L’Amour alchimique…un tout-petit avertissement.

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie with tags , , on Sunday, January 29, 2012 by Captain NEMO

Non si potrebbe fare affatto Alchimia, essendo semplicemente alchimisti.

E perché? Perché, come ho detto, l’alchimista ha bisogno di una Filosofia, …e questa Filosofia gli permette di porsi ‘al diapason’ con il suo lavoro; vale a dire che, molto realmente, l’operazione che esegue un alchimista non potrebbe essere compiuta da un chimico, se fosse presente, fosse il più abile, il più sapiente, …questa operazione non potrebbe da lui essere ripetuta, poiché non avrebbe affatto – precisamente – questa comunione stabilita tra lui e, in modo molto stretto, la materia. E questo è molto importante. È il lato, se si vuole, dell’Alchimia spirituale – precisamente -  di mettersi al diapason con la materia, di mettersi in armonia con la propria ricerca. Perché? Perché in realtà tutto è vibrazione.”

Queste sono le parole di Eugéne Canseliet rilasciate nel corso di un’intervista radiofonica: e questa precisazione sull’Alchimia, intesa come un percorso dello Spirito, dovrebbe spazzare il campo dal tremendo equivoco in cui molti cadono, immaginando che l’Opera alchemica si basi su operazioni da compiersi all’interno del corpo umano o – addirittura – sul corpo umano.

Mentre si avvicina il momento tradizionalmente propizio per la raccolta dello Spirito Universale, mi pare opportuno riflettere su un fatto estremamente importante, così come richiamato da Canseliet: il rapporto tra l’alchimista e le Materie nel suo Laboratorio. Si pensa comunemente che la Grande Opera sia una sorta di operatività legata al corretto svolgimento di una serie di manipolazioni, più o meno segrete. Questo è il lato manifesto, e dunque – proprio perché tale – è apparente. La corretta identificazione del da farsi e del come farsi è senza ombra di dubbio indispensabile; ma, dialogando con gli interessati, di persona o sul web, pare di percepire che tutti gli sforzi di chi cerca debbano essere tesi alla elaborazione o alla scoperta di un modus operandi, e basta. Quasi che il Graal, terrestre e celeste, potesse essere ritrovato grazie alla famosa, vecchia e perduta ricetta ‘per cuocere i fagioli’.

Come dicono tutti i buoni autori, non è affatto così.

Si pretende di poter quasi obbligare Madre Natura – come qualche volta può accadere in una reazione chimica – a produrre il risultato che ci si attende, pensando che se si mettono a ‘cuocere i fagioli’ secondo la ricetta della casa, che ostenta il bollo di autenticità della Gran Locanda Antica, si otterrà LA Zuppa con i Fagioli, quella perfetta. In realtà, questa attitudine è la figlia ben nota del Metodo Scientifico, del consensus accademico: così, un esperimento, se condotto alle stesse condizioni, i pesi stabiliti, con reagenti identificati e qualificati, DEVE dare lo stesso risultato, qui come a Tokio.

Se mi permetto, sorridendo, di dubitare persino che l’acqua prodotta qui e a Tokio possa essere perfettamente la stessa cosa, anche al semplice livello di analisi chimica e/o fisica, figurarsi se potrei mai concordare con chi affermasse che ‘siccome ho capito come si fa, ormai …il gioco è fatto!’.

È il solito errore – banale ed arrogante – compiuto dall’uomo, il quale pensa – a torto, a gran torto – di essere al centro del processo di Creazione, di essere lui il protagonista scelto e predestinato di tutto ciò che accade, quasi che la Creazione degli Universi sia compiuta a suo vantaggio e per suo uso. Nel corso degli anni, mi sono accorto che è esattamente il contrario: Madre Natura fa quel che le pare, e se ne infischia – bellamente, cum Gratia – di quel che pensiamo, immaginiamo o facciamo. Persino – o forse, soprattutto – in un Laboratorio alchemico ci si accorge, e sin dall’inizio, che la protagonista di ciò che accade nel crogiolo è proprio Madre Natura, in barba a qualunque abilissima tecnica manipolatoria da parte dell’operatore: e questa protagonista è a noi sconosciuta nel suo agire, essendone scopi e modalità ben separati dalle aspettative umane.

L’alchimista accorto, lavorando assiduamente e con serena umiltà, nel silenzio esterno e interno, percepisce subito che – nel Laboratorio, nelle Materie – opera un’Intelligenza enormemente superiore all’intelletto umano: i postulati ed i risultati attesi dal Metodo Scientifico non valgono più nulla in Alchimia. Si manifesta uno scenario alieno alla logica umana. L’alchimista, quell’alchimista, scopre immediatamente che è entrato in una dimensione del tutto nuova, in cui nulla di quel che è abituato a pensare o immaginare funziona come prima: è la Materia la protagonista dell’Opera, non l’operatore.

Ed allora, ma non sempre, sorge l’Amore: non saprei parlarne a lungo, ma confesso con gioia di essere innamorato. È un Amore che non può essere paragonato ad alcun amore terreno, ferma restando la considerazione e l’importanza dei nostri amori, per così dire, comuni: la famiglia, l’amata, i figli. Questi amori vivono e permangono intatti nella vita del’alchimista; però, un alchimista, quell’alchimista, può ritrovarsi ad amare…dei sassi!

O meglio: si stabilisce una comunione profonda, intensa, perenne ed esclusiva con Madre Natura, che accompagna l’artista in ogni passo della sua vita. Non soltanto in Laboratorio, dunque, ma ovunque e quandunque: l’Alchimia entra profondamente nella vita intima dell’alchimista; e l’uomo alchimista, innamorato, amante ed amato, muta in modo sottile, intimo, gentile. Come ogni amore, anche l’Amore di cui sto tentando di parlare genera – graziosamente – serenità: con il passare del tempo, con il ripetersi delle operazioni, con l’immersione continuata nel Regno celato, l’alchimista si abbandona ad una sensazione indefinibile, ma estremamente presente, che lo lega alla Natura; tramite quei semplici sassetti, manipolati ora con ancor maggior tenerezza, poggiati sul tavolo del proprio piccolo Laboratorio, l’artista si distacca dal conosciuto e si avventura alla scoperta di una nuova realtà, i cui contenuti sono sempre più difficle raccontare o condividere. Questo abbandonarsi totale, affidato, quasi un salto nel vuoto, credo sia un processo inevitabile per quell’alchimista, ma molti – anche al giorno d’oggi – lo evitano. Avranno le loro ragioni, certo.  Una di queste, probabilmente, è che l’alchimista scopre di vivere un Amore con …un’altra Amata.

L'Amour alchimique

L'Amour alchimique

Ecco come Canseliet, nella stessa intervista, ne parla:

L’alchimista costituisce con la sua materia una vera coppia. Allo stesso modo che all’interno della Grande Opera, la materia stessa,.. non è unica….essa si decompone,…o piuttosto…è decomposta….il Compost, come dicevano gli antichi, è fatto dalla riunione di un maschio e di una femmina. La Grande Opera, in verità, è una ontogenesi,…vi è una vera copulazione, di due individui, da una parte il maschio, dall’altra parte la femmina,…e dalla loro riunione, dalla loro, …dalla loro associazione…nasce un figlio.

Se è certo chiaro – ne parlano tutti i testi – di quali individui stesse parlando il buon Maître, riferendosi ai protagonisti celati all’interno della Materia, Sol e Luna, è indubbio che esiste  – contemporaneamente – anche l’altra coppia: l’alchimista e la materia. E le operazioni alchemiche di Laboratorio vi si specchiano, con precisione Naturale, con sincronicità motivata. Trovo molto fuori dall’ordinario questa sorta di doppia coppia: ma più passa il tempo, e più percepisco che quel figlio di cui si parla possa nascere ontogeneticamente dal Mercurio e dallo Zolfo alchemici solo se – con medesima intensità e purezza d’intenti – l’alchimista ami, riamato, la Materia. È un tema spesso trattato dalla  Mistica, in Occidente come in Oriente, ma abbiamo l’abitudine a confinarlo nell’ambito della speculazione filosofica, o dei capolavori letterari, o di chissà cosa altro. In realtà, all’alchimista, a quell’alchimista, capita di percepire, sensorialmente e con il proprio cuore, la presenza tangibile, oggettiva e comprovata di un’altra entità manifesta: Madre Natura.

Quest’Amore purissimo, difficilmente condivisibile con altri (come parlarne?…e con chi?), permea in modo radicale e fresco, come un torrente d’alta montagna in Primavera, l’anima dell’alchimista; e l’attrazione magnetica degli Spiriti, gli unici in grado di penetrare e mutare i corpi, inizia a compiere la propria azione nelle forme dei corpi materiali da esso informati ed animati: ogni alchimista, ognuno di quegli alchimisti, sente la propria Materia, e sempre il proprio pensiero si volge a quell’Amore silenzioso, nutriente, antico. E talvolta, come in ogni Amore, terreno o Celeste, nasce il missing, la malinconia…quante volte mi è capitato di rientrare a casa e di correre in Laboratorio, chiamato: il richiamo è puro, e pura dev’essere la risposta.

Allora, forse si potrà capire se talvolta resto stupefatto di fronte a talune affermazioni che parlano di Alchimia come di una cosa meccanica, come una cosa dovuta, pretesa, addirittura da insegnare. Si può mai insegnare un Amore?…o scambiare il Sesso per l’Amore? Non sarà meglio viverlo, e prepararsi ad una nuova vita?

Probabilmente molti si chiederanno cosa c’entri tutto questo con il segreto del Mercurio e dello Zolfo, o con il Fuoco Segreto: eppure, ho esitato un po’ nello scrivere questo Post. Questo Amore è vivo. E non si può volere, imporre, recitare, scimmiottare. O c’è, o non c’è. Punto. E senza quest’Amore, …temo che non succederebbe nulla di sensato, in Alchimia. Ammesso, poi, che l’alchimista, quell’alchimista, abbia ben chiaro dentro di sè il senso dell’Arte: che non è un possesso di alcunché, per quanto esotericamente alto possa essere, bensì un distacco netto.

Alchimie...

Un’ultima considerazione: come in ogni coppia, in ogni doppio, le cose debbono essere semplici e facili; non è Alchimia quella fatta di paroloni magniloquenti, di sapienti segni di riconoscimento, di oscuri ammiccamenti, di lunghi periodi tormentosi e tormentati, di aspri rancori ammantati di dottrina. Sappiate, voi giovani cercatori, andare al di là di tutto questo: Alchimia è felicità profonda, dolcezza umile, serena tranquillità. Non saprei dire se è adatto o utile: è un Amore magnifico e molto fuori dall’ordinario, e produce – per questo – una allegria d’animo, intimamente deliziosa. Che spesso viene vissuta nel silenzio intenso del distacco dalle cose inutili.

Sempre di più.

Natale

Posted in Alchemy, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , on Thursday, December 22, 2011 by Captain NEMO

Arriva la notte più dolce di ogni anno: si dice che è Natale e stringe il cuore il ricordo incantato della piccola processione familiare che improvvisamente si snodava lungo le stanze di casa, cantando tutti assieme – con qualche lacrima, mano nella mano, una candela nella mano di mio fratello più piccolo – Tu scendi dalle Stelle; a mezzanotte, qualunque cosa si stesse facendo, mio padre guidava i nostri passi verso il presepe, dove – sotto la Stella – si posava il Bambino Divino sulla greppia, tra Maria adorante ed il forte Giuseppe, attorniati dal bue e l’asinello: sopra, appuntati con uno spillo, due Angioletti proclamavano la Gioia del miracolo del mondo, il ‘Gloria in Excelsis“.

Oggi, mi manca molto tutto questo e spero tanto che si possano ancora percorrere – magari separati, ma pur sempre assieme – quei pochi semplici passi da bambini, in cammino verso la meraviglia, lo stupore, affidandosi a quell’ineffabile e continuo miracolo, sentimenti sentiti e donati dal dentro, dall’interno luminoso di ogni animo: lo Spirito Divino, che gli alchimisti hanno sempre chiamato Spirito Universale, scende su questo nostro mondo, sempre povero e sempre smarrito, in un atto d’Amore che sempre dimentichiamo, e che mai viene percepito nella sua presenza straordinaria.

Eppure, pur conoscendo nei minimi dettagli la storia del Natale, nessuno pensa che il senso che aleggia in questo racconto sia lo stesso che rende possibile e tangibile l’Opera del Filosofo della Natura, alla ricerca del Mistero della Madre. Un miracolo, quello del Natale, cui si crede per mille ragioni; ma se si parla di quello dell’Alchimia, lo scetticismo, subito, impedisce di acconsentire a quel ‘crede mihi‘ che talvolta emerge in qualche testo antico dell’Arte.

Ma il miracolo più incomprensibile, pur verissimo e perenne, avviene nove mesi prima, quando l’Angelo Gabriele rassicura la Vergine con queste parole:

…et respondens angelus dixit ei Spiritus Sanctus superveniet in te et virtus Altissimi obumbrabit tibi ideoque et quod nascetur sanctum vocabitur Filius Dei.

Beato Angelico - Annunciazione, ca. 1430 - Madrid, Museo del Prado

Beato Angelico - Annunciazione, ca. 1430 - Madrid, Museo del Prado

Sembra ormai una cosa trascurabile, eppure quelle parole – superveniet e obumbrabit – sono forse il punto più alto e più semplice; è un intervento Celeste, segnato dal Divino, che proviene dall’esterno di questo mondo, ciò che rende possibile la nascita: e tale nascita, quella nascita, è per questa ragione l’unica vera chiave per liberarsi dalla prigione.

E tutti sappiamo come, a Natale, sia importante ‘essere buoni’. Ma, in realtà, occorre esserlo sempre, senza mai attendersi per forza una ricompensa. Altrimenti, che senso avrebbe cantare “Tu scendi dalle Stelle?

Auguro a tutti di vivere un dolce Natale,

pieno di serenità e Amore…senza dimenticare il Cielo, nostra provenienza e nostra destinazione.

Un tout-petit grain de Sel…Extremus

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , on Wednesday, November 30, 2011 by Captain NEMO

In extremo judicio mundi, per ignem mundus judicabitur, ut quod prius à magistro ex nihilo factum, rursus per ignem redigatur in cinerem, ex quo cinere Phoenix tandem pullos suos produceret: nam in ejusmodi cinere latet verus & genuinus tartarus, qui solvi debet, & post solutionem ejus, sera fortissima conclavis regii aperiri potest

Queste parole di Basilio Valentino sono tratte dalla Chiave Quarta del suo famosissimo trattato sulle Docici Chiavi (in Musaeum Hermeticum, Francofurti, 1677 – Practica, cum Duodecim Clavibus et Appendice, de Magno Lapide antiquorum Sapientum, scripta & relicta).

Eugéne Canseliet, esperto latinista, le tradurrà – nel 1956, in Les Douzes Clefs de la Philosophie, Les Editions de Minuit – come segue:

Au dernier jugement du monde, par le feu, le monde sera jugé, afin ce qui fut primitivement fait de rien par le Maitre, au rebours, par le feu, soit réduit en la cendre de laquelle, enfin, le Phénix créera ses petits. Car, semblablement, dans la cendre, est caché le tartre vrai et naturel qui doit etre dissous. Après la dissolution de ce tartre, la puissante serrure de l’appartement du Roi peut etre ouverte”.

A sua volta, Paolo Lucarelli, le tradurrà in italiano – nel 1998, in Le Dodici Chiavi de la Filosofia, Ed. Mediterranee – così:

Nel giudizio finale del mondo, il mondo sarà giudicato per mezzo del fuoco, perché ciò che prima fu fatto dal nulla dal Maestro, sia di nuovo ridotto nella cenere da cui la Fenice infine creerà i suoi piccoli. Perché in modo simile, nella cenere sta nascosto il tartaro vero e naturale che deve essere dissolto. Dopo la dissoluzione di questo tartaro, la potente serratura dell’appartamento del Re può essere aperta”.

 Il buon Maitre di Savignies aggiunge una caritatevole nota, indicando che il passo parla della “preparazione di uno dei componenti l’aggiunta salina (in Canseliet: adjuvant salin) che, all’inizio della Grande Opera, entra in azione mescolata intimamente ai due protagonisti minerali”.

Gli alchimisti operativi sanno che si avvicina una fine dei tempi, ed ho pensato che quel riferimento di Basilio all’ extremo judicio potesse avere una qualche consonanza con il senso di pacifica urgenza avvertita. Quell’extremo può valere molto: non soltanto come ultimo, finale, ma anche come ciò che sta alle estremità di un asse. Molti ricorderanno l’accorato avvertimento di Fulcanelli sulla fine dei tempi, il Bouleversement di Canseliet, che può forse suonare anche come un versare – per inclinazione – da una sfera. Come spesso ricorda l’onestissimo ma perfidissimo Philalethe, tutti prendono alla lettera le parole dei Maestri, dimenticando che sotto il velo delle parole – limite umano scontato – essi celano, con Amore e per Amore, il cenno indispensabile per ritrovar la Stella. Extremus viene da Exterus, di cui è il superlativo: si tratta di ciò che è fuori, vale a dire di quel che è più fuori. Exterus, a sua volta, è composto dalla particella Ex, fuori, e da Terus, dal verbo Tero, che ha il senso di pestare, triturare, polverizzare. L’estremo suona forse più chiaramente, e la sua localizzazione assiale può aiutare il Cercatore.

 E’ certo giusta e perfetta l’indicazione operativa aggiunta da Canseliet in nota: ma mi chiedo se non si possa trattare anche d’altro, ferma restando l’acuta corrispondenza con alcuni lavori preparatori; quell’accenno al tartaro vero e naturale, oggi, commuove; come a dire che c’è dell’altro, oltre il tartaro. Faccio notare che Lucarelli traduce correttamente quel soit réduit en la cendre di Canseliet con sia …ridotto nella cenere. Nell’italiano parlato si dice generalmente ridurre in cenere, con il senso di incenerire. La cosa pare, in questo piccolo e bizzarro contesto, diversa, visto – fra l’altro – che nell’italiano è scomparsa la seconda ripetizione del per ignem di Basilio, presente anche in Canseliet come par le feu. A seguire questo mio personale filo di follia, pare di dover concludere che è solo la cosa che sta nella cenere che – eventualmente – potrà ricevere il nomen di verus & genuinus tartarus.

 Et alors, di che cenere si starebbe parlando?

Dopo un debito, quanto evidentemente consequenziale, ammonimento sulle proprietà della Calce, Basilio prosegue il suo discorso:

Basilio Valentino - Clavis Quarta

Basilio Valentino - Clavis Quarta

Il passo viene tradotto da Lucarelli – che legge Canseliet – come segue:

 ”Se una cosa è ridotta in cenere e trattata secondo l’arte, da se stessa libera il proprio sale. In modo  che nella dissezione di questo sale tu possa conservare separatamente il solfo e il mercurio e poi rimetterli nuovamente nel loro sale, secondo l’esigenza dell’arte. Grazie all’azione del fuoco, questo sale potrà allora divenire quello che  era stato prima della sua distruzione e dissezione. I saggi di questo mondo considerano questo stoltezza e lo ritengono cosa vana, definendola una nuova creazione, che non è permessa al peccatore davanti a Dio. Non comprendono che questa creazione era prima e che l’artista ha almeno dimostrato la propria qualità di maestro col seme di natura e il suo aumento“.

Questa volta in cinerem viene tradotto con in cenere, temo con gran ragione. L’operazione qui descritta è molto interessante e fondamentale: si tratta di comprendere cosa sia la dissezione (anatomia) del sale e come estrarre lo Zolfo ed il Mercurio del sale (ohibò), cosa che ovviamente non viene rivelata. Come le Stelle in Cielo e nell’Opera sono tante – lo si diceva in un commento nel Post precedente – anche i sali sono numerosi. E’ bene ricordarsene.

Le mie, beninteso, sono riflessioni a Cielo aperto e non posso che accingermi a verificarle: in Laboratorio, l’unico banco di prova dell’alchimista. Però…come non sorridere in mezzo a questa banda di amorevoli bambini …così Foux?

De Calcinatione Philosophica: question mark.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , on Thursday, October 13, 2011 by Captain NEMO

Chissà se qualcuno si è accorto di quanto sia cambiata l’estate: Madre Natura sta mutando il suo ritmo e qualcosa dovrebbe armonicamente mutare anche nel nostro camminare lungo i sentieri del mondo. Ma questo è un discorso che rischierebbe di portar troppo lontano, e di parlare di cose di cui l’uomo adora discutere dottamente e/o a vuoto, dimenticando che senza il semplice ma fattivo mutamento delle proprie azioni quotidiane, persino spicce, mai riuscirà a ritrovar  la strada della Stella.

La Terra ha bisogno di Spirito per generare, e viene alla mente una delle operazioni su cui ogni alchimista e studioso d’Alchimia si è speso a lungo, spesso perdendo di vista l’enorme differenza che esiste tra un’operazione spagirica ed una Filosofica. Tanto per solleticare l’immaginazione di chi ama camminare lungo i sentieri del Bosco Incantato, proporrei di rileggere, con tutta calma, quanto ci viene narrato nel suo Liber duodecimum Portarum (ca. fine del 1400) da quel mattacchione del Canonico di Bridlington – George Ripley – a proposito della Calcinazione Filosofica:

Calcinatio I

Calcinatio I

La Calcinazione è la purgazione della nostra pietra,

restaurandole il suo proprio calore naturale,

nulla perdendo dell’umido radicale,

e che induce la soluzione in primo luogo necessaria alla nostra pietra.

Vi ammonisco ad imitare così i Filosofi,

di non voler operare secondo il costume volgare

tramite gli Zolfi, o i Sali preparati in vari modi.

Ricordo che Ripley venne tenuto in gran considerazione da alcuni grandi alchimisti operativi posteriori, e credo per ottimi motivi. Tralasciando alcune ben singolari traduzioni apparse in stampa o sul Web, una prima riflessione si impone: generalmente, e lo si vedrà bene consultando qualche trattatello di chimica antiquaria, la calcinazione viene descritta come una tecnica che opera il disseccamento di un qualche corpo attraverso l’azione del calore del fuoco, sia diretto o indiretto, fino ad ottenere una polvere secca, priva di ogni traccia d’umidità. Ripley, in accordo con tutti i buoni Maestri ne riferisce in modo decisamente diverso: la Calcinazione dei Filosofi è un’operazione indispensabile che serve a purgare un qualche corpo senza distruggere l’umido radicale nascosto, così da far accadere – per ‘induzione’ – una solutio naturale: questa soluzione è necessaria ‘in primis’. Sarà grazie a questa soluzione naturale che il corpo potrà arrivare alla Putrefazione, ugualmente indispensabile. Prima di proseguire, val la pena di riflettere sul quel ‘restaurans’: c’è qualcosa che, evidentemente, restaura, o forse meglio ‘restituisce’ al corpo ‘il suo proprio calore naturale’. Domanda: si sta parlando di dar fuoco al corpo, o si sta parlando d’altro?

Dopo il solito caveat sull’uso di acque ardenti, corrosivi e quant’altro, proseguiamo nella lettura:

Calcinatio 3

Calcinatio 3

Infatti con questi tipi di Calcinazione, che diminuiscono l’umidità della nostra pietra, i corpi vengono distrutti. Infatti quando i corpi vengono ridotti in polvere, seccano come la cenere, o come ossa combuste. Non vogliamo affatto una calce di questo tipo, infatti moltiplichiamo l’umido radicale Calcinando, & nulla diminuendo di questo.

La ‘bella differenza’ appare  evidente, ma c’è di più: Ripley dice che il Calcinare (dei Filosofi) moltiplica l’umido radicale!..trovo che ci sia da riflettere, e non poco. Si potrebbe/dovrebbe fare un salto sulla sedia…

Poco più avanti, l’autore dichiara come si fa:

Calcinatio 5

Calcinatio 5

Congiungi genere a genere, & specie con specie,

Infatti un qualsivoglia germe risponde al suo proprio seme,

uomo genera uomo, il bruto porta bruto.

Ogni spirito si fissa con la Calce del suo genere…

Questa antica e semplicissima raccomandazione, tipica dell’Alchimia e contraria alla chimica, è quella riassunta nella famosa massima: Natura gioisce di Natura, ma – in questo contesto operativo – la frase merita probabilmente qualche attenzione in più. Domanda: come vien fatta dunque questa Calcinazione Filosofica? Come si può calcinare, purgare, senza distruggere il prezioso umido radicale nascosto nel cuore della materia, ma addirittura moltiplicarlo? Di che si sta parlando?…

Una risposta elegante e molto chiara la darà – tra gli altri – Limojon de Saint Didier, al termine della sua Lettre aux vrais Disciples d’Hermés (1699):

C’est là tout ce que j’avois à vous dire, dans cette lettre; je n’ay pas voulu vous faire un discours fort estendu, tel que la matiere paroit le demander; mais aussi je ne vous ay rien dit que d’essentiel à nostre art; de sorte que si vous connoissez nostre pierre, qui est la seule matiere de nostre pierre, et si vous avez l’intelligence de nostre feu, qui est secret et naturel tout ensemble, vous avez les clefs de l’art, et vous pouvés calciner nostre pierre, non par la calcination ordinaire, qui se fait par la violence du feu; mais par une calcination Philosophique, qui est purement naturelle.

Remarquez encore cecy avec les plus éclairés Philosophes, qu’il y a cette difference, entre la calcination ordinaire, qui se fait à force de feu, et la calcination naturelle; que la premiere détruit le corps, et consume la plus grande partie de son humidité radicale; mais la seconde ne conserve pas seulement l’humidité du corps, en le calcinant; mais encore elle l’augmente considerablement.

L’experience vous fera connoistre dans la pratique cette grande verité; car vous trouverez en effet, que  cette calcination Philosophique, qui sublime, et distile la pierre en la calcinant, en augmente de beaucoup l’humidité: la raison est, que l’esprit igné du feu naturel se corporifie dans les substances qui lui sont analogues. Nostre pierre est un feu astral, qui sympatise avec le feu naturel, et qui comme une veritable salamandre prend naissance, se nourrit, et croit dans le feu Elementaire, qui lui est geometriquement proportionné. 

Semplice & chiaro: meraviglioso. Nessuno apprezza mai la portata di queste parole. Storditi come siamo dall’illusione di aver carpito il segreto della materia, passiamo inerti di fronte alle porte della verità. Sed de hoc satis

Ora, se è ben evidente di che cosa si stia parlando in questo passo, resto sempre piacevolmente sorpreso di quanto l’Alchimia vera, la sola, quella antica, sia rimasta perfettamente integra ed uguale a sé stessa – tanto nella teoria, come nella pratica – per secoli. Non sarebbe questo un buon motivo per trovar sicurezza in un mondo che alimentiamo ogni giorno con le nostre insicurezze, fino al punto da renderlo in qualche modo ancor più malato? Fino al punto che Madre Natura debba intervenire per ristabilire senso, armonia ed equità?

Last, but not least:…e se la raccomandazione di leggere, leggere, leggere fosse davvero un ottimo consiglio?…magari non arrestandosi all’inizio e leggendo bene…jusques au fond?

Un Balneum Mariae…sine aqua!

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , on Friday, May 6, 2011 by Captain NEMO

Ho sempre trovato curioso che per fare un buon dolce al cioccolato lo si debba far fondere lentamente a BagnoMaria…il Xocolatl, un termine azteco che indicherebbe ‘acqua sbattuta‘, era considerata la bevanda degli Dei, rubata al Cielo da parte di Quetzalcoatl e donata agli uomini. Poi arrivarono gli europei, e oltre l’oro i galeoni portarono nel nostro continente anche il Cacao, che ebbe un gran successo in Europa. Linneo lo classificò come TheoBroma: per l’appunto, il nettare degli Dei. La fava del Cacao viene torrefatta e triturata finemente, e poi – attraverso altre accurate lavorazioni – arriva nella forma solida che comunemente degustiamo: il cioccolato. E per fare un buon dolce, lo si deve riportare ad uno stato precedente, così libera il suo aroma delizioso ed inconfondibile; per far questo, per l’appunto, lo si scioglie con la tecnica del BagnoMaria. Ma presi come siamo dal desiderio di gustare quel dolce goloso, magari si tralascia di osservare cosa sta succedendo sul fornello. E’ la semplicità che può donare qualche lume su quel che sta accadendo: il fuoco comune porta ad ebollizione dell’acqua, il cui vapore scalda un contenitore sovrastante:…ed il xocolatl si scioglie, senza bruciare. Perché altrimenti, sul fuoco diretto, il principio mercuriale del xocolatl se ne va, ed il suo zolfo adustibile brucia e carbonizza in un attimo. Cosa che ogni innamorato del buon cioccolato vorrà evitare.

Ma, al di là di questa riflessione pratica e culinaria, credo che la tecnica di cottura attribuita a Maria la Profetessa meriti qualche migliore attenzione. Come sempre, ciò che appare evidente nasconde ciò che è utile studiare.

Per prima cosa occorre ricordare che il testo greco, ma di epoca medioevale, parla di ‘Kaminòs Mariòs‘, il forno di Maria. E’ un forno, dunque, e di acqua non si parla. Di Maria, a parte la leggenda che la vuole identificare con Miriam, sorella di Mosè, non si sa nulla: ma è a lei che viene attribuita l’invenzione del Balneum Mariae, che evidentemente era un procedimento legato all’Alchimia. Anticamente questo forno era chiamato Kerotakis:

Kerotakis

Kerotakis

si trattava di un tubo cilindrico nel cui fondo veniva messo del fuoco di carbone; ad una certa altezza vi era un contenitore che poteva ospitare del mercurio metallico o dello zolfo, che veniva così scaldato senza contatto diretto; il mercurio, o lo zolfo, emetteva vapori che salivano nel cilindro fino a raggiungere una capsula con fori sottili in cui era posta la sostanza che doveva ricevere i fumi. Il tutto era chiuso da una cupoletta, in cui avveniva la condensazione, per circolazione. (Avvertenza: evitare di replicare l’esperimento; i vapori del mercurio metallico sono letali !). In questo modo si tentava di fornire ad un metallo volgare il principio mercuriale o sulfureo, nel tentativo di trasformarlo in un metallo nobile. Ovviamente, quel che si otteneva in realtà – e se le cose andavano per il verso giusto – era un’illusione, visto che si utilizzavano corpi già specificati e dunque privi delle qualità d’ingresso indispensabili per questa operazione di stampo metallurgico. Ma, visti i tempi, era un’idea geniale…

Questa tecnica di cottura, che sfrutta il principio della sublimazione, diede più tardi origine alla distillazione, dove però la capsula con i fori viene eliminata e si procede alla semplice condensazione dei fumi emessi da una sostanza scaldata lentamente. Ciò che viene raccolto è un liquido.

Mattioli - Bagno di Maria - 1585

Mattioli - Bagno di Maria - 1585

Credo che la tecnica del kerotakis sia senza dubbio più astuta e più utile alla riflessione alchemica.

Tutti pensano, dunque, che il Balneum Mariae fosse semplicemente una tecnica di cottura ‘morbida‘. Ma, forse, vi è di più e di meglio. Come ogni étudiant sa dai buoni libri, il calore volgare scalda – ma solo in certe condizioni su cui non mi dilungherò – il fuoco interno della materia, per risvegliarlo; per l’alchimista quest’ultimo è il vero e solo fuoco utile alla bisogna. Ed è questo gioco dei vapori, probabilmente più essenze che forme, che costituisce il segreto nascosto nel Balneum Mariae, o il forno di Maria. Il vero balneum è fatto di queste essenze e non da liquidi. Pare, insomma, che la misteriosa Maria volesse suggerire più un bagno di Spiriti che di altro. Tutti ricordano certo la famosa immagine di Micahel Maier, dove Maria indica silenziosamente una ben strana figura: due coppe, una celeste ed una terrestre, convogliano due fumi, i cui nomi dovrebbero essere noti, a racchiudere in un’Amande quattro fiori che sorgono da un monticello (qui). Il testo attribuito a Maria, che si dice potesse sbiancare la Pietra in un giorno,  afferma che in quei fumi è racchiuso uno dei segreti dell’Alchimia. Ma occorre aver compreso di cosa si stia parlando e di alcuni perché, come al solito.

Se non rendi incorporei i corpi e non rendi corporee le cose prive di corpo, il risultato atteso non ci sarà

Uno diventa due, due diventa tre, e mediante il terzo e il quarto compie l’unità: così due sono uno

Mentre torno al mio cioccolato, prezioso nettare divino, vi sottopongo questa piccola immagine scovata sul Web, dove le coppe sono diventate crogioli, e dove l’artigiano ha ben chiarito una delle conditio sine qua non della faccenda:

Buone meditazioni al xocolatl, con Luna evidentemente crescente…!

Une Fontaine… pas trop Indécente

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on Friday, April 22, 2011 by Captain NEMO

Il nostro vecchio continente è pieno di Castelli ed uno dei più belli e famosi è probabilmente quello di Le Plessis-Bourré, nel Pays de la Loire, in terra di Francia.

Chateau Le Plessis-Bourré

Chateau Le Plessis-Bourré

Fu naturalmente Eugène Canseliet a renderlo ancor più caro agli studiosi d’Alchimia, grazie ad un attento rendiconto interpretativo dei cassoni in legno dipinto che adornano il soffitto della bella Salle des Gardes.

Jean Bourré

Jean Bourré

Marguerite de Feschal

Marguerite de Feschal

Il proprietario di questa sontuosa dimora del XV secolo fu Jean Bourré, tesoriere del Re di Francia, che vi abitò assieme alla moglie Marguerite de Feschal. Con l’incarico di Grand Argentier del Re di Francia, succeduto a Jacques Coeur, un altro personaggio legato all’Alchimia, condusse una vita discreta e lontano dai fasti, nonostante l’incarico di enorme prestigio. Di lui, a parte qualche piccolo dato biografico, poco si sa…ed anche lui, come Jacques Coeur, affidò a delle curiose immagini allegoriche il suo segreto amore per l’Arte; un segreto che forse il Re Luigi avrebbe conosciuto, secondo quanto sostiene Canseliet:

“Mons. Del Plessiz, vi invio ciò che Mons. De Crussol domanda. Andate domani a Parigi e voi e Mons. il Presidente trovate del denaro nella Boete a l’Enchanteur per quel che sarà necessario e che non manchi. Scritto al Puyset, questo venerdì, XVIII giorno di gennaio”

Sia come sia, credo interessante esaminare più da vicino il testo di Canseliet relativo ad uno dei cassoni, chiamato La Fontaine Indécente (in Deux Logis Alchimiques). Poiché dietro l’apparente singolarità del testo si nasconde forse un doppio senso, soprattutto legato ad una particolare operazione, proverò a estrarre alcuni passaggi, nel bel francese del Maitre di Savignies giustapposti alla fedele traduzione italiana di Paolo Lucarelli:

“In un bacino a sei lati, pieno di una specie di magma ribollente, si erge una specie di elegante balaustro in cima al quale sta seduto un leone che tiene con le zampe anteriori uno scudo dal blasone incerto. Questo animale dall’aspetto araldico proietta dalle fauci un liquido sulfureo e igneo che un uomo, interamente nudo, assorbe bevendo golosamente a garganella. Il bevitore si appoggia al bordo con una discreta contorsione, nello sforzo di vincere la grande difficoltà della sua ingurgitazione così poco comune…a sinistra e in primo piano, un secondo personaggio altrettanto svestito e con lo sguardo ispirato porge il proprio cappello nel gesto del mendicante, e vi riceve l’urina che una bionda pulzella piscia gagliardamente. Ha rialzata la gonna sino alla cintura e si è installata risolutamente di tre quarti perché si percepisse perfettamente il suo sesso senza tosone e non sfuggisse nulla di una tale funzione che resta naturale ma che, questa volta, è qui molto diversa dalla posizione femminile abituale, richiesta sia dalla comodità che dalla decenza”

“Dans un bassin à six còtés, rempli d’une sorte de bouillonnant magma, se dresse un élégant balustre au sommet du quel un lion est assis, qui tient, de ses deux pattes antérieures, un écu au meuble incertain. Cet animal, à l’allure héraldique, projette, pas sa gueule, le liquide sulfureux et igné qu’un homme, entièrement nu, absorbe goulùment, comme à la régalade. Le buveur s’appuise sur le bord et s’y contorsionne passablement, dans son effort à vaincre la grande difficulté de sa peu courante ingurgitation… à gauche, et au premier plan, un second personnage, tout paréillement dévétu, le regard inspiré, avance son chapeau, dans le geste du mendiant, et y reçoit l’urine qu’une blonde pucelle pisse gaillardement. Elle a retroussé sa jupe jusqu’à la ceinture, et, résolutement, s’est installée de trois quarts, afin qu’on aperçut parfaitement son sexe sans toison et que rien n’échappat d’une fonction qui reste naturelle, mais, cette fois, fort différente de la position féminine, habituelle et autant réclamée par la commodité que par la bienséance”

La Fontaine Indécente

La Fontaine Indécente

Sotto il velo della indecenza, che spesso viene compensata da una risata di apparente complicità da parte dei benpensanti, ci si dovrebbe chiedere perché mai Canseliet sottolinei che la bionda pulzella sia di tre quarti, perché mai la mancanza del toison possa toglierci il dubbio sul sesso della pulzella, e perché mai l’autore insista sul fatto che la ‘funzione resta naturale‘, senza contare che tale posizione all’impiedi, oltre che poco acconcia alla ‘bienséance‘, è in genere quella utilizzata dai maschietti.

“La scena va osservata con attenzione. Il nostro artista vi rappresenta, col suo congenere, le due parti di un tutto che sono imbevute, largamente e differentemente, con l’acqua indispensabile. Questa, che appare pesante nel bacino, diventa leggera, chiara e spumeggiante per il cappello. Questa è l’immagine della preziosa terra nera, raccolta durante la prima opera e la sua separazione”

“On regarderà la scène avec attention. Notre artiste y figure, avec son congénère, les deux parties d’un tout, lesquelles sont abbreuvées, largement et différemment, de l’eau indispensable. Celle-ci, paraissant lourde dans le bassin, devient légère, claire et mousseuse par le chapeau qui, lui, est l’image de la terre noire, précieuse et recuillie lors de la premier oeuvre et de sa séparation”

Ad una prima lettura, non ci si accorge di quanto abbia voluto esser chiaro l’autore: e l’indicazione, mi pare, non è così comune nei testi d’Alchimia. L’acqua nel ‘bacino‘ viene detta essere pesante e diventa leggera, chiara e spumeggiante ‘per il cappello‘. Non solo: i due ometti nudi, l’uno ‘contorto‘ e l’altro ‘mendicante‘, essendo congeneri, indicano ‘due parti di un tutto’. E qui mi debbo fermare…

Ritorniamo per un attimo alla gagliarda pulzella bionda: è lo stesso Canseliet a ricordare l’immagine del Palazzo Lallemant, a Bourges, dove un tenero angioletto inpertinente compie anch’egli quel che deve compiere, aprendo la propria tunica talaris:

Palais Lallemant, Bourges - Angelo & Sabot

Palais Lallemant, Bourges - Angelo & Sabot

Provvista di due ali, come si conviene, l’infante celeste sta comunque ben piantata sulle gambe in modo da aprire come un sipario la veste che la ricopre. Dirige così abilmente in uno zoccolo di legno il getto obliquo e teso della sua pipì verginale

Pourvue de ses deux ailes, comme il se doit, l’enfant céleste ne s’en tient pas moins campée sur ses deux jambes, afin d’ouvrir, tel un rideau, le vetement qui la recouvre. Ainsi dirige-t-elle, dans un sabot de bois, habilment, malgré son attitude, à la fois verticale et difficultueuse, le jet oblique et roide de son virginal pipi

Si noti che l’angioletto è detto essere curiosamente femmina, anche se il voler conoscere il sesso degli angeli sia in genere considerato ardua impresa…ed anche in questo caso, Canseliet bada bene a sottolineare che la posizione non è delle più comuni (l’edizione italiana, non riporta l’inciso che appare in quella francese di Pauvert, 1979). Ancora, per l’immagine di Bourré si parla di una pucelle e qui di una ‘angioletta‘, a sottolineare la qualità femminile e virginea del soggetto dell’azione. Comunemente, in molte conversazioni a proposito di queste immagini, la memoria va alla ben più famosa fontana di Bruxelles, al Manneken Pis:

Bruxelles, Fontaine Manneken Pis

Bruxelles, Fontaine Manneken Pis

In effetti, qui si tratta di un ragazzino, senza alcun dubbio un maschio; in queste raffigurazioni tanto intime quanto naturali le femmine portano vesti, i maschietti no…curioso che possa sembrare, si tratta di una cosa diversa, pur se l’acqua, l’urina, è ovviamente simile. Ma una differenza deve esistere, altrimenti non si parlerebbe in Alchimie del giovane colerico e della fanciulla vergine. Parlare d’urina fa scattare automaticamente in tutti noi una qualche sorta di blocco, e si tende in genere a portare immediatamente l’attenzione su particolari più piacevoli e meno nauseabondi. E l’indicazione sfugge: ma Canseliet insiste, e ricorda al lettore l’immagine dello Speculum Veritatis, attribuito a Eireneo Filalete, in cui – nella seconda tavola – si vede il ‘piccolo atleta saturnino‘ far pipì dall’alto della sua nuvoletta a cancellare il simbolo di una misteriosa semi-stella nera…”dirige le triple jet de sa liqueur d’harmonie“. Il rimando al brano inserito in Alchimie è il seguente: “…Le symbole de Saturne s’y constitue par fragments, dans la sphère du petit Monde des Sages, tandis que s’efface l’étoile noire, d’abord d’une moitiè, ensuit de trois quarts, sous le triple jet de l’alcali celeste, dont l’émetteur juvenile et nu, debout sur son nuage – Manneken-Pis d’une autre genre – et, d’autre part, présentateur du meme signe saturnien, proclame, avec le terrestre, la parfaite identitè“.

Speculum Veritatis

Speculum Veritatis

Paolo Lucarelli, nella sue edizione delle Opere di Filalete, ha fatto colorare l’urina del fanciullo in verde; la didascalia recita: “Purificazione della materia e riduzione del generato crudo in Generatore cotto, in modo che la sua Urina lavi il Mercurio“. La frase è ambigua quel tanto che ci vuole per destare l’attenzione: di chi è in questo caso la pipì? Il latino ci può esser d’aiuto: “Purgatio Materiae et reductio Geniti crudi in Genitorem coctum ut Vrina sua lavet Mercurium“.

