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I due Zolfi e l’Acqua Mercuriale…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie with tags , , , , , , , , , , , , , on Saturday, May 29, 2010 by Captain NEMO

Come tutti gli studenti d’Alchimia sanno, l’Arte Reale appare spesso piena di termini astrusi, allegorici, misteriosi quanto affascinanti: trovare il bandolo della matassa, il Fil Rouge iniziale, non è cosa facile. Ci vogliono anni ed anni per abituarsi a leggere tra le righe, ad imparare a non cadere in decisioni troppo affrettate nell’attribuire a questo e a quello una precisa identità dei corpi e degli Spiriti prima di avvicinarsi, pian piano, allo soglia decisiva – e per questo spesso terribile – dell’esperienza di Laboratorio.

Qualche tempo fa, parlando dello Spirito Universale (qui), avevo proposto la famosa incisione, tratta dall’Atalanta Fugiens di Michel Maier, in cui è raffigurato il Vento: “Portavit eum Ventus in ventre suo” è la frase forse più popolare in Alchimia, e non per questo non meno esatta ed istruttiva. Nel testo di Maier si fa un accenno esplicito allo Zolfo che è ‘chiuso‘ nel ventre del Mercurio, ed avevo segnalato questo curioso punto della dottrina: tutti sanno che è dall’unione dello Zolfo e del Mercurio che può nascere il vero matrimonio, ma il punto è che esistono molti ‘mercuri’, ed anche diversi ‘zolfi’. Questa confusione, certo voluta ad arte da parte degli autori che amano complicare le cose semplici per renderle appetibili ai ragionatori, è tuttavia inerente la Natura stessa delle cose materiali e Spirituali con cui ogni alchimista avrà a che fare una volta acceso il proprio Fuoco.

A titolo di maggior chiarezza ed altrettanta confusione – le due cose vanno sempre di pari passo – segnalo un brano che trovo veramente divertente, ma istruttivo a modo suo, tratto da una collezione di testi alchimistici ad opera di Guglielmo Gratarolo: Verae Alchimiae, Artisque Metallicae, citra Aenigmata, Doctrina certusque modus, scriptis tum novis tum veteribus nunc primium & fideliter maiori ex parte editi, comprehensus…(1561) (qui). Ecco il passo, in cui si risponde alla domanda: ” Cos’è questa Terra Fogliata?…“:

De Lignum Vitae

De Lignum Vitae

Una rapida traduzione potrebbe suonare così:

Raimondo – E’ il mercurio preparato, con il quale dobbiamo unire il suo zolfo: sebbene si possa capire in un altro modo.
Discepolo: Svelami quest’altro modo
Raimondo: Secondo la frase di Geber in Lib. 3 Cap. 7 nei corpi metallici vi sono due sulfureità: delle quali una è racchiusa nel profondo dell’argento vivo al principio della sua commistione: e questa è chiamata oro, aes, venere, numus [1], arsenico, aureopigmento, vetro, vetriolo, anima, fuoco, acqua verde, leone verde, vino, sangue umano, sangue del dragone, acqua permanenete, a differenza dell’acqua mercuriale, che non è permanente: poiché quella è l’impedimento alla fissazione. L’altra sulfureità dei corpi è sopravveniente, e fissa: e questa è chiamata zolfo, marte, vetro, vitriolo, vino e sangue. E siccome questa sulfureità sublima come foglia dell’oro o dell’argento e di moltri altri colori significativi, mutati dagli occhi di Argo nella coda del pavone; in verità il sopraddetto zolfo chiamato oro, venere e via dicendo, deve essere unito con l’altro zolfo chiamato marte (come dice Geber Lib. 1 Cap 13) e questo si deve fare mediante l’acqua mercuriale, che (come dice Geber Lib. 1 Cap. 15) è il mezzo di congiunzione delle tinture: ed è significata dalla rete sottilissima di Vulcano, con la quale legò Marte e Venere simultaneamente. Perciò Hermes disse ‘ Seminate l’oro nella terra fogliata‘. Arnaldo dice: ‘L‘acqua è il mezzo con il quale si congiungono le tinture, cioé gli zolfi: che (come dice Geber come sopra Cap 13) sono la luce e la tintura di tutti i corpi.

Guglielmo Gratarolo - incisione di T. De Bry

Guglielmo Gratarolo - incisione di T. De Bry

Guglielmo Gratarolo, un illustre medico bergamasco emigrato a Basilea a causa delle sue posizioni poco cattoliche,  compilò la sua raccolta basandosi sul precedente De Alchemia di Petreius (1541), ma vi aggiunse il Lignum Vitae (da cui è tratto questo passo) di Giovanni Bracesco: si tratta di un dialogo immaginario tra Raimondo Lullo (lo Pseudo-Lullo) ed il suo anonimo ‘discepolo‘ (ispirato al Démogorgon di Boccaccio), il cui scopo evidente è quello di diffondere la visone alchemica del cosiddetto Geber latino. Il passo riportato, dunque, propone l’interpretazione diel pensiero di Geber ed altri autori della stessa scuola (Alberto, Morienus, etc.) fatta da Bracesco, alchimista e Priore dei Canonici di San Secondo di Orzinuovi, in provincia di Brescia. Il testo, ennesimo esempio di “Dialogo” tra un Maestro ed un apprendista, è molto interessante e pieno di riferimenti alla mitologia Greca e Latina. L’accenno di spiegazione del famoso mito di Marte, Venere e Vulcano è senza dubbio appetibile per chi studia, ma ciò che ritengo interessante è quella particolare ‘explicatio‘ sulla duplicità dello Zolfo; questo aspetto Filosofico, che si trasmette quasi intatto anche nei testi seguenti, sebbene amabilmente velato (come in Filalete), può fornire lo spunto per migliori riflessioni, sia a livello di studio dei testi, sia al tavolo del Laboratorio.

I riferimenti di Gratarolo e di Bracesco a Jabir ibn Hayyan

Jabir ibn Hayyan

Jabir ibn Hayyan

sono evidentemente quelli delle edizioni allora disponibili e sono tratti dal Summa Perfectionis Magisterii, reperibile in moltissime raccolte d’Alchimia antiche e moderne: per chi volesse consultare i passi indicati dai due alchimisti italiani nel brano soprariportato, ci si può riferire a Bibliotheca Chemica Curiosa (1702), Tomo I, Lib. II, Sect. II, Subsect. IV, pag. 543 (Caput VII – De Veneris Essentia), oppure – in una traduzione francese tratta (e adattata al moderno) da Salmon – a Oeuvre Chymique de Geber (Ed. G. Trédaniel, 1976), Livre Second, Chap VIII, pag. 38 (De la Nature de Venus ou du Cuivre).

Ecco il passo di Geber cui si fa riferimento, tratto da un’edizione del 1502:

Jabir ibn Hayyan - Summa Perfectionis

Jabir ibn Hayyan - Summa Perfectionis

Ed una mia rapida traduzione, con qualche adattamento, di questo latino del 1500:

“Da quanto detto in precedenza, dunque, risulta necessariamente che nei corpi ci siano due sulfureità. Una racchiusa senza dubbio nella profondità dell’argento vivo, all’inizio della sua creazione. L’altra, in verità, sopravveniente dagli accidenti, che si toglie con fatica. L’altra, veramente innata, non è possibile toglierla attraverso nessun ingegno di artifici che si facciano tramite il fuoco, affinché la nostra operazione possa pervenire (allo scopo) in modo congruo ed utile, poiché è già unita con lui (con l’argento vivo) nella radice della creazione. E questo è provato dall’esperimento, in cui vediamo che la sulfureità adustibile si distrugge attraverso il fuoco, e la sulfureità fissa, in verità, in minima parte. Se quindi dicessimo che si possa pulire e fissare i corpi per mezzo della calcinazione e della riduzione, si intenda soprattutto (pulirli e fissarli) dalla sporcizia terrestre, che non è unita con loro (l’argento vivo e lo zolfo fisso) nella radice della sua natura o nel profondo. Poiché non è possibile ingegnarsi per mondare (la cosa) unita per mezzo del fuoco, se non somministrando la medicina dell’argento vivo, che occulta e contempera quella.”

Il passo di Geber è più approfondito e di facile comprensione, pur se tratto da un latino un po’ troppo moderno, frutto probabilmente delle numerose traduzioni, copie ed adattamenti. Consiglio, a chi fosse interessato, la lettura completa del capitolo di Jabir, ricca di ulteriori riferimenti e indicazioni. Ferma restando – sempre – la raccomandazione di non prendere tutto per oro colato, non posso non sottolineare come l’Alchimia porga sempre gli stessi insegnamenti: in antichità (Geber si suppone fosse dell’800 D.C.) si insegnavano le stesse cose che oggi ritroviamo in Filalete o Fulcanelli.

L’Alchimia non è mai mutata nella sua essenza e nella sua profondità, nella sua estrema semplicità d’approccio e di indagine di Madre Natura. A questo proposito, chiudo il Post con un’immagine famosa ed eloquentissima, che ‘parla‘ proprio di ciò che tutti gli alchimisti, antichi e moderni, hanno voluto indicare con immutata intensità:

Leo Viridis

Il Leone Verde...


[1] In latino ‘numus’ indica la moneta, o una cosa scambiata, un dono. Martinus Rulandus lo fa corrispondere a Piombo, Piombo Nero. Dom Pernety, dal canto suo, indica con ‘nummus’ la materia dell’opera al nero.

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