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Du Feu & du Sel … un viaggio.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli, Philosophia Naturalis with tags , , , , , , , , , , , , on Tuesday, January 1, 2019 by Captain NEMO

Il Capitolo Settimo dell’Alchimie expliquée sur ses textes classiques – edita da Eugène Canseliet nel 1972 – è intitolato ‘Le Sel des Philosophes‘, ed è uno dei brani più interessanti per chi studia e pratica Alchimia. In tutta evidenza, se è chiaro che anche Canseliet ha sempre sostenuto che lo studio dei buoni testi fosse indispensabile per un proficuo supporto all’esperienza del Laboratorio, è altrettanto chiaro che ciò di cui ha voluto parlare non è certo da prendere alla lettera, come è usanza per chiunque abbia una qualche dimestichezza con il metodo con cui Conoscenza ed esperienza vengono condivise e trasmesse a chi percorre la stessa Via operativa. Torniamo al Capitolo Settimo: il titolo chiarisce che l’oggetto delle considerazioni dell’autore non è in alcun modo il sale comune, ma il ‘Sale dei Filosofi‘, che è – nei fatti – l’attore principale del semplice processo alchemico. Di più: quel ‘Sel‘ di cui parla il Maitre de Savignies non è – e molti ne rimarranno forse sorpresi – nemmeno quel composto chimico che risultasse dalla reazione tra il tartaro e nitro; pur curioso nelle sue qualità, per chi le avesse sperimentate all’Opera, esso è ben lontano da quel  ‘Sel des Phiosophes‘ di cui parlava più di quarant’anni fa Canseliet. Certo, da assiduo sperimentatore quale era – una appassionata assiduità di cui il famoso processo sulla surfusione del piombo ne fu la prova provata – avrà senza dubbio inizialmente ritenuto che quella unione ‘ana‘ potesse essere preziosa: in effetti, la necessità di buoni ‘fondants‘ lungo la via spagirica dei metalli, mostra  all’Artista attento – nel corso della pratica ripetuta centinaia di volte – degli indizi che potrebbero risultare estremamente utili nel corso dei propri studi e delle proprie esperienze: ma occorre un profondo senso dell’osservazione sperimentale , una passione radicata nella Conoscenza della Teoria Alchemica – la quale è Scienza e Arte dei processi della Creazione della Materia, e non certo una tecnica soltanto, banalmente, trasmutatoria mirata all’ottenimento di una o più Pietre – e una abitudine costruita negli anni a verificare sempre nella pratica quella Teoria, più antica del nostro mondo. Nel corso del proprio cammino di studio e pratica l’Artista modula e raffina sia la tecnica che l’operatività: e si accorge che il famoso monito ‘Una Res, una Via, una Dispositione contrasta talvolta con quel che sta cercando di mettere in pratica: e qui, la riflessione, la meditazione profonda sui testi e sui propri appunti di Laboratorio – oh, quanto preziosi -, si rivela – talvolta – esiziale; l’Artista deve studiare Madre Natura nel suo più intimo procedimento della Creazione, e – per l’appunto – è quella peculiare substantia che chiamiamo ‘Sel’ che svolge il ruolo chiave in Creazione negli Universi; e dunque, nel crogiolo alchemico posto nel forno. Quel Sale ha ricevuto una miriade di nomi, frutto dell’acume e dell’ingegno di chi ha studiato e praticato lungo quella Via. Canseliet ne ricorda molti ai suoi lettori: personalmente, credo che sia corretto parlarne come il ‘Sel de Pierre‘, meglio ancora come il ‘Primum Ens dei Sali‘ di Philalethe; più che il nome, quel che conta davvero è la sua funzione, poiché è la funzione di una substantia ciò che la caratterizza nella Creazione di Materia, sia essa in accadimento all’interno di una stella o nel crogiolo alchemico: se l’Artista volesse cogliere meglio quel che cerco di spiegare (perdonate, facile non è spiegare! … direbbe Yoda), quel monito capitale ‘Una Res, Una Via, una Dispositione potrebbe render conto del fatto – sperimentale! – che una stessa sostanza usata in contesti operativi diversi svolge una funzione diversa. Naturalmente non sto parlando di chimica, né di fisica; ma di Alchimia e di Physica, che oggi – chissà perché – nessuno ama più studiare; figurarsi sperimentare.

