Archive for Finis Gloriae Mundi

La caccia all’Oro Filosofico

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Fulcanelli with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Tuesday, January 12, 2010 by Captain NEMO

Eugéne Canseliet, 1926

Eugéne Canseliet, 1926

1839 – nascita (stimata) di Fulcanelli

1862 – nascita di Pierre Dujols de Valois

1877 – nascita di Jean Julien Champagne

1887 – nascita di René Adolphe Schwaller

1899 – nascita di Eugéne Canseliet

1913 – primi incontri tra René Adolphe Schwaller e Jean Julien Champagne, a Parigi

1912 – Jean Julien Champagne viene presentato a Fulcanelli dai De Lesseps

1915 – primo incontro di Eugéne Canseliet con Fulcanelli, a Marsiglia

1916 – Fulcanelli presenta Jean Julien Champagne a Eugéne Canseliet, a Marsiglia.

1919 – Eugéne Canseliet torna a Parigi, dove Fulcanelli, anche lui a Parigi, lo introduce nei salotti della Ville Lumiére, tra cui spicca quello dei de Lesseps. Anche Jean Julien Champagne frequenta gli stessi ambienti.

1919 – René Adolphe Schwaller viene ‘nobilitato’ da Oscar Wenceslas de Lubicz-Milosz, Principe di Lusazia, conte di Lahunovo; nasce René Adolphe Schwaller de Lubicz

1920 – René Adolphe Schwaller de Lubicz fonda il gruppo Les Veilleurs

1920 – Pierre Dujols de Valois, nella dedica a Fulcanelli del suo Hypotypose (Mutus Liber), lo indica come ‘Philosophe-Adepte’

1922 – Eugéne Canseliet compie una trasmutazione di 120 gr. di piombo in oro nelle Officine a Gas di Sarcelles, utilizzando la polvere di proiezione di Fulcanelli, in presenza dello stesso Fulcanelli, di Jean Julien Champagne e di Gaston Sauvage

1923 – Fulcanelli fa recapitare a Eugéne Canseliet tre manoscritti (Il Mistero delle Cattedrali, Le Dimore Filosofali, Finis Gloriae Mundi) impacchettati e sigillati in cera verde, perché si occupi di farli pubblicare. Fulcanelli si allontana da Canseliet, ormai in grado – secondo lui – di affrontare da solo la Grande Opera.

1925 – Eugéne Canseliet e Jean Julien Champagne affittano due mansarde contigue a Parigi

1926 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso J. Schemit, la prima edizione (300 esemplari) de Il Mistero delle Cattedrali, con le illustrazioni di Champagne.

1926 – morte di Pierre Dujols de Valois

1929 – René Adolphe Schwaller de Lubicz e la moglie Isha (Jeanne Germain Lamy) si stabiliscono a Plan de Grasse, in Provenza, in una proprietà ribattezzata Mas de Coucagno

1930 – dopo 19 anni di tentativi più o meno continuati, Schwaller de Lubicz e Jean Julien Champagne – chiusi nel laboratorio di Plan de Grasse – riescono a condurre a termine la produzione alchemica del rosso e del blu nella massa del vetro, ricreando la materia delle perdute vetrate delle Cattedrali Gotiche, grazie ad un libro del 1830 che Champagne aveva ‘trafugato’ da una libreria

1926 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso J. Schemit, la prima edizione (500 esemplari) de Le Dimore Filosofali, con le illustrazioni di Champagne.

1932 – morte di Jean Julien Champagne

1938 – Eugéne Canseliet intraprende la ‘Grand Coction‘: è il famoso evento legato alla “rottura dell’uovo”, collegata con una vasta aurora boreale

1952 – Eugéne Canseliet, come lui stesso ripeterà molte volte, incontra nuovamente Fulcanelli, nei pressi di Siviglia

1957 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso Lavritche, la seconda edizione (1000 esemplari) de Il Mistero delle Cattedrali, con le illustrazioni di Champagne.

1964 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso Pauvert, la terza edizione de Il Mistero delle Cattedrali, con le foto di Pierre Jahan.

1965 – Eugéne Canseliet pubblica per conto di Fulcanelli, presso Pauvert, la terza edizione de Le Dimore Filosofali, con le foto di Pierre Jahan.

1982 – Eugéne Canseliet lascia questo mondo

Eugéne Canseliet...

Eugéne Canseliet...

Questa piccola cronologia potrebbe essere completata da altre date, da altri nomi e da altri eventi. L’intento, qui, non é la identificazione di Fulcanