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Il Mistero delle Tre Notule … in onore della Gran Dama, quella Universale.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, June 29, 2020 by Captain NEMO

Ho atteso qualche giorno; volevo rendermi conto se qualcuno avesse voluto dire la sua a proposito del sasso gettato nello stagno – o forse meglio, ‘in piccionaia‘? – da parte di Fra’ Cercone; sto parlando di tre vecchi suoi interventi che, parecchi anni fa, furono offerti al pubblico di un altro palcoscenico. E dopo aver atteso, ho riflettuto, non poco, ma tanto, su quelle parole. San Sebastiano, e le frecce. Il tempo scorre, e tutto sembra essere ripetuto, ma la vita alchemica – la mia, quella di Fra’ Cercone, e di tanti altri (sebbene pochi, in verità; per vari ameni motivi) – ha portato esperienza, scoperte, ipotesi, nuovi prati, prove sperimentali, e progressi; e ricordi. Eppure, ancora oggi, quelle parole suonano sincere, veritiere. Condivisibili.

E allora, dato che qualche cosa ho trovato lungo il mio camminare, dato che viviamo tutti – i pochi – nel medesimo mondo che passa come di consueto tra spine e dolori e abbagli e silenzi e clamori, e triti inganni che avvolgono gli uomini, persino quelli che vestono medaglie e mostrine, scorgo in quelle parole l’opportunità di affiancarmi alle riflessioni proposte da Fra’ Cercone; non soltanto per la fratellanza che mi lega a lui, perenne, luminosa, pura, pulita, sempre onesta, allegra, seria e tanto altro; ma – soprattutto – perchè vengo da terre e lune e montagne e acque – acque – sempre fresche, amorevoli, distaccate – quasi per magia naturale – dal mondo delle piccole manovre, delle illusioni, dei mezzucci da quattro soldi. L’Alchimia porta verità, talvolta scomoda verità, ma pur sempre semplice, limpida verità. Quella ho cercato, e quella continuo a cercare. Non la mia verità, che non esiste. Quanto la freschezza della Gaia Scienza, che ho visto ormai calpestata, e tristemente svilita, dimenticata; quasi fosse un inutile cartoccio di sogni. Cammino, pagando il passaggio dovuto, come è costume, e camminerò sempre in cerca di prati verdi, pieni di uccelli e di aria pura, e limpidi orizzonti, cristallini.

Così, proverò a riproporre quelle note oneste dell’onestissimo Frate Cercone, sol per aiutare i giovani che si avvicinano alla Scienza più dolce e vera e bella che ci sia: Alchimia. Vi sono momenti, nella vita di tutti, in cui è opportuno porsi domande, più che in altri momenti: non per mancar di rispetto, ma per il rispetto che si deve agli inesperti, e per il rispetto di chi sempre attende al Joe’s Bar, su Bellatrix; e altrove.

Allora, ecco il primo intervento:

Cari Cercatori,
E’ triste constatare come onesti e volenterosi cercatori vengano ignobilmente circuiti.
Mi suscita grande amarezza vedere l’Alchimia o, per meglio dire, la Filosofia Naturale ridotta a un immangiabile pappone.
Nel minestrone delle nostre nonne, andavano a finire tutti gli avanzi, ma conditi con tanto amore, l’ingrediente sovrano che miracolosamente rendeva prelibato anche il più umile desco.
Invece qui l’amore manca, il piatto è condito con superbia, prosopopea e sopra tutto, al posto del parmigiano, un’abbondante spolverata di frottole ben tritate.
Rimangono gli avanzi, materiale raccogliticcio qui e là e avariato; il pappone non solo è immangiabile, ma anche tossico, per la salute intellettuale.
Per disintossicarsi, consiglio una buona lettura, come ad esempio l’Enchiridion Physicae Restitutae, del Presidente d’Espagnet, (si trova in rete, gratis et amore Dei). E poi, per gli amanti delle scalate di sesto grado superiore, Voyages en Kaleidoscope, dell’enigmatica, quanto affascinante, madame Irene Hillel Herlanger.
C’è un metodo ancora più segreto, insegnato da Joël Joze: basta captare nelle pupille di ogni essere vivente le immagini di tutte le cose visibili, condensarle, fissarle, comprimerle secondo metodi noti solo a lui, ottenerne, grazie a un procedimento sorprendente e vertiginoso la sintesi chimica; perché queste immagini proiettate sullo schermo appaiano subito in METAFORE-ANIMATE. Joël Joze chiama queste proiezioni così particolari
VIAGGI IN KALEIDOSCOPIO
Trasformate nello stesso apparecchio, per mezzo di misteriosissimi fluidi, di sali e di metalli preziosi, le Visioni si concentrano istantaneamente sotto forma di pastiglie platinate che possono poi servire a un numero illimitato di esperienze.
Così, ciascuno di noi, secondo le sue tendenze, scoprirà il SENSO NASCOSTO di ogni cosa
…. M. Joze pretendeva semplicemente di rigenerare il nostro Pianeta.
(da un post di Paolo Lucarelli, in questo Forum, in data 2 febbraio [Candelora!] 2005)
Fraternamente, FC (fra’ cercone fra’ birbone)“.

E la mia risposta, breve:

“Caro Fra’ Cercone & Fra’ Birbone,

Lei scrive ‘ignobilmente circuiti‘; e – concordando – mi verrebbe da chiedere; ma … qualcuno si chiede mai quale mai possa essere il motivo per cui qualcuno vuolecircuire‘ qualcun altro? … la risposta è facile facile, da non richiedere alcun commento da parte mia. Eppure, il ‘corto-circuito‘ continua, e tutti, ma tutti!, sorridono felici, beati, inebetiti, tanto i circuìti che i circuitanti… “… uh, guarda guarda, guarda qui … ma quant’è bello ‘sto ‘circuito‘ !

Poi: ‘o pappone è indigesto; ora che il Laboratorio mi ha portato pietanze buone e succose e mirabili, non posso che concordare. Manca l’Amor… del tutto; ma da lunga pezza. Pare uscito, nessuno lo ha visto, nessuno nemmeno ne parla. Più. E questo è disdicevole, una vera disgrazia. … Eh va beh!

L’Enchiridion del President di Bordeaux è un capolavoro senza pari, ma tutti lo leggono, e nessuno lo studia: ergo, i suoi fiori non vedono la luce negli animi di quelli che ‘leggono‘; figurarsi i frutti, quelli eterni. Rimasti tutti nel cassetto, pura teoria speculativa e simbolica, come proclamano i grandi dotti che animano i conclavi più o meno altisonanti di alchimia (scritto in minuscolo, et pour cause). Peccato.

Dei Voyages di Madame Hillel-Erlanger si parla sempre, a destra e a manca; per forza, è così exotique che fa eleganza blasée sciorinarne i versi; ma le informazioni in esso così ben incastonate, pur brillanti, non vengono colte; anzi, meglio non parlarne, si dice. Resta talvolta, qualche idiota (sedatelo subito, please! …) che sobbalza, for example, nel ‘leggere‘ del ‘bure‘. Ma un sobbalzo solo di qualche attimo, per carità, non c’è da preoccuparsi (la sedazione è rapida ed efficace; pare addirittura che dia piacevole e remunerativa assuefazione). Poi si torna a sviolinare, e a fare la moina di meravigliosa memoria parte napoletana e parte nopea. Posso sorridere con Lei, Messere, sulle ‘… pastilles platinées qui peuvent ensuite servir à un nombre illimité d’experiences’? Che vorrà dire? Peccato, un altro.”

Ecco ora il secondo intervento:

Caro B.,
A mio parere, Il Mistero delle Cattedrali è stato scritto due volte (almeno), o meglio, è stato scritto e poi riscritto.
Il problema è che le due versioni coesistono in un solo libro. Non solo, ma sono state anche accuratamente frammiste tra loro onde, mentre si parla, -già sotto chiave ovviamente-, di un procedimento, improvvisamente e senza alcuna premessa, viene inserita una frase o qualche parola riguardante un altro procedimento.
E non è tutto. Non bisogna dimenticare infatti che Fulcanelli è maestro nella Lingua degli Uccelli, la quale, basata esclusivamente su assonanze, è intraducibile. E sebbene Paolo Lucarelli di ciò faccia menzione, tuttavia, pur generoso al limite del lecito, e forse talvolta anche un po’ oltre, certamente si guarda bene dall’evidenziare i doppi e i tripli sensi, sparsi un po’ ovunque nel testo.
Permangono gli interrogativi di fondo.
Cosa ha spinto Fulcanelli a riscrivere il libro? Solo dopo aver ultimato il manoscritto si è forse accorto che si poteva far meglio? E si è dunque premurato di inserire nel testo le nuove acquisizioni? Oppure, ritenendo di essere stato troppo esplicito, ha voluto mischiare ulteriormente le carte?
In mancanza di risposta certa, mi astengo dal formulare ulteriori ipotesi.
Cerconescamente tuo, FC“.

Cui segue la mia seconda risposta, sempre breve:

“Caro FC,

Due volte!? … poffarbacco! ….’scritto e poi riscritto‘ !? … ma Lei è sicuro !? … non sarà che si tratta di un mucchio di note scritte da una pattuglia di nostalgici appassionati d’alchimia francese (la freccia indica “Bourges“, la cui Cattedrale – magnifica – non appare nel libro), nel quale solo uno – ancora nell’ombra – era quel genio supremo – vero indagatore, vero innamorato, enorme studioso, spirito scientifico senza pari, straordinario praticante – che scrisse le poche note degne della massima attenzione da parte di chi avesse voluto (uso il congiuntivo all’imperfetto, per un buon motivo) sul serio trovare il semplice bandolo della matassa operativa? La seguo sul ‘riscritto‘, capisco dove vuol andare a parare, perché esiste questa possibilità. Tuttavia, per parte mia, comincia a sorgere il sospetto che possa essere stato eventualmente riscritto fors’anche perché qualcuno del gruppo originario mai aveva capito quale fosse il senso vero e la meta operativa vera della Grande Opera; forse – e lo sussurro, ancora con una decina di dubbi – quel genio ancor sconosciuto ha voluto ‘togliere‘, piuttosto che ‘aggiungere‘, specie dopo i gran balli da Belle Epoque dell’Avenue Montaigne. Chissà … magari si era dispiaciuto di qualcosa? E non parlo di chi è venuto dopo quelli di Bourges, i quali hanno imboccato una strada vecchia, e davvero poco utile alla Antica Bisogna. Solo Paolo Lucarelli, scientifico alchimista di enorme caratura, ha compreso Fulcanelli, e gli altri – che lo osannano – credo non abbiano ben afferrato alcune cosette. Ma, naturalmente, è solo la mia povera opinione, tipo San Sebastiano … ça-va-sans-dire.

Sulla Langue des Oiseaux: a proposito di questa surreale invenzione, affascinante e meravigliosa, si parla di un altro genio fuor-del-suo-tempo, il beffardo ma sapientissimo Grasset d’Orcet, e con ragione. Assieme al Bretonissimo Monnier, che amava, e non poco, quella Langue, anche quel ricchissimo dandy, da me più che stimato, Monsieur Roussel,  era parte del Grand Jeau, sin dall’inizio. Se diamo fede alla nota missiva di Dujols a Roussel, Fulcanelli (che sarebbe Decoeur) richiede indietro la prima stesura dell’opera. Per qual motivo? … non che Roussel sapesse molto d’Alchimia, ma il suo saper giocare – e costruire succose assurdità, ma pertinenti – con parole e frasi è cosa ormai arcinota. Et alors ? …. La Cabala Fonetica appassiona tutti, è il miglior trucco per allontanare gli stolti; ma, concordo con lei, è tutta di lingua Franca; solo un Franco ingegnoso&ingegnere poteva escogitar la trappola a-doppio-effetto: le allodole le mandiamo per fratte, tutte contente per le ghiande e le granaglie, e gli svegli – ma debbono aver GIA’ operato sulla via vera, (e non quella falsa) – li aiutiamo un pochino, a patto che abbiano studiato con profitto l’Antica Scienza! Ripeto: … se l’opera è stata ‘ritirata & riscritta‘, ci deve essere stato un motivo, qualcosa di serio doveva essere successo. E qui … al momento, non possiamo che scrivere: ‘ignoramus‘; il che non toglie il fatto che un motivo – seriodeve esserci stato.”.

E, per finire, il terzo intervento:

“Fulcanelli still baffles me.
Lo dico in inglese, perché il verbo ‘to baffle’ non ha in italiano una traduzione adeguata. Significa allo stesso tempo confondere, causare perplessità, eludere e sconfiggere.
Più (ri)leggo Fulcanelli più aumenta la meraviglia, non tanto perché la sua identità terrena sia sfuggita a generazioni di curiosi che vanamente si sono affannati a darle un nome, quanto perché è riuscito ad eludere anche i suoi più stretti collaboratori. Tranne una, l’affascinante Irene Hillel-Erlanger, di cui poco si dice, perché poco si comprende. Non è curioso, –en passant-, che essa ebbe in sorte di condividere, a quanto è dato sapere, lo stesso fato di Nicolas Valois, soppresso anche lui da un’ostrica? Sotto quale polvere sono finiti Joel Joze col suo straordinario caleidoscopio, Gilly il fedele servitore, Vera e Grace? Giusto merito va qui dato a Archer, che non li ha dimenticati e dal suo bel sito ci rammenta: « Sous le couvert d’une fiction surréaliste, l’Auteur dévoile les plus Hautes Secrets de l’Hermétisme Trascendent. Mais ne les déchiffre pas qui veut…. »
Non avendo la vocazione di San Sebastiano, ho esitato a lungo prima scrivere, ma come sempre confido nella Sua clemenza.
E’ forse peccato di lesa maestà additare ai novizi l’incolmabile distanza che separa le Il Mistero dalle Dimore? O il Maestro dall’allievo, o meglio, dai suoi contemporanei? E’ forse riprovevole avvertire gli esordienti, metterli in guardia e, gettando acqua sulla loro ardente fede, ma cieca, risvegliarli dal torpore che li avvolge?
Fulcanelli appare più interessato al futuro che al presente. Il suo “Or du Temps” resiste, inerte come un seme sotto terra, alle illazioni ventilate a più riprese su di lui, per rinascere ai posteri, più vivo che pria. Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti.
La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.
Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione. Un labirinto dal quale occorrono ben più dei fatidici quaranta dì e quaranta notti per uscirne vivi, come nella canzone: ‘Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott, A San Vittur a ciapaa i bott, dormì de can, pien de malann…’
Il Tempo, come sempre galantuomo, renderà giustizia.
Fulcanelli still baffles me.
Con osservanza, spero, FC“.

Cui segue la mia ultima risposta, pur breve:

“Caro FC,

sul ‘bafling‘ non ho dubbi a crederle, dato che ho letto e (ri)letto Fulcanelli alcune centinaia di volte, sempre restandone ammirato, perplesso e sorpreso, talvolta accigliato. Su Madame Hillel-Erlanger ho già detto qualcosa poco sopra, e le dirò che l’episodio della morte-per-ostrica mi ha sempre fatto sganasciare dalle risate; poi, Valois, … lei crede che qualcuno lo abbia letto nel suo Francese antico? … dico meglio: studiato!? … compreso, almeno un tantino!? …. guardi che Valois era uno dei pochissimisi cinque o sei – in venti e passa secoli – che ha detto il vero, e che ha percorso l’operatività ‘naturale‘, quella semplice, dove la evidente prospettiva della Pierre Philosophale – posta sempre in primo piano – ‘baffles‘ la parata di stolti che ancora oggi credono che il detto ‘Una Res, una Via, Una Dispositione‘ sia una dotta affermazione da retori, piuttosto che da appassionati alchimisti. Mi è capitato di incontrare persone che ancora non si sono rese conto di cosa mai possa essere la ‘Dispositionem‘; come anche quelli – e sono un mucchio – che ancora oggi, al giorno d’oggi, in Italia come altrove, parlano della Pietra Filosofale come della vera meta della Grande Opera!

Ma forse, temo, non sono affatto interessati ad approfondire la Conoscenza dei processi di Madre Natura. Ma non mi dilungherò su questo. Per ora.

Quanto al peccato di lesa maestà: ebbene, ritengo che sia il sottoscritto che Lei verremo – se già non lo siamo stati – accusati di tal gravissimo peccato. Urbi et orbi.

Peccato che una tal maestà non esista sulla faccia della terra, per non parlare di Bellatrix, tanto meno nel Regno dell’Alchimia, dove il Re, un Roi qualsiasi, – a parte quello delle metafore -, non potrebbe mai aversi: c’è solo una Reine, Dame Alchimie. Non uomini, ma Madre Natura. Eppure, ne sono certo: il solo presupporre che si possa parlare con pacatezza di tutte quelle ‘incolmabili distanze‘ che lei amabilmente indica (tutte!) farà alzar sopracciglia a molti, sentiremo molti soffiarsi il naso, molti altri guarderanno con altera sufficienza chi osasse sollevar la lampada su quanto si va dicendo, molti si offenderanno, e spareranno cannonate balanzoniche. E siccome non temo, con Gaia Scota postura, faccio mie le sue parole:

Fulcanelli s’eclissa, discretamente, dalla scena terrena del suo tempo, agitata da scomposte correnti sotterranee e imbrigliata nei vani orpelli della Ville Lumière fin de siècle. Torna donde è venuto. E lascia privi di guida una discreta schiera di apprendisti. La maggior parte di essi, orfani della sua dipartita, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Lui, sornione, li osservava divertito dal suo retroscena privilegiato.

Mentre essi, certamente eruditi, fin troppo, sciorinavano dottrine passandole per oro colato. All’ombra del Maestro, e nascosti dietro a quella Sfinge che sormonta il frontespizio del Mistero, con finta sicumera finsero conoscenze che non possedevano. Ne nacque un garbuglio che ancor oggi getta i neofiti nella più profonda confusione.‘.”

Concludo con un’allegra raccomandazione, ai giovani; che spero ancora incontaminati: non credete a nulla, tantomeno a noi, ma piuttosto ponetevi sul cammino della Conoscenza di Madre Natura, e al più presto; con tutta la vostra Force, dotatevi prima di un solidissimo e continuato bagaglio tratto dallo studio tenace della Philosophia Naturalis; poi, solo dopo, procedete a mettere in pratica quanto riterrete di aver appreso; aprite il vostro Laboratorio; poi mettetevi in testa che sarà assolutemente necessario salire – e per lunghissimo tempo –  sul trenino quotidiano che porta dai Libri al Laboratorio, poi dal Laboratorio ai Libri, e di seguito così, ogni santo giorno. Sappiate che il cammino che avete intrapreso sarà lunghissimo (decenni, … eh sì!), e che dovrete necessariamente cambiare la vostra visione della vita, radicalmente e per sempre; in effetti, il Laboratorio lo proverà man mano che proseguirete, le cose non stanno come crediamo. La via è semplicissima, e per questo è difficilissima. Non fatevi raccontar balle, nè dagli uomini, nè dai libretti & libercoli, ma procedete con assoluta tenacia a ri-studiare, tutto. La Philosophia Naturalis è sconosciuta persino a chi dice di ‘fare‘ Alchimia; senza di essa, senza quella LUX, approderete a porti fantasma e alle famose – infauste – lucciole per lanterne. Siate indagatori del finissimo e del più che sottile (che non significa ‘sottigliezza’, bensì per minima, quello del Trevisano, di Philalethe e di Santinelli), ma sbarazzatevi sin dall’inizio di chi vi parla di mistica, speculatività, simbolismo, amiccamenti, scorciatoie, io-ho-capito-tutto-e-ti posso-iniziare, e tutte le amenità inventate per secoli da chi ha tentato – molto spesso con successo –  di impadronirsi dell’Arte per irretire gli ingenui e limitare la vostra libertà di indagine. Siate puri, e Gai, ma … sempre veri, onesti, tenaci. Non mollate, non cedete – mai – al Canto delle Sirene.

Per questo, per mettersi in questo Gioco, occorre Passione, Amore, Fratellanza Antica, Umiltà, Allegria, Coraggio.

L’Alchimia è vera, e porta alle Stelle.

Punto.

Le Rapport Fulcanelli

Posted in Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Friday, June 12, 2020 by Captain NEMO

Qualche tempo fa sono casualmente incappato sul Web in un documento del 2013, a proposito – con le parole dell’autore – del ‘Mito Fulcanelli‘. Dato che non amo affatto la moda ‘social‘, non mi tengo sempre aggiornato sul gossip, per di più di stampo alchemico francofono; per la verità, preferisco proprio evitarla, ritenendola soprattutto inutile. Ma dato che in Francia se ne è parlato come di un documento di un certo interesse, gli ho dato un’occhiata. Dopo un’oretta, mi sono reso conto che si trattava di uno scritto anonimo, auto-pubblicato in Francia e che è stato reso disponibile in poche copie tramite i buoni uffici di Filostène Junior, dal suo Blog belga; dopo pochi giorni, la diffusione si è fermata ed il Blog dopo un po’ non è stato più aggiornato.

Si tratta di una sorta di ‘studio‘ che un fantomatico ‘collectif de personnes‘ affidò all’autore allo scopo di riassumere e dirimere l’intricata matassa di suggerimenti, ipotesi, contrasti, storie e storielle relative a Fulcanelli, il suo milieu, e l’origine delle sue due opere: come si sa, l’identità di Fulcanelli ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, soprattutto in Francia. L’autore anonimo del fascicolo, che si firma ‘Ad. N.‘, si è dato da fare nel ricostruire la storia delle ipotesi a suo dire più credibili, e che hanno riguardato non soltanto i possibili ‘fulcanellisables‘, ma anche i vari personaggi – più o meno importanti – che si sono occupati della paternità delle due opere sin dal 1926. Con uno stile di scrittura asciutto quanto poco curato, e anche un po’ bizzarro, l’autore ricostruisce in modo riassuntivo ma interessante le ben note vicende che portarono alla pubblicazione prima de Le Mystère des Cathédrales (1926), e poi de Les Demeures Philosophales (1930); l’autore conclude che le tesi di Walter Grosse e di Filostène Junior siano le più certe, e aggiunge da parte sua delle prove relative ai registri contabili dell’editore Schemit, a suo dire a sostegno di quelle pubblicate da Grosse e da Filostène Junior.

E dato che ritengo che non tutti siano a conoscenza di questo ‘rapport‘, ho pensato di offrirne una rapida traduzione Italiana, come un semplice documento da affiancare – eventualmente – ad altre opere che trattano di questi argomenti: chi lo desiderasse, potrà acquistarla su Lulu, qui.

Come detto, questo non è certo un libretto d’Alchimia, o sulla storia dell’Alchimia: è solo un curioso documento, la cui importanza è tutta da dimostrare. Quel che mi è parso interessante però, se non significativo, è che – nonostante l’autore affermi che lo scopo del misterioso ‘collectif‘ fosse quello di porre fine, e una volta per tutte, alla lunga lotta che ha visto Canseliet contrapposto ad un manipolo di feroci critici a proposito della vera autorship delle due opere firmate Fulcanelli (tra questi primeggiano R. Ambelain e G. Dubois) – mi pare che emerga piuttosto uno scenario forse poco conosciuto, ma neanche troppo nascosto.

Preciso che quanto segue è solo una mia idea: da quel poco che mi è capitato di trovare, la vera storia della genesi dei due capolavori dell’Alchimia moderna è ancora tutta da scrivere; è probabilmente da Bourges che prese le mosse questo audace progetto, da un gruppo di personaggi francesi della fine del XIX secolo, appassionati di esoterismo e della antica tradizione alchemica francese (tolosana e normanna): di mezzo ci fu Aristide Monnier, Alphonse Brunet d’Anvault, Paul Decoeur, Pierre Dujols, Charles de Lesseps, e qualcun altro; alle soglie del XX secolo, quando si decise di dare il via al progetto editoriale vero e proprio, che inizialmente prevedeva uno studio del simbolismo alchemico delle 5 più importanti Cattedrali di Francia, Raymond Roussel fu il primo redattore di una bozza tratta dalle numerose note raccolte dal gruppo nel corso degli anni; poi deve essere accaduto qualcosa che ha spezzato l’integrità, tanto del gruppo che del progetto, e solo poche note furono affidate da Decoeur e Dujols a Canseliet (per la parte di redazione finale) e a Champagne (per le magnifiche illustrazioni); ma questa frattura, di cui ignoro le cause, fece sì che solo alcune note trovarono posto nell’edizione finale affidata ai due giovani collaboratori (Canseliet e Champagne). Con la scomparsa di Decoeur e Dujols, Canseliet e Champagne conclusero il compito loro affidato, ma le prime edizioni delle due opere (1926 e 1930) furono un fiasco: poi, grazie all’opera appassionata e dedicata di Canseliet, la storia è nota, le due opere divennero dei veri e propri Best Sellers. Ancora oggi, e quanto giustamente, le due opere costituiscono il più solido gradino di partenza nello studio e la pratica dell’arte alchemica, ormai in tutto il mondo.

Ho una vaga impressione che qualcosa di poco chiaro possa essere accaduto agli inizi del Novecento a Parigi, qualcosa di cui forse Canseliet era ignaro a causa della sua gioventù; qualcosa separò il gruppo iniziale, e dopo il 1926 Canseliet e Champagne si ritrovarono soli con un mucchio di note di più mani, con l’incombenza di pubblicarne il contenuto come meglio si poteva; poi Champagne morì nel 1932, e Canseliet proseguì il suo cammino, sia di discepolo operativo che di fedele difensore di un’idea che ormai era divenuta mito. Ma quella frattura causò una separazione tra due fazioni, dove quella Belga – per ragioni che ignoro – conosceva forse meglio come fossero andate le cose. E nell’ombra di quel gruppo originario di Bourges, poi spostatosi a Parigi, potrebbe celarsi anche qualcun altro cui potrebbe spettare il nomen Fulcanelli. Jean Laplace trovò una foto tra le carte di Canseliet poco dopo la sua scomparsa …

Quanto ho riassunto qui sopra è tratto da una serie di dati resi pubblici, con un sapiente contagocce, durante gli ultimi 10-15 anni da parte di Filostène Junior (nel suo Blog, quando ancora vi scriveva, e nei suoi due libri): mi sono sempre domandato, ed ancora mi domando, come mai egli abbia potuto disporre di notizie, nomi, dati, documenti autografi, dettagli, confidenze così legate alla vicenda della nascita delle due opere; la risposta è naturalmente legata ad una sorta di ‘eredità storica‘ sul come&quando siano andate le cose ‘fulcanelliane‘ affidategli dal suo mentore, tale Filostène Senior, ora scomparso, ma forse no (Quién sabe?); quest’ultimo sarebbe stato un ingegnere minerario, mi pare, di origine belga, poi ritiratosi in Sud America. Ma soprattutto: perché renderle pubbliche soltanto in questi anni? Cui prodest?

Non disponendo ancora di una risposta più approfondita alle due domande, non posso non constatare che è ancora in corso un confronto, che mi pare bruttino assai, tra Francia e Belgio a proposito non soltanto della vera identità di Fulcanelli, ma anche della figura di Canseliet; il quale, incontestabilmente, è stato senza il minimo dubbio il buon Maître di un’intera generazione di studenti e praticanti d’Alchimia (per 50 anni, e passa!), e tutti noi dobbiamo essergli davvero grati per il complesso, difficile, oneroso ruolo che ha scelto di mettersi sulle spalle. Anche  ‘Ad. N‘ gliene riconosce il merito, però … però … qualche fatto presentato in questo ‘rapport‘ sorprende il lettore; la figura di Canseliet che tutti conosciamo, ne soffre. D’altro canto, gli eroi esistono solo nei racconti del mito, e ogni alchimista, sia egli un principiante o un maestro, resta sempre un essere umano: fallibilità e debolezza sono di ogni uomo, sempre … Ma, nel dirlo, continuo a chiedermi: cui prodest?

Davvero dobbiamo ancora pensare che un’eventuale verità storica – per non parlare della dottrina operativa! – sia patrimonio solo di una persona, di un gruppo, di tizio o di caio?

Non sarà ora di metter la testa in lavatrice, e pulirsi dell’ego che ogni cosiddetta “Appartenenza” impone? Ma pulirsi tutti, pure gli alchimisti italici, franchi, valloni … e via dicendo.

Temo che si sia smarrito, e da lunghissima pezza, il senso della Creazione, e, per traslato, dell’Alchimia: Amore & Equità. Mah, … e poi si parla, a destra come a manca, di “Fratellanza“; roba da ‘chiacchere&distintivo‘, piuttosto.

Comunque sia, l’histoire dell’Alchimia Europea va avanti, con pezzi distillati & pezzi nascosti, … Concludo informando che il fascicoletto ‘Le Rapport Fulcanelli‘ è stato tradotto ‘as is‘, senza commenti, a parte qualche nota di traduzione e/o maggior precisione nelle citazioni riportate: … e ‘as is‘ ne lascio l’opinione al lettore.

Le cri de l’Alcyon, … et du Cygne rôti, s’il vous plaît.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, May 11, 2020 by Captain NEMO

Come l’uccello di cui porto il nome, sono apparso a Nantes al solstizio d’inverno, messaggero che annuncia la calma e la pace ai naviganti lanciati sul mare del mondo. gettando attraverso l’aere il grido perforante ripetuto dagli eco, una delle sue grida che emozionano e che fanno sognare questi uccelli sacri che gli antichi chiamavano lingue e che li consideravano come gli interpreti del cielo.“.

Così si presenta Alcyon, alias Pierre Aristide Monnier: è un Bretone, orgoglioso della sua origine celtica, studioso della tradizione di quella terra singolare, fervente cattolico, Realista legittimista, profondo studioso del greco, dell’ermetismo, di alchimia e dell’opera di Michel de NostreDame. Alcyon viene dal greco ἀλκυών:  l’Alcyon Atthis è proprio il variopinto Martin Pescatore, il Martin Pecheur, l’Eisvögel, il KingFisher. Il Mito ci informa che Alcione era una delle figlie di Eolo, e sposa di Ceice; i due si amavano così tanto che si vezzeggiavano tra loro con il nome di Zeus e Hera, ed Alcione era così bella che veniva spesso scambiata dai pastori per Artemide (la latina Diana); ovviamente Zeus, Hera e Artemide montarono su tutte le furie e – detto fatto – una tempesta marina causò l’annegamento di Ceice, così che la bella Alcione, straziata dalla morte dell’amato sposo, si gettò in mare da una rupe per raggiungerlo: Zeus – mosso da una tardiva pietà – li tramutò così in uccelli dalla livrea magnifica. Il loro nido, però, costruito nei pressi del mare, era continuamente distrutto dalle onde; una seconda mossa pietosa del Re dell’Olimpo placò così il mare per sette giorni prima e sette giorni dopo il solstizio d’inverno, così che le uova degli Alcioni potessero schiudersi: questi quindici giorni vengono ancor oggi ricordati come ‘i giorni d’Alcione‘, giorni di pace e tranquillità. Atthis, inoltre, viene dal greco Ἁκταία, Actæa (meglio conosciuta come Attica) che indica la riva del mare. Troppo poetico? Forse, ma questa ποίησις pare aleggiare anche nel brano del Bretone Monnier.

Con lo stesso spirito, Monnier in un suo scritto indica all’artista che poco prima della morte alchemica dell’aquila e del leone, cioè del combattimento delle due nature, si ode – sottile ma penetrante – un suono, o forse un canto, della materia, che assomiglia a quel grido dell’Alcyon.

D’altro canto, con pari lirismo Canseliet – a proposito di un sifflement – commentò la VI Chiave di Basilio Valentino:

… Cette distillation sèche est attestée par les deux profils flammés et par le vieillard versant l’eau de la mer que rappelle le trident de Neptune, tandis que le cygne, plus discrètement, en marque le détail sonore. Celui-ci constitue la plus sûre indication que l’artiste puisse obtenir de la pratique naturelle et philosophique. C’est ce signe bruyant qui sert de jalon et de point de repère dans la conduite régulière du travail; …. De nouveau, nous solliciterons la décoration du couvent de Cimiez, dans l’une des petites peintures des corridors représentant le bel oiseau, que nous voyons orner, de sa blancheur et de sa majesté, les calmes eaux de nos étangs. Le cygne a toujours été regardé, par les alchimistes, comme un emblème du mercure; il en a la couleur et la mobilité, ainsi que la volatilité proclamée par ses ailes. Au monastère franciscain, la devise latine dégage l’ésotérisme de l’image;

DIVINA SIBI CANIT ET ORBI

Il chante divinement pour soi et pour le monde.

Ce sifflement, qui ne manque pas de surprendre l’opérateur à ses débuts, est nommé le chant du cygne (le signe chantant), parce que le mercure, voué à la mort et à la décomposition, va transmettre son âme au corps interne issu du métal imparfait, inerte et dissous.“.

La versione francese di Canseliet di questa Sesta Chiave, tradotta dal latino (Maier,  nel suo Tripus Aureus del 1618), recita:

L’homme double igné doit se nourrir d’un cygne blanc; ils se détruiront mutuellement et, de nouveau, reviendront a la vie. Et l’air des quatre parties du monde s’emparera des trois quarts de l’homme igné enfermé[1], afin que le chant du cygnes puisse être entendu et, de leur adieu, les tons musicaux exprimés. Alors le Cygne rôti sera le repas du Roi et le Roi igné aimera beaucoup la voix agréable de la Reine, l’embrassera de son grand amour et se rassasiera d’elle jusqu’à ce qu’ils disparaissent tous deux et se fondent ensemble en un corps.“.

Per completezza, riporto il Latino della versione di Maier:

In Italia, l’edizione di Canseliet è stata tradotta da Paolo Lucarelli per le Edizioni Mediterranee.

Curiosamente, in Araldica il Cigno, quando è rappresentato su un nido flottante, viene spesso chiamato Alcione.

Ed a proposito del ‘candido cygno‘, di questo Mercurio che – nelle parole del Maître di Savignies – muore e si decompone, per ‘trasmettere la sua anima al corpo interno generato dal metallo imperfetto, inerte e dissolto‘, val la pena di notare che Paolo Lucarelli ha tradotto il termine ‘issu‘ con ‘generato‘, quando la traduzione più semplice e comune è ‘uscito‘. Questo mercurio-cigno, che canta la propria morte nel ‘trasmettere‘ la sua anima al corpo interno generato dal metallo imperfetto – poco prima del Matrimonio del Re e della Regina – è di un colore evidentemente bianchissimo; ecco come Bernardo Trevisano lo descrive al termine di una serie di sublimazioni, in un procedimento da lui chiamato ‘Primo Grado‘ [come sempre, occorre prudenza nel mettere in corrispondenza i passi di diversi autori, di diverse epoche; e riflessione]:

Ti dico dunque, chiamando Dio come testimone di questa Verità, che questo Mercurio – essendo stato sublimato – è apparso Vestito di una bianchezza così grande, come quella della neve delle alte Montagne, sotto uno splendore sottilissimo e cristallino, dal quale usciva, all’apertura del Vaso, un odore così dolce che non se ne trova di simile in questo Mondo. Ed io, che ti parlo, so che questa meravigliosa bianchezza è apparsa ai miei occhi; che ho toccato con le mani questa sottile cristallinità, e che ho sentito questa meravigliosa dolcezza con il mio olfatto, della quale piansi di gioia, stupefatto di una cosa così mirabile.“.

[da: La Parole Délaissée, in Œuvre Chymique de Bernard le Trevisan- Trédaniel, p. 86]

Canseliet  – forse? – non conosceva l’esistenza e/o l’opera di Monnier, ma di certo la materia ‘canta‘ durante alcuni procedimenti per così dire ‘classici’ dei lavori alchemici. En passant, a proposito del Cigno, ne Les Demeures Philosophales (vide il capitolo Grimoire du Chateau de Dampierre, Serie 7, Cassone 5) Fulcanelli indica che il bianco uccello, trafitto al collo da una freccia, possiede le qualità del ‘mercure initial‘, o ‘notre eau dissolvante‘; nel merito, l’Adepto francese espone il proprio punto di vista sul poco conosciuto enigma dello ‘zolfo doppio‘.

Dato che Le Dimore Filosofali peccano di una traduzione spesso distratta se non imprecisa, riporto il passo con la mia personale traduzione:

“Cassone 5 – Un cigno, maestosamente posato sull’acqua calma di uno stagno, ha il collo attraversato da una freccia. Ed è il suo ultimo lamento che ci viene riportato dall’epigrafe di questo piccolo soggetto graziosamente eseguito:

.PROPRIIS.PEREO.PENNIS.

Muoio per mezzo delle mie proprie penne. L’uccello, in effetti, fornisce una delle materie dell’arma che servirà ad ucciderlo; l’impennaggio della freccia, che ne assicura la direzione, la rende precisa, e dato che le piume del cigno svolgono questa funzione, contribuiscono così a perderlo. Questo magnifico uccello, le cui ali sono emblematiche della volatilità, e la cui nivea bianchezza è l’espressione della purezza, possiede le due qualità essenziali del mercurio iniziale o della nostra acqua dissolvente. Sappiamo che deve essere vinto dallo zolfo – uscito dalla sua sostanza e che lui stesso ha generato, – al fine di ottenere dopo la sua morte quel mercurio filosofico, in parte fisso e in parte volatile, che la susseguente maturazione eleverà al grado di perfezione del grande Elixir. Tutti gli autori insegnano che si deve uccidere il vivo se si desidera resuscitare il morto; è il motivo per cui il buon artista non esiterà a sacrificare l’uccello di Hermès, ed a provocare la mutazione delle sue proprietà mercuriali in qualità solforose, poiché ogni trasformazione resta sottomessa alla preventiva decomposizione e non può realizzarsi senza di essa.

Basilio Valentino assicura che ‘si deve dar da mangiare un cigno bianco all’uomo doppio igneo’, e, aggiunge, ‘il cigno arrostito sarà per la tavola del re‘. Nessun filosofo, a nostra conoscenza, ha sollevato il velo che ricopre questo mistero e ci chiediamo se è opportuno commentare parole così significative. Tuttavia, ricordandoci dei lunghi anni durante i quali abbiamo noi stessi sostato davanti a questa porta, riteniamo che sarebbe caritatevole aiutare il lavorante, arrivato sin qui, a varcarne la soglia. Tendiamo dunque una mano soccorrevole e scopriamo, nei limiti permessi, quel che i più grandi maestri hanno ritenuto prudente mantenere riservato.

É evidente che Basilio Valentino, nell’impiegare l’espressione uomo doppio igneo, intende parlare di un principio secondo, risultante da una combinazione di due agenti di complessione calda e ardente, aventi, di conseguenza, la natura degli zolfi metallici. Per cui si può concludere che, sotto la denominazione semplice di zolfo, gli Adepti, ad un momento dato del lavoro, concepiscono due corpi combinati, dalla proprietà simili ma di specificità differente, presi convenzionalmente per uno solo. Ciò posto, quali saranno le sostanza capaci di cedere questi due prodotti? Una tal domanda non ha mai ricevuto risposta. Tuttavia, se si considera che i metalli hanno i loro rappresentanti emblematici raffigurati da delle divinità mitologiche, sia maschili, che femminili; che traggono quelle particolari corrispondenze dalle qualità solfuree sperimentalmente riconosciute, il simbolismo e la favola saranno in grado di gettare qualche chiarezza su queste cose oscure.

Tutti sanno che il ferro e il piombo sono posti sotto la dominazione di Arès e Chronos, e che ricevono le rispettive influenze planetarie di Marte e Saturno; lo stagno e l’oro, sottomessi a Zeus e Apollo, sposano le vicissitudini di Giove e del Sole. Ma perché Aphrodite e Artemide dominano il rame e l’argento, soggetti di Venere e della Luna? Perché il mercurio è debitore della sua complessione al messaggero dell’Olimpo, il dio Hermés, sebbene sia sprovvisto di zolfo e adempia alle funzioni riservate alle femmine chimico-ermetiche? Dobbiamo accettare queste funzioni come veritiere, e non ci sarebbe[2], nella ripartizione delle divinità metalliche e delle loro corrispondenza astrali, una confusione voluta, premeditata? Se fossimo interrogati su questo punto, risponderemmo affermativamente senza esitare. L’esperienza dimostra, in modo certo, che l’argento possiede uno zolfo magnifico, altrettanto puro e splendente di quello dell’oro, senza averne, tuttavia, la fissità. Il piombo fornisce un prodotto mediocre, di colore quasi uguale, ma poco stabile e assai impuro. Lo zolfo dello stagno, netto e brillante, è bianco e farebbe mettere questo metallo piuttosto sotto la protezione di una dea che sotto l’autorità di un dio. Il ferro, per contro, ha molto zolfo fisso, di un rosso scuro, opaco, immondo e così difettoso che, malgrado la sua qualità refrattaria, non si saprebbe proprio per che cosa utilizzarlo. E tuttavia, eccettuato l’oro, si cercherebbe invano, negli altri metalli, un mercurio più luminoso, più penetrante e più maneggevole. Quanto allo zolfo del rame, Basilio Valentino ce lo descrive molto esattamente nel primo libro delle sue Douze Clefs[3]: ‘La lasciva Venere, dice, è ben colorata, e tutto il suo corpo non è quasi che tintura e colore simile a quella del Sole la quale, a causa della sua abbondanza, tende grandemente al rosso. Ma dato che il suo corpo è lebbroso e malato, la tintura fissa non può dimorarvi, e, morendo il corpo, la tintura perisce con esso, a meno che essa non sia accompagnata da un corpo fisso, dove possa stabilire il suo posto e dimora in modo stabile e permanente.’.

Se si è ben compreso quel che vuole insegnare il celebre Adepto, e se si esaminano con cura i rapporti esistenti tra gli zolfi metallici ed i loro simboli rispettivi, non sarà difficile ristabilire l’ordine esoterico conforme al lavoro. L’enigma si lascerà decifrare ed il problema dello zolfo doppio sarà facilmente risolto.“.

Così, gira che ti rigira, il lettore accorto – ma anche il ‘lavorante’, ancor più accorto – dovrà ben riflettere su questa bizzarra vicenda del Cigno arrostito che dovrà essere servito alla tavola del Re: se l’identità del Cigno è manifesta, la questione del ‘doppio uomo igneo‘ (lo ‘zolfo doppio‘) apparirebbe risolta; eppure … eppure … eppure … si può davvero esser certi che Monnier, Canseliet e Fulcanelli non abbiano forse conservato una puntina di sana invidia?

Lo potremo valutar meglio – forse – in una prossima puntata!

Note:

[1] Nota di Canseliet: “… tres quartas ignei viri inclusi occupabit … Variante: … occupera les trois quarts du receptacle fermé de l’homme igné …“.

[2] La frase è interrogativa-dubitativa, e dunque in italiano si potrebbe meglio esprimere come ‘…, e non ci sarebbe forse…‘.

[3] [NdA] Les Douze Clefs de la Philosophie. Texte corrigé sur l’édition de Francfort; Editions de Minuit, 1956, p.86.

Un manoscritto inedito di Francesco Pannaria

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Philosophia Naturalis, Various Stuff with tags , , , , , , , , , on Sunday, April 26, 2020 by Captain NEMO

Claudio Cardella ha pubblicato su Lulu la trascrizione di un interessantissimo manoscritto, inedito,  di Francesco Pannaria:Aspetti e Scambi della Materia o Energia“; scritto attorno al 1944, è un lungo lavoro di studio che delinea il metodo con cui “Pan” elaborava la propria indagine al confine tra la Manifestazione e l’Immanifesto; si tratta senza dubbio di uno studio complesso, ma affascinante, e che porta in primo piano una “qualità umana” che ogni innamorato della Natura dovrebbe coltivare, sviluppare ed usare ogni volta che affronta quella sottile zona di cerniera tra il Creato e l’Increato. Qualità che è – senza dubbio alcuno – alla base della Queste alchemica vera; non si tratta di un intellettualismo banale da salotto, bensì di una condizione essenziale per chi si occupa di studiare – praticando – i fenomeni di trasformazione/trasmutazione della Materia. Perché Madre Natura una “è”, ed opera sempre allo stesso modo, tanto nel laboratorio alchemico che nella creazione di Universi. La magnificenza con cui Natura crea Materia, e la ‘muove‘ lungo il corso del proprio divenire è l’oggetto ed il soggetto dell’Alchimia.

A questo proposito, ecco l’Incipit della brillante Introduzione del Curatore:

Eugène Canseliet, con intuizione felice e profonda, definì l’Alchimia, metafisica sperimentale. Metafisica: la branca della filosofia che prende in esame la natura fondamentale della realtà, inclusa la relazione tra mente e materia, tra sostanza e attributo, tra potenza e atto. La parola “metafisica” proviene da due parole greche che, insieme, significano letteralmente “dopo o dietro o tra [lo studio della] natura”.1 Ogni alchimista può confermare le parole di Canseliet, perché in laboratorio vede accadere cose che la fisica pura e semplice, -imparata prima sui banchi di scuola poi su quelli dell’università- non è in grado di spiegare. Ma lui è stato il primo a dirlo con tanta chiarezza. La fisica pura e semplice, dicevamo: per intenderci quella che non si pone troppe domande e si accontenta di descrivere i fatti perlopiù con linguaggio matematico, dove s’anestetizzano le contraddizioni per non turbare eccessivamente i sonni degli studiosi e degli studenti. D’altro canto, perché mai dovrebbe essere coerente con i propri assunti una scienza che non è intesa a capire, ma ad usare le risorse della natura? Per sfruttare le risorse della natura non solo non serve la coerenza, ma anzi è dannosa, perché la coerenza, il sano ragionamento, ci ricondurrebbero inevitabilmente a riconoscere che le nostre scelte e il nostro fare non si limita a far danni, ma soprattutto è suicida, o meglio è dannoso perché nefasto (da fas = lecito e nefas = illecito). Per fortuna non tutti quelli che si sono occupati di fisica l’hanno sempre pensata così: alcuni, pochi invero, non hanno dimenticato che la parola Fisica proviene dal greco Physis, Natura e si occupa delle proprietà, dei cambiamenti, delle interazioni della materia e dell’energia. Ed è solo una parte della filosofia naturale: accanto a essa vi è la metafisica che studia le nozioni fondamentali con cui intendiamo il mondo: l’esistenza dei corpi, lo spazio e il tempo, il rapporto tra causa ed effetto. Dunque una Fisica (con la maiuscola stavolta) rettamente intesa assume essa stessa il ruolo di sperimentare la metafisica, si fa metafisica sperimentale, e diventa Alchimia, proprio come affermava Canseliet: senza dimenticare che un grande Alchimista, Jean d’Espagnet (1564–c.1637), fu anche l’autore di un pregevole Manuale di Fisica Reintegrata2, che ogni apprendista e ogni operatore di laboratorio dovrebbe leggere e attentamente meditare. Il miracolo, il meraviglioso, l’inesplicabile, sono fatti della nostra esperienza fisica e sensibile, altrimenti non potremmo percepirli, anche quando non siamo in grado di darne una giustificazione logica; d’altronde il nesso causale, quale che sia, non appartiene al mondo fisico, ma al retroscena fisico del mondo fisico, onde padre Dante ammonisce: state contenti, umana gente al quia3. Prima di sperimentare, sarebbe opportuno sapere con cosa si ha a che fare e, -per usare le parole del Trevisano-, conoscere e indagare le cose secondo le cause, perché l’esperimento è ingannevole se non preceduto dalla comprensione; ma non è sempre possibile e, nel migliore dei casi mai completamente, come ben sanno tutti gli sperimentatori onesti, ovvero quei pochi che riescono a trattenersi (a stento, dobbiamo confessare) dal mettere un dito sulla bilancia per far tornare i conti.

2 Jean d’Espagnet, Enchiridion Physicae Restitutae, Parisiis, 1623.

3 La Divina Commedia, Bologna 1826, con brevi note di Paolo Costa. Purgatorio III, v. 37, p. 24. Ecco il commento del dotto chiosatore al versetto citato: “Secondo Aristotele la dimostrazione è di due sorta: l’una è detta propter quod, ed è quando dimostrasi a priori, cioè quando gli effetti si deducono dalle cagioni: l’altra è detta quia, ed a posteriori, ed è quando le cagioni dimostransi dagli effetti. Intendi dunque: siate contenti, o uomini, al quia, cioè a quelle dimostrazioni che si possono ricavare dagli effetti, pei quali si viene in cognizione delle cagioni loro, e non presumete d’intendere più in là di quello che i fatti vi mostrano.” “.

Il libro è acquistabile su Lulu, qui.

Eugène Canseliet / Un hommage …

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , on Thursday, January 2, 2020 by Captain NEMO

Ho pensato di offrire – in segno d’augurio – tre piccole interviste a Canseliet; sono sul Web da tempo, e le ho tradotte rapidamente per chi fosse interessato:

  1. Serge Hutin intervista Canseliet nel suo laboratorio, a Savignies, nel 1964, qui;
  2. Gilles Lapouge presenta un’intervista a Canseliet girata a casa sua, a Savignies, nel 1974, qui;
  3. Nicole Brisse intervista Canseliet sui colori delle Vetrate delle Cattedrali medioevali, nel 1980, qui.

Come per l’intervista più famosa, quella del 1978 per Radioscopie con Jacques Chancel, le ho poste in archivio nella Sezione ‘Pages‘ qui a destra.

Tutti coloro che in questi tempi si sono avvicinati all’Alchimia, hanno sicuramente letto i suoi libri ed i suoi numerosi articoli; al di là della solita ridda d’opinioni sul ‘più vecchio studente di Francia‘ abbiamo – tutti – un dolce debito con lui. E sono contento di dedicargli il primo post di questo 2020.

Auguri, a tutti!

Du Feu & du Sel … un viaggio.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , on Tuesday, January 1, 2019 by Captain NEMO

Il Capitolo Settimo dell’Alchimie expliquée sur ses textes classiques – edita da Eugène Canseliet nel 1972 – è intitolato ‘Le Sel des Philosophes‘, ed è uno dei brani più interessanti per chi studia e pratica Alchimia. In tutta evidenza, se è chiaro che anche Canseliet ha sempre sostenuto che lo studio dei buoni testi fosse indispensabile per un proficuo supporto all’esperienza del Laboratorio, è altrettanto chiaro che ciò di cui ha voluto parlare non è certo da prendere alla lettera, come è usanza per chiunque abbia una qualche dimestichezza con il metodo con cui Conoscenza ed esperienza vengono condivise e trasmesse a chi percorre la stessa Via operativa. Torniamo al Capitolo Settimo: il titolo chiarisce che l’oggetto delle considerazioni dell’autore non è in alcun modo il sale comune, ma il ‘Sale dei Filosofi‘, che è – nei fatti – l’attore principale del semplice processo alchemico. Di più: quel ‘Sel‘ di cui parla il Maitre de Savignies non è – e molti ne rimarranno forse sorpresi – nemmeno quel composto chimico che risultasse dalla reazione tra il tartaro e nitro; pur curioso nelle sue qualità, per chi le avesse sperimentate all’Opera, esso è ben lontano da quel  ‘Sel des Phiosophes‘ di cui parlava più di quarant’anni fa Canseliet. Certo, da assiduo sperimentatore quale era – una appassionata assiduità di cui il famoso processo sulla surfusione del piombo ne fu la prova provata – avrà senza dubbio inizialmente ritenuto che quella unione ‘ana‘ potesse essere preziosa: in effetti, la necessità di buoni ‘fondants‘ lungo la via spagirica dei metalli, mostra  all’Artista attento – nel corso della pratica ripetuta centinaia di volte – degli indizi che potrebbero risultare estremamente utili nel corso dei propri studi e delle proprie esperienze: ma occorre un profondo senso dell’osservazione sperimentale , una passione radicata nella Conoscenza della Teoria Alchemica – la quale è Scienza e Arte dei processi della Creazione della Materia, e non certo una tecnica soltanto, banalmente, trasmutatoria mirata all’ottenimento di una o più Pietre – e una abitudine costruita negli anni a verificare sempre nella pratica quella Teoria, più antica del nostro mondo. Nel corso del proprio cammino di studio e pratica l’Artista modula e raffina sia la tecnica che l’operatività: e si accorge che il famoso monito ‘Una Res, una Via, una Dispositione contrasta talvolta con quel che sta cercando di mettere in pratica: e qui, la riflessione, la meditazione profonda sui testi e sui propri appunti di Laboratorio – oh, quanto preziosi -, si rivela – talvolta – esiziale; l’Artista deve studiare Madre Natura nel suo più intimo procedimento della Creazione, e – per l’appunto – è quella peculiare substantia che chiamiamo ‘Sel’ che svolge il ruolo chiave in Creazione negli Universi; e dunque, nel crogiolo alchemico posto nel forno. Quel Sale ha ricevuto una miriade di nomi, frutto dell’acume e dell’ingegno di chi ha studiato e praticato lungo quella Via. Canseliet ne ricorda molti ai suoi lettori: personalmente, credo che sia corretto parlarne come il ‘Sel de Pierre‘, meglio ancora come il ‘Primum Ens dei Sali‘ di Philalethe; più che il nome, quel che conta davvero è la sua funzione, poiché è la funzione di una substantia ciò che la caratterizza nella Creazione di Materia, sia essa in accadimento all’interno di una stella o nel crogiolo alchemico: se l’Artista volesse cogliere meglio quel che cerco di spiegare (perdonate, facile non è spiegare! … direbbe Yoda), quel monito capitale ‘Una Res, Una Via, una Dispositione potrebbe render conto del fatto – sperimentale! – che una stessa sostanza usata in contesti operativi diversi svolge una funzione diversa. Naturalmente non sto parlando di chimica, né di fisica; ma di Alchimia e di Physica, che oggi – chissà perché – nessuno ama più studiare; figurarsi sperimentare.

Prima di proseguire, credo utile esaminare meglio quel Capitolo sul ‘Sel des Philosophes‘, anche alla luce di quanto riportato in un commento del mio Post sulla curiosa medaglia coniata da Herr Friedrich Kleinert (qui), il quale era un appassionato alchimista in quel di Nuremberg, cui il giovane Leibnitz si rivolgeva con una certa riverenza. L’emblema che ha attirato l’attenzione di Madame Compostellae a quanto scritto dall’ottimo e sagace Fra’ Cercone figura per l’appunto all’interno del Capitolo Settimo ed è – secondo quel che scrive Canseliet – ‘La petite vignette, qui éclaire le titre de l’admirable Traité du Feu et du Sel’ di Blaise de Vigenère; eccola:

Traicte du Feu & du Sel – 1642

Il trattato in cui figura la famosa vignetta fu pubblicato nel 1642 a Rouen; tutti conoscono la giusta passione di Canseliet per l’Editio Princeps di un trattato antico; ma questo famoso e ottimo trattato, ritrovato dopo la morte di de Vigenére, fu in realtà edito per la prima volta nel 1618 a Parigi, e questo è il suo frontespizio:


Traicte du Feu & du Sel – 1618

Probabilmente Canseliet scelse la ‘Derniere Edition reueuë & corrigee‘ perché gli era utile per ciò che intendeva esporre a proposito del ‘Sel’; l’emblema dell’edizione del 1642 raffigura il putto-parvulo con una mano che tiene un nastro che sorregge la pietra squadrata, mentre con l’altra indica il Re tra le nubi aperte (si deve notare che questa sua mano destra è ‘alata’); il putto è in piedi su una sommità erbosa, cui fa da sfondo uno specchio d’acqua, con un albero radicato su un promontorio sulla destra di chi guarda. Il motto recita ‘Paupertas summis ingeniis obesse ne provehantur‘, e viene tradotto da Canseliet come ‘La pauvreté nuit aux meilleurs étudiants, de sorte qu’ils n’avacent pas‘. Ai quattro angoli figurano i tre gigli di Francia, una croce greca, il quatre-de-chiffre dell’incisore, e l’Agnus Dei. La didascalia della Pl. XIII recita: ‘Que des confidence Blaise de Vigenère n’aurait pas faites, dans son traité inestimable, qu’il gardait pour lui seul, s’il avait pu prévoir que cet ouvrage fut tout de suite trouvé après sa mort. Ce petit cartouche de titre est assez éloquent du lieu, inaccessible à l’ordinaire, d’ou l’alchimiste reçoit son sel et son feu Philosophiques et secrets.‘.

Se l’Artista volesse esaminare la vignetta del’Editio Princeps del 1618, osserverebbe un uomo-pastore, inginocchiato e forse pregante, posto a sinistra di un ara sacrificale su cui un agnello arde in un fuoco che lo avvolge, il cui fumo sale verso le nubi dalle quali, aperte in due, appare un piccolo Re coronato e radiante; l’altare reca sulla faccia frontale una stella a sei punte (con due lambelli), nel cui centro è raffigurato il simbolo del Mercurio, il tutto ambientato in una campagna bucolica, con ovini che brucano l’erba e quel che sembra una fascina accanto al sacrificante. Il motto recita: ‘Sacrum pingue dabo nec macrum sacrificabo.‘. Si tratta evidentemente di una rappresentazione del sacrificio al Signore da parte di Abele (si noti che il motto, se letto al contrario, rappresenterebbe quello di Caino), ma quel ‘mercurio’ non dovrebbe far parte di questa iconografia biblica. De Vigenére, diplomatico e famoso crittografo, morì nel 1596 e la vignetta dell’ Editio Princeps del 1618 di Parigi fu scelta da Françoise de Louvain, la vedova di L’Angelier, il quale si chiamava Abel; entrambi i coniugi Angelier erano appassionati editori alla corte di Parigi, ma che dire di quel simbolo?

La ‘Derniere Edition‘ del 1642, quella segnalata da Canseliet, fu edita a Rouen da Jacques Caillou(e): ma – forse – Canseliet ritenne di non parlare dell’Editio Princeps per motivi suoi; questo metodo di ‘dire e non dire‘, ‘guarda qui e non là‘, che fa disperare i neofiti – e che induce molti a pensare che i testi non siano degni di esser studiati – venne naturalmente adottato anche da Canseliet (e non solo in questo suo testo del 1972), il quale – ovviamente – scrive nel Capitolo Settimo: ‘A livello sperimentale gli alchimisti mantennero nei riguardi del sale una discrezione impenetrabile e feroce‘. Fu anche questo metodo, assieme alla ‘pelosa’ venerazione da parte della sua corte di contemporanei francesi, che in qualche modo infastidì il giovane ed inesperto Jean Laplace, il quale – al contrario del maestro – non amava i troppi orpelli, le troppe trappole-per-gli-ingenui, che impedivano ai giovani di avvicinarsi all’Alchimia; sed de hoc satis.

Dopo De Vigenére, il buon Maitre de Savignies sostenne il suo discorso con brani tratti da Altus, Basilio Valentino, naturalmente Fulcanelli (in questo contesto, da Le Dimore Filosofali), Sethon, Sendivogius, Lemery, De Saint-Didier, De Copponay de Grimaldy, Digby, Crassellame, Philalethe, Gosset, et alia. In effetti, l’argomento meritava queste citazioni preziose, nel tentativo più che caritatevole di fornire allo studente innamorato una messe di spunti da approfondire, di aspetti su cui meditare. Si tratta, senza dubbio, di uno dei capitoli più belli, importanti e preziosi del libro del 1972, ed il cui valore è di primissimo piano. Tuttavia, proprio perché Canseliet va studiato – come ogni autore – cum grano salis, proverò a segnalare alcuni passi che magari appaiono scontati, ma che sono a mio avviso piuttosto utili alla ricerca del bandolo della matassa che avvolge quel benedetto ‘Sel des Philosophes‘:

… il sale appare costituito in parte di sostanza fissa, in parte di materia volatile. Si sa, in chimica, che i sali, formati da un acido e da una base, rivelano, nella loro decomposizione, la volatilità del primo così come la fissità dell’altro. Poiché il sale partecipa nel contempo del principio mercuriale per la sua umidità fredda e volatile (aria) e del principio solforoso per la sua secchezza infuocata e fissa (fuoco), serve dunque da mediatore tra i componenti solfo e mercurio del nostro embrione.“.

La citazione chimico-fisica – tratta da Fulcanelli, Les Demeures Philosophales, tome II, p. 82 – merita che si sottolinei: la ‘sostanza fissa‘ e la ‘materia volatile‘, poi l’inciso ‘nella loro decomposizione‘, e la presenza contemporanea di un’aria cui soggiace un’acqua, e di un fuoco cui soggiace una terra. E ci si ricordi che chimica e Alchimia non hanno nulla da spartire: non tutto è quel che sembra. Inoltre, si dice qui – in questo contesto! – che il sale ‘serve‘ da mediatore tra zolfo e mercurio ‘del nostro embrione‘.

La confusione è molto più difficile da dissipare, quando i Filosofi considerano il sale che corrisponde al terzo principio, nell’intimo stesso del minerale o del metallo. Cosicché il neofita non dovrà sperare, come la logica sembrerebbe autorizzare a tutta prima, che sarà informato sulla sostanza che esaminiamo dal Trattato del Sale di Alexander Sethon. La discriminazione pretende sicuramente tempo e sforzo.“.

Questo è un aspetto cruciale: si parla qui di una ‘cosa’ che è nell’intimo di qualcosa, sia quest’ultima minerale o metallo; intimo è ‘in-tumus‘, ciò che “è” più-che-dentro. Non appare; e per dargli eventualmente  ‘parvenza’ occorre il tempo e lo sforzo.

Segue poi la descrizione del sale da parte del Cosmopolita:

… ce précieux Sel blanc comme neige, qu’il puisse puiser l’eau vive du Paradis, & qu’il puisse avec icelle préparer la teinture Philosophique …“.

Canseliet avvisa che tale indicazione sarà utile a chi abbia già conoscenza della fontaine du sel !

Segue – dopo la famosa frase ‘Notre sel, ou, si l’on préfère, notre fondant, est double parce qu’il est physiquement composé de l’addition ana de deux sels différents …‘ – la citazione dal Mutus Liber delle tavole VIII e XI con i simboli del tartaro e dell’ammoniaco-harmoniaco; poi: ‘Il figlio della scienza noterà che il triangolo e i suoi tre steli lanceolati, che esprimono la feccia del vino solidificata, designano anche lo zolfo filosofico, così come d’altra parte mostra la tavola presa dal Course de Chymie di Nicholas Lemery.‘ (mia traduzione). Ecco la tavola in questione:

Lemery, Course de Chymie, 1756

A seguire: ‘Ce n’est sans doute pas pour rien, que notre salpêtre fondu – sal petræ, sel de pierre – en sa blancheur d’émail, est appelé le cristal minéral .. Mais l’alchimiste n’ignore plus, que notre adjuvant salin, notre médiateur, est constitué du mélange de deux composés oxygénés, lesquels sont, par là même, le feu des sages..‘. Paolo traduce giustamente quel salpêtre come salnitro, ma può valer la pena riflettere oltre. Inoltre, cos’è uno smalto? E, sempre scansando la chimica, perché si parla di ‘ossigenato’? Come si ‘ossigena’ in Alchimia? Dice inoltre Canseliet, che è proprio per questo artificio  che quei due composti – opportunamente mescolati – ‘sono’ … il fuoco dei saggi (!). Consiglio di non saltar subito alle conclusioni, sebbene anche questo sia un punto cruciale, molto caritatevolmente posto in non-evidente-evidenza.

E poche righe prima della notissima citazione di Limojon sulla ‘natura della calce’ di questo fuoco, Canseliet afferma che l’artista lo dovrà conservare ‘… così come l’avrà estratto dal mezzo che lo ha generato, con la più grande diligenza.‘. Sottolineo il ‘mezzo che lo ha generato.‘.

Si passa poi al magnifico testo di de Copponay de Grimaldy, con il famoso brano sul Nitro celeste, le cui frasi si riferiscono, scrive Canseliet, ‘au premier aidant salin‘.

Segue poi l’altrettanto famoso brano sul Salium Ens Primum di Philalethe, dove giustamente Canseliet avverte della onestà delle affermazioni dell’Adepto Inglese, a dispetto dell’assurda frase sulla relazione tra calore esterno ed interno.

Stabilito che si è che il nitro possa essere arricchito con il suo isomero celeste, si passa poi al secondo composto; ancora Limojon ed il Cosmopolita per indicare che è dalla nostra rugiada che si può trarre il Sal petra Philosophorum, fino ad arrivare alla auspicata conclusione: il Vitriol des Philosophes.

Qui, credo che l’avvertimento sia d’obbligo: non tutto è quel che sembra. Per andar dritto, talvolta occorre una curiosa deviazione. Impercettibile, ma esiziale.

Terminata questa escursione sul Capitolo Settimo, della cui lunghezza mi scuso, ma che spero possa essere di una qualche utilità per chi cerca con cuor allegro e privo dei soliti pregiudizi, torno alle considerazioni di Madame Compostellae: concordo che quell’emblema sia coerente con quanto raffigurato sul verso della medaglia di Herr Kleinert; mentre la invito a considerare ancora una volta il contesto dell’operatività suggerita tanto dalla medaglia che dalle due (due) curiose vignette di cui ho tenuto a parlare, le ricordo che quel putto dell’emblema del 1642 non è alato: è la mano destra ad essere alata e indica l’alto, mentre l’altra è per Natura appesantita dalla gravitas di quella ‘cosa’ (lei dice che è salina?  … uhm; forse sì, forse no; dipende, per l’appunto dal contesto funzionale). Chi è davvero alato è quel tipo tra le nubi dell’emblema del 1618, che è d’altro canto rappresentato in alcuni emblemi (in altri testi, non alchemici) pubblicati dall’atelier L’Angelier sia come un angioletto che come un piccolo re; é da notare quel ‘mercurio’ sull’ara di Abele (è qui che si dovrebbe esclamare “così in alto, come in basso“, forse). E se non si può che sorridere divertiti dal fatto che l’editore parigino si chiamasse proprio L’Angelier, come si fa a non pensare a Lancillotto? Si rilegga lo straordinario Chevalier de la Charette di Paolo, e non dimentichi che la famiglia di Lancillotto, che fu un vero personaggio dell’epoca di Arthur of Britain, si nomava de l’Acs, da cui il banale nome di Lancillotto del Lago; e che l’acqua di cui si parla, e che figura anche nell’emblema del 1642, è un’acqua-che-non-bagna-le-mani, pur essendo lo ‘speculum‘ sia il contraltare terreno del Cielo che quello dei Saggi, dove, secondo Sethon, l’Artista può contemplare – con riverente meraviglia – ‘la Natura’.

Mi permetto poi, di ringraziare ancora una volta il sornione ma fraterno Fra’ Cercone per la sua precisissima indicazione nella sua traduzione dei motti della medaglia di Herr Kleinert.

Dimenticavo: va da sé che consiglio vivamente di leggere e poi studiare al meglio il Traitcté du Feu et du Sel: tra le tante perline degne di nota ne ho scelto una; De Vigenére l’ha presa come punto di partenza del suo scritto e – dal Vangelo di San Marco – suona così:

Tout homme sera sallé de feu; & toute victime sera sallé de sel.

Serendipity – Two, in enker-grene

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Presi come siamo dai vortici della vita d’ogni giorno – vortici che noi stessi creiamo, senza fallo, e nessuno escluso – perdiamo sempre di vista lo sguardo d’insieme della nostra piccola, minuscola astronave: Terra viaggia nel gran mare del nostro universo, non guardiamo neppure fuori dal finestrino, assorti in mille banalità, cui sempre diamo una dimensione come minimo epocale, troppo importante per occuparci di quisquilie fastidiosamente sofisticate come il Cosmo e le sue meraviglie. Eppure sono, le nostre, ridicole baggianate. Tutte.

Guardando fuori dal finestrino in questi giorni – e con antenne semplici, primitive ed alla portata di tutti – ci si sarebbe forse accorti che Sol, la nostra stella, emette un mucchio di ‘materia’ e che la nostra navicella vi naviga attraverso. Tra i tanti segni che Cielo accende per gli innamorati vi sono le Northern Lights. Il nome che abbiamo affibbiato a queste ‘luci nordiche’, ma che meglio sarebbe chiamare ‘luci polari’, è quello di ‘aurora’: per quanto il termine indichi comunemente il chiarore che segue l’alba e precede lo spuntar di Sol, in questo caso indica un fenomeno che è visibile al nostro occhio solo di notte (in realtà, accade ovviamente anche di giorno).

La spiegazione di quanto avviene in Cielo è sempre in corso di aggiornamento, come è d’uopo in ogni impresa, in ogni Queste umana, ma può essere riassunta in questo modo: a seguito della energia (nucleare e non) prodotta continuamente nel nucleo di Sol, la nostra stella – che è il centro di una super-astronave (il sistema di Sol, anch’esso in viaggio cosmico) con tante minuscole ‘navette’ come Terra – erutta continuamente materia d’ogni tipo ad altissima energia e velocità: la Fisica le chiama ‘particelle cariche’ (si parla di protoni ed elettroni, ma anche il neutrone è particella che neutra non è) e viaggiano alla velocità di oltre 800 km/s (ehm); il nomen di questo fenomeno è ‘vento solare’. Queste ‘eruzioni ‘ sono generalmente correlate alle famose ‘macchie solari’, le cui frontiere fluttuanti emettono per l’appunto una “eiezione coronale di massa” (CME, Coronal Mass Ejection). L’attività di questo fenomeno stellare, assolutamente comune e naturale avviene su Sol con un periodo di circa 11 anni (ogni giorno, Sol emette energia sotto forma di particelle, UV, IR e via dicendo per circa 170.000.000 GigaWatts, più di 7000 volte il consumo medio da parte di noi passeggeri ignari; ricordo che Energia è ‘struttura’ della materia, e non un misterioso evento mistico,  o insignificante; si tratta di un costituente fondamentale, tanto più in Alchimia). Bene: mentre facciamo le nostre importantissime cose, la nostra astronave sta attraversando proprio uno di questi periodi di grande attività.

Fatto è che questo ‘vento di Sol’ è per sua natura estremamente pericoloso per il nostro tipo di vita: quelle particelle cariche, accelerate, sono letali per il nostro ciclo vitale. Ed allora, provvidamente, la nostra astronave si è dotata, per Natura, di uno ‘Scudo’ che fende quel ‘Vento’. Lo ‘Scudo’ è generato a sua volta dal Nucleo della nostra astronave: ruotando il Nucleo ad altissima temperatura, l’energia prodotta al suo interno irradia verso l’esterno, producendo il Campo magnetico terrestre; il quale è ‘polare’, nel senso che le linee di forza sono ‘orientate’ lungo i Poli (magnetici, e non geografici); ciò fa sì che nelle zone polari il Campo Magnetico terrestre abbia la forma di due grossi ‘imbuti’. Un piccolo riassunto:

  • il ‘Vento di Sol’ e la sua influenza sul Campo Magnetico delle sue ‘navette’: a 2:24
  • lo Scudo (Campo Magnetico) di Terra: a 3:50 [le immagini dell’interazione tra la CME ed il nostro Scudo sono basate su dati reali raccolti dal sistema VENUS, in orbita]
  • la CME (Coronal Mass Ejection) ed il suo impatto sullo Scudo: a 4:44
  • le ‘particelle cariche’ emesse dalla CME precipitano all’interno degli ‘imbuti’ polari: a 5:00
  • il Campo Magnetico di Terra devia, attraendole come primo livello d protezione, le ‘particelle cariche’ verso i Poli, creando le Northern Lights: a 5:15
  • lo Scudo – attirate le ‘particelle’ – attiva il secondo livello di protezione; Aria interagisce con il ‘vortice’ di Plasma stellare: a 5:40
  • l’Ossigeno cambia il livello di alcuni suoi elettroni: eccitazione (colore Verde), ritorno allo stato naturale (Rosso): a 6:23
  • l’Azoto (Blu): a 6:27

Questo meraviglioso sistema di auto-protezione è in atto – per Natura – da milioni e milioni di anni. Tuttavia, le implicazioni sottili, non meno oggettive e materiali di quanto ‘vediamo’ con i nosttri sensi, sono molte. Ed importanti. Dato che ‘come in alto, così in basso, per il miracolo della cosa Una‘, mi permetto di suggerire che quel che accade attorno a Terra avviene identicamente anche nel crogiolo di ogni alchimista, senza che sia necessario un suo ‘credo’, o una ‘fede’: si tratta, in realtà, di un fatto, di un evento naturale, previsto e messo in atto da Madre Natura, secondo modalità ovviamente scalate e adattate al contesto del microcosmo alchemico.

Sotto la normale ‘apparenza’ degli effetti studiati dalla Fisica, esiste – non visto – il livello della ‘substantia‘ di tutti i corpi investiti dai fenomeni Naturali: di questo si è occupata – da millenni – la Physica Naturalis. E Alchimia, che ne è l’ineludibile specchio sperimentale, canta sempre la medesima musica, sottile, eterna, ugualmente meravigliosa; il ‘microcosmo’ sperimentale degli alchimisti è lo Speculum esatto del ‘macrocosmo’ di noi ignari passeggeri della nostra ‘navetta’, sballottata dai flutti stellari e galattici.  Ripeto: non è una fede; è, piuttosto, un fatto.

Poiché di fatto il modello atomico corrente è ‘modello’  – e non realtà oggettiva -, il cercatore deve riflettere: l’Unica Materia interagisce con sè stessa – in aspetti funzionali diversi – in continuo, in un processo di ‘scambio’ straordinario, nel quale materia combinata – ‘apparente’ ai sensi nelle sue molteplici funzionalità (per. es. ‘ossigeno’, ‘idrogeno’, ‘azoto’ e via dicendo) – si trasforma in materia pura e viceversa, secondo un sistema Naturale la cui portata supera qualunque nostra possibilità di replica: la trasformazione del continuo in discontinuo e poi di nuovo in continuo (in Alchimia è l’interazione Spirito-Corpo, entrambe ‘materie’) attiene a Madre Natura sola, e non alle specie create e trasformate. Diceva Paolo Lucaerlli che un alchimista non ha una weltanschauung, una ‘visione’ del mondo: in effetti, l’alchimista – quando opera nel silenzio pacifico del proprio piccolo laboratorio – non ha ‘visioni’; egli ‘guarda’ il mondo, vede il ‘microcosmo ed i suoi processi all’opera nel proprio crogiolo; la contemplazione del meraviglioso in opera, conduce – lentamente, per gradi – alla Conoscenza.

Nulla di ciò che esiste è oggettivamente ‘vero’. Tutto è in eterna trasformazione. Tutto. Non è dato altrimenti. I sensi sono strumenti estremamente parziali, insufficienti a discernere il vero dal falso. L’intelletto, poi, è nemico ancor peggiore, quando usato per affermare un potere, una supremazia, un controllo: questa è la malattia di noi ‘viaggiatori’, che si sia bassa manovalanza o alti sapienti, gran dottori della legge. Il saggio cammina nel silenzio, cammina come può, secondo Natura, scegliendo Lux e mai oscurità. Se si guarda la storia della nostra civiltà, si vede come sia l’oscurantismo, in ogni sua declinazione e paludamento, ad aver impedito l’ “infusione” naturale della Conoscenza su Terra. Madre Natura non compie actiones in base ad un proprio ego, ad una convenienza, ad una opinione, in base ad un credo, ad una fede, ad un’idea, ad un fanatismo. Tra i tanti passeggeri della nostra ‘Astronave’ solo l’essere umano fa l’esatto contrario, specie i vari sapientes d’ogni epoca e contrada, che hanno scelto il comodissimo oscurantismo nel nome di santi, martiri, fedi ed ideologie. Sed de hoc satis.

Il Merriam-Webster definisce ‘Serendipity‘ come “the faculty or phenomenon of finding valuable or agreeable things not sought for“; si direbbe un’ottima facoltà per ogni alchimista, per ogni cercatore, qualunque cosa egli/ella vada cercando. Osservando il fantastico danzar del ‘vento di Sol’ nel Cielo polare, il Green, il Vert, il Verde, colpisce il nostro cuore, senza una spiegazione. Possiamo solo dire: “…che meraviglia!“. Quel “verde benedetto“, che i tanti testi alchemici indicano e richiamano, è il sintomo Naturale, il signum, di una avvenuta e canonica ‘generatio‘. La quale è figlia solo di una trasformazione della Materia Unica, passando attraverso la naturale Putrefactio. Ora, nel dedalo delle attribuzioni, vi sono molte Putrefactiones possibili, ergo molte generationes possibili, presenti nel Piano di Natura: così, a ben voler guardare …. molti ‘verdi’ potrebbero non esser quel ‘benedetto verde’. Per cercare di esser chiari mi permetto di semplificare, velocemente: nel mondo delle ‘apparenze’, nel nostro, nel mondo di qua dallo Specchio di Alice, il color verde – lo abbiamo appena visto – è dovuto a “quella cosa” ‘vestita‘ da Ossigeno. E dato che l’Ossigeno è praticamente ovunque nella nostra navetta (si noti, please, che esso – meglio: essa funzionalità – non pare ‘apparire’ nello spazio-tempo tra stelle e pianeti), dunque anche nei nostri laboratori, quella ‘funzionalità verdeggiante‘ accade in numerosissimi eventi. Così, o accettiamo l’idea che un certo numero di ‘verdi’ (non tutti, certo) possono essere ‘benedetti’, oppure ci si deve rifugiare nella salvifica ‘fede’. Mah…ognuno farà certo come meglio ‘crede’; forse, meglio, ‘sente’ ? … altro Mah!

D’altro canto, tutta la nostra storia umana è pervasa da quel colore, assegnandogli il ruolo di segnalare ‘vita’, intesa come ‘potenza di generazione’. E poichè Alchimia studia e sperimenta la trasformazione della Materia Unica in ogni actionem di Creazione (una res, una via, una dispositione), ci si deve prima o poi affacciare allo Specchio di Alice, ed avere prima di tutto il coraggio di varcarlo. Cosa non facile, peraltro…

In Sir Gawain and the Green Knight, Galvano ha a che fare per l’appunto con un misterioso quanto possente Cavaliere di verde tutto vestito, che lo sfida a staccargli la testa con un colpo d’ascia se accetterà a sua volta di essere decapitato dopo un anno e un giorno; il colore indicato è, in Middle-English, ‘enker-grene‘, un verde brillante, intenso:

For wonder of his hwe men hade,
Set in his semblaunt sene;
He ferde as freke were fade,
And oueral enker-grene.

Galvano accetta la sfida e gli taglia la testa; ed il cavaliere la raccoglie e se ne va verso il suo lontano castello. Dopo un anno, Galvano si presenta all’appuntamenteo presso la Green Chapel, e viene ospitato nel castello di Bertilac de Hautdesert e la sua bella consorte; lei lo tenterà per tre notti, ma Galvano si limita a dargli prima uno, poi due, e alla fine tre casti baci. Poi si reca alla Green Chapel dove il suo verde avversario lo aspetta con l’ascia: tre volte Galvano tenterà di farsi tagliare la testa, ma il Green Knight non lo farà: alla fine rivelerà che era un gioco per metter alla prova la sua onestà, e che il suo nome è proprio quello di Bertilac de Hautdesert, il marito della tentatrice. Qualche breve nota: il Green Knight che si presenta alla corte di Camelot non è troppo minaccioso.

Il termine ‘axe’, da noi comunemente tradotto con ‘ascia’ è in realtà un ‘falcetto’ (secondo Tolkien et alia), visto che il Cavaliere porta con sè per l’appunto un rametto d’Agrifoglio (l’Holly natalizio, pianta scaramantica e benaugurale), che ha la funzione di proteggere gli alberi giovani dall’essere danneggiati dagli animali della foresta. La sua identità, che rivelerà a Galvano solo alla fine dell’avventura, lo fa signore di ‘Hautdesert‘, che non indicava a quei tempi un’area abbandonata, quanto piuttosto un’area disboscata di fresco per consentire la caccia agevole, inserita nel possedimento del castellano, il qual possedimento – nel testo – è indicato come una foresta fitta, rigogliosa e selvaggia; si trattava, insomma, di un Purlieu-man (figura prevista dalla Forestlaw del tempo), vale a dire di un ‘uomo dei luoghi puri‘, sui quali graziosamente dominava. Il verde Bertilac, è dunque un Green-Man, un uomo della Natura, protettore della fertilità rigogliosa e intonsa, nascosta e dotata di natural possanza; ne vediamo uno tra gli oltre cento sparsi all’interno di quel libro vivente  che è Rosslyn Chapel, cui sono particolarmente legato:

Nel suo prezioso scritto, ‘Ermetesmo e tradizione Arturiana‘, Paolo scrive a proposito del regno di Gorre, dove Méléagant ha preso prigioniera la Regina Guinevere:

Ora, per entrare nel regno vi sono soltanto due modi, comunque entrambi difficili: “ Vous trouverez obstacle et trépas car c’est périlleuse d’entrer en ce pays …. L’accés n’en est permis que par deux cruels passages. L’un a nom pont dessous l’eau, parce qu’il vraiement sous l’eau entre le fond et la surface, il n’a qu’un pied et demi de large et autant d’épaisseur. L’autre pont est le plus mauvais et le plus périlleux que jamais l’homma n’ait passé. Il est tranchant comme une épée et c’est pourquoi tous le gens l’appellent le pont de lépée …” Dunque due vie, una ‘umida’ e una ‘secca’. Nella seconda, la via della ‘spada’, l’acciaio magico (il chalybs del Cosmopolita e di Filalete) sostiene un ruolo fondamentale e insostituibile.

Ricordo un passo di un autore poco noto:

…prendi dell’acciaio ben affilato e aprile (alla materia) le viscere e troverai questa seconda materia dei Filosofi …. Ma senza acciaio ben raffinato e lavorato dalla mano di un buon Maestro, non pensare di venirne a capo …

Da qui il simbolismo della spada magica, usato in tanti racconti, a indicare la via iniziatica prescelta. Pensiamo a Excalibur, la più famosa, dal nome così facilmente interpretabile. Lancelot et Gauvan devono scegliere. Il primo va per la via secca, il secondo per l’altra. Vedremo che Gauvain fallisce, possibile suggerimento sull’inutilità di questa strada. Notiamo che Lancelot a questo punto è ancora in ‘incognito’. Di più, è disprezzato per aver accettato di montare su una carretta di ludibrio, e quindi per essersi volontariamente avvilito senza motivo apparente. Per comprendere, è illuminante il gioco cabalistico, peraltro molto trasparente: charette va inteso come diminutivo di charrèe, la cenere che si usa per la liscivia e come fertilizzante per i campi: “ … O quam praeciosus est cinis ille filiis doctrinae , & quam praeciosum est quod ex eo fit” (In Turba), dicono i Maestri, raccomandandoci di non disprezzarla. E` la piccola ‘Cenerentola’ che tra l’altro fornisce la scarpetta di vetro, di verre, vert, il Verde inestimabile, che sarà stimolo per un’altra avventura, dedicata questa volta a Galvano. E` il colore del vaso prezioso, del Santo Graal, (il sangreal, il sangue regale). La materia va cotta col suo sangue e, come insegna la Turba, tutto ciò che ha sangue ha anche spirito.

In quest’ottica, ricordando che la Via è unica, si dovrebbe fare una riflessione: Lancelot, il Cavaliere della Cenere, è compagno di Gawain che – compiuta la propria avventura con onestà – potrà vestire la Green-Girdle (la cintura verde, a doppio giro, dice il testo) donatagli dopo il terzo bacio dalla moglie di Bertilac:  si tratta di quel vert, dunque, rappresentato dalla doppia natura del Green-Man, che è anche – mi si passi il brutto termine – il prodotto ‘fornito’ proprio da Cendrillon; Bertilac du Hautdesert, così, pare possa anche esser ‘reconnu‘ come la ‘pantoufle de verre‘ di Cendrillon (Cucendron), così indicata dal buon Maître de Savignies:

Dopo aver ben compreso che il Looking Glass di Alice non è soltanto una graziosa metafora, o soltanto un dotto simbolismo, forse il gioco delle apparenze si fa meno enigmatico, meno insidioso, meno insolito, persino meno triste: come dicevo, nulla è ciò che appare, ma tutto è “funzione” di un’Unica Materia, la Mater Ea degli antichi Philosophi.

Per finire, occorre ricordare che l’Uomo-Verde è presente in ogni tradizione, sotto mille forme, peraltro tutte ben evidenti: per esempio, al-Khiḍr, che si vuole fosse uno dei Maestri spirituali di Mosé, e pure di Alessandro Magno, un wali, ed uno dei quattro immortali accanto a Enoch, Elia e Gesù è l’incarnazione della Divina saggezza, infusa in modo naturale ed ineffabile. Letteralmente, il suo nome viene anche tradotto come ‘il Verde‘, per rappresentare la freschezza dello spirito e l’eterna vitalità. Pur se il suo nome non viene mai riportato nel Corano, si crede sia ancora vivo avendo avuto accesso all’Acqua dell’Immortalità (è il mito dell’epica di Gilgamesh, dove il ruolo, la funzione, di al-Khiḍr è svolto da Utnapishtim), e viene spesso rappresentato nell’iconografia vestito di verde.

Se viene pronunciato il suo nome, molti consigliano di salutarlo educatamente come se fosse presente, pronunciando il dovuto “Salaam Aleikum!“: egli è immortale ed anonimo, ma sempre benigno, pur nella sua misteriosa figura di ‘Profeta Nascosto’; egli ha ricevuto la Saggezza direttamente dal Divino – una “Scienza da parte Sua” (al-‘ilm al-ladunnī) – ed ha facoltà di rivelare direttamente la Via ai semplici, a chi non appartiene ad ordini e gruppi, ai non-protagonisti. Questo porsi in qualche modo al di fuori persino dagli schemi del nostro ermetismo intellettuale, tutto occidentale, ne fa lo specchio perfetto del vert, del vero, del cristallo portatore dell’informazione vitale, per ogni essere creato. Il Green Man non risponde alle leggi umane, ma vive in Natura, forse perché egli “è” Natura. Difficile certo da scorgere e/o percepire, ma ciò ovviamente non significa che non esista. Come si vede, potrebbe essere equiparato al Mercurio degli alchimisti, quello alto e puro e primevo, non specificato, di cui parlano, da secoli, i buoni testi; è quell’unico Mercurio che basta per fare l’intera Opera. Poi, il resto, si vedrà…

Ritornando alle Northern Lights, l’ “apparire” del ‘salto’ da parte di quel fenomeno che chiamiamo Ossigeno (segnalato dal rosso e dal verde ) è dovuto all’emissione di fotoni (e non solo) nei ranges rispettivamente di 630.0nm e 557.7 nm, considerate in Fisica come delle ‘transizioni proibite’ in condizioni normali. Al di là dei valori numerici per sé, che di nessuna importanza sono nel contesto alchemico, vi è la però la scala: una grandezza infinitamente piccola genera un evento di scala milioni e milioni di volte più grande, e noi vediamo con gli occhi soltanto quest’ultima scala. Tutto qui …che forse potrebbe essere scritto meglio, come ‘tutto è qui‘.

L’immagine che raffigura il saggio al-Khiḍr assieme al pesce – il cui contorno ricorda la ‘amande‘, simbolo quasi topografico  di un mesomondo vivente e vivificante, un locus amenus –  origina dalla medesima sorgente di Conoscenza antica che indica con esattezza che ‘ἕν τὸ πᾶν‘, così come accennato con idioma teutonico dal filatterio del Rosarium che adorna quel Lion vert, posto come incipit del De nostro Mercurio, qui est Leo viridis Solem devorans:

Ich bin der wahre grüne und Goldene Löwe ohne Sorgen,
In mir sind alle Geheimnisse der Weisen verborgen.

Quel Lion vert è ‘senza preoccupazioni‘, proprio come al-Khiḍr, ed in esso ed in egli sono racchiusi tutti i segreti dei Filosofi. Potrebbe mai esser stato altrimenti? Da quanto indicato dal passo ‘arturiano’ di Paolo si potrebbe dire che quel corpo ‘senza preoccupazioni‘, richieda operativamente alcune pre-occupazioni; trascurarle, credo, sarebbe poco accorto; sarebbe un po’ come non accorgersi che persino Yoda … è un altro Green Man.

Sul piano operativo, dopo magari aver meglio meditato su come ‘appare’ e come accade una Luce del Nord, mi permetto di consigliare la lettura attenta, calma, senza preconcetti e senza aspettative, possibilmente nell’edizione originale latina del 1618, di alcune parti dell’Atalanta Fugiens, offerta a chi cerca da quel saggio ed onestissimo buontempone di Michael Maier, Conte Palatino senza portafoglio; per esempio, alla Fuga & Discorso XXVII – dove si parla dell’accesso al Roseto, chiuso – vien detto a proposito dei due chiavistelli: “Hanc clavem in Hemisphaerio Zodiaci septemtrionalis reverà inveniet si signa bene numerae & discernere sciat, & lorum pessuli in meridionali: Quibus occupatis, facilè erit aperire ostium & intrare“; e a seguire: “In ipso verò introitu Venerem cum suo amasio Adonide videbit; Illa enim sanguine suo albas rosas tinxit purpureas: Ibidem & draco animadvertitur, quemadmodum in hortis Hesperiis, qui rosis custodiendis invigilat.” . Maier ricorda, non a caso, che  “Rosæ intra spinas abditæ capillos flavos habent interiùs & vestem viridem exteriùs.” E se si volesse approfondire, con la medesima attenzione, calma, assenza di preconcetti ed aspettative, si potrebbe studiare la Fuga e Discorso XXXVII: “Tre cose sono sufficienti al magistero, il fumo bianco, ovvero, acqua, il leone verde, cioè il bronzo di Ermete, & l’acqua fetida.“. Sebbene il Major Grubert mi abbia quasi obbligato a riportare le citazioni nella loro lingua originale, come stimolo utile a chi davvero voglia camminare nel Bosco incantato, ecco una mia brevissima e libera traduzione di un passaggio, la cui chiarezza e precisone è – a mio modesto avviso – senza pari:

… questo fondamento viene qui chiamato acqua fetida, la quale è madre di tutti gli elementi come testimonia il Rosario, dalla quale & attraverso la quale & con la quale i Filosofi preparano lo stesso [fondamento], vale a dire l’Elisir al principo & alla fine: viene chiamata Fetida perché manda da sè un fetore sulfureo, & un odore di sepolcri; Questa è quell’acqua che Pegaso fece scaturire dal Parnaso percosso col suo zoccolo, la quale [acqua] il monte Nonacris dell’Arcadia emette prorompente dalla roccia a causa del suo fare, la quale causa dalla sua fortissima forza può essere conservata nel solo zoccolo cavallino; questa è l’acqua del dragone, così come la chiama il Rosario, che si deve fare grazie all’alambicco senza alcuna altra cosa aggiunta, nel fare la quale c’è un massimo fetore … sappi che il fetore, se proprio c’è, presto si cambia in una grande fragranza… ; Dopo l’acqua Fetida è la volta del Leone verde di cui il Rosario [dice]: cercavano infatti la verdezza, credendo che il bronzo fosse un corpo lebbroso a causa di quella viridità che ha. Di conseguenza quindi ti dico che tutto ciò che vi è di perfetto nel bronzo è quell’unica verdezza, la quale è in esso: perché quella verdezza grazie al nostro magistero si converte rapidamente nel verissimo oro nostro & di questo siamo esperti, infatti non potrai preparare alcuna pietra senza il duenech verde & liquido, che si vede nascere nelle nostre miniere: oh benedetta verdezza che generi tutte le cose; per cui sappi che nessun vegetabile e frutto alcuno appare germinando senza che vi sia lì il colore verde; sappi parimenti che la generazione di quelle cose è verde, per cui i Filosofi la chiamarono germe. Così il Rosario: questo è l’oro e il bronzo dei Filosofi e la pietra nota nei capitoli, fumo, vapore & acqua, sputo di luna che deve essere congiunto al lume del Sole; questo leone verde combatte con il dragone, ma viene da esso superato & viene divorato in un tempo successivo … In terzo luogo segue il fumo bianco, il quale se viene coagulato fa acqua e l’acqua svolge il compito di lavare, solvere & togliere le macchie come il sapone:

Fatte le consuete raccomandazioni nel consultare un buon testo d’Alchimia, chiedo subito venia al britannico Major, ai latinisti, agli ermetisti, ai cercatori tutti per questo mio raccontare; al di là di ogni considerazione, sono serenamente convinto che se qualcuno amerà studiare, che non è certo leggere, amerà ancor di più operare, tanto più in Alchimia: senza esperienza, ça-va-sans-dire, non c’è studio che valga e/o tenga.

E così, forse, sono riuscito a rispondere, in tremendo ritardo, al curioso quesito posto tempo fa da Chemyst, in chiusura di un suo bellissimo Post:

La rousée du mois de may
M’a gasté ma verte cotte.
Par un matin m’y levay
En un jardin m’en entray;
Dites vous que je suis sotte?
La rousée du mois de may
M’a gasté ma verte cotte.”

Non è sotte quella donzella, tutt’altro …un saluto a tutti, in

enker-grene!

Riflessioni sul Tempus dell’Unus Versus …

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Ci si lamenta tutti – e continuamente – dei tempi difficili che viviamo; quasi che il senso di incertezza e di sofferenza che permea il nostro passare attraverso il ‘nostro’ tempo fosse cosa nuova, e tragica, e terribile, e rara. La storia umana conosciuta, in verità, racconta sempre del medesimo lamento, sia essa narrata dagli antichi o dai moderni. La triste locuzione – “mala tempora currunt” – è una delle tante nostre scuse: siamo noi che generiamo tale mal-essere, associati come siamo nella generazione e propagazione di un’onda anti-naturale al flusso del divenire: se i ‘tempora‘ corrono, noi corriamo esattamente … contro-tempo.

Corriamo, fra l’altro, completamente contro il Piano di Madre Natura. É in atto da molti anni un abile piano teso al rapidissimo e progressivo livellamento verso lo zero dell’importanza della Conoscenza nelle vite umane, qualunque fosse la cosiddetta Via che l’individuo scegliesse per il proprio percorso: ormai tutto si gioca sul digitale, il quale  – nella sua ‘fascinosa’ facilità di ‘consumo-ready-made‘ – è ormai del tutto controllato e programmato ad assicurare che nessuno osi solo pensare e/o – addirittura – fare qualcosa di seriamente indirizzato verso Sophia, ed in particolare allo studio faticoso ed alla pratica paziente legati alla ricerca delle innumerevoli Meraviglie della Natura. Tutte le Arti antiche, tutte, sono ormai state inoculate, con scientifica strategia, di un efficientissimo virus, per sopire e presto annullare il canto d’Amor della creatura per Lux. Non è un ‘gomblotto’, sia ben chiaro: trattasi di pura azione, sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole. Il ciarpame fai-da-te & credi-a-me si è sposato ormai con una sapientia di educata facciata, ancor più votata all’oscurantismo scadente, dozzinale. Sapientia, in questi mala tempora periodici, non indica alcuna Sagesse; Harmonia è svilita, spogliata e dileggiata. Ma questo sarebbe un discorso troppo lungo, e temo noioso alquanto. Forse è tempo di dialogar di tempo, a tempo.

Chiarisco subito che il tempo, come tale, non esiste: quel che noi chiamiamo ‘tempo’ è in realtà soltanto la misura di una scansione di eventi; essa è locale, può in taluni casi esser considerata come ‘relativa’, ma non possiamo apprezzare un tal ‘tempo’ se non attraverso l’osservazione del mutamento cui i corpi – tutti i corpi – sono sottoposti per Legge Naturale.

Nel mundus fisico – ripeto: fisico, vale a dire sostanziale, il mondo della materia pura, continua ed isotropa – non esiste tempo, piuttosto il non-tempo. Il ‘nostro’ tempo, quello degli orologi nostri, nasce (meglio: appare) nel momento in cui un corpo ‘entra’ in manifestazione. Questa ‘apparizione’ è, per l’appunto, semplicemente limitata dalla eventuale scansione da parte della mente umana della sequenza di micro eventi (passatemi il termine) con i quali osserviamo il corpo che scorre – e dunque che si  ‘muove – nel divenire locale e via via – allargando l’orizzonte degli eventi percettibili – nel sempre più generale flusso di eventi. Questo può chiamarsi anche ‘tempo fluente’, a patto di concordare su alcuni dettagli legati al moto; ad una actio segue un motus, cui segue sempre un calor. Manca l’actor, ma ne abbiamo già parlato a iosa in altri post, e può godere in effetti di molti nomina.

Il tempo di cui parlo qui è quello che si chiamerebbe – secondo Severi – tempo naturale:

Il tempo naturale è in continuo divenire; è una specie di assoluto, che però non può giammai diventare tale, perché non se ne consegue mai una fase definitiva, che segnerebbe la conquista di tutte le verità.“.

Chiosa Pannaria:

Il tempo e lo spazio, sullo sfondo di un assoluto, sono relativi per i divenimenti della natura e non per la loro stessa natura. Così Aristotele notò per primo che il tempo è connesso con le mutazioni dei corpi ed al costituirsi delle individualità di ciascun corpo. Se non ci fosse il discontinuo della materia combinata, e se la materia incombinata non divenisse combinata nei suoi elementi, e non ci fossero le mutazioni di questi elementi di ciascuna discontinuità materiale, non comparirebbe il tempo e non ci sarebbe il fluire del tempo, ma lo stare in un eterno presente del non-tempo. …Cosicché, come non è concepibile un discontinuo della materia combinata senza un continuo della materia prima e incombinata nei suoi elementi, così non è concepibile il tempo senza il non-tempo e così è incomprensibile una relatività fisica senza un assoluto parimenti fisico e di antitetica fisicità.

[da Mutazione Fisica, Reazione Chimica e Relatività, in F. Pannaria, Memorie Scelte (qui)- a cura di Claudio Cardella, 2016, p. 368, p. 387]

Nonostante l’apparente complessità del linguaggio, questi statements sono essenziali, indispensabili, per afferrare alla radice il falso problema della umana lamentazione: il tempo non potrebbe mai essere realmente ‘buono’ o ‘cattivo’; al contario, come è noto, siamo noi a scegliere di esser ‘buoni’ o ‘cattivi’; e nel tentativo di meglio chiarire il punto è bene ricordare – sempre – che ogni corpo che è in manifestazione (meglio: in qualsivoglia manifestazione) è agito da un moto, continuo ed ‘invisibile’ ai nostri sensi. Tale moto attiene alle ‘forme’ costituenti i corpi (anche ciò che chiamiamo Spiritus è corpo), che scambiano le proprie particelle (ed anti-particelle) – funzionali all’oggettivo ‘apparire’ nel mondo fisico sensibile – con il mundus della materia prima soggiacente al mondo fisico sensibile. Questo Scambio è il responsabile – locale e generale, in quanto locato alla cerniera dei due mondi – del mutamento del corpo, del suo fluire, del suo divenire, della sua ‘vita’. Nulla è fermo; mai. Anche ciò che la fisica di oggi definisce come ‘stato di quiete‘ – una non felice locuzione a mio modo di vedere, quanto meno inaccurata – è in verità uno stato di moto, ove vige – perenne – lo Scambio. Il moto è alla base di ogni manifestazione, ancorché del tutto impercettibile dai nostri sensi. Questo ‘fondo’ di continua e meravigliosa ‘attività motoria‘ dei componenti base dei corpi è la caratteristica fondante degli Uni-versi, ove il termine esprime d’altro canto il moto di riversamento delle particelle, contemporaneamente sia dal corpo al Campo, sia dal Campo al corpo (sia esso in stasi o in moto relativo).

Non è questo il luogo per approfondire meglio la portata e le conseguenze del Sistema Naturale in acto; è però importante non dimenticare che ogni costituente di un corpo qualsivoglia – sia esso chiamato Particella, Quark, Zolfo, Mercurio, & Pippo&Pluto&Paperino – è per Legge Naturale in continuo motus; esso, così, “vive.

Si dice: ma questo, che c’entra con Alchimia?

Si risponde: questo è l’esatto Regno di Madre Natura, e l’Alchimia è la prova sperimentale, tangibile, praticabile, della Sophia che presiede ad ogni Creazione, qui&altrove, ora&sempre.

In ogni Laboratorio alchemico, operato con grazia, perizia e gioioso rispetto per la grandezza di Madre Natura – sia esso allestito da un neofita che abbia studiato secondo regola e tradizione, o da un esperto praticante l’Arte del Fuoco secondo regola e tradizione – sin dalla primissima banale operazione, seppur obbligatoriamente ‘canonica’, la Materia ‘muta’; non tanto e soltanto a livello visuale, olfattivo et alia, quanto a livello di sub-stantia. Chi non tenesse conto del fatto che i mutamenti che occorrono nel Laboratorio alchemico sono in ogni momento la conseguenza di un moto preciso di particelle costituenti (e, … no: non si tratta delle particelle della fisica; ça-va-sans-dire) scandite in luoghi fisici caratterizzati da tempo/non-tempo/tempo (in quest’ordine, e con periodicità esatta stabilita dalla Natura) perderebbe – temo – tanto l’Oriens che l’Occidens, e dunque la propria rotta, quantomeno quella ‘naturale’. L’alchimista cammina a ritroso nel tempo ‘locale’ proprio e delle Materie in opera, per accedere – se e quando fosse permesso – al non-tempo. Come, quando, dove e perché questo evento possa accadere non sono quesiti cui si possa rispondere qui: tali quesiti attengono soltanto all’intimo del pellegrino, al chercheur. Parlarne con un amico fidato potrebbe essere bello di fronte al caminetto, ma le eventuali risposte/ipotesi sono, credo, riservate al silenzio delle proprie stanze.

Torniamo al processo Naturale, che è osservabile – per chi è accorto al cuore delle Materie in opera – durante tutto il processo alchemico ‘canonico’ (per chiarezza: il ‘canone’ non è mio, tuo, suo, delle Fate – che pure esistono – o degli elusivi Elfi antichi; il ‘canone’ viene joué da un artista innamorato, ma non ” è ” sua proprietà. In Alchimia esso è, semplicemente, di proprietà della Natura, che lo offre con generosità a coloro che osservano senza pre-giudizi e pre-concetti delle umane menti, la Natura all’opera. L’artista necessita dunque di ispirazione, di intuizione, secondo le poche regole usata da Madre Natura in ogni processo armonico. Basta un bel bosco, alle prime luci dell’alba, lontani dal frastuono della nostra civiltà). Tuttavia non basta, temo, guardare, ma è necessario imparare ‘da zero’ ad osservare il flusso degli eventi; e considerare ciò che accade: tutto cambia di sostanza in un Laboratorio alchemico, e la danza dello Zolfo e del Mercurio, meravigliosa da ammirare, è del tutto aliena alla logica della nostra mente. Eppure è lì, e le opportunità vanno colte per seguir meglio le orme lasciate dalla Dama lungo il cammino antico. Tutto ‘cangia’, ogni cosa muta. Se si trascura il senso profondo del mutamento, e delle materie e dell’operatore, si rischia di perdersi in un ginepraio di ipotesi balzane. Ciò che è importante è comprendere che dietro ogni mutamento NON si cela il frutto di una reazione chimica, quanto una Scambio di parti costituenti – dategli il nomen che volete – tra una dimensione fisica dove ‘appare’ una cosa che chiamiamo tempo, ed una realtà fisica dove ” é ” non-tempo. Quelle parti costituenti sono le stesse per ogni corpo in manifestazione. Già questo dovrebbe/potrebbe far accendere l’attenzione. Non serve darsi la pena di scrivere equazioni in Alchimia: serve scendere nella semplicità profonda con cui Madre Natura opera. Il processo di scambio, di quello scambio naturale, è un flusso continuo, di corpi agiti tramite il supporto formidabile di un altro corpo peculiare che chiamiamo Spiritus. L’attore di questo Scambio – in ogni corpo – è la Massa, la quale – val la pena di ribadirlo ancora una volta, assieme a Newton – NON è la Materia. Al contrario, la Massa ‘scambia’ Materia e/o Energia tramite il proprio Campo, anche quando il corpo non fosse in moto locale, relativo. Questo fenomeno Naturale, alla base di ogni Creazione in ogni Universo, dà conto di cosa sia in realtà il Calor, sia esso osservato come Qualitas che come Quantitas: nel primo caso esprime la ‘funzione’ di ‘focosità’ (intrinseca ed estrinseca, a seconda della definizione del sistema di osservazione con il quale si desiderasse cogliere tale ‘aspetto’), nel secondo caso come ‘misura’ del fenomeno di radianza calorica. Questo Calor è evidentemente fenomeno locale, attinente cioè la “vita” del corpo e le sue eventuali interazioni, sia con il Campo Unico che con i Campi locali di altri corpi.

Questo Calor, fenomeno chiave della “vita” di ogni corpo, quando viene misurato esprime la presenza – qualitativa e quantitativa – di una Frequenza, funzione con cui il corpo ‘scambia’ più o meno velocemente i propri ‘quanta’ con il Campo. Ergo, è evidente che – se si volesse davvero comprendere cosa sia un ‘mutamento’, che in Alchimia è ‘mutazione’ – l’accordo di frequenza è imprescindibile. Per il Fisico ed il Chimico, potrebbe forse esser sufficiente sintonizzare alla miglior bisogna la frequenza dello strumento di indagine: in tal modo si ha una ‘misura’ del calore (cioè, una Temperatura viene assegnata), e tutti sono contenti. L’Alchimista, ed ancor più il Filosofo Naturale, ha di fronte a sé un processo di sintonizzazione non più banalmente strumentale, bensì “vitale”, sia in termini fisiologici che di senso dell’operatività alchemica. O prima, o poi, dovrà farci i conti.

L’alchimiste doit être au diapason de ses matériaux.

Il monito famoso di Canseliet, oltre al portato magistrale, suona alla perfezione. Il diapason, tutti lo sanno, è un oggetto che permette l’accordatura degli strumenti dei musici che debbono jouer la musique; ne esistono diversi.  In Alchimia, l’artista è strumento come le Materie: non si tratta di escogitare o provare a caso o approssimarsi ad una frequenza sonora, quanto di  “pulire” il nostro corpo, aggregato complicatissimo di complessi e numerosissimi ‘corpi’, sino a portarlo – in modo Naturale –  in prossimità del range di frequenze di base delle Materie. Un’operazione in tal senso tramite la volontà è del tutto inutile, impossibile e risibile. Ma quando le frequenze fossero ‘giuste’ i processi accadono, in modo spontaneo, naturale; in alcuni casi, si avrà ‘risonanza’. La difficoltà di questa operazione di progressiva accordatura del nostro personale Campo di frequenze (biologiche et alia) consiste nell’accorgersi che una parte indispensabile dei lavori alchemici è di fatto lo status interno, intimo, dell’artista: sin dalle primissime operazioni, il rapporto con le materie in Opera deve essere ‘accordato’ (alla Lux): le Materie, trattate alchemicamente, sanno farlo con assoluta naturalezza: esse sono in Naturale frequenza con il grande Progetto di Madre Natura, essendo enormemente meno complesse di un essere umano. Noi tutti, al contrario, siamo estremamente lontani dal poter ‘risuonare’ con l’onda base (o, in taluni casi, il pacchetto d’onda) della Creazione; per di più, ed è ciò che forse è più grave, tutti gli umani sono ammaliati (ma sarebbe più corretto riconoscerli come ‘ammalati’) dal desiderio di potere e di controllo. Qui, esattamente, si pone la scelta da parte nostra tra ‘bontà’ e ‘cattiveria’. Sono entrambe possibili, e drammaticamente antitetiche.

When you look at the dark side, careful you must be. For the dark side looks back.

Un animale, una pianta, un sasso non rispondono a questo triste stimolo, devastante. Questo è il motivo per il quale si dice che l’Alchimia è difficile: reincrudare un umano è terribilmente complesso; il cammino è lungo, difficile e pieno di auto-trappole. Spegnere il cervello e riempire il ventre di Spirito Universale era una delle immagini proposte da Paolo: la raccomandazione è perfetta.

Così difficile è il raggiungimento di questa accordatura ‘in Natura‘, che si è inteso sostituire allo studio ed alla pratica operativa soluzioni bizzarre e bislacche: alchimia spirituale, simbolica alchemica, vie sessuali e quant’altro; persino  la mistica e i sempre-utili ‘misteria‘ sono somministrati  in varie salse e declinazioni. Pur di salvare la propria ragione, il proprio ego, i propri convincimenti, le proprie debolezze, le proprie maldestre mancanze, la propria ‘fede’, tutto viene travisato al fine di poter dire ‘… sono un alchimista‘. Un gran peccato, ma questo è l’uomo, oggi come ieri: tutto ruota intorno all’ego, come se Alchimia – che è per nascita e funzione un Universale – potesse mai essere fenomeno locale, proprietà di uno o di pochi, strumento di selezione e controllo di una salvezza, un po’ come una fede ridotta per di più a marketing esoterico, d’élite. Per carità, ognuno è sempre libero di credere quel che vuole, ma Stelle, Galassie, Clusters, Universi e Materie (nel piccolo e nell’immenso) non necessitano di fede alcuna per esistere. Stelle, Galassie, Clusters, Universi e Materie sono esistite miliardi di eoni PRIMA della nostra bizzarra civiltà terrestre: la Creazione dei corpi ” É ” una actio perenne, senza inizio e senza fine, che si svolge in modo preciso e perfetto da un locus dove abita il non-tempo a beneficio di un locus dove ‘appare’ un tempo, ben meglio di quanto potremo mai fare noi poveri ammalati di potere&controllo: non sarebbe l’ora di smetter di dire la qualunque e di mettersi seriamente in cammino verso nuove terre, nei fatti e non nei ‘misterici ammiccamenti‘?

La realtà è tutta da scoprire, tutta da apprezzare, tutta da contemplare. Al di là delle chiacchere, gli Universi esistono ben prima delle nostre credenze, filosofie e religioni: ed ho sempre trovato molto pesante l’appiccicare l’etichetta di ‘mistero’, di ‘proibito’ al cammino verso la Conoscenza dei processi della Natura, specie se tale azione depistante viene fatta nel nomen di una filosofia o – quel che è peggio – di una qualsiasi religione. Lo ripeto: la Creazione è un tale accadimento di eventi meravigliosi, un tal profluvio di gioia e musica armonica, un dono continuo di bellezza ed Amor, che stento a giustificare le tetre ammonizioni da parte dei vari sapientes di turno a non commetere il “terribile peccato” nel volgere il Cuore alla Conoscenza di Madre Natura, nostra Madre… ed accade, ça-va-sans-dire, ancora oggi. Bah…

D’altro canto, l’illusione è la chiave di volta per apparir ‘salvi’ delle proprie insipienze, prima a sé stessi e poi al proprio prossimo, vicino o lontano; e chi avesse studiato a lungo le gesta degli alchimisti si sarà reso conto di quanti inganni siano stati ‘passati’ per ‘benevole dritte’ o ‘caritatevoli doni’, persino da parte di alcuni autori tra i più rispettati. Ogni alchimista appartiene al genere umano, una delle creature più arroganti – a voler essere gentili – che abitano Terra. Come procedere dunque? Non mi sogno di consigliare alcunché: la Via è solitaria, estremamente privata e individuale. Ognuno farà quel che sente.

Mi premeva però portare all’attenzione di chi studia e pratica, in silenzio e con dolce umiltà, che – indipendentemente dai vari ‘credo’ – le fondazioni della Philosophia Naturalis, la Grande Madre dell’Alchimia operativa, parlano – in ogni Tradizione, in ogni civiltà, in ogni epoca – di Frequenza: che essa sia nominata come suono, luce, o altro, che sia di bianco vestita, che abbia i capelli turchini, che sia la madre segreta del Grande Ciaparche Verde, che sia questo o quello, poco importa: i nomen sono adattamenti esplicativi ‘locali’, non generali. Ogni corpo vivente, in qualunque regno specificato, anche in quelli a noi ancora sconosciuti, ‘respira’ tramite Frequenza. Intendere tutto ciò come un portato di Chimica-Fisica è a dir poco inutile e riduttivo, quanto ingannevole: di Vita si parla qui, in ogni Creazione, al di là dei soliti pre-concetti; ed essa attiene, come signum inequivocabile del fenomeno del ‘vivente’, all’Alchimia. Ed ogni operazione alchemica agisce dal Generale verso il Locale, per ‘muovere’ – mutandoli – i corpi in Opera verso l’accordatura Armonica della Creazione: l’Alchimia operativa è la replica, in piccolo, del processo base in atto perenne in ogni manifestazione: essa è davanti agli occhi di tutti, e non è nascosta. Non osservare l’Opera di Madre Natura, per iniziare la propria personale Comprensione dell’Opera d’Amor, è perlomeno sciocco. Ciò che è occulto, si disvela una volta che tutti i corpi in Campo – Materie ed artista – siano in risonanza armonica, secondo quanto magnificamente apparecchiato da Madre Natura. Occorre cercare e viaggiare, e – bussando alle porte del Cielo – talvolta chiedere: qualcuno risponde. Sempre.

Certo, occorre avere il coraggio di studiare e praticare, e la difficillima semplicità di formulare la domanda giusta (Perceval docet): consci che dall’altra parte, da quel mundus primo, ben fisico ed esistente, popolato da un felice ed allegro mucchio di esseri nostri Fratelli, tutti leggono il cuor degli umani bussanti, siano essi neofiti o sapienti. Capriole ed avvitamenti, pur perfetti e paludati, causano solo malcelate risate.

In effetti, viaggiare verso Casa non può che causare una solida, soffusa, pervadente allegria: no ?

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Buon non-compleanno, a tutti!

Della Reincrudazione…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, March 15, 2017 by Captain NEMO

La Primavera è arrivata, ed il lavoro di preparazione è già iniziato;  a proposito della Reincrudazione, ci si chiede spesso in cosa consista, sia a livello teorico che operativo. Canseliet – nel suo Alchimie expliquée sur ses textes classiques, nell’edizione Italiana al Capitolo La Materia prossima e la sua preparazione, pp. 91-2 – scrive:

All’inizio dei lavori che Ercole compì, nei tempi mitologici, quale è l’operazione in un certo senso preliminare, sulla quale gli autori per lo più tacquero, o non parlarono se non analogicamente, e che sembra proprio che più di qualunque altra, non sia stata trasmessa se non da bocca ad orecchio?

Questa consiste nell’imperiosa necessità che il soggetto, minerale e d’elezione, il cui ruolo, più tardi sarà di ‘reincrudare’, sia ricondotto il più possibile vicino allo stato primordiale; quello che era il suo e di cui godeva, all’interno del suo domicilio minerario. Ecco perché faremo qui una confidenza affatto insolita, anche se può sembrare a tutta prima, sorprendentemente banale. In effetti, se non si trattasse dello sforzo richiesto dall’uso del mortaio  e del suo pestello, niente sembrerebbe più normale del fatto che l’alchimia riduca la sua materia in polvere fine.

È in questo stato di divisione fisica che l’individuo minerale si presenta in modo conveniente alla misteriosa ‘reincrudazione’. Fulcanelli in una nota a pie’ di pagina, fu il primo a spiegare questo sostantivo così come il verbo che lo genera:

‘Termine di tecnica ermetica che significa rendere crudo, cioè rimettere in uno stato anteriore a quello che caratterizza la maturità; retrocedere verso l’origine ed il principio’.

È necessario che la materia acquisisca al più alto grado, questa qualità genesiaca, per il momento delle operazioni, quando diventerà, secondo l’ ‘antichissimo filosofo’ Artefio, ‘l’unico agente, per quest’arte, nel mondo tutto intero, che, manifestamente, può risolvere e reincrudare i corpi metallici, con la conservazione della loro specie’: unicum agens in toto mondo in hac arte quod videlicet potest resolvere et reincrudare corpora metallica sub conservatione suæ specie.”.

Nella sua mai troppo lodata edizione/traduzione de Il Mistero delle Cattedrali, in una nota famosa a p. 236, Paolo Lucarelli spiega:

È necessario un chiarimento su questo punto di dottrina spesso travisato. Qualcuno intende la rincrudazione come un’operazione che riconduce un metallo morto alla vita, cioè al suo stato primitivo in cui si trovava quando evolveva liberamente all’interno della sua miniera. In realtà un’operazione di questo genere è impossibile, come non sarebbe possibile passare da un pezzo di pane al frumento da cui deriva. Quello che si intende è l’estrazione dello zolfo, che si mantiene sempre vivo anche dopo che il metallo sia passato per il fuoco più ardente. L’agente, cioè il nostro dissolvente, dissocia e distrugge il metallo estraendone lo zolfo. In questo consiste la rincrudazione. Lo zolfo, unito al mercurio, sarà allora considerato un metallo ringiovanito, l’oro bambino di certi testi.”.

I due Maestri stanno parlando della stessa cosa? Ma certo: c’è un ‘reincrudatore’, che è l’agente, il dissolvente; e c’è il ‘reincrudato’, che è il corpo metallico. È bene tener presente, però, che nessuno dei due protagonisti – l’agente ed il paziente – potrebbe mai essere davanti agli occhi dell’alchimista se non grazie alla necessaria presenza – per entrambi – di un loro proprio zolfo e di un loro proprio mercurio, intesi come Principia originari che permettono l’esistenza oggettiva di ogni corpo in manifestazione. Dunque, se da un lato lo studio approfondito della Philosophia Naturalis fornisce le chiavi per la comprensione esatta del processo ‘a ritroso’ che l’artista deve far accadere nel proprio Laboratorio, dall’altro occorre non dimenticare che – con due sostanze in opera – vi sono due zolfi e due mercuri. La loro relazione, la loro funzione, deve essere colta nel vivo dell’operatività.

Alchemical-and-Rosicrucian-Compendium

Les deux Chevaliers…

Senza il successo di questa operazione – strettamente alchemica, di nessuna attinenza con la Chimica – non si va da nessuna parte; a titolo di maggior informazione – ma soprattutto di riflessione – propongo alcuni passi che mi paiono in qualche modo utili alla bisogna, sia per un ulteriore studio&approfondimento, sia come spunti per una sperimentazione continuata in Laboratorio.

Partiamo da Fulcanelli nelle Dimore: come abbiamo visto in alcuni Post precedenti, l’affaire sulla nascita, lo sviluppo e la pubblicazione delle due opere di Fulcanelli, portate avanti per parecchi decenni, l’autorship del libro è senza dubbio attribuibile ad un gruppo di persone, sotto l’egida esperta di Fulcanelli:

La plupart des hermétistes pensent qu’il faut entendre, par le terme de réincrudation, le retour du métal à son état primitif, ils se fondent sur la signification du mot même, qui exprime l’action de rendre cru, de rétrograder. Cette conception est fausse. Il est impossible à la nature, et plus encore à l’art, de détruire l’effet d’un travail séculaire. … Ici encore l’analogie et la possibilité de nature sont les meilleurs et les plus sûrs guides. Or, il n’existe, de par le monde, aucun exemple de régression.

D’autres chercheurs croient qu’il suffit de baigner le métal dans la substance primitive et mercurielle qui, par maturation lente et coagulation progressive, lui a donné naissance. Ce raisonnement est plus spécieux que véritable. En supposant même qu’ils connussent cette première matière, et qu’ils sussent où la prendre, – ce que les plus grands maitres ignorent, – ils ne pourraient obtenir, en définitive, qu’une augmentation de l’or employé, et non un corps nouveau, de puissance supérieure à celle du métal précieux. L’opération, ainsi comprise, se résume au mélange d’un même corps pris à deux états différents de son évolution, l’un liquide, l’autre solide… (une telle entreprise)  est, d’ailleurs, en opposition formelle avec l’axiome philosophique que nous avons souvent énoncé: les corps n’ont point d’action sur le corps; seuls, les esprits sont actifs et agissants. Nous devons donc entendre, sous l’expression: Remettre l’or dans sa première matière, l’animation du métal, réalisée par l’emploi de cet agent vital dont nous avons parlé. C’est lui l’esprit qui s’est enfui du corps lors de sa manifestation sur la plan physique; c’est lui l’âme métallique, ou cette matière première qu’on n’a point voulu désigner autrement, et qui fait sa résidence dans le sein de la Vierge sans tache.”

[Les Demeures Philosophales, Paris, Pauvert – 1979, Tome I, pp. 272-3]

E ancora:

… Le sujet des sages lui-même, qualifiée première matière de l’art, est fort éloigné de la simplicité inhérente à celle du second Adam. Ce sujet est cependant, et proprement la mère de l’Œuvre, comme Eve est la mère des hommes. C’est elle qui dispense aux corps qu’elle enfante, ou plus exactement qu’elle réincrude, la vitalité, la végétabilité, la possibilité de mutation. Nous irons plus loin et dirons, a l’adresse de ceux qui ont déjà quelque teinture de science, que la mère commune des métaux alchimiques n’entre point en substance dans le Grand Œuvre, bien qu’il soit impossible, sans elle, de rien produire ni de rien entreprendre. C’est, en effet, par son entremise que les métaux vulgaires, véritables et seuls agents de la pierre, se changent en métaux philosophiques, c’est par elle qu’ils sont dissous et purifiés, c’est en elle qu’ils retrouvent et reprennent leur activité perdue, et, de morts qu’ils étaient, redeviennent vivants; c’est elle la terre qui les nourrit, les fait croitre, fructifier, et leur permettre de se multiplier; c’est enfin, en retournant dans le sein maternel qui les avait jadis formés et mis au jour, qu’ils renaissent et recouvrent les facultés primitives dont l’industrie humaine les avait privées. Eve et Bacchus sont les symboles de cette substance philosophale et naturelle, – non cependant première dans le sens de l’unité ou de l’universalité, – communément appelée du nom d’Hermès ou de Mercure. … On comprend mieux ainsi la nature spéciale de son action, et pourquoi il ne demeure pas avec les corps qu’il a dilués, purgés, et animés. Et l’on saisit de même dans quel sens il convient d’entendre Basile Valentin, lorsqu’il assure que les métaux sont des créatures deux fois nées du mercure, enfants d’une seule mère, produits et régénérés par elle. Et l’on conçoit mieux, d’autre part, où git cette pierre d’achoppement que les philosophes ont jetée à travers le chemin, lorsqu’ils affirment, d’un commun accord, que le mercure est l’unique matière de l’Œuvre, alors que les réactions nécessaires sont seulement provoquées par lui, ce qu’ils ont dit soit par métaphore, soit en le considérant d’un point de vue particulier…”

[Les Demeures Philosophales, Paris, Pauvert – 1979, Tome I, pp. 309-10]

Dopo questi robusti brani del ‘900, di stampo francese, facciamo un passo indietro e leggiamo un passo del buon Marchese Santinelli (ma, più probabilmente, il misterioso ‘auctore innominato‘ era Gualdi), nel 1666:

Nell’opera Fisica vengono descritte dagli autori tre soluzioni: la prima è del corpo metallico, & crudo, nei suoi principia, per l’appunto zolfo e argento vivo. La seconda è del corpo Fisico. La terza è della terra Minerale; … La prima soluzione deve essere compiuta con cura, quando prendiamo il nostro corpo metallico, & lo dividiamo in Mercurio, e poi in Zolfo. Per cui il lavoro è di estrarre dal nostro soggetto, grazie ad una dedicata industriosità, & al nostro fuoco occulto artificiale, il Mercurio, cioè quel vapore degli elementi; e nell’estrazione, purificare; in seguito, con il medesimo & naturale ordine liberare dalle carceri lo zolfo, cioè l’essenza dello zolfo. Ma tutte questo per mezzo della soluzione & della corruzione, la quale devi conoscere ottimamente. Il segno di questa corruzione è la nigredo, vale a dire l’apparire di una specie di fumo nero nel suo vetro. Questa trae origine dall’umidità corrompente del tuo menstruo naturale, attraverso la quale umidità, nella commozione degli elementi, sale questo vapore; perciò, se vedrai questa vaporosa nigredo, sii certo di star percorrendo la retta via, e che hai trovato l’ordine giusto. La seconda è quando il corpo Fisico, assieme a queste due sostanze, viene dissolto, & in questa soluzione tutte le cose vengono purificate, & raggiungono la purissima natura celeste; così, tutti gli elementi sottilizzati procurano il fondamento di una nuova generazione, [questo fondamento è] allora il vero Chaos Filosofico, e la vera prima materia dei Filosofi, come insegna il Conte Bernardo; pertanto è soltanto dopo la congiunzione della femmina & del maschio, del Mercurio & dello Zolfo che essa deve essere chiamata prima materia, & non prima.

Questa soluzione è la vera reincrudazione, attraverso cui si ha un seme purissimo moltiplicato nella sua virtù; infatti se il grano giacesse nella terra, & la sostanza del grano non reincrudasse, invano l’Agricoltore attenderebbe il raccolto desiderato: tutti gli sperma sono inutili ai fini della moltiplicazione se non sono prima reincrudati: per cui occorre conoscere perfettamente questa reincrudazione, & riduzione in prima materia, solo attraverso la quale si può ottenere questa seconda soluzione del corpo Fisico. Per quel che attiene alla terza soluzione, si dice che sia l’umettazione di quella terra, o dello zolfo Fisico, & minerale, grazie alla quale l’infante comincia a crescere le forze, & viene accresciuto… “.

[Lux obnubilata, suaptè natura reffulgens. Vera de Lapide Philosophico Theorica, metro italico descripta et ab auctore innominato commenti gratia ampliata: pars prima, Venetia, Zatta – 1666, Canzone Terza, Cap. I, pp. 172-4; mia traduzione]

A titolo di ciliegina sulla torta, ma in perfetta sintonia con quanto sopra visto, ecco due brani di Philalethe, del 1669:

“… Hence the noble Sendivogius saith, The Fool (believe me) will not find our Stone, no not in Gold; but the Wiseman will find it in the Dung, That is to say, In Gold (which[1] is the of the Sophi) the tincture of Goldness lies hid. This[2] though it be a most digested body, yet is it incrudated and made raw[3], in one only thing, viz. Our Mercury[4], and receiveth from [5] the multiplication of its own Seed[6], not so much in weight[7] as in vertue.”

[Secrets Reveal’d, London – 1669, Chap. XIII, p. 41]

…even so it is with Gold, as long as it is in the form of a Ring, a Vessel or Mony, ‘tis the vulgar Gold, but as concerning its being cast into our water, ‘tis Philosophical. In the former respect it is called Dead because it would remain unchanged even to the Worlds end; in the latter respect it is said to be living, because it is so potentially; which power is capable of being brought into Art in a few daies, but then Gold will be no longer Gold, but the Chaos of the Sophi; therefore well may Philosophers say, That their philosophical Gold differeth from the vulgar Gold, Which difference consisteth in the Composition. For even as that Man is said to be dead, which hath already received the sentence of Death; so is Gold said to be alive when it is mixed in such a Composition, and put upon such a fire in which it will necessarily receive a germinative life, in a short time: yea, ‘twill demonstrate the actions of a life beginning, and that within a few daies[8]. Therefore the same Sophi that say their Gold is living, do bid thee (the Searcher of Art) to revive the dead, the which if thou knowest to do, and to prepare the Agent, and rightly to mix the Gold, it will soon become living; in which vivification thy living Menstruum will dye. Therefore the Magi command thee to revive the dead, and to kill the living; They do (at the first entrance) call their water living, and say that the death of one principle, with the death[9] of another, hath one and the same period. Thence ‘tis evident, That their Gold is to be taken dead and their water living; and by compounding these together, the seed-Gold, will (by a short decoction) vivifie or quicken, and the live will be killed, that is the spirit will be coagulated with the dissolved bodie, and both of them putrifie together, in the form of dirt or mud, until all the members of the Composition are rent or dispersed into Atoms[10]. Here therefore is the naturality of our Magistery. The Mistery which we so much hide, is to prepare the , truly so called[11], the which cannot be found upon the earth [12]ready prepared to our hands; and that for singular reasons known to the [13]Adeptists.”

[Secrets Reveal’d, London – 1669, Chap. XIII, p. 42-4]

Le note cui si fa riferimento nei due brani di Philalethe sono prese dal libro Philalethe Reveal’d, Vol. 1, edito dal sottoscritto e da Fra’ Cercone; GLO è l’acronimo per un ‘Glosser‘ anonimo che annotò fittamente una sua copia del Secrets Reveal’d nel 1690; queste sue glosse sono, oltre che curiose, di un certo interesse.

Bene: in ogni momento dell’operatività occorre mettere alla prova la propria comprensione dei principi base della antica Filosofia Naturale; non essendo affatto facili da comprendere alla luce della nostra logica moderna, peraltro molto limitata quando la si confronta con l’apparato immenso dei processi della Creazione, il mio invito è sempre quello di non smetter mai di confrontarsi con l’Imaginatio vera sed non phantastica, tra un segnalibro ed un pestello, tra un bizzarro ma buon testo d’alchimia e l’esame accorto delle materie in opera ‘a caldo’ ed ‘a freddo’, tra l’insegnamento scritto di chi ci ha preceduto e l’Intuizione ‘a mani sporche’ di una notte di buona Luna.


[1] Here GLO adds in a note: duely prepared.

[2] Here GLO adds in a note: common; not Sophoru(m).

[3] The incrudation is an alchemical operation through which a substance is returned to its primeval condition, that is to the raw state, also called their prima materia, the first matter. We read in one of the most reputed tracts of Alchemy: “Hæc solutio est vera reincrudatio, ut semen purissimum habeatur in sua virtute multiplicatum, si enim granum in terram iaceret, & substantia grani, non reincruderetur in hanc primam materiam, frustra Agricola, ex eo optatam messem expectaret. Omnia spermata nisi reincrudentur nihil valent in ordine multiplicationis: Unde hæc reincrudatio, & in primam materiam reductio, est per optime cognoscenda, qua sola hæc secunda corporis Phisici solutio acquiri potest. See, Francesco Maria Santinelli, Lux obnubilata suapte natura refulgens, Venetiis, 1666, Caput Primum, p. 174. Translation: “This solution is the true reincrudation, in order to obtain the multiplication in its virtue of the purest seed, in fact if the grain laid in the earth & the grain’s substance did not reincrudate into this first matter, the Peasant would expect in vain the desired harvest from it. All the sperms are worth nothing in order to the multiplication if they are not reincrudated: Thus this reincrudation & reduction into the first matter, has to be very well known, [since] this second solution of the Physical body can be achieved only through it.”.

[4] Here GLO adds in a note: which doth not happen, to of the Sophi: But to the Contrary, the is by the , maturated, fixed and perfected.

[5] Here GLO adds in a note: tamquam menstruo. (as from a menstruum)

[6] Here GLO adds in a note: which is; beeing incrudated.

[7] Here GLO adds in a note: which by reincrudation is diminished.

[8] Here GLO adds in a note: By its internal motion, and Solution.

[9] This is evidently a typo which should be read: the death of one principle, with the life of another, hath one and the same period, consistently with BPC and OOM.

[10]  Here GLO notes: but prittie bigg ones: grains in the beginning t(hen?) they at the End of the work become dust. This means that by the end of this putrefaction the Compound has thinned down to its minimum particles.

[11] Here GLO notes: because it is water which is all Essence.

[12] Here GLO notes: Because it lodges in the magnesia thence to be drawn. But the magnesia, its subject, is made to our hands, by the Avicula Hermetis, & is plenty he henough found everywhere and upon the Earth to.

[13] Here GLO notes: Because they must have the pure spirit without its … [an unreadable word here – EN] Impuritys.

Il Giglio delle Convalli

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Jacques Coeur - Tristan & Isolde

Jacques Coeur – Tristan & Isolde

Nel suo Arcanum Hermeticae Philosophiae Opus (1623), al canone XXIII, il Presidente d’Espagnet scrive:

Con il termine Luna i Filosofi non intendono la Luna volgare, la quale nel suo operare è maschio, & che nella copula svolge il ruolo di maschio; che nessuno presuma dunque di  tentare una congiunzione nefasta & contro Natura di due maschi, e non  si concepisca alcuna speranza di prole da una tal copula; ma si congiunga con un congiunzione stabile Gabritius a Beia, il fratello alla sorella, e che si chiamerà propria;  affinché poi si raccolga il fertile figlio del Sole.

Il monito è chiaro, e spesso trascurato: se la nostra mentalità accetta immediatamente un possibile matrimonio tra due generi opposti, un mariage di un fratello e sorella viene ovviamente visto come sola figura retorica. Ma, a mio modesto avviso, vi è dell’altro. Fulcanelli ne accenna nel Volume I de Les Demeures Philophales, al capitolo Le Mythe Alchimique d’Adam et Eve:

Car ils sont réellement frère et soeur, tenant chacun leur être d’une mère commune, et redevables de la contrariété de leurs tempéraments plutôt à la différence d’âge et d’évolution qu’à l’écart de leurs affinités.

L’auteur anonyme de l’Ancienne Guerre des Chevaliers, dans un discours qu’il fait prononcer par le métal réduit en soufre sous l’action du premier mercure, enseigne que ce soufre a besoin d’un second mercure, avec lequel il doit être conjoint afin de multiplier son espèce.

Segue una lunga ed importante dissertazione sul famoso ‘secret des deux mercures‘, nella quale l’Adepto avverte che vi saranno ‘contradictions, erreurs menifestes de logicque ou de jugement‘, forse utili per sbrogliare l’enigmatica matassa:

Or, nous reconnaissons loyalement qu’il n’existe qu’un seul mercure à la base, et que le second dérive nécessairement du premier. Il convenait cependant d’appeler l’attention sur les qualités différentes qu’ils affectent, et faire en sorte de montrer, — fût-ce au prix d’une entorse à la raison ou d’une invraisemblance, — comment on peut les distinguer, les identifier, et comment il est possible d’extraire, directement, la propre femme du soufre, mère de la pierre, du sein de notre mère primitive.“.

Come sempre, lo studio attento e la verifica sperimentale in Laboratorio è d’obbligo; al di là dell’autorship del Capitolo – la cui definizione attiene alla storia complicata, come si è visto, della creazione/elaborazione/sviluppo di entrambi i capolavori firmati come Fulcanelli -, si deve dire che vi è materia per meditare ed avviare tutta una serie di delicati ed importanti esperimenti.

Delle Nozze Chimiche parlerà naturalemtne anche Maitre Canseliet, a più riprese. Una tra tante, da Due Luoghi Alchemici, nella traduzione di Paolo:

É potente l’amore che, nell’innocenza e la purezza, unisce indefettibilmente Gabricus, o Gabritius e Beya, per il necessario androginato della Grande Opera. Nell’Enigma della visione del filosofo Arisleo e dalle Allegorie dei sapienti – Enigma ex visione Arislei Philosophi et Allegoriis sapientum:

Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina – Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina.

Questa citazione di Canseliet è curiosa: quell’ultima frase ‘esplicativa’ di Arisleo – così come viene proposta – appare infatti un po’ ambigua: “Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene essa sia la sorella del fratello, essa è femmina“, pur ovviamente corretta, suona leggermente tautologica; se infatti è naturale che Beya è femmina – ‘ea‘ – quel ‘essa è femmina‘ può essere letta al massimo come un rafforzativo. Filosténe Junior, nel suo libro, afferma che Canseliet – una volta ottenuto da Fulcanelli il permesso di firmare le sue opere con la sigla F.C.H – avrebbe utilizzato i risvolti delle pagine illustrative come una sorta di ‘accredito’ indirizzato alla cerchia dei F.C.H. A suo dire, questo spiegherebbe – uso tutto il condizionale – il motivo di alcune criptiche frasi che compaiono a commento delle illustrazioni.

Si deve tener conto che l’origine di questo testo famoso e citato ovunque è ancora molto incerta; si dice che possa trattarsi di un testo arabo – il Risalat madd al-ba hr dhat al-ru’ya -, ma più probabilmente si tratta di una sorta di circolo vizioso, in quanto il supposto testo arabo potrebbe a sua volta essere una ri-traduzione dal Greco di Archelao. Inoltre, come è noto, la Visio è stata inclusa in diverse raccolte prestigiose come l’Aurora Consurgens, l’Artis Auriferae e il Rosarium Philosophorum ed altre. Si tratta insomma di un testo rielaborato, modificato e parcellizzato molte volte, mancando ad oggi una solida ed attestata fonte originale.

Il brano proposto da Canseliet proviene senza dubbio dalla versione inclusa nel volume I dell’Artis Auriferae quam Chemiam Vocant del 1593, che include tra gli altri il trattatello Aenigma ex Visione Arislei Philosophi, et Allegorijs Sapientum:

Rex ait. Cur Beyam vultis? Et ego: Quia generatio non fit absque ea, & quamvis soror sit fratris, & foemina: tamen emendat ipsum, eò quòd ex ipso est.

[Aenigma I, pp. 147-148]

Una rapida traduzione suona grosso modo così: “Il Re dice: perché volete Beya? Ed io: Perché la generazione non si fa senza di lei, e sebbene [essa sia] la sorella del fratello, e femmina, tuttavia [essa] emenda lo stesso [Gabritium], per il fatto che [essa] è da esso.“.

Così, mi pare che in questo modo il senso della frase sia più evidente. La correttezza di questa lectio è confermata anche dalla edizione precedente del 1572 (Auriferae Artis quam Chemiam Vocant). Lascio ai lettori l’eventuale riflessione nel merito della frase completa.

Propongo ora una notula da parte dell’alchimista Normanno Jean Vauquelin des Yveteaux (1651-1716), tratta dal suo curioso trattato Alchimie du Cantique des Cantiques de Salomon, dove – al versetto 2.1, titolato Ego flos campi, et lilium convallium – si parla del Giglio delle Convalli:

Ce champ, comme l’explique l’hebreu, est celui de saron, c’est à dire que l’on doit en chanter les louanges, et la fleur est la rose de cette campagne. Nous avons dit ailleurs ce que les philosophes entendent par la rose et la fleur de sel. Cette rose icy est blanche.

Et quoyque par le lis des vallées les uns veullent que l’on entende la fleur d’iris accause de la bonne odeur de sa racine profonde, à laquelle profondeur ils raportent le mot de convallium, les autres l’interpretent le muguet, d’odeur si charmante, et qui vient naturellemnt dans les broussailles parmy les ronces et les epines dans les bois.

D’autres veullent que l’auteur aie voulu parler icy du lys ordinaire; mais à le bien prendre dans le sens phisique, il ne faut entendre icy que le lys de l’art, le sujet phisique, dont Paracelse dit que la partie superieure est le lys blanc, la glu de l’aigle, et la partie inferieure est le lys rouge, laton, lion rouge et son sang, la Beia et le Gabritius des sages, de l’union desquels se fait la premiere matiere des metaus.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

C’est de ces lys dont Cortalasseus a tant parlé dans son traitté d’Arca arcani et son Lilium inter spinas, le lili du manuel de Paracelse, et de sa teinture des phisiciens.

Cette fleur peut estre ditte des champs, parce qu’elle y vient d’elle mesme et naturellement, sans opération manuelle de l’artiste, et lis des vallées accause de sa simplicité, et sa pureté. Sapientia est humi moravi, disent les philosophent, et simplicitas veritatis sigillum.

Cette rose de saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, ce lis dont il est dit que par l’arousement des eaus salutaires, il germera comme le lys des vallées.

Eccone la mia rapida traduzione:

Questo campo. come lo spiega l’Ebraico, è quello di Saron, vale a dire che ne si deve cantare le lodi, ed il fiore è la rosa di questa campagna. Abbiamo detto altrove di cosa i filosofi intendono con la rosa ed il fiore del sale. Questa rosa qui è bianca.

E sebbene con i gigli delle valle gli uni vogliono che si intenda il fiore dell’iris a causa del buon odore della sua radice profonda, alla quale profondità rapportano la parola convalli, gli altri l’interpretano come il mughetto, di odore così incantevole, e che spunta naturalmente dai cespugli tra le rocce e le spine nei boschi.

Altri vogliono che l’autore abbia inteso parlare qui del giglio ordinario; ma a ben prenderlo nel senso fisico, qui non bisogna intendere che il giglio dell’arte, il soggetto fisico, del quale Paracelso dice che la parte superiore è il giglio bianco, il vischio dell’aquila, e la parte inferiore è il giglio rosso, lattone, leone rosso ed il suo sangue, la Beia ed il Gabritius dei saggi, dalla cui unione si fa la prima materia dei metalli.

Lilium convallium alienis spinis circumceptum ut et philosophicum partibus heterogeneis. Lilium ceruleum est iris in quem Aiax conversus, qui insanus ad Troiam intervenit.

É da questo giglio di cui Cortolassesus ha tanto parlato nel suo trattato Arca Arcani ed il suo Lilium inter spinas, il lili di Paracelso, e della sua tintura dei medici.

Questo fiore può essere detto dei campi, perché vi spunta da solo e naturalmente, senza operazione manuale da parte dell’artista, e giglio delle valli a causa della sua semplicità, e della sua purezza. Sapientia est humi moravi, dicono i filosofanti, e simplicitas veritatis sigillum.

Questa rosa di saron, mortuis aeternae vitae munus exhalans, questo giglio di cui si dice che grazie all’innaffiamento delle acque salutari germinerà come il giglio delle valli.“.

Cortholasseus è uno dei tanti nicknames assunti da Johannes Grasshof (ca. 1560 – 1623), e l’opera cui des Yvetaux fa riferimento è la sua Aperta Arca Arcani Artificiossimi, una raccolta famosissima in quei tempi; all’interno figura il trattatello sul Lilium, costituito dal famoso racconto allegorico (Der Kleine Baur). Oltre all’inevitabile omaggio a Sendivogius – certo uno dei più stimati e famosi alchimisti dell’epoca – credo non si debba dimenticare che la probabile origine di questa allegoria legata alle convallibus è Virgilio, che d’Espagnet – chissà perché! – amava molto.

eneide_convallibus

La bellezza dello studio dell’Alchimia è dovuta alla Sophia che anima il suo tessuto, stabile e radicata nei secoli, al riparo dai pre-concetti, stereotipi, e giudizi di ogni sorta, così tipici degli esseri umani; non è importante la parola, ma il cercare con serena umiltà, studiare e praticare: Sophia è lì, da sempre, con i suoi semplici, basici Principia Naturalia, pronta per essere sperimentata. Tutto è stato scritto, in molti ‘cantica‘ e ‘legende‘. La Via è una, e occore naturalmente ‘orientarsi’. L’esploratore che usa la bussola basata sul Nord magnetico, non è consapevole del fatto che si sta orientando grazie ad un Campo unico e non soltanto ‘locale’, all’interno del quale le frequenze sono  gli strumenti usati da Madre Natura per informare la Creazione. Se all’esploratore geografo o archeologo questa consapevolezza non è certo indispensabile, per l’alchimista è di assoluta importanza. So che molti storceranno il naso ed alzeranno le sopracciglia: non importa. V’è ben altro che è importante.

Nigra sum et formosa filia Jerusalem
Ideo dilexit me Dominus
Et introduxit me in cubiculum suum
Et dixit mihi: surge amica mea et veni.
Jam hiems transiit, imber abiit et recessit,
Flores apparuerunt in terra nostra,
Tempus putationis advenit.

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – Interludio, Verde

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Molto inchiostro è colato nell’interpretazione dell’Ecusson final che apparve con la prima edizione del 1926 de Le Mystere des Cathedrales. Una lettura araldica canonica e di buon senso (da parte di Althea, alias Madame Elena Frasca Odorizzi) potrebbe essere: “Di rosso, all’Ippocampo d’oro, cimato da una spiga d’orzo dello stesso, attraversante su una campagna del secondo“. Paolo Lucarelli, che ebbe la benevolenza di parlarmene poco prima della pubblicazione della sua nuova traduzione ed edizione della prima opera di Fulcanelli (2005), canta il blasone comme-il-faut, tenendo anche conto dell’elmo, vale a dire dell’origine alchemica dell’ormai famoso blasone: “Troncato di rosso e d’oro, all’Ippocampo d’oro dell’uno all’altro accompagnato in capo da una spiga d’orzo, timbrato da elmo di cavaliere crociato ornato di due lambrecchini, con impresa d’anima che dice uber campa agna”. Paolo, per miglior aiuto, fece anche colorare, basandosi su questa lettura, il blasone di Fulcanelli, ponendolo in quarta di copertina.

fulcanelli_ecu1926-copy

I Tre Ecussons

In reverente omaggio ai Frères Chevaliers d’Heliopolis, ho pensato di giustapporre il blasone originale (del 1926), a quelli di Eugène Canseliet e Jean Laplace; trovo infatti che vi sia da riflettere. Ricordo anche che Paolo mi riferì di esser rimasto molto turbato dal fatto di non aver avuto notizie da Jean durante l’ultimo periodo della sua vita terrena. Come è noto, erano due stretti amici. Se tutti conosciamo il rivoluzionario contributo di Paolo alla corretta direzione da dare dell’operatività alchemica stretta, pochi – temo – hanno voluto consultare le opere di Jean.

L’unico colore ‘araldico’ nell’Ecusson di Fulcanelli è il rosso, il quale ne specifica con chiarezza cristallina il senso, cioé l’Initium, vale a dire il risultato della ‘prima operazione’: “Questa dunque è la prima operazione di alchimia, come diceva Canseliet, alla fine della quale deve manifestarsi quel rosso tanto misterioso e importante da essere definito arcano maggiore dell’Arte, che sovrasterà l’oro, o meglio un’acqua dorata, più o meno nelle proporzioni che qui si vedono.”.

Nell’Ecusson di Jean appaiono tre  colori: dall’esterno all’interno il nero, il bianco, il verde; fino al centro, rappresentato dal Sol, d’oro (il quale, in araldica,  è metallo e non colore). Da un suo saggio apparso ne La Tourbe des Philosphes, numero 31, titolato Aperçus Vitriolique, sottopongo un passo:

“« Aujourd’hui clair de lune

Il fera demain clair de l’autre. »

De Cyrano Bergerac : Le pédant joué

La séparation est de telle importance qu’elle influence, de façon décisive, l’aspect des matériaux à la fin du premier oeuvre. Eugène Canseliet, unique disciple de Fulcanelli, disait souvent que le vitriol véritable n’est pas nécessairement atteint lorsqu’on obtient un sel vert lors des purifications du mercure. Chacun pourra en juger à présent, en prenant connaissance de la description exacte du composé que nous avons pu élaborer et que voici :

L’étoile, qui est un synonyme philosophique du sel dont nous parlons, est générée à partir des seuls matériaux réservés à l’oeuvre lorsqu’ils sont travaillés selon la technique sans envie décrite au chapitre conjonction et séparation de « L’alchimie expliquée ». Le vitriol est insoluble quel que soit le solvant employé depuis l’eau, le chloroforme, l’acétone jusqu’à l’alcool le plus subtil, voir même l’acide chlorhydrique. On peut donc le considérer comme un émail de la meilleure qualité, certains le comparent même à l’or. Par-dessus tout, il est transparent comme du cristal de Bohême teinté du plus beau vert. Cette transparence est le signe le plus certain d’une exacte préparation si l’odeur de l’encens accompagne les opérations de purification. Sa couleur est fixe. Le vitriol, coulé puis refroidi à la surface du mercure, se brise en mailles de filet. Les veines de ces brisures deviennent, à l’air ambiant, autant de lignes opaques hérissées d’une multitude de poils blancs dont la structure ressemble à l’amiante. Toutefois, cette « oxydation » se limite aux seules fêlures de la masse compacte qui reste, elle, exempte de toute dégradation. Les fumeroles qui s’insèrent lors de la solidification sont la cause la plus plausible de ces apparitions poilues.

Cela dit, il est assuré qu’il sera impossible d’opérer aux sublimations avec un vitriol qui soit opaque dans sa masse, à cause d’une mauvaise séparation ou d’une purification mal conduite. Au stade du second oeuvre, le pur désire habiter avec le pur c’est pourquoi il change de lieu pour monter à la surface où se trouve le vitriol. Ce phénomène magnétique ne s’accomplira que si l’émeraude philosophique a les qualités requises, afin que le semblable s’unisse au semblable.“.

Il passo è del 1988 ed è di facile traduzione. Segnalo che Jean lasciò questa manifestazione nel 1996, e che il passo si riferisce al ‘verde‘. Come ricorda Canseliet, e Jean lo sottolinea, “… il vitriolo veritiero (‘véritable‘, e non ‘vrai‘) non è necessariamente raggiunto allorché otteniamo un sale verde durante le purificazioni del mercurio“. Sembra di poter/dover intendere, così, che vi siano diversi ‘verdi’ durante l’Opera (ma vi sono anche diversi ‘rossi’, per non parlare dei ‘neri’ e dei ‘bianchi’).  Ora, non intendo certo dare delle indicazioni operative, per ovvi motivi tradizionali; come sempre, è il caso di porsi domande utili all’operatività, soprattuto nel dove&quando; mi limito tuttavia a segnalare che non mi meraviglio affatto di questa affermazione, soprattutto se si è ben compreso, prima, cosa è in Physica un colore. Specifico che la versione corrente proposta dalla fisica, non è completa, né tanto meno veritiera. Mancano alla fisica molti ‘pezzi’, tutti peraltro ben presenti all’interno della Physica. Per chi ama studiare praticando, questo è un terreno che riserva frutti, utili – a mio modesto avviso – durante l’operatività alchemica.

Ora, se nelle lingue latine ‘véritè‘, ‘véritable‘ indicano – i F.C.H docent – la Force legata alla crescita indispensabile nell’Opera pratica, segno cioè di una fissata capacità di nuova vita, le lingue nordiche suonano in modo più perentorio: il ‘green‘ inglese, così come il ‘grün‘ tedesco provengono dal radicale Proto Indo Europeo ‘ghre‘, che indicava per l’appunto il momento della crescita di una pianta. Il fonema originario ‘ghros‘, da cui ‘grass‘ – l’erba – informava l’ascoltatore del  ‘giovane germoglio‘ (“shoot“), del ‘pollone‘ (“sprout“). Vi è in questa modalità sonora più di un senso utile alla bisogna. Si parlerà, lo so, di aspetti intellettuali, marginali. E sorrido, di conseguenza.

In verità, ogni materia che cresce ha un suono distintivo, tipico dell’animale, del minerale e del vegetale. Il che è naturale, meglio: Naturale. Se qualcuno/qualcosa ‘entra’ in una stanza chiusa, produce necessariamente un suono: ogni materia che ‘entra’ in Manifestazione si comporta in modo identico. Ogni materia vibra, oscilla; è la sua signature, la firma. Quella vibrazione propria dell’organizzazione cristallina, matrice della nuova materia – la Matta Reah di Heliopolis antica – interagisce con il Campo unico. L’allineamento della vibrazione cristallina che punta, per gradi, alla Risonanza con il Campo, produce un’onda che ha una caratteristica sonora precisa, tradotta in una frequenza sonora delicata, secca, esatta e che riverbera – per un fenomeno elettrico&magnetico ovvio – nell’esaltazione di micro-particelle ‘profumate’ e ‘colorate’. L’occhio percepisce il colore, l’orecchio il suono, il naso il profumo.

Vi sono così, più ‘verdi‘ (e più ‘colori’). L’alchimia antica precisa che vi sono più mercuri e più zolfi. Il “Pensare”, d’altro canto, genera onde, e Madre Natura risponde, con assoluta precisione. L’Entanglement ha una caratteristica di merveilleux, ma racchiude in sé anche l’assoluta incertezza del fenomeno ‘veritable‘. Occorre dunque un supporto per discernere ciò che si cerca, prima teorico (Physica) e poi pratico (Alchimia).

Detto questo, si comprenderà forse meglio il florilegio di achievements capitati ai numerosi alchimisti che sono arrivati nei dintorni di questa zona di Force, meglio: di questo Campo di Forza. Essendo inevitabile che l’artista innamorato è parte interagente di questo Campo, e delle Risonanze in corso d’Opera, è essenziale la frequenza (Canseliet parlava, più che correttamente, del famoso Dyapason). Pregare, meditare, è senza alcun dubbio una postura essenziale e dovuta di fronte a Madre Natura all’Opera, quando fa nascere una nuova vita in un Cristallo. Noi non siamo nulla di fronte alla Madre, di fronte alla Materia, soprattutto a quella Matta Reah. Ma la possibilità di consapevolezza di alcune frequenza base della Creazione può essere esiziale nel non prendere lucciole per lanterne, nella speranza timida ed umile di saper come orientarsi durante quel rapidissimo canto profumato.

Il Desiderio di Arjuna è la forza di nascita dell’Entanglement, e non v’è scampo: Connaitre richiede una dispositio sia della Materia che dello Spirito dell’Artista. Il senso allegorico della Veille del futuro, eventuale, Chevalier – solitaria, nella notte, di fronte alle proprie armes posate di fronte al fuoco della Lux – è questo, e non si compie pour chance, ma attraverso una scelta consapevole di Risuonare con la Creazione. Occorre tempo, molto tempo, studio, molto studio, pratica, molta pratica. Ed essere, naturalmente, véritables.

 

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 2

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Il Bretone di cui ho parlato in precedenza era un tipo che studiava, certo, ma che traeva ispirazione da un piccolo gruppo di autori, che evidentemente amava e stimava: Dom Pernety (debbo ad Offerus la tempestiva segnalazione; thank you, much obliged…), a Maier, a Basilio Valentino ed al Presidente d’Espagnet, autore quest’ultimo, come si sa, di due trattati di Physica, entrambi magistrali. A questo proposito ho tuttora due curiosità: la scelta precisa di questi autori, che appare quasi come una filiazione (mi riprometto di parlarne presto, sto verificando alcuni materiali); e il fatto che le citazioni, riproposte quasi di peso, sono però leggermente corrette, con qualche espuntazione qua e là. Val la pena di notare che Fulcanelli – il quale, lo ripeto, conosceva con certezza il Bretone suo contemporaneo, senza peralto mai citarlo – mostra di condividere molto quella impostazione classica&alchemica.

Proseguo nel riportare alcuni passaggi più squisitamente alchemici, che di fatto sono riassunti e adattazioni (un po’ di cut&paste, ante-litteram) di brani di Dom Pernety (Les fables égyptiennes et grecques, dévoilées & réduites au même principe: avec une explication des hiéroglyphes, et de la guerre de Troye – 1758)

Materia della Grande Opera

Di ogni cosa materiale si fa la cenere, della cenere si fa il sale, del sale si separa l’acqua e il mercurio, del mercurio si compone una quintessenza o un elixir. Il corpo si riduce in cenere per essere pulito delle sue parti combustibili, in sale per essere separato dalle sue terrestreità, in acqua per marcire e putrefare,   e in spirito per diventare quintessenza. I sali sono dunque le chiavi dell’arte e della Natura; propriamente non vi è che un sale di Natura, il quale si divide in tre: il nitro, il tartaro e il vetriolo. Di questi sali e dei loro vapori si fa il mercurio che gli antichi hanno chiamato Semenza Minerale. Di questo mercurio e dello zolfo, sia puro che impuro, sono fatti tutti i metalli nelle viscere della terra e sulla sua superfice.

La prima materia è chiamata comunemente zolfo e argento vivo. Raimondo Lullo li chiama i due estremi della pietra e di tutti i metalli. Altri dicono in generale che il sole è suo padre e la luna sua madre; che essa è maschio e femmina, che è composta di quattro, di tre, di due e di uno, e tutto ciò al fine di nasconderla. É certo che non vi è che un solo principio in tutta la Natura, e che lo è tanto della pietra che delle altre cose. Non vi è così che un solo spirito fisso composto di un fuoco purissimo e incombustibile che fa sua dimora nell’umido radicale dei misti. É più perfetto nell’oro che in ogni altra cosa, e il solo Mercurio dei Filosofi ha la proprietà di estrarlo dalla sua prigione, di corromperlo e di disporlo alla generazione. L’argento vivo  è il principio della volatilità, della malleabilità e della mineralità, lo spirito fisso dell’oro non può nulla senza di esso. L’oro è umettato, reincrudato, volatilizzato e sottoposto alla putrefazione attraverso l’opera del mercurio, e quest’ultimo è digerito, cotto, inspessito, disseccato e fissato attraverso l’opera dell’oro filosofico, che lo rende con questo mezzo una tintura metallica.

L’uno e l’altro sono il mercurio e lo zolfo filosofici. Ma non è sufficiente che si faccia entrare nell’opera uno zolfo come lievito; ve ne serve anche uno come semenza di natura sulfurea, per riunirsi alla semenza di sostanza mercuriale. Questo zolfo e questo mercurio sono stati saggiamente rappresentati dagli antichi da due serpenti, l’uno maschio e l’altro femmina, attorcigliati sulla verga d’oro di Mercurio. La verga d’oro è lo spirito fisso sul quale debbono essere attaccati. … Il mercurio proprio all’opera deve dunque per prima cosa essere impregnato di uno zolfo invisibile, affinché sia più disposto a ricevere la tintura visibile dei corpi perfetti, e che possa in seguito comunicarla con usura.

Rapimento di Proserpina

I poeti hanno aggiunto alla favola di Proserpina che ella ebbe un figlio che aveva la forma di un toro; e che Giove, per avere commercio con lei, si era metamorfizzato in dragone. Dicono anche che il toro era il padre di questo dragone; di modo che essi erano il padre l’uno dell’altro, il che sembra un paradosso. La spiegazione di questa parentela consiste nel sapere che vi è un’unica materia del magistero, ciononostante composta di fisso e di volatile. Il dragone alato e la femmina indicano il volatile, ed il dragone senz’ali ed il toro sono i simboli del fisso. Il Mercurio Filosofico o dissolvente universale si compone di questa materia, che i filosofi dicono essere il principio dell’oro. L’oro dei saggi nasce da questa materia; essa è di conseguenza sua madre: nelle operazioni dell’opera occorre mescolare il figlio con la madre, allora il figlio che era fisso e designato come il dragone senz’ali, fissa anche sua madre, e da questa unione nasce un terzo fisso o il toro. Ecco il dragone padre del toro. Che si faccia di nuovo la mescolanza di questa nuovo nato con la femmina, o la parte volatile dalla quale è stato estratto, allora ne risulterà il dragone senz’ali, che diventerà il figlio di quello che lo ha generato; poiché la materia cruda viene chiamata dragone prima della sua preparazione e nel tempo di ogni disposizione o operazione dell’opera

In una parola, l’oro si dissolve nel dissolvente volatile dei filosofi da cui è stato estratto; allora è la madre che uccide suo figlio. Quest’oro, nel fissarsi, fissa sua madre con lui; ecco che il figlio genera sua madre e che allo stesso tempo la uccide, perché da volatile che essa era, la genera in fissità; e fissare il volatile significa ucciderlo. Ecco svelato il mistero di questo paradosso.

Il Becco

Tutte le nazioni si sono accordate nel considerare il becco [il capro – NdC] come il simbolo della fecondità; era quello di Pan o il principio fecondante della Natura, vale a dire il fuoco innato, principio di vita e di generazione. <Quando i sacerdoti volevano – dice Eusebio – rappresentare la fecondità della primavera e l’abbondanza di cui è la fonte, dipingevano un bambino seduto su di becco e girato verso Mercurio.> Bisogna, con i sacerdoti, vederci piuttosto l’analogia del Sole con Mercurio e la fecondità di cui la materia dei filosofi è il principio in tutti gli esseri. É questa materia, spirito universale corporificato, principio di vegetabilità, che diviene olio nell’oliva, vino nell’uva, gomma, resina negli alberi, etc. Se il Sole attraverso il suo calore è un principio di vegetabilità, non lo è se non eccitando il fuoco assopito nelle semenze dove è come intorpidito sin quando venga risvegliato e animato da un agente esterno. Così, nell’operazione ermetica, il mercurio lavora la materia fissa dove dorme il fuoco innato; la sviluppa rompendo i suoi legami e lo pone nello stato di agire per condurre l’opera alla sua perfezione. Ecco questo bambino seduto su di un becco ed allo stesso tempo la ragione per cui si gira verso Mercurio; Osiride, essendo questo fuoco innato, non differisce da Pan; di conseguenza, il becco era consacrato all’uno e all’altro. Per la stessa ragione, era uno degli attributi di Bacco.

Prometeo liberato

Prometeo aveva come padre Japeth figlio del cielo e fratello di Saturno; sua madre si chiamava Clymene, figlia dell’Oceano; conoscendo quel che era Saturno, si sa cosa occorre intendere per Japeth, che viene da ίαίνω, dissolvere, rammollire, versare, e πεταω, aprire, sviluppare, perché nella putrefazione nella quale la materia è pervenuta al nero, chiamato Saturno dai filosofi, la materia si apre, si sviluppa e si dissolve; è per questo che Clymene, figlia dell’Oceano, è chiamata sua moglie, perché le parti volatili si elevano dall’Oceano o mare filosofico, e sono una delle principali cause efficienti della dissoluzione. Queste parti volatili o l’acqua mercuriale sono la madre di Prometeo che è lo zolfo filosofico, o la pietra dei filosofi. … Un’alluvione desolava tutta la parte d’Egitto dove comandava Prometeo; è la pietra dei filosofi perfetta che si trova sommersa nel fondo del vaso. Occorse il consulto di Ercole andando a prelevare i pomi d’oro del giardino delle Esperidi, perché prima di arrivare alla fine dell’opera o all’elixir perfetto che sono questi pomi d’oro, occorre necessariamente fare e servirsi  della pietra del magistero, significata da Prometeo. Il fuoco del cielo che ruba, è questa pietra tutta di fuoco, una vera miniera di fuoco celeste. Attraverso la prima operazione, quella attraverso la quale si fa lo zolfo o la pietra, si ottiene Prometeo ed il fuoco celeste che ha preso grazie all’aiuto di Minerva, e per la seconda, quella che fa l’elixir  o la perfezione dell’opera, l’artista prende i pomi d’oro dal giardino delle Esperidi.

In quest’ultimo brano, Dom Pernety cita d’Espagnet (Canone 121), ma il Bretone, che in altri passaggi lo cita espressamente, ne toglie l’attribuzione nel suo volume…

Insomma, si può affermare che il Bretone copia le parti salienti dell’opera di Dom Pernety (ma senza citarlo espressamente), ma riorganizza il testo con un ‘montaggio’ diverso, usando anche d’Espagnet (un po’ citandolo ed un po’ non citandolo, e via dicendo). In ogni caso, i passi ‘prelevati’ sono molto ben selezionati dalla mole di argomenti esposti da Dom Pernety, cercando di evitare le cortine fumogene usuali delle Fables e di altri testi. Domanda: perché?

Se si tiene bene a mente che il materiale delle Fables è de facto originato dall’Arcana Arcanissima di Maier (pubblicata a Londra, nel 1614), la domanda si fa più importante. Sembra quasi che il Bretone abbia inteso togliere li versi strani e proporre una visione quasi in chiaro (naturalmente, sempre sotto le regole della Tradizione) della dottrina alchemica in corso in quei tempi, in un’operazione di riproposta decisamente nuova, specie durante la fine del secolo che si stava avviando verso il funesto occultismo. Se a questo si aggiunge che Fulcanelli lo frequentava, e che la formazione del circolo di Avenue Montaigne è ancora da venire, e che Fulcanelli sposa questa linea didattica – pur restituendo a Cesare quel che è di Cesare per ciò che concerne le citazioni e le authorships – e che il filone parte da Maier, con un’opera pubblicata durante l’unica visita fatta presso la corte Giacobita, in pieno Furor Rosacrucianus … forse, forse,  si comprende meglio il profondo imprinting originario dell’Alchimia proposta sin qui da questa sorta di filiazione. La scelta degli autori, tutti, di indicare con malcelata precisione come asse portante dell’Alchimia una Physica precisa, antica ma solida, concreta, sfrondata dalla nebbia di misticismo-da-quattro-soldi e para-sacralità (Fulcanelli docet; è un uomo di Scienza, Accademico, e il suo approccio – pur perfetto nella Tradizione alchemica classica – è persino più ‘scientifico’ di uno scienziato del giorno d’oggi) deve far riflettere.

Voglio precisare: non si sta parlando solo di una eventuale storia dell’Alchimia moderna, o di una banale operazione intellettuale pour épater le bourgeois, quanto di un discrimine essenziale nello studio dell’Alchimia, ove il senso e la portata dell’Arte sono indicati in modo netto e consapevole: Alchimia non è certo chimica, né fisica, tantomeno loro parente; si tratta d’altro, di ben altro, di ben più fondante: Conoscenza, attraverso studio&pratica. La Metafisica Sperimentale di Canseliet – oltre ad essere felicissima espressione – sembra d’altro canto suonare ed alludere a questa vera e propria Armonia. La ‘langue-des-oiseaux‘, così cara a Fulcanelli e Canseliet, così ben spiegata e studiata da Grasset d’Orcet, indicherebbe – pare – la fonte nascosta dell’Arte, la Prisca Sapientia di Newton. En passant, Grasset d’Orcet, il Bretone, Fulcanelli et alia … si conoscevano molto bene. Molto.

To be continued …

Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 1

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Piccolo prologo:

Ora, lege, lege, lege, relege, labora et invenies

La pratica – ripeto: pratica – alchemica prevede obbligatoriamente lo studio profondo dei testi; i quali, pur talvolta poco comprensibili, costituiscono l’asse di fondazione di qualsiasi sperimentazione di laboratorio. Inoltre, come è noto, il risultato della sperimentazione del laboratorio alchemico obbliga il Cercatore onesto a ritornare sui testi migliori e confrontare/ri-trovare il risultato ottenuto – sia esso parziale o finale – con la solida teoria alchemica, racchiusa solo in quei testi migliori. Senza l’elaborazione di un modello teorico serio e canonico la sperimentazione in un laboratorio alchemico porta a risultati che paiono mirabili e/o canonici, ma che sono totalmente avulsi dalla unica verità indicata con chiarezza estrema dalla Scienza e dall’Arte alchemica. Non è un caso fortuito o altro che possa condurre l’essere umano verso la Conoscenza, ma unicamente lo studio tenace e umile, l’apprendere le basi della Philosophia Naturale prima sui testi e poi nel Laboratorio, e l’impegno solido nel processo del Conoscere studiando e praticando. Questo è il cambiamento – imprescindibile – del famoso ‘mantello gettato alle ortiche‘ da Fulcanelli, Scienziato ed Artista a tutto tondo.

Indipendentemente dal giudizio, o dal pre-giudizio, o dal pre-concetto della mente umana, che ignora la realtà vera ma “Coelata” dell’Alchimia, è bene chiarire che il cuore della Scienza e dell’Arte è stato, è, e sarà la CONOSCENZA, esatta, descritta come φυσικὰ καὶ μυστικά dagli antichi, molti secoli dopo studiata e rinnovellata da Sir Isaac Newton come Prisca Sapientia. Tale Conoscenza deriva precisamente dallo studio incessante dei testi migliori e dalla pratica ugualmente incessante del laboratorio alchemico (il quale, ça-va-sans-dire, nulla ha a che fare con quello chimico o fisico): questa possibilità – ovviamente di difficile accettazione per l’ignorante o il pigro o l’arrogante – giace perenne nel cuore della Natura, che la offre liberamente ad ogni essere libero dal giudizio, dal pre-giudizio, o dal pre-concetto. Questa triade costituisce l’Onestà del cercatore, nulla di più, nulla di meno.

Dico questo al solo vantaggio di chi inizia il viaggio, ma anche di coloro i quali si avventurano nel Bosco Incantato da tempo…

L’amico ‘caso’ mi ha portato a consultare – e poi studiare – un testo curioso, certo bizzarro, del quale pour-le-moment tacerò il titolo e l’autore, come in un gioco per bambini onesti – e che contiene alcune piccole perle; il testo, del 1871 –  è francese e proviene da quella terra orgogliosamente Celtica che è la Bretagna; a detta di alcuni chercheurs Francesi l’autore era piuttosto in confidenza con Fulcanelli, forse qualcosa di più che ‘en confidence‘. Certo, leggedolo e studiandolo, molte cose mostrano la base dello stile e della allure magistrale di Fulcanelli. E molto, molto altro del cammino di studi e pratica di Fulcanelli. Inizio questa piccola collana di perle con l’incipit del capitolo ‘Physique Hermètique‘. Eccone la mia traduzione:

Il Filosofo Ermetico modella le operazioni della sua opera su quelle della Natura, deve dunque prima di ogni cosa conoscere quest’ultima. Lo studio della Fisica fornisce questa conoscenza.

Dio parlò e tutto venne fatto, dice Mosé, nel libro del Genesi; … il suo racconto chiaro e preciso è quello di un uomo ispirato, di un grande Filosofo, di un vero Fisico. Se ci si allontana dai suoi dati si sragiona, e se vi si appoggia ci si trova sempre nella verità.

Nulla di più semplice della Fisica. Il suo scopo, per quanto molto composito agli occhi degli ignoranti, non ha che un solo principio, ma diviso in parti, le une più sottili delle altre. Le differenti proporzioni utilizzate nella miscela, la riunione e la combinazione delle parti più sottili con quelle che lo sono meno, formano tutti gli individui della Natura. E siccome queste combinazioni sono pressoché infinite, anche il numero dei misti è tale.

Dio è un essere eterno, una unità infinita, principio radicale di ogni cosa. … Nella Creazione fa emergere questa grande opera che aveva concepito da tutta l’eternità. Si sviluppa attraverso una estensione manifesta di sé stesso, e rende attualmente materiale questo mondo ideale, come se avesse voluto rendere palpabile l’Immagine della sua Divinità. Si tratta di ciò che Hermès ha voluto farci intendere quando dice che Dio cambia forma; che allora il mondo fu manifestato e cambiato in Luce. Sembra probabile che gli Antichi intendessero qualcosa di simile [parlando] della nascita di Pallade uscita dal cervello di Giove attraverso l’aiuto di Vulcano o della Luce. … il Creatore ha messo un così bell’ordine nella massa organica dell’Universo, in modo tale che le cose superiori sono mescolate senza confusione con quelle inferiori e divengono simili attraverso una certa analogia. Gli estremi si trovano legati molto strettamente attraverso un mezzo insensibile, o attraverso un nodo segreto di questo ammirevole operaio, in modo tale che tutto obbedisce di concerto alla direzione del moderatore supremo senza che il legame delle parti differenti possa essere rotto se non attraverso ciò che ne ha fatto l’assemblaggio. Hermès dunque aveva ragione …

Il passo, che ovviamente appare innocuo e banale, sebbene vi si adotti la consueta onesta perfidia, racchiude in sé alcuni assunti di primaria importanza per chi cerca, e che sono naturalmente identici – fatta salva la semantica – con la Tradizione vera; della quale avevo parlato, qualche mese fa, a proposito di Philalethe, qui, qui, qui e qui; ma che si ritrova anche in alcuni testi molto poco conosciuti di Sendivogius (ma che a mio avviso provengono da Sethon). Questa Tradizione, naturalmente, non ha nulla a che fare con la tradizione di cui tanto si sente parlare anche ai nostri giorni, frutto di un grave misunderstanding da parte di tanti addetti-ai-lavori, dal medioevo ai giorni nostri.

Una precisazione finale: un frammento della φυσικὰ καὶ μυστικά – che si attribuisce allo Pseudo-Democrito – recita l’insegnamento ricevuto dal Persiano Ostane:

ἡ φύσις τῇ φύσει τέρπεται, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν νικᾷ, καὶ ἡ φύσις τὴν φύσιν κρατεῖ

La natura si rallegra della natura, la natura vince la natura, la natura domina la natura

Oltre la bellezza poetica evidente dell’Imago, si deve notare che questo è l’Assioma generale della Fisica fondamentale della Manifestazione, di ogni manifestazone, hinc&nunc; ed ha un esatto connotato di Scienza, con un preciso riflesso nella sperimentazione alchemica. Ritengo utile sottolineare che questa è la prima base di quella conoscenza pratica (vale a dire ‘Fisica’, nel senso antico e veritiero) che è l’Alchimia; l’ottimo Nicolas Valois lo ricorda bene a chi si abbassa a studiare il suo splendido testo. Per poi procedere con il Laboratorio, a lungo, in un processo di Studio&Pratica continua e continuata. Come purtroppo pochissimi hanno fatto, oggi come ieri.

Così è, se vi pare …

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 3

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Sunday, April 24, 2016 by Captain NEMO

The Earth is an heavy body, the Matrix of Minerals, because it keeps them occultly in it self, although it brings to light Trees and Animals. It is the Heaven wherein the great Lights together are rowled about and it sendeth down its virtues through the Air, unto inferior things; but in the Beginning all being confounded together, made a Chaos. Behold, I have just opened to them the truth; for our Chaos is as ‘twere a Mineral Earth in respect of its own coagulation; and yet notwithstanding is indeed volatile Air, within which the Heaven of the Philosophers is, in its Centre; which Centre is truly Astral, shining upon Earth with its Beams, even to the very superficies.

La matrice – la Mater – di ogni minerale in manifestazione è dunque, a sentir Philalethe, Terra; essa ‘porta alla luce‘ le specie Vegetali ed Animali, e tiene ‘occulti‘ al suo interno i minerali. Per questo, è naturalmente un ‘corpo pesante‘, nel senso che ha massa (sia in termini di Fisica che di Alchimia: cosa sia la ‘massa’ – ben diversa dal ‘peso’ – lo ha ben spiegato Newton all’inizio dei suoi magnifici Principia, sebbene con delle sottigliezze alquanto ermetiche che – lo dico con rispetto – sfuggono persino agli alchimisti più navigati ed esperti. Dimenticano, costoro, che Newton era un alchimista appassionato della Prisca Sapientia, l’unica fonte per una pratica alchemica avanzata come la sua; e forse ignorano che del suo secondo periodo alchemico, durato una decina d’anni spesi chiuso in laboratorio, non si sa quasi nulla. Ma di questo ho già parlato a iosa).

A tal ‘corpo pesante‘ – Terra – fa da naturale contraltare Cielo, nel quale sono ‘in revolutio’ i grandi Luminari, i quali ‘inviano in basso‘ le sue virtù, la vis, la forza (del Cielo, si noti, please …) attraverso Aria. Così, il sistema è costituito da Cielo sopra (con i Luminari, in moto: delle meraviglie del moto in Natura parlerò magari in un altro momento), Aria nel mezzo e Terra sotto. Manca Fuoco, pare: ma no, se ne è parlato nel Post precedente a sufficienza. Philalethe è un perfetto Scienziato di Natura, ed il suo metodo di trasmissione tradizionale è straordinario. Infatti, ora torna al protagonista di questo Capitolo: il Chaos; esso, lo ha già detto parafrasando in modo ammiccante le parole del Genesi, è costituito dai tre Elementi ‘confusi assieme‘. La ‘forma‘ del Chaos, di questo Chaos, è ovviamente determinata da quelle dei suoi componenti: il ‘nostro Chaos‘ – dunque ci si sta spostando sul tavolo del Laboratorio – è ‘come se fosse una Terra Minerale‘. Ma non è esattamente una ‘terra’, si tratta di qualcosa di diverso, pur simile nelle apparenze. Se il ‘nostro Chaos‘ appare come ‘terra’ a causa della sua coagulazione, nonostante questo è davvero Aria volatile, ‘all’interno del quale‘ (del Chaos) sta il Cielo dei Filosofi. Dove? … ovviamente, nel Centro. Ora è chiaro, per ciò che è stato sin qui comunicato da parte di Philalethe, che siccome il Cielo contiene i grandi Luminari (Sol e Luna) ‘in moto’, quel centro nascosto è ‘Astrale‘, assimilabile dunque al potere di radianza delle stelle (Astrum indica sia la dispersione spaziale, quanto la capacità di ‘dardeggiare’): per questa possanza, sempre secondo Natura, quel centro irradia Terra (quella terra ci sui sopra) con i suoi raggi, persino sino alla ‘vera e propria‘ superficie.

Paolo aggiunge qui una nota, più che preziosa: “Canseliet notava a questo proposito: ‘… il caos dei Filosofi è una terra minerale, più esattamente un solfuro, ma ciò che Fulcanelli non dice è che occorre rendere a questa materia bruta lo spirito di vita indispensabile e latente che possedeva nella miniera quando il Grande Principio la spingeva dal centro alla periferia.'”.

Beh, se su questo punto essenziale Fulcanelli ha taciuto, pare che Philalethe abbia parlato chiarissimo, seppur nel modo tradizionale: si può ‘intuire’ facilmente di cosa si tratti, ma in questo caso basta abbassarsi a leggere e studiare. Senza paraocchi, senza pre-giudizi. Con Joie.

Paradiso_Canto_31

ma già volgeva il mio disio e il velle,
sì come rota ch’ugualmente è mossa,
l’Amor che move il sole e l’altre stelle.

[Dante, Paradiso, Canto XXXIII, vv. 143-5]

‘Era dal nulla uscito il tenebroso caos…’ – 2

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Sunday, April 17, 2016 by Captain NEMO

Therefore, In the Beginning God created the Heaven and the Earth, and the Earth was void and empty, and Darkness were upon the face of the Deep; and the Spirit of the Lord was carried upon the face of the Waters, and God said, Let there be Light, and there was Light. These words are sufficient for a Son of Art, for the Heaven ought to be conjoined with the Earth upon the bed of Friendship and Love: so shall he honourably Reign all his Life.“.

Perciò, All’Inizio Dio creò il Cielo e la Terra, e la Terra era vuota e cava, e le Tenebre erano sopra il volto dell’Abisso; e lo Spirito del Signore era portato sopra il volto delle Acque, e Dio disse, Che sia Luce, e vi fu Luce. Queste parole sono sufficienti per un Figlio dell’Arte, poiché il Cielo deve essere congiunto con la Terra sul letto dell’Amicizia e dell’Amore: così egli Regnerà onorevolmente per tutta la sua Vita.“.

Bene, bene: apprendiamo così che ‘nel Principio’ Cielo e Terra erano già stati creati; ma che Terra era vuota e cava, e che le Tenebre – l’oscurità, vale a dire la totale assenza di Luce – stavano sopra il volto dell’Abisso, del Profondo.

Qualche notula a questo proposito:

A) ‘nel Principio‘ non pare indicare esattamente un atto preciso di ‘partenza’; Canseliet in L’Alchimie expliquée sur ses textes classiques, Capitolo ‘La Matière prochaine et sa préparation‘ sottolinea che il Latino ‘In Principio‘ o il greco ‘ν ρχ‘ del Prologo del Vangelo di San Giovanni non debbano esser tradotti con ‘All’inizio‘ – che indica una temporalità – quanto come ‘Dans le Principe‘, ‘Nel Principio‘; uno ‘stare‘. Ove il Principio vale come ‘Origo‘, ‘Origine; nel contesto suggestivo utilizzato da Philalethe, l’osservazione di Canseliet vale tanto oro quanto pesa: la cosiddetta ‘Creazione’ di Cielo e Terra è già avvenuta, e risiede – dall’eternità – all’interno del Principio Creante. Provo a dirlo meglio: la Creazione di Cielo e Terra, che evidentemente non valgono qui come elementi filosofici, bensì come Entes originati e fondanti, è continuamente in atto, e risiede e agisce al’interno del Principio Creante. Chiamiamolo Verbo, chiamiamolo Logos … è qualcosa di ben preciso, e universale. Vale cioè come base materiale e spirituale per ogni atto creativo, al di fuori dello spazio e del tempo, i quali hanno valore soltanto locale, specifico dell’universo in manifestazione.

B) Tutti sappiamo che ‘la Terra era inane e vacua‘. Che cosa diamine può voler significare? ‘Inanis‘, oltre a ‘vuoto‘ significa ‘privo di mezzi‘, ‘esanime‘, ‘privo di vita‘, ‘mancante di‘, ‘vano‘; e pare provenire, in una variante, da ‘In-ac-nem‘, con il senso di ‘inetto a raggiungere un fine‘. E ‘vacuus‘, d’altro canto, indica ‘il vuoto‘ cioè qualcosa che non è occupato da alcuna materia. Paolo traduce l’inciso come ‘cava e vuota‘, quasi a fotografare quella Terra.

C) Oscurità, Tenebra stavano sul ‘volto‘ del Profondo; Canseliet – nella sua lectio dice ‘… et les ténèbres ètaient sur l’extérieur de l’abîme;‘. Parrebbe insomma di capire che quel ‘cavo’ di cui sopra fosse avvolto dalle Tenebre: come abbiamo visto, il ‘cavo mancava di vita’; l’assenza di Luce (quale?) è Oscurità, assenza di ‘vita’, intesa come vitalità e – credo molto importante per chi studia e pratica Alchimia – come capacità di vivificare.

D) Non è questo il luogo per approfondire il tema dell’apparire dell’Acqua; fiumi di inchiostro sono stati scritti in proposito. Il punto è che l’acqua pare non ‘creata’. Nel Genesi Acqua fa la sua apparizione come il locus sull’esterno del quale lo Spirito si muove. Ancora una volta si parla di ‘esterno’; ergo, è lapalissiano che esiste un ‘interno’. Acqua e Spirito sono dunque intimamente legati, interconnessi. Il soffio di Dio – Ruach – aleggia sull’Acqua. Paolo legge ‘…lo Spirito di Dio poggiava sull’orlo dell’acqua‘. Ancora una volta, una precisa fotografia; ‘orlo’ è ‘il margine’, ‘il confine’, che in Greco è ‘Ωρος’ – da cui il nostro ‘Orizzonte’, ‘Oriente’ – ma forse anche il Latino ‘os‘, ‘bocca’.

Una scuola di pensiero sostiene che Cielo e Terra siano derivati dalla separazione compiuta da Dio tra Acque superiori ed acque inferiori: il confine tra le due acque è chiamato ‘firmamento‘, vale a dire ciò che fornisce ‘stabilità‘. Il che significherebbe che quel Principio abbia come sostanza su cui agire … un’Acqua. Che non ha nulla a che fare con l’acqua cui siamo abituati: la sua morfologia, dovuta al Locus del Principio, è ineffabile. Il che non significa che non esista. Anzi.

Insomma, in quest’ottica, Cielo e Terra sono il risultato di una precedente Separatio delle Acque. Terra è però ‘inane e cava’, perché manca ancora il Principio vitale: lo Spirito, che in quanto ‘alitato’, ‘soffiato’, porta in evidenza l’Elemento classico dell’Aria. Finora, abbiamo così tre degli Elementi degli antichi: Acqua, Terra, Aria.

E) Ed eccoci al ‘Fiat Lux‘, che traduciamo sempre con ‘Che la luce sia‘. Eppure si tratta di Lux e non della luce che conosciamo. Lux non si vede, eppure causa l’effetto luminoso. Cardano e Grosseteste ne hanno parlato perfettamente: i loro testi sono indispensabili a chi voglia prima studiare di che si tratta e poi praticare in laboratorio (e di nuovo, ritornare sui testi). Tornando al testo del Genesi, nella lectio di Philalethe, si nota che al comando di Dio seguì Lux. Tutto è compiuto. Se nel racconto delle Scrittura ora appare la vita grazie all’azione extra-ordinaria di Lux (Lux produce istantaneamente lo spazio, che è ‘pieno’ della sua sostanza invisibile), per ‘un figlio dell’Arte‘ – come dice Philalethe – l’insegnamento è completo: Lux – forse ‘agendo’ assieme allo Spirito poggiato sul confine dell’acqua, forse su quel ‘firmamento’?) – è Fuoco. Le quattro Qualitas ora hanno “vita” (meglio “vis”?) nella Quantitas.

F) Così, il Cielo (‘ciò che è celato‘, perché sono le Acque superiori, separate dalle inferiori – le nostre – dal ‘firmamento’, ciò che ‘stabilizza’) va unito alla Terra, cava e vuota, ma ora ‘viva’, fecondata da Lux. L’unione è compiuta sul letto dell’Amicizia e dell’Amore. Amicizia e Amore, merce rarissima nel nostro povero mondo che ‘veste’ questi termini, ignorandone completamente l’essenza e la funzione. Che cosa ha voluto dire l’Adepto Britannico con questi due termini? Non ne bastava uno?

Per oggi mi fermo qui, a riflettere: il Chaos di cui parla Philalethe è ben chiaro, ben ‘illuminato’, a testimonianza della raccomandazione di d’Espagnet: pochi libri, ma buoni. E studiare, e poi pedalare in laboratorio. Avanti ed indietro.

Il Chaos è legato ad una cosa che è ‘acqua’: il risultato felice di chi riuscisse a risalire al Chaos originario, per gradi, e poi lavorarlo alchemicamente secondo le leggi di Madre Natura è ovviamente un’acqua che – qui – è secca e che – come è noto – non bagna le mani. Acqua divina.

Mentre contemplo la bellezza dell’Arte e delle sue semplici, poche, leggi, mi sento di consigliare a latere la lettura ponderata delle due opere di d’Espagnet, bellissime; due trattati di Fisica della Natura che ben si sposano con l’opera preziosa di Philalethe. Ci vorrà tempo, perché lo studio richiede sacrificio non facile. Ma la melodia dell’Alchimia permea in profondità il testo, e investe l’anima.

Non la mente, il nostro cuore.

La Grande Opera Alchemica

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Sunday, November 29, 2015 by Captain NEMO

Chi fosse in cerca del non cercato non potrà che apprezzare  – ancora una volta – la mano gratiosa offerta da parte di Gratianus nel suo ultimo libro. Lo stile è quello consueto, quello dei libri precedenti: tono asciutto, molto dolce, pacato, deciso.

La Grande Opera Alchemica

Questa volta Gratianus dirige lo sguardo del lettore verso alcuni scritti di Basilio Valentino, Filalete, Santinelli, Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli, allo scopo di illuminare alcuni passaggi operativi – peraltro, tutti i passaggi operativi, quanto meno quelli ‘permessi’ – che caratterizzano la pratica della Grande Opera in laboratorio. Questi Capitoli preziosi non vanno letti in fretta: pur presentando brani ben conosciuti a chi studia Alchimia, trovo che vi siano alcune sottolineature da parte di Gratianus ancor più marcate rispetto alle sue opere precedenti. Oltre ai moniti dovuti, alle precisazioni su trappole in cui molti ancora cadono, sia in ambito puramente speculativo che pratico, vi sono numerosi Signa che meritano riflessione da parte di chi studia e di chi pratica. E che meritano senza dubbio ringraziamenti. Naturalmente, non è facilissimo coglierli nella loro essenzialità, e molti – more solito – penseranno che Gratianus abbia ripetuto quel che aveva già donato in precedenza. Ma non è così. Se dovessi sintetizzare, direi che le sorprese non finiscono mai.

Le note sui passi degli autori prescelti sono precedute da alcuni capitoli di Alchimia e Filosofia Naturale dedicati a chi desidera studiare con profitto Alchimia: com ho detto, lo stile di Gratianus concentra il lettore sulle fondamenta dell’Arte Sacra, cercando di evitare al lettore lo smarrimento sempre provocato dall’enorme apparato allegorico che ‘veste’ da secoli Achimia. Anche questa, considerati i tempi in cui viviamo, non è cosa da trascurare, ma da approfondire ancor di più da parte del lettre onesto.

Mi piace sottolineare qui l’aggettivo – espresso credo per la prima volta ‘in chiaro’ – con cui Gratianus ha descritto la ‘discesa dal monte‘: “la dissennata discesa dal monte“. Sono certo che molti, plaudendo nei consueto salotti dotti, continueranno a far orecchie da mercante, esibendo ‘distinguo‘ e ‘subtiliora considerationes‘. Ma sono problemi loro. Resta, chiaro, l’avviso: il Mercurio Comune ha origine Divina e come tale deve indurre l’artista fortunato (benvoluto?) che lo invita nel proprio Laboratorio non soltanto a non portarlo poi nel mondo della specificazione, ma a preparare al meglio le condizioni indispensabili per la sua – eventuale – comparsa: una tra queste è la propria personale purificatio.

Tra i tanti brani proposti da Gratianus scelgo – fior da Fiore, un po’ come Daniele nella fossa dei leoni – un passo su Basilio Valentino:

La terza Chiave, ovvero il Combattimento delle due Nature nate dal dragone, ci mostra in primo piano il drago fornito di arti aguzzi ed ali membranose, con lunghi denti e coda, mentre sullo sfondo una volpe in corsa tiene tra le fauci un gallo, e un secondo gallo la becca con ferocia standole sulla schiena. E’ evidente che  la volpe divorerà il gallo, ma che sarà a sua volta  divorata dal gallo.

3me Clef

Un po’ più avanti Gratianus riporta un’altra nota di Paolo Lucarelli, ben nota:

Quando Fulcanelli scrive del gallo e della volpe, il Maestro [ i.e., Paolo] non perde l’occasione di chiarire ulteriormente il processo dell’Opera ermetica: ‘Il gallo è il mercurio già chiamato dissolvente, mercurio comune, acqua che sgorga dal soggetto iniziale, fonte che scaturisce  dalla roccia, acqua divina degli antichi, etc. … Come si vede, lo conferma Filalete, tutto il problema, il segreto, consiste nell’acqua, nel far sgorgare la sorgente dalla fontana. Voglio ancora far notare che , se l’acqua contiene in sé tutto, si può immaginare che le sue applicazioni possano andareben al di là della Pietra Filosofale, per quanto questo risultato possa sembrare attraente’.”

In questo breve parallelismo vorrei mostrare quanto sia amorevole la volontà dei due Maestri di aiutare l’Artista nei suoi lavori: la cura nella scelta delle parole, dei tempi, del fraseggio è evidente; la logica è il vero nemico di chi intenda cimentarsi con l’Arte Sacra.

Last, but not least, il libro si chiude con il brano sullo studiolo di Isabella d’Este, con gli affreschi straordinari del Parmigianino a Fontanellato: bellissimo e ugualmente prezioso. Al lettore è lasciato l’onere della contestualizzazione nell’operatività alchemica.

Una sola critica mi permetto: un gran peccato che le immagini scelte da Gratianus siano state rese in modo così scialbo e confuso.

A presto, Gratianus; e … grazie!

In memoria di Paolo Lucarelli

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , on Tuesday, October 6, 2015 by Captain NEMO

Alcuni allievi ed amici di Paolo Lucarelli hanno scritto quattro Libri per ricordarne la preziosa opera di alchimista e studioso dell’Arte Sacra.

CopertineGiovedì 22 Ottobre – alle 17.30 a Milano, presso lo Spazio Eventi US49 – Via Ettore Ponti, 49 – si terrà la presentazione delle quattro opere:

GratianusLa Grande Opera Alchemica, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

MarwanIl Risveglio di Ermete, Marcelin Berthelot e le origini dell’alchimia, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

Daniele RuinettiAlchimia e Cabala: la Maravigliosa visione del riminese Pacifico Stivivi, Un cammino francescano, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2015.

Captain NEMO e Fra’ CerconePhilalethe Reveal’d. The Masterpiece of an English Adept, Nautilus Editions & Alla Via Jacobea Editions, 2015

Saranno presenti gli autori.

Inoltre, il 29 Ottobre i quattro libri verranno presentati ad Asti, alle 20.30, presso il Centro Sociologico Italiano (CSI) – sede di Asti, Via Verdi 34; saranno presenti Marwan e Gratianus.

Poichè nel corso del 2015 e del 2016 si terranno altre presentazioni dedicate alle quattro opere, presto sarà disponibile una pagina separata (non un Post) con il Calendario degli eventi che verrà di volta in volta aggiornato.

Vi aspettiamo!

Captain NEMO

Paolo…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , on Monday, July 13, 2015 by Captain NEMO

Dieci anni fa, in queste ore, sei tornato a Casa.

Hai lasciato molte cose qui, e molti conoscenti. Pochissimi veri amici, fedeli compagni della stessa Queste che hai intrapreso. Hai aperto la Via come nessuno aveva fatto. Ancora meno che pochissimi si sono davvero accorti di quale rivoluzione hai portato lungo il Sacro cammino della Belle Dame sans Merci.

Mi manchi, molto. Ma ti sento, sempre.

Grazie per tutto quel che hai voluto regalare ai poveri Foux di questo mondo profondamente malato. Spero di riabbracciarti presto, così come abbiamo fatto quella magica notte in cui mi hai indicato la Via del Fuoco, quella antica e solitaria.

Se arriverò all’appuntamento…dipenderà da me, e dalla ‘manina dal Cielo‘.
Con grande Amore, e riconoscenza. Profonda.

Captain NEMO

L’Alchimia svelata dal mito – Un incontro a Roma…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , , on Thursday, April 16, 2015 by Captain NEMO

Il sacrificio di Odino è un tema caro all’Alchimia. Il processo di apprendimento dell’operatore dell’Arte Regale lo porterà all’autoiniziazione: l’alchimista comincerà il suo percorso avvalendosi di una <formula> utile ma falsa, che gli servirà per estendere la propria sperimentazione a trecentosessanta gradi. Non troverà alcun aiuto da parte dei fratelli maggiori se non sul piano dell’esperienza psicofisica, nell’ambito del simbolo e dell’allegoria e nell’indicazione di testi utili. Nessuno che faccia parte di questa manifestazione potrà mai aiutarlo davvero.

Quando lavora al forno, l’alchimista chiede aiuto ad un’energia che non è di questo mondo. Ogni operatore deve far sua quell’immagine, poiché è solo in questa manifestazione e riceverà l’aiuto di cui necessita da un altro mondo, quello in cui regna l’energia intelligente idifferenziata, o Spirito universale o essenza della luce.

La materia iniziale che utilizza l’alchimista è da sempre paragonata ad un drago. L’operatore ermetico dovrà trafiggerlo con la sua lancia e impegnarsi in una lotta mortale per ottenere la parte del drago suscettibile di trasmutazione, che è la bava rilasciata nell’agonia dalla bocca aperta del mostro, prima della sua morte. É questo il primo lavoro operativo di una certa importanza che l’alchimista è chiamato a compiere. La sua preparazione deciderà l’esito dell’incontro.

Il drago non è uno sprovveduto, e conosce ogni deboleza del suo nemico. Il cavaliere alchimista si è preparato all’uso della lancia e della spada, e rimanendo saldo in sella nel condurre il suo destriero avrà qualche probabilità di riuscita. In seguito, quando non avrà più a disposizione armi per difendersi dovrà escogitare una nuova strategia fondata sulla perseveranza e sull’abbandono al Progetto della Natura.

Le tre divinità rappresentano le tre materie dell’alchimia: Brahma è lo zolfo che dà forma al mondo, Vishnu il mercurio nelle sue molteplici incarnazioni, Shiva il risultato delle manipolazioni delle materie precedenti. É distruttore, procreatore, asceta dal cui capo sgorga l’acqua – Canseliet direbbe che si tratta della bava del drago appena ucciso – energia del cosmo allo stato puro, rappresentata dai movimenti sinusoidali continui dei serpenti che lo avvolgono.

Ho atteso a lungo prima di recensire quest’ultima opera di Gratianus: ho voluto rileggerla più volte, con tutta calma. Il contenuto è come sempre straordinario: nei tempi confusi in cui viviamo, nel triste bailamme di ‘scuole alchemiche’ ammantate di patenti e Maestrie di ogni tipo, il libro è la testimonianza chiara della presenza della Tradizione alchemica più antica.

Il Silenzio che parla a chi ha orecchie per ascoltare.

Lo stile è diretto, senza fronzoli ed arzigogoli, privo di sovrastrutture, ricchissimo di indicazioni. Gratianus ci ha regalato un’altra perla davvero preziosa, come sempre ‘in bella evidenza‘ per chi vuol studiare seriamente, per chi vul stare lontano dal clamore e dalla umana stupidità. I brani che ho scelto parlano da soli: l’insegnamento è cristallino. Naturalmente, molti neanche si accorgeranno del valore prezioso di questo testo: in Alchimia tutti cercano la soluzione del ‘mistero’ nel simbolismo, nel dotto discutere, nel ‘parolare‘ per apparir sapienti. Il processo operativo alchemico è qui descritto in modo ben più che esauriente: occorre evidentemente sgomberare il campo dalle proprie presunzioni, ed accostarsi con semplicità e tanta umiltà (merce rarissima al giorno d’oggi) al più bel dono che il Cielo può – se vuole – riservare all’alchimista innamorato.

Gratianus presenterà il libro a Roma il prossimo 9 Maggio, alle ore 18:

 

Un’altra preziosa occasione per incontrare un alchimista vero, gentile, generoso e risolutamente operativo.

Da parte mia – sempre un po’ commosso – non posso che ringraziare Gratianus per il suo tender la mano a chi cerca e a chi lavora, da vero Fratello pellegrino.

 

Una precisazione…sulla segnalazione!

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , , on Monday, December 8, 2014 by Captain NEMO

Il Thread sul Boleus Armenus Rubeus (qui) si è arricchito di molte note, segno che – naturalmente – l’identificazione della Materia è una delle prime ‘cacce al tesoro’ in cui lo studioso d’Alchimia deve impegnarsi. Sul tema si sono scritti fiumi d’inchiostro, per secoli.
Per chiarire la mia posizione, e le mie precedenti osservazioni, debbo ricordare che il solco della Tradizione antica percorso da Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli è piuttosto chiaro in proposito; se i loro testi vengono studiati con cura è evidente che la Materia benedetta non è certo l’argilla; poiché forse il riferimento a L’Arte del Vasaio potrebbe far generare l’equivoco a proposito della ipotetica parentela dell’argilla con il Bolus Armenus Rubeus, val la pena di rileggere – ancora una volta – la citazione su Cipriano Piccolpasso fatta da Fulcanelli ne Il Mistero delle Cattedrali (p. 296-7, 2005):

La Sibilla, interrogata su cosa fosse un Filosofo, rispose: ‘Colui che sa fare il vetro’. Dedicatevi a farlo secondo la nostra Arte, senza tener troppo conto dei procedimenti di vetreria. Il mestiere del vasaio sarà più istruttivo; guardate le tavole del Piccolpassi, ne troverete una che rappresenta una colomba le cui zampe sono attaccate ad una pietra. Non dovete, secondo l’eccellente parere di Tollius, cercare e trovare il Magistero in una cosa volatile? Ma se non possedete nessun vaso per trattenerla, come le impedirete di evaporare, di dissiparsi senza lasciare il minimo residuo? Perciò fate il vostro vaso, poi il vostro composto; sigillate con cura in modo che nessuno spirito ne possa esalare; scaldate il tutto secondo l’arte fino a completa calcinazione. Rimettete la porzione pura della polvere ottenuta nel vostro composto che sigillerete nello stesso vaso. Reiterate per la terza volta, e non ci ringraziate.“.

C. Piccolpasso - Li tre libri dell'Arte del Vasaio, 1548

C. Piccolpasso – Li tre libri dell’Arte del Vasaio, 1548

Una prima curiosità è che Fulcanelli ricorda che è importatne apprendere come fare il vetro (ma secondo l’Arte, quella alchemica); ed invece che rivolgersi ad un mastro vetraio, consiglia di rivolgere la propria attenzione ad una tavola di Piccolpasso, vasaio. Non si parla di materia prima, né di soggetto. Si sta parlando del Vaso, il quale serve per ‘trattenere’ quel volatile.

Il passo deve essere letto nel contesto preciso in cui l’ha inserito Fulcanelli: sta parlando del RERE RER RERE RER RERE RER presentato nella nicchia del Palazzo Lallemant. Dopo aver suggerito l’equivalenza del bizzarro termine RERE con REBIS, vale a dire ‘il composto dei Filosofi‘, ‘una materia doppia, umida e secca, amalgama d’oro e di mercurio filosofici‘, Fulcanelli suggerisce che RER è ‘il Vaso dei Filosofi‘: RER serve per cuocere – alchemicamente parlando – RERE.
Siamo, a parer mio, piuttosto avanti nei lavori; certo non all’inizio dell’Opera. La nota di Paolo Lucarelli a p. 297 va letta con molta attenzione, e – nonostante l’amorevole consiglio – è facile perdersi: si parla di ‘Mercurio Comune‘, ma il suo commento sul passo di Fulcanelli spiega che:

“...il vaso è il nostro mercurio o dissolvente, mentre il composto o mercurio preparato è il Rebis, detto anche amalgama dei Saggi. Otenuto da questo, con una prima cottura, lo zolfo o pietra del primo ordine, questa va ridissolta nel mercurio e cotta per altre due volte. Quindi, ancora una volta si affronta il problema della prodizione del mercurio comune, base indispensabile e strumento insostituibile di tutte le operazioni successive, senza il quale, come dice l’Adepto, ‘sarà impossibile ottenere il minimo risultato nell’Opera’.”.

Consiglio, poi, di aggiungere alle riflessioni di cui sopra la famosa notula di Canseliet a proposito di Piccolpasso: in Alchimie (p. 340, 1964) viene commentata l’altra immagine de L’Arte del Vasaio:

Sic_in_Sterili

C. Piccolpasso – Li tre libri dell’Arte del Vasaio, 1548

[Legenda tratta dall’Edizione originale di Piccolpasso: “Io vi ho posto, qui per scontro, nel fin di questa mia fatiga, la Terra di Durante, patria mia, la qual fo già edificata da Guglielmo Durante decano di Chieretere. Questa è bagniata da tre lati dal fiume Metauro. Di qui, non lontan un miglio, vedesi il Barco, circondato di mura at­torno attorno, pieno di diversi animali. Quivi fanno delicati vini, sa­poriti frutti; l’aria è assai temperata. Quivi, da dua bande, si estende un’amena pianura che da l’una ariva alla radice dell’Apenino et da l’altra si bagnia nel mare Adriatico.“]

Si deve ricordare che il Maître di Savignies dice chiaramente che il ‘cavalier‘ Piccolpasso è a suo dire un ‘cabalier‘, e che anche Canseliet – qui, come altrove – è molto ‘cavalier/cabalier‘: viene affermato, infatti, che

…sa matière première, par lui nommée aussi ballon de terre, qui nous précise ancore, dans sa notule marginale, ‘c’est a sçavoir, masse , moncel‘ que nous interprétons mon sel, cabalistiquement“.

Più tardi, in Deux Logis Alchimiques (p. 293, 1979; il più bel trattato di Canseliet, secondo me) – dopo aver ricordato ancora una volta il Filatterio (‘Sic in sterili‘) che adorna la tavola di Piccolpasso – Canseliet riporta le parole di Fulcanelli a proposito della Legenda in questione:

É l’albero che parla:
Metauro. Meta = limiti, confini
Auro = oro

Chiere Tere = che cerca la terra coltivabile”

La materia di quella terra è ‘la Terra di Durante‘; ma – temo – si sta parlando cabalisticamente. Si potrebbe accostare questa terra a quella di ‘Damasco‘, a quella ‘Damascena‘ di Gualdi. Ma lascio a chi lo desideri l’eventuale approfondimento…senza dimenticare, ma è meglio alla fine dello studio, l’ottimo Orthelius. E perché non Maier?

Michael Maier - Atalanta Fugiens, 1617

Michael Maier – Atalanta Fugiens, 1617

Si dovrebbe sempre ricordare che l’allegoria cela il senso di quanto i Maestri indicano con precisione, e che non è la lettera che conta: l’argilla del vasaio serve per far vasi e basta; ciò non ha impedito, per secoli, che molti abbiano impiegato l’argilla tout-court come soggetto dei lavori dell’Opera. Ma questo l’ho già ricordato. Mi auguro dunque di aver meglio chiarito il mio pensiero sul possibile motivo per il quale Fulcanelli, Canseliet e Lucarelli hanno segnalato l’eccellente lavoro di Piccolpassi, e che si cerchi e si segua il senso dei loro precisi e preziosi consigli, non la lettera. Fra l’altro, la lettura del trattato di Piccolpasso (meglio nell’edizione originale, italica), è molto divertente. Sempre tenendo bene a mente che – specie su questo soggetto – tutti fanno i ‘cavalieri‘, vale a dire i ‘cabaliers‘.

E che talvolta, nel Bosco, si deve procedere con…Piccol passo!

Un Chapeau surrealista…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , on Sunday, May 4, 2014 by Captain NEMO

Qualche tempo fa, in occasione di una nota su un libro di Eugène Canseliet (qui), mi ero imbattuto in alcune opere di Jorge Camacho: sarebbe difficile dire quale fosse la più bella, tanto trasudano di spirito alchemico quelle rappresentazioni in bianco e nero.

Ebbene, ho ricevuto da parte di Madame Compostela un interessante commento:

Osservando questo disegno (apparentemente) in bianco e nero, mi sono accorta che Camacho ha deciso di ‘giocare’ con i suoi lettori, perché in realtà i colori ci sono, e hanno una precisa valenza alchemica. In araldica, quando si vuole indicare un particolare colore – ad esempio in riferimento ad uno stemma intagliato nel marmo – si tracciano una serie di linee parallele con lo scalpello e, a seconda della direzione data, si indica un colore. Il rosso è riprodotto tracciando una serie di linee parallele verticali, il porpora attraverso una serie di linee parallele diagonali che partono da destra (dell’osservatore) verso sinistra (dell’osservatore), etc.

Il disegno di Camacho può risultare totalmente ‘colorato’, basta interpretarlo in chiave araldica, cosa che ci darà modo di interpretarlo ancor meglio in chiave alchemica.

Lo sfondo è d’argento (il colore è bianco) così come le gocce di pioggia, in basso, come si intuisce anche dal disegno, vi è un mare, infatti le linee parallele orizzontali indicano l’azzurro, dal mare nasce un fuoco che è d’argento anch’esso, sul quale ‘cuoce’ un pesce d’oro, lo si capisce dal tratteggio a puntini minuscoli che riveste il corpo del pesce. Sempre dal mare nasce un altro fuoco argenteo, più vigoroso si direbbe, alla cui estremità si trova un cappello prelatizio di colore verde (Gaetano Moroni, nel “Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni”, scrive che l’uso dei cappelli verdi è proprio degli arcivescovi e dei vescovi, aggiunge che il verde è considerato un colore ‘di mezzo’ situato “tra ‘l bianco, il nero e il rosso”, da usare nei giorni feriali e comuni), il colore verde è reso palese dalle linee parallele diagonali che partono da sinistra (dell’osservatore) verso destra (dell’osservatore). Sotto il fuoco coronato dal cappello, e nel mezzo del mare, vi è una luna crescente di color nero pieno, mentre la curiosa chiave che si trova alla destra del fuoco sopra menzionato, termina ad una delle estremità con il simbolo salino, mentre all’altra estremità ha un teschio, o testa di morto, tratteggiata con minuscoli quadretti, che in araldica indicano il colore nero.

In effetti, solo chi fosse appassionato di Araldica avrebbe apprezzato l’artificio di Camacho, il quale conosceva bene la scienza del Blasone: l’artista cubano, amico di André Breton, ha pubblicato assieme a Alain Gruger anche Héraldique Alchimique Nouvelle (Le Soleil Noir, 1978), con introduzione ed epilogo di Canseliet.

Ho pensato dunque, e mi auguro che Camacho voglia perdonare la mia impudenza, di tentare di ‘colorare‘ quell’immagine secondo queste indicazioni:

img053Camacho_10_00Il ‘gioco’ – perchè di gioco si tratta – rende ancor più evidente l’arguzia con cui Camacho ha voluto raffigurare una sua ‘visione’ alchemica. D’altro canto, nell’ultima parte della sua vita, si deve ritenere Alchimia sia stata per lui qualcosa più di una semplice passione figurativa: pubblicherà infatti, assieme all’amico Bernard Roger, alcuni libri sull’Arte.

Per finire, ecco un’altra immagine, tratta dal suo libro di ‘Novella Araldica Alchemica“:

Insomnis-Drago

Il buon Maitre, dal canto suo, commenterà così l’opera dei due ‘compagni di viaggio‘:

Le blason ne parle que pour ceux qui sont capables d’en saisir le langage indistinct….la voie est longue et difficile que Jorge et son ami inséparable, à la suite de notre cher André Breton, parcourent inlassablement, dans leur quête de l’or du temps; ce moteur perpétuel du Surréalisme…Leurs découvertes sont nombreuses que, dans l’amour et la charité, ils ont transformées en emblèmes et en devises, sur écus et banderoles.

heraldique_alchimique_nouvelleChapeau!

L’oratoire de ce bijou de la Renaissance…à ses débuts.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, May 15, 2013 by Captain NEMO

Primo: “Nell’oratorio di questo gioiello architettonico del Rinascimento nei suoi inizi, si nota, su uno dei compartimenti del soffitto, una sfera armillare che sembra posta nel seno di lunghe fiamme che si elevano da un focolare unico e gigantesco… Il fuoco che avviluppa così la sfera di Tolomeo, nella sua metà inferiore, ci appare al tempo stesso celeste e magnetico, poiché, privo di combustibile apparente, esso emana da un punto invisibile dell’Universo esterno.

Palazzo Lallemant, Cassone 5

Palazzo Lallemant, Cassone 5

Secondo: “Da ciascun lato sono due bambini, alati e paffuti, portatori dello stesso fluido giustiziere che quello di destra, che si apparenta ad uno degli angeli dell’Apocalisse, soffia e ravviva, al suono della sua tromba. Piccoli Eros, che incarnano anche il principio vitale e creatore, il cui arco infallibile, privo della sua corda staccata e incrociata a X con un filatterio, proclama, sul cassone vicino, che la loro funzione sovrana sarà sospesa per un tempo.

Palazzo Lallemant, Cassone 4

Palazzo Lallemant, Cassone 4

Palazzo Lallemant, Cassone 6

Palazzo Lallemant, Cassone 6

Palazzo Lallemant, Cassone 3

Palazzo Lallemant, Cassone 3

Terzo: “Grazie alle note del Maestro che ci restano…grazie a queste note, sappiamo che l’emisfero boreale subirà l’arrostimento, mentre l’altro sarà sottomesso all’inondazione. Di conseguenza, non potremmo comprendere che Jean Lallemant ci abbia mostrato il polo australe del Mondo esposto al braciere universale, se ignorassimo che egli volle tradurre in immagine la portata cabalistica del vocabolo topico in questo luogo. Questo non si applica affatto al doppio cataclisma in sé, come si potrebbe credere, ma alla causa che lo provoca e che costituisce la terribile convulsione geologica. In effetti, il bouleversement è il versement de la boule, esattamente il capovolgimento delle due estremità dell’asse o la capriola dei poli, dei quali l’uno prende bruscamente il posto dell’altro.

Quarto: “Nei due cassoni che seguono, l’Adepto espresse, con i punti di vista alchemico e ciclico, l’associazione dei due elementi antagonisti per un’azione simultanea: è ancora un angioletto, non meno grassoccio dei precedenti, che mantiene, al centro di un focolare irradiante come un sole, una conchiglia di San Giacomo, ricettacolo consacrato dell’acqua alchemica: poi un aspersorio, agganciato sotto una banderuola, che lascia cadere delle gocce enormi sulle fiamme identiche, sempre prodotte senza corpo di combustione.

Palazzo Lallemant, Cassone 2

Palazzo Lallemant, Cassone 2

Palazzo Lallemant, Cassone 1

Palazzo Lallemant, Cassone 1

Questi passi (e le belle immagini, di cui debbo ringraziare l’ami J.) sono tratti dalla seconda Prefazione di Eugéne Canseliet a Les Demeures Philosophales; e seguono dappresso altri famosi passi a proposito dello zolfo nero, l’oro filosofico di Philalethe e curiose note cabalistiche, che tralascio per non essere troppo lungo. Magari qualcuno, più volenteroso, le vorrà rileggere…

Ma un commento di Fulcanelli mi pare sottolinei meglio di che cosa si stia parlando:

Così, l’oro filosofico, tutto pieno di impurità,, avvolto da tenebre spesse, coperto di tristezza e di lutto, deve nondimeno essere considerato come la vera e unica prima materia dell’Opera, così come ne è la la vera e unica materia prima, il mercurio, da cui quest’oro invisibile, miserabile e sconosciuto ha preso la nascita. Questa distinzione, che non si è soliti fare, è di un’importanza capitale; essa facilita grandemente la comprensione dei testi e permette la risoluzione delle prime difficoltà.

Come si sa, Fulcanelli commentò brevemente solo diciassette dei trenta cassettoni del Palazzo Lallemant, soffermandosi su quelli che riteneva più interessanti; in questa Prefazione, Canseliet punta la sua attenzione – in modo quantomeno curioso – sui famosi angioletti, sempre indaffarati e giocosi. Il suo riferimento al terribile Bouleversement, ricordato da Fulcanelli in chiusura della sua seconda opera, è ben noto e Jean Laplace lo sottolineò a sua volta in seguito (ne ho parlato qui); ebbene, senza dimenticare le gravi considerazioni a proposito di quest’evento catastrofico che minaccia il nostro povero pianeta, credo che si possa tentare anche una lettura  – per così dire – più ‘disincantata‘. Naturalmente, il Major Grubert sorride sempre in questi casi e mi ricorda che Paolo Lucarelli spesso ripeteva quanto Canseliet amasse essere cabalistico. Lo sarà stato anche in questo caso?

Da parte mia non posso che sottoporvi la mia traduzione personale di questi passi, visto che quella italiana disponibile è piuttosto ‘freddina‘, se non talvolta imprecisa; certo, il ritmo del fraseggio così flamboyante del buon Maitre di Savignies si perde in italiano, ma ho preferito una traduzione piuttosto letterale. Di ‘poli‘, lo ricorderanno i Compagni di Viaggio, spesso ha parlato l’onestissimo e perfidissimo Philalethe; e la lettura calma di questa Préface – nell’originale francese – credo che sarà utile: Canseliet ricorda, infatti, che Les Demeures Philosophales si aprono con in frontespizio ‘La Salamandre de Lisieux‘ e si chiudono con il ‘Sundial di Holyrood Palace‘ in quarta di copertina (nell’edizione originale del 1930), a significare l’evoluzione ‘…della stessa sostanza, il cui studio approfondito… è l’espressione meticolosa della pena enorme che essa inflisse al nostro Maestro per la sua invention, degli sforzi inauditi che essa gli aveva richiesto per la sua perfetta preparazione‘. E’ da ricordare che questa Prefazione porta la data del Febbraio 1958. Ma, secondo il Major Grubert, ‘…a date is a date‘, vale a dire che ‘…una data è un appuntamento‘!

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on Monday, April 22, 2013 by Captain NEMO

Per chi fosse interessato, segnalo che a partire dal 4 Maggio si terranno a Roma quattro incontri introduttivi su Fisica & Alchimia; il periodo storico di riferimento va dal Cinquecento al Novecento. Gli Incontri programmati per Sabato avranno una durata di circa due ore e mezza, mentre quelli per Domenica dureranno circa tre ore.

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA -Roma

Quattro Incontri su FISICA & ALCHIMIA -Roma

Questi primi quattro Incontri saranno l’occasione per un rapido ‘volo d’angelo‘ sulla storia dell’indagine Naturale da parte dei maggiori personaggi che ci hanno lasciato testimonianze di opere, teorie e proposte. Fisica e Alchimia non erano due realtà così precisamente distinte, per metodo e scopi, così come lo sono al giorno d’oggi. E’ alla fine del Seicento, come è noto, che si consuma la Grande Separazione: il meraviglioso e l’immaginazione da una parte, e il positivismo e il razionalismo dall’altra. E poichè ci sembra che una delle cause del disagio di oggi sia proprio quella Separazione, il nostro vuole essere un semplice tentativo – con uno spirito quasi omeopatico – per raccontare quel che è successo: magari qulacuno potrà decidere di ritrovare le radici di una ricerca personale, individuale, privata, chissà…

Il programma (di massima) degli Incontri è il seguente:

Il Cinquecento

La visione unica del mondo antico.
Jabir, Artephius, Arnaldo da Villanova, Bernardo Trevisano, Raimondo Lullo, Roberto Grossatesta, Nicholas Flamel, Pietro Bono da Ferrara, Ruggero Bacone, Cipriano Piccolpassi, il monaco Ferrarius, Lacinius, Johannes Pontanus, Nicolas Valois.
Le Arti: Palestrina, Monteverdi, Josquin Des Prez, Vermeer, Van Dick, Botticelli, Lotto.
Paracelso: La rivoluzione della visione medica
Cardano: La rivoluzione della visione meccanica
Brahe, Copernico, Galilei, Campanella, Bruno: La rivoluzione della visione cosmologica.
John Dee: Propedeumata, Monade Geroglifica.
Salomon Trismosin.
Il mistero di Basilio Valentino.

Il Seicento

Le Grand Siècle: l’eredità scomoda di Paracelso.
Movimento Rosacroce.
Riforma e Controriforma.
La colonizzazione del nuovo mondo.
La Guerra dei Trent’Anni.
I transfughi protestanti: Samuel Hartlib. I libertini francesi. La Regina Cristina di Svezia a Roma.
The Invisible College. La Royal Society e la nascita delle Accademie: Accademia dei Lincei, Académie de France , Accademia di Berlino, Accademia di Mosca.
Lambsprink.
Germania: Kassel, Landgravio Moritz, Von Suchten.
Eglin: Protestanti contro Gesuiti.
Michael Mayer, Francis Bacon, Sendivogius, Jean d’Espagnet, Robert Fludd, Eireneus Philalethe, J.B. Van Helmont, Robert Boyle, Isaac Newton, Gottfried Leibnitz.

Il Settecento e l’Ottocento
L’immersione dell’Alchimia.
La nascita dell’Illuminismo.
Nascita della Massoneria.
L’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert: la ragione come unico strumento d’indagine.
Federico Gualdi e il Principe di Hultazob, Raimondo di Sangro Principe di San Severo, Cyliani, Cambriel, Les Récréations Hermétiques, Amedeo Avogadro, M.E. Chevreul, Michael Faraday, James C. Maxwell.

Il Novecento
Fulcanelli, Pierre Curie, Nikolas Tesla, Guglielmo Marconi, Thomas Edison.
Werner Heisenberg, Ettore Majorana, Albert Einstein, Enrico Fermi: la nascita della Fisica Atomica.
Il Progetto Manhattan: la nascita della Fisica Nucleare; Hiroshima e Nagasaki.
Wolfgang Pauli, Niels Bohr, Satyendra Bose, Paul Dirac.
Carl G. Jung: la nascita della Psicoanalisi.
Elémire Zolla, Francesco Severi, Francesco Pannaria.
Henry Coton-Alvart, Eugéne Canseliet, Paolo Lucarelli.

Se, come speriamo, questa iniziativa riscuoterà una buona accoglienza…si pensa di preparare per l’Autunno-Inverno una serie di Seminari più specifici (e ben più numerosi) per approfondire meglio i contenuti che lo meriteranno.

Se son rose…fioriranno!

Segnalazione

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Various Stuff with tags , , , , , , on Wednesday, April 10, 2013 by Captain NEMO

Ricevo da Ptah una segnalazione relativa alla presentazione di un Libro sulle immagini alchemiche del Monastero di Cimiez – che si terrà a Lodi il 18 Aprile – e la giro volentieri ai miei ospiti; purtroppo non potrò esserci…

Segnalazione.

Le Voyage d’Eugène Canseliet…and the Gulliver’s Travels.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on Sunday, December 16, 2012 by Captain NEMO

Amo rileggere i libri che mi sono piaciuti, perché il passare del tempo apre spazi nuovi e inaspettati; tanto più quando si pensa di aver già ricavato il massimo da un’opera. In effetti – e forse è un piccolo miracolo – un libro, quando si ‘accorge‘ di essere ripreso in mano, si adopera per produrre un nuovo succo, una nuova piccola linfa: potrei dire che ai buoni libri piace essere studiati di nuovo.

Ho riletto ultimamente un libro di Eugène Canseliet, probabilmente tra i meno noti e famosi, e che viene generalmente menzionato dagli studiosi come un saggio sulla Cabala Fonetica: L’hermétisme dans la vie de Swift et dans ses voyages. Si tratta in origine di un articolo apparso nel n° 344 dei Chaiers du Sud, nel 1957: senza dubbio si tratta di un testo magnifico in cui il buon Maitre de Savignies propone alcune mirabili interpretazioni fonetiche su alcuni termini tratti dal bellissimo I Viaggi di Gulliver, di Jonathan Swift. Canseliet riprenderà più tardi questo tema nel capitolo ‘Langage et Cabale hermétiques‘ del suo preziosissimo L’Alchimie Expliquée sur ses Textes Classiques. E l’articolo originale verrà ristampato nel 1983 con una serie di illustrazioni da parte di Jorge Camacho (1934-2011), nella collana Hermés, edito da Fata Morgana (e nel 1998, nella sua ‘edition definitive‘), qui.

Jorge Camacho

Il libro merita, a mio avviso, un posto d’onore sugli scaffali di ogni studente d’Alchimia. Canseliet si prodiga in un crescendo di allusioni e calembours, alla sua maniera: non farò un esame dei tanti passaggi che meriterebbero ognuno un Post, ma credo possa essere di una qualche utilità accennare a due aspetti che mi hanno colpito nel corso di quest’ultima rilettura.

Il primo: chi ne conosce l’opera infaticabile di divulgazione, sa che Eugène Canseliet ha vissuto una vita dedicata alla Dama; studiando i suoi testi, qualcuno avrà forse delineato lo sviluppo del percorso filosofico e operativo di un uomo che ha camminato con amore, con tenacia, con passione totale, lungo i sentieri più noti e nascosti dell’Alchimia antica: il più vecchio étudiant di Francia, come amava definirsi, ha iniziato in giovane età la propria ricerca ed ha lasciato questo mondo nel 1982; ogni volta che si parla di questo nobilissimo alchimista, pare che nessuno riesca ad evitare il ‘commentino‘ finale, che si può riassumere nella frasetta ‘è stato un grande, ma…nonostante tutto, non è riuscito a raggiungere la Pietra Filosofale…‘.

Non starò qui a spiegare perché sono convinto che il tagliente e trito ‘commentino‘ sia non solo un tantinello acido e banale, ma persino risibile; dobbiamo a Canseliet ogni rispetto ed ogni lode, e per l’aiuto amorevole e per la profondità del suo insegnamento. Ma, a mio avviso, c’è molto altro. La storia alchemica vissuta da Canseliet è un esempio straordinario per ogni studente, e ritengo – per di più – che pochi abbiano veramente percepito il senso delle sue riflessioni alchemiche, specialmente quelle legate ai suoi ultimi anni. Anche soltanto leggendo l’evoluzione filosofica – e di conseguenza operativa – compiuta da Canseliet, qualcuno si sarà reso conto che Canseliet ha sperimentato tutto l’arco del cammino di laboratorio. Nell’intervista rilasciata a J. Chancel (qui), nel 1978, il Maestro ‘confessa‘ di non aver ancora raggiunto il Donum Dei, ma di sperare sempre di poterlo raggiungere. Certo, il suo cuore doveva essere ricolmo di emozioni di ogni tipo: ma ritengo – ed è beninteso una mia personale opinione – che qualcosa di unico sia poi accaduto; qualcosa di risolutivo e capitale, che ha portato quell’uomo straordinario a ripercorrere la propria strada operativa, fino a ritrovare ciò che cercava. Non ho dati, né certezze su quando questo evento sia potuto accadere; ma forse – ed è il motivo di questo mio Post di oggi – molte tracce erano nell’aria di alcuni suoi passaggi precedenti, mirati – all’epoca della loro scrittura – a quanto allora sperimentato. Filosofia & Pratica costituiscono un luogo di continua evoluzione, e capita talvolta di vivere una rivoluzione.

Eugène Canseliet

Come in una favola, amo immaginare che forse lo stesso Canseliet abbia potuto rileggere le sue stesse parole di un tempo, e scoprire la possibilità di un nuovo significato di ciò che aveva già scritto. Avrà sobbalzato, sorriso, imprecato?…Non lo so, ma immagino che un’intuizione lo abbia riportato nel proprio amatissimo laboratorio. Chissà…

Il secondo: il libro è uscito nel 1983, un anno dopo la sua partenza per il Pardesh dei Maestri. E contiene una serie di illustrazioni di Camacho, un artista prolifico e dai molti interessi, appartenente alla scuola surrealista; partito dalla nativa Cuba, Camacho conobbe Breton a Parigi nel 1959, e in seguito Canseliet. Il suo interesse per l’Alchimia è notevole, visto le opere che pubblica più tardi (ringrazio l’amico Archer per il suo bel Post su Camacho, qui). L’estroso pittore conserva un ricordo affettuosissimo per Canseliet (qui, una sua intervista), che gli farà da prefatore per L’Héraldique Alchimique Nouvelle (1978). Ebbene, per ritornare ad res, le sue illustrazioni sono non soltanto belle, ma rivelano una curiosa e sottile ‘ri-cor-danza & con-cor-danza‘, tanto per giocare un po’ con le parole. Senza dubbio, Camacho sarà stato ispirato dal Maestro, ma – a mio avviso – alcune immagini sono sorprendentemete ‘parlanti‘, e non soltanto allusive. In ogni caso, pur mute, valgono la riflessione del lettore. Eccone alcune:

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Dal bel libro di Canseliet traggo un paio di passaggi che illustrano bene i giochi Cabalistici dei poveri Foux:

L’important est d’avoir connaissance de l’agent essentiel, générateur des phénomènes naturels que chante généreusement le Romanz de la Rose.

Où l’art d’Amors est toute enclose.

De Cyrano Bergerac avait cherché ce moteur dans la rosée, tandis que le vieil Hélie, qu’il rencontre sur la Lune, lui confie qu’il le tira de l’aimant ‘purgé, précipité et dissous’. Ce meme minéral, sans doute, que dépeignit Eyrenée Philalèthe, un demi-siècle avant que le Doyen de Saint-Patrick le choisit à son tour pour son ile volante…l’ile volante ou flottante qui reste le domaine du Roi de Laputa, est exactement circulaire, – is exactly circular, – et elle est un plateau de diamant uni et régulier, – is one even regular plate of adamant. Ce disque monte, descend et se déplace par le moyen de l’aimant naturel, – by means of the loadstone, – abrité au centre de l’ile, sous un grand dome qui est par conséquent appelé Flandona Gagnole, ou la Cave des Astronomes, selon que Jonathan explique son jeu de langage, cette fois d’une naiveté tellement bouffonne, nonobstant la constance dans l’esprit philosophique, que nous préférons en réserver l’amusante solution.

Mia rapida traduzione:

L’importante è conoscere l’agente essenziale, generatore dei fenomeni naturali che canta generosamente il Romanz de la Rose.

Où l’art d’Amors est toute enclose.

De Cyrano Bergerac aveva cercato questo motore nella rugiada, fin quando il vecchio Elia, che incontra sulla Luna, gli confida che lo estrae dall’aimant ‘purgato, precipitato e dissolto’. Questo stesso minerale, senza dubbio, che descrive Eireneo Philalethe, mezzo secolo prima che il Decano di Saint-Patrick lo scegliesse a sua volta per la sua isola volante…l’isola volante o galleggiante che resta il dominio del Re di Laputa, è esattamente circolare, – is exactly circular, – ed è un piatto di diamante unito e regolare, – is one even regular plate of adamant. Questo disco sale, scende e si muove per mezzo dell’aimant naturale, – by means of the loadstone, – protetto nel centro dell’isola, sotto una grande cupola che è di conseguenza chiamata Flandona Gagnole, o la Grotta degli Astronomi, come Jonathan spiega il suo gioco di parole, questa volta di una naiveté talmente buffona, nonostante la consistenza nello spirito filosofico, che preferiamo riservarne la divertente soluzione.

E ancora:

Citons encore, d’une très savante Introduction à la Vraie Physique, traduite et imprimée dans l’Isle des Sages, en 1760, ces quelques lignes en si troublant rapport avec la description du satellite Laputien:

‘Je décrirai en deux mots, autant qu’il est permis, le siège principal, le plus certain et le plus spécifique du Sel de nature.

Il est dans le Règne du Milieu. Je l’appelle une Caverne au séjour de tristesse et de joie. L’habitant de cette demeure l’appelle son Aimant, son Chaos, son Hyle ou premier Etre

Mia rapida traduzione:

Citiamo ancora, da una sapientissima Introduction à la Vraie Physique, tradotta e stampata nell’Isola dei Saggi, nel 1760, queste poche linee in relazione così stupefacente con la descrizione del satellite Laputiano:

‘Descriverò in due parole, per quanto è permesso, il luogo principale, il più certo e il più specifico del Sal di natura.

E’ nel Regno di Mezzo. Lo chiamo una Caverna dove soggiorna tristezza e gioia. L’abitante di questa dimora lo chiama il suo Aimant, il suo Chaos, il suo Hyle o primo Essere

Il buon Maitre de Savignies cita qui un testo quasi sconosciuto ai più, sul quale – quando lessi il libro la prima volta – non potei fare alcuna ricerca. Oggi, l’ho ritrovato: si tratta dell’ INTROITUS in veram atque Inauditam PHYSICAM, Epistola ex India Orientali in Europam ad Celeberrimam Sacri Romani Imperii Academiam Naturae Curiosorum transmissa, apertus (Heidelberg, 1680); l’autore è una tale Johannis Ottones Helbigius, Filosofo & Dottore in Medicina, della Turingia. Il passo in questione recita:

Digito tamen os comprimens paucis praecipuam, proximam, & specificam SALIS NATURAE sedem, quod licet, penna indicabo.

Haec est in regno medio; nomino illam SPELUNCAM, DOMUM TRISTITIAE & LAETITIAE. Incola suus magnes, Chaos, ac Hyle audit, tantaque SALIS NATURAE fertilitate, quanta nullum in toto mundo corpus, gaudet

Lascio agli appassionati la facile traduzione, non tralasciando, però, di sottolineare che Helbigius (cioé il Barone Johann Otto von Hellwig) era un dotto medico che scrisse alcuni trattatelli medico-alchemico-spagirici; ma il testo in questione è degno di un certo interesse, se non altro perché – curiosamente – è indirizzato alla Fratellanza Rosacroce, trattando – con il linguaggio ed il tono enfatico dell’epoca – di una cosa ‘surreale’ da lui chiamata ‘TESSA‘, che possiederebbe una ‘Vis Aliena‘!…Per chi fosse interessato a consultarlo, il testo è OnLine qui.

Sia come sia, ho riscoperto un testo che avevo letto come un essay sulla famosa Cabala Fonetica; vi ho trovato, oggi, anche altro. Ogni pellegrino sa che prima o poi, ritroverà le proprie orme. E talvolta le orme sono sovrapposte, mescolate, a quelle di altri pellegrini. C’è da sorridere sempre, perché la Tristitia & la Laetitia sono i segni della stessa Luce che tutti cerchiamo, da sempre ben nascosta nella Caverna: lo spirito vive nel cuore intimo della materia. A questo proposito, Canseliet ricorda che Cristo non è affatto nato in una stalla, ma in un ‘luogo sotterraneo‘. Questo, per quanto possa suonare singolare per molti, è il magnifico Mysterium del Natale.

Auguro a tutti, dunque, di ri-trovare Natale, sentendo nel cuore il richiamo del merveilleux; la Cabale è un mezzo per l’appunto meraviglioso per rompere gli schemi della logica, pur essendo certo un gioco. Ed è lo stesso Canseliet che ricorda una frase tratta dall’Amphitheatrum Sapientiae Aeternae:

Fons est illimis SOPHIAE: DIVINA CABALA.

Quamque tenent MAGI, redolentes thura Sabaei.

Cuique dedit VIRIDE, & tacitum SAL fusile nomen

Auguri di un sereno e dolce Natale !!!

L’Amour alchimique…un tout-petit avertissement.

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie with tags , , on Sunday, January 29, 2012 by Captain NEMO

Non si potrebbe fare affatto Alchimia, essendo semplicemente alchimisti.

E perché? Perché, come ho detto, l’alchimista ha bisogno di una Filosofia, …e questa Filosofia gli permette di porsi ‘al diapason’ con il suo lavoro; vale a dire che, molto realmente, l’operazione che esegue un alchimista non potrebbe essere compiuta da un chimico, se fosse presente, fosse il più abile, il più sapiente, …questa operazione non potrebbe da lui essere ripetuta, poiché non avrebbe affatto – precisamente – questa comunione stabilita tra lui e, in modo molto stretto, la materia. E questo è molto importante. È il lato, se si vuole, dell’Alchimia spirituale – precisamente –  di mettersi al diapason con la materia, di mettersi in armonia con la propria ricerca. Perché? Perché in realtà tutto è vibrazione.”

Queste sono le parole di Eugéne Canseliet rilasciate nel corso di un’intervista radiofonica: e questa precisazione sull’Alchimia, intesa come un percorso dello Spirito, dovrebbe spazzare il campo dal tremendo equivoco in cui molti cadono, immaginando che l’Opera alchemica si basi su operazioni da compiersi all’interno del corpo umano o – addirittura – sul corpo umano.

Mentre si avvicina il momento tradizionalmente propizio per la raccolta dello Spirito Universale, mi pare opportuno riflettere su un fatto estremamente importante, così come richiamato da Canseliet: il rapporto tra l’alchimista e le Materie nel suo Laboratorio. Si pensa comunemente che la Grande Opera sia una sorta di operatività legata al corretto svolgimento di una serie di manipolazioni, più o meno segrete. Questo è il lato manifesto, e dunque – proprio perché tale – è apparente. La corretta identificazione del da farsi e del come farsi è senza ombra di dubbio indispensabile; ma, dialogando con gli interessati, di persona o sul web, pare di percepire che tutti gli sforzi di chi cerca debbano essere tesi alla elaborazione o alla scoperta di un modus operandi, e basta. Quasi che il Graal, terrestre e celeste, potesse essere ritrovato grazie alla famosa, vecchia e perduta ricetta ‘per cuocere i fagioli’.

Come dicono tutti i buoni autori, non è affatto così.

Si pretende di poter quasi obbligare Madre Natura – come qualche volta può accadere in una reazione chimica – a produrre il risultato che ci si attende, pensando che se si mettono a ‘cuocere i fagioli’ secondo la ricetta della casa, che ostenta il bollo di autenticità della Gran Locanda Antica, si otterrà LA Zuppa con i Fagioli, quella perfetta. In realtà, questa attitudine è la figlia ben nota del Metodo Scientifico, del consensus accademico: così, un esperimento, se condotto alle stesse condizioni, i pesi stabiliti, con reagenti identificati e qualificati, DEVE dare lo stesso risultato, qui come a Tokio.

Se mi permetto, sorridendo, di dubitare persino che l’acqua prodotta qui e a Tokio possa essere perfettamente la stessa cosa, anche al semplice livello di analisi chimica e/o fisica, figurarsi se potrei mai concordare con chi affermasse che ‘siccome ho capito come si fa, ormai …il gioco è fatto!’.

È il solito errore – banale ed arrogante – compiuto dall’uomo, il quale pensa – a torto, a gran torto – di essere al centro del processo di Creazione, di essere lui il protagonista scelto e predestinato di tutto ciò che accade, quasi che la Creazione degli Universi sia compiuta a suo vantaggio e per suo uso. Nel corso degli anni, mi sono accorto che è esattamente il contrario: Madre Natura fa quel che le pare, e se ne infischia – bellamente, cum Gratia – di quel che pensiamo, immaginiamo o facciamo. Persino – o forse, soprattutto – in un Laboratorio alchemico ci si accorge, e sin dall’inizio, che la protagonista di ciò che accade nel crogiolo è proprio Madre Natura, in barba a qualunque abilissima tecnica manipolatoria da parte dell’operatore: e questa protagonista è a noi sconosciuta nel suo agire, essendone scopi e modalità ben separati dalle aspettative umane.

L’alchimista accorto, lavorando assiduamente e con serena umiltà, nel silenzio esterno e interno, percepisce subito che – nel Laboratorio, nelle Materie – opera un’Intelligenza enormemente superiore all’intelletto umano: i postulati ed i risultati attesi dal Metodo Scientifico non valgono più nulla in Alchimia. Si manifesta uno scenario alieno alla logica umana. L’alchimista, quell’alchimista, scopre immediatamente che è entrato in una dimensione del tutto nuova, in cui nulla di quel che è abituato a pensare o immaginare funziona come prima: è la Materia la protagonista dell’Opera, non l’operatore.

Ed allora, ma non sempre, sorge l’Amore: non saprei parlarne a lungo, ma confesso con gioia di essere innamorato. È un Amore che non può essere paragonato ad alcun amore terreno, ferma restando la considerazione e l’importanza dei nostri amori, per così dire, comuni: la famiglia, l’amata, i figli. Questi amori vivono e permangono intatti nella vita del’alchimista; però, un alchimista, quell’alchimista, può ritrovarsi ad amare…dei sassi!

O meglio: si stabilisce una comunione profonda, intensa, perenne ed esclusiva con Madre Natura, che accompagna l’artista in ogni passo della sua vita. Non soltanto in Laboratorio, dunque, ma ovunque e quandunque: l’Alchimia entra profondamente nella vita intima dell’alchimista; e l’uomo alchimista, innamorato, amante ed amato, muta in modo sottile, intimo, gentile. Come ogni amore, anche l’Amore di cui sto tentando di parlare genera – graziosamente – serenità: con il passare del tempo, con il ripetersi delle operazioni, con l’immersione continuata nel Regno celato, l’alchimista si abbandona ad una sensazione indefinibile, ma estremamente presente, che lo lega alla Natura; tramite quei semplici sassetti, manipolati ora con ancor maggior tenerezza, poggiati sul tavolo del proprio piccolo Laboratorio, l’artista si distacca dal conosciuto e si avventura alla scoperta di una nuova realtà, i cui contenuti sono sempre più difficle raccontare o condividere. Questo abbandonarsi totale, affidato, quasi un salto nel vuoto, credo sia un processo inevitabile per quell’alchimista, ma molti – anche al giorno d’oggi – lo evitano. Avranno le loro ragioni, certo.  Una di queste, probabilmente, è che l’alchimista scopre di vivere un Amore con …un’altra Amata.

L'Amour alchimique

L'Amour alchimique

Ecco come Canseliet, nella stessa intervista, ne parla:

L’alchimista costituisce con la sua materia una vera coppia. Allo stesso modo che all’interno della Grande Opera, la materia stessa,.. non è unica….essa si decompone,…o piuttosto…è decomposta….il Compost, come dicevano gli antichi, è fatto dalla riunione di un maschio e di una femmina. La Grande Opera, in verità, è una ontogenesi,…vi è una vera copulazione, di due individui, da una parte il maschio, dall’altra parte la femmina,…e dalla loro riunione, dalla loro, …dalla loro associazione…nasce un figlio.

Se è certo chiaro – ne parlano tutti i testi – di quali individui stesse parlando il buon Maître, riferendosi ai protagonisti celati all’interno della Materia, Sol e Luna, è indubbio che esiste  – contemporaneamente – anche l’altra coppia: l’alchimista e la materia. E le operazioni alchemiche di Laboratorio vi si specchiano, con precisione Naturale, con sincronicità motivata. Trovo molto fuori dall’ordinario questa sorta di doppia coppia: ma più passa il tempo, e più percepisco che quel figlio di cui si parla possa nascere ontogeneticamente dal Mercurio e dallo Zolfo alchemici solo se – con medesima intensità e purezza d’intenti – l’alchimista ami, riamato, la Materia. È un tema spesso trattato dalla  Mistica, in Occidente come in Oriente, ma abbiamo l’abitudine a confinarlo nell’ambito della speculazione filosofica, o dei capolavori letterari, o di chissà cosa altro. In realtà, all’alchimista, a quell’alchimista, capita di percepire, sensorialmente e con il proprio cuore, la presenza tangibile, oggettiva e comprovata di un’altra entità manifesta: Madre Natura.

Quest’Amore purissimo, difficilmente condivisibile con altri (come parlarne?…e con chi?), permea in modo radicale e fresco, come un torrente d’alta montagna in Primavera, l’anima dell’alchimista; e l’attrazione magnetica degli Spiriti, gli unici in grado di penetrare e mutare i corpi, inizia a compiere la propria azione nelle forme dei corpi materiali da esso informati ed animati: ogni alchimista, ognuno di quegli alchimisti, sente la propria Materia, e sempre il proprio pensiero si volge a quell’Amore silenzioso, nutriente, antico. E talvolta, come in ogni Amore, terreno o Celeste, nasce il missing, la malinconia…quante volte mi è capitato di rientrare a casa e di correre in Laboratorio, chiamato: il richiamo è puro, e pura dev’essere la risposta.

Allora, forse si potrà capire se talvolta resto stupefatto di fronte a talune affermazioni che parlano di Alchimia come di una cosa meccanica, come una cosa dovuta, pretesa, addirittura da insegnare. Si può mai insegnare un Amore?…o scambiare il Sesso per l’Amore? Non sarà meglio viverlo, e prepararsi ad una nuova vita?

Probabilmente molti si chiederanno cosa c’entri tutto questo con il segreto del Mercurio e dello Zolfo, o con il Fuoco Segreto: eppure, ho esitato un po’ nello scrivere questo Post. Questo Amore è vivo. E non si può volere, imporre, recitare, scimmiottare. O c’è, o non c’è. Punto. E senza quest’Amore, …temo che non succederebbe nulla di sensato, in Alchimia. Ammesso, poi, che l’alchimista, quell’alchimista, abbia ben chiaro dentro di sè il senso dell’Arte: che non è un possesso di alcunché, per quanto esotericamente alto possa essere, bensì un distacco netto.

Alchimie...

Un’ultima considerazione: come in ogni coppia, in ogni doppio, le cose debbono essere semplici e facili; non è Alchimia quella fatta di paroloni magniloquenti, di sapienti segni di riconoscimento, di oscuri ammiccamenti, di lunghi periodi tormentosi e tormentati, di aspri rancori ammantati di dottrina. Sappiate, voi giovani cercatori, andare al di là di tutto questo: Alchimia è felicità profonda, dolcezza umile, serena tranquillità. Non saprei dire se è adatto o utile: è un Amore magnifico e molto fuori dall’ordinario, e produce – per questo – una allegria d’animo, intimamente deliziosa. Che spesso viene vissuta nel silenzio intenso del distacco dalle cose inutili.

Sempre di più.

Un tout-petit grain de Sel…Extremus

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , on Wednesday, November 30, 2011 by Captain NEMO

In extremo judicio mundi, per ignem mundus judicabitur, ut quod prius à magistro ex nihilo factum, rursus per ignem redigatur in cinerem, ex quo cinere Phoenix tandem pullos suos produceret: nam in ejusmodi cinere latet verus & genuinus tartarus, qui solvi debet, & post solutionem ejus, sera fortissima conclavis regii aperiri potest

Queste parole di Basilio Valentino sono tratte dalla Chiave Quarta del suo famosissimo trattato sulle Docici Chiavi (in Musaeum Hermeticum, Francofurti, 1677 – Practica, cum Duodecim Clavibus et Appendice, de Magno Lapide antiquorum Sapientum, scripta & relicta).

Eugéne Canseliet, esperto latinista, le tradurrà – nel 1956, in Les Douzes Clefs de la Philosophie, Les Editions de Minuit – come segue:

Au dernier jugement du monde, par le feu, le monde sera jugé, afin ce qui fut primitivement fait de rien par le Maitre, au rebours, par le feu, soit réduit en la cendre de laquelle, enfin, le Phénix créera ses petits. Car, semblablement, dans la cendre, est caché le tartre vrai et naturel qui doit etre dissous. Après la dissolution de ce tartre, la puissante serrure de l’appartement du Roi peut etre ouverte”.

A sua volta, Paolo Lucarelli, le tradurrà in italiano – nel 1998, in Le Dodici Chiavi de la Filosofia, Ed. Mediterranee – così:

Nel giudizio finale del mondo, il mondo sarà giudicato per mezzo del fuoco, perché ciò che prima fu fatto dal nulla dal Maestro, sia di nuovo ridotto nella cenere da cui la Fenice infine creerà i suoi piccoli. Perché in modo simile, nella cenere sta nascosto il tartaro vero e naturale che deve essere dissolto. Dopo la dissoluzione di questo tartaro, la potente serratura dell’appartamento del Re può essere aperta”.

 Il buon Maitre di Savignies aggiunge una caritatevole nota, indicando che il passo parla della “preparazione di uno dei componenti l’aggiunta salina (in Canseliet: adjuvant salin) che, all’inizio della Grande Opera, entra in azione mescolata intimamente ai due protagonisti minerali”.

Gli alchimisti operativi sanno che si avvicina una fine dei tempi, ed ho pensato che quel riferimento di Basilio all’ extremo judicio potesse avere una qualche consonanza con il senso di pacifica urgenza avvertita. Quell’extremo può valere molto: non soltanto come ultimo, finale, ma anche come ciò che sta alle estremità di un asse. Molti ricorderanno l’accorato avvertimento di Fulcanelli sulla fine dei tempi, il Bouleversement di Canseliet, che può forse suonare anche come un versare – per inclinazione – da una sfera. Come spesso ricorda l’onestissimo ma perfidissimo Philalethe, tutti prendono alla lettera le parole dei Maestri, dimenticando che sotto il velo delle parole – limite umano scontato – essi celano, con Amore e per Amore, il cenno indispensabile per ritrovar la Stella. Extremus viene da Exterus, di cui è il superlativo: si tratta di ciò che è fuori, vale a dire di quel che è più fuori. Exterus, a sua volta, è composto dalla particella Ex, fuori, e da Terus, dal verbo Tero, che ha il senso di pestare, triturare, polverizzare. L’estremo suona forse più chiaramente, e la sua localizzazione assiale può aiutare il Cercatore.

 E’ certo giusta e perfetta l’indicazione operativa aggiunta da Canseliet in nota: ma mi chiedo se non si possa trattare anche d’altro, ferma restando l’acuta corrispondenza con alcuni lavori preparatori; quell’accenno al tartaro vero e naturale, oggi, commuove; come a dire che c’è dell’altro, oltre il tartaro. Faccio notare che Lucarelli traduce correttamente quel soit réduit en la cendre di Canseliet con sia …ridotto nella cenere. Nell’italiano parlato si dice generalmente ridurre in cenere, con il senso di incenerire. La cosa pare, in questo piccolo e bizzarro contesto, diversa, visto – fra l’altro – che nell’italiano è scomparsa la seconda ripetizione del per ignem di Basilio, presente anche in Canseliet come par le feu. A seguire questo mio personale filo di follia, pare di dover concludere che è solo la cosa che sta nella cenere che – eventualmente – potrà ricevere il nomen di verus & genuinus tartarus.

 Et alors, di che cenere si starebbe parlando?

Dopo un debito, quanto evidentemente consequenziale, ammonimento sulle proprietà della Calce, Basilio prosegue il suo discorso:

Basilio Valentino - Clavis Quarta

Basilio Valentino - Clavis Quarta

Il passo viene tradotto da Lucarelli – che legge Canseliet – come segue:

 “Se una cosa è ridotta in cenere e trattata secondo l’arte, da se stessa libera il proprio sale. In modo  che nella dissezione di questo sale tu possa conservare separatamente il solfo e il mercurio e poi rimetterli nuovamente nel loro sale, secondo l’esigenza dell’arte. Grazie all’azione del fuoco, questo sale potrà allora divenire quello che  era stato prima della sua distruzione e dissezione. I saggi di questo mondo considerano questo stoltezza e lo ritengono cosa vana, definendola una nuova creazione, che non è permessa al peccatore davanti a Dio. Non comprendono che questa creazione era prima e che l’artista ha almeno dimostrato la propria qualità di maestro col seme di natura e il suo aumento“.

Questa volta in cinerem viene tradotto con in cenere, temo con gran ragione. L’operazione qui descritta è molto interessante e fondamentale: si tratta di comprendere cosa sia la dissezione (anatomia) del sale e come estrarre lo Zolfo ed il Mercurio del sale (ohibò), cosa che ovviamente non viene rivelata. Come le Stelle in Cielo e nell’Opera sono tante – lo si diceva in un commento nel Post precedente – anche i sali sono numerosi. E’ bene ricordarsene.

Le mie, beninteso, sono riflessioni a Cielo aperto e non posso che accingermi a verificarle: in Laboratorio, l’unico banco di prova dell’alchimista. Però…come non sorridere in mezzo a questa banda di amorevoli bambini …così Foux?

Une Fontaine… pas trop Indécente

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on Friday, April 22, 2011 by Captain NEMO

Il nostro vecchio continente è pieno di Castelli ed uno dei più belli e famosi è probabilmente quello di Le Plessis-Bourré, nel Pays de la Loire, in terra di Francia.

Chateau Le Plessis-Bourré

Chateau Le Plessis-Bourré

Fu naturalmente Eugène Canseliet a renderlo ancor più caro agli studiosi d’Alchimia, grazie ad un attento rendiconto interpretativo dei cassoni in legno dipinto che adornano il soffitto della bella Salle des Gardes.

Jean Bourré

Jean Bourré

Marguerite de Feschal

Marguerite de Feschal

Il proprietario di questa sontuosa dimora del XV secolo fu Jean Bourré, tesoriere del Re di Francia, che vi abitò assieme alla moglie Marguerite de Feschal. Con l’incarico di Grand Argentier del Re di Francia, succeduto a Jacques Coeur, un altro personaggio legato all’Alchimia, condusse una vita discreta e lontano dai fasti, nonostante l’incarico di enorme prestigio. Di lui, a parte qualche piccolo dato biografico, poco si sa…ed anche lui, come Jacques Coeur, affidò a delle curiose immagini allegoriche il suo segreto amore per l’Arte; un segreto che forse il Re Luigi avrebbe conosciuto, secondo quanto sostiene Canseliet:

“Mons. Del Plessiz, vi invio ciò che Mons. De Crussol domanda. Andate domani a Parigi e voi e Mons. il Presidente trovate del denaro nella Boete a l’Enchanteur per quel che sarà necessario e che non manchi. Scritto al Puyset, questo venerdì, XVIII giorno di gennaio”

Sia come sia, credo interessante esaminare più da vicino il testo di Canseliet relativo ad uno dei cassoni, chiamato La Fontaine Indécente (in Deux Logis Alchimiques). Poiché dietro l’apparente singolarità del testo si nasconde forse un doppio senso, soprattutto legato ad una particolare operazione, proverò a estrarre alcuni passaggi, nel bel francese del Maitre di Savignies giustapposti alla fedele traduzione italiana di Paolo Lucarelli:

“In un bacino a sei lati, pieno di una specie di magma ribollente, si erge una specie di elegante balaustro in cima al quale sta seduto un leone che tiene con le zampe anteriori uno scudo dal blasone incerto. Questo animale dall’aspetto araldico proietta dalle fauci un liquido sulfureo e igneo che un uomo, interamente nudo, assorbe bevendo golosamente a garganella. Il bevitore si appoggia al bordo con una discreta contorsione, nello sforzo di vincere la grande difficoltà della sua ingurgitazione così poco comune…a sinistra e in primo piano, un secondo personaggio altrettanto svestito e con lo sguardo ispirato porge il proprio cappello nel gesto del mendicante, e vi riceve l’urina che una bionda pulzella piscia gagliardamente. Ha rialzata la gonna sino alla cintura e si è installata risolutamente di tre quarti perché si percepisse perfettamente il suo sesso senza tosone e non sfuggisse nulla di una tale funzione che resta naturale ma che, questa volta, è qui molto diversa dalla posizione femminile abituale, richiesta sia dalla comodità che dalla decenza”

“Dans un bassin à six còtés, rempli d’une sorte de bouillonnant magma, se dresse un élégant balustre au sommet du quel un lion est assis, qui tient, de ses deux pattes antérieures, un écu au meuble incertain. Cet animal, à l’allure héraldique, projette, pas sa gueule, le liquide sulfureux et igné qu’un homme, entièrement nu, absorbe goulùment, comme à la régalade. Le buveur s’appuise sur le bord et s’y contorsionne passablement, dans son effort à vaincre la grande difficulté de sa peu courante ingurgitation… à gauche, et au premier plan, un second personnage, tout paréillement dévétu, le regard inspiré, avance son chapeau, dans le geste du mendiant, et y reçoit l’urine qu’une blonde pucelle pisse gaillardement. Elle a retroussé sa jupe jusqu’à la ceinture, et, résolutement, s’est installée de trois quarts, afin qu’on aperçut parfaitement son sexe sans toison et que rien n’échappat d’une fonction qui reste naturelle, mais, cette fois, fort différente de la position féminine, habituelle et autant réclamée par la commodité que par la bienséance”

La Fontaine Indécente

La Fontaine Indécente

Sotto il velo della indecenza, che spesso viene compensata da una risata di apparente complicità da parte dei benpensanti, ci si dovrebbe chiedere perché mai Canseliet sottolinei che la bionda pulzella sia di tre quarti, perché mai la mancanza del toison possa toglierci il dubbio sul sesso della pulzella, e perché mai l’autore insista sul fatto che la ‘funzione resta naturale‘, senza contare che tale posizione all’impiedi, oltre che poco acconcia alla ‘bienséance‘, è in genere quella utilizzata dai maschietti.

“La scena va osservata con attenzione. Il nostro artista vi rappresenta, col suo congenere, le due parti di un tutto che sono imbevute, largamente e differentemente, con l’acqua indispensabile. Questa, che appare pesante nel bacino, diventa leggera, chiara e spumeggiante per il cappello. Questa è l’immagine della preziosa terra nera, raccolta durante la prima opera e la sua separazione”

“On regarderà la scène avec attention. Notre artiste y figure, avec son congénère, les deux parties d’un tout, lesquelles sont abbreuvées, largement et différemment, de l’eau indispensable. Celle-ci, paraissant lourde dans le bassin, devient légère, claire et mousseuse par le chapeau qui, lui, est l’image de la terre noire, précieuse et recuillie lors de la premier oeuvre et de sa séparation”

Ad una prima lettura, non ci si accorge di quanto abbia voluto esser chiaro l’autore: e l’indicazione, mi pare, non è così comune nei testi d’Alchimia. L’acqua nel ‘bacino‘ viene detta essere pesante e diventa leggera, chiara e spumeggiante ‘per il cappello‘. Non solo: i due ometti nudi, l’uno ‘contorto‘ e l’altro ‘mendicante‘, essendo congeneri, indicano ‘due parti di un tutto’. E qui mi debbo fermare…

Ritorniamo per un attimo alla gagliarda pulzella bionda: è lo stesso Canseliet a ricordare l’immagine del Palazzo Lallemant, a Bourges, dove un tenero angioletto inpertinente compie anch’egli quel che deve compiere, aprendo la propria tunica talaris:

Palais Lallemant, Bourges - Angelo & Sabot

Palais Lallemant, Bourges - Angelo & Sabot

Provvista di due ali, come si conviene, l’infante celeste sta comunque ben piantata sulle gambe in modo da aprire come un sipario la veste che la ricopre. Dirige così abilmente in uno zoccolo di legno il getto obliquo e teso della sua pipì verginale

Pourvue de ses deux ailes, comme il se doit, l’enfant céleste ne s’en tient pas moins campée sur ses deux jambes, afin d’ouvrir, tel un rideau, le vetement qui la recouvre. Ainsi dirige-t-elle, dans un sabot de bois, habilment, malgré son attitude, à la fois verticale et difficultueuse, le jet oblique et roide de son virginal pipi

Si noti che l’angioletto è detto essere curiosamente femmina, anche se il voler conoscere il sesso degli angeli sia in genere considerato ardua impresa…ed anche in questo caso, Canseliet bada bene a sottolineare che la posizione non è delle più comuni (l’edizione italiana, non riporta l’inciso che appare in quella francese di Pauvert, 1979). Ancora, per l’immagine di Bourré si parla di una pucelle e qui di una ‘angioletta‘, a sottolineare la qualità femminile e virginea del soggetto dell’azione. Comunemente, in molte conversazioni a proposito di queste immagini, la memoria va alla ben più famosa fontana di Bruxelles, al Manneken Pis:

Bruxelles, Fontaine Manneken Pis

Bruxelles, Fontaine Manneken Pis

In effetti, qui si tratta di un ragazzino, senza alcun dubbio un maschio; in queste raffigurazioni tanto intime quanto naturali le femmine portano vesti, i maschietti no…curioso che possa sembrare, si tratta di una cosa diversa, pur se l’acqua, l’urina, è ovviamente simile. Ma una differenza deve esistere, altrimenti non si parlerebbe in Alchimie del giovane colerico e della fanciulla vergine. Parlare d’urina fa scattare automaticamente in tutti noi una qualche sorta di blocco, e si tende in genere a portare immediatamente l’attenzione su particolari più piacevoli e meno nauseabondi. E l’indicazione sfugge: ma Canseliet insiste, e ricorda al lettore l’immagine dello Speculum Veritatis, attribuito a Eireneo Filalete, in cui – nella seconda tavola – si vede il ‘piccolo atleta saturnino‘ far pipì dall’alto della sua nuvoletta a cancellare il simbolo di una misteriosa semi-stella nera…”dirige le triple jet de sa liqueur d’harmonie“. Il rimando al brano inserito in Alchimie è il seguente: “…Le symbole de Saturne s’y constitue par fragments, dans la sphère du petit Monde des Sages, tandis que s’efface l’étoile noire, d’abord d’une moitiè, ensuit de trois quarts, sous le triple jet de l’alcali celeste, dont l’émetteur juvenile et nu, debout sur son nuage – Manneken-Pis d’une autre genre – et, d’autre part, présentateur du meme signe saturnien, proclame, avec le terrestre, la parfaite identitè“.

Speculum Veritatis

Speculum Veritatis

Paolo Lucarelli, nella sue edizione delle Opere di Filalete, ha fatto colorare l’urina del fanciullo in verde; la didascalia recita: “Purificazione della materia e riduzione del generato crudo in Generatore cotto, in modo che la sua Urina lavi il Mercurio“. La frase è ambigua quel tanto che ci vuole per destare l’attenzione: di chi è in questo caso la pipì? Il latino ci può esser d’aiuto: “Purgatio Materiae et reductio Geniti crudi in Genitorem coctum ut Vrina sua lavet Mercurium“.

Qui vediamo all’opera due fuochi: quello volgare del forno, con una evidente tripla ripetizione, e quello spirituale della colomba ad ali spiegate sopra il semi-caduceo del Filosofo di sinistra. Quello di destra, vestito in modo un po’ diverso,  brandisce un martello sull’incudine, indicando qualcosa (ma cosa?)…e forse anche la pipì che lava l’étoile ha una sua valenza ignea. Canseliet, per parte sua, chiude il cerchio per l’étudiant: in Alchimie commenta questa tavola così: “Combien révélateur se montre aussi le caisson du Plessis-Bourré, où une jeune femme, retroussée jusq’à l’ombelic, dirige, debout, un jet horizontal, qu’un homme. completement nu, reçoit dans son chapeau”. Par di dover concludere, insomma, che la pulzella ed il ragazzino faccian pipì allo stesso modo: ma, come abbiamo visto, questa differenza viene indicata…

Forse la soluzione potrebbe essere suggerita ancora un volta dal brano di Deux Logis Alchimiques: dopo aver fatto notare che il liquido della fontana, quello sulfureo che zampilla dalle fauci del leone verso la gueule dell’uomo nudo e contorsionnée, deve essere diverso da quello della pulzella, Canseliet aggiunge:

E’ evidente che la candida buontempona è ben lontana dal trasmettere il contenuto del serbatoio esagonale in seno al quale si costituisce l’invisibile unione degli elementi ostili. Questo matrimonio è sempre raffigurato con la sovrapposizione in senso contrario dei due trigoni equilateri che preannunciano il sale tanto promettente della stella a sei punte. Dopo questa mescolanza imperfetta, l’impudica Venere cede la sua acqua pontica acuita col sale detto harmoniaco, che conviene raccogliere con speranza, ora che ha ricevuto il seme del metallo maschile“.

Il est évident que le candide luronne est éloignée de trasmettre le contenu du réservoir hexagonal, au sein duquel s’établit l’invisible union des élements hostiles. Ce mariage est toujours figuré par la superposition, en sens contraire, des deux trigones équilatéraux qui amorcent alors le scel tant prometteur de l’étoile à six branches. Après cette mixtion première et imparfaite, l’impudique Vénus livre son eau pontique qui est acuée du sel dit harmoniac et qu’il convient de recuillir avec espoir, maintenant qu’elle a reçu la semence du métal male“.

Anche in questo caso, conviene leggere con grande attenzione: queste poche parole sono davvero molte!…Quanto a quell’acuée, credo utile ricordare una frase di Lucarelli, mentre – qualche anno fa – si commentava un’altra famosa immagine che raffigura il bimbo incontinente:

Cabala Mineralis

Cabala Mineralis

 “...Le tre reiterazioni indicate dai tre fiori celesti ci fanno ottenere questo mercurio, sale di pietra o sale armoniaco, che viene irrorato dalla rugiada e aguzzato dall’urina del fanciullo, il nostro ariete celeste. Otteniamo così l’acqua viva aguzzata e poi la stella dei saggi. Le aquile ci ricordano che questo in fondo è un processo di sublimazione“.

E ancora:

“...Mi sono reso conto che non ho detto … perchè “l’urina”. Mio Dio, è semplice, come al solito. E’ il nostro fuoco filosofico che libera il mercurio comune, il dissolvente, e gli si unisce per formare con lui l’acqua viva, che ne è appunto aguzzata (o acuita se preferite). Tra l’altro posso confermare che l’urina dell’ariete ha un fortissimo odore di ammoniaca, cioè di urina putrefatta.
I nomi usati dai maestri hanno sempre un senso molto banale e operativo“.

L’equivalenza tra il maschietto incontinente e l’Ariete Celeste è ben evidenziata, con una qualche sottigliezza in più, nella prima tavola dello Speculum Veritatis:

Speculum Veritatis

Speculum Veritatis

E’ la Casa dell’Ariete, allora, il luogo dove abita il fanciullo impertinente, e nel Le Mystere des Cathedrales Fulcanelli chiosa a questo proposito con un brano tratto da Les Préceptes du Père Abraham:

Il faut tirer cette eau primitive et céleste du corps où elle est, et qui s’exprime par sept lettres selon nous, signifiant la semence première de tous les êtres, et non spécifiée ni déterminée dans la maison d’Ariès pour engendrer son fils. C’est à cette eau que les Philosophes ont donné tant de noms, et c’est le dissolvant universel, la vie et la santé de toute chose. Les Philosophes disent que c’est dans cette eau que le soleil et la lune se baignent, et qu’ils se résolvent eux-mêmes en eau, leur première origine. C’est par cette résolution qu’il est dit qu’ils meurent, mais leurs esprits sont portés sur les eaux de cette mère où ils estoient ensevelis… Quoy qu’on dise, mon fils, qu’il y a d’autres manières de résoudre les corps en leur première matière, tiens-toi à celle que je te déclare, parce que je l’ay connuë par l’expérience et selon que nos Anciens nous l’ont transmis“.

In consonanza con l’insegamento dei Maestri, questo primo seme deve essere non specificato, né determinato: altrimenti non potrebbe essere utile allo scopo dei lavori dell’alchimista. Il perché ce lo spiega con adamantina chiarezza Eireneus Philalethe, nel suo Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium, al Cap. XI:

“...Perciò i Maghi cercando più lontano uno zolfo attivo, lo cercarono e lo trovarono nascosto molto profondamente nella Casa di Ariete. Questo è assorbito con grande avidità dalla prole di Saturno, che è una materia metallica purissima, tenerissima, vicinissima al primo ente metallico, del tutto priva di zolfo in atto, e tuttavia pronta a ricevere lo zolfo. Per cui lo attira a sè come un magnete, lo assorbe e lo nasconde nel suo ventre, e l’Onnipotente, per ornare sommamente quest’Opera, vi imprime il suo sigillo regale“.

In questo lungo percorso tra immagini e testi, si dipana tutto il Fil Rouge che conduce alla meta cercata; certo, me ne rendo conto, appare complesso. Non pretendo certo di averlo chiarito in ogni dettaglio, ma spero che il quadro generale possa essere percepito meglio. I punti fondamentali, su cui val la pena di riflettere ed interrogarsi, sono, grosso modo, questi:

  • L’Ariete Celeste e la sua Maison
  • I due angioletti, il maschietto e la femminuccia
  • La pulzella (ma sarà d’Orléans?…), vergine & impudique Vénus
  • Il Chapeau & il Sabot
  • …e l’Urina dei vari protagonisi!

Ovviamente, oltre ai soliti trucchi dei Maestri, indispensabili per confondere…le acque, non bisogna dimenticare il famoso Tour de Main, evocato, lo si è accennato in alcuni commenti al Post precedente, dalla postura contorta dell’uomo nudo che beve à la régalade il getto sulfureo del leone, seduto in cima alla Fontaine. Da parte mia, trovo veramente divertente che moltissimi siano stati tratti in inganno ed abbiano operato con emissioni umane di ogni tipo: l’uomo cerca sempre di ricondurre tutto a sè stesso, come fosse il centro del creato. In realtà, questo flusso celeste, che parte dal Cielo ed arriva alla Terra passando per arieti, angioletti e vergini sfacciate è il percorso naturale dello Spirito Universale, indicato e spiegato in ogni buon testo. A ben vedere, è forse l’estrema semplicità di questa funzionalità di Madre Natura che ha costretto gli alchimisti operativi, credo non senza qualche sorriso ed ammiccamento, al gioco delizioso delle allegorie e dei calembours sovrapposti: se la comprensione di una cosa semplicissima è cosa non facile per noi ‘logici‘, se non impossibile, la realizzazione pratica di quanto indicato resta un compito che può essere realizzato soltanto con il lavoro silenzioso nel Laboratorio, con l’aiuto sperato di una Grazia sempre impetrata. Non basta infatti la manualità del chimico, scettico o ispirato che sia, a costringere Madre Natura a svelare gli Arcana: questo connubio tra la materia minerale e l’alchimista innamorato non può essere realizzato senza la presenza trascendente ed accettata del Mistero meraviglioso per cui e con cui le cose accadono. Più si entra nel Bosco e meno possiamo esser certi di arrivare a quella Fontaine incantata. Ma si può camminare…senza farsi prendere da miraggi ed aspettative di alcuna sorta. Una di queste singolari coincidenze è quella che ho trovato consultando una carta del Cielo di queste notti di Primavera, in cui accadono cose:

Il Cielo...

Il Cielo...

 Ah, quanto è meravigliosa Madre Natura!

Choisir le Grand Jeu…in cerca di ciò che non si può possedere.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Wednesday, February 16, 2011 by Captain NEMO

Canseliet diceva negli anni ’80 che l’Alchimia stava godendo di un momento di grande  rilievo, sia per l’interesse crescente  da parte dei più giovani, sia per una sorta di nuova consapevolezza da parte dell’uomo. Forse era così. A quei tempi, è curioso dirselo, il sottoscritto faceva parte di quei giovani.

Oggi, pare, le cose sono mutate: forse a causa dei momenti bui che la nostra banale civiltà sta vivendo sul pianeta, siamo tutti, chi più chi meno, incatenati alle cose pratiche, materiali, spicce. Si dice che vi sia una crisi economica globale, ma più probabilmente si tratta di una crisi di valori interni. L’uomo si scopre sempre più povero materialmente e dimentica, come sotto gli effetti di una brutta droga, la ricchezza del Creato. E’ un processo ciclico, che si può riscontrare molte volte nella nostra storia: una sorta di modello perverso, in cui il salire o lo scendere una scala sempre uguale ci fa assomigliare più a dei teneri criceti in gabbia, appagati dallo stare in gabbia, che ad anime in cerca di verità.

Noto, con un certo disagio, che non si dialoga più d’Alchimia, di Filosofia della Natura, nemmeno tra coloro i quali hanno in qualche modo abbracciato il cammino lungo verso il Campo della Stella. E’ un preciso segnale. Se dovessi dire la mia, parafrasando al contrario ciò che diceva il buon Maitre di Savignies, l’Alchimia non desta più vera Meraviglia. E questo, a mio modesto avviso, è un gran peccato. Voglio dire che abbiamo, di nuovo, smarrito il senso del Meraviglioso. Ma, ormai l’ho ben compreso, non è un problema. L’uomo ama le parole e non ha mai amato più di tanto la sostanza delle cose. L’essere umano è malato, come il mondo in cui dice di vivere, protestando. E soffre: la Baghavad Gita dice che la Sofferenza è mancanza di Conoscenza. Cognoscere è ‘essere con la Gnosi‘, un compito immane. Conoscere la substantia significa andare alla ricerca di ciò che giace sotto, di ciò che regge ciò che ‘sta’. Ma la ricerca  fattuale, non intellettuale, non metafisica, della substantia è una cosa da cui tenersi alla larga.

Il motivo di questo singolare caveat, forse, risiede nel fatto che una volta che soltanto si ipotizzi che tale substantia non abbia i connotati delle certezze che amiamo costruire attorno a noi e  – soprattutto – dentro di noi, allo scopo mai troppo dichiarato di garantirci una sopravvivenza, l’uomo fugge. Atterrito. Tutto ciò in cui crede ed ha creduto, crolla, miseramente. Le cosiddette sicurezze, cessano all’istante di esistere.

La realtà delle cose, di ogni cosa, di ogni Creazione, non è affatto quella che descrivono le nostre Scienze ed i nostri sistemi di conoscenza. Dunque, una cosa è l’interpretazione di un fenomeno attraverso modelli, certo tanto utili e spendibili quanto sempre poco duraturi, un’altra è scoprire che le Cause Prime che sono alla base di tutto ciò che vediamo, tocchiamo, utilizziamo e consumiamo hanno una connotazione unica ed estremamente opposta alla logica umana. E’ un po’ come dire che ci si può innamorare solo di una cosa che è in qualche modo simile a noi stessi: il paragone di Narciso è calzante, e probabilmente lo scambiare il riflesso di noi stessi nelle cose che ci circondano è la miglior operazione per evitarci lo chock di vedere con occhi disincantati come Madre Natura compie il suo corso.

Oggi, temo, a pochissimi importa davvero cercare la substantia, il senso delle cose, scoprire come Natura crea, sforzarsi di comprendere. Tutti vogliamo sapere per usare, nessuno vuole più comprendere per contemplare. Abbiamo bisogno di cambiare, ma non cambiamo. E’ tutto molto semplice, e per questo quasi impossibile.

L’Alchimia, diceva Paolo Lucarelli, è un’Arte d’Amore.

Ma quanti sono disposti ad Amare senza possedere? Madre Natura nasconde bene i suoi tesori, pur mettendoli davanti agli occhi di tutti. Tocca all’uomo smarrito il mettersi in cammino verso Casa. Ma certo occorrerebbe prima rendersi conto che una Casa c’è, e che si può, se non addirittura si dovrebbe,  tornare a Casa. Nessuno verrà mai a dirci perché nasce una stella, o un uomo, o un fiore, o un sasso. Siamo tutti – sempre – scontenti, ma nessuno muta il proprio camminare. La paura della morte è l’unico mantra costante di una vita spesa spesso dietro ad illusioni continue, in cicli di cadute e risalite. Il Meraviglioso però c’è, ovunque, persino in questo mondo malato. Ma se non amiamo comprendere per contemplare, se non intuiamo la serenità che può donare l’abbandonarsi alla scoperta di nuove letture delle Cause Prime, allo sforzo di destituzione della logica ferrea che incatena l’anima che soffre, come mai potremmo aver il semplice diritto a protestare?

L’uomo ha dimenticato il legame con il Cielo e scrolla, come un vecchio mulo recalcitrante di fronte al cambio radicale di direzione, la testa resa ottusa dai comodi dogmi imposti dai propri simili cui ha delegato il compito Sacro di Cognoscere: amiamo sicurezza, mentre in Natura non esiste. Amiamo i meccanismi ad incastro, mentre in Natura nulla si fa fermare. Amiamo consumare inquinando, mentre Natura trasforma senza sporcare. Amiamo possedere, mentre Natura libera. Amiamo forzare, mentre Natura sfiora.

Gli alchimisti sono quelli che si mettono in viaggio: il più lungo dei viaggi, il più solitario. Sono pochi. E l’uomo non ama affatto la solitudine, il silenzio, l’umiltà, l’accettazione di cose ben più smisurate del nostro immaginare. Gli alchimisti cercano la Madre, la Mater ea, e chiedono a dei sassi di mostrare il cammino dello Spirito nella Materia. Gli alchimisti si abbandonano alla Provvidenza munifica che permette di vedere con gli occhi cose mai vedute e di toccare con le mani cose mai toccate. Quante volte si è parlato di Spirito Universale, di Anima del Mondo, di Umido Radicale…ma al di là della bellezza concettuale, qualcuno si rende davvero conto dell’importanza fondamentale di queste cose – tangibili ed osservabili – nell’equilibrio dinamico del Creato? Davvero pensiamo ancora che lo Spirito Universale possa essere soltanto una affascinante figura retorica? Quanti, oggi come ieri, sono davvero interessati a buttare a mare i propri credo e le proprie certezze per soltanto mettersi in cammino verso un mondo nuovo? Quanti potrebbero mai investire il proprio tempo e – soprattutto – il proprio Amore per ipotizzare di poter comprendere come funziona tutto?

E’ per questo, forse anche per questo, che gli alchimisti vengono presi per dei poveri pazzi. La società mette etichette, cataloga. E loro, felici ed un po’ perfidi, si mettono volentieri al collo quel vecchio ed arguto cartello con la scritta ‘Fou‘. E quanti potrebbero mai voler entrare nel Bosco, rinunciando ai propri inganni? Sembra obsoleto ricordare che il Philosophus è colui che ‘ama Sophia‘: ancora una volta, si parla d’Amore. E tutti pensano che per questo Amore basti leggere qualche libro bizzarro, metter le mani su una ricettina intrigante e poter contemplare il volto di Sophia. Forse per questo il vero Amore non è di questo mondo. Chissà.

Ciò che importa è il mettersi nella prospettiva di un cambiamento percettivo, e cambiare la propria vita, le proprie abitudini quotidiane, dall’interno: questo mutamento, radicale, permea la vita dello studente e si traduce, pian piano, in una percezione diretta, mediata – un giorno, se il Cielo vorrà – dall’osservazione disincantata delle materie nel Laboratorio, del modus operandi di Madre Natura.

Al di là delle possibili letture operative, chiunque legga un buon trattato d’Alchimia dovrebbe saper cogliere un aspetto esplosivo: la descrizione del sistema Naturale fatta dai Maestri d’Alchimia è precisa, semplice, diretta. Da secoli, non è mai mutata. E’ una Via di conoscenza perfettamente uguale a sè stessa, lungo tutto l’arco dei secoli. Vorrà dire qualcosa? Pare che chi scriva goda di una visione straordinaria, privilegiata, rivoluzionaria. Talmente rivoluzionaria che subito la nostra mente, probabilmente per proteggere il proprio avido ruolo di Strumento Unico di giudizio, cataloga quello scritto come una visione, un’allegoria, una magnifica costruzione filosofica. Una chimera, alla fine dei conti. Una cosa bella, certo, ma tutto sommato inutile. Non si ricava potere dall’Alchimia, infatti. Per questo è considerata inutile. L’Alchimia non è da considerare, per i più, persino per chi dice di volerla studiare,  frutto di un’esperienza diretta da parte dell’autore, quanto come un bel dipinto da contemplare ogni tanto, quando proprio non si abbia nulla da fare. Quelle descrizioni sono belle, ma perchè mai immaginare che possano – addirittura – descrivere eventi reali, veri, che sono accaduti e che accadono? Meglio dire che l’Alchimista è uno strano personaggio, meglio sostenere che l’Alchimista è un uomo che si immagina fantasie, meglio dire che l’Alchimista altera la verità.

A nessuno pare più capitare di porsi una domanda semplice: “…e se quegli uomini stessero facendo di tutto per narrare come stanno le cose che hanno visto e sperimentato?“. Voglio dire: dimenticando per un attimo il valore simbolico, allegorico, iniziatico, delle parole di quell’autore che tanto si sforza per descriverci, per esempio, la danza di Zolfo e Mercurio, come si fa a non accorgersi che quegli uomini stanno probabilmente facendo ogni sforzo per indicare che Natura esiste e che la Via per Conoscere è aperta a coloro i quali fossero soltanto disposti a guardare oltre lo specchio illusorio della propria razionalità? E per quale folle motivo quegli uomini si sono impegnati nello sforzo di un linguaggio nuovo, più semplice, più diretto, più onesto, per descrivere a tutti il funzionamento del Creato, se non per un purissimo atto d’Amore?…”senza nulla a pretendere“, come diceva Totò.

Se fossero proprio loro, quei Foux,  a donare ciò che hanno visto? Se fossero loro a cantare la musica da cui tutti siamo ‘nati‘ ed a cui tutti dobbiamo ‘morire‘? E se fossero loro ad indicare la strada di quel cambiamento che da secoli e secoli ogni umano afferma di volere e che nessuno è mai riuscito ad indirizzare?

Leggendo per esempio Philalethe, si resta colpiti dalla esposizione di alcuni strani capitoli; un’esposizione certo singolare, persino noiosa talvolta, perché apparentemente priva di segreti da carpire ma che meriterebbe lunghe riflessioni persino da parte degli ‘addetti ai lavori‘: il capitolo VIII dell’ Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium, per esempio – intitolato ‘Fatica e noia della prima preparazione‘ – ci presenta con parole quasi un po’ retoriche un ben strano scenario; si dice qui che molti ‘Chimici’ sognano che l’Opera sia un semplice lavoro di ricreazione, pieno di piacevolezza; l’autore sostiene invece che ci siano fatiche e difficoltà pesanti da superare, e che in mancanza di Labour, Industry e Diligence il raccolto eventuale che si farà in seguito non potrà che essere vuoto e vano. Pare, insomma, che Philalethe faccia un po’ una sorta di predica a chi pensi di avventurarsi in quella che lui chiama la prima preparazione ritenendola un gioco da bambini. E’ una figura retorica scontata da parte di un Maestro. E tutti i lettori, alzando le sopracciglia, vanno avanti nella lettura, perchè non ritrovano qui le consuete allegorie: giovani alati con spada e/o caducei, dragoni, cani rabbiosi, ombre cimmerie, aquile e via dicendo.

Poniamoci una domanda: un personaggio come Philalethe può davvero aver inserito un capitolo come questo al solo scopo di fare un pistolotto? Vi dico subito la mia personale opinione: no. Non fornirò la mia interpretazione di questo passo, per due motivi: non si può aprire sempre un dono prezioso sottraendosi alle regole della Tradizione, e non sarebbe mai giusto fare i compiti per chi non è capace di impegnarsi con umiltà e serietà. In ogni caso, il passo presenta un insegnamento prezioso, ma evidentemente molto ben criptato. Lo si dovrebbe capire immediatamente quando, alla fine, l’Adepto – dopo il pistolotto in cui si è sperticato a dire quanto sia importante dedicarsi con vera passione al Labour ed al Work (che sono due ‘cose‘ evidentemente diverse; ma quali?), quanto sia inevitabile doversi sobbarcare faticose e tediose lavorazioni – se ne esce con questa frase innocente, che nessuno nota:

But the Mercury, once prepared, then is the rest obtained, which is far more desirable than any Labour, as saith the Philosopher

Questa frase, del tutto innocente e scontata per chi abbia una pur minima conoscenza d’Alchimia, fa da controaltare al pistolotto. Ovviamente, ad una prima lettura, è difficile percepire dove voglia andare a parare l’autore. Lascio a chi vorrà impegnarsi l’onere del cimento, ma segnalo che il metodo utilizzato da Philalethe per indicare qualcosa di importante si basa qui sulla citazione; dopo quella di Augurello, la quale da sola meriterebbe un discorso molto articolato, vi è quella di D’Espagnet. Philalethe ne riporta un piccolo riassunto, e nessuno – o forse pochissimi – si prende la briga di andare a consultare la fonte. Allora, tanto per divertirci un po’, la riporto: il passo di D’Espagnet cui si riferisce Philalethe è il Canone XLII dell’ Arcanum Hermeticae Philosophiae:

“In philosophica Mercurii Sublimatione sive preparatione prima Herculeus labor operanti incumbit; nam sine Alcide expeditionem Colchicam frustra tentasset Iason;

Alter inauratam noto de vertice pellem
Principium velut ostendit, quod sumere possis;
Alter onus quantum subeas.

limen enim à cornupetis belluis custoditur, quae temeré accedentes  non sine dispendio arcent; earum ferocitatem sola Dianae insignia & Veneris columbae mulcebunt, si te fata vocant.”

Come dicevo, a chi interessa andare un po’ più alla scoperta di cose operative lascio il piacere di tradurre (…se i Fati lo chiamano!); raccomandando di far caso a molte parole; in sostanza viene citato ancora una volta Augurello, e forse varrebbe la pena andare a leggere l’intero passo (…ma che fatica, però!). Ma, allo scopo di illustrare prima il metodo adottato da Philalethe in questo capitolo, e poi il sempre trascurato Amore dei Maestri per chi ami sul serio mettersi sul cammino di Madre Natura, raccomanderei di leggere bene il seguito dei Canoni di D’Espagnet, che ovviamente Philalethe non poteva riportare in extenso (…forse parlava ‘a suocera, perchè nuora intenda‘?); in particolare, riporto il Canone LI:

“Duobus perficitur philosophica Mercurii sublimatio, superflua ab eo removendo, & deficientia introducendo; superflua sunt externa accidentia, quae fusca Saturni sphaera rutilantem Iovem obnubilant; emergentem ergo Saturni livorem separa donec purpureum Iovis sydus tibi arrideat. Adde Sulfur Naturae, cuius granum & fermentum Mercurius quidem in se habet, quantum sibi sufficit; sed fac ut etiam aliis sufficiat. Multiplica itaque; Sulfur illud philosophorum invisibile, quousque exprimatur lac virginis; tunc prima tibi patet ianua.”

Questa volta, vista la imprecisa traduzione francese di M. Bachou, offro una mia rapida resa in italiano:

“La sublimazione filosofica del Mercurio si compie grazie a due, rimovendo da esso le superfluità, ed introducendo ciò di cui è deficitario; le superfluità sono gli accidenti esterni, che nascondono il rutilante Giove con la fosca sfera di Saturno; quindi separa l’emergente livore di Saturno finché l’astro purpureo di Giove ti arrida. Aggiungi Zolfo di Natura, di cui il Mercurio in verità ha in sè il grano ed il fermento, quanto gliene è sufficiente; ma fa in modo che anche agli altri sia sufficiente. Moltiplica così; quello Zolfo invisibile dei filosofi, fino a quando si esprima il latte della vergine; allora ti si apre la prima porta.”

Al di là dei numerosi, enigmatici, riferimenti operativi, i quali in ogni caso – vista la apparentissima scontatezza – sarebbero da meditare ben più che bene, mi preme qui sottolineare la sensazione di stupore di fronte a questo piccolo squarcio offerto da D’Espagnet: si sta dicendo qui che per effettuare quel che viene chiamata la ‘sublimazione filosofica del Mercurio, vi è una contemporanea separazione delle scorie esterne ed un aggiunta di qualcosa che manca: questo è lo Zolfo di Natura, che il Mercurio possiede come grano e fermento. Fermiamoci un momento a riflettere: l’autore afferma che il Mercurio, che in questo caso è evidentemente un corpo tangibile, con le proprie naturali inclinazioni volatili, possiede ‘in sè‘ il ‘grano ed il fermento‘ dello Zolfo; ma, quello di Natura. Il quale è, naturalmente, un corpo tangibile, fisso. Come la mettiamo? Il dualismo della substantia della manifestazione, di ogni manifestazione, è qui ben mostrato: Madre Natura utilizza i due Principi, Zolfo e Mercurio, per fare ogni cosa; ma non già per unire ciò che la nostra mente ama razionalizzare come qualità separate, distinte, quanto per rendere attive, attraverso una unione di ‘purezze’, qualità doppie già in essere nel Creato.

Si tratta di una descrizione della base materiale straordinaria, le fondamenta della materia in Essere, di una semplicità incredibile, la cui portata – non soltanto in termini di speculazione intellettuale – è gigantesca. Nel cuore della materia, di tutte le materie, spirituali e corporee, il doppio volto dell’evoluzione è presente, sin dall’inizio. Ogni materia racchiude in sé la sua perfetta completezza: il Progetto Naturale è perfetto, non soltanto perché è di origine per così dire Divina (e questo può magari attenere ad una visione metafisica), ma soprattutto perché ontologicamente tutto quel che è necessario è già in ogni tutto. Sostanzialmente. I due termini Zolfo e Mercurio rappresentano dunque solo i ruoli istantanei delle azioni naturali – e per questo quasi ‘automatiche’ – assunti dai Centri nascosti di ogni corpo quando sono attivati dall’unico Agente capace di infondere l’impulso naturale; questo, lo si sa, è proprio lo Spirito Universale. Questo è il Grand Jeu della Creazione manifesta. Non potrebbe essere espresso con miglior efficacia.

En passant, lo studente potrebbe ricordare quanta passione abbia messo Paolo Lucarelli nel passare una informazione singolare: nella nostra manifestazione, qui, – al momento topico – sembra esserci stato un errore!…per questo, qui, tutto è malato. Anche noi. Questo errore potrebbe essere assimilabile al concetto del Peccato Originale. Curiosamente, proprio D’Espagnet , nel Canone precedente afferma che :

“Argentum vivum a peccato originale inquinatum est, ut duplici labe scateat…”

Come sempre, i Maestri sono in diapason perfetto, pur essendo tra loro separati da secoli: compito nostro è ben comprendere…cosa si possa fare, e come fare per uscire dal cul-de-sac. Ma è ben più elegante, nelle platee dotte, dirimere la vexata quaestio: “Signore e Signori…come mai Dio (…ma… siamo sicuri?) ha potuto addiritura sbagliare?…non sarà un’eresia?“…oppure: “…allora ha ragione Santa Madre Chiesa, allora dobbiamo fare penitenza!”, e via dicendo. Tutto giusto, ma tutto molto lontano dal fatto – semplice, caritatevole e veritiero, – passatoci sottobanco in un impeto d’Amore. Qualcuno si domanda come possa mai un alchimista fare un’affermazione di questa portata?…la risposta è tanto semplice, quanto lontana da chi dimentica cosa fa un alchimista nel proprio piccolo Laboratorio.

Tornando all’affermazione di D’Espagnet a proposito del Mercurio e dello Zolfo, credo sia d’uopo un’ulteriore riflessione: Madre Natura compie in estrema e semplice ‘naturalezza‘ – è il caso di dirlo – una cosa che per noi ‘separatori‘ è impossibile: noi non possiamo mai essere in grado di ‘produrre’ una cosa come il Mercurio o lo Zolfo, figurarsi isolarli (come adorerebbe poter fare il povero chimico moderno). Per loro nascita naturale, in ogni dove ed in ogni quando, la cosa è doppia. E’ la caratteristica della manifestazione: dall’Uno si passa al Tre, tramite il Due. Sic & simpliciter. Questo processo avviene in continuo, da sempre e per sempre. Questo imprinting naturale è il signum dell’Essere venuto in Luce. Lo si trova qui, come su ogni sassetto di ogni pianeta, di ogni sistema, di ogni galassia, di ogni universo. Noi non siamo assolutamente in grado di produrre questo evento prodigioso che permette la Creazione, che scorre tra ciò che chiamiamo nascita, vita e morte. Quelle qualità doppie sono naturali, non di nostra proprietà, non di nostro possesso, non nella nostra disponibilità. E questo il cuore della Natura, è questo il fondamento – corporeo e spirituale – di ogni materia apparsa ed in via di apparizione. Il Mercurio di Natura – ovviamente ‘quel‘ Mercurio – racchiude già in sè il ‘granum‘ ed il ‘fermentum‘ dello Zolfo di Natura: così, per gradi di sviluppo successivi, si fanno – per Natura – le cose ‘maschie‘ e le ‘cose ‘femmine‘. Le quali, come si vede, sono di per sé rappresentazioni funzionali. Apparenze. Suona tutto come l’Illusione, tanto cara alla Saggezza orientale. In verità, anche un eventuale ‘maschio perfetto‘, quale è la Pietra Filosofale, rappresenterà – al proprio massimo ed al proprio meglio – il ruolo indispensabile del Gran Teatro della manifestazione: ed infatti, quando – dopo il necessario orientamento-  trasmuterà il metallo vile, lo farà ‘morendo‘ a sè stessa, degradando il proprio Zolfo (nato dal Mercurio) ad attivare il Mercurio addormentato nel Centro occulto del metallo vile: il gioco è Zolfo-Mercurio, Mercurio-Zolfo, Zolfo da Mercurio, Mercurio da Zolfo. Per questo Shiva, che danza, crea distruggendo e distrugge creando. Questo gioco danzante, terribile e meraviglioso al contempo, assolutamente incomprensibile per la nostra ragione nutrita di etica e di filosofia sempre troppo da salotto, è la base di ogni apparizione della materia e del suo percorso in ciò che chiamiamo (ma non sono ciò che vogliamo che siano, in verità) spazio e tempo. Tutto è in tutto. Qualcuno, e li abbiamo sempre chiamati filosofi, dimenticando cosa  veramente muova il Philosophus, lo aveva già detto. Da un mucchio di tempo. Però… è più comodo pensare agli atomi (inesistenti), e giocare a far gli Dei, e spaccare ogni cosa, alla ricerca di una cosa che non c’è.

Tornando a Philalethe e D’Espagnet, mi auguro possa risultar un po’ più chiaro il perché un povero umano possa decidere di scegliere un cammino come quello dell’Alchimia: lo studio dell’Arte offre scorci sulle Cause Prime che sono alla base di Madre Natura. E non mi pare poca cosa. Se poi si riflettesse che l’Alchimista fedele, e D’Espagnet e Philalethe lo hanno fatto, racconta ciò che vede e che gli viene offerto da Madre Natura tramite le materie, nel suo piccolo Laboratorio, forse si potrebbe giustificare il mio avervi costretto a leggere questo lungo Post. Necessariamente incompleto, necessariamente un ‘work-in-progress‘.

 

Speculum Naturae

Speculum Naturae

Quel brano di D’Espagnet, indicato perfidamente da Philalethe – ma in realtà con Amore vero – è stato scritto per chi sogna (ma cos’è il ‘sogno‘, in Alchimia?) di arrivare vicino allo Specchio di Madre Natura, spogliato dei dogmi e dei modelli offerti da chi intende usare, nel senso più volgare, quasi diabolico, Madre Natura. Quegli uomini erano uomini come noi, immersi come noi nelle loro cose. Non erano dei Buddha; D’Espagnet era uomo di lettere, diventato Presidente del Tribunale di Bordeaux. Philalethe era uomo di gran prestigio, di gran fede, di grande peso istituzionale: loro hanno fatto, come noi, un mucchio di errori, forse anche azioni non sempre proprio ‘buone’; entrambi, come noi, ‘tenevano famiglia’. Hanno percorso la loro vita, facendo errori, e soffrendo, e facendo soffrire. Uomini tutto sommato normali: l’unica non normalità, era quella di aver scelto – nel cuore – di andare a cercar Natura. Con tutto il proprio cuore. Hanno dedicato la vita allo studio ed alla pratica dell’Alchimia. Il loro corpo è ormai ben decomposto, come si conviene, come a tutti capiterà. Hanno acceso il Fuoco e lo hanno tenuto sempre acceso, anche di fronte al dolore, alla sciagura, alla guerra, alla arrogante stupidità umana. Hanno lasciato degli scritti. Ermetici. Ma pieni: pieni dell’Amore nel voler condividere lo stupore che coglie l’umano quando vede la Dama far giocare  la Materia e lo Spirito nel Gran Teatro della Manifestazione. Lo hanno raccontato. E tutti hanno detto che sono dei poveri pazzi, che cercavano la Chimera della Pietra Filosofale.

Da una parte, quelli che affermano che lo scopo dell’Alchimia è la Pietra, hanno una qualche ‘ragione’: ma – temo – non si renderanno mai conto di quanto s’ingannino. Il punto è ‘scegliere’: ogni scelta è un abbandono finale di ciò che possediamo, senza alcuna garanzia di arrivare. L’unica certezza è che non si possederà: più e mai.

Ecco perché nessuno ama parlare davvero d’Alchimia; ecco perché è sempre stato e sempre sarà così. E va bene così.

Un piccolo hommage ad Eugène Canseliet…

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Pietra Filosofale with tags , , , , on Wednesday, December 1, 2010 by Captain NEMO

In seguito ad una dolce quanto apprezzata richiesta da parte di un fedele amico, ho tradotto e trascritto in italiano il contenuto dell’intervista ad Eugène Canseliet – lui la chiamava “l’interview” – fatta da Jacques Chancel nel Giugno del 1978, così come trasmessa da Radio France Inter. Il documento si può consultare qui.

Il documento sonoro originale è conservato, come memoria storica, negli archivi della BNF, ed è disponibile nella sua interezza, di 55 minuti e 30 secondi, presso l’INA (qui).

Ricordo che il Copyright della registrazione sonora è naturalmente di proprietà dell’INA, e qualunque riproduzione di questa mia trascrizione italiana deve riprodurre le necessarie diciture di appartenenza. E’ ovviamente proibita ogni utilizzazione commerciale, trattandosi di un documento che offro ai lettori all’unico fine di studio e consultazione personale.

Quanto al contenuto dell’intervista, si tratta di un documento che testimonia soprattutto del grande Amore del Maitre di Savignies per la Gran Dama: chi si aspettasse di trovare indicazioni operative resterà deluso; Canseliet parla d’Alchimia e del contatto con la dimensione inspiegabile, ma ben presente per chi pratica in Laboratorio, del Sacro. In questo, nella profondità del suo pensiero, Canseliet mostra la qualità dell’Amore di un alchimista per la sua Dama.

Il Maestro è già vecchio, ha 79 anni, e la traduzione, necessariamente letterale, mostra le esitazioni, le ripetizioni tipiche dell’età. Ma qualcuno apprezzerà la semplicità e la prova d’Amore di Eugène Canseliet, in un contesto così freddamente radiofonico, eppure così appassionata e precisa. Si parla d’Alchimia, di Fulcanelli, del famoso incontro del 1952 con il Maestro, del Sacro, della scienza moderna, delle Ondes perturbate, della vera Spiritualità dell’Arte. L’intervistatore gli chiede della Pietra – tutti chiedono della Pietra ad un alchimista, no? – e Canseliet risponde che non l’ha, la Pietra. Ognuno potrà fare le proprie riflessioni, e restare convinto che un alchimista che non abbia la Pietra Trasmutatoria non sia de facto un alchimista. Su Canseliet, che ha portato con maestria e somma dignità il pesante carico di araldo pubblico dell’Arte d’Alchimia, dopo l’apparizione provvida e misteriosa di Fulcanelli, si sono abbattuti cicloni di ogni tipo, sia a favore che contro.

Per i quieti, i pacifici, calmi, i sereni compagni di viaggio, gli innamorati dello stesso identico viaggio di Canseliet, resta da apprezzare la profondità, la dignità e la semplicità di un uomo che ha donato tutto sè stesso alla Gran Dama, tentando con ogni mezzo, non soltanto di insegnare, ma soprattutto di testimoniare la forza di una fiamma preziosa, accesa nel cuore di ogni solitario cercatore. Ogni ètudiant dovrebbe ringraziare il Cielo che ci sia stato, su Terra, un uomo buono come Eugène Canseliet. Ma tendiamo spesso a dimenticarcene…Mercì, Maitre!

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