Prima di proseguire, credo utile esaminare meglio quel Capitolo sul ‘Sel des Philosophes‘, anche alla luce di quanto riportato in un commento del mio Post sulla curiosa medaglia coniata da Herr Friedrich Kleinert (qui), il quale era un appassionato alchimista in quel di Nuremberg, cui il giovane Leibnitz si rivolgeva con una certa riverenza. L’emblema che ha attirato l’attenzione di Madame Compostellae a quanto scritto dall’ottimo e sagace Fra’ Cercone figura per l’appunto all’interno del Capitolo Settimo ed è – secondo quel che scrive Canseliet – ‘La petite vignette, qui éclaire le titre de l’admirable Traité du Feu et du Sel’ di Blaise de Vigenère; eccola:

Traicte du Feu & du Sel – 1642

Il trattato in cui figura la famosa vignetta fu pubblicato nel 1642 a Rouen; tutti conoscono la giusta passione di Canseliet per l’Editio Princeps di un trattato antico; ma questo famoso e ottimo trattato, ritrovato dopo la morte di de Vigenére, fu in realtà edito per la prima volta nel 1618 a Parigi, e questo è il suo frontespizio:


Traicte du Feu & du Sel – 1618

Probabilmente Canseliet scelse la ‘Derniere Edition reueuë & corrigee‘ perché gli era utile per ciò che intendeva esporre a proposito del ‘Sel’; l’emblema dell’edizione del 1642 raffigura il putto-parvulo con una mano che tiene un nastro che sorregge la pietra squadrata, mentre con l’altra indica il Re tra le nubi aperte (si deve notare che questa sua mano destra è ‘alata’); il putto è in piedi su una sommità erbosa, cui fa da sfondo uno specchio d’acqua, con un albero radicato su un promontorio sulla destra di chi guarda. Il motto recita ‘Paupertas summis ingeniis obesse ne provehantur‘, e viene tradotto da Canseliet come ‘La pauvreté nuit aux meilleurs étudiants, de sorte qu’ils n’avacent pas‘. Ai quattro angoli figurano i tre gigli di Francia, una croce greca, il quatre-de-chiffre dell’incisore, e l’Agnus Dei. La didascalia della Pl. XIII recita: ‘Que des confidence Blaise de Vigenère n’aurait pas faites, dans son traité inestimable, qu’il gardait pour lui seul, s’il avait pu prévoir que cet ouvrage fut tout de suite trouvé après sa mort. Ce petit cartouche de titre est assez éloquent du lieu, inaccessible à l’ordinaire, d’ou l’alchimiste reçoit son sel et son feu Philosophiques et secrets.‘.

Se l’Artista volesse esaminare la vignetta del’Editio Princeps del 1618, osserverebbe un uomo-pastore, inginocchiato e forse pregante, posto a sinistra di un ara sacrificale su cui un agnello arde in un fuoco che lo avvolge, il cui fumo sale verso le nubi dalle quali, aperte in due, appare un piccolo Re coronato e radiante; l’altare reca sulla faccia frontale una stella a sei punte (con due lambelli), nel cui centro è raffigurato il simbolo del Mercurio, il tutto ambientato in una campagna bucolica, con ovini che brucano l’erba e quel che sembra una fascina accanto al sacrificante. Il motto recita: ‘Sacrum pingue dabo nec macrum sacrificabo.‘. Si tratta evidentemente di una rappresentazione del sacrificio al Signore da parte di Abele (si noti che il motto, se letto al contrario, rappresenterebbe quello di Caino), ma quel ‘mercurio’ non dovrebbe far parte di questa iconografia biblica. De Vigenére, diplomatico e famoso crittografo, morì nel 1596 e la vignetta dell’ Editio Princeps del 1618 di Parigi fu scelta da Françoise de Louvain, la vedova di L’Angelier, il quale si chiamava Abel; entrambi i coniugi Angelier erano appassionati editori alla corte di Parigi, ma che dire di quel simbolo?

La ‘Derniere Edition‘ del 1642, quella segnalata da Canseliet, fu edita a Rouen da Jacques Caillou(e): ma – forse – Canseliet ritenne di non parlare dell’Editio Princeps per motivi suoi; questo metodo di ‘dire e non dire‘, ‘guarda qui e non là‘, che fa disperare i neofiti – e che induce molti a pensare che i testi non siano degni di esser studiati – venne naturalmente adottato anche da Canseliet (e non solo in questo suo testo del 1972), il quale – ovviamente – scrive nel Capitolo Settimo: ‘A livello sperimentale gli alchimisti mantennero nei riguardi del sale una discrezione impenetrabile e feroce‘. Fu anche questo metodo, assieme alla ‘pelosa’ venerazione da parte della sua corte di contemporanei francesi, che in qualche modo infastidì il giovane ed inesperto Jean Laplace, il quale – al contrario del maestro – non amava i troppi orpelli, le troppe trappole-per-gli-ingenui, che impedivano ai giovani di avvicinarsi all’Alchimia; sed de hoc satis.

Dopo De Vigenére, il buon Maitre de Savignies sostenne il suo discorso con brani tratti da Altus, Basilio Valentino, naturalmente Fulcanelli (in questo contesto, da Le Dimore Filosofali), Sethon, Sendivogius, Lemery, De Saint-Didier, De Copponay de Grimaldy, Digby, Crassellame, Philalethe, Gosset, et alia. In effetti, l’argomento meritava queste citazioni preziose, nel tentativo più che caritatevole di fornire allo studente innamorato una messe di spunti da approfondire, di aspetti su cui meditare. Si tratta, senza dubbio, di uno dei capitoli più belli, importanti e preziosi del libro del 1972, ed il cui valore è di primissimo piano. Tuttavia, proprio perché Canseliet va studiato – come ogni autore – cum grano salis, proverò a segnalare alcuni passi che magari appaiono scontati, ma che sono a mio avviso piuttosto utili alla ricerca del bandolo della matassa che avvolge quel benedetto ‘Sel des Philosophes‘:

… il sale appare costituito in parte di sostanza fissa, in parte di materia volatile. Si sa, in chimica, che i sali, formati da un acido e da una base, rivelano, nella loro decomposizione, la volatilità del primo così come la fissità dell’altro. Poiché il sale partecipa nel contempo del principio mercuriale per la sua umidità fredda e volatile (aria) e del principio solforoso per la sua secchezza infuocata e fissa (fuoco), serve dunque da mediatore tra i componenti solfo e mercurio del nostro embrione.“.

La citazione chimico-fisica – tratta da Fulcanelli, Les Demeures Philosophales, tome II, p. 82 – merita che si sottolinei: la ‘sostanza fissa‘ e la ‘materia volatile‘, poi l’inciso ‘nella loro decomposizione‘, e la presenza contemporanea di un’aria cui soggiace un’acqua, e di un fuoco cui soggiace una terra. E ci si ricordi che chimica e Alchimia non hanno nulla da spartire: non tutto è quel che sembra. Inoltre, si dice qui – in questo contesto! – che il sale ‘serve‘ da mediatore tra zolfo e mercurio ‘del nostro embrione‘.

La confusione è molto più difficile da dissipare, quando i Filosofi considerano il sale che corrisponde al terzo principio, nell’intimo stesso del minerale o del metallo. Cosicché il neofita non dovrà sperare, come la logica sembrerebbe autorizzare a tutta prima, che sarà informato sulla sostanza che esaminiamo dal Trattato del Sale di Alexander Sethon. La discriminazione pretende sicuramente tempo e sforzo.“.

Questo è un aspetto cruciale: si parla qui di una ‘cosa’ che è nell’intimo di qualcosa, sia quest’ultima minerale o metallo; intimo è ‘in-tumus‘, ciò che “è” più-che-dentro. Non appare; e per dargli eventualmente  ‘parvenza’ occorre il tempo e lo sforzo.

Segue poi la descrizione del sale da parte del Cosmopolita:

… ce précieux Sel blanc comme neige, qu’il puisse puiser l’eau vive du Paradis, & qu’il puisse avec icelle préparer la teinture Philosophique …“.

Canseliet avvisa che tale indicazione sarà utile a chi abbia già conoscenza della fontaine du sel !

Segue – dopo la famosa frase ‘Notre sel, ou, si l’on préfère, notre fondant, est double parce qu’il est physiquement composé de l’addition ana de deux sels différents …‘ – la citazione dal Mutus Liber delle tavole VIII e XI con i simboli del tartaro e dell’ammoniaco-harmoniaco; poi: ‘Il figlio della scienza noterà che il triangolo e i suoi tre steli lanceolati, che esprimono la feccia del vino solidificata, designano anche lo zolfo filosofico, così come d’altra parte mostra la tavola presa dal Course de Chymie di Nicholas Lemery.‘ (mia traduzione). Ecco la tavola in questione:

Lemery, Course de Chymie, 1756

A seguire: ‘Ce n’est sans doute pas pour rien, que notre salpêtre fondu – sal petræ, sel de pierre – en sa blancheur d’émail, est appelé le cristal minéral .. Mais l’alchimiste n’ignore plus, que notre adjuvant salin, notre médiateur, est constitué du mélange de deux composés oxygénés, lesquels sont, par là même, le feu des sages..‘. Paolo traduce giustamente quel salpêtre come salnitro, ma può valer la pena riflettere oltre. Inoltre, cos’è uno smalto? E, sempre scansando la chimica, perché si parla di ‘ossigenato’? Come si ‘ossigena’ in Alchimia? Dice inoltre Canseliet, che è proprio per questo artificio  che quei due composti – opportunamente mescolati – ‘sono’ … il fuoco dei saggi (!). Consiglio di non saltar subito alle conclusioni, sebbene anche questo sia un punto cruciale, molto caritatevolmente posto in non-evidente-evidenza.