Qui vediamo all’opera due fuochi: quello volgare del forno, con una evidente tripla ripetizione, e quello spirituale della colomba ad ali spiegate sopra il semi-caduceo del Filosofo di sinistra. Quello di destra, vestito in modo un po’ diverso,  brandisce un martello sull’incudine, indicando qualcosa (ma cosa?)…e forse anche la pipì che lava l’étoile ha una sua valenza ignea. Canseliet, per parte sua, chiude il cerchio per l’étudiant: in Alchimie commenta questa tavola così: “Combien révélateur se montre aussi le caisson du Plessis-Bourré, où une jeune femme, retroussée jusq’à l’ombelic, dirige, debout, un jet horizontal, qu’un homme. completement nu, reçoit dans son chapeau”. Par di dover concludere, insomma, che la pulzella ed il ragazzino faccian pipì allo stesso modo: ma, come abbiamo visto, questa differenza viene indicata…

Forse la soluzione potrebbe essere suggerita ancora un volta dal brano di Deux Logis Alchimiques: dopo aver fatto notare che il liquido della fontana, quello sulfureo che zampilla dalle fauci del leone verso la gueule dell’uomo nudo e contorsionnée, deve essere diverso da quello della pulzella, Canseliet aggiunge:

E’ evidente che la candida buontempona è ben lontana dal trasmettere il contenuto del serbatoio esagonale in seno al quale si costituisce l’invisibile unione degli elementi ostili. Questo matrimonio è sempre raffigurato con la sovrapposizione in senso contrario dei due trigoni equilateri che preannunciano il sale tanto promettente della stella a sei punte. Dopo questa mescolanza imperfetta, l’impudica Venere cede la sua acqua pontica acuita col sale detto harmoniaco, che conviene raccogliere con speranza, ora che ha ricevuto il seme del metallo maschile“.

Il est évident que le candide luronne est éloignée de trasmettre le contenu du réservoir hexagonal, au sein duquel s’établit l’invisible union des élements hostiles. Ce mariage est toujours figuré par la superposition, en sens contraire, des deux trigones équilatéraux qui amorcent alors le scel tant prometteur de l’étoile à six branches. Après cette mixtion première et imparfaite, l’impudique Vénus livre son eau pontique qui est acuée du sel dit harmoniac et qu’il convient de recuillir avec espoir, maintenant qu’elle a reçu la semence du métal male“.

Anche in questo caso, conviene leggere con grande attenzione: queste poche parole sono davvero molte!…Quanto a quell’acuée, credo utile ricordare una frase di Lucarelli, mentre – qualche anno fa – si commentava un’altra famosa immagine che raffigura il bimbo incontinente:

Cabala Mineralis

Cabala Mineralis

 ”...Le tre reiterazioni indicate dai tre fiori celesti ci fanno ottenere questo mercurio, sale di pietra o sale armoniaco, che viene irrorato dalla rugiada e aguzzato dall’urina del fanciullo, il nostro ariete celeste. Otteniamo così l’acqua viva aguzzata e poi la stella dei saggi. Le aquile ci ricordano che questo in fondo è un processo di sublimazione“.

E ancora:

“...Mi sono reso conto che non ho detto … perchè “l’urina”. Mio Dio, è semplice, come al solito. E’ il nostro fuoco filosofico che libera il mercurio comune, il dissolvente, e gli si unisce per formare con lui l’acqua viva, che ne è appunto aguzzata (o acuita se preferite). Tra l’altro posso confermare che l’urina dell’ariete ha un fortissimo odore di ammoniaca, cioè di urina putrefatta.
I nomi usati dai maestri hanno sempre un senso molto banale e operativo“.

L’equivalenza tra il maschietto incontinente e l’Ariete Celeste è ben evidenziata, con una qualche sottigliezza in più, nella prima tavola dello Speculum Veritatis:

Speculum Veritatis

Speculum Veritatis

E’ la Casa dell’Ariete, allora, il luogo dove abita il fanciullo impertinente, e nel Le Mystere des Cathedrales Fulcanelli chiosa a questo proposito con un brano tratto da Les Préceptes du Père Abraham:

Il faut tirer cette eau primitive et céleste du corps où elle est, et qui s’exprime par sept lettres selon nous, signifiant la semence première de tous les êtres, et non spécifiée ni déterminée dans la maison d’Ariès pour engendrer son fils. C’est à cette eau que les Philosophes ont donné tant de noms, et c’est le dissolvant universel, la vie et la santé de toute chose. Les Philosophes disent que c’est dans cette eau que le soleil et la lune se baignent, et qu’ils se résolvent eux-mêmes en eau, leur première origine. C’est par cette résolution qu’il est dit qu’ils meurent, mais leurs esprits sont portés sur les eaux de cette mère où ils estoient ensevelis… Quoy qu’on dise, mon fils, qu’il y a d’autres manières de résoudre les corps en leur première matière, tiens-toi à celle que je te déclare, parce que je l’ay connuë par l’expérience et selon que nos Anciens nous l’ont transmis“.

In consonanza con l’insegamento dei Maestri, questo primo seme deve essere non specificato, né determinato: altrimenti non potrebbe essere utile allo scopo dei lavori dell’alchimista. Il perché ce lo spiega con adamantina chiarezza Eireneus Philalethe, nel suo Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium, al Cap. XI:

“...Perciò i Maghi cercando più lontano uno zolfo attivo, lo cercarono e lo trovarono nascosto molto profondamente nella Casa di Ariete. Questo è assorbito con grande avidità dalla prole di Saturno, che è una materia metallica purissima, tenerissima, vicinissima al primo ente metallico, del tutto priva di zolfo in atto, e tuttavia pronta a ricevere lo zolfo. Per cui lo attira a sè come un magnete, lo assorbe e lo nasconde nel suo ventre, e l’Onnipotente, per ornare sommamente quest’Opera, vi imprime il suo sigillo regale“.

In questo lungo percorso tra immagini e testi, si dipana tutto il Fil Rouge che conduce alla meta cercata; certo, me ne rendo conto, appare complesso. Non pretendo certo di averlo chiarito in ogni dettaglio, ma spero che il quadro generale possa essere percepito meglio. I punti fondamentali, su cui val la pena di riflettere ed interrogarsi, sono, grosso modo, questi:

  • L’Ariete Celeste e la sua Maison
  • I due angioletti, il maschietto e la femminuccia
  • La pulzella (ma sarà d’Orléans?…), vergine & impudique Vénus
  • Il Chapeau & il Sabot
  • …e l’Urina dei vari protagonisi!

Ovviamente, oltre ai soliti trucchi dei Maestri, indispensabili per confondere…le acque, non bisogna dimenticare il famoso Tour de Main, evocato, lo si è accennato in alcuni commenti al Post precedente, dalla postura contorta dell’uomo nudo che beve à la régalade il getto sulfureo del leone, seduto in cima alla Fontaine. Da parte mia, trovo veramente divertente che moltissimi siano stati tratti in inganno ed abbiano operato con emissioni umane di ogni tipo: l’uomo cerca sempre di ricondurre tutto a sè stesso, come fosse il centro del creato. In realtà, questo flusso celeste, che parte dal Cielo ed arriva alla Terra passando per arieti, angioletti e vergini sfacciate è il percorso naturale dello Spirito Universale, indicato e spiegato in ogni buon testo. A ben vedere, è forse l’estrema semplicità di questa funzionalità di Madre Natura che ha costretto gli alchimisti operativi, credo non senza qualche sorriso ed ammiccamento, al gioco delizioso delle allegorie e dei calembours sovrapposti: se la comprensione di una cosa semplicissima è cosa non facile per noi ‘logici‘, se non impossibile, la realizzazione pratica di quanto indicato resta un compito che può essere realizzato soltanto con il lavoro silenzioso nel Laboratorio, con l’aiuto sperato di una Grazia sempre impetrata. Non basta infatti la manualità del chimico, scettico o ispirato che sia, a costringere Madre Natura a svelare gli Arcana: questo connubio tra la materia minerale e l’alchimista innamorato non può essere realizzato senza la presenza trascendente ed accettata del Mistero meraviglioso per cui e con cui le cose accadono. Più si entra nel Bosco e meno possiamo esser certi di arrivare a quella Fontaine incantata. Ma si può camminare…senza farsi prendere da miraggi ed aspettative di alcuna sorta. Una di queste singolari coincidenze è quella che ho trovato consultando una carta del Cielo di queste notti di Primavera, in cui accadono cose:

Il Cielo...

Il Cielo...

 Ah, quanto è meravigliosa Madre Natura!

Le dolci emozioni di un’Arca d’Argento…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , on Friday, April 15, 2011 by Captain NEMO

Ogni libro ha una sua storia ed un suo sentimento: ogni autore cerca e mostra quel che porta dentro. Ed ogni lettore cerca e trova quel che, dentro, lo accomuna all’autore. E’ una sorta di piccolo circuito quello che lega un autore ad un lettore, tanto più vero nel caso di un libro scritto da un alchimista operativo. Ho letto Verso l’Arca d’Argento (qui), una piccola perla che Gratianus ha posato con silenziosa delicatezza su un cuscino di sogni : potrei dire che si tratta di un libro bellissimo, di un’opera magistrale, di un testo immancabile nella libreria di ogni étudiant; ma mi preme sottolineare quel che ho trovato, dentro, non appena posato il libro, dopo l’ultima pagina…una delle più commoventi.

Gratianus - Verso l'Arca d'Argento

Gratianus - Verso lArca dArgento

La dolcezza senza frizzi & lazzi, la pacatezza, la semplicità e la gioia profonda nel ritrovare il carattere del Maestro dolce, pacato, semplice e gioioso, in ogni pagina. Mi sono ritrovato a sorridere, commosso ed emozionato, ma con un senso di calma e di condivisione fuor dell’ordinario. Lungo il pellegrinaggio verso Santiago di Compostela, percorso attraverso ogni tappa in poco più di un mese, affiorano vivide le immagini della Natura che l’autore è andato cercando e riconoscendo: di fronte ad ogni bivio, Gratianus ha sempre scelto quello lontano dalla folla, dal frastuono della civiltà, lontano dagli uomini che costruiscono prigioni, attraverso boschi, prati verdi, deserti, distese di pietre calde, fiori dai colori variopinti, ruscelli, fiumi e torrenti. Il percorso più semplice ed il più difficile, anche se – quasi sempre – il meno scelto da parte dei Pellegrini.

Le soste negli ospizi di ogni tipo, il combattimento con la fatica tremenda, con il caldo e con il freddo, con la pioggia e con il vento, sorretta dalla fede nel senso nascosto della meta agognata, l’incontro con tanti viandanti, ognuno sempre sfiorato senza mai cadere nel vizio del giudizio, il mistero di un Angelo che si materializza nei punti meno attesi e che indica la lettura di simboli ed immagini incontrate in una chiesa, un tempio, una fontana, un crocefisso. E le Madonne: tante, tutte diverse nel loro suggerire, ma sempre le stesse, a sottolineare quanto sia indispensabile il contesto in cui una Vergine possa parlare al cuore del cercatore innamorato, eterno Pellegrino  verso la speranza della Gerusalemme Celeste. Il linguaggio piano, l’attitudine a costantemente imparare da Madre Natura, e dall’Angelo segreto, l’insegnamento racchiuso in ogni piccolo segno, manifesto o nascosto, che si incontra lungo il cammino faticoso, un cammino di cui nessuna ‘ratio‘ potrebbe mai dar contezza.

Nel dolce diario del viaggio verso Santiago, riconosco Gratianus, con il suo essere schivo, sensibile, semplice, ormai arrivato alla comprensione perfetta ed al compimento dell’Opera Grande: i cenni interpretativi, i caritatevoli indizi sono innumerevoli, davvero tanti, e tutti secondo l’antica Tradizione della Via Universale. Non ne parlerò qui, almeno per ora, per non privare i lettori della gioia e della sorpesa nel ritrovare le indicazioni di sempre, ma offerte con la fraterna semplicità di un viandante che condivide la propria acqua con chi ha sete. Però uno, tra i tanti, vale la pena che venga contemplato; perché non si potrebbe far altro, vista la impossibile logica del ‘signum‘ offerto dall’immagine di Daniele che accoglie il Pellegrino a Santiago, nel Pòrtico de la Gloria:

Santiago de Compostela - Daniele e il Tour de main

Santiago de Compostela - Daniele e il Tour de main

Il sorriso di Daniele, che srotola il suo cartiglio con una mano torta, innaturale ma naturale; Gratianus, assieme ad Angelo, afferma che si tratta dell’indicazione dell’indispensabile tour de main, non senza far notare il piede destro, raffigurato anch’esso in bella e strana evidenza.

La dolcezza disarmante del sorriso del Profeta gettato nella fossa dei leoni, che verrà ‘liberato‘ da Dio; la serenità del viaggio compiuto nel silenzio della propria fede interiore nella Via antica, alla riscoperta dell’universalità e dell’unicità dell’Arte d’Alchimia.

Cerca
la perla
nel fuoco nero
rendila lucida come cristallo
fissala
sul tuo anello
e al cielo mostrala

Così si chiude il primo viaggio, all’ultima pagina; ed un nuovo viaggio, verso la Gerusalemme Celeste, si prepara…Quante emozioni, stanotte; le emozioni sono il balsamo prezioso e struggente di ogni cuore. In silenzio, con gioia, si cammina lungo le orme dei padri…talvolta con qualche lacrima.

Piccola novità…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , , , on Tuesday, April 5, 2011 by Captain NEMO

Ho finalmente concluso la traduzione delle Récréations Hermétiques; il libro è acquistabile OnLine su Lulu seguendo il Link qui, oppure sulla vetrina di Lulu. Il testo è ricco di preziosi insegnamenti e mi auguro che gli appassionati d’Alchimia vi possano trovare nuovi stimoli e spunti di riflessione. Dimenticavo…nel corso delle ricerche, sono incappato in un curioso manoscritto e l’ho inserito in questo libro…

A chi vorrà, auguro…Buona lettura !

La Joie du Printemps…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Various Stuff with tags , , , , , , on Monday, March 21, 2011 by Captain NEMO

Arriva Primavera, e gli innamorati si apprestano trepidanti ai loro piccolo fuochi: ogni anno, senza gran clamore, il solito nugoletto di Foux mette le mani nelle proprie terre, con uno sguardo affidato alla bontà del Cielo. Sono Riti antichi, semplici, primordiali: e nonostante siano sempre quelli, ogni volta l’emozione è grande. “Grande grande“, direbbe un bambino.

Si avverte nel cuore la speranza di essere capaci di trovarsi adeguati all’incontro con lo Spirito Universale, all’incontro con la Dama. Più si cammina, meno si pensa: l’affidarsi al vento, al soffio impalpabile delle carezze della Luna, l’ascolto del silenzio, la gioia del colore che credi di conoscere e che muta ogni volta d’intensità e profumo, prende ogni secondo di questa benedetta stagione dell’Animo.

Auguro a tutti di nutrirsi della linfa preziosa primaverile, di ritrovare maggior senso nelle nostre vite, di saper essere semplici, e di ripercorrere le tracce nascoste della Dama, graziosa e misteriosa.

 

Printemps

Primum Vere

E che il Cielo protegga il cuore di quel piccolo nugolo di Foux che accenderanno, con gli occhi pieni dello scintillio dei bambini, il loro piccolo prospero per svegliare il Fuoco Celeste…cum Gratia!

“PYROPHILE:…En effet, peu de Personnes s’imaginoient que les Violettes & les Hyacinthes de d’Espagnet; & les Betes à cornes du Jardin des Hespérides; le Ventre et la Maison du Bélier du Cosmopolite, & de Philalethe; l’Isle de la Déesse Vénus, les deux Pasteurs, et le reste que vous venéz de m’expliquer, signifiassent la Saison du Printemps.”

“EUDOXE: Vous avéz raison en ce qu’on ne peut s’assurer d’entendre les Philosophes, à moins qu’on n’ait une entiere intelligence des moindres choses, qu’ils ont écrites. La connoissance de la Saison propre à travailler au commencement de l’Oeuvre, n’est pas de petite conséquence. En voicy la raison fondamentale. Comme le Sage entreprend de faire par nostre Art une chose, qui est au dessus des forces ordinaires de la nature, comme d’amolir une pierre, & de faire vegeter un Germe Metallique; il se trouve indispensablement obligé d’entrer par une profonde méditation dans le plus sécret intérieur de la Nature, & de se prévaloir des moyens simples, mais efficaces qu’elle luy en fournit; or vous ne devéz pas ignorer, que la Nature dés le commencement du Printemps, pour se renouveller, & mettre toutes les Semences, qui sont au sein de la Terre, dans le mouvement qui est propre à la végétation, impregne tout l’Air qui environne la Terre, d’un Esprit mobile, et fermentatif, qui tire son origine du Pére de la Nature; C’est proprement un Nitre subtil, qui fait la fecondité de la Terre et dont il est l’Ame, et que le Cosmopolite appelle le Sel-petre des Philosophes. C’est donc dans cette féconde saison que le Sage Artiste, pour faire germer sa Semence Métallique, la cultive, la rompt, l’humecte, l’arose de cette prolifique Rosée, et lui en donne à boire autant que le poids de la Nature le requiert; De cette sorte le Germe Philosophique concentrant cet Esprit dans son sein, en est animé & vivifié, & acquiert les propriétés, qui lui sont essentieles, pour devenir la Pierre végétable & multiplicative. J’espere que vous serés satisfait de ce raisonnement, qui est fondé sur les Loix, et sur les Principes de la Nature.”

(da Limojon de Sainct Disdier, Le Triomphe Hérmétique – 1699)

BUONA, DOLCE, PRIMAVERA !

Choisir le Grand Jeu…in cerca di ciò che non si può possedere.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale, Various Stuff with tags , , , , , , , , , , , , on Wednesday, February 16, 2011 by Captain NEMO

Canseliet diceva negli anni ’80 che l’Alchimia stava godendo di un momento di grande  rilievo, sia per l’interesse crescente  da parte dei più giovani, sia per una sorta di nuova consapevolezza da parte dell’uomo. Forse era così. A quei tempi, è curioso dirselo, il sottoscritto faceva parte di quei giovani.

Oggi, pare, le cose sono mutate: forse a causa dei momenti bui che la nostra banale civiltà sta vivendo sul pianeta, siamo tutti, chi più chi meno, incatenati alle cose pratiche, materiali, spicce. Si dice che vi sia una crisi economica globale, ma più probabilmente si tratta di una crisi di valori interni. L’uomo si scopre sempre più povero materialmente e dimentica, come sotto gli effetti di una brutta droga, la ricchezza del Creato. E’ un processo ciclico, che si può riscontrare molte volte nella nostra storia: una sorta di modello perverso, in cui il salire o lo scendere una scala sempre uguale ci fa assomigliare più a dei teneri criceti in gabbia, appagati dallo stare in gabbia, che ad anime in cerca di verità.

Noto, con un certo disagio, che non si dialoga più d’Alchimia, di Filosofia della Natura, nemmeno tra coloro i quali hanno in qualche modo abbracciato il cammino lungo verso il Campo della Stella. E’ un preciso segnale. Se dovessi dire la mia, parafrasando al contrario ciò che diceva il buon Maitre di Savignies, l’Alchimia non desta più vera Meraviglia. E questo, a mio modesto avviso, è un gran peccato. Voglio dire che abbiamo, di nuovo, smarrito il senso del Meraviglioso. Ma, ormai l’ho ben compreso, non è un problema. L’uomo ama le parole e non ha mai amato più di tanto la sostanza delle cose. L’essere umano è malato, come il mondo in cui dice di vivere, protestando. E soffre: la Baghavad Gita dice che la Sofferenza è mancanza di Conoscenza. Cognoscere è ‘essere con la Gnosi‘, un compito immane. Conoscere la substantia significa andare alla ricerca di ciò che giace sotto, di ciò che regge ciò che ‘sta’. Ma la ricerca  fattuale, non intellettuale, non metafisica, della substantia è una cosa da cui tenersi alla larga.

Il motivo di questo singolare caveat, forse, risiede nel fatto che una volta che soltanto si ipotizzi che tale substantia non abbia i connotati delle certezze che amiamo costruire attorno a noi e  – soprattutto – dentro di noi, allo scopo mai troppo dichiarato di garantirci una sopravvivenza, l’uomo fugge. Atterrito. Tutto ciò in cui crede ed ha creduto, crolla, miseramente. Le cosiddette sicurezze, cessano all’istante di esistere.

La realtà delle cose, di ogni cosa, di ogni Creazione, non è affatto quella che descrivono le nostre Scienze ed i nostri sistemi di conoscenza. Dunque, una cosa è l’interpretazione di un fenomeno attraverso modelli, certo tanto utili e spendibili quanto sempre poco duraturi, un’altra è scoprire che le Cause Prime che sono alla base di tutto ciò che vediamo, tocchiamo, utilizziamo e consumiamo hanno una connotazione unica ed estremamente opposta alla logica umana. E’ un po’ come dire che ci si può innamorare solo di una cosa che è in qualche modo simile a noi stessi: il paragone di Narciso è calzante, e probabilmente lo scambiare il riflesso di noi stessi nelle cose che ci circondano è la miglior operazione per evitarci lo chock di vedere con occhi disincantati come Madre Natura compie il suo corso.

Oggi, temo, a pochissimi importa davvero cercare la substantia, il senso delle cose, scoprire come Natura crea, sforzarsi di comprendere. Tutti vogliamo sapere per usare, nessuno vuole più comprendere per contemplare. Abbiamo bisogno di cambiare, ma non cambiamo. E’ tutto molto semplice, e per questo quasi impossibile.

L’Alchimia, diceva Paolo Lucarelli, è un’Arte d’Amore.

Ma quanti sono disposti ad Amare senza possedere? Madre Natura nasconde bene i suoi tesori, pur mettendoli davanti agli occhi di tutti. Tocca all’uomo smarrito il mettersi in cammino verso Casa. Ma certo occorrerebbe prima rendersi conto che una Casa c’è, e che si può, se non addirittura si dovrebbe,  tornare a Casa. Nessuno verrà mai a dirci perché nasce una stella, o un uomo, o un fiore, o un sasso. Siamo tutti – sempre – scontenti, ma nessuno muta il proprio camminare. La paura della morte è l’unico mantra costante di una vita spesa spesso dietro ad illusioni continue, in cicli di cadute e risalite. Il Meraviglioso però c’è, ovunque, persino in questo mondo malato. Ma se non amiamo comprendere per contemplare, se non intuiamo la serenità che può donare l’abbandonarsi alla scoperta di nuove letture delle Cause Prime, allo sforzo di destituzione della logica ferrea che incatena l’anima che soffre, come mai potremmo aver il semplice diritto a protestare?

L’uomo ha dimenticato il legame con il Cielo e scrolla, come un vecchio mulo recalcitrante di fronte al cambio radicale di direzione, la testa resa ottusa dai comodi dogmi imposti dai propri simili cui ha delegato il compito Sacro di Cognoscere: amiamo sicurezza, mentre in Natura non esiste. Amiamo i meccanismi ad incastro, mentre in Natura nulla si fa fermare. Amiamo consumare inquinando, mentre Natura trasforma senza sporcare. Amiamo possedere, mentre Natura libera. Amiamo forzare, mentre Natura sfiora.

Gli alchimisti sono quelli che si mettono in viaggio: il più lungo dei viaggi, il più solitario. Sono pochi. E l’uomo non ama affatto la solitudine, il silenzio, l’umiltà, l’accettazione di cose ben più smisurate del nostro immaginare. Gli alchimisti cercano la Madre, la Mater ea, e chiedono a dei sassi di mostrare il cammino dello Spirito nella Materia. Gli alchimisti si abbandonano alla Provvidenza munifica che permette di vedere con gli occhi cose mai vedute e di toccare con le mani cose mai toccate. Quante volte si è parlato di Spirito Universale, di Anima del Mondo, di Umido Radicale…ma al di là della bellezza concettuale, qualcuno si rende davvero conto dell’importanza fondamentale di queste cose – tangibili ed osservabili – nell’equilibrio dinamico del Creato? Davvero pensiamo ancora che lo Spirito Universale possa essere soltanto una affascinante figura retorica? Quanti, oggi come ieri, sono davvero interessati a buttare a mare i propri credo e le proprie certezze per soltanto mettersi in cammino verso un mondo nuovo? Quanti potrebbero mai investire il proprio tempo e – soprattutto – il proprio Amore per ipotizzare di poter comprendere come funziona tutto?

E’ per questo, forse anche per questo, che gli alchimisti vengono presi per dei poveri pazzi. La società mette etichette, cataloga. E loro, felici ed un po’ perfidi, si mettono volentieri al collo quel vecchio ed arguto cartello con la scritta ‘Fou‘. E quanti potrebbero mai voler entrare nel Bosco, rinunciando ai propri inganni? Sembra obsoleto ricordare che il Philosophus è colui che ‘ama Sophia‘: ancora una volta, si parla d’Amore. E tutti pensano che per questo Amore basti leggere qualche libro bizzarro, metter le mani su una ricettina intrigante e poter contemplare il volto di Sophia. Forse per questo il vero Amore non è di questo mondo. Chissà.

Ciò che importa è il mettersi nella prospettiva di un cambiamento percettivo, e cambiare la propria vita, le proprie abitudini quotidiane, dall’interno: questo mutamento, radicale, permea la vita dello studente e si traduce, pian piano, in una percezione diretta, mediata – un giorno, se il Cielo vorrà – dall’osservazione disincantata delle materie nel Laboratorio, del modus operandi di Madre Natura.

Al di là delle possibili letture operative, chiunque legga un buon trattato d’Alchimia dovrebbe saper cogliere un aspetto esplosivo: la descrizione del sistema Naturale fatta dai Maestri d’Alchimia è precisa, semplice, diretta. Da secoli, non è mai mutata. E’ una Via di conoscenza perfettamente uguale a sè stessa, lungo tutto l’arco dei secoli. Vorrà dire qualcosa? Pare che chi scriva goda di una visione straordinaria, privilegiata, rivoluzionaria. Talmente rivoluzionaria che subito la nostra mente, probabilmente per proteggere il proprio avido ruolo di Strumento Unico di giudizio, cataloga quello scritto come una visione, un’allegoria, una magnifica costruzione filosofica. Una chimera, alla fine dei conti. Una cosa bella, certo, ma tutto sommato inutile. Non si ricava potere dall’Alchimia, infatti. Per questo è considerata inutile. L’Alchimia non è da considerare, per i più, persino per chi dice di volerla studiare,  frutto di un’esperienza diretta da parte dell’autore, quanto come un bel dipinto da contemplare ogni tanto, quando proprio non si abbia nulla da fare. Quelle descrizioni sono belle, ma perchè mai immaginare che possano – addirittura - descrivere eventi reali, veri, che sono accaduti e che accadono? Meglio dire che l’Alchimista è uno strano personaggio, meglio sostenere che l’Alchimista è un uomo che si immagina fantasie, meglio dire che l’Alchimista altera la verità.

A nessuno pare più capitare di porsi una domanda semplice: “…e se quegli uomini stessero facendo di tutto per narrare come stanno le cose che hanno visto e sperimentato?“. Voglio dire: dimenticando per un attimo il valore simbolico, allegorico, iniziatico, delle parole di quell’autore che tanto si sforza per descriverci, per esempio, la danza di Zolfo e Mercurio, come si fa a non accorgersi che quegli uomini stanno probabilmente facendo ogni sforzo per indicare che Natura esiste e che la Via per Conoscere è aperta a coloro i quali fossero soltanto disposti a guardare oltre lo specchio illusorio della propria razionalità? E per quale folle motivo quegli uomini si sono impegnati nello sforzo di un linguaggio nuovo, più semplice, più diretto, più onesto, per descrivere a tutti il funzionamento del Creato, se non per un purissimo atto d’Amore?…”senza nulla a pretendere“, come diceva Totò.

Se fossero proprio loro, quei Foux,  a donare ciò che hanno visto? Se fossero loro a cantare la musica da cui tutti siamo ‘nati‘ ed a cui tutti dobbiamo ‘morire‘? E se fossero loro ad indicare la strada di quel cambiamento che da secoli e secoli ogni umano afferma di volere e che nessuno è mai riuscito ad indirizzare?

Leggendo per esempio Philalethe, si resta colpiti dalla esposizione di alcuni strani capitoli; un’esposizione certo singolare, persino noiosa talvolta, perché apparentemente priva di segreti da carpire ma che meriterebbe lunghe riflessioni persino da parte degli ‘addetti ai lavori‘: il capitolo VIII dell’ Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium, per esempio – intitolato ‘Fatica e noia della prima preparazione‘ – ci presenta con parole quasi un po’ retoriche un ben strano scenario; si dice qui che molti ‘Chimici’ sognano che l’Opera sia un semplice lavoro di ricreazione, pieno di piacevolezza; l’autore sostiene invece che ci siano fatiche e difficoltà pesanti da superare, e che in mancanza di Labour, Industry e Diligence il raccolto eventuale che si farà in seguito non potrà che essere vuoto e vano. Pare, insomma, che Philalethe faccia un po’ una sorta di predica a chi pensi di avventurarsi in quella che lui chiama la prima preparazione ritenendola un gioco da bambini. E’ una figura retorica scontata da parte di un Maestro. E tutti i lettori, alzando le sopracciglia, vanno avanti nella lettura, perchè non ritrovano qui le consuete allegorie: giovani alati con spada e/o caducei, dragoni, cani rabbiosi, ombre cimmerie, aquile e via dicendo.

Poniamoci una domanda: un personaggio come Philalethe può davvero aver inserito un capitolo come questo al solo scopo di fare un pistolotto? Vi dico subito la mia personale opinione: no. Non fornirò la mia interpretazione di questo passo, per due motivi: non si può aprire sempre un dono prezioso sottraendosi alle regole della Tradizione, e non sarebbe mai giusto fare i compiti per chi non è capace di impegnarsi con umiltà e serietà. In ogni caso, il passo presenta un insegnamento prezioso, ma evidentemente molto ben criptato. Lo si dovrebbe capire immediatamente quando, alla fine, l’Adepto – dopo il pistolotto in cui si è sperticato a dire quanto sia importante dedicarsi con vera passione al Labour ed al Work (che sono due ‘cose‘ evidentemente diverse; ma quali?), quanto sia inevitabile doversi sobbarcare faticose e tediose lavorazioni – se ne esce con questa frase innocente, che nessuno nota:

But the Mercury, once prepared, then is the rest obtained, which is far more desirable than any Labour, as saith the Philosopher

Questa frase, del tutto innocente e scontata per chi abbia una pur minima conoscenza d’Alchimia, fa da controaltare al pistolotto. Ovviamente, ad una prima lettura, è difficile percepire dove voglia andare a parare l’autore. Lascio a chi vorrà impegnarsi l’onere del cimento, ma segnalo che il metodo utilizzato da Philalethe per indicare qualcosa di importante si basa qui sulla citazione; dopo quella di Augurello, la quale da sola meriterebbe un discorso molto articolato, vi è quella di D’Espagnet. Philalethe ne riporta un piccolo riassunto, e nessuno – o forse pochissimi – si prende la briga di andare a consultare la fonte. Allora, tanto per divertirci un po’, la riporto: il passo di D’Espagnet cui si riferisce Philalethe è il Canone XLII dell’ Arcanum Hermeticae Philosophiae:

“In philosophica Mercurii Sublimatione sive preparatione prima Herculeus labor operanti incumbit; nam sine Alcide expeditionem Colchicam frustra tentasset Iason;

Alter inauratam noto de vertice pellem
Principium velut ostendit, quod sumere possis;
Alter onus quantum subeas.

limen enim à cornupetis belluis custoditur, quae temeré accedentes  non sine dispendio arcent; earum ferocitatem sola Dianae insignia & Veneris columbae mulcebunt, si te fata vocant.”

Come dicevo, a chi interessa andare un po’ più alla scoperta di cose operative lascio il piacere di tradurre (…se i Fati lo chiamano!); raccomandando di far caso a molte parole; in sostanza viene citato ancora una volta Augurello, e forse varrebbe la pena andare a leggere l’intero passo (…ma che fatica, però!). Ma, allo scopo di illustrare prima il metodo adottato da Philalethe in questo capitolo, e poi il sempre trascurato Amore dei Maestri per chi ami sul serio mettersi sul cammino di Madre Natura, raccomanderei di leggere bene il seguito dei Canoni di D’Espagnet, che ovviamente Philalethe non poteva riportare in extenso (…forse parlava ‘a suocera, perchè nuora intenda‘?); in particolare, riporto il Canone LI:

“Duobus perficitur philosophica Mercurii sublimatio, superflua ab eo removendo, & deficientia introducendo; superflua sunt externa accidentia, quae fusca Saturni sphaera rutilantem Iovem obnubilant; emergentem ergo Saturni livorem separa donec purpureum Iovis sydus tibi arrideat. Adde Sulfur Naturae, cuius granum & fermentum Mercurius quidem in se habet, quantum sibi sufficit; sed fac ut etiam aliis sufficiat. Multiplica itaque; Sulfur illud philosophorum invisibile, quousque exprimatur lac virginis; tunc prima tibi patet ianua.”

Questa volta, vista la imprecisa traduzione francese di M. Bachou, offro una mia rapida resa in italiano:

“La sublimazione filosofica del Mercurio si compie grazie a due, rimovendo da esso le superfluità, ed introducendo ciò di cui è deficitario; le superfluità sono gli accidenti esterni, che nascondono il rutilante Giove con la fosca sfera di Saturno; quindi separa l’emergente livore di Saturno finché l’astro purpureo di Giove ti arrida. Aggiungi Zolfo di Natura, di cui il Mercurio in verità ha in sè il grano ed il fermento, quanto gliene è sufficiente; ma fa in modo che anche agli altri sia sufficiente. Moltiplica così; quello Zolfo invisibile dei filosofi, fino a quando si esprima il latte della vergine; allora ti si apre la prima porta.”

Al di là dei numerosi, enigmatici, riferimenti operativi, i quali in ogni caso – vista la apparentissima scontatezza – sarebbero da meditare ben più che bene, mi preme qui sottolineare la sensazione di stupore di fronte a questo piccolo squarcio offerto da D’Espagnet: si sta dicendo qui che per effettuare quel che viene chiamata la ‘sublimazione filosofica del Mercurio, vi è una contemporanea separazione delle scorie esterne ed un aggiunta di qualcosa che manca: questo è lo Zolfo di Natura, che il Mercurio possiede come grano e fermento. Fermiamoci un momento a riflettere: l’autore afferma che il Mercurio, che in questo caso è evidentemente un corpo tangibile, con le proprie naturali inclinazioni volatili, possiede ‘in sè‘ il ‘grano ed il fermento‘ dello Zolfo; ma, quello di Natura. Il quale è, naturalmente, un corpo tangibile, fisso. Come la mettiamo? Il dualismo della substantia della manifestazione, di ogni manifestazione, è qui ben mostrato: Madre Natura utilizza i due Principi, Zolfo e Mercurio, per fare ogni cosa; ma non già per unire ciò che la nostra mente ama razionalizzare come qualità separate, distinte, quanto per rendere attive, attraverso una unione di ‘purezze’, qualità doppie già in essere nel Creato.

Si tratta di una descrizione della base materiale straordinaria, le fondamenta della materia in Essere, di una semplicità incredibile, la cui portata – non soltanto in termini di speculazione intellettuale – è gigantesca. Nel cuore della materia, di tutte le materie, spirituali e corporee, il doppio volto dell’evoluzione è presente, sin dall’inizio. Ogni materia racchiude in sé la sua perfetta completezza: il Progetto Naturale è perfetto, non soltanto perché è di origine per così dire Divina (e questo può magari attenere ad una visione metafisica), ma soprattutto perché ontologicamente tutto quel che è necessario è già in ogni tutto. Sostanzialmente. I due termini Zolfo e Mercurio rappresentano dunque solo i ruoli istantanei delle azioni naturali – e per questo quasi ‘automatiche’ – assunti dai Centri nascosti di ogni corpo quando sono attivati dall’unico Agente capace di infondere l’impulso naturale; questo, lo si sa, è proprio lo Spirito Universale. Questo è il Grand Jeu della Creazione manifesta. Non potrebbe essere espresso con miglior efficacia.

En passant, lo studente potrebbe ricordare quanta passione abbia messo Paolo Lucarelli nel passare una informazione singolare: nella nostra manifestazione, qui, – al momento topico – sembra esserci stato un errore!…per questo, qui, tutto è malato. Anche noi. Questo errore potrebbe essere assimilabile al concetto del Peccato Originale. Curiosamente, proprio D’Espagnet , nel Canone precedente afferma che :

“Argentum vivum a peccato originale inquinatum est, ut duplici labe scateat…”

Come sempre, i Maestri sono in diapason perfetto, pur essendo tra loro separati da secoli: compito nostro è ben comprendere…cosa si possa fare, e come fare per uscire dal cul-de-sac. Ma è ben più elegante, nelle platee dotte, dirimere la vexata quaestio: “Signore e Signori…come mai Dio (…ma… siamo sicuri?) ha potuto addiritura sbagliare?…non sarà un’eresia?“…oppure: “…allora ha ragione Santa Madre Chiesa, allora dobbiamo fare penitenza!”, e via dicendo. Tutto giusto, ma tutto molto lontano dal fatto – semplice, caritatevole e veritiero, – passatoci sottobanco in un impeto d’Amore. Qualcuno si domanda come possa mai un alchimista fare un’affermazione di questa portata?…la risposta è tanto semplice, quanto lontana da chi dimentica cosa fa un alchimista nel proprio piccolo Laboratorio.

Tornando all’affermazione di D’Espagnet a proposito del Mercurio e dello Zolfo, credo sia d’uopo un’ulteriore riflessione: Madre Natura compie in estrema e semplice ‘naturalezza‘ – è il caso di dirlo – una cosa che per noi ‘separatori‘ è impossibile: noi non possiamo mai essere in grado di ‘produrre’ una cosa come il Mercurio o lo Zolfo, figurarsi isolarli (come adorerebbe poter fare il povero chimico moderno). Per loro nascita naturale, in ogni dove ed in ogni quando, la cosa è doppia. E’ la caratteristica della manifestazione: dall’Uno si passa al Tre, tramite il Due. Sic & simpliciter. Questo processo avviene in continuo, da sempre e per sempre. Questo imprinting naturale è il signum dell’Essere venuto in Luce. Lo si trova qui, come su ogni sassetto di ogni pianeta, di ogni sistema, di ogni galassia, di ogni universo. Noi non siamo assolutamente in grado di produrre questo evento prodigioso che permette la Creazione, che scorre tra ciò che chiamiamo nascita, vita e morte. Quelle qualità doppie sono naturali, non di nostra proprietà, non di nostro possesso, non nella nostra disponibilità. E questo il cuore della Natura, è questo il fondamento – corporeo e spirituale – di ogni materia apparsa ed in via di apparizione. Il Mercurio di Natura – ovviamente ‘quel‘ Mercurio – racchiude già in sè il ‘granum‘ ed il ‘fermentum‘ dello Zolfo di Natura: così, per gradi di sviluppo successivi, si fanno – per Natura – le cose ‘maschie‘ e le ‘cose ‘femmine‘. Le quali, come si vede, sono di per sé rappresentazioni funzionali. Apparenze. Suona tutto come l’Illusione, tanto cara alla Saggezza orientale. In verità, anche un eventuale ‘maschio perfetto‘, quale è la Pietra Filosofale, rappresenterà – al proprio massimo ed al proprio meglio – il ruolo indispensabile del Gran Teatro della manifestazione: ed infatti, quando – dopo il necessario orientamento-  trasmuterà il metallo vile, lo farà ‘morendo‘ a sè stessa, degradando il proprio Zolfo (nato dal Mercurio) ad attivare il Mercurio addormentato nel Centro occulto del metallo vile: il gioco è Zolfo-Mercurio, Mercurio-Zolfo, Zolfo da Mercurio, Mercurio da Zolfo. Per questo Shiva, che danza, crea distruggendo e distrugge creando. Questo gioco danzante, terribile e meraviglioso al contempo, assolutamente incomprensibile per la nostra ragione nutrita di etica e di filosofia sempre troppo da salotto, è la base di ogni apparizione della materia e del suo percorso in ciò che chiamiamo (ma non sono ciò che vogliamo che siano, in verità) spazio e tempo. Tutto è in tutto. Qualcuno, e li abbiamo sempre chiamati filosofi, dimenticando cosa  veramente muova il Philosophus, lo aveva già detto. Da un mucchio di tempo. Però… è più comodo pensare agli atomi (inesistenti), e giocare a far gli Dei, e spaccare ogni cosa, alla ricerca di una cosa che non c’è.

Tornando a Philalethe e D’Espagnet, mi auguro possa risultar un po’ più chiaro il perché un povero umano possa decidere di scegliere un cammino come quello dell’Alchimia: lo studio dell’Arte offre scorci sulle Cause Prime che sono alla base di Madre Natura. E non mi pare poca cosa. Se poi si riflettesse che l’Alchimista fedele, e D’Espagnet e Philalethe lo hanno fatto, racconta ciò che vede e che gli viene offerto da Madre Natura tramite le materie, nel suo piccolo Laboratorio, forse si potrebbe giustificare il mio avervi costretto a leggere questo lungo Post. Necessariamente incompleto, necessariamente un ‘work-in-progress‘.

 

Speculum Naturae

Speculum Naturae

Quel brano di D’Espagnet, indicato perfidamente da Philalethe – ma in realtà con Amore vero – è stato scritto per chi sogna (ma cos’è il ‘sogno‘, in Alchimia?) di arrivare vicino allo Specchio di Madre Natura, spogliato dei dogmi e dei modelli offerti da chi intende usare, nel senso più volgare, quasi diabolico, Madre Natura. Quegli uomini erano uomini come noi, immersi come noi nelle loro cose. Non erano dei Buddha; D’Espagnet era uomo di lettere, diventato Presidente del Tribunale di Bordeaux. Philalethe era uomo di gran prestigio, di gran fede, di grande peso istituzionale: loro hanno fatto, come noi, un mucchio di errori, forse anche azioni non sempre proprio ‘buone’; entrambi, come noi, ‘tenevano famiglia’. Hanno percorso la loro vita, facendo errori, e soffrendo, e facendo soffrire. Uomini tutto sommato normali: l’unica non normalità, era quella di aver scelto – nel cuore – di andare a cercar Natura. Con tutto il proprio cuore. Hanno dedicato la vita allo studio ed alla pratica dell’Alchimia. Il loro corpo è ormai ben decomposto, come si conviene, come a tutti capiterà. Hanno acceso il Fuoco e lo hanno tenuto sempre acceso, anche di fronte al dolore, alla sciagura, alla guerra, alla arrogante stupidità umana. Hanno lasciato degli scritti. Ermetici. Ma pieni: pieni dell’Amore nel voler condividere lo stupore che coglie l’umano quando vede la Dama far giocare  la Materia e lo Spirito nel Gran Teatro della Manifestazione. Lo hanno raccontato. E tutti hanno detto che sono dei poveri pazzi, che cercavano la Chimera della Pietra Filosofale.

Da una parte, quelli che affermano che lo scopo dell’Alchimia è la Pietra, hanno una qualche ‘ragione’: ma – temo – non si renderanno mai conto di quanto s’ingannino. Il punto è ‘scegliere’: ogni scelta è un abbandono finale di ciò che possediamo, senza alcuna garanzia di arrivare. L’unica certezza è che non si possederà: più e mai.

Ecco perché nessuno ama parlare davvero d’Alchimia; ecco perché è sempre stato e sempre sarà così. E va bene così.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 34 other followers