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Serendipity – Two, in enker-grene

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, September 11, 2017 by Captain NEMO

Presi come siamo dai vortici della vita d’ogni giorno – vortici che noi stessi creiamo, senza fallo, e nessuno escluso – perdiamo sempre di vista lo sguardo d’insieme della nostra piccola, minuscola astronave: Terra viaggia nel gran mare del nostro universo, non guardiamo neppure fuori dal finestrino, assorti in mille banalità, cui sempre diamo una dimensione come minimo epocale, troppo importante per occuparci di quisquilie fastidiosamente sofisticate come il Cosmo e le sue meraviglie. Eppure sono, le nostre, ridicole baggianate. Tutte.

Guardando fuori dal finestrino in questi giorni – e con antenne semplici, primitive ed alla portata di tutti – ci si sarebbe forse accorti che Sol, la nostra stella, emette un mucchio di ‘materia’ e che la nostra navicella vi naviga attraverso. Tra i tanti segni che Cielo accende per gli innamorati vi sono le Northern Lights. Il nome che abbiamo affibbiato a queste ‘luci nordiche’, ma che meglio sarebbe chiamare ‘luci polari’, è quello di ‘aurora’: per quanto il termine indichi comunemente il chiarore che segue l’alba e precede lo spuntar di Sol, in questo caso indica un fenomeno che è visibile al nostro occhio solo di notte (in realtà, accade ovviamente anche di giorno).

La spiegazione di quanto avviene in Cielo è sempre in corso di aggiornamento, come è d’uopo in ogni impresa, in ogni Queste umana, ma può essere riassunta in questo modo: a seguito della energia (nucleare e non) prodotta continuamente nel nucleo di Sol, la nostra stella – che è il centro di una super-astronave (il sistema di Sol, anch’esso in viaggio cosmico) con tante minuscole ‘navette’ come Terra – erutta continuamente materia d’ogni tipo ad altissima energia e velocità: la Fisica le chiama ‘particelle cariche’ (si parla di protoni ed elettroni, ma anche il neutrone è particella che neutra non è) e viaggiano alla velocità di oltre 800 km/s (ehm); il nomen di questo fenomeno è ‘vento solare’. Queste ‘eruzioni ‘ sono generalmente correlate alle famose ‘macchie solari’, le cui frontiere fluttuanti emettono per l’appunto una “eiezione coronale di massa” (CME, Coronal Mass Ejection). L’attività di questo fenomeno stellare, assolutamente comune e naturale avviene su Sol con un periodo di circa 11 anni (ogni giorno, Sol emette energia sotto forma di particelle, UV, IR e via dicendo per circa 170.000.000 GigaWatts, più di 7000 volte il consumo medio da parte di noi passeggeri ignari; ricordo che Energia è ‘struttura’ della materia, e non un misterioso evento mistico,  o insignificante; si tratta di un costituente fondamentale, tanto più in Alchimia). Bene: mentre facciamo le nostre importantissime cose, la nostra astronave sta attraversando proprio uno di questi periodi di grande attività.

Fatto è che questo ‘vento di Sol’ è per sua natura estremamente pericoloso per il nostro tipo di vita: quelle particelle cariche, accelerate, sono letali per il nostro ciclo vitale. Ed allora, provvidamente, la nostra astronave si è dotata, per Natura, di uno ‘Scudo’ che fende quel ‘Vento’. Lo ‘Scudo’ è generato a sua volta dal Nucleo della nostra astronave: ruotando il Nucleo ad altissima temperatura, l’energia prodotta al suo interno irradia verso l’esterno, producendo il Campo magnetico terrestre; il quale è ‘polare’, nel senso che le linee di forza sono ‘orientate’ lungo i Poli (magnetici, e non geografici); ciò fa sì che nelle zone polari il Campo Magnetico terrestre abbia la forma di due grossi ‘imbuti’. Un piccolo riassunto:

  • il ‘Vento di Sol’ e la sua influenza sul Campo Magnetico delle sue ‘navette’: a 2:24
  • lo Scudo (Campo Magnetico) di Terra: a 3:50 [le immagini dell’interazione tra la CME ed il nostro Scudo sono basate su dati reali raccolti dal sistema VENUS, in orbita]
  • la CME (Coronal Mass Ejection) ed il suo impatto sullo Scudo: a 4:44
  • le ‘particelle cariche’ emesse dalla CME precipitano all’interno degli ‘imbuti’ polari: a 5:00
  • il Campo Magnetico di Terra devia, attraendole come primo livello d protezione, le ‘particelle cariche’ verso i Poli, creando le Northern Lights: a 5:15
  • lo Scudo – attirate le ‘particelle’ – attiva il secondo livello di protezione; Aria interagisce con il ‘vortice’ di Plasma stellare: a 5:40
  • l’Ossigeno cambia il livello di alcuni suoi elettroni: eccitazione (colore Verde), ritorno allo stato naturale (Rosso): a 6:23
  • l’Azoto (Blu): a 6:27

Questo meraviglioso sistema di auto-protezione è in atto – per Natura – da milioni e milioni di anni. Tuttavia, le implicazioni sottili, non meno oggettive e materiali di quanto ‘vediamo’ con i nosttri sensi, sono molte. Ed importanti. Dato che ‘come in alto, così in basso, per il miracolo della cosa Una‘, mi permetto di suggerire che quel che accade attorno a Terra avviene identicamente anche nel crogiolo di ogni alchimista, senza che sia necessario un suo ‘credo’, o una ‘fede’: si tratta, in realtà, di un fatto, di un evento naturale, previsto e messo in atto da Madre Natura, secondo modalità ovviamente scalate e adattate al contesto del microcosmo alchemico.

Sotto la normale ‘apparenza’ degli effetti studiati dalla Fisica, esiste – non visto – il livello della ‘substantia‘ di tutti i corpi investiti dai fenomeni Naturali: di questo si è occupata – da millenni – la Physica Naturalis. E Alchimia, che ne è l’ineludibile specchio sperimentale, canta sempre la medesima musica, sottile, eterna, ugualmente meravigliosa; il ‘microcosmo’ sperimentale degli alchimisti è lo Speculum esatto del ‘macrocosmo’ di noi ignari passeggeri della nostra ‘navetta’, sballottata dai flutti stellari e galattici.  Ripeto: non è una fede; è, piuttosto, un fatto.

Poiché di fatto il modello atomico corrente è ‘modello’  – e non realtà oggettiva -, il cercatore deve riflettere: l’Unica Materia interagisce con sè stessa – in aspetti funzionali diversi – in continuo, in un processo di ‘scambio’ straordinario, nel quale materia combinata – ‘apparente’ ai sensi nelle sue molteplici funzionalità (per. es. ‘ossigeno’, ‘idrogeno’, ‘azoto’ e via dicendo) – si trasforma in materia pura e viceversa, secondo un sistema Naturale la cui portata supera qualunque nostra possibilità di replica: la trasformazione del continuo in discontinuo e poi di nuovo in continuo (in Alchimia è l’interazione Spirito-Corpo, entrambe ‘materie’) attiene a Madre Natura sola, e non alle specie create e trasformate. Diceva Paolo Lucaerlli che un alchimista non ha una weltanschauung, una ‘visione’ del mondo: in effetti, l’alchimista – quando opera nel silenzio pacifico del proprio piccolo laboratorio – non ha ‘visioni’; egli ‘guarda’ il mondo, vede il ‘microcosmo ed i suoi processi all’opera nel proprio crogiolo; la contemplazione del meraviglioso in opera, conduce – lentamente, per gradi – alla Conoscenza.

Nulla di ciò che esiste è oggettivamente ‘vero’. Tutto è in eterna trasformazione. Tutto. Non è dato altrimenti. I sensi sono strumenti estremamente parziali, insufficienti a discernere il vero dal falso. L’intelletto, poi, è nemico ancor peggiore, quando usato per affermare un potere, una supremazia, un controllo: questa è la malattia di noi ‘viaggiatori’, che si sia bassa manovalanza o alti sapienti, gran dottori della legge. Il saggio cammina nel silenzio, cammina come può, secondo Natura, scegliendo Lux e mai oscurità. Se si guarda la storia della nostra civiltà, si vede come sia l’oscurantismo, in ogni sua declinazione e paludamento, ad aver impedito l’ “infusione” naturale della Conoscenza su Terra. Madre Natura non compie actiones in base ad un proprio ego, ad una convenienza, ad una opinione, in base ad un credo, ad una fede, ad un’idea, ad un fanatismo. Tra i tanti passeggeri della nostra ‘Astronave’ solo l’essere umano fa l’esatto contrario, specie i vari sapientes d’ogni epoca e contrada, che hanno scelto il comodissimo oscurantismo nel nome di santi, martiri, fedi ed ideologie. Sed de hoc satis.

Il Merriam-Webster definisce ‘Serendipity‘ come “the faculty or phenomenon of finding valuable or agreeable things not sought for“; si direbbe un’ottima facoltà per ogni alchimista, per ogni cercatore, qualunque cosa egli/ella vada cercando. Osservando il fantastico danzar del ‘vento di Sol’ nel Cielo polare, il Green, il Vert, il Verde, colpisce il nostro cuore, senza una spiegazione. Possiamo solo dire: “…che meraviglia!“. Quel “verde benedetto“, che i tanti testi alchemici indicano e richiamano, è il sintomo Naturale, il signum, di una avvenuta e canonica ‘generatio‘. La quale è figlia solo di una trasformazione della Materia Unica, passando attraverso la naturale Putrefactio. Ora, nel dedalo delle attribuzioni, vi sono molte Putrefactiones possibili, ergo molte generationes possibili, presenti nel Piano di Natura: così, a ben voler guardare …. molti ‘verdi’ potrebbero non esser quel ‘benedetto verde’. Per cercare di esser chiari mi permetto di semplificare, velocemente: nel mondo delle ‘apparenze’, nel nostro, nel mondo di qua dallo Specchio di Alice, il color verde – lo abbiamo appena visto – è dovuto a “quella cosa” ‘vestita‘ da Ossigeno. E dato che l’Ossigeno è praticamente ovunque nella nostra navetta (si noti, please, che esso – meglio: essa funzionalità – non pare ‘apparire’ nello spazio-tempo tra stelle e pianeti), dunque anche nei nostri laboratori, quella ‘funzionalità verdeggiante‘ accade in numerosissimi eventi. Così, o accettiamo l’idea che un certo numero di ‘verdi’ (non tutti, certo) possono essere ‘benedetti’, oppure ci si deve rifugiare nella salvifica ‘fede’. Mah…ognuno farà certo come meglio ‘crede’; forse, meglio, ‘sente’ ? … altro Mah!

D’altro canto, tutta la nostra storia umana è pervasa da quel colore, assegnandogli il ruolo di segnalare ‘vita’, intesa come ‘potenza di generazione’. E poichè Alchimia studia e sperimenta la trasformazione della Materia Unica in ogni actionem di Creazione (una res, una via, una dispositione), ci si deve prima o poi affacciare allo Specchio di Alice, ed avere prima di tutto il coraggio di varcarlo. Cosa non facile, peraltro…

In Sir Gawain and the Green Knight, Galvano ha a che fare per l’appunto con un misterioso quanto possente Cavaliere di verde tutto vestito, che lo sfida a staccargli la testa con un colpo d’ascia se accetterà a sua volta di essere decapitato dopo un anno e un giorno; il colore indicato è, in Middle-English, ‘enker-grene‘, un verde brillante, intenso:

For wonder of his hwe men hade,
Set in his semblaunt sene;
He ferde as freke were fade,
And oueral enker-grene.

Galvano accetta la sfida e gli taglia la testa; ed il cavaliere la raccoglie e se ne va verso il suo lontano castello. Dopo un anno, Galvano si presenta all’appuntamenteo presso la Green Chapel, e viene ospitato nel castello di Bertilac de Hautdesert e la sua bella consorte; lei lo tenterà per tre notti, ma Galvano si limita a dargli prima uno, poi due, e alla fine tre casti baci. Poi si reca alla Green Chapel dove il suo verde avversario lo aspetta con l’ascia: tre volte Galvano tenterà di farsi tagliare la testa, ma il Green Knight non lo farà: alla fine rivelerà che era un gioco per metter alla prova la sua onestà, e che il suo nome è proprio quello di Bertilac de Hautdesert, il marito della tentatrice. Qualche breve nota: il Green Knight che si presenta alla corte di Camelot non è troppo minaccioso.

Il termine ‘axe’, da noi comunemente tradotto con ‘ascia’ è in realtà un ‘falcetto’ (secondo Tolkien et alia), visto che il Cavaliere porta con sè per l’appunto un rametto d’Agrifoglio (l’Holly natalizio, pianta scaramantica e benaugurale), che ha la funzione di proteggere gli alberi giovani dall’essere danneggiati dagli animali della foresta. La sua identità, che rivelerà a Galvano solo alla fine dell’avventura, lo fa signore di ‘Hautdesert‘, che non indicava a quei tempi un’area abbandonata, quanto piuttosto un’area disboscata di fresco per consentire la caccia agevole, inserita nel possedimento del castellano, il qual possedimento – nel testo – è indicato come una foresta fitta, rigogliosa e selvaggia; si trattava, insomma, di un Purlieu-man (figura prevista dalla Forestlaw del tempo), vale a dire di un ‘uomo dei luoghi puri‘, sui quali graziosamente dominava. Il verde Bertilac, è dunque un Green-Man, un uomo della Natura, protettore della fertilità rigogliosa e intonsa, nascosta e dotata di natural possanza; ne vediamo uno tra gli oltre cento sparsi all’interno di quel libro vivente  che è Rosslyn Chapel, cui sono particolarmente legato:

Nel suo prezioso scritto, ‘Ermetesmo e tradizione Arturiana‘, Paolo scrive a proposito del regno di Gorre, dove Méléagant ha preso prigioniera la Regina Guinevere:

Ora, per entrare nel regno vi sono soltanto due modi, comunque entrambi difficili: “ Vous trouverez obstacle et trépas car c’est périlleuse d’entrer en ce pays …. L’accés n’en est permis que par deux cruels passages. L’un a nom pont dessous l’eau, parce qu’il vraiement sous l’eau entre le fond et la surface, il n’a qu’un pied et demi de large et autant d’épaisseur. L’autre pont est le plus mauvais et le plus périlleux que jamais l’homma n’ait passé. Il est tranchant comme une épée et c’est pourquoi tous le gens l’appellent le pont de lépée …” Dunque due vie, una ‘umida’ e una ‘secca’. Nella seconda, la via della ‘spada’, l’acciaio magico (il chalybs del Cosmopolita e di Filalete) sostiene un ruolo fondamentale e insostituibile.

Ricordo un passo di un autore poco noto:

…prendi dell’acciaio ben affilato e aprile (alla materia) le viscere e troverai questa seconda materia dei Filosofi …. Ma senza acciaio ben raffinato e lavorato dalla mano di un buon Maestro, non pensare di venirne a capo …

Da qui il simbolismo della spada magica, usato in tanti racconti, a indicare la via iniziatica prescelta. Pensiamo a Excalibur, la più famosa, dal nome così facilmente interpretabile. Lancelot et Gauvan devono scegliere. Il primo va per la via secca, il secondo per l’altra. Vedremo che Gauvain fallisce, possibile suggerimento sull’inutilità di questa strada. Notiamo che Lancelot a questo punto è ancora in ‘incognito’. Di più, è disprezzato per aver accettato di montare su una carretta di ludibrio, e quindi per essersi volontariamente avvilito senza motivo apparente. Per comprendere, è illuminante il gioco cabalistico, peraltro molto trasparente: charette va inteso come diminutivo di charrèe, la cenere che si usa per la liscivia e come fertilizzante per i campi: “ … O quam praeciosus est cinis ille filiis doctrinae , & quam praeciosum est quod ex eo fit” (In Turba), dicono i Maestri, raccomandandoci di non disprezzarla. E` la piccola ‘Cenerentola’ che tra l’altro fornisce la scarpetta di vetro, di verre, vert, il Verde inestimabile, che sarà stimolo per un’altra avventura, dedicata questa volta a Galvano. E` il colore del vaso prezioso, del Santo Graal, (il sangreal, il sangue regale). La materia va cotta col suo sangue e, come insegna la Turba, tutto ciò che ha sangue ha anche spirito.

In quest’ottica, ricordando che la Via è unica, si dovrebbe fare una riflessione: Lancelot, il Cavaliere della Cenere, è compagno di Gawain che – compiuta la propria avventura con onestà – potrà vestire la Green-Girdle (la cintura verde, a doppio giro, dice il testo) donatagli dopo il terzo bacio dalla moglie di Bertilac:  si tratta di quel vert, dunque, rappresentato dalla doppia natura del Green-Man, che è anche – mi si passi il brutto termine – il prodotto ‘fornito’ proprio da Cendrillon; Bertilac du Hautdesert, così, pare possa anche esser ‘reconnu‘ come la ‘pantoufle de verre‘ di Cendrillon (Cucendron), così indicata dal buon Maître de Savignies:

Dopo aver ben compreso che il Looking Glass di Alice non è soltanto una graziosa metafora, o soltanto un dotto simbolismo, forse il gioco delle apparenze si fa meno enigmatico, meno insidioso, meno insolito, persino meno triste: come dicevo, nulla è ciò che appare, ma tutto è “funzione” di un’Unica Materia, la Mater Ea degli antichi Philosophi.

Per finire, occorre ricordare che l’Uomo-Verde è presente in ogni tradizione, sotto mille forme, peraltro tutte ben evidenti: per esempio, al-Khiḍr, che si vuole fosse uno dei Maestri spirituali di Mosé, e pure di Alessandro Magno, un wali, ed uno dei quattro immortali accanto a Enoch, Elia e Gesù è l’incarnazione della Divina saggezza, infusa in modo naturale ed ineffabile. Letteralmente, il suo nome viene anche tradotto come ‘il Verde‘, per rappresentare la freschezza dello spirito e l’eterna vitalità. Pur se il suo nome non viene mai riportato nel Corano, si crede sia ancora vivo avendo avuto accesso all’Acqua dell’Immortalità (è il mito dell’epica di Gilgamesh, dove il ruolo, la funzione, di al-Khiḍr è svolto da Utnapishtim), e viene spesso rappresentato nell’iconografia vestito di verde.

Se viene pronunciato il suo nome, molti consigliano di salutarlo educatamente come se fosse presente, pronunciando il dovuto “Salaam Aleikum!“: egli è immortale ed anonimo, ma sempre benigno, pur nella sua misteriosa figura di ‘Profeta Nascosto’; egli ha ricevuto la Saggezza direttamente dal Divino – una “Scienza da parte Sua” (al-‘ilm al-ladunnī) – ed ha facoltà di rivelare direttamente la Via ai semplici, a chi non appartiene ad ordini e gruppi, ai non-protagonisti. Questo porsi in qualche modo al di fuori persino dagli schemi del nostro ermetismo intellettuale, tutto occidentale, ne fa lo specchio perfetto del vert, del vero, del cristallo portatore dell’informazione vitale, per ogni essere creato. Il Green Man non risponde alle leggi umane, ma vive in Natura, forse perché egli “è” Natura. Difficile certo da scorgere e/o percepire, ma ciò ovviamente non significa che non esista. Come si vede, potrebbe essere equiparato al Mercurio degli alchimisti, quello alto e puro e primevo, non specificato, di cui parlano, da secoli, i buoni testi; è quell’unico Mercurio che basta per fare l’intera Opera. Poi, il resto, si vedrà…

Ritornando alle Northern Lights, l’ “apparire” del ‘salto’ da parte di quel fenomeno che chiamiamo Ossigeno (segnalato dal rosso e dal verde ) è dovuto all’emissione di fotoni (e non solo) nei ranges rispettivamente di 630.0nm e 557.7 nm, considerate in Fisica come delle ‘transizioni proibite’ in condizioni normali. Al di là dei valori numerici per sé, che di nessuna importanza sono nel contesto alchemico, vi è la però la scala: una grandezza infinitamente piccola genera un evento di scala milioni e milioni di volte più grande, e noi vediamo con gli occhi soltanto quest’ultima scala. Tutto qui …che forse potrebbe essere scritto meglio, come ‘tutto è qui‘.

L’immagine che raffigura il saggio al-Khiḍr assieme al pesce – il cui contorno ricorda la ‘amande‘, simbolo quasi topografico  di un mesomondo vivente e vivificante, un locus amenus –  origina dalla medesima sorgente di Conoscenza antica che indica con esattezza che ‘ἕν τὸ πᾶν‘, così come accennato con idioma teutonico dal filatterio del Rosarium che adorna quel Lion vert, posto come incipit del De nostro Mercurio, qui est Leo viridis Solem devorans:

Ich bin der wahre grüne und Goldene Löwe ohne Sorgen,
In mir sind alle Geheimnisse der Weisen verborgen.

Quel Lion vert è ‘senza preoccupazioni‘, proprio come al-Khiḍr, ed in esso ed in egli sono racchiusi tutti i segreti dei Filosofi. Potrebbe mai esser stato altrimenti? Da quanto indicato dal passo ‘arturiano’ di Paolo si potrebbe dire che quel corpo ‘senza preoccupazioni‘, richieda operativamente alcune pre-occupazioni; trascurarle, credo, sarebbe poco accorto; sarebbe un po’ come non accorgersi che persino Yoda … è un altro Green Man.

Sul piano operativo, dopo magari aver meglio meditato su come ‘appare’ e come accade una Luce del Nord, mi permetto di consigliare la lettura attenta, calma, senza preconcetti e senza aspettative, possibilmente nell’edizione originale latina del 1618, di alcune parti dell’Atalanta Fugiens, offerta a chi cerca da quel saggio ed onestissimo buontempone di Michael Maier, Conte Palatino senza portafoglio; per esempio, alla Fuga & Discorso XXVII – dove si parla dell’accesso al Roseto, chiuso – vien detto a proposito dei due chiavistelli: “Hanc clavem in Hemisphaerio Zodiaci septemtrionalis reverà inveniet si signa bene numerae & discernere sciat, & lorum pessuli in meridionali: Quibus occupatis, facilè erit aperire ostium & intrare“; e a seguire: “In ipso verò introitu Venerem cum suo amasio Adonide videbit; Illa enim sanguine suo albas rosas tinxit purpureas: Ibidem & draco animadvertitur, quemadmodum in hortis Hesperiis, qui rosis custodiendis invigilat.” . Maier ricorda, non a caso, che  “Rosæ intra spinas abditæ capillos flavos habent interiùs & vestem viridem exteriùs.” E se si volesse approfondire, con la medesima attenzione, calma, assenza di preconcetti ed aspettative, si potrebbe studiare la Fuga e Discorso XXXVII: “Tre cose sono sufficienti al magistero, il fumo bianco, ovvero, acqua, il leone verde, cioè il bronzo di Ermete, & l’acqua fetida.“. Sebbene il Major Grubert mi abbia quasi obbligato a riportare le citazioni nella loro lingua originale, come stimolo utile a chi davvero voglia camminare nel Bosco incantato, ecco una mia brevissima e libera traduzione di un passaggio, la cui chiarezza e precisone è – a mio modesto avviso – senza pari:

… questo fondamento viene qui chiamato acqua fetida, la quale è madre di tutti gli elementi come testimonia il Rosario, dalla quale & attraverso la quale & con la quale i Filosofi preparano lo stesso [fondamento], vale a dire l’Elisir al principo & alla fine: viene chiamata Fetida perché manda da sè un fetore sulfureo, & un odore di sepolcri; Questa è quell’acqua che Pegaso fece scaturire dal Parnaso percosso col suo zoccolo, la quale [acqua] il monte Nonacris dell’Arcadia emette prorompente dalla roccia a causa del suo fare, la quale causa dalla sua fortissima forza può essere conservata nel solo zoccolo cavallino; questa è l’acqua del dragone, così come la chiama il Rosario, che si deve fare grazie all’alambicco senza alcuna altra cosa aggiunta, nel fare la quale c’è un massimo fetore … sappi che il fetore, se proprio c’è, presto si cambia in una grande fragranza… ; Dopo l’acqua Fetida è la volta del Leone verde di cui il Rosario [dice]: cercavano infatti la verdezza, credendo che il bronzo fosse un corpo lebbroso a causa di quella viridità che ha. Di conseguenza quindi ti dico che tutto ciò che vi è di perfetto nel bronzo è quell’unica verdezza, la quale è in esso: perché quella verdezza grazie al nostro magistero si converte rapidamente nel verissimo oro nostro & di questo siamo esperti, infatti non potrai preparare alcuna pietra senza il duenech verde & liquido, che si vede nascere nelle nostre miniere: oh benedetta verdezza che generi tutte le cose; per cui sappi che nessun vegetabile e frutto alcuno appare germinando senza che vi sia lì il colore verde; sappi parimenti che la generazione di quelle cose è verde, per cui i Filosofi la chiamarono germe. Così il Rosario: questo è l’oro e il bronzo dei Filosofi e la pietra nota nei capitoli, fumo, vapore & acqua, sputo di luna che deve essere congiunto al lume del Sole; questo leone verde combatte con il dragone, ma viene da esso superato & viene divorato in un tempo successivo … In terzo luogo segue il fumo bianco, il quale se viene coagulato fa acqua e l’acqua svolge il compito di lavare, solvere & togliere le macchie come il sapone:

Fatte le consuete raccomandazioni nel consultare un buon testo d’Alchimia, chiedo subito venia al britannico Major, ai latinisti, agli ermetisti, ai cercatori tutti per questo mio raccontare; al di là di ogni considerazione, sono serenamente convinto che se qualcuno amerà studiare, che non è certo leggere, amerà ancor di più operare, tanto più in Alchimia: senza esperienza, ça-va-sans-dire, non c’è studio che valga e/o tenga.

E così, forse, sono riuscito a rispondere, in tremendo ritardo, al curioso quesito posto tempo fa da Chemyst, in chiusura di un suo bellissimo Post:

La rousée du mois de may
M’a gasté ma verte cotte.
Par un matin m’y levay
En un jardin m’en entray;
Dites vous que je suis sotte?
La rousée du mois de may
M’a gasté ma verte cotte.”

Non è sotte quella donzella, tutt’altro …un saluto a tutti, in

enker-grene!

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Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 2

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, October 31, 2016 by Captain NEMO

Il Bretone di cui ho parlato in precedenza era un tipo che studiava, certo, ma che traeva ispirazione da un piccolo gruppo di autori, che evidentemente amava e stimava: Dom Pernety (debbo ad Offerus la tempestiva segnalazione; thank you, much obliged…), a Maier, a Basilio Valentino ed al Presidente d’Espagnet, autore quest’ultimo, come si sa, di due trattati di Physica, entrambi magistrali. A questo proposito ho tuttora due curiosità: la scelta precisa di questi autori, che appare quasi come una filiazione (mi riprometto di parlarne presto, sto verificando alcuni materiali); e il fatto che le citazioni, riproposte quasi di peso, sono però leggermente corrette, con qualche espuntazione qua e là. Val la pena di notare che Fulcanelli – il quale, lo ripeto, conosceva con certezza il Bretone suo contemporaneo, senza peralto mai citarlo – mostra di condividere molto quella impostazione classica&alchemica.

Proseguo nel riportare alcuni passaggi più squisitamente alchemici, che di fatto sono riassunti e adattazioni (un po’ di cut&paste, ante-litteram) di brani di Dom Pernety (Les fables égyptiennes et grecques, dévoilées & réduites au même principe: avec une explication des hiéroglyphes, et de la guerre de Troye – 1758)

Materia della Grande Opera

Di ogni cosa materiale si fa la cenere, della cenere si fa il sale, del sale si separa l’acqua e il mercurio, del mercurio si compone una quintessenza o un elixir. Il corpo si riduce in cenere per essere pulito delle sue parti combustibili, in sale per essere separato dalle sue terrestreità, in acqua per marcire e putrefare,   e in spirito per diventare quintessenza. I sali sono dunque le chiavi dell’arte e della Natura; propriamente non vi è che un sale di Natura, il quale si divide in tre: il nitro, il tartaro e il vetriolo. Di questi sali e dei loro vapori si fa il mercurio che gli antichi hanno chiamato Semenza Minerale. Di questo mercurio e dello zolfo, sia puro che impuro, sono fatti tutti i metalli nelle viscere della terra e sulla sua superfice.

La prima materia è chiamata comunemente zolfo e argento vivo. Raimondo Lullo li chiama i due estremi della pietra e di tutti i metalli. Altri dicono in generale che il sole è suo padre e la luna sua madre; che essa è maschio e femmina, che è composta di quattro, di tre, di due e di uno, e tutto ciò al fine di nasconderla. É certo che non vi è che un solo principio in tutta la Natura, e che lo è tanto della pietra che delle altre cose. Non vi è così che un solo spirito fisso composto di un fuoco purissimo e incombustibile che fa sua dimora nell’umido radicale dei misti. É più perfetto nell’oro che in ogni altra cosa, e il solo Mercurio dei Filosofi ha la proprietà di estrarlo dalla sua prigione, di corromperlo e di disporlo alla generazione. L’argento vivo  è il principio della volatilità, della malleabilità e della mineralità, lo spirito fisso dell’oro non può nulla senza di esso. L’oro è umettato, reincrudato, volatilizzato e sottoposto alla putrefazione attraverso l’opera del mercurio, e quest’ultimo è digerito, cotto, inspessito, disseccato e fissato attraverso l’opera dell’oro filosofico, che lo rende con questo mezzo una tintura metallica.

L’uno e l’altro sono il mercurio e lo zolfo filosofici. Ma non è sufficiente che si faccia entrare nell’opera uno zolfo come lievito; ve ne serve anche uno come semenza di natura sulfurea, per riunirsi alla semenza di sostanza mercuriale. Questo zolfo e questo mercurio sono stati saggiamente rappresentati dagli antichi da due serpenti, l’uno maschio e l’altro femmina, attorcigliati sulla verga d’oro di Mercurio. La verga d’oro è lo spirito fisso sul quale debbono essere attaccati. … Il mercurio proprio all’opera deve dunque per prima cosa essere impregnato di uno zolfo invisibile, affinché sia più disposto a ricevere la tintura visibile dei corpi perfetti, e che possa in seguito comunicarla con usura.

Rapimento di Proserpina

I poeti hanno aggiunto alla favola di Proserpina che ella ebbe un figlio che aveva la forma di un toro; e che Giove, per avere commercio con lei, si era metamorfizzato in dragone. Dicono anche che il toro era il padre di questo dragone; di modo che essi erano il padre l’uno dell’altro, il che sembra un paradosso. La spiegazione di questa parentela consiste nel sapere che vi è un’unica materia del magistero, ciononostante composta di fisso e di volatile. Il dragone alato e la femmina indicano il volatile, ed il dragone senz’ali ed il toro sono i simboli del fisso. Il Mercurio Filosofico o dissolvente universale si compone di questa materia, che i filosofi dicono essere il principio dell’oro. L’oro dei saggi nasce da questa materia; essa è di conseguenza sua madre: nelle operazioni dell’opera occorre mescolare il figlio con la madre, allora il figlio che era fisso e designato come il dragone senz’ali, fissa anche sua madre, e da questa unione nasce un terzo fisso o il toro. Ecco il dragone padre del toro. Che si faccia di nuovo la mescolanza di questa nuovo nato con la femmina, o la parte volatile dalla quale è stato estratto, allora ne risulterà il dragone senz’ali, che diventerà il figlio di quello che lo ha generato; poiché la materia cruda viene chiamata dragone prima della sua preparazione e nel tempo di ogni disposizione o operazione dell’opera

In una parola, l’oro si dissolve nel dissolvente volatile dei filosofi da cui è stato estratto; allora è la madre che uccide suo figlio. Quest’oro, nel fissarsi, fissa sua madre con lui; ecco che il figlio genera sua madre e che allo stesso tempo la uccide, perché da volatile che essa era, la genera in fissità; e fissare il volatile significa ucciderlo. Ecco svelato il mistero di questo paradosso.

Il Becco

Tutte le nazioni si sono accordate nel considerare il becco [il capro – NdC] come il simbolo della fecondità; era quello di Pan o il principio fecondante della Natura, vale a dire il fuoco innato, principio di vita e di generazione. <Quando i sacerdoti volevano – dice Eusebio – rappresentare la fecondità della primavera e l’abbondanza di cui è la fonte, dipingevano un bambino seduto su di becco e girato verso Mercurio.> Bisogna, con i sacerdoti, vederci piuttosto l’analogia del Sole con Mercurio e la fecondità di cui la materia dei filosofi è il principio in tutti gli esseri. É questa materia, spirito universale corporificato, principio di vegetabilità, che diviene olio nell’oliva, vino nell’uva, gomma, resina negli alberi, etc. Se il Sole attraverso il suo calore è un principio di vegetabilità, non lo è se non eccitando il fuoco assopito nelle semenze dove è come intorpidito sin quando venga risvegliato e animato da un agente esterno. Così, nell’operazione ermetica, il mercurio lavora la materia fissa dove dorme il fuoco innato; la sviluppa rompendo i suoi legami e lo pone nello stato di agire per condurre l’opera alla sua perfezione. Ecco questo bambino seduto su di un becco ed allo stesso tempo la ragione per cui si gira verso Mercurio; Osiride, essendo questo fuoco innato, non differisce da Pan; di conseguenza, il becco era consacrato all’uno e all’altro. Per la stessa ragione, era uno degli attributi di Bacco.

Prometeo liberato

Prometeo aveva come padre Japeth figlio del cielo e fratello di Saturno; sua madre si chiamava Clymene, figlia dell’Oceano; conoscendo quel che era Saturno, si sa cosa occorre intendere per Japeth, che viene da ίαίνω, dissolvere, rammollire, versare, e πεταω, aprire, sviluppare, perché nella putrefazione nella quale la materia è pervenuta al nero, chiamato Saturno dai filosofi, la materia si apre, si sviluppa e si dissolve; è per questo che Clymene, figlia dell’Oceano, è chiamata sua moglie, perché le parti volatili si elevano dall’Oceano o mare filosofico, e sono una delle principali cause efficienti della dissoluzione. Queste parti volatili o l’acqua mercuriale sono la madre di Prometeo che è lo zolfo filosofico, o la pietra dei filosofi. … Un’alluvione desolava tutta la parte d’Egitto dove comandava Prometeo; è la pietra dei filosofi perfetta che si trova sommersa nel fondo del vaso. Occorse il consulto di Ercole andando a prelevare i pomi d’oro del giardino delle Esperidi, perché prima di arrivare alla fine dell’opera o all’elixir perfetto che sono questi pomi d’oro, occorre necessariamente fare e servirsi  della pietra del magistero, significata da Prometeo. Il fuoco del cielo che ruba, è questa pietra tutta di fuoco, una vera miniera di fuoco celeste. Attraverso la prima operazione, quella attraverso la quale si fa lo zolfo o la pietra, si ottiene Prometeo ed il fuoco celeste che ha preso grazie all’aiuto di Minerva, e per la seconda, quella che fa l’elixir  o la perfezione dell’opera, l’artista prende i pomi d’oro dal giardino delle Esperidi.

In quest’ultimo brano, Dom Pernety cita d’Espagnet (Canone 121), ma il Bretone, che in altri passaggi lo cita espressamente, ne toglie l’attribuzione nel suo volume…

Insomma, si può affermare che il Bretone copia le parti salienti dell’opera di Dom Pernety (ma senza citarlo espressamente), ma riorganizza il testo con un ‘montaggio’ diverso, usando anche d’Espagnet (un po’ citandolo ed un po’ non citandolo, e via dicendo). In ogni caso, i passi ‘prelevati’ sono molto ben selezionati dalla mole di argomenti esposti da Dom Pernety, cercando di evitare le cortine fumogene usuali delle Fables e di altri testi. Domanda: perché?

Se si tiene bene a mente che il materiale delle Fables è de facto originato dall’Arcana Arcanissima di Maier (pubblicata a Londra, nel 1614), la domanda si fa più importante. Sembra quasi che il Bretone abbia inteso togliere li versi strani e proporre una visione quasi in chiaro (naturalmente, sempre sotto le regole della Tradizione) della dottrina alchemica in corso in quei tempi, in un’operazione di riproposta decisamente nuova, specie durante la fine del secolo che si stava avviando verso il funesto occultismo. Se a questo si aggiunge che Fulcanelli lo frequentava, e che la formazione del circolo di Avenue Montaigne è ancora da venire, e che Fulcanelli sposa questa linea didattica – pur restituendo a Cesare quel che è di Cesare per ciò che concerne le citazioni e le authorships – e che il filone parte da Maier, con un’opera pubblicata durante l’unica visita fatta presso la corte Giacobita, in pieno Furor Rosacrucianus … forse, forse,  si comprende meglio il profondo imprinting originario dell’Alchimia proposta sin qui da questa sorta di filiazione. La scelta degli autori, tutti, di indicare con malcelata precisione come asse portante dell’Alchimia una Physica precisa, antica ma solida, concreta, sfrondata dalla nebbia di misticismo-da-quattro-soldi e para-sacralità (Fulcanelli docet; è un uomo di Scienza, Accademico, e il suo approccio – pur perfetto nella Tradizione alchemica classica – è persino più ‘scientifico’ di uno scienziato del giorno d’oggi) deve far riflettere.

Voglio precisare: non si sta parlando solo di una eventuale storia dell’Alchimia moderna, o di una banale operazione intellettuale pour épater le bourgeois, quanto di un discrimine essenziale nello studio dell’Alchimia, ove il senso e la portata dell’Arte sono indicati in modo netto e consapevole: Alchimia non è certo chimica, né fisica, tantomeno loro parente; si tratta d’altro, di ben altro, di ben più fondante: Conoscenza, attraverso studio&pratica. La Metafisica Sperimentale di Canseliet – oltre ad essere felicissima espressione – sembra d’altro canto suonare ed alludere a questa vera e propria Armonia. La ‘langue-des-oiseaux‘, così cara a Fulcanelli e Canseliet, così ben spiegata e studiata da Grasset d’Orcet, indicherebbe – pare – la fonte nascosta dell’Arte, la Prisca Sapientia di Newton. En passant, Grasset d’Orcet, il Bretone, Fulcanelli et alia … si conoscevano molto bene. Molto.

To be continued …

Volando con Pegaso

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , on Wednesday, September 17, 2014 by Captain NEMO

Il vecchio adagio – ‘Chi cerca, trova‘ – è come una lama a doppio taglio: trovare qualcosa, e – trovando – scoprire altre cose; le quali, forse, non erano nelle attese di quella ricerca. Ma cominciamo dall’inizio: durante una visita a Villa d’Este, mi sono imbattuto in una bella fontana:

Pegaso

Pegaso – Fontana a Villa d’Este (VT)

Si tratta di Pegaso, il cavallo alato; conoscendo il Conte  Michael Maier, non ci si sorprende troppo che ne accenni ‘al volo‘ nel suo Discorso XLIV, nell’Atalanta Fugiens:

…Perseo ottenne da Pallade un cavallo alato, e le riportò come ricompensa il capo di Medusa, al quale [Perseo] Mercurio aveva offerto il falcetto & altri Dei altre armi.

La frase è ambigua: Perseo ‘ottiene’ Pegaso (e il gigante Crisaore, il ‘portatore della lancia d’oro‘; ma c’è chi dice che fosse il fratel-cavallo di Pegaso!) tagliando la testa di Medusa, grazie all’aiuto degli oggetti ricevuti in dono, tra cui l’Elmo (o la Cappa) dell’Invisibilità, ma – soprattutto – lo Specchio, ricevuto da Pallade Atena; la quale aveva ammonito Perseo di non guardare mai Medusa direttamente, ma solo guardando il riflesso nello Specchio. Così, Perseo, una volta giunto nelle regioni Iperboree, camminerà a ritroso verso Medusa, usando per l’appunto lo specchio per spiccarle la testa con il falcetto ricevuto da Ermes (che gli aveva fornito anche i calzari alati). Pegaso, lo ricordo, è il cavallo ‘volante’ che farà sgorgare, con un colpo di zoccolo (lunato!), l’acqua dal monte Elicona; quell’acqua sarà la fonte Ippocrene, la ‘Fonte del Cavallo‘. Ancora, va ricordato che Medusa divenne tale – orrenda, repellente, con serpenti velenosi come capelli, capace di pietrificare all’istante chi la guardasse – in seguito ad un incantesimo proprio di Pallade Atena: Medusa era in gioventù la Gorgone, bellissima sposa assegnata in moglie a Poseidone, dio del mare e dei cavalli (Pegaso, infatti, è ‘figlio’ di Gorgone-Medusa); ma Poseidone e Gorgone consumarono la loro notte d’amore – pare – proprio all’interno del tempio di Pallade Atena; per vendicarsi dall’oltraggio subito, Pallade gettò la maledizione su Gorgone, trasformandola nell’orrenda Medusa.

In seguito, Pegaso sarà il protagonista di un altro mito alchemicamente importante: quello di Bellerofonte, l’unico cavaliere che riuscirà a domare il cavallo alato. Bellerofonte attese – al tramonto – Pegaso che si apprestava a bere alla fonte Pirene; una volta che il cavallo si inginocchiò per bere, Bellerofonte gli passò sopra la testa le briglie dorate fornitegli dalla solita Pallade Atena, e gli montò sopra. Bellerofonte potrà così uccidere Chimera, il mostro – che emetteva fuoco e fiamme – dalla testa di leone, dal corpo di capra e dalla coda di drago (infiggendo la lancia con la punta di piombo nella gola del mostro; il cui fiato bruciante fuse il piombo, che colò nella gola del mostro, soffocandolo).

Siccome poi Bellerofonte in qualche modo si montò la testa, e si avvicinò all’Olimpo a cavallo di Pegaso, nel desiderio di diventare immortale. Zeus inviò così un tafano, che punse Pegaso: il cavallo sgroppò, e Bellerofonte precipitò sulla terra. Pegaso divenne così il cavallo del cocchio di Zeus, trasportando le Folgori divine. Poi, alla fine, prese il volo e salì verso la parte più alta del cielo: divenne una nube di stelle.

Insomma, Pegaso è al centro di alcuni eventi capitali della  Grande Opera: l’analisi del Mito, more solito, appassionerà il cercatore; a patto, però, di saper tenere le briglie dell’intelletto ben salde.

Johannes de Monte-Snyder, misterioso alchimista, molto amato da Sir Isaac Newton, ci parla di Pegaso all’interno dei Capitoli XIV e XV delle Planetarum Metamorphosis: vi si narra di Marte che, dall’alto di una roccia, scorge la bella Venere ‘rinata’; Marte ancora ricorda l’amore che li aveva accomunati, e percepisce che l’amata è diventata ‘una vergine che racchiude il seme del suo stesso concepimento‘. Così, cavalcando Pegaso, si alza in volo per tentare di rapirla: ma Venere – grazie ai dardi di Apollo che illuminarono l’aria – scorge l’ombra del cavallo alato, e si nasconde in una caverna profonda. Apollo, che naturalmente nutriva la stessa attrazione per la Regina dell’Amore, decide di entrare nella caverna: detto fatto, illumina il rifugio di Venere (sua vera madre: ‘seine rechte Mutter‘) con i suoi raggi, e gli amanti divennero ‘due in un corpo solo’ (‘und waren zweij in einem Leibe‘). Poteva Marte restar con le mani in mano? Ovviamente no: ed eccolo allora riprendere Pegaso e recarsi – addirittura – da Vulcano (il marito della bella Venere); così, i due – sempre in sella a Pegaso – fanno ritorno all’imboccatura della caverna: Vulcano tende l’orecchio, ma non riesce a rendersi conto se ‘la prima e l’ultima materia‘ fossero lì dentro: Venere e Apollo sono così ‘presi’ dalla loro passione che quasi non emettevano alcun rumore. Vulcano, allora, prepara un ‘fuoco per arte‘, mette a fuoco la caverna…e riduce i due amanti in cenere!

Ora, al di là delle allegorie ben conosciute, il fatto che Marte viaggi a cavallo di Pegaso è ben curioso: l’origine del nomen è πηγή, per fonte, sorgente; è insomma un caballus legato all’acqua. Come si è detto sarà lui, con il suo zoccolo, a far scaturire l’acqua dall’Elicona; ma questo cavallo…vola! Non v’è bisogno di grandi sforzi per capire che il Mito parla di un’acqua dalle caratteristiche mercuriali, che ‘porta‘…Marte da Vulcano, e poi ‘ri-porta‘ Marte e Vulcano alla caverna dove si sono rinchiusi Apollo e Venere…

Mentre cercavo materiale per questo Post, mi sono imbattuto in un quest’opera magnifica:

Andrea Mantegna - Il Parnaso (1496-97)

Andrea Mantegna – Il Parnaso (1496-97)

Isabella d’Este la commissionò a Mantegna per il proprio Studiolo, a Mantova. Ed è in questo dipinto che – come ho scritto all’inizio – ho trovato altre cose, altri ‘ri-trovamenti‘. E piuttosto curiosi, al punto che si dovrebbe pensare che Mantegna conoscesse molto bene l’Alchimia, a testimonianaza di quanto fosse diffusa la cultura alchemica (e la sua riconoscibile iconografia) in quei tempi. Non intendo tediare con lunghi discorsi, magari opinabili per i soliti scettici. Mi limiterò dunque a segnalare alcune ‘perline’:

Marte & Venere

Marte & Venere – particolare

Res Notanda: i colori del letto/sedile e quelli ‘vestiti’ da marte; Marte è serenamente innamorato, e non sembra proprio il dio della Guerra; Venere, a sua volta, non appare così sensuale, bensì quasi ‘sorella’; vi sono molti ‘pomi’ alle spalle di Marte, mentre un ‘coup-de-lumiére‘ evidenzia solo uno o due ‘pomi’ alle spalle di Venere.

Anteros & Vulcano

Anteros & Vulcano – particolare

Res Notanda: Anteros (il fratello – meglio, l’anti-fratello – di Eros), nato dall’unione di Marte e Venere, ha delle bellissime ali da…alouette (anche la fontana di Villa d’Este lo raffigura così) ! Ed ha l’arco scarico (Venere, sua madre, gli ha tolto la freccia); così, spara esattamente ai genitali di Vulcano; questi, vestito solo di un manto rosso fuoco, sembra protestare indicando qualcosa…

Vulcano - particolare

Vulcano – particolare

Res Notanda: Vulcano non pare proprio vecchio, ma giovanile e ben ‘formato‘; con la destra tiene i suoi sottili ‘fili-di metallo‘, quelli con cui aveva fabbricato a suo tempo la famosa ‘rete‘ per imprigionare Marte & Venere, così esposti al ludibrio degli Dei. Oltre gli attrezzi propri al suo mestiere di fabbro, la fucina – fumante – mostra che qualcosa è ‘in tempra‘; curiosamente, dei bei grappoli d’uva sono appesi all’entrata dell’antro; inoltre, dall’alto del monte soprastante …piove ‘acqua’, per balze. Il fatto non pare dar fastidio al focosissimo fabbro divino. E nemmeno accusa il ‘colpo basso’ di Anteros, ma indica qualcosa…

La roccia bianca - particolare

La roccia bianca – particolare

Res Notanda: Vulcano indica una roccia biancastra, strutturata a falde, ben diversa dalle rocce circostanti, scure, nerastre.

Apollo & la Cetra - particolare

Apollo & la Cetra – particolare

Res Notanda: il biondo Apollo – il Dio nato della Luce (λυκηγενής), figlio di Zeus e Latona – ha il mantello rosso, ma meno intenso di quello di Vulcano; è intento a suonare la Cetra (κιϑάρα), donatagli da Hermes (dopo avergli rubato cinquanta giovenche), poggiando il piede sinistro sul ceppo di un giovane albero, tagliato di fresco. Dietro di lui si intravedono molti bei ‘pomi’.

Hermes & Pegaso - particolare

Hermes & Pegaso – particolare

Res Notanda: Hermes (῾Ερμῆς, che significa ‘cumulo di pietre’), vestito di una tunica quasi dorata, sfoggia un bellissimo petaso rosso e bellissimi calzari alati; dalla mano sinistra pende la siringa di Pan (uno dei suoi figli), con la destra tiene il caduceo (kerỳkeion), ottenuto da Apollo in cambio della Cetra. Pegaso, dal sontuoso mantello grigio pomellato, adorno di gemme, gli sta accanto. E solleva uno zoccolo (lunato), a ricordare Ippocrene che sgorga per l’appunto dall’Elicona, alle spalle delle due figure.

Terra, Acqua & Animali - particolare

Terra, Acqua & Animali – particolare

Res Notanda: il terreno è a falde, e lascia filtrare l’acqua (del resto, il panorama sullo sfondo raffigura un borgo lacustre, circondato da rilievi montuosi); nel mezzo, un’altra curiosa roccia; e altre rocce, bollose, argillose, a pezzi, sul lato sinistro. Due fasci di saggina sono posati accanto. Tre lepri si fanno notare, così come uno scoiattolo – forse stupito – fissa la danza delle nove muse al suono della musica di Apollo.

Si potrebbe continuare, ma lascio il gioco a chi vorrà curiosare…certo è che Mantegna si è dato da fare: Marte e Venere rappresentano e celebrano Francesco II Gonzaga e Isabella d’Este, Marchesi di Mantova; ma il dipinto non è enorme (150 cm. x 192 cm.), e la cura dell’artista nel dipingere minuziosamente i più piccoli dettagli fa pensare che le allegorie avessero – forse – anche un senso più nascosto.

Così, Pegaso si affianca a Mercurio: dopo aver servito Perseo e Bellerofonte nelle loro imprese, finirà – figlio di Medusa – nel Cielo Boreale, così:

Pegasus_et_Equuleus_-_Mercator

Pegaso – dal Globus Cælestis di Gherard Mercator (1561)

Buoni voli…!

I due Zolfi e l’Acqua Mercuriale…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , , on Saturday, May 29, 2010 by Captain NEMO

Come tutti gli studenti d’Alchimia sanno, l’Arte Reale appare spesso piena di termini astrusi, allegorici, misteriosi quanto affascinanti: trovare il bandolo della matassa, il Fil Rouge iniziale, non è cosa facile. Ci vogliono anni ed anni per abituarsi a leggere tra le righe, ad imparare a non cadere in decisioni troppo affrettate nell’attribuire a questo e a quello una precisa identità dei corpi e degli Spiriti prima di avvicinarsi, pian piano, allo soglia decisiva – e per questo spesso terribile – dell’esperienza di Laboratorio.

Qualche tempo fa, parlando dello Spirito Universale (qui), avevo proposto la famosa incisione, tratta dall’Atalanta Fugiens di Michel Maier, in cui è raffigurato il Vento: “Portavit eum Ventus in ventre suo” è la frase forse più popolare in Alchimia, e non per questo non meno esatta ed istruttiva. Nel testo di Maier si fa un accenno esplicito allo Zolfo che è ‘chiuso‘ nel ventre del Mercurio, ed avevo segnalato questo curioso punto della dottrina: tutti sanno che è dall’unione dello Zolfo e del Mercurio che può nascere il vero matrimonio, ma il punto è che esistono molti ‘mercuri’, ed anche diversi ‘zolfi’. Questa confusione, certo voluta ad arte da parte degli autori che amano complicare le cose semplici per renderle appetibili ai ragionatori, è tuttavia inerente la Natura stessa delle cose materiali e Spirituali con cui ogni alchimista avrà a che fare una volta acceso il proprio Fuoco.

A titolo di maggior chiarezza ed altrettanta confusione – le due cose vanno sempre di pari passo – segnalo un brano che trovo veramente divertente, ma istruttivo a modo suo, tratto da una collezione di testi alchimistici ad opera di Guglielmo Gratarolo: Verae Alchimiae, Artisque Metallicae, citra Aenigmata, Doctrina certusque modus, scriptis tum novis tum veteribus nunc primium & fideliter maiori ex parte editi, comprehensus…(1561) (qui). Ecco il passo, in cui si risponde alla domanda: ” Cos’è questa Terra Fogliata?…“:

De Lignum Vitae

De Lignum Vitae

Una rapida traduzione potrebbe suonare così:

Raimondo – E’ il mercurio preparato, con il quale dobbiamo unire il suo zolfo: sebbene si possa capire in un altro modo.
Discepolo: Svelami quest’altro modo
Raimondo: Secondo la frase di Geber in Lib. 3 Cap. 7 nei corpi metallici vi sono due sulfureità: delle quali una è racchiusa nel profondo dell’argento vivo al principio della sua commistione: e questa è chiamata oro, aes, venere, numus [1], arsenico, aureopigmento, vetro, vetriolo, anima, fuoco, acqua verde, leone verde, vino, sangue umano, sangue del dragone, acqua permanenete, a differenza dell’acqua mercuriale, che non è permanente: poiché quella è l’impedimento alla fissazione. L’altra sulfureità dei corpi è sopravveniente, e fissa: e questa è chiamata zolfo, marte, vetro, vitriolo, vino e sangue. E siccome questa sulfureità sublima come foglia dell’oro o dell’argento e di moltri altri colori significativi, mutati dagli occhi di Argo nella coda del pavone; in verità il sopraddetto zolfo chiamato oro, venere e via dicendo, deve essere unito con l’altro zolfo chiamato marte (come dice Geber Lib. 1 Cap 13) e questo si deve fare mediante l’acqua mercuriale, che (come dice Geber Lib. 1 Cap. 15) è il mezzo di congiunzione delle tinture: ed è significata dalla rete sottilissima di Vulcano, con la quale legò Marte e Venere simultaneamente. Perciò Hermes disse ‘ Seminate l’oro nella terra fogliata‘. Arnaldo dice: ‘L‘acqua è il mezzo con il quale si congiungono le tinture, cioé gli zolfi: che (come dice Geber come sopra Cap 13) sono la luce e la tintura di tutti i corpi.

Guglielmo Gratarolo - incisione di T. De Bry

Guglielmo Gratarolo - incisione di T. De Bry

Guglielmo Gratarolo, un illustre medico bergamasco emigrato a Basilea a causa delle sue posizioni poco cattoliche,  compilò la sua raccolta basandosi sul precedente De Alchemia di Petreius (1541), ma vi aggiunse il Lignum Vitae (da cui è tratto questo passo) di Giovanni Bracesco: si tratta di un dialogo immaginario tra Raimondo Lullo (lo Pseudo-Lullo) ed il suo anonimo ‘discepolo‘ (ispirato al Démogorgon di Boccaccio), il cui scopo evidente è quello di diffondere la visone alchemica del cosiddetto Geber latino. Il passo riportato, dunque, propone l’interpretazione diel pensiero di Geber ed altri autori della stessa scuola (Alberto, Morienus, etc.) fatta da Bracesco, alchimista e Priore dei Canonici di San Secondo di Orzinuovi, in provincia di Brescia. Il testo, ennesimo esempio di “Dialogo” tra un Maestro ed un apprendista, è molto interessante e pieno di riferimenti alla mitologia Greca e Latina. L’accenno di spiegazione del famoso mito di Marte, Venere e Vulcano è senza dubbio appetibile per chi studia, ma ciò che ritengo interessante è quella particolare ‘explicatio‘ sulla duplicità dello Zolfo; questo aspetto Filosofico, che si trasmette quasi intatto anche nei testi seguenti, sebbene amabilmente velato (come in Filalete), può fornire lo spunto per migliori riflessioni, sia a livello di studio dei testi, sia al tavolo del Laboratorio.

I riferimenti di Gratarolo e di Bracesco a Jabir ibn Hayyan

Jabir ibn Hayyan

Jabir ibn Hayyan

sono evidentemente quelli delle edizioni allora disponibili e sono tratti dal Summa Perfectionis Magisterii, reperibile in moltissime raccolte d’Alchimia antiche e moderne: per chi volesse consultare i passi indicati dai due alchimisti italiani nel brano soprariportato, ci si può riferire a Bibliotheca Chemica Curiosa (1702), Tomo I, Lib. II, Sect. II, Subsect. IV, pag. 543 (Caput VII – De Veneris Essentia), oppure – in una traduzione francese tratta (e adattata al moderno) da Salmon – a Oeuvre Chymique de Geber (Ed. G. Trédaniel, 1976), Livre Second, Chap VIII, pag. 38 (De la Nature de Venus ou du Cuivre).

Ecco il passo di Geber cui si fa riferimento, tratto da un’edizione del 1502:

Jabir ibn Hayyan - Summa Perfectionis

Jabir ibn Hayyan - Summa Perfectionis

Ed una mia rapida traduzione, con qualche adattamento, di questo latino del 1500:

“Da quanto detto in precedenza, dunque, risulta necessariamente che nei corpi ci siano due sulfureità. Una racchiusa senza dubbio nella profondità dell’argento vivo, all’inizio della sua creazione. L’altra, in verità, sopravveniente dagli accidenti, che si toglie con fatica. L’altra, veramente innata, non è possibile toglierla attraverso nessun ingegno di artifici che si facciano tramite il fuoco, affinché la nostra operazione possa pervenire (allo scopo) in modo congruo ed utile, poiché è già unita con lui (con l’argento vivo) nella radice della creazione. E questo è provato dall’esperimento, in cui vediamo che la sulfureità adustibile si distrugge attraverso il fuoco, e la sulfureità fissa, in verità, in minima parte. Se quindi dicessimo che si possa pulire e fissare i corpi per mezzo della calcinazione e della riduzione, si intenda soprattutto (pulirli e fissarli) dalla sporcizia terrestre, che non è unita con loro (l’argento vivo e lo zolfo fisso) nella radice della sua natura o nel profondo. Poiché non è possibile ingegnarsi per mondare (la cosa) unita per mezzo del fuoco, se non somministrando la medicina dell’argento vivo, che occulta e contempera quella.”

Il passo di Geber è più approfondito e di facile comprensione, pur se tratto da un latino un po’ troppo moderno, frutto probabilmente delle numerose traduzioni, copie ed adattamenti. Consiglio, a chi fosse interessato, la lettura completa del capitolo di Jabir, ricca di ulteriori riferimenti e indicazioni. Ferma restando – sempre – la raccomandazione di non prendere tutto per oro colato, non posso non sottolineare come l’Alchimia porga sempre gli stessi insegnamenti: in antichità (Geber si suppone fosse dell’800 D.C.) si insegnavano le stesse cose che oggi ritroviamo in Filalete o Fulcanelli.

L’Alchimia non è mai mutata nella sua essenza e nella sua profondità, nella sua estrema semplicità d’approccio e di indagine di Madre Natura. A questo proposito, chiudo il Post con un’immagine famosa ed eloquentissima, che ‘parla‘ proprio di ciò che tutti gli alchimisti, antichi e moderni, hanno voluto indicare con immutata intensità:

Leo Viridis

Il Leone Verde...


[1] In latino ‘numus’ indica la moneta, o una cosa scambiata, un dono. Martinus Rulandus lo fa corrispondere a Piombo, Piombo Nero. Dom Pernety, dal canto suo, indica con ‘nummus’ la materia dell’opera al nero.

Il Mistero dell’Esprit Universel

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , on Saturday, December 12, 2009 by Captain NEMO

La corporificazione di questo Spirito è da sempre lo scopo ultimo delle fatiche alchemiche. Il risultato, convenientemente preparato, ha tradizionalmente il nome di Pietra Filosofale. L’insieme delle operazioni necessarie per giungervi, si chiama Grande Opera.

(da L’Anima del Mondo, 1986)

Paolo Lucarelli è un Maestro decisamente chiaro: l’essenza dell’Alchimia è tutta qui. Si tratta di dare un ‘corpo’ allo Spirito Universale. E naturalmente questo corpo deve essere adatto ad ospitare e trattenere, fisso, questo Spirito. Trattandosi di uno Spirito che ha le caratteristiche di universalità, forse è bene porsi qualche domanda.

Dal racconto del Genesi apprendiamo che:

  1. Ab initio, Dio creò il Cielo e la Terra.
  2. Ma la Terra era inane e senza forma; e le tenebre erano sulla faccia dell’abisso. E lo Spirito di Dio si muoveva sulle acque.
  3. E Dio disse: Fiat Lux; e Luce fu.
  4. E Dio vide la Luce, e che era buona: e Dio divise la Luce dalle tenebre.

Abbiamo dunque due dimensioni primeve: una alta, il Cielo, ed una bassa, la Terra. E’ curioso notare come del Cielo non si parli molto in questo incipit, ma che della Terra si dica della sua inutilità e della sua assenza di ‘forma’. Si parla poi di un’immagine piuttosto sinistra, dove le tenebre avvolgono, sovrastandolo,  l’abisso.  Dopo il riferimento all’Aria ed alla Terra, create ab initio, il Fuoco e l’Acqua completano l’apparizione dei Princìpi dei quattro Elementi: dico Princìpi e non Elementi veri e propri perché manca, ancora, l’evento che scatena la manifestazione. Quell’evento è costituito da quell’ineffabile Mistero che è dato dal Verbo che pronuncia e lancia la Creazione della manifestazione vera e propria tramite la Luce. Stiamo parlando, con grossolana approssimazione, di un evento di portata gigantesca e davvero poco rappresentabile per noi poveri umani:  il Divino pronuncia ‘Lux‘ ed essa appare: ovunque e per sempre. Questo è il cardine principale di tutta la Creazione. Luce.

Credo sia utile segnalare che la Luce di cui si parla, non è visibile da noi umani; per l’appunto, nessuna creatura vivente era ancora presente in quel momento. E’ detto, infatti, che solo Dio ‘vide’ la Luce. E noi umani possiamo percepire solo l’apparenza di una parte del fenomeno universale (lo chiamiamo curiosamente ma giustamente lo spettro visibile): pochissima cosa, ed è ciò che noi chiamiamo luce, peraltro per noi indispensabile, rispetto alla totalità della ‘radianza’ di quella Lux primeva ed eterna. La Luce attiva dunque le ‘forme’ e le rende manifeste. Istantaneamente: è da quell’istante formidabile che nasce ciò che chiamiamo Tempo. La Lux è da considerarsi la causa agente della manifestazione, la prima essendo  Dio.

A questo punto la Luce, quella Lux, “è” all’interno della manifestazione, la Creazione è fatta, la materia assume le caratteristiche di sostanzialità. E poichè la Creazione è un evento che ha le caratteristiche di un continuum, avviene cioé sempre ed ovunque, anche in questo preciso momento, la Luce si muove all’interno degli Universi grazie ad un ‘corpo’ molto speciale, molto sui generis: lo Spirito Universale. I Filosofi antichi, che studiavano per conoscere piuttosto che per usare, ne avevano compreso perfettamente le caratteristiche: tra i tanti Platone, nel Timeo, presuppone un’Intelligenza in questa azione vivificante dell’Anima Mundi, come scopre, prima o poi, ogni onesto étudiant dell’Arte. Tralascio qui di approfondire la complessa ed affascinante descrizione della ‘compositione‘ dell’Anima Mundi, che naturalmente è ancora molto dibattuta (uno schema interessante è qui, per chi volesse farsene un’idea), ma non posso non riportare questo passo tratto dal Capitolo VIII del Timeo, in cui Platone ci parla di come Dio ‘fece’ l’Anima Mundi:

“Della indivisibile essenza, la quale è medesima eternalmente, e di quella la quale nei corpi generasi divisibile, egli contemperò una terza specie di essenza, la quale sta nel mezzo di quelle due, partecipe della natura del medesimo e di quella dell’ altro; e nel mezzo di quelle due sí la pose. E, pigliate che ebbele tutt’e tre, le meschiò in una specie; contemperando per forza la natura dell’ altro, indocile a meschianza, con quella del medesimo. E, meschiato queste due nature con la essenza (cioè con la natura che media è fra quelle); e di tre fattone una, tutto questo egli divise novamente in tante parti, quante si convenne; sí che ciascuna fosse temperata della natura del medesimo, di quella dell’ altro, e di quella essenza che è nel mezzo.”

Anche se di difficile lettura, il passo si rivela come una possibile fonte delle tre ‘parti’ che costituiranno la triade alchemica per eccellenza nel Medioevo: una essenza indivisibile, una divisibile ed una mediana. Senza addentrarci troppo nella faccenda, credo sia importante sottolineare che lo Spirito Universale, l’Anima Mundi, appare costituito da due parti tenute assieme da un mediatore. Questo Spirito Universale, proprio per queste caratteristiche di Creazione, ha le proprietà di un’Energheia, un vigor rerum, come riferisce Guillaume di Conches in una delle sue Glosae super Platonem, composta attorno all’anno mille all’ombra della Cattedrale di Chartres:

“Anima mundi est naturalis vigor rerum quo quedam res habent tantum moveri, quedam crescere, quedam sentire, quedam discernere. … Sed quit sit ille vigor queritur. Sed, ut mihi videtur, ille vigor naturalis est Spiritus Sanctus, id est divina et benigna concordia que est id a quo omnia habent esse, moveri, crescere, sentire, vivere, discernere.”

Ovviamente un religioso non poteva non percepire come Sanctus uno Spirito di Divina ‘fattura’, anche se sembra che addirittura Bernardo di Clairvaux, mentore e primo protettore dei Cavalieri dal Bianco Mantello, rifiutasse questo attributo di santità a quello Spiritus. Avrà avuto le sue buone ragioni. Sia come sia, santo o non santo, nel mondo antico la presenza e l’azione dello Spirito Universale era considerata elemento di prassi consolidata, non soltanto teologicamente, ma soprattutto a livello di cultura popolare e conoscenza quotidiana; per i dotti, a livello di Gnosi. Oggi questo concetto naturale parrà balzano a molti, eppure allora nessuno protestava; era naturale, perchè esattamente insito nell’opera visibile di Madre Natura, l’idea che questo Spirito fosse il vero e proprio motore dell’essere, del movimento, della crescita, del sentimento, della vita e del discernimento di ogni corpo manifesto, e ciò si sposava perfettamente con le esperienze pratiche di quel manipolo di pazzi innamorati che, da molti secoli, si erano messi alla ricerca della Prima Materia e delle vie di Madre Natura. Gli alchimisti avevano da tempo scoperto che alla base della materia manifesta vi era qualcosa di sottile, di estremamente sfuggente, ma estremamente attivo e palpabile, che consentiva ai corpi opportunamente lavorati, in accordo con quanto narrato nel mito della Creazione, di acquisire proprietà davvero straordinarie, fuori del comune. La possibilità di trasmutare un metallo vile in metallo perfetto dipendeva proprio dalla capacità di poter disporre – semplicemente – di un Chaos materico originario fecondato dalla Luce, quella Lux, portata generosamente dallo Spirito Universale. Tutto quello che era richiesto era un po’ di materie tutto sommato comuni, un semplice fuoco e lo studio serio ed approfondito della Natura. In questo silente, umile ed incessante ‘lavoro’ di replica della Creazione, l’alchimista accedeva pian piano al regno del Sacrum ed il solo fatto di poter toccare con le mani corpi così ‘originari’ impose obbligatoriamente la pratica del segreto, secondo le Leggi della Tradizione ermetica più antica. Certo, molti, moltissimi si misero in cammino per poter fare oro…ma altri, senza troppo clamore, scoprirono altro: non solo corpi nuovi da cui poi la chimica posteriore avrebbe tratto, arrogandosene addirittura un copyright, tecniche ed applicazioni di indubbia utilità sociale, quanto piuttosto orizzonti nascosti e dalle caratteristiche peculiari, ma individuali. Lucarelli vi fa accenno quando parla delle ‘infinite applicazioni’.

Lo Spirito Universale è insomma il veicolo per eccellenza di un ente di natura divina, naturalmente sopraterrena, che è investito del ruolo di portatore della capacità di vita, di attività di un qualunque corpo: dalla potenza porta in atto, secondo un Progetto ovviamente a noi del tutto nascosto, sconosciuto: ne vediamo gli effetti, ma non conosciamo l’esatto ‘come’ e – soprattutto – il vero ‘perché’. E’ dato solo, talvolta, poterlo supporre. Il velo che separa Dio dalla sua creatura amata, così come viene insegnato dalla dottrina Sufi, ha una sua precisa funzione, che resta tale in ogni momento ed impeto d’Amore e di conoscenza.

Chi pensasse che lo Spirito sia solo una rappresentazione fumosa e approssimata di una nostra mera necessità intellettuale, dovrebbe considerare che sin dall’antichità gli umani avevano compiuto un’operazione di scoperta precisa e molto luminosa; oggi, a seguito della rivoluzione Illuministica (…che paradosso, il linguaggio!), abbiamo perduto il legame ed il significato di tali scoperte. Leggiamo Shaykh Asha’i:

“…gli Spiriti sono luce-essere allo stato fluido (nur wujudi dha’ib), mentre i corpi sono luce-essere, ma allo stato solido (nur wujudi jamid). La differenza tra i due è come la differenza tra l’acqua e la neve…”

(Teosofia del Trono, 1278)

La chiarezza di una tale affermazione dovrebbe far riflettere molti, soprattutto chi studia Alchimia. Si afferma qui che lo Spirito Universale ha una affinità elettiva, per nascita comune, con la Lux, e lo si afferma con una modalità di rivelazione; questo collide spesso con ciò che la nostra mente classifica come ‘vero’, verificabile, soltanto perché abbiamo ‘senso’ visivo e tattile di un corpo; in verità Spirito e Luce sono la stessa cosa, sotto aspetti, forme, solo temporaneamente diverse. Accidentalmente diverse. Se si comprende questo si comprende che il Verbo divino è esattamente un’ “azione” che, grazie alla conseguente ed istantanea ‘apparizione’ della Lux, genera un moto; e siccome ogni moto genera un calore, il Fuoco, elemento motore della materia manifesta, è – sempre – la controparte per così dire ‘bassa’ della sua parte ‘alta’: Lux, Calor, Ignis sono valori di riferimento del flusso eterno che lega ogni materia, materica e spirituale, al suo Creatore. Il veicolo di questo flusso, un altro continuum spazio temporale, è proprio lo Spirito Universale, così caro agli alchimisti di ogni tempo.

Questo ritrovamento ‘rivelato’ dello Spirito creativo, o meglio vitale,  nella manifestazione permette agli autori d’Alchimia di utilizzare nel linguaggio ogni sorta di nome, astruso o allegorico, visto che lo Spirito Universale è esattamente  la vera Materia Prima degli alchimisti. Naturalmente occorre comprendere come si sta parlando. A seconda di quando e dove e come questa Materia viene osservata, narrata, spiegata, insegnata, questo Spirito assumerà mille identità. A chi entra nel labirinto dell’Arte vengono offerte continue contraddizioni di termini, di simboli, di immagini, di dettagli, che sfidano ogni logica e desiderio di catalogazione. In realtà, è tutto molto semplice. Il misterioso Bruno de Lansac, per esempio, così si compiace di scrivere:

“Gli elementi hanno un Centrum Centri che alcun occhio può percepire; ed hanno in più un Centrum Comune cui i pretesi sapienti non osano avvicinarsi, per paura di svelare le loro turpitudini. E’ la Luce.

Questo calore caustico accompagnato dalla luce che chiamiamo comunemente fuoco non è l’elemento che porta questo nome di cui i Saggi hanno voluto parlare. Si prendono in questa circostanza gli effetti per la causa, e ci si spinge più in là dei retori, che prendono almeno la parte per il tutto.

Il Fuoco è un fluido eminentemente sottile, che procede direttamente dalla Luce, che chiamiamo talvolta elettrico, talvolta galvanico o magnetico, a seconda delle sue diverse modificazioni, o piuttosto è la Luce stessa derivata dalla sua sorgente e da cui essa resta distaccata. Non è né freddo né caldo, ed il calore o il freddo  non sono dei corpi, nonostante ciò che dice M. Azais, ma dei semplici effetti del movimento o del riposo.

Solo il movimento produce il calore con tutte le sue conseguenze, buone o cattive, di cui ognuno è in grado di farne applicazione, ed il fuoco, a ragione della sua più grande sottigliezza è anche il più adatto a ricevere l ‘impulso ed a comunicarlo agli altri corpi. L’Aria, l’Acqua e la Terra non sono che le conseguenze immediate, e successive, della formazione del Fuoco. La Luce, staccata dal suo focolare, accumulata per perdita di movimento e sospinta da una nuova e continuata emissione di sostanza si è data da sé stessa differenti forme…”

(Récréations Hermétiques, 1765)

Mentre consiglio vivamente ad ogni appassionato di leggere questo meraviglioso trattatello, scritto da un alchimista che aveva un approccio all’Arte certo straordinario per la sua epoca, credo utile, a questo punto, offrire un altro punto di riflessione; è nota a tutti la famosa sentenza: “Il vento l’ha portato nel suo ventre“, che è l’espressione verbale più identificativa dello Spirito Universale, in centinaia di trattati. Si tratta del Mercurio, quello Celeste, quel Mercurio assolutamente indispensabile che ogni artista deve riuscire ad attrarre tramite il magnete appropriato. Nonostante le raccomandazioni dei Maestri che indicano di non prendere mai alla lettera ciò che viene comunicato, la nostra razionalità ama incasellare, catalogare, classificare, ogni cosa; di fatto incasellando ed imprigionando non solo il senso vero degli insegnamenti, ma le stesse probabilità di venire a capo della enorme mole di dati che si accumulano via via nel corso del proprio cammino di studi. Fulcanelli ripete all’infinito che ‘la lettera uccide, solo lo spirito vivifica‘. E si pensa sia una cosa scontata. Ci si sente sempre in sintonia, e non è così: perché è difficilissimo liberarsi delle nostre abitudini razionali. Ma così è, sembra, e così deve essere. In questo caso ‘ventoso’ e ‘spiritoso’, si pensa sempre che lo Spirito Universale sia – de facto – proprio un Mercurio. E che Mercurio!….chiarisco subito che è proprio così. Tuttavia, ogni affermazione deve sempre essere presa cum grano salis. Si sta studiando Alchimia, la più antica delle Scienze. E non c’è spazio per la cruda, arida, logica. Serve Cuore ed emozione. Dunque, ferme restando le veridicità delle affermazioni sulla natura Mercuriale dello Spirito Universale attestate dai Maestri d’ogni epoca e contrada, varrebbe forse la pena ricordare quel bizzarro discorso sulla ‘compositione‘ dell’Anima Mundi, di cui sopra. A questo scopo, come possibile spunto di riflessione, leggiamo la pagina del Discorso I° di Michael Maier, tratta dal suo Atalanta Fugiens (1617):

Portavit eum ventus in ventre suo

Portavit eum ventus in ventre suo

Il vento l'ha portato nel suo ventre

Il vento l'ha portato nel suo ventre

Ho evidenziato una notula, in cui viene detto – citando Lullo – che lo zolfo è portato nell’argento vivo, e che la Pietra è portata nel ventre dell’Aria. Il latino di Maier è molto facile, e spero che tutti apprezzeranno quel suo interrogarsi ironico sulla natura di quell’ “ILLE” (inizio pagina): chi, si domanda il furbo medico di Rodolfo II, chi è quell’ “ILLE” portato nel ventre del vento?…dice Maier: “Ci si chiede tuttavia, chi sia QUELLO, che deve essere portato dal vento. Rispondo: Chimicamente, è lo zolfo, che viene portato dal mercurio.” Domanda facile, risposta semplice. Ma l’affermazione potrebbe destare sorpresa. Lascio a chi ama studiare Alchimia l’approfondire il punto, anche a livello operativo. Inoltre, ho evidenziato anche questo interessante passaggio: “Ogni Mercurio è composto dai fumi, cioé da Acqua che solleva con sé la Terra nella rarefazione dell’Aria, e da Terra che costringe l’Aria a ritornare in Terra acquea o Acqua terrosa.” E’ lo schema classico di una ‘circolatio’; il fatto che questa perfetta ed esatta descrizione venga attribuita al Mercurio, ad ogni Mercurio, e dunque anche al Mercurio dello Spirito Universale, merita a mio avviso ogni serena attenzione. E se si rileggono, come al solito molte volte, testi come la Lux Obnubilata o le Récréations Hermétiques – a solo titolo di esempio utile in questo specifico contesto – forse l’intricato Fil Rouge che tutti cerchiamo di ritrovare potrebbe iniziare a dipanarsi.

Siamo partiti dalla Creazione e siamo arrivati dentro un Laboratorio: l’evento è identico, solo su scala diversa. Ma il Mistero, magnifico e parlante, efficace e immutabile, è lì…davanti gli occhi di tutti noi. Dal Cielo alla Terra, dalla Terra al Cielo; l’ultima parte è il titolo di un bellissimo romanzo d’avventure di Jules Verne, ma è anche la dolce, segreta speranza di ogni innamorato della Gran Dama.

Dom Pernety:  “C’est proprement le nitre répandu dans l’air, imprégné de la vertu des astres, et qui, animé par le feu de la Nature, fait sentir son action dans tous les êtres sublunaires. Il est leur aliment, il leur donne la vie, et les entretient dans cet état autant de temps que son action n’est point empêchée par le défaut des organes, ou par la désunion des parties qui les composent.

(Dictionnaire Mytho Hermetique, alla voce Esprit Universel,  1758)

Dicevano i Saggi : Qui habet aures audiendi, audiat…

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