E poche righe prima della notissima citazione di Limojon sulla ‘natura della calce’ di questo fuoco, Canseliet afferma che l’artista lo dovrà conservare ‘… così come l’avrà estratto dal mezzo che lo ha generato, con la più grande diligenza.‘. Sottolineo il ‘mezzo che lo ha generato.‘.

Si passa poi al magnifico testo di de Copponay de Grimaldy, con il famoso brano sul Nitro celeste, le cui frasi si riferiscono, scrive Canseliet, ‘au premier aidant salin‘.

Segue poi l’altrettanto famoso brano sul Salium Ens Primum di Philalethe, dove giustamente Canseliet avverte della onestà delle affermazioni dell’Adepto Inglese, a dispetto dell’assurda frase sulla relazione tra calore esterno ed interno.

Stabilito che si è che il nitro possa essere arricchito con il suo isomero celeste, si passa poi al secondo composto; ancora Limojon ed il Cosmopolita per indicare che è dalla nostra rugiada che si può trarre il Sal petra Philosophorum, fino ad arrivare alla auspicata conclusione: il Vitriol des Philosophes.

Qui, credo che l’avvertimento sia d’obbligo: non tutto è quel che sembra. Per andar dritto, talvolta occorre una curiosa deviazione. Impercettibile, ma esiziale.

Terminata questa escursione sul Capitolo Settimo, della cui lunghezza mi scuso, ma che spero possa essere di una qualche utilità per chi cerca con cuor allegro e privo dei soliti pregiudizi, torno alle considerazioni di Madame Compostellae: concordo che quell’emblema sia coerente con quanto raffigurato sul verso della medaglia di Herr Kleinert; mentre la invito a considerare ancora una volta il contesto dell’operatività suggerita tanto dalla medaglia che dalle due (due) curiose vignette di cui ho tenuto a parlare, le ricordo che quel putto dell’emblema del 1642 non è alato: è la mano destra ad essere alata e indica l’alto, mentre l’altra è per Natura appesantita dalla gravitas di quella ‘cosa’ (lei dice che è salina?  … uhm; forse sì, forse no; dipende, per l’appunto dal contesto funzionale). Chi è davvero alato è quel tipo tra le nubi dell’emblema del 1618, che è d’altro canto rappresentato in alcuni emblemi (in altri testi, non alchemici) pubblicati dall’atelier L’Angelier sia come un angioletto che come un piccolo re; é da notare quel ‘mercurio’ sull’ara di Abele (è qui che si dovrebbe esclamare “così in alto, come in basso“, forse). E se non si può che sorridere divertiti dal fatto che l’editore parigino si chiamasse proprio L’Angelier, come si fa a non pensare a Lancillotto? Si rilegga lo straordinario Chevalier de la Charette di Paolo, e non dimentichi che la famiglia di Lancillotto, che fu un vero personaggio dell’epoca di Arthur of Britain, si nomava de l’Acs, da cui il banale nome di Lancillotto del Lago; e che l’acqua di cui si parla, e che figura anche nell’emblema del 1642, è un’acqua-che-non-bagna-le-mani, pur essendo lo ‘speculum‘ sia il contraltare terreno del Cielo che quello dei Saggi, dove, secondo Sethon, l’Artista può contemplare – con riverente meraviglia – ‘la Natura’.

Mi permetto poi, di ringraziare ancora una volta il sornione ma fraterno Fra’ Cercone per la sua precisissima indicazione nella sua traduzione dei motti della medaglia di Herr Kleinert.

Dimenticavo: va da sé che consiglio vivamente di leggere e poi studiare al meglio il Traitcté du Feu et du Sel: tra le tante perline degne di nota ne ho scelto una; De Vigenére l’ha presa come punto di partenza del suo scritto e – dal Vangelo di San Marco – suona così:

Tout homme sera sallé de feu; & toute victime sera sallé de sel.

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Les Feux du President…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia with tags , , , , , on Friday, October 23, 2009 by Captain NEMO

Molte volte ci si chiede se esista una sorta di meccanismo nell’Opera. Risponderei che – propriamente – non vi è assolutamente nulla di veramente meccanico, almeno per come conosciamo noi la meccanica…Tuttavia, a ben guardare, l’azione del Fuoco, descritta a iosa in ogni buon trattato d’Alchimia, si presta meglio a questo nostro modo, peraltro comune e pure necessario, di vedere le cose attorno a noi.

Tra i vari autori emeriti che ci hanno lasciato le loro indicazioni al riguardo, spicca per semplicità e chiarezza meccaniche il Presidente D’Espagnet, le cui due opere sono a mio avviso due piccole perle di saggezza. Ed estremamente semplici, e magistralmente modellate ad educare la nostra percezione dei misteriosi fenomeni di Madre Natura. Chiunque abbia studiato un po’, avrà forse tentato di schematizzare i tipi di fuoco (usualmente tre o quattro) descritti da Frate Basilio Valentino (con la preziosa nota di Canseliet), da Frà Marcantonio Crassellame, da Artephius, da Filalete, dal Trevisano et alia.

Talvolta i nomi e le descrizioni appaiono in leggero disaccordo: eppure, visto che descrivono una cosa unica, la concordanza deve esistere e può essere trovata. Certo occorre riflettere bene e saper comprendere, essendone prima disposti, di che cosa si stia parlando. Penso dunque che la grande cura del Presidente D’Espagnet nel parlare dell’Arte per canoni possa aiutare a chiarire al meglio quell’ipotetico schema. La confusione potrebbe scomparire.

Probabilemte questo Post potrebbe risultare un po’ noioso, vista la lunghezza, ma non ho saputo evitarlo: il Presidente è molto, molto chiaro e conosceva perfettamente ciò di cui andava parlando. Certo, in un paio di punti è stato quasi obbligato ad un po’ di amorevole perfidia, ma – tutto sommato – chi studia sa che c’è di molto peggio!

Trovo il Canone 93 poetico ed illuminante: e continuando nella lettura vi si dovrà tornare spesso. E’ un meccanismo poetico quello che viene descritto, ma la cui efficacia, in termini di azione sulla vita della materia minerale, è imprescindibile.

Ho tradotto questi canoni dell’ Arcanum Hermeticae Philosophiae Opus in modo rapido e ovviamente personale, cercando di evitare fronzoli ed interpretazioni: io credo che non siano necessari miei commenti, tanto è luminoso ciò che vien detto. Lo ripeto: se si mettono a confronto i vari autori, l’enigma si trasformerà in una serena consapevolezza. Almeno, lo auguro e lo spero!

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93

Le nom de feu est homonyme parmi les philosophes, car il se prend quelquefois par métonymie pour chaleur, et ainsi il y a autant de feux que de chaleurs. Dans la génération des métaux et des végétaux la nature reconnaît un triple feu, à savoir le céleste, le terrestre et le greffé. Le premier coule du Soleil comme de sa source dans le sein de la terre : il émeut les fumées ou vapeurs du mercure et du soufre, desquelles sont créés les métaux, et se mêle à elles ; il excite le feu greffé dans les semences des végétaux, où il dort, et lui ajoute de petits feux pareils à des éperons, pour développer la végétation. Le second feu est caché dans les entrailles de la terre : par son impulsion et son action, les vapeurs souterraines sont poussées en haut par des pores et de petits tuyaux, et chassées du centre vers la surface du sol, aussi bien pour la composition des métaux là où la terre est comme enflée, que pour la production des végétaux, en putréfiant, en amollissant, et en préparant pour la génération leurs semences. Quant au troisième, qui est engendré du premier, c’est-à-dire du feu solaire, dans la fumée vaporeuse des métaux, s’étant mêlé dans leur menstrue, il forme une concrétion avec cette matière humide et y demeure comme retenu prisonnier par force, ou plutôt il y est attaché comme la forme du mixte. Il demeure là enté dans les semences des végétaux, jusqu’à ce qu’étant sollicité et ému par les rayons paternels, il agite et informe la matière intérieure, et devienne ainsi le sculpteur et l’économe du mixte tout entier. Mais dans la génération des animaux, le feu céleste coopère aussi insensiblement avec l’animal, car il est le premier agent dans la nature. La chaleur de la femelle répond à la chaleur terrestre, lorsqu’elle putréfie, fomente et prépare la semence : mais le feu enté dans la semence est le fils du Soleil, qui dispose la matière, et l’ayant disposée, l’informe.

 “Il nome fuoco è omonimo tra i filosofi, poiché si intende per metonimia talvolta come calore, e così vi sono tanti fuochi quanti calori. Nella generazione dei metalli e dei vegetali la natura riconosce un fuoco triplo, cioè il celeste, il terrestre e l’innestato [1]. Il primo fluisce dal Sole, come sua sorgente, nel seno della terra: esso emette i fumi o vapori di mercurio e di zolfo, dai quali sono creati i metalli, e si mescola ad essi [2]; esso eccita il fuoco innestato nelle semenze dei vegetali, dove dorme, e gli aggiunge dei piccoli fuochi simili a speroni per sviluppare la vegetazione. Il secondo fuoco è nascosto nelle viscere della terra: attraverso il suo impulso e azione, i vapori sotterranei sono spinti in alto attraverso dei pori e dei piccoli canali, e cacciati dal centro verso la superfice del suolo, sia per la composizione dei metalli là dove la terra è come gonfiata, sia per la produzione dei vegetali, purificandoli, rendendoli molli, e preparandoli per la generazione delle loro semenze. Quanto al terzo fuoco, il quale è generato dal primo, cioè dal fuoco solare, nel fumo vaporoso dei metalli, essendosi mescolato nel loro mestruo, esso forma una concrezione con questa materia umida e vi dimora come se fosse trattenuto prigioniero con la forza, o piuttosto vi è attaccato come la forma del misto. Esso dimora là , unito, nelle semenze dei vegetali, sino a che, sollecitato e emozionato [3] dai raggi paterni, agita e informa la materia interna, e diviene così lo scultore e l’economo del misto tutto intero. Ma nella generazione degli animali, il fuoco celeste coopera altrettanto insensibilmente con l’animale, poiché è il primo agente nella natura. Il calore della femmina risponde al calore terrestre, quando essa putrefà, fomenta e prepara la semenza: ma il fuoco unito nella semenza è il figlio del Sole, che dispone la materia, ed avendola disposta, l’informa.”

94 – Le Triple Feu

Les Philosophes ont observé un triple feu dans la matière de leur Œuvre : le feu naturel, le non naturel, et le contre nature. Ils appellent feu naturel cet esprit de feu tout céleste qui est enté et gardé dans la profondeur de la matière, et qui lui est très étroitement attaché : à cause de la force du métal il devient hébété et inerte, jusqu’à ce qu’excité par l’artifice philosophique et une chaleur externe, il obtienne sa liberté et recouvre en même temps la faculté de se mouvoir. Car alors, en pénétrant, en dilatant et en congelant, il informe enfin la matière humide. Or, dans quelque mixte que ce soit où ce feu naturel soit mêlé, il y est le principe de la chaleur et du mouvement. Ils appellent feu non naturel celui qui, attiré d’ailleurs et survenant du dehors, a été introduit dans la matière par un artifice admirable, de sorte qu’il augmente et multiplie les forces du feu naturel. Mais ils appellent feu contre nature celui qui putréfie les corps composés, et qui corrompt le tempérament de la Nature. Celui-ci est imparfait, parce que trop faible et insuffisant pour la génération, il ne peut pas franchir les bornes de la corruption. Tel est le feu, ou la chaleur, du menstrue : néanmoins, c’est de manière impropre qu’on lui donne le nom de feu contre nature, puisqu’il est plutôt en quelque sorte conforme à la nature, après la forme spécifique : il corrompt en effet la matière, mais de telle sorte qu’elle soit disposée à la génération.

 « I Filosofi hanno osservato un fuoco triplo nella materia della loro Opera ; il fuoco naturale, il non naturale, ed il contro natura. Essi chiamano fuoco naturale questo spirito di fuoco tutto celeste che è unito e protetto nella profondità [4] della materia, e che le è strettamente attaccato: a causa della forza del metallo diviene ebete ed inerte, sino a quando, eccitato grazie[5] all’artificio filosofico ed un calore esterno, ottiene la sua libertà e  riscopre allo stesso tempo la facoltà di muoversi. Poiché allora, penetrandola, dilatandola e congelandola, informa infine la materia umida. Ora, in qualunque misto a cui questo fuoco naturale sia mescolato, ne è il principio di calore e movimento. Essi chiamano fuoco non naturale quello che, attirato d’altrove e sopravvenendo da fuori, è stato introdotto nella materia grazie ad un artificio ammirevole, in modo che aumenta e moltiplica le forze del fuoco naturale. Ma essi chiamano fuoco contro natura quello che putrefà i corpi composti, e che corrompe il temperamento della Natura. Questo è imperfetto, perché troppo debole e insufficiente per la generazione, (e) non può superare i limiti della corruzione. Tale è il fuoco, o il calore, del mestruo; nondimeno, è in modo improprio che lo si chiama con il nome di fuoco contro natura, poiché esso è piuttosto in qualche modo conforme alla natura,  grazie alla forma specifica: esso corrompe in effetti la materia, ma in un modo tale che essa viene resa disposta alla generazione.”

