Canseliet diceva negli anni ’80 che l’Alchimia stava godendo di un momento di grande rilievo, sia per l’interesse crescente da parte dei più giovani, sia per una sorta di nuova consapevolezza da parte dell’uomo. Forse era così. A quei tempi, è curioso dirselo, il sottoscritto faceva parte di quei giovani.
Oggi, pare, le cose sono mutate: forse a causa dei momenti bui che la nostra banale civiltà sta vivendo sul pianeta, siamo tutti, chi più chi meno, incatenati alle cose pratiche, materiali, spicce. Si dice che vi sia una crisi economica globale, ma più probabilmente si tratta di una crisi di valori interni. L’uomo si scopre sempre più povero materialmente e dimentica, come sotto gli effetti di una brutta droga, la ricchezza del Creato. E’ un processo ciclico, che si può riscontrare molte volte nella nostra storia: una sorta di modello perverso, in cui il salire o lo scendere una scala sempre uguale ci fa assomigliare più a dei teneri criceti in gabbia, appagati dallo stare in gabbia, che ad anime in cerca di verità.
Noto, con un certo disagio, che non si dialoga più d’Alchimia, di Filosofia della Natura, nemmeno tra coloro i quali hanno in qualche modo abbracciato il cammino lungo verso il Campo della Stella. E’ un preciso segnale. Se dovessi dire la mia, parafrasando al contrario ciò che diceva il buon Maitre di Savignies, l’Alchimia non desta più vera Meraviglia. E questo, a mio modesto avviso, è un gran peccato. Voglio dire che abbiamo, di nuovo, smarrito il senso del Meraviglioso. Ma, ormai l’ho ben compreso, non è un problema. L’uomo ama le parole e non ha mai amato più di tanto la sostanza delle cose. L’essere umano è malato, come il mondo in cui dice di vivere, protestando. E soffre: la Baghavad Gita dice che la Sofferenza è mancanza di Conoscenza. Cognoscere è ‘essere con la Gnosi‘, un compito immane. Conoscere la substantia significa andare alla ricerca di ciò che giace sotto, di ciò che regge ciò che ‘sta’. Ma la ricerca fattuale, non intellettuale, non metafisica, della substantia è una cosa da cui tenersi alla larga.
Il motivo di questo singolare caveat, forse, risiede nel fatto che una volta che soltanto si ipotizzi che tale substantia non abbia i connotati delle certezze che amiamo costruire attorno a noi e – soprattutto – dentro di noi, allo scopo mai troppo dichiarato di garantirci una sopravvivenza, l’uomo fugge. Atterrito. Tutto ciò in cui crede ed ha creduto, crolla, miseramente. Le cosiddette sicurezze, cessano all’istante di esistere.
La realtà delle cose, di ogni cosa, di ogni Creazione, non è affatto quella che descrivono le nostre Scienze ed i nostri sistemi di conoscenza. Dunque, una cosa è l’interpretazione di un fenomeno attraverso modelli, certo tanto utili e spendibili quanto sempre poco duraturi, un’altra è scoprire che le Cause Prime che sono alla base di tutto ciò che vediamo, tocchiamo, utilizziamo e consumiamo hanno una connotazione unica ed estremamente opposta alla logica umana. E’ un po’ come dire che ci si può innamorare solo di una cosa che è in qualche modo simile a noi stessi: il paragone di Narciso è calzante, e probabilmente lo scambiare il riflesso di noi stessi nelle cose che ci circondano è la miglior operazione per evitarci lo chock di vedere con occhi disincantati come Madre Natura compie il suo corso.
Oggi, temo, a pochissimi importa davvero cercare la substantia, il senso delle cose, scoprire come Natura crea, sforzarsi di comprendere. Tutti vogliamo sapere per usare, nessuno vuole più comprendere per contemplare. Abbiamo bisogno di cambiare, ma non cambiamo. E’ tutto molto semplice, e per questo quasi impossibile.
L’Alchimia, diceva Paolo Lucarelli, è un’Arte d’Amore.
Ma quanti sono disposti ad Amare senza possedere? Madre Natura nasconde bene i suoi tesori, pur mettendoli davanti agli occhi di tutti. Tocca all’uomo smarrito il mettersi in cammino verso Casa. Ma certo occorrerebbe prima rendersi conto che una Casa c’è, e che si può, se non addirittura si dovrebbe, tornare a Casa. Nessuno verrà mai a dirci perché nasce una stella, o un uomo, o un fiore, o un sasso. Siamo tutti – sempre – scontenti, ma nessuno muta il proprio camminare. La paura della morte è l’unico mantra costante di una vita spesa spesso dietro ad illusioni continue, in cicli di cadute e risalite. Il Meraviglioso però c’è, ovunque, persino in questo mondo malato. Ma se non amiamo comprendere per contemplare, se non intuiamo la serenità che può donare l’abbandonarsi alla scoperta di nuove letture delle Cause Prime, allo sforzo di destituzione della logica ferrea che incatena l’anima che soffre, come mai potremmo aver il semplice diritto a protestare?
L’uomo ha dimenticato il legame con il Cielo e scrolla, come un vecchio mulo recalcitrante di fronte al cambio radicale di direzione, la testa resa ottusa dai comodi dogmi imposti dai propri simili cui ha delegato il compito Sacro di Cognoscere: amiamo sicurezza, mentre in Natura non esiste. Amiamo i meccanismi ad incastro, mentre in Natura nulla si fa fermare. Amiamo consumare inquinando, mentre Natura trasforma senza sporcare. Amiamo possedere, mentre Natura libera. Amiamo forzare, mentre Natura sfiora.
Gli alchimisti sono quelli che si mettono in viaggio: il più lungo dei viaggi, il più solitario. Sono pochi. E l’uomo non ama affatto la solitudine, il silenzio, l’umiltà, l’accettazione di cose ben più smisurate del nostro immaginare. Gli alchimisti cercano la Madre, la Mater ea, e chiedono a dei sassi di mostrare il cammino dello Spirito nella Materia. Gli alchimisti si abbandonano alla Provvidenza munifica che permette di vedere con gli occhi cose mai vedute e di toccare con le mani cose mai toccate. Quante volte si è parlato di Spirito Universale, di Anima del Mondo, di Umido Radicale…ma al di là della bellezza concettuale, qualcuno si rende davvero conto dell’importanza fondamentale di queste cose – tangibili ed osservabili – nell’equilibrio dinamico del Creato? Davvero pensiamo ancora che lo Spirito Universale possa essere soltanto una affascinante figura retorica? Quanti, oggi come ieri, sono davvero interessati a buttare a mare i propri credo e le proprie certezze per soltanto mettersi in cammino verso un mondo nuovo? Quanti potrebbero mai investire il proprio tempo e – soprattutto – il proprio Amore per ipotizzare di poter comprendere come funziona tutto?
E’ per questo, forse anche per questo, che gli alchimisti vengono presi per dei poveri pazzi. La società mette etichette, cataloga. E loro, felici ed un po’ perfidi, si mettono volentieri al collo quel vecchio ed arguto cartello con la scritta ‘Fou‘. E quanti potrebbero mai voler entrare nel Bosco, rinunciando ai propri inganni? Sembra obsoleto ricordare che il Philosophus è colui che ‘ama Sophia‘: ancora una volta, si parla d’Amore. E tutti pensano che per questo Amore basti leggere qualche libro bizzarro, metter le mani su una ricettina intrigante e poter contemplare il volto di Sophia. Forse per questo il vero Amore non è di questo mondo. Chissà.
Ciò che importa è il mettersi nella prospettiva di un cambiamento percettivo, e cambiare la propria vita, le proprie abitudini quotidiane, dall’interno: questo mutamento, radicale, permea la vita dello studente e si traduce, pian piano, in una percezione diretta, mediata – un giorno, se il Cielo vorrà – dall’osservazione disincantata delle materie nel Laboratorio, del modus operandi di Madre Natura.
Al di là delle possibili letture operative, chiunque legga un buon trattato d’Alchimia dovrebbe saper cogliere un aspetto esplosivo: la descrizione del sistema Naturale fatta dai Maestri d’Alchimia è precisa, semplice, diretta. Da secoli, non è mai mutata. E’ una Via di conoscenza perfettamente uguale a sè stessa, lungo tutto l’arco dei secoli. Vorrà dire qualcosa? Pare che chi scriva goda di una visione straordinaria, privilegiata, rivoluzionaria. Talmente rivoluzionaria che subito la nostra mente, probabilmente per proteggere il proprio avido ruolo di Strumento Unico di giudizio, cataloga quello scritto come una visione, un’allegoria, una magnifica costruzione filosofica. Una chimera, alla fine dei conti. Una cosa bella, certo, ma tutto sommato inutile. Non si ricava potere dall’Alchimia, infatti. Per questo è considerata inutile. L’Alchimia non è da considerare, per i più, persino per chi dice di volerla studiare, frutto di un’esperienza diretta da parte dell’autore, quanto come un bel dipinto da contemplare ogni tanto, quando proprio non si abbia nulla da fare. Quelle descrizioni sono belle, ma perchè mai immaginare che possano – addirittura - descrivere eventi reali, veri, che sono accaduti e che accadono? Meglio dire che l’Alchimista è uno strano personaggio, meglio sostenere che l’Alchimista è un uomo che si immagina fantasie, meglio dire che l’Alchimista altera la verità.
A nessuno pare più capitare di porsi una domanda semplice: “…e se quegli uomini stessero facendo di tutto per narrare come stanno le cose che hanno visto e sperimentato?“. Voglio dire: dimenticando per un attimo il valore simbolico, allegorico, iniziatico, delle parole di quell’autore che tanto si sforza per descriverci, per esempio, la danza di Zolfo e Mercurio, come si fa a non accorgersi che quegli uomini stanno probabilmente facendo ogni sforzo per indicare che Natura esiste e che la Via per Conoscere è aperta a coloro i quali fossero soltanto disposti a guardare oltre lo specchio illusorio della propria razionalità? E per quale folle motivo quegli uomini si sono impegnati nello sforzo di un linguaggio nuovo, più semplice, più diretto, più onesto, per descrivere a tutti il funzionamento del Creato, se non per un purissimo atto d’Amore?…”senza nulla a pretendere“, come diceva Totò.
Se fossero proprio loro, quei Foux, a donare ciò che hanno visto? Se fossero loro a cantare la musica da cui tutti siamo ‘nati‘ ed a cui tutti dobbiamo ‘morire‘? E se fossero loro ad indicare la strada di quel cambiamento che da secoli e secoli ogni umano afferma di volere e che nessuno è mai riuscito ad indirizzare?
Leggendo per esempio Philalethe, si resta colpiti dalla esposizione di alcuni strani capitoli; un’esposizione certo singolare, persino noiosa talvolta, perché apparentemente priva di segreti da carpire ma che meriterebbe lunghe riflessioni persino da parte degli ‘addetti ai lavori‘: il capitolo VIII dell’ Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium, per esempio – intitolato ‘Fatica e noia della prima preparazione‘ – ci presenta con parole quasi un po’ retoriche un ben strano scenario; si dice qui che molti ‘Chimici’ sognano che l’Opera sia un semplice lavoro di ricreazione, pieno di piacevolezza; l’autore sostiene invece che ci siano fatiche e difficoltà pesanti da superare, e che in mancanza di Labour, Industry e Diligence il raccolto eventuale che si farà in seguito non potrà che essere vuoto e vano. Pare, insomma, che Philalethe faccia un po’ una sorta di predica a chi pensi di avventurarsi in quella che lui chiama la prima preparazione ritenendola un gioco da bambini. E’ una figura retorica scontata da parte di un Maestro. E tutti i lettori, alzando le sopracciglia, vanno avanti nella lettura, perchè non ritrovano qui le consuete allegorie: giovani alati con spada e/o caducei, dragoni, cani rabbiosi, ombre cimmerie, aquile e via dicendo.
Poniamoci una domanda: un personaggio come Philalethe può davvero aver inserito un capitolo come questo al solo scopo di fare un pistolotto? Vi dico subito la mia personale opinione: no. Non fornirò la mia interpretazione di questo passo, per due motivi: non si può aprire sempre un dono prezioso sottraendosi alle regole della Tradizione, e non sarebbe mai giusto fare i compiti per chi non è capace di impegnarsi con umiltà e serietà. In ogni caso, il passo presenta un insegnamento prezioso, ma evidentemente molto ben criptato. Lo si dovrebbe capire immediatamente quando, alla fine, l’Adepto – dopo il pistolotto in cui si è sperticato a dire quanto sia importante dedicarsi con vera passione al Labour ed al Work (che sono due ‘cose‘ evidentemente diverse; ma quali?), quanto sia inevitabile doversi sobbarcare faticose e tediose lavorazioni – se ne esce con questa frase innocente, che nessuno nota:
“But the Mercury, once prepared, then is the rest obtained, which is far more desirable than any Labour, as saith the Philosopher“
Questa frase, del tutto innocente e scontata per chi abbia una pur minima conoscenza d’Alchimia, fa da controaltare al pistolotto. Ovviamente, ad una prima lettura, è difficile percepire dove voglia andare a parare l’autore. Lascio a chi vorrà impegnarsi l’onere del cimento, ma segnalo che il metodo utilizzato da Philalethe per indicare qualcosa di importante si basa qui sulla citazione; dopo quella di Augurello, la quale da sola meriterebbe un discorso molto articolato, vi è quella di D’Espagnet. Philalethe ne riporta un piccolo riassunto, e nessuno – o forse pochissimi – si prende la briga di andare a consultare la fonte. Allora, tanto per divertirci un po’, la riporto: il passo di D’Espagnet cui si riferisce Philalethe è il Canone XLII dell’ Arcanum Hermeticae Philosophiae:
“In philosophica Mercurii Sublimatione sive preparatione prima Herculeus labor operanti incumbit; nam sine Alcide expeditionem Colchicam frustra tentasset Iason;
Alter inauratam noto de vertice pellem
Principium velut ostendit, quod sumere possis;
Alter onus quantum subeas.
limen enim à cornupetis belluis custoditur, quae temeré accedentes non sine dispendio arcent; earum ferocitatem sola Dianae insignia & Veneris columbae mulcebunt, si te fata vocant.”
Come dicevo, a chi interessa andare un po’ più alla scoperta di cose operative lascio il piacere di tradurre (…se i Fati lo chiamano!); raccomandando di far caso a molte parole; in sostanza viene citato ancora una volta Augurello, e forse varrebbe la pena andare a leggere l’intero passo (…ma che fatica, però!). Ma, allo scopo di illustrare prima il metodo adottato da Philalethe in questo capitolo, e poi il sempre trascurato Amore dei Maestri per chi ami sul serio mettersi sul cammino di Madre Natura, raccomanderei di leggere bene il seguito dei Canoni di D’Espagnet, che ovviamente Philalethe non poteva riportare in extenso (…forse parlava ‘a suocera, perchè nuora intenda‘?); in particolare, riporto il Canone LI:
“Duobus perficitur philosophica Mercurii sublimatio, superflua ab eo removendo, & deficientia introducendo; superflua sunt externa accidentia, quae fusca Saturni sphaera rutilantem Iovem obnubilant; emergentem ergo Saturni livorem separa donec purpureum Iovis sydus tibi arrideat. Adde Sulfur Naturae, cuius granum & fermentum Mercurius quidem in se habet, quantum sibi sufficit; sed fac ut etiam aliis sufficiat. Multiplica itaque; Sulfur illud philosophorum invisibile, quousque exprimatur lac virginis; tunc prima tibi patet ianua.”
Questa volta, vista la imprecisa traduzione francese di M. Bachou, offro una mia rapida resa in italiano:
“La sublimazione filosofica del Mercurio si compie grazie a due, rimovendo da esso le superfluità, ed introducendo ciò di cui è deficitario; le superfluità sono gli accidenti esterni, che nascondono il rutilante Giove con la fosca sfera di Saturno; quindi separa l’emergente livore di Saturno finché l’astro purpureo di Giove ti arrida. Aggiungi Zolfo di Natura, di cui il Mercurio in verità ha in sè il grano ed il fermento, quanto gliene è sufficiente; ma fa in modo che anche agli altri sia sufficiente. Moltiplica così; quello Zolfo invisibile dei filosofi, fino a quando si esprima il latte della vergine; allora ti si apre la prima porta.”
Al di là dei numerosi, enigmatici, riferimenti operativi, i quali in ogni caso – vista la apparentissima scontatezza – sarebbero da meditare ben più che bene, mi preme qui sottolineare la sensazione di stupore di fronte a questo piccolo squarcio offerto da D’Espagnet: si sta dicendo qui che per effettuare quel che viene chiamata la ‘sublimazione filosofica‘ del Mercurio, vi è una contemporanea separazione delle scorie esterne ed un aggiunta di qualcosa che manca: questo è lo Zolfo di Natura, che il Mercurio possiede come grano e fermento. Fermiamoci un momento a riflettere: l’autore afferma che il Mercurio, che in questo caso è evidentemente un corpo tangibile, con le proprie naturali inclinazioni volatili, possiede ‘in sè‘ il ‘grano ed il fermento‘ dello Zolfo; ma, quello di Natura. Il quale è, naturalmente, un corpo tangibile, fisso. Come la mettiamo? Il dualismo della substantia della manifestazione, di ogni manifestazione, è qui ben mostrato: Madre Natura utilizza i due Principi, Zolfo e Mercurio, per fare ogni cosa; ma non già per unire ciò che la nostra mente ama razionalizzare come qualità separate, distinte, quanto per rendere attive, attraverso una unione di ‘purezze’, qualità doppie già in essere nel Creato.
Si tratta di una descrizione della base materiale straordinaria, le fondamenta della materia in Essere, di una semplicità incredibile, la cui portata – non soltanto in termini di speculazione intellettuale – è gigantesca. Nel cuore della materia, di tutte le materie, spirituali e corporee, il doppio volto dell’evoluzione è presente, sin dall’inizio. Ogni materia racchiude in sé la sua perfetta completezza: il Progetto Naturale è perfetto, non soltanto perché è di origine per così dire Divina (e questo può magari attenere ad una visione metafisica), ma soprattutto perché ontologicamente tutto quel che è necessario è già in ogni tutto. Sostanzialmente. I due termini Zolfo e Mercurio rappresentano dunque solo i ruoli istantanei delle azioni naturali – e per questo quasi ‘automatiche’ – assunti dai Centri nascosti di ogni corpo quando sono attivati dall’unico Agente capace di infondere l’impulso naturale; questo, lo si sa, è proprio lo Spirito Universale. Questo è il Grand Jeu della Creazione manifesta. Non potrebbe essere espresso con miglior efficacia.
En passant, lo studente potrebbe ricordare quanta passione abbia messo Paolo Lucarelli nel passare una informazione singolare: nella nostra manifestazione, qui, – al momento topico – sembra esserci stato un errore!…per questo, qui, tutto è malato. Anche noi. Questo errore potrebbe essere assimilabile al concetto del Peccato Originale. Curiosamente, proprio D’Espagnet , nel Canone precedente afferma che :
“Argentum vivum a peccato originale inquinatum est, ut duplici labe scateat…”
Come sempre, i Maestri sono in diapason perfetto, pur essendo tra loro separati da secoli: compito nostro è ben comprendere…cosa si possa fare, e come fare per uscire dal cul-de-sac. Ma è ben più elegante, nelle platee dotte, dirimere la vexata quaestio: “Signore e Signori…come mai Dio (…ma… siamo sicuri?) ha potuto addiritura sbagliare?…non sarà un’eresia?“…oppure: “…allora ha ragione Santa Madre Chiesa, allora dobbiamo fare penitenza!”, e via dicendo. Tutto giusto, ma tutto molto lontano dal fatto – semplice, caritatevole e veritiero, – passatoci sottobanco in un impeto d’Amore. Qualcuno si domanda come possa mai un alchimista fare un’affermazione di questa portata?…la risposta è tanto semplice, quanto lontana da chi dimentica cosa fa un alchimista nel proprio piccolo Laboratorio.
Tornando all’affermazione di D’Espagnet a proposito del Mercurio e dello Zolfo, credo sia d’uopo un’ulteriore riflessione: Madre Natura compie in estrema e semplice ‘naturalezza‘ – è il caso di dirlo – una cosa che per noi ‘separatori‘ è impossibile: noi non possiamo mai essere in grado di ‘produrre’ una cosa come il Mercurio o lo Zolfo, figurarsi isolarli (come adorerebbe poter fare il povero chimico moderno). Per loro nascita naturale, in ogni dove ed in ogni quando, la cosa è doppia. E’ la caratteristica della manifestazione: dall’Uno si passa al Tre, tramite il Due. Sic & simpliciter. Questo processo avviene in continuo, da sempre e per sempre. Questo imprinting naturale è il signum dell’Essere venuto in Luce. Lo si trova qui, come su ogni sassetto di ogni pianeta, di ogni sistema, di ogni galassia, di ogni universo. Noi non siamo assolutamente in grado di produrre questo evento prodigioso che permette la Creazione, che scorre tra ciò che chiamiamo nascita, vita e morte. Quelle qualità doppie sono naturali, non di nostra proprietà, non di nostro possesso, non nella nostra disponibilità. E questo il cuore della Natura, è questo il fondamento – corporeo e spirituale – di ogni materia apparsa ed in via di apparizione. Il Mercurio di Natura – ovviamente ‘quel‘ Mercurio – racchiude già in sè il ‘granum‘ ed il ‘fermentum‘ dello Zolfo di Natura: così, per gradi di sviluppo successivi, si fanno – per Natura – le cose ‘maschie‘ e le ‘cose ‘femmine‘. Le quali, come si vede, sono di per sé rappresentazioni funzionali. Apparenze. Suona tutto come l’Illusione, tanto cara alla Saggezza orientale. In verità, anche un eventuale ‘maschio perfetto‘, quale è la Pietra Filosofale, rappresenterà – al proprio massimo ed al proprio meglio – il ruolo indispensabile del Gran Teatro della manifestazione: ed infatti, quando – dopo il necessario orientamento- trasmuterà il metallo vile, lo farà ‘morendo‘ a sè stessa, degradando il proprio Zolfo (nato dal Mercurio) ad attivare il Mercurio addormentato nel Centro occulto del metallo vile: il gioco è Zolfo-Mercurio, Mercurio-Zolfo, Zolfo da Mercurio, Mercurio da Zolfo. Per questo Shiva, che danza, crea distruggendo e distrugge creando. Questo gioco danzante, terribile e meraviglioso al contempo, assolutamente incomprensibile per la nostra ragione nutrita di etica e di filosofia sempre troppo da salotto, è la base di ogni apparizione della materia e del suo percorso in ciò che chiamiamo (ma non sono ciò che vogliamo che siano, in verità) spazio e tempo. Tutto è in tutto. Qualcuno, e li abbiamo sempre chiamati filosofi, dimenticando cosa veramente muova il Philosophus, lo aveva già detto. Da un mucchio di tempo. Però… è più comodo pensare agli atomi (inesistenti), e giocare a far gli Dei, e spaccare ogni cosa, alla ricerca di una cosa che non c’è.
Tornando a Philalethe e D’Espagnet, mi auguro possa risultar un po’ più chiaro il perché un povero umano possa decidere di scegliere un cammino come quello dell’Alchimia: lo studio dell’Arte offre scorci sulle Cause Prime che sono alla base di Madre Natura. E non mi pare poca cosa. Se poi si riflettesse che l’Alchimista fedele, e D’Espagnet e Philalethe lo hanno fatto, racconta ciò che vede e che gli viene offerto da Madre Natura tramite le materie, nel suo piccolo Laboratorio, forse si potrebbe giustificare il mio avervi costretto a leggere questo lungo Post. Necessariamente incompleto, necessariamente un ‘work-in-progress‘.

Speculum Naturae
Quel brano di D’Espagnet, indicato perfidamente da Philalethe – ma in realtà con Amore vero – è stato scritto per chi sogna (ma cos’è il ‘sogno‘, in Alchimia?) di arrivare vicino allo Specchio di Madre Natura, spogliato dei dogmi e dei modelli offerti da chi intende usare, nel senso più volgare, quasi diabolico, Madre Natura. Quegli uomini erano uomini come noi, immersi come noi nelle loro cose. Non erano dei Buddha; D’Espagnet era uomo di lettere, diventato Presidente del Tribunale di Bordeaux. Philalethe era uomo di gran prestigio, di gran fede, di grande peso istituzionale: loro hanno fatto, come noi, un mucchio di errori, forse anche azioni non sempre proprio ‘buone’; entrambi, come noi, ‘tenevano famiglia’. Hanno percorso la loro vita, facendo errori, e soffrendo, e facendo soffrire. Uomini tutto sommato normali: l’unica non normalità, era quella di aver scelto – nel cuore – di andare a cercar Natura. Con tutto il proprio cuore. Hanno dedicato la vita allo studio ed alla pratica dell’Alchimia. Il loro corpo è ormai ben decomposto, come si conviene, come a tutti capiterà. Hanno acceso il Fuoco e lo hanno tenuto sempre acceso, anche di fronte al dolore, alla sciagura, alla guerra, alla arrogante stupidità umana. Hanno lasciato degli scritti. Ermetici. Ma pieni: pieni dell’Amore nel voler condividere lo stupore che coglie l’umano quando vede la Dama far giocare la Materia e lo Spirito nel Gran Teatro della Manifestazione. Lo hanno raccontato. E tutti hanno detto che sono dei poveri pazzi, che cercavano la Chimera della Pietra Filosofale.
Da una parte, quelli che affermano che lo scopo dell’Alchimia è la Pietra, hanno una qualche ‘ragione’: ma – temo – non si renderanno mai conto di quanto s’ingannino. Il punto è ‘scegliere’: ogni scelta è un abbandono finale di ciò che possediamo, senza alcuna garanzia di arrivare. L’unica certezza è che non si possederà: più e mai.
Ecco perché nessuno ama parlare davvero d’Alchimia; ecco perché è sempre stato e sempre sarà così. E va bene così.