è la nostra totale ignoranza delle Leggi del Creato a far sì che il loro potere venga accolto, nutrito ed accresciuto; l’Ignoranza di come stanno DAVVERO le cose nel cuore della Creazione porta a galla l’aspetto oscuro della manifestazione; ma i cattivi, quelli proprio cattivi, se non proprio stupidi, siamo noi tutti che abbiamo dimenticato (meglio: scelto di dimenticare) come Madre Natura operi, siamo noi tutti che amiamo possedere l’inutile per amor di potere, siamo noi tutti che abbiamo alterato l’equilibrio magico e naturale del nostro straordinario pianeta, siamo noi tutti che consumiamo risorse come se fossero inesauribili, siamo noi tutti che lasciamo che i popoli del terzo e del quarto mondo  e pure del quinto muoiano di fame & di sete & oggi anche di virus, siamo noi tutti che scambiamo solo denaro per guadagnar poteri piccoli e/o enormi, e scambiare non puro Amor, siamo noi tutti che abbiamo eletto il digitale a nuovo Signore del pianeta tutto, affossando & seppellendo la semplice relazione umana (fatta di abbracci, e sguardi, di occhi negli occhi), siamo noi tutti che abbiamo dimenticato quel che ha voluto insegnare il piccolo Bimbo nella mangiatoia, credendo o volendo credere che possa bastare far professione di fede, speranza e caritàTana libera tutti, c’è il Salvatore, sapete? Certo, queste Virtù sono essenziali, indispensabili, ma non basta cianciare al vento con quelle belle & altre ormai vuote parole, occorre Conoscere, e conoscere il vento e parlare con il vento, ed addirittura essere vento! Occorre fare Amor, non far finta di nulla e dir sempre che gli altri sono brutti & cattivi & da sterminare, sol perché sono diversi da noi e pensano in modo diverso dal nostro pensare.

Fatti non foste per viver come bruti,

ma per seguir Virtute e Canoscenza

In definitiva, occorre cambiare per restar felici, per riposare felici, … per esser Merry!

Ergo, in attesa del Caput Anuli, vi lascio con una versione che mi piace molto di

God Rest Ye Merry, Gentlemen

Natale, 2021

Posted in Alchemy, Uncategorized, Various Stuff with tags , , on Friday, December 24, 2021 by Captain NEMO

A tutti auguro un Natale ammantato da dolcezza e gioia e bontà e pace e condivisione, nella calda speranza di ritrovare – tutti assieme – il senso dell’Amore, della Serenità, della Fratellanza.

E che il Cielo protegga sempre i passi silenziosi di tutti coloro che camminano lungo i sentieri incantati della Dama …

Sempre di buon cuore,

Captain NEMO

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie III

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Saturday, December 11, 2021 by Captain NEMO

Continuiamo l’esame del Plafond dell’Oratoire dell’Hôtel Lallemant con la terza serie di Cassoni:

Cassone 7 – L’Alveare e le Api

Fulcanelli commenta questo Cassone: ‘Non loin de là, une ruche commune, en paille, figurée entourée de ses abeilles, sujet fréquemment reproduit, particulièrement sur la poêle alchimique de Winterthur.’.

Non lontano da lì, una comune arnia, in paglia, figura attorniata dalle sue api, soggetto frequentemente riprodotto, in particolare, sulla stufa alchemica di Winthertur.’.

Si contano quattordici insetti, alcuni fuori e altri posati sull’Arnia.

Curiosamente, Fulcanelli non si ricollega al soffitto della dimora di Dampierre su Boutonne, dove commentava così: ‘Quanto all’arnia, essa deve il privilegio di raffigurare la pietra a quest’artificio cabalistico che fa derivare ruche da roche per permutazione delle vocali. Il soggetto filosofico, la nostra prima pietra – in greco petra – traspare chiaramente sotto l’immagine della ruche o roche, perché petra significa anche roc, rocher, termini utilizzati dai saggi per designare il soggetto ermetico. Essa occupa ancora una delle caselle del gioco dell’Oca, labirinto popolare dell’Arte sacra, e raccolta dei principali geroglifici della Grande Opera.’.

Il filatterio di Dampierre recita ‘Melitus Gladius’, cioè ‘Gladio Mielato’; ne Les Demeures Philosophales, al termine del commento sul Cassone 8 della Serie Sesta, Fulcanelli cita la correlazione dell’Arnia sia con l’Hôtel Lallemant che con Winterthur; rimando il lettore a rileggere bene l’utile e semplice commento a proposito di ‘Melitus Gladius’, così potrà forse rendersi conto che l’aggettivo ‘mielato’ non indica che la spada-che-colpisce-la-roccia debba essere prima addolcita, ma che invece è la spada stessa che – dopo aver scoperchiato l’arnia, e portato alla luce il miele, la propoli e via dicendo – diventa melita, addolcita: il gladio, il gladiolo, insomma, al termine dell’operazione è diventato (magicamente?) migliore (melita), perché bagnato … dall’acqua-che-non-bagna-le-mani! Così, la spada è mutata …

Credo peraltro che pochi conoscano lo studio da parte di Jean Laplace su Le Four alchimique de Winterthur; ed è un gran peccato, a mio avviso … riporto soltanto l’incipit del commento di Jean alla Planche VII, intitolata Un vase de pierre ainsi que trois ruches et leurs abeilles:

Le mosche da miele di Plinio simbolizzano lo spirito universale, “emanazione continua di corpuscoli solari” e, nella composizione di David Sulzer, un vaso domina il primo piano perché il sale della pietra, al contatto con questo spirito, diviene il recipiente dell’anima.’.

Mentre ricordo che ruche deriva dal basso latino rusca, e che indica ‘scorza’, ‘corteccia’ (perché l’Arnia veniva una volta costruita con cortecce d’albero di varie essenze), credo che uno dei motivi per cui lo scultore o uno dei committenti dei cassoni abbiano deciso di rappresentare quest’oggetto sia dovuto ad una Miniatura appartenuta a Étienne Lallemant, fratello di Jehan l’aîné e di Jehan le Jeune:

Si tratta di un bellissimo capolettera che orna il libro delle Heures di Étienne alla p. 219 (ne esiste un altro alla p. 101): il confronto con la ruche scolpita sul soffitto mostra che si tratta quasi esattamente della stessa raffigurazione. La divisa recita: ‘POĨT MA LA PLUS BELLE che M. Sailland interpreta come ‘POINT MA [BELLE} LA PLUS BELLE’, cioè come ‘Pungi mia [bella] la più bella’; si tratterebbe di una sorta di auto commiserazione da parte di un uomo addolorato da una pena d’amore, e ben si adatta ai filatteri dei Putti che ornano lo stesso volume, come abbiamo visto: ‘TESTIMONIO DEL MIO DOLORE’: in effetti, Étienne aveva perduto la moglie. A mio avviso la tesi di M. Sailland è piuttosto credibile (anche se il motto potrebbe esser letto – supponendo un apostrofo – anche come ‘M’ha punto la più bella’; … ma non ricorda anche una divisa del Monastero di Cimiez?). Ma di questo, come ho detto anche in precedenza, magari parleremo meglio più avanti. Resta il fatto che la scelta di Étienne appare un po’ curiosa: l’Arnia e le Api evocano una cosa buona che non si può rubare facilmente senza farsi pungere, e con dolore, ma sono state spesso raffigurate anche negli Emblemata che tanto andavano di moda sia nel ‘500 che nel ‘600: per esempio nel Typus Mundi (1627), sotto il motto ‘Ut potiar, patior. Patieris, non potieris’ (‘Per impossessartene, patisci. Patirai, non te ne impossesserai’), nel quale però l’alchimista troverà … miele per i suoi denti! Lo stesso Mel indicato da Fludd: ‘Dat Rosa Mel Apibus’.

Cassone 8 – L’Angelot, il Rosario e la Colomba

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

L’Angioletto, sempre paffutello, sembra seduto e tiene in mano uno Chapelet (un Rosario), ma aperto; da una parte una nappa, dall’altra pare fissato alle zampe di una Colomba; si contano tredici grani. Come abbiamo visto (qui), questo pezzo di Rosario è molto probabilmente da riferirsi allo Chapelet che ornava i Blasoni degli appartenenti all’Ordre de la Table Ronde de Bourges (composti da cinque decine di grani neri (gli Ave Maria), divisi da cinque perle d’oro (i Pater Noster).

L’unico riferimento possibile all’Arte è – a mio avviso – un’allusione al volatile-trattenuto-dal fisso (vide la famosa tavola di Cipriano Piccolpasso): ma qui, in realtà abbiamo un Angioletto – seduto! – che trattiene un volatile … né ho trovato alcuna immagine decorativa proveniente dall’ambito di Étienne Lallemant che ricordi questo Cassone. La Colomba, altro emblema dell’Esprit Universel, potrebbe anche riferirsi ai due fratelli Jean e Michel Colombe.

Cassone 9 – Il vaso “tribolato”

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

La raffigurazione è davvero curiosa, ed intrigante; c’è chi – come il mio buon amico ijnuhbes – vi vede una sorta di vaso con maniglia, rotto al centro, da cui escono ‘des macles cristallines’, dei quali è pieno. Consultando un buon dizionario si trova che macle potrebbe avere due possibili traduzioni: un geminato cristallino, oppure uno strumento per rimestare il vetro in un crogiolo; il Geminato (da gemellaggio, di due cristalli su una o più superfici di contatto, da cui l’Inglese twinning) è senza dubbio affascinante (indicherebbe la formazione di cristalli dalla morfologia davvero singolare), ma – dato che le leggi di questo tipo di gemellaggio furono scoperte e studiate solo dal 1800 – temo che questo possibile significato sia da escludere. Di contro, l’arte vetraria antica – per esempio quella di Murano – menziona uno strumento chiamato Spinador de Fornaza o anche Spinanur dai Messadar veri; si trattava e si tratta ancora oggi di un’asta metallica con una terminazione capace di ben mescolare un materiale in fusione (oggi lo si chiamerebbe Agitatore):

Tuttavia, anche in questo caso, a che cosa potrebbe mai servire conservare così tante teste d’agitazione – peraltro con quelle cuspidi – all’interno di un contenitore, tanto più raffigurato sul soffitto di un Oratorio?

A mio modesto avviso – e non pretendo di aver ragione per forza – quei curiosi oggetti a cuspide sono piuttosto dei Chausse-Trappes, in italiano dei Triboli; Treccani, facendo risalire l’etimo al latino ‘tribulo’, che è un pruno spinoso, descrive l’oggetto acuminato come segue:

Arnese metallico a quattro o a cinque punte che anticamente veniva gettato in terra e serviva a impedire l’avanzata dei cavalli.

Una brutta e dolorosa trappola per cavalli, cavalieri e fanti, insomma.

Se la raffigurazione pare misteriosa, la soluzione può trovarsi in uno dei libri miniati appartenenti a Jehan l’aîné: si tratta del Consolation de Philosophie (anche conosciuto come le Boèce Lallemant) realizzato attorno al 1498, che contiene il famoso testo di Anicius Manlius Severinus Boethius (480-524) in cui il Filosofo racconta della sua tormentata prigionia prima di essere condannato a morte da Teodorico il Grande. Il manoscritto in questione ha sette magnifiche illustrazioni, opera del famoso miniaturista conosciuto come Maître du Boèce Lallemant che lavorò a lungo a Bourges. La prima è questa (BNF, Latin 6643):

Boezio è seduto al suo scrittoio nel suo studio, raffigurato tra due colonne ripetutamente decorate dalla ’E’ (vedremo prossimamente di che cosa si tratta); sulla base di legno compare il Motto ‘QUANT SERA CE’ e tre ‘boules’, probabilmente metalliche, forse posate tra le fiamme: da quella centrale, in alto, pende proprio l’oggetto che vediamo in questo Cassone, con la medesima raffigurazione, ma affiancata da due Angelots! … i Triboli sono proprio lì, in bella evidenza, come nel Cassone, e sottolineano l’incipit del trattato di Boezio, significativamente: indicano le sue … tribolazioni.

Chissa se qualcuno avrà notato nell’immagine della Stufa di Winterthur che les abeilles sembrano far la spola tra le tre Arnie ‘3’ e il vaso (sembra un’arnia, ma capovolta!), che pare anch’esso rotto?

Dunque da questo cassone possiamo trarre l’indicazione che Jehan l’aîné – il primo Roi dell’Ordre d la Table Ronde de Bourges, dedicato a Notre Dame – abbia voluto sottolineare che i tormenti, le Tribolazioni, possono trovare consolazione soltanto attraverso la Philosophia.

Così, per concludere l’esame di questa enigmatica terna, proverò a riassume ciò che sembra emergere – ma in filigrana sottile – dai tre cassoni, letta stavolta in senso contrario:

  • Il vaso “tribolato”: tre boules, tri-bolos (oh-là-là-là); tre digestioni, delicate e faticose.
  • L’Angelot, il Rosario e la Colomba: Chapelet (ohibì), un volatile ma seduto (dunque, una chose fissa o fissata) che tiene una Colomba (volatile), legata a terra.
  • L’Alveare e le Api: la RucheRoche, la Roccia, la Materia della Grand Œuvre, circondata dalle Abeilles (termine che per Grasset d’Orcet va letto come ‘habiles’, con il senso di ‘capaci’) le quali rappresentano, come ricorda Jean Laplace, di nuovo l’Esprit Universel, che feconda – ohibò – il sale della pietra, il quale diventerà in seguito il contenitore dell’anima, vale a dire il corpo che conterrà lo Zolfo.

Mettere in ordine toccherà, more solito, a chi studia e chi pratica Alchimia.

Ho scritto sembra emergere: infatti non v’è prova che questa ipotesi sia sensata; ma neanche che non lo possa essere … no?

Bien à vous, mes Dames et mes Sires …

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie II

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Riprendiamo e continuiamo il nostro viaggio poco logico, con la seconda serie:

Cassone 4 – Il Fuoco, sulla spalla

Fulcanelli non commenta questo Cassone. Almeno così sembra; ma – parlando del Cassone che segue – scrive: ‘Ici, le brasier tient la place d’Atlas, et cette image de notre pratique, très instructive par elle-même, nous dispense de tout commentaire.

Vediamo un Angelot che porta sulla spalla destra un vaso/braciere da cui escono fiamme; molti ritengono che il putto alato abbia il ginocchio sinistro posato a terra, ma non concorderei: a me sembra che stia – in qualche modo – correndo: forse verso il Cassone alla sua sinistra?

Azzardo una possibile interpretazione: una cosa volatile porta, correndo, una cosa focosa; un Mercurio che porta il fuoco? La sua corsa potrebbe indicare uno stato d fluidità: che sia fuso o soluto, poco importa (a seconda della via prescelta), quel che pare importante è che questo Mercure courant port le feu. E sorrido pensando alla danza ed alla musica, dove la courante, o Corrente che dir si voglia, era basata su un ritmo che aveva un suo tempo (più o meno affrettato) e prevedeva il cambio di posizione (in latino è positio) tra dama e cavaliere, figurato da una gira-volta. Ah, les divertissements …

Se poi si dovesse proprio trattare di un riferimento al povero Titano Atlante, quel riferimento punta dritto al Cielo e non alla Terra (il Titano regge la sfera celeste, e non il mondo); ergo, il veloce Angelot – novello Perseo – avrebbe preso quel fuoco dal Cielo …

Cassone 5 – La Sfera Armillare sulle fiamme

Fulcanelli commenta questo Cassone come segue:

‘… nous signalerons tout d’abord le symbole du soufre et son extraction hors de la matière première, dont le graphique est fixé, ainsi que nous venons de l’apprendre, sur chacun des piliers engagés.

C’est une sphère armillaire, posée sur un foyer ardent, et qui offre la plus grande ressemblance avec l’une des gravures du traité de l’Azoth. Ici, le brasier tient la place d’Atlas, et cette image de notre pratique, très instructive par elle-même, nous dispense de tout commentaire.’

… segnaleremo innanzitutto il simbolo dello zolfo e la sua estrazione dalla materia prima, il cui segno grafico è fissato, come abbiamo appena visto, su ciascuno dei due pilastri appoggiati [ne parleremo a suo tempo]. Si tratta di una sfera armillare posta su un focolare ardente, che ha una notevole rassomiglianza con una delle incisioni del trattato dell’Azoth. Qui il braciere sta al posto di Atlante, e quest’immagine della nostra pratica, già di per sé molto istruttiva, ci dispensa da ogni commento.

E Canseliet – ancora nella sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali – scrive:

Nell’oratorio di questo gioiello architettonico degli inizi del Rinascimento, notiamo, in uno dei cassettoni del soffitto, una sfera armillare che sembra posata nel seno di lunghe fiamme che si elevano da un unico e gigantesco focolaio. Questa figura è decorata in testa da una larga banderuola. Elegantemente srotolata, che – sebbene sia priva di divisa – segnala in modo del tutto speciale il senso nascosto in questo punto , in virtù di quello che Fulcanelli ha sviluppato, molto dottamente, a proposito del vocabolo filatterio

Il fuoco che avviluppa così la sfera di Tolomeo, nella sua metà inferiore, ci appare sia come celeste che magnetico, dato che, privo di un combustibile apparente, emana da un punto invisibile dell’universo esteriore.

Di conseguenza, potremmo non comprendere perché Jean Lallemant ci abbia mostrato il polo australe del Mondo esposto al braciere universale, se ignorassimo che abbia voluto tradurre in immagine la portata cabalistica del vocabolo topico in questo luogo. Questo non si applica affatto al doppio cataclisma stesso, come potremmo credere, ma alla causa che lo provoca e che costituisce la terribile convulsione geologica. In effetti, il bouleversement è il versement de la boule, esattamente il capovolgimento delle due estremità dell’asse o la capriola dei poli, l’uno dei quali prende il posto dell’altro.’.

Partiamo allora dalla Sfera Armillare richiamata da parte di Fulcanelli, che si riferisce ad una tavola del trattato Azoth, di Basilio Valentino, del 1613:

Toh … ! … un filatterio con il famoso motto V.I.T.R.I.O.L.U.M ! In effetti, se qualcuno si ricordasse di aver studiato, e bene, potrebbe ricordare che il famoso – e abusatissimo – vetriolo (un solfato, generalmente  di ferro o rame) è – alchemicamente parlando – la prima forma di coagulazione dello Spirito Universale, ma solo nei luoghi appropriati; quelli cioè dove abbondi la grassezza dello zolfo; ma, e dico ma, quello Spirito Universale deve aver PRIMA ’preso corpo’, come dicevano gli antichi Physici (gli alchimisti) in una certa aer ed una certa aqua, le quali messe in un movimento circolare portano alla formazione di un certo vapore – che non è il primo, bensì il secondo – che, attratto appunto da quella grassezza locale di cui sopra, finalmente si agglomera in una forma caotica e gelatinosa; poi la si cuoce un pochino, … e Madre Natura avrà prodotto il Vitriol, leggermente trasparente nelle giuste condizioni di illuminazione. Ma, come dicevo, questo ultrafamoso Vitriol è spesso, anzi sempre, abusatissimo … Mentre ricordo che quella cottura cui ho accennato è piuttosto peculiare, e non certo banale (ecco perché la Sfera Armilare è posata su quel braciere), si sarà notato che l’incisore ci mostra il pazientissimo Atlante con alla sua destra Giano tri o quadri-fronte ad indicare la Prudenza nella lettura dei testi, mentre a sinistra un puttino mostra con la sua destra un foglietto con le prime tre lettere ed i primi tre numeri) mentre con la sinistra – come un Leonardo imberbe – punta l’indice a ciò che sta in alto, a significare la Semplicità. Quanto al testo, eccolo:

Eccomi, porto sulle spalle il cielo e la terra[1], e li osservo fondamentalmente & li scruto esattamente; dapprima con una certa prudenza, poi con manifesta semplicità. Fino a riportare la debita ricompensa.”

Quanto ai testi in tedesco, abbiamo l’eccellente traduzione di Manuel Insolera:

alla nostra sinistra: “Seguite meticolosamente l’indicazione di questo fregio; per questo motivo esso è stato decodificato.”.

Alla nostra destra: “La terra è l’origine degli elementi; da essa provengono, e ad essa sono nuovamente ricondotti.”.

Quanto al commento di Canseliet, se ne è parlato a lungo e ovunque: il famoso Bouleversement allude a qualcosa che poco ha a che fare con un capovolgimento inteso in senso banale, bensì si riferisce ad altro. La boule di cui si parla, ammiccando, non è certo la ‘palla’ portata sulle spalle da Atlante, così come non è la Sfera Armillare astronomica del Cassone in esame.

Un’ultima osservazione: la banda inclinata che attraversa la sfera celeste è lo Zodiaco, che rappresenta l’effettivo percorso del Sole nell’anno astronomico; per come è stata scolpita, l’osservatore sta guardando Terra (la sfera al centro) in corrispondenza di un Equinozio: per cui,  – per come è posta la Sfera Armillare, ritta sui due poli – si vede che in un Solstizio il Sole sente più calore dal brasier sottostante, mentre nell’altro Solstizio sente meno calore; se si ricorda ciò che Fulcanelli scrisse a proposito del percorso elicoidale del Sole (qui e qui), rappresentato con una doppia spirale (di uguale periodo, ma decrescente e crescente a seconda della polarità, di entrata e di uscita) in cima all’obelisco di Dammartin-sous-Tigeaux, circondata da tre foudres, e siccome il Sole in Alchimia simboleggia lo Zolfo … beh, forse una piccola riflessione (un soprassalto, una capriola) potrebbe risultare utile …

Cassone 6 – L’Angelot e la Trompette infuocata

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

Canseliet ne fa cenno, con poche parole – di nuovo nella sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali -, prendendo spunto dal Fuoco:

… deux bambins, ailés et dodus, porteurs du même fluide justicier que celui de droite [per noi, a sinistra], s’apparentant à l’un des anges de l’Apocalypse, souffle et avive, au son de sa trompette. Petit Eros, incarnant aussi le principe vital et créateur …”.

… due bimbi, alati e paffuti, portatori del medesimo fluido giustiziere di quello di destra [per noi, la sinistra], affine ad uno degli angeli dell’Apocalisse, soffia e ravviva, al suono della sua trombetta. Un Amorino, che incarna il principio vitale e creatore …”.

D’altro canto, il Maître di Savignies – nel suo Commento al Mutus Liber – sosteneva che i due Angeli posti sulla Scala che figurano sulla prima Tavola, “… sonnent de la trompette pour réveiller un home endormi [i.e., Giacobbe], la tête appuyée sur un rocher.”. Oltre a dover svegliare Giacobbe, insomma, il suono delle trompettes provvede anche a svegliare il minerale, “… immerso nell’assopimento molto prossimo alla morte. E che deve subire un violento choc di onde, del quale forniscono una perfetta espressione simbolica il grido, il clamore, il suono perforante degli ottoni[2].”.

Ora, se la prima affermazione esprime uno dei classici del simbolismo alchemico (l’artista deve uscire dallo stato di ‘sonno spirituale’, di ‘ignoranza’, di ‘ignavia’ e/o quant’altro), la seconda è meno scontata: se sarebbe ovviamente ridicolo pensare di mettersi a suonar la tromba per dar la sveglia a un minerale, l’allegoria è però precisa: anche la materia dorme. I buoni autori ne hanno scritto a iosa: ma a che cosa ci si vuol riferire?

Je vis entrer un homme à la noire capette lequel avoit en sa main dextre une flamme de feu et en sa senestre une trompette de verre… et incontinent qu’il fut entré gette la flamme de feu à terre, et commença à sonner sa trompette haultement.[3]”.

Ancora: a cosa ci si vuol riferire?

Chi ha studiato Alchimia risponde con immediata certezza: ciò che nella materia è assopito è proprio il fuoco, quello nascosto, invisibile ai sensi: il Fuoco di Natura. Così, se si volesse dare una lettura alchemica a questa terna di sculture, si potrebbe ipotizzare che qui si parla di uno Zolfo di cui viene sottolineato – certo in modo volutamente enigmatico -, qualcosa legato alla sua positio; meglio, al suo movimento, al suo dinamismo; lo Zolfo è Sole, il Sole è Fuoco; i due Angelots (entrambi di natura Mercuriale) sono qui legati allo sviluppo di quello Zolfo particolare; quello di sinistra, scende dal Cielo nella Materia una prima volta: lo Spirito Universale la feconda e vi deposita, vi innesta, intimamente, il Fuoco  Celeste. Poi, quello di destra porta nuovamente Fuoco dal Cielo, mediante una cottura evidentemente importante, e delicata: parrebbe quasi, questa seconda coction, una sorta di cura Omeopatica, dove Similia Similibus curentur, dove fuoco viene curato da fuoco; lo scopo di ogni cura Omeopatica è portare all’Equilibrio lo Spirito del corpo. Le fiamme che vediamo sono quasi identiche a quelle del Caisson 3, e dunque quelle fiamme di doppia natura non sembrano, per come viene rappresentata questa terna, quelle di una cottura, per così dire, classica: non c’è fornello/focolare sotto la Sfera Armillare ma solo fiamma; il foyer/brasier cui accenna Fulcanelli è invisibile.

Mi rendo conto che questa proposta di lettura possa apparire alquanto Pindarica: d’altro canto ognuno è libero di scegliere dove e come volare, no? … ma il centro di questo esame alchemico della terna in questione è, topiquement, quella secca affermazione di Fulcanelli, con la quale si indica lo Zolfo come il protagonista di questa coction. Dimenticavo: a ben guardare il Caisson 6, ci si accorge che l’oggetto che Canseliet chiama trompette, in effetti … non lo è affatto: si tratta di un bel corno da caccia, fors’anche di un Olifante, con la forma di una Cornucopia da cui sgorga – soffiato dall’AngelotFeu in abbondanza. Così, continuando un po’ il volo, quella prima parte, rappresentata qui a sinistra, pare proprio una sorta di richiesta di soccorso al Cielo, proprio come Rolando suonò l’Olifante per chiamare Carlo Magno. Ma, nel Mito, Rolando (che è Hruodlandus Brittannici limiti præfectus, cioè toh! – Marchese di Bretagna): lo vediamo qui, caduto a Roncevaux, affiancato dal fratello Baudoin, con accanto i suoi due attributi: l’Oliphant e Durandal. Lascio ai novelli Grasset d’Orcet il lieto giocare con le parole antiche …

À la prochaine, mes Dames et mes Sires …


[1] Come si sa, Atlante porta la Sfera Celeste sulle spalle, e non la Terra; però, come si vede, e come riporta la dicitura di Basilio, la Terra è ovviamente al centro della Sfera Celeste (è la visione Tolemaica); per cui Terra è al centro del Cielo. E lì l’alchimista la dovrà trovare.

[2] Nel testo: ‘cuivres’. Il nostro ottoni sostituisce il francese rami.

[3] La frase è tratta dal Discours d’Autheur incertain sur la Pierre des Philosophes, achevé en aoust 1590, un ottimo testo segnalato da Canseliet nel suo Commento al Mutus Liber.

Bourges – Hôtel Lallemant, Caissons – Serie I

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Wednesday, November 17, 2021 by Captain NEMO

Come promesso, iniziamo il nostro viaggio – illogico! … ça-va-sans-dire – tra putti e varie amenità sparsi nel Cielo del Cabinet-Bijou dell’Hôtel Lallemant; i Caissons sono 30, e da qualche parte, per non perdersi poi, dobbiamo piantare il primo paletto del Fil-Rouge; in modo del tutto casuale, piantiamolo sul Cassone di destra della prima serie, che è quella posta sopra la porta d’ingesso (dove sta il bassorilievo della leggenda del Toson d’Oro, per intenderci, del quale parleremo più avanti).

Prima di tutto, ci si sarà accorti che il Cielo-Soffitto (Ciel-Plafond), o Soffitto-Cielo (Plafond-Ciel) che dir si voglia, è diviso da una sorta di griglia, costituita da due percorsi che legano da una parte i Putti, e dall’altra la sarabanda di Ammennicoli. Però … però …

  • Il percorso dei Putti, che sono anche degli Angelots più o meno paffuti (replets, dice Canseliet) – e sono 13 – è interrotto alla serie 5 (prima serie della parte centrale, in corrispondenza dell’entrata marcata dai due Capitelli (Chapiteaux), quello di destra con il Cranio-Teschio alato, quello di sinistra con i due Delfini ed il Vaso) da un bimbo-enfant (non è un Angelot, non ha le alucce) che legge un libricino; alla serie 9 è interrotto dalla Colomba del Saint-Esprit, che pare inchiodata su una stella radiante e fiammelle sinuose;  al termine, arriviamo alla serie 10 con due Angelots: quello di destra è seduto e legge un libricino e quello di sinistra è in piedi e regge tra le mani un pezzo di Chapelet (ma forse è altro?), con nappa e pendentif. Ergo: 13 Angelots + 1 Enfant + 1 Colombe= 15, QED
  • Il percorso degli Ammennicoli – che sono 15 – trova il suo centro alla serie 6 (seconda serie della parte centrale, in corrispondenza dell’uscita marcata dai due Capitelli (Chapiteaux), di cui sopra) con il Vaso Capovolto (Vase Renversé); al termine, arriviamo alla serie 10 con la Rosa Ermetica finale (posta sopra la finestra a trifora, sopra il Blasone della famiglia Lallemant).

I 2 percorsi appaiono disposti ‘a quinconce’, cioè – come recita Treccani – ‘con una disposizione a file parallele sfalsate di mezzo passo.’; il termine viene dal latino quincunx-ncis, che è composto da ‘cinque’ e ‘oncia’: il che esprime la frazione di 5/12 (c’est-a-dire: 0.41666666 …): il ‘5’ rappresentato nei dadi raffigura per l’appunto questa disposizione, che in questo Plafond-Ciel e/o Ciel-Plafond è seriale per entrambi i percorsi. Siccome immagino che qualcuno possa iniziare a dare i numeri, aggiungo – con non celato divertimento – un pizzico di confusione: nella morfologia delle piante lo sviluppo delle foglie lungo il fusto o lo stelo viene detto ‘quinconciale’ quando la divergenza è di 2/5 (c’est-a-dire: 0.4, preciso, senza altri decimali), vale a dire quando in due giri della spirale crescente si incontrano cinque foglie (…oh, parbleu!).

Last-but-not-least: quando si osserva un gruppo ‘quinconciale’ di Putti, il corrispondente gruppo di Ammennicoli è disposto ‘due-a-due’, vale a dire ‘un quadrato’ (carré, ruotato), o ‘a croce’. E versa vice

Ora, siccome scorgo il beneamato Major Grubert che si è affrettato ad indossare il casco da British Explorer, accompagnato da White Rabbit (non visto, qui) che salta qua e là esclamando ‘Oh dear! Oh dear! I shall be too late’, come ultima nota prima di avviarci scivolando dentro il Rabbit Hole di Alice, avviso i naviganti tutti che i Lallemant avevano una vera passione per gli enigmi e le cifrature, pur declinate e sopportate con le sfumature e le ‘fisse’ dei ricchi borghesi certo, ma avviluppati – come tutti noi – nelle panie delle umane debolezze e virtù. Le incontreremo lungo il viaggio; ora, davvero, possiamo iniziare …

Hôtel Lallemant, Caissons – Serie I

Cassone 1 – Arco & Faretra

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

Ma ne parla – obliquamente, è il caso di dirlo – Canseliet nel 1958 nella sua Préface à la Deuxième édition de Les Demeures Philosophales; lo fa mentre parla del Cassone 5 (La Sfera Armillare):

De chaque côté sont deux bambins, ailés et dodus, porteurs du même fluide justicier que celui de droite, s’apparentant à l’un des anges de l’Apocalypse, souffle et avive, au son de sa trompette. Petit Eros, incarnant aussi le principe vital et créateur, de qui l’arc infaillible, privé de sa corde décrochée et croisé en X avec un phylactère, proclame, sur le caisson voisin, que leur fonction souveraine sera pour un temp suspendue.‘.

Hôtel Lallemant, Caisson 1 – Serie I

Vediamo, in basso, una faretra (carquois) contenente 7-8 frecce, ma con il cordoncino slegato, oppure spezzato; in alto, un arco (di tipo riflesso) con la corda non montata (in bando); sullo sfondo un filatterio, muto. Trattandosi di un cassone ‘di testa’, per così dire, l’insieme della scena dovrebbe richiamare una sorta di fase preparatoria, che prelude ad un’azione: la faretra infatti non è vuota, e l’arco ha già un anello della corda montato sull’estremità inferiore. D’altro canto, l’arco viene rappresentato per 3 volte nelle tavole del Mutus Liber; Canseliet – nel suo L’alchimie et son Livre Muet – sottolinea con precisione la presenza dell’Arco:

  • Tavola VI, registro basso – l’operatore ‘… confie au dieu solaire la rose issue des eaux, ,..’;   quella rosa a sei petali rappresenta il soufre, o or de sages, affidato a Febo-Apollo che ha nella sinistra un arco, con la corda ‘tesa’. Peraltro – nell’Introduzione – Canseliet ci mostra la stessa Tavola, ma in un’edizione apparentemente del 1725, dove la corda dell’arco è però ‘in bando’.
  • Tavola X, registro basso – Diana-Luna tiene con la destra un arco (con la corda ‘in bando’), accanto alla cifra ‘10’ e accanto ad Apollo, e si tengono le mani ‘palmo a palmo’; avvenuto in precedenza il matrimonio di Diana e Apollo, qui si tratta dell’inizio della Moltiplicazione (Apollo, anch’egli accanto ad un’altra cifra ‘10’, indossa un solo paramento con una testa leonina) – o, meglio – del risultato finale dell’ultima cottura.
  • Tavola XIII, registro basso – Diana-Luna tiene con la destra un arco (ma stavolta con la corda ‘tesa’), accanto alle cifre ‘100 . 1000 . 10000 . &c’’ e accanto ad Apollo-Sole, e si tengono le mani ancor ‘palmo a palmo’; qui si tratta della Moltiplicazione (Apollo, anch’egli accanto ad un’altra cifra ‘100 . 1000 . 10000 . &c’, indossa un doppio paramento con testa leonina); sui risvolti dei suoi stivali, sono presenti i ‘tre punti’ che ‘… i massoni presero in prestito dalla Grande Opera…’, ad indicare la raggiunta perfezione.

Per cui l’ipotesi che questo Cassone parli di una fase d’inizio o intermedia di un qualche lavoro potrebbe essere credibile.

Cassone 2 – L’Angelot & una Merelle, sul Fuoco

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

Ma Canseliet – sempre nella sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali – ne parla:

Nei due cassoni che seguono, l’Adepto espresse, dal punto di vista alchemico e ciclico, l’associazione dei due elementi antagonisti per un’azione simultanea: È ancora un angioletto, non meno paffuto dei precedenti, che mantiene, al centro di un focolare irradiante come un sole, una conchiglia Saint Jacques, ricettacolo consacrato dell’acqua alchemica; …’.

Vediamo un Angioletto – certo piuttosto paffuto – che sembra intento a sistemare la conchiglia sopra un letto di fiamme; le ali non sono unite alle spalle, ma alle ascelle. Potrebbe anche sembrare che voglia in qualche modo accomodarsi sulla/nella Merelle: ma è una pura ipotesi, non c’è niente che possa aiutarci a confermarlo. Di certo, però, c’è il Fuoco, qui rappresentato per la prima volta, e proprio sopra la porta d’ingresso al Cabinet.

Hôtel Lallemant, Caisson 2 – Serie I

Ora – seguendo l’eccellente ritrovamento da parte di M. Sailland[1] – possiamo confrontare quest’immagine scolpita con un paio di decorazioni raffigurate nelle Heures d’Etienne Lallemant[2], fratello di Jean le jeune, alle p. 65 e 213:

Il Putto (non ha le ali) è certo meno grasso, ma la postura sembra corrispondere: il bastone è quello di un pellegrino del Cammino di San Giacomo[3]. Quanto alla Coquille Saint Jacques, la nostra Mèrelle, chiunque abbia anche soltanto sfiorato la dottrina alchemica sa che si tratta del simbolo della materia, la ‘piccola madre’, ‘lei è la madre’, e quindi la ‘mater ea’; e che essa, come giustamente sottolinea Canseliet, contiene al suo interno l’Acqua della quale non si può fare a meno durante i lavori della Grand Œuvre. Così, si deve concludere, da buon inizio, che lo scultore o il committente non intendessero riferirsi ad un simbolo di tipo religioso o storico, ma in realtà precisamente appartenente alla dottrina alchemica, pura e semplice. Purtroppo, ancora si pensa che la dottrina alchemica sia un vago ciarpame pseudo-magico: in realtà, basta leggere i testi antichi, e non soltanto quelli per così dire ‘tecnici’, per rendersi conto che da millenni la dottrina che sottende l’Alchimia operativa è presente ovunque, e da tempi immemori, in tutte le strutture di Conoscenza dell’umanità, raffigurata sempre con i suoi precisi simboli. Così, con il Cassone 2, veniamo informati che vi sono due elementi del Creato – Fuoco e Acqua – tra loro strettamente connessi, e che l’Acqua-che-non-bagna-le-mani può/deve essere estratta dalla Materia che la contiene grazie al Fuoco. Ribadisco, per coloro che non conoscono Alchimia, che dietro ai Simboli alchemici si celano sempre sostanze tangibili, le cui funzioni rendono possibile – via via – il progredire della Grand Œuvre.

Cassone 3 – L’Aspersorio

Hôtel Lallemant, Caisson 3 – Serie I

Fulcanelli non commenta questo Cassone.

Ma Canseliet – sempre nella sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali – ne parla in questo modo:

… puis, un aspersoir, accroché sous une banderole, qui laisse tomber d’énormes gouttes sur les flammes identiques, toujours produites sans corps de combustion.’.

L’oggetto sospeso alla cordicella è stato oggetto di diverse ipotesi; c’è chi vi vede un imbuto Büchner, chi la testa di un annaffiatoio, chi un aspersorio di acqua benedetta, e via dicendo. Canseliet lo chiama aspersorio perché descrive l’azione nella scena, ma non si tratta certo di quell’oggetto liturgico utilizzato dai chierici e preti per benedire persone o cose; il temine viene dal verbo latino ‘aspergo’, per ‘spruzzare’. Anticamente era un oggetto riservato soltanto all’Alto Clero: il Pontifex Maximus usava l’aspergillum per spruzzare l’acqua lustrale allo scopo di purificare luoghi, cose e persone. Ciò che causava la purificazione era l’Acqua Lustrale, che è – per così dire – un’acqua ‘primitiva’: la si preparava un tempo prelevando dell’acqua da una fonte naturale e la si chiudeva in un contenitore incontaminato ed inusato; poi, all’uopo[4], si accendeva un fuoco e se ne prelevava un tizzone ardente, per inserirlo – acceso – nell’acqua. Si richiudeva il contenitore e lo si lasciava riposare, rigorosamente al buio, per un intero ciclo di Luna. Al termine, si filtrava il tutto e si poneva l’acqua – ora ‘lustrale’ – in un apposito contenitore. Se dovessi dire la mia, si trattava insomma di un’antica quanto naturale ‘informazione’ dell’Acqua con il Fuoco. L’ Aqua Lustralis poteva purificare proprio perché – in origine – era un corpo doppio, debitamente informato.  Quando infatti usa il termine ‘purificatio’ – che contiene in sé il temine greco ‘pyr’, ‘fuoco’ -, l’alchimista non potrebbe mai dimenticare che “Qui scit combvrere Aqua et lavare Igne facit de Terra Cælum et de Cælo Terram pretiosam.[5]: le lavures alchemiche sono sempre e soltanto fatte con l’Acqua ed il Fuoco.

L’oggetto, dunque, potrebbe essere quell’aspersorio con il quale si asperge qualcosa; ma potrebbe anche rappresentare un utensile tipico dei laboratori di spagiria o d’alchimia dei tempi andati; potrebbe essere una sorta di imbuto (entonnoir, che suona giocosamente en-ton-noir), o anche un imbuto filtrante (antesignano di quello moderno, di Büchner); qualcosa insomma somigliante a quel che vediamo per esempio in queste immagini:

Jabir – Summa Perfectionis Magisterii – Danzig, 1682
Donato Eremita – Del’Elixir Vita, 1624

Oppure una cosa come questa:

Instrumenta Chemyca

che è una concha forata. Sorrido, però, ricordando che concha è proprio il latino di conchiglia, ad indicare tanto il murice (dal quale si ricava la porpora), quanto la madreperla, e per estensione il guscio di una coquille! E sorrido ancor più ripensando ai giochi linguistici eruditi quanto arditi di Grasset d’Orcet …

Ciò detto, nell’esame di questo Cassone non è proprio importante dare un nome all’oggetto, quanto comprendere il senso dell’actio che è stata fissata – quasi una fotografia – in questo enigmatico Caisson; si vede bene che si tratta di qualcosa di liquido che – asperso da quell’entonnoir a concha – cade; ma – e Canseliet lo suggerisce parlando delle fiamme, ma con un petit-truc: ‘… sempre prodotte senza un corpo di combustione ’- quelle fiamme, quindi, potrebbero essere o il prodotto di quel liquido cadente su qualche cosa che non vediamo; oppure – e propenderei per quest’ipotesi – essere semplicemente l’altra faccia della medaglia di quel liquido: liquido e fiamma sarebbero insomma la stessa cosa; l’operazione che ha preceduto il ribaltamento dell’entonnoir ha prodotto qualcosa che è stato prima ‘raccolta’ in quell’enigmatico oggetto, e poi – sospeso ad una ficelle, vale a dire ad un legaccio – si mostra sia sotto l’aspetto di gocce, sia sotto l’aspetto di fiamme: una cosa doppia, tanto Aqua quanto Focus … ovviamente legati, ma alchemicamente.

In quest’ottica, dunque, si intravedrebbe un primo, tenue, Fil-Rouge che lega questi tre Caissons: una preparazione preventiva di un lavoro che richiede una certa Force unita a destrezza (l’Arc), ma con una direzione (le flèches); una Materia madre che nasconde al suo interno qualcosa di invisibile ai sensi (una perla? … magari perlamadre?), e che deve essere aperta (ouverte); poi – una volta portato ‘il dentro fuori’ – con un bouleversement manuale (ma ancora operato con ingegno estremo e destrezza, ben al riparo da occhi e orecchie indiscreti), si produce quella benedetta quanto agognata cosa doppia (è l’artista che la prepara; vide Limojon d Sainct Disdier): Acqua Fuoco

A bientôt, Mes Dames et Mes Sieurs …


[1] M. Sailland ha più che giustamente proposto che lo scultore dei Caissons sia stato ispirato per la gran parte dei soggetti (per lo più gli Angelots, ma anche qualche Ammennicolo) alle decorazioni di questo manoscritto. Avremo modo di conoscere meglio questo manoscritto in seguito.

[2] La divisa, in Italiano, che recita ‘Testimonio del mio dolore’, appartiene a Etienne Lallemant. Anche di questo avremo occasione di parlare in seguito.

[3] Il miniaturista che ha decorato il manoscritto è chiamato Maître du Boèce de Lallemant; sulla sua identità, ad oggi, nulla si sa; dovrebbe comunque trattarsi di un artista che ha lavorato tra il 1490 ed il 1510 della zona di Bourges, il quale ha realizzato molte opere per i fratelli Lallemant; viene chiamato Maître du Boèce perché illustrò il De Consolatione Philosophiæ di Boezio commissionatogli da Jean Lallemant l’ainé attorno al 1498. Gli storici dicono che il miniaturista fosse in contatto con Jean Colombe (fratello di Michel, che realizzò – oltre a molte magnifiche sculture – la tomba dei Duchi di Bretagna, a Nantes) ed anche Jean Poyer.

[4] Quel Fuoco doveva essere acceso con una precisa modalità, con un intento indirizzato da parte del preparatore; e nel mondo antico si sceglieva anche il tipo di legno, dato che è l’Essenza ciò che può informare l’Aqua, qui inteso come Elemento.

[5] Si tratta di uno dei motti tratti dal Rosarium Philosophorum, attribuito ad Arnaldo da Villanova; ed è esattamente riportato sullo stipite della Porta Magica di Villa Palombara, a Roma.

Bourges – L’Hôtel Lallemant, Preambolo …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , on Sunday, November 14, 2021 by Captain NEMO

In questi tempi di chiusura pandemica, in cui viaggiare in libertà sta diventando un lusso complicato – visto che si deve chiedere permessi ad ogni pie’ sospinto -, non possiamo che annoiarci a morte; dopo il troppo tristanzuolo o tempora, o mores, ho pensato che potesse valer la pena riscoprire – tra le tante meraviglie dell’arte e dell’architettura legate all’Alchimia – l’Hôtel Lallemant ed i suoi Caissons che decorano il soffitto dell’Oratoire, o Chapelle che dir si voglia.

Meno conosciuta, forse, del magnifico Hôtel Jacques Cœur, la magione dei Lallemant offre un mucchio di singolarità che non possono che rallegrare il cuore di ogni appassionato d’Alchimia; premetto che purtroppo non l’ho mai visitato di persona, e dunque per proporre qualche riflessione dovrò far ricorso a quanto si trova sul Web.

Per prima cosa debbo ringraziare l’amico ijnuhbes che cura il bel sito La Rue del’Alchimie per l’uso che farò delle sue ottime fotografie: ho avuto la fortuna di incontrarlo tanti anni fa a Roma in occasione di una visita alla Porta Alchemica di Villa Palombara; ricordo ancora una cordiale ed interessante chiacchierata sull’Arte in un’antica osteria proprio dietro Piazza Vittorio, già allora vecchia di quasi un secolo, che oggi – ahimè – non esiste più.

Prima di affrontare questo viaggio per immagini, credo sia utile fare una premessa: Bourges, l’antica Avaricum romana – la località principale di quella regione della Gallia popolata dai Bituriges (‘i re dell’universo’) -, si trova quasi al centro esatto della Francia, in una piana fertile che in seguito, parecchi secoli dopo, prese il nome di Ducato di Berry.

Bourges

Lasciando da parte tutte le amenità New-Age sugli allineamenti geografici e/o addirittura astro-magici, Bourges è stato uno dei maggiori crocevia della storia francese; conosciuta sin di tempi di Plinio per la manifattura e il commercio di tessuti particolari, la città vecchia – costruita sulle rovine della vecchia cinta muraria gallo-romana – offre al visitatore la bellissima Cathédrale Saint Etienne, l’Hôtel Lallemant, il Palais Jacques Cœur, l’Hôtel des Echevins, oltre all’Hôtel-Dieu. Come ho scritto in precedenza (qui), fu proprio nella cappella del vecchio Hôtel-Dieu, che ospitava un grande Ospedale, che si riuniva un gruppo di eruditi personaggi, appassionati d’Alchimia.

Sotto la guida di Alphonse Brunet d’Anvault (1812-1888) – il Merrain, cioè il Maure du Roi, e medico chirurgo) – il gruppo man mano coinvolse Pierre Aristide Monnier (1824-1899) che conosciamo con il nome di Alcyon, notaio, Paul Decœur (1839-1923?), che si sarebbe nascosto dietro il nome di Fulcanelli, ingegnere, Pierre Dujols de Valois (1862-1926), erudito libraio e giornalista che conosciamo come Magophon, e Charles Aimé Marie de Lesseps (1840-1923), figlio di Ferdinand, diplomatico, il Basileus, che sarebbe stato il Roi del gruppo. Dopo la morte dei due componenti più anziani, D’Anvault e Monnier, i più giovani decidono di riunirsi a Parigi, poco prima della fine del secolo; Charles de Lesseps – dopo la colossale débâcle legata allo scandalo del Canale di Panama, per cui venne condannato a pagare una multa epocale e ad un anno di prigione per malversazione e corruzione – lasciò ogni incarico pubblico ritirandosi nel Domaine du Chesnaye, dimora e buen retiro della famiglia de Lesseps.

Ma lasciamo Parigi e i primi del ‘900, per tornare al 1487, a Bourges: il 22 di Luglio, un grande incendio – Le Grand incendie de la Madeleine – devasta la ricca città del Berry: si dice che più di un terzo di Bourges – la parte orientale, piena di case popolari in legno – venne ridotta in cenere: l’antica residenza della famiglia Lallemant[1] – nobilitata[2] da Louis XI nel 1482 – venne completamente distrutta. Jean Lallemant (1481-1494) è in quel momento il Receveur Général de Normandie, e grazie alla gran mole di denaro che deriva dal suo incarico intraprende la ricostruzione della dimora di famiglia; i lavori, iniziati attorno al 1490, vennero portati a termine attorno al 1518 dai due figli di Jean Lallemant père, morto nel 1494; Jean l’âiné (1465?-1533) eredita l’incarico di Receveur général du Normandie e diventerà Sindaco nel 1500, mentre Jean le jeune (1481?-1548) riceve l’incarico di Receveur général du Languedoc (per il Re Louis XII) e diventerà sindaco nel 1510.

Come spesso accade, il maneggiar denaro per conto delle Casse Reali è un compito certo prestigioso, ma soprattutto delicato e molto pericoloso: Jean le jeune viene arrestato nel 1535 con l’accusa di frode, e viene imprigionato a Parigi; ma, a differenza di Jacques Cœur, il potentissimo e ricchissimo Grand Argentier del Re Charles VII (arrestato nel 1451, imprigionato per ventidue mesi, e condannato all’esilio perpetuo nel 1453), il giovane Lallemant viene messo in libertà dopo due anni di carcere e un’ammenda molto considerevole[3].

Nel maggio del 1486 Jean de Cucharmoys, un giovane mercante trasferitosi da Lione a Bourges e cinque notabili[4] di Bourges, danno vita ad una sorta di ordine cavalleresco: L’Ordre des Chevaliers de la Table Ronde de Bourges; si tratta più che altro di una confraternita, con un nome ispirato al mito Arturiano – e probabilmente al ramo francese, quello reso famoso da Chrétien de Troyes -, ma forse più dedito a consolidare la posizione e le rendite dell’alta borghesia di Bourges e dintorni. Il gruppo elegge periodicamente un ‘Roi’ ed ogni domenica tutti i membri dell’ordine debbono presenziare ad una messa a Notre Dame de Salles (poi a Notre Dame des Carmes) della durata di otto ore (!) e versare un obolo di tre denari; i Chevaliers (inizialmente quattordici, poi portati a 23, oltre ‘le Roi’) prestano un giuramento di reciproco rispetto e supporto, e alle loro Armi aggiungono un Collier costituito da un Rosario di “…cinq dizaines de diz grains noirs enfilez de lacs de soie verte…” , con cinque grandi grani d’oro a separare le decine; il Rosario (le Chapelet) è decorato da un pendente d’oro raffigurante Maria e il Bambino. Sia come sia, Jean l’âiné fu il primo ‘Roi’ nel 1487 (l’anno dell’incendio) e rieletto nel 1490 ed ancora nel 1533, mentre Jean le jeune entra nell’Ordre nel 1487.

Le grandi disponibilità economiche di famiglia si riflettono anche nella passione per l’arte: il loro palazzo, per quanto certamente meno impressionante ed imponente rispetto a quello di Jacques Coeur, ne è un’espressione palese; molti artigiani, francesi e fors’anche italiani, vengono assunti per realizzare decori di ogni tipo (lo stile architettonico è quello gotico, ma quello decorativo è rinascimentale); oltre a preziosi arazzi che arricchivano le pareti della dimora, i Lallemant – come molte altre famiglie, nobili e borghesi – commissionarono un bel po’ di Livres d’Heures ai vari miniaturisti al servizio della famiglia: sparse in diverse biblioteche e nei musei di tutto il mondo contiamo oggi oltre dieci di queste opere, naturalmente molto belle, per la maggior parte fatte realizzare da Jean le jeune; le opere portano quasi sempre il blasone di famiglia:

Armi della famiglia Lallemant

De gueules au chevron d’or accompagnées de trois roses d’argent.

Blasone di Jean Lallemant, le jeune

Ecartelé au premier de gueules au chevron d’or accompagné de trois roses d’argent, au second écartelé d’azur à la croix ancrée d’argent entre trois mottes ou montjoies d’or, et après, d’or a deux léopards de gueules passant l’un sur l’autre.

Eccone qualche esempio …

Nel corso dello studio – che dividerò in più Post – incontreremo diverse decorazioni che potrebbero avere collegamenti simbolici con l’Alchimia, ma naturalmente ci soffermeremo sin dall’inizio sul famoso soffitto a Caissons che Fulcanelli ha voluto esaminare, per la verità solo in parte, nel Le Mystère des Cathédrales: “… le témoignage irrécusable d’une science immense dont Jean Lallemant, alchimiste et chevalier de la Table ronde, possédait tous les secrets.”.

Occupiamoci ora del soffitto che decora la Chapelle (chiamata talvolta Oratoire) ospitata all’interno dell’Hôtel Lallemant, al primo piano, sovrastante il corridoio di accesso a gradoni dalla parte di Rue Bourbonnoux che collega la Corte bassa alla Corte semi-alta; è diviso in trenta Cassoni scolpiti disposti in dieci file da tre; vi si accede da una piccola scala interna posta poco prima della grande Chambre d’Honneur. Il locale è davvero molto piccolo (5,40 x 2,60 x 3,80 m): nell’inventario del 1571 venne chiamato ‘Chambre des Armures’, ma che sia stato destinato a piccola cappella privata, o a oratorio, o a piccolo gabinetto di meditazione, resta il fatto che è un locale curioso; sopra la porta d’ingresse è posto un bassorilievo che raffigura la leggenda del Toson d’Oro – certo meno curato rispetto allo stile accurato e figurativo utilizzato per i Cassoni. Mentre l’unica finestra – che dà sulla Corte semi-alta – ha una bella vetrata a trifora, la cui parte centrale ospita il Blasone con le Armi di famiglia; sui lati sono incassati sei pilastri scanalati, quelli d’angolo decorati in cima con gli animali simbolici dei quattro Evangelisti, mentre i due centrali sono decorati uno con un cranio alato e l’altro con due delfini affrontati sui lati di un vaso. Sul lato destro, nei pressi della finestra è incassata la famosa Credence in bronzo, di cui ci occuperemo in seguito.

Credence – Julien Champagne

Concludo questo piccolo preambolo sottolineando che molti studiosi si sono occupati dell’esame e dell’interpretazione delle bellezze dell’Hôtel Lallemant: visto lo stile delle decorazioni, la maggior parte lo hanno fatto, comprensiblmente, con un taglio generalmente storico (p. es., Alphonse Buhot de Kersers, Paul des Chaumes, Paul Chenu, Béatrice de Chancel-Bardelot, Frédéric Sailland), laddove l’esame dei simbolismi proposto è generalmente motivato in chiave strettamente religiosa; d’altro canto – pur condividendo molte delle ipotesi di M. Sailland, per esempio – trovo un tantino riduttivo sostenere, parlando dei Cassoni del Cabinet, che “Non c’è dunque alcun bisogno di dover ricorrere alla dottrina ermetica dell’alchimia per spiegare queste decorazioni scolpite. Basta riferirsi al gusto della famiglia Lallemant per i bei manoscritti miniati che erano un mezzo per affermare la loro ascesa sociale al vertice dell’élite finanziaria e per rendere un omaggio a sostegno del re, manoscritti che avrebbero potuto essere conservati in questo cabinet.[5]. Con ogni rispetto, però, un simbolo – ogni simbolo – può essere compreso soltanto se si conosce la chiave, e la dottrina da cui quella chiave è stata espressa; se il Fuoco – che è rappresentato a profusione nei Cassoni del Cabinetpuò esser letto come il fuoco della cucina, il fuoco del caminetto, il fuoco dell’inferno, il fuoco celeste, il fuoco di sant’Elmo, il fuoco di sant’Antonio, il fuoco dell’energia nucleare, o il fuoco segreto dell’alchimia … beh, è solo chi guarda, chi osserva, chi contempla, chi pensa, chi riflette, che può decidere cosa e come leggere e sentire: ognuno legge – e riconosce – ciò che conosce, no? Un dogma, qualsiasi dogma, non rappresenta altro che qualcosa che va spezzato, alla ricerca di libertà d’espressione e di una miglior verità, fonte di progresso verso nuove (o antiche, aggettivo che non significa inutile o riprovevole) visioni; tanto più quando si contempla Arte.

C’è spesso altro dietro la mela che cade dall’albero.

Ciò detto, ecco il Plafond della Chapelle dell’Hôtel Lallemant, che pian piano esamineremo nei prossimi Post; la foto, molto chiara e ben fatta, è di Georges Sailland (a cui va il credito, ed il ringraziamento!):


A presto!

[1] I Lallemant erano probabilmente di origine germanica: il nomen sembra essere un adattamento di ‘l’aleman’.

[2] Si tratta di nobiltà acquisita, dunque, né anticadi spada.

[3] Il 12 Maggio 1535 Jean le jeune viene condannato a restituire 15000 livres, a versare altre 25000 livres per danni ed interessi alla Corona, oltre a 20000 livres d’ammenda. Una volta scarcerato, il 15 Ottobre 1537 patteggerà un versamento pari a 28049 livres.

[4] I sei fondatori erano Jean de Cucharmois, Jean Lallemant l’aîné, Pierre Filzdefemme, Jean George, Claude Pichonnet e Vincent de Vielbourg.

[5] Da de Chancel-Bardelot, B. e Sailland, F. – L’Hôtel Lallemant, Monument Précurseur de la Renaissance Française, Société Française d’Archéologie, 2017, p. 261.

Il Tassello Mancante …

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Wednesday, October 20, 2021 by Captain NEMO

Claudio Cardella ha scritto un altro magnifico libro. Dopo Il Sogno dei Filosofi – scritto con Stefano Costa – veniamo trasportati negli anni ’30, per cercare di capire come la Fisica Nucleare si sia lanciata nella terribile avventura che portò l’uomo ad inventare la bomba atomica.

Lo spunto con cui è nato il nuovo libro è il tentativo di rintracciare quello che l’autore ha chiamato Il Tassello Mancante; a margine di un foglio di alcuni suoi appunti – del 13 Novembre 1944 – Francesco Pannaria evidenziò a matita nera ed in modo enigmatico l’anno 1939, senza nessuna annotazione o considerazione attinente, né nel Colophon, né all’interno del testo. Su una copia di un quotidiano rinvenuta nell’archivio di Pannaria, l’autore ha poi trovato – stavolta vergata in rosso – un’altra sua nota a margine: “Si va confermando la verità e cioè che Fermi e Co. non capirono niente. É la Lise Meitner che capì o Hahn?”. Così, incuriosito, l’Autore ha affrontato una lunga ricerca negli archivi scientifici, nel tentativo di rendersi meglio conto del perché Pannaria avesse sottolineato quel ‘1939’. Ed alla fine della sua faticosa caccia, quel tassello assume un connotato particolare: si tratta della storia – per la verità tormentatissima – del gigantesco, deprecabile, Circo Barnum con cui la creme-de-la-creme della Fisica Nucleare di quei tempi offrì ai militari – su un piatto d’Uranio – l’opportunità di usare l’enorme rilascio d’energia provocato da una reazione a catena di atomi ‘scatenati’, letteralmente spaccati, con forza; l’uso malvagio di quell’energia omni-devastante e contro Natura venne prescelto dai responsabili del Progetto Manhattan per obbligare il Giappone alla resa, nel 1945: così, vennero sganciate due bombe su Hiroshima e Nagasaki, dove in un immorale flash istantaneo vennero uccisi decine e decine e decine di migliaia di esseri umani.

Claudio Cardella ha ricostruito la genesi e lo sviluppo di quella ricerca scientifica: ovviamente, tutto parte da Enrico Fermi nel 1934 con la sua corsa – assieme ai famosi Ragazzi di Via Panisperna – verso la scoperta di quelli che a quel tempo vennero chiamati Elementi Transuranici (‘al di là dell’Uranio’), cioè dei nuovi Elementi – perché in natura non sono presenti, se non in tracce davvero minime – la cui posizione nel Sistema Periodico di Mendeleev (1834-1907) si supponeva dovesse essere dopo l’Uranio (numero atomico, 92). Quella corsa sfrenata – che culminò nel 1938 con il Nobel a Fermi “… per la sua dimostrazione dell’esistenza di nuovi elementi radioattivi prodotti mediante irradiazione di neutroni, e per la sua correlata scoperta di reazioni nucleari provocate da neutroni lenti.” – fu in realtà un vero dramma, a tinte decisamente nere.

Forse pochi sanno – o forse hanno scientemente scelto di nascondere il pattume sotto il tappeto del tempo – che gli emeriti e benedetti nuovi Elementi (gli Italici Ausonio ed Esperio) che Fermi e Co. proclamarono di essere riusciti a scoprire mediante la fusione di neutroni lenti … non esistevano, né sono mai esistiti, né potevano esistere; anche perché – come è perfettamente documentato nel libro – la fusione nucleare dimostrata da Fermi era in realtà una fissione nucleare. Furono i tedeschi a capire che Fermi si sbagliava, ma per varie ragioni (tra cui il fatto che Lisa Meitner, Ida Noddack e Otto Hahn erano personaggi poco stimati dal consensus scientifico dell’epoca), la loro sperimentazione – più sensata rispetto a quella di Fermi, perché basata su una maggior conoscenza pratica e teorica della Chimica e della Fisica che atteneva a quella ricerca nucleare – vide la luce troppo tardi, quando ormai i giochi erano fatti, quando tutto si spostò negli USA: quando la malattia mortale dell’Auri Sacra Fames prese ovviamente immediata e solida radice nelle menti di un pugno di uomini stolti che decisero di giocare la partita contro Natura, ammantati del nero blasone della tenebra . E dell’ignoranza, profondissima. Sic et simpliciter

Se ovviamente tutta la Fisica e la Chimica Nucleare del tempo (italiana, tedesca, inglese, russa, e poi americana) potrebbe essere assolta nel nome del progresso della scienza (ma in barba alla Scientia), quella Fisica e quella Chimica sono state (ed ancora sono; non saprei per il futuro) gravemente mancanti sul piano dell’Etica e della Philosophia: armi e denaro si sono sposati con la consacrazione di un modello teorico che non tiene in minimo conto Madre Natura, aprendo la strada all’utilizzo arrogante delle Forze della Natura. E quel matrimonio, come è normale, ha prodotto figli e nipoti …

Robert Oppenheimer, fisico e a capo del Los Alamos Laboratory, in occasione del successo del Trinity Test (16 Luglio 1945), pare abbia detto: “Sapevamo che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Alcuni risero, altri piansero, i più rimasero in silenzio. Mi ricordai del verso delle scritture Indù …: ‘Adesso sono diventato Morte, il distruttore dei mondi.’”.

Cui potrebbe fare da contraltare un passaggio di Paolo Lucarelli, fisico e alchimista: “Gli uomini perderanno la capacità di osservare la natura con imaginatio vera et non phantastica, e, rivolti in se stessi, saranno la peggior espressione possibile del simbolo dell’Uroboros. … La tradizione si perde in molti modi. Il più sicuro è quello di stravolgerla in una pantomima grottesca, in cui l’essere umano, avvilito dal progresso, abbia come unica speranza quella della misericordia di una divinità gelosa e incomprensibile, chiamata con ridicolo rispetto, metodo scientifico.”.

Percorrendo la meticolosa, appassionata, straordinaria, ricerca di Claudio Cardella il lettore si potrà fare un’idea precisa ed onesta di come sono andate le cose che hanno portato la nostra civiltà al Progetto Manhattan: incontrerà personaggi ben noti, ed altri meno noti (Ida Noddack e Lise Meitner, due donne straordinarie), incontrerà anche il Neutrone-questo-sconosciuto, il Protone, l’Elettrone, il Positrone, il Neutrino, e poi pure il Decadimento Beta di Fermi (un modello che fa ancora acqua da molte parti, nonostante sia quasi un vangelo), e decine di attori sul palcoscenico della ricerca sul Nucleo, in scena tra il 1934 ed il 1939; una storia – nelle parole dell’autore – che ‘… si conclude completamente nel giro di un mese, il Gennaio del 1939. É mia personale convinzione che sia questo che ha indotto Pannaria, testimone di quegli eventi, ad appore la pesante sottolineatura nera, quasi a lutto, per circondare quest’anno nel suo manoscritto, perché in realtà proprio da lì presero avvio le successive atrocità e lo sterminio.’.

La lettura e lo studio de Il Tassello Mancante richiede almeno una base scolastica di alcune notazioni e nozioni di Fisica (ed un pizzico di Chimica), e si fa leggere con molta emozione: stupore e perplessità si affacciano in molte pagine, popolate come sono da una mole di brani e note tratte da documenti storici e scientifici inoppugnabili. Dice: ma è un libro d’Alchimia? Rispondo: … ovviamente no, ma Naturalmente sì. L’Alchimia in sé non è la protagonista di questo bel libro: ma il lettore molto attento, si renderà presto conto, specie in taluni passaggi extra-ordinari, quale visione indefettibile della Philosophia Naturalis ha guidato Claudio Cardella nel suo esame accorato; sembra quasi che voglia dire, ad ogni piè sospinto, agli attori protagonisti, e ai lettori ‘…ma come, non vi rendete conto che le cose NON stanno così? … ancora? … e poi ancora?’.

Il libro, pubblicato su Lulu, può essere acquistato su Amazon, qui.

Titolo senza parole …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , on Friday, October 15, 2021 by Captain NEMO

Il mio amatissimo Fratello Fra’ Cercone è partito verso il suo Viaggio nella Lux.

Pochi giorni fa, l’11 di Ottobre del 2021, poco dopo l’alba, in Luna Crescente, sotto la dolce brezza mattutina del Nord.

É mio Fratello: della Fratellanza di schiatta antica, quella che non sa che farsene di paraphernalia, gradi, gadgets e ammenicoli vari, quella che non è di questa prigione dorata, perché qui non è nata. La sua decisione nel partire è stata drastica quanto repentina, e ha lasciato senza fiato i pochissimi che ne conoscevano il Cuore, profondo, gentile, allegro, sornione e – soprattutto – pieno d’Amor. Da giorni nuoto nel vuoto, una grande assenza riempita da una sua maggior presenza. Intima e segreta. So che ora è molto impegnato, occupato com’è a riabbracciare chi lo ha sempre sorretto, protetto e guidato verso le sue scoperte straordinarie, tra amici veri e compagni d’arme, e di viaggio. Ragion per cui chiedo scusa se resterò in silenzio, senza comporre canti, senza suonare. Fra’ Cercone sta bene, meglio di come un Cuore come il suo poteva stare in questa società fatta solo di avidità, di ignoranza delle cose Celesti, di sciatteria, di arroganza; e di mancanza di coraggio, tanto nella vita di ogni giorno che nella Queste più nobile ed antica. Una Queste nata prima del Tempus ingannevole, inesistente, una Queste che ovunque si muove lungo il flusso del Campo della Creazione. Tu sai che ti sarò ovunque vicino, e tu sarai vicino a me; legati come siamo da un Vincolo che mai potrà essere spezzato: ce lo siamo detti una notte di stelle, tanti, tanti anni fa. Ridendo come due bambini. Promessa che non ha bisogno di giuramenti, comme-il-faut tra Fratelli di quella Fratellanza; una promessa che non vive nel Tempus, perché scorre cristallina lungo lo Spatium.

Mentre tutto si muove verso il mutamento di fase, come previsto, debbo far sapere a chi legge che si è voluto mantenere un semplice quanto assoluto riserbo: la Famiglia, mani nelle mani, ha scelto di nulla dire in giro, così come Fra’ Cercone avrebbe senza dubbio voluto. Non ci voleva granché per rispettare il silenzio di chi desidera chiudersi nella riflessione, nel ricordo, nella cura, nell’Amor: eppure, qualche vero genio dell’ineducazione, della sciatteria più tipica di questo mondo malato, ha scelto di vestire i panni dell’annunciatore, sui malsani Social. Senza vergogna, senza rispetto per i suoi cari, come è scontato. Chi davvero conosce Fra’ Cercone sa quanto non ami queste uscite; ma avrà scrollato le spalle, dicendo ‘… ma che t’aspetti da quelli? Nun sanno manco ‘ndo sta er Cielo, persi come sono a cerca’ i centesimi in mezzo ar fango …’. Così, scrollerò anch’io le spalle: Mundus transit et concupiscentia eius.

Perdonatemi se non abiliterò i commenti in questo mio piccolo Post.

Orthelius Dévoilé

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Thursday, June 24, 2021 by Captain NEMO

Sono felice di segnalare l’uscita di un libro su Andreas Orthelius e sul suo Commento all’Epistola sul Fuoco Filosofico di Johannes Pontanus. Curato da Compos Stellæ e Offerus Criophorus – due giovani alchimisti operativi – Orthelius Dévoilé offre al lettore uno studio sulla vita dell’enigmatico alchimista tedesco: in gioventù lavora come Spagirus presso alcuni agiati Principi interessati all’Alchimia, e in seguito attraversa suo malgrado la Guerra dei Trent’Anni, non senza grandi problemi; ma pubblica nel 1624 il suo Epilogus et Recapitulatio in Michæli Sendivogi Novum Lumen Chymicum, un lavoro che lo renderà famoso; al punto che – più tardi – Lazarus Zetzener includerà la raccolta completa degli scritti di Orthelius nel Theatrum Chemicum.

Tra questi, compare per l’appunto un suo Commento al famossisimo lavoro di Pontanus, la Lettera sul Fuoco Filosofico. Come si sa, l’enigmatico testo di Pontanus è stato sempre incluso nel ristretto elenco dei testi alchemici che sono considerati importanti, se non obbligatori, per chi desidera studiare prima e praticare poi l’Arte alchemica. Gli autori di Orthelius Dévoilé hanno compiuto un lavoro certosino sulle tracce storiche di Orthelius e di Pontanus, offrendo per di più ai loro lettori il testo originale Latino, sia per il testo di Pontanus che per quello del Commento di Orthelius.

Orthelius Dévoilé

Quando abbiamo constatato il grande impegno e la passione con cui i due curatori hanno affrontato il loro progetto, sia io che Fra’ Cercone abbiamo con piacere offerto un piccolo contributo, nella speranza di essere utili a chi studia e lavora in laboratorio.

Il libro è piacevolissimo da leggere e consultare; autopubblicato su YouCanPrint, lo si può trovare/ordinare nelle migliori librerie, oppure acquistare OnLine:

su YouCanPrint: qui.

su Libreria Universitaria: qui.

su IBS: qui.

Buona lettura … !

Un Dittico, … e le sue folli copertine

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, June 16, 2021 by Captain NEMO

Cercando e cercando, talvolta si trova qualcosa. No? … nonostante non sia Carnevale – preso da un ghiribizzo – ho pensato utile e divertente parlarvi di una piccola, vecchia, ‘trovata‘.

Sulla “Fête des Fous” si è scritto a iosa, qui, altrove ed in ogni dove: sul contenuto dissacrante della Messa, dei canti, e dei riti che la caratterizzavano si sono date le più varie interpretazioni. E sull’argomento (scomodo, ma certo bizzarro) – naturalmente – ognuno avrà un’opinione. Però, quel che ho ‘trovato’ interessante è una curiosa ‘veste’ di alcune copertine del Messale irriguardoso: una in particolare, quella conservata proprio presso la Bibliothèque Municipale di Sens:

Si tratta di due placche di quercia che racchiudono il famoso Messale della Fête des Fous (quello originale di Pierre Corbeil, Arcivescovo di Sens), realizzate in avorio scolpito con bordure d’argento (inventario: 2017.0.ARC.126), la cui datazione risale al V-VI secolo. Il lavoro mi pare molto bello, tanto che le due ‘copertine‘ furono poi scelte, nel XIII secolo, per rilegare il Messale vero e proprio. Naturalmente, nei secoli, l’opera è stata esaminata ed analizzata da molti esperti: la raffigurazione riguarda evidentemente – nella prima – il vino (che scorreva a fiumi durante la Festa, il giorno della Circoncisione), e Bacco; e – nella seconda, pare – Venere, Cybele, Diana; il tutto decorato con vari paraphernalia.

Tra i tanti esperti, uno dei più accreditati dal consensus, è stato l’erudito Aubin-Louis Millin de Grandmaison (Membre de l’Institut, et Conservateur des Médailles à la Bibliothèque Impériale de France), che ha pubblicato nel 1806 la Description d’un Diptyque:

Millin effettuò la sua analisi avendo certo visto le copertine vere e proprie, ma probabilmente si è poi basato su due disegni realizzati alla bisogna:

Così, ecco la prima tavola:

Ecco dunque qualche notula; dato che Millin divide l’esame della prima di copertina in tre parti, osserviamo la prima parte:

Millin: si tratta dei dettagli della Vendemmia; al centro, un uomo nudo (nell’immagine qui sopra è l’uomo al centro in basso), giovane, porta sulla testa un paniere pieno d’uva, e con la mano destra ne porta un altro; la testa è rivolta verso la ‘cuve‘ (la vasca che compare in alto a sinistra) dove deve versare il contenuto dei suoi due panieri. Nei pressi, si vede un villico che conduce un carro – pieno d’uva – trainato da due brebis (capre): il conducente è armato di massue (mazza) e indica con la destra la cuve (per l’erudito è un errore, perché i due animali dovrebbero essere piuttosto dei maschi, dei boucs, che sono per noi i capri, i becchi, consacrati tradizionalmente a Bacco). Più sopra, si vedono due uomini vestiti come il conducente del carro, con una semplice tunica con le maniche arrotolate: schiavi destinati ai lavori campestri; i due ammassano e sistemano i grappoli d’uva in grandi cesti di vimini, e non raccolgono l’uva dalla pianta che gli fa ombra, che – secondo lui – non è una vite (le foglie sembrano quelle di una palma, ma il tronco non sembra quello di una palma), ma si apprestano a gettarli nella grande cuve. Qui (in alto a sinistra), tre uomini nudi – di cui il primo ha le corna, e sono dunque dei seguaci di Bacco – pigiano l’uva. Il succo (le jus divin) esce da un muso di leone e cade in un gran vaso rotondo. Accanto, un carro a due ruote che trasporta una tonne (botte), ma trainato stavolta da boucs.

Mio commento: mi pare tutto sommato corretto; che poi si tratti di una palma, … se lo dice lui, mah!

Passiamo alla seconda parte:

Millin: si tratta di Bacco e della sua allegra brigata che assistono alla festa; c’è un Satiro con la testa ornata di corna di bouc, e suona in una conque (conchiglia) per avvertire dell’arrivo del dio di Nysa; questa conchiglia assomiglia a quelle usate dai Tritoni, e ricorda l’origine del nome buccinum che usualmente si dà a questa specie di trompette (trombetta). Il Satiro tiene per la briglia un cavallo scalpitante, il cui cavaliere veste una clamide. Il Satiro e il cavaliere aprono la marcia e si dirigono – secondo lui – verso la cuve; il cavaliere – sempre secondo lui – sarebbe il padrone della villa dove si sta vendemmiando, e Bacco lo sta seguendo per visitarla. Così, arriva il carro del dio, trainato da un Centauro e da una Centaura, i quali sorreggono un grande cantaro (un vaso, da cui si beve vino) mentre volgono lo sguardo verso Bacco: sul Centauro vi sarebbe poi una sorta di spessa criniera a marcare la separazione tra l’uomo ed il cavallo, sorretta – pare – da una grande cintura fissata al timone, per quanto non visibile. Il carro ha la forma di un carro da corsa o da guerra, con ornamenti sui bordi e decorazioni all’interno; il dio è in piedi, e non appare né giovane né effemminato, come – secondo lui – ci si dovrebbe aspettare: infatti è barbuto ed un po’ avanzato nell’età, come – secondo lui – è spesso rappresentato il ‘Bacchus vainqueur de l’Inde‘. Coronato di pampini, il tirso su cui si appoggia finisce con un fiore di foglie di vigna, e non come una pigna; la sua clamide è posata sulla spalla sinistra, mentre con la mano destra regge un cantaro ansato. Accanto a lui c’è Pan, che porta una bastone dai rami tagliati e che gli serve da pedum (credo si tratti dell’arcaico vincastro): egli sostiene il suo maestro Bacco, del quale è amico e generale (sic!).

Mio commento: Bacco è Dionysus, e la seconda parte del suo nome potrebbe forse riferirsi al Monte Nysa, alle cui Ninfe il piccolo Dionysus venne affidato. Sorrido di fronte alla possibile trompette, e per quanto non riesca a vedere la criniera sull’originale in avorio (ma presente nel disegno), né il timone del carro, non posso che prenderlo in parola; lo stesso vale per la terminazione del tirso, per l’aspetto di Bacco e la funzione di Pan.

Passiamo alla terza parte:

Millin: ecco tre divintà del mare, un vecchio Tritone tra due Nereidi, che portano sulla testa le chele di un’ecrevisse (una pannocchia, o un gambero); tutti e tre, con code marine, indossano una cintura di foglie d’acanto, per separare l’uomo dal pesce. Il Tritone tiene tra le mani un mostro marino con la testa di cane; ed una delle Nereidi (quella di destra) saluta con la destra il carro di Bacco mentre con la sinistra tiene una conque (conchiglia); l’altra tiene con la destra un ramo. Più in basso, dei pesci giocano nell’acqua: a sinistra c’è un delfino, e a destra un appartenente – secondo lui – al genere ostracion, un poisson coffre (pesce scatola). L’erudito si sorprende nel constatare che l’ignoto artista abbia raffigurato il carro di Bacco come fuor d’acqua, e che i due Centauri non abbiano ancora raggiunto terra. Secondo lui, Bacco qui rappresenta il Sole, che sorge dalle onde e favorisce con il suo dolce calore la vendemmia: le tre divinità marine – insomma – vedono Bacco sorgere dalle acque. Per cui, conclude l’autore, ‘Tutto prospera nella casa di campagna; e si dice che che è lo stesso Bacco, sostenuto da Pan, condotto dai Centauri, e preceduto da un Satiro, che viene in pompa a visitare e fecondare i possedimenti del propietario (della vigna).’.

Mio commento: non saprei se si tratti di pannocchie, di gamberi o di granchi, ma poco importa. Però il mostro marino con la testa di cane mi fa venire in mente un mostro all’origine dei Merovingi, la famosa Bistea Neptuni Quinotauri similis, il Quinotauro che avrebbe generato Meroveo. Ma la mia è, naturalmente, solo un’ipotesi. Quanto allo strano pesciotto di destra, potrebbe somigliare – con quelle scanalature sul dorso – anche ad una remora, il petit poisson noirâtre che talvolta fa il paio in Alchimia con il Dauphin, che è il figlio primogenito del petit roi. Che poi Bacco rappresenti qui il Sole … potrebbe esser vero. Se così fosse, però, l’intero contenuto di questa bella quanto bizzarra tavola di quercia potrebbe esser considerata sotto un’altra luce …

Questa interpretazione di Bacco/Sole è corroborata – secondo Millin – dal fatto che la seconda copertina mostra Diana/Luna su un carro che anch’esso sorge dalle onde del mare …

Passiamo dunque all’esame della seconda tavola:

Ed ecco la prima parte:

Millin: In alto a sinistra si vede Vénus (Venere) all’interno di una coquille (conchiglia): per il nosto erudito non si tratta di un’esatta rappresentazione della Vénus Anadyomène (vale a dire, la classica ‘Venere che sorge dal mare‘): per il fatto che porta una sola mano sui capelli e che sostiene un gran voile (velo) con il quale si avviluppa; quindi si tratta piuttosto di una Vénus marina, o che esce dal bagno. Il nostro è in qualche modo infastidito dall’imprecisione dell’autore in questa seconda copertina: se nella prima tutto era sequenziale e regolare, qui l’artista fa confusione: che ci sta a fare un soggetto marino in un luogo che non offre altro che una scena terrestre? Poi: un genio alato, tra due alberi (in alto, sulla destra), pesta qualcosa in un vaso coperto da un tessuto, che assomiglia ad un paniere. Vicino a lui vi sono due donne (sedute o sdraiate), e una di esse stende la mano verso un cane da caccia: forse l’artista ha voluto rappresentare delle compagne di Diana, che la dea viene a cercare quando Vénus brilla in cielo. Questa interpretazione – secondo il nostro – è probabile, visto che la coquille che porta Vénus è del tutto isolata e non si appoggia su niente di solido, mentre il piccolo genio e le due donne sono su un terreno che sembra elevato e alberato.

Mio commento: che Venere sia rappresentata in quel modo non mi pare un gran problema; fra l’altro, quel voile potrebbe anche essere inteso al femminile, imparentandola forse alla Fortuna (il che non guasta durante le vendemmie alchemiche, no?). Piuttosto, il genietto alato che pesta … è curioso in questo contesto: potrebbe trattarsi di un mercurietto? … ah, saperlo!

E passiamo alla seconda parte:

Millin: Il carro di Diana sorge dal seno delle acque, vestita con una lunga tunica, senza maniche (indossata – dice il nostro – quando non si debbono inseguire animali nel bosco! … e simbolo di castità). Al di sopra porta un peplum (peplo), fissato da due fibule; una terza fibula fissa il peplo alla cintura. Diana ha un grande voile (anche lei!) che s’alza nel vento, ad indicare la rapidità della sua corsa; sulla fronte è adornata del Croissant (Crescente) che è il suo simbolo. Tra le mani impugna una lunga fiaccola con cui illumina il mondo di notte: per questo è chiamata Lucifera, portatrice di luce. Un vegliardo con la testa ornata d’ali tiene le redini del carro; un giovane nudo porta un corbeille (cestino) piena di fiori e frutti, che pare offrire alla dea; i due si tengono per mano e reggono una conque (conchiglia). Il vecchio non può essere altro – dice lui – che Morpheus (Morfeo), mentre il giovane potrebbe essere il genio della natura; la trompette in forma di buccina indicherebbe che intendono celebrare l’arrivo della dea. Il carro a due ruote è più grande di quello di Bacco, ed è trainato da due tori; Diana viene anche chiamata Tauropus, a causa delle corna di luna che porta sul capo.

Mio commento: pur se non v’è dubbio che si tratti di Diana, quel velo (voile) gonfio di vento richiama ancora una volta Fortuna; quanto a Morfeo ed al genio della natura, non saprei che dire … manca fra l’altro lo strano mostriciattolo al centro della composizione, ma il nostro ne parlerà tra poco.

E arriviamo alla terza parte:

Millin: Come il Sole/Bacco, Luna/Diana sorge dal seno delle onde e rischiara la terra. In basso c’è Thalassa, la dea del mare, che con la sinistra stringe un mostro marino con la testa (e la parte anteriore del corpo) d’ariete (belier), mentre con la destra tiene un’aragosta (langouste). Nei pressi c’è una altro mostro con una bocca enorme, simile a quello che sta al centro della composizione (vide immagine della seconda parte); altri pesci giocano tra le onde.

Mio commento: concordo con il nostro erudito commentatore; però … però … si vede anche la testa di un delfino che sorge dalle onde, una sogliola (forse), un altro pesce scatola (o una remora?), e un altro, grosso, pesce-cane, ornato di una cintura d’acanto; sulla destra compare pure quel che sembra un fiore marino, chiuso (forse … un dattero di mare? … mah!). Il mare, insomma, pare piuttosto popolato, no?

Per concludere: questa bellissima opera d’arte, del V-VI secolo, non ha nulla da spartire con il contenuto della Messa dei Folli, il cui soggetto principale è senza dubbio l’Asino. Ma se Bacco e il vino e la vendemmia caratterizzano il tema della prima copertina, la seconda è curiosa: che ci fa Diana e la sua corte in questo giardino tutto femminile? Visto che di Luna si parla, forse ci si potrebbe ricollegare ad un certo corpo che si collega a sua volta a Cybele (si-belle), un topos che in Alchimia ha precise somiglianze con il tema marino che accomuna le due copertine. Se, infatti, la prima copertina ci parla del vino e della sua preparazione, e la seconda ci presenta quel mercurietto che pesta/pigia qualcosa legato alla Terra … entrambe sottolineano il ruolo di Sol, Luna ed una terza sostanza, accostata ad una Venere, un tantino Fortunata. Entambe le scene, pur terrestri, richiamano una Humiditas diffusa, che accomuna il tutto.

Direte: troppo alchemico! … già: proprio troppo alchemico. E a Sens tutti cantavano ‘Hi-Han‘, seguendo l’asino-canta-la-messa, sulle note di Orientis Partibus:

Così, mi auguro che qualcuno possa aver trovato interessante questa rapida passeggiata attraverso le due curiose copertine del Missel de la Fête des Fous … e magari apprezzerà anche una notula apposta sulla seconda di copertina del Missel, che riporta un distico ancor più curioso, scritto a mano (attribuito ad un tal Lubin, procuratore generale del baliato di Chartres), che precede l’Officium di Pierre de Corbeil:

Tartara Bacchorum non pocula sunt fatuorum

Tartara vincentes sic fiunt ut sapientes

Hi-Han !!!!

Franco: l’Alchimista dell’Anima Mundi

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , on Wednesday, May 19, 2021 by Captain NEMO

Sei partito: so che sei, felice e sereno. Libero. Pieno di Joie.

Non ci sono parole per dirti quanto … no, non ho le parole.

Le tue volano tra le Stelle, suonano con il tuo Cuore.

Ricordo i tuoi occhi, pieni del sorriso delle Stelle …

Vola, verso Amor.

Ciao Franco … ciao

… una Terna, di Basilio Valentino

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Tuesday, April 20, 2021 by Captain NEMO

VITRIOL

Tum omnia in omnibus invenies, quod est vis attrahens omnium metallicarum & mineralium rerum ex sale & sulfure ortarum, ac bis ex Mercurio progenitarum: Plus – inquam – me non decebit de eo, quod est omnia in omnibus, dicere, cum omnia in omnibus compræhensa sint.

Von dem grossen Stein der uhralten Weisen, dal Tripus Aureus

 

Verso la conclusione del Von dem grossen Stein der uhralten Weisen, questo è il monito di un cert’uomo, di grande senilità, dai capelli & la barba bianchi, come neve, vestito di porpora dalla testa ai piedi

Come promesso qui, riprendo l’esame di alcuni passi di Basilio Valentino dal suo Della Grande Pietra degli antichi Saggi; nel passare dall’Editio Princeps del 1599 del monaco Benedettino tedesco alla prima traduzione latina del 1618 da parte di Michael Maier (Tripus Aureus), poi alla traduzione francese del 1956 da parte di Eugène Canseliet (Les Douze Clefs de la Philosophie), fino alla traduzione Italiana del 1998 fatta da Paolo Lucarelli (Le Dodici Chiavi della Filosofia) – la sottile distinzione tra ‘tintura’ ed ‘Anima’ era andata in qualche modo smarrita. La tintura indica un corpo in cui si è per così dire stabilizzato uno Zolfo particolare che possiede la capacità di tingere un altro corpo; mentre l’Anima è quella proprietà universale dei corpi che attiene allo stabilirsi della fissità di un corpo. Perciò l’Anima in qualche modo precede l’instaurarsi della tintura in un corpo; è infatti soltanto grazie all’azione dell’Anima che un corpo, per esempio, può assumere la fissità, ed una volta che quest’ultima si sia stabilita in un corpo facente funzione di Zolfo, allora quello Zolfo – in seguito ad alcune procedure alchemiche – può finalmente tingere, cioè trasmettere ad un altro corpo non soltanto un colore esterno, ma anche una tintura interna fissa. Dom Pernety descrive la capacità di tingere con queste parole:

“TINGENTE: Proprietà richiesta alla Pietra dei Filosofi, o alla loro polvere di proiezione. Essa deve essere tingente, vale a dire adatta a fornire ai metalli imperfetti il colore & la tintura fissa e permanente dell’oro o dell’argento, a seconda del grado di perfezione a cui [la Pietra] è stata spinta.”.

Si intuisce facilmente che tale trasmutazione può avvenire grazie ad una sorta di infusione (mi si passi il termine) dell’Anima della Pietra dei Filosofi nel metallo imperfetto, che si trasforma all’istante – cioè, trasmuta – in metallo perfetto; d’altra parte, avvenuta la trasmutazione, il corpo della polvere di proiezione resta come scoria – inanimata– all’interno della lingottiera.

Ciò detto, ecco qualche perlina di Basilio Valentino, sempre tratte dal Della Grande Pietra degli antichi Saggi, ma che figurano prima del passo su Luna, Venere e Marte di cui ho parlato nel Post precedente (tratte dalla Traduzione italiana da parte di Paolo):

Prima di tutto riassumiamo schematicamente la sua visione del processo della Creazione:

Al principio, quando lo spirito era portato sulle acque e ogni cosa, fino ad allora, era coperta dalle tenebre, Dio … creò dal nulla il cielo e la terra e tutte le cose che in essi si trovano, visibili e invisibili … In effetti Dio ha fatto ogni cosa dal nulla.

E questa è la Creazione ex-nihilo, by-the-book; en passant, segnalo – come ho già fatto più volte – che nel racconto Biblico lo Spiritus e l’Aqua già erano presenti (creati?), ma avvolti dalla Tenebra; e che poi Dio creò – ex-nihilo – Cielo e Terra ed ogni cosa – visibile e invisibile – in essi implicitamente contenuti. Curiosamente Basilio qui tace sulla Lux … ma ritengo che lo faccia per non complicar troppo le cose, e correre invece verso la meta didattica che aveva in mente.

In tale Creazione, il Creatore per ogni natura non ha teso né alla distruzione né alla diminuzione. Vi ha messo un seme particolare perché ne avvenisse la crescita …

Dice: per ogni natura. Quanto ad esse, Basilio sostiene che il processo di sviluppo fosse espansivo; però, ad ogni buon conto, forse sarebbe utile riflettere sul fatto che in questa visione deve essere considerato soltanto, per così dire, … come ‘a dare’. Inoltre, si parla di un seme particolare, e del fatto che la creazione del seme è di esclusiva competenza divina.

Prosegue poi con la descrizione sul come avviene l’evento della generazione metallica:

… l’influenza celeste scende dall’alto e si mescola con le proprietà degli astri. In seguito, quando avviene questa congiunzione, i due fanno nascere come terza una sostanza terrestre, che è il principio del nostro seme, della sua prima origine, in modo che possa mostrare gli avi della sua generazione. Da questi tre nascono e appaiono gli elementi come l’acqua, l’aria e la terra. Questi in seguito, per mezzo del fuoco sotterraneo operano sino a produrre qualcosa di perfetto. Non possiamo trovare nulla di più all’inizio del magistero. Perciò Hermete e tutti prima di me hanno indicato tre principi. E sono stati trovati: l’anima intrinseca, lo spirito impalpabile e l’essenza corporale visibile.

Schematizzando, il processo iniziale proposto da Basilio è il seguente:

  1. Congiunzione di un’influenza celeste con le proprietà degli astri;
  2. Da questa Congiunzione nasce una terza sostanza, terrestre;
  3. Da questa terna nascono e appaiono gli Elementi Acqua, Aria e Terra;
  4. I tre Elementi – stimolati dal Fuoco sotterraneo – tendono a produrre un corpo perfetto.
  5. Quindi, i tre Principi Primi (i.e., l’influenza celeste, le proprietà degli astri, e la sostanza terrestre) danno luogo, attraverso la nascita e l’opera dei 3+1 Elementi, ad un corpo, in questo caso in esame, metallico.
  6. Questi tre Principi Primi sono chiamati Anima intrinseca, Spiritus impalpabilis, corporea visibilisqe essentia.

Basilio passa poi a spiegare che:

Quando queste tre sostanze coabitano, per mezzo dell’unione, del succedersi del tempo e di Vulcano, evolvono in sostanza palpabile, cioè in argento vivo, solfo e sale. Se questi tre sono condotti per mescolanza al proprio indurimento e alla propria coagulazione, così come la natura opera e richiede, producono un corpo perfetto …

Leggendo Maier, però, si nota che la frase iniziale suona così:

Non appena questi tre coabitano assieme, progrediscono per copulazione, per lo scorrere del tempo, e grazie a Vulcano in sostanza palpabile, cioè nell’argento vivo, zolfo & sale. …

 … dove il soggetto della frase è costituito da quei tre Principi Primi, i quali – coabitando assieme, e unendosi nel corso del tempo, grazie a ‘Vulcano’ – progrediscono in tre sostanze, palpabili.

Basilio continua precisando:

… questa è la verità di ogni verità: se l’anima, lo spirito e la forma metallici sono presenti, là si devono trovare anche l’argento vivo, il solfo e il sale metallici …

…che in Maier suona in modo quasi identico:

… questa è la verità di ogni verità; perché se sono presenti l’anima metallica, lo spirto metallico & la forma metallica del corpo, da lì [oppure: poi] debbono seguire senza dubbio l’argento vivo metallico, lo zolfo metallico & il sale metallico …

Segue poi un discorso che espone la differenza tra l’Uomo e gli animali: agli animali manca l’Anima, ed è per questo che l’uomo, dopo la morte, può invece sopravvivere – rinascendo – in un corpo glorificato; è grazie all’Anima – che resta dopo la morte – che sarà glorificato così che, una volta che l’Anima ‘ritornata’ abiterà in quel corpo (‘anima in corpus eius clarificatum reversa ibidem habitabit’), il corpo, l’anima e lo spirito si riuniscono in una [cosa] sola. Così la celeste glorificazione di quella cosa una verrà fatta conoscere per mezzo di quei tre, i quali mai potranno essere separati per tutta l’eternità.

In questa esposizione di stampo filosofico/teologico si coglie però il valore ed il ruolo esiziale attribuito all’Anima nella terna di Basilio Valentino, e si prosegue con una spiegazione di chiaro spessore alchemico, nella quale si sottolinea ancor più a cosa serva l’Anima:

In verità, lo spirito può dimorare in un corpo e non per questo seguirlo, dovendo questo corpo essere fisso, sebbene il corpo si compiaccia con lo spirito e lo spirito non sia affatto in conflitto col corpo. Infatti entrambi sono sprovvisti di quell’anima forte, preziosissima nobile e fissa, che incatena e rinsalda corpo e spirito, li conserva e li difende naturalmente da tutti i pericoli. Perché dove manca interiormente l’anima, non resta nessuna speranza di redenzione. Infatti la cosa senz’anima è imperfetta e questo è uno dei più grandi segreti dell’Opera.

Quel ‘compiacersi’ proposto da Canseliet traduce il ‘conveniat’ latino di Maier (da cum-venio), che a sua volta traduce il ‘ruhen’ di Basilio (‘riposarsi, trovarsi in quiete’): pare quindi che lo spirito ed il corpo ‘convengano in pace’, per così dire; ma – in assenza dell’Anima che ‘lega’ – se il corpo diverrà fisso non necessariamente lo spirito lo seguirebbe in quella fissità. In Alchimia, dunque, l’Anima ha il ruolo (la funzione) di ‘legarespirito e corpo lungo lo svilupparsi dei processi alchemici: avvenuto questo vincolo, se il corpo viene fissato, anche lo spirito ad esso connesso diventa fisso, e viceversa.

Quanto al ‘segreto’ che Basilio afferma di aver svelato – Res enim absque anima imperfecta est -, esso viene meglio precisato in un Sermone che Basilio raccomanda di leggere con grande intendimento:

… perché gli spiriti che si celano nei metalli sono diversi, uno più volatile o più fisso dell’altro, così come sono diseguali la loro anima (o, le loro anime) e i loro corpi. Qualunque metallo abbia riuniti in sé i tre doni della fissità, ha ottenuto la durezza con cui sopportare il fuoco e trionfare di tutti i suoi nemici.

Se è evidente che quei ‘tre doni della fissità’ qui si riferiscono più direttamente alla Pietra, l’indicazione appare importante anche quando – dopo quei tre Principi Primi, di cui supra – si entra nell’esame delle caratteristiche dei metalli specificati. Stiamo di fatto scendendo un gradino rispetto ai punti 5. e 6. descritti da Basilio; ogni metallo è costituito alchemicamente da un Mercurio, uno Zolfo ed un Sal, le cui caratteristiche (in qualche modo connesse alle Qualitates di nascita, vale a dire a ciò che in Philosophia Naturalis si chiama la rispettiva Specifica di Creazione) ovviamente variano secondo quella Specifica, che è l’Informazione che indirizza quel tal metallo nella progressiva specificazione (una discesa, dall’alto in basso). Per cui, ogni ‘metallo’ (ma … anche ogni corpo, no?) si presenta agli occhi dell’Artista con caratteristiche diverse.

E finalmente arriviamo al passo che abbiamo esaminato in precedenza, quello su La lasciva Venere; Basilio lo fa precedere da un brano a proposito di Luna, e lo fa seguire da un altro brano su Marte. Ecco come Luna viene presentata:

La Luna possiede in sé un mercurio fisso e per questa ragione non si dilegua così velocemente nel fuoco come gli altri metalli imperfetti, ma ne sopporta l’esame e lo dimostra più chiaramente con la sua vittoria quando il voracissimo Saturno non può trarre da lei alcun profitto.

Dato che siamo scesi di un gradino, Basilio ci parla del mercurio fisso di Luna. Segue poi il brano su Venere, che ho già esposto ed a cui rimando, che è a sua volta seguito da questo brano, su Marte:

Il sale fisso ha dato al bellicoso Marte un corpo solido, rozzo e saldo, con cui si manifesta la sua magnanimità d’animo, e quasi nulla può essere tolto a questo duce guerriero. Il suo corpo infatti è compatto a tal punto che difficilmente può essere ferito. Ma se la sua potente virtù è unita spiritualmente, per mescolanza e accordo, con la fissità della Luna e la bellezza di Venere, può svilupparsi una Musica abbastanza dolce, per cui alcune Chiavi siano giudicate degne di ricompensa di colui che è senza pane e che, salito al gradino più alto della scala, potrà sussistere particolarmente. Perché la qualità flemmatica e la natura umida della Luna devono essere seccate col sangue bruciante di Venere e la sua grande nerezza corretta col sale di Marte.

Il passo è molto bello, specie per chi – prima di lavorare in Laboratorio – ami studiare, allo scopo non scontato di almeno rendersi conto, per poi iniziare a farsi una migliore idea, di quel che si nasconde sotto la lettera di un autore alchemico stimato. Ecco allora la mia personale traduzione dello stesso passo dal latino di Maier, le cui nuances sono state elaborate & fissate assieme al fidato Fra’ Cercone (che ringrazio):

Il Sale fisso ha dato & concesso al bellicoso Marte un corpo robusto, durevole & denso, da cui viene mostrata la buona schiatta del suo animo, e a stento può essere strappato qualcosa a questo guerresco condottiero: infatti il suo Corpo è talmente compatto che a malapena può esser ferito. Se infatti la sua forte virtù si congiunge spiritualmente per mistione & concordanza con la fissità di Luna e la bellezza di Venere, si può armonizzare così soavemente quasi fosse Musica mediante la quale molte Chiavi vengono nobilitate col suo onore [i.e.: quello di Marte] affinché l’indigente possa fruire di particelle di nutrimento se sarà salito ad un livello superiore della scala: infatti la qualità flemmatica o umida di Luna deve venire essiccata col sangue ardente di Venere & la sua grande nerezza [deve] essere corretta dal Sale di Marte.

Per completezza, va detto che in entrambe le due versioni Tedesche i due termini da noi proposti come ‘indigente’ e ‘nutrimento’ – che nel Latino di Maier sono ‘egenus’ e ‘pane’ – vengono proposti come ‘durstig’ (‘assetato’) e ‘Brodt’ (‘Pane’); questi riferimenti sono stati confermati da una persona cara e paziente che ci ha aiutato a leggere i caratteri dell’Alto Tedesco, e la debbo ringraziare per la sua disponibilità ad esaminare un testo per lei tanto arcaico quanto astruso.

E torniamo al punto: nel testo che abbiamo esaminato, curiosamente Basilio non si occupa di alcun altro ‘metallo’ per approfondire il punto da lui proposto; solo Luna, Venere e Marte vengono esaminati dal punto di vista dei tre Principi Primi (eppure anche Sole, Giove, Saturno, Mercurio avrebbero caratteristiche degne di un qualche interesse). Dopo questi passi, Basilio consiglia di studiare le sue Dodici Chiavi, e all’uopo propone un bel racconto allegorico – peraltro di non difficile interpretazione – sulle peripezie del Mercurio, gettato in prigione da un Marte offeso, e detenuto da Vulcano; e nemmeno le buone arti di Luna e Venere riusciranno a liberarlo, anzi Venere viene persino ‘mangiata’! Ma in questo racconto, senza dubbio interessante, è completamente assente quell’esame così puntiglioso delle caratteristiche costitutive che ha indicato in precedenza.

A mio modesto avviso, dunque, – vista l’accurata architettura didattica con cui Basilio espone le proprie affermazioni su Luna, Venere e Marte – il fatto che Fulcanelli abbia potuto commettere quel banale errore di traduzione (i.e., tintura per anima) mi pare del tutto poco credibile; trattandosi de Les Demeures Philosophales – opera stampata nel 1930, e la cui edizione, proveniente dagli appunti di Fulcanelli raccolti e editati da parte di Canseliet e Champagne, avvenne dopo la scomparsa sia di Fulcanelli che di Dujols -, continuo a restar sorpreso che Canseliet non abbia poi mai provveduto a corregger meglio il testo in questione. Quanto alla curiosa esposizione di Basilio su Luna, Venere e Marte, mi pare che Canseliet l’abbia intesa come un’erudita lettura delle caratteristiche dell’Argento, del Rame e del Ferro, e nulla più.

E qui, mi fermo.

Riporto, per concludere, un piccolo intermezzo seminato dal famoso Monaco Benedettino, chiunque egli sia stato:

Se ora non vuoi comprendere ciò che conviene che tu intenda, non sarai designato per la Filosofia, oppure Dio la allontanerà da te.

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