95

Cependant il est croyable que le feu corrupteur, qu’on appelle contre nature, ne soit autre que le feu naturel, mais seulement au premier degré de sa chaleur, car l’ordre de la nature requiert que la corruption précède la génération. Le feu naturel donc, conformément aux lois de la nature, fait l’une et l’autre, en excitant deux sortes de mouvements tour à tour dans la matière. Le premier est un mouvement lent de corruption, suscité par une chaleur débile, pour amollir et préparer le corps. L’autre mouvement est celui de la génération, plus vigoureux et plus fort, excité par une chaleur plus violente, afin d’animer et d’informer pleinement le corps déjà disposé par le premier. Deux sortes de mouvements se font donc, à deux degrés différents de chaleur, du même feu. Et il ne faut pas penser pour autant qu’il y ait deux sortes de feu, mais avec beaucoup plus de raison, il faut donner le nom de feu contre nature à celui qui détruit par la violence.

 « Tuttavia è credibile che il fuoco corruttore, che si chiama contro natura, non sia altro che il fuoco naturale, ma soltanto al primo grado del suo calore, poiché l’ordine della natura richiede che la corruzione preceda la generazione. Il Fuoco naturale, dunque, conformemente alle leggi della natura, fa l’uno e l’altro, eccitando via via due tipi di movimenti nella materia. Il primo è un movimento lento di corruzione, suscitato da un calore flebile, per rammollire e preparare il corpo. L’altro movimento è quello della generazione, più vigoroso e più forte, eccitato da un calore più violento, al fine di animare e d’informare pienamente il corpo già disposto dal primo. Si fanno dunque due tipi di movimento, a due diversi gradi di calore, da parte dello stesso fuoco. E non bisogna pensare tuttavia che vi siano due tipi di fuoco, ma con molta più ragione, bisogna dare il nome di fuoco contro natura a quello che distrugge attraverso la violenza.”

96

Le feu non naturel se convertit par des degrés successifs de digestion en le feu naturel, qu’il augmente et multiplie. Tout le secret consiste en la multiplication du feu naturel, qui ne peut seul, par ses propres forces, ni agir ni communiquer une teinture parfaite aux corps imparfaits ; car il se suffit seulement à lui-même, et n’a pas de quoi donner du sien. Mais, multiplié par le feu non naturel qui abonde merveilleusement en vertu de multiplier, il agite avec beaucoup plus de force et s’étend bien au-delà des bornes de la nature, teignant et perfectionnant les corps étrangers et imparfaits, par le moyen de la teinture qu’il a sucée, et de ce feu précieux qui lui a été ajouté.

 « Il fuoco non naturale si converte per gradi successivi di digestione in fuoco naturale, che aumenta e moltiplica. Tutto il segreto consiste nella moltiplicazione del fuoco naturale, il quale non può, da solo, con le sue proprie forze, né agire né comunicare una tintura perfetta ai corpi imperfetti; poiché è sufficiente soltanto a sé stesso, e non ha di che donare di suo. Ma, moltiplicato grazie al fuoco non naturale che abbonda meravigliosamente in virtù moltiplicativa, agita con molta più forza e si estende ben al di là dei limiti della natura, tingendo e perfezionando i corpi estranei e imperfetti, per mezzo della tintura che ha succhiato [6], e di questo fuoco prezioso che gli è stato aggiunto.”

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Les philosophes appellent aussi leur eau un feu, parce qu’elle est souverainement chaude et pleine d’un esprit de feu : aussi la nomment-ils encore eau de feu : car elle brûle et consume les corps des métaux parfaits plus que le feu ordinaire. Cette eau les dissout parfaitement, alors même qu’ils résistent à notre feu, sans pouvoir aucunement être dissous par lui : pour cette raison, elle est aussi appelée eau ardente. Or ce feu de teinture est caché dans la racine et dans le centre de l’eau, où il se manifeste par deux sortes d’effet, à savoir par la dissolution du corps et par la multiplication.

 « I Filosofi chiamano fuoco anche la loro acqua, poiché essa è sovranamente calda e piena di uno spirito di fuoco: così la chiamano pure acqua di fuoco: poiché essa brucia e consuma i corpi dei metalli imperfetti più che il fuoco ordinario. Quest’acqua li dissolve perfettamente, mentre essi resistono al nostro fuoco, senza poter essere in alcun modo dissolti da esso: per questa ragione, essa è chiamata anche acqua ardente. Ora questo fuoco di tintura è nascosto nella radice e nel centro dell’acqua, dove si manifesta attraverso due tipi di effetti, cioè la dissoluzione del corpo e la moltiplicazione.”

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La nature se sert de deux sortes de feu dans l’ouvrage de la génération, d’un interne et d’un autre externe. Le premier, ou feu naturel, qui gît dans les semences des choses et dans les mixtes, est caché dans leur centre, d’où il meut et vivifie le corps, en tant que principe du mouvement et de la vie. Mais l’autre, ou feu étranger, soit qu’il vienne du ciel, soit qu’il parte de la terre, réveille le premier, qui est comme enseveli dans le sommeil, et le pousse à agir ; car les petits feux vitaux qui sont empreints dans les semences, ont besoin d’un moteur externe afin de pouvoir eux-mêmes se mouvoir et agir.

 «  La natura si serve di due tipi di fuoco nell’opera della generazione, di uno interno e di un altro esterno. Il primo, o fuoco naturale, che risiede nelle semenze delle cose e nei misti, è nascosto nel loro centro, da dove muove e vivifica il corpo, come principio di movimento e della vita. Ma l’altro, o fuoco estraneo, sia che venga dal cielo, sia che parta dalla terra, risveglia il primo, che è come sepolto nel sonno, e lo spinge ad agire; poiché i piccoli fuochi vitali che sono impressi nelle semenze hanno bisogno di un motore esterno al fine di poter muoversi e agire essi stessi.”

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Il en va de même dans l’ouvrage philosophique ; car la matière de la pierre possède son feu intérieur et naturel, qui est en partie augmenté et accru d’un feu externe et étranger, grâce à la science philosophique. Ces deux feux s’unissent et s’allient fort bien intérieurement, d’autant qu’ils sont conformes et homogènes : l’interne a besoin de l’externe, que le philosophe lui ajoute selon les préceptes de l’art et de la nature, celui-ci provoque celui-là au mouvement. Ces feux sont comme deux roues, dont celle qui est cachée se meut plus vite ou plus lentement, selon la manière dont elle est poussée et incitée par celle qui est manifeste. Et ainsi l’art vient au secours de la nature.

 « Accade la stessa cosa nell’opera filosofica ; poiché la materia della pietra possiede il suo fuoco interno e naturale, che è in parte aumentato ed accresciuto da un fuoco esterno ed estraneo, grazie alla scienza filosofica. Questi due fuochi si uniscono e si alleano molto bene interiormente, visto che sono conformi ed omogenei: l’interno ha bisogno dell’esterno, che il filosofo gli aggiunge secondo i precetti dell’arte e della natura, questo provoca quello al movimento. Questi due fuochi sono come due ruote, delle quali quella che è nascosta si muove più svelta o più lentamente a seconda del modo con cui essa viene spinta ed incitata da quella che è manifesta. E così l’arte viene al soccorso della natura.”

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Le feu interne tient le milieu entre le feu externe, son moteur et sa matière : de là vient que, de même qu’il est mû par celui-là, il meut pareillement celle-ci, et que s’il en est poussé avec véhémence ou avec modération, il opère de la même manière dans sa matière. Enfin, l’information de tout l’ouvrage dépend de la mesure du feu externe.

 « Il fuoco interno è il mezzo tra il fuoco esterno, suo motore, e la sua materia : per questo accade che, mentre viene mosso attraverso quello, esso muove ugualmente questa, e che se ne viene spinto con veemenza o con moderazione, opera allo stesso modo nella usa materia. Infine, l’informazione di tutta l’opera dipende dalla misura del fuoco esterno.”


[1] Generalmente viene detto ‘innato’, ma – come si legge – l’immagine dell’innesto rende molto meglio l’idea di questa particolare azione celeste.

[2] Si mescola ai vapori, non ai metalli.

[3] Potrebbe anche tradursi con ‘mosso’, ma mi piace di più quell’ “emozionarsi” del figlio grazie ai raggi del padre.

[4] La ‘profondeur’. In proposito, vide Canseliet…

[5] Questa eccitazione avviene grazie a due cose: l’artificio indispensabile ed il calore.

[6] C’è da chiedersi da ‘cosa’ abbia succhiato la tintura…ma la risposta non dovrebbe essere difficile.

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Jean d’Espagnet, Presidente del Tribunale di Bordeaux, si firmava con due frasette:

Penes Nos Unda Tagi

e

Spes Mea est in Agno

Ogni commento è lecito e gradito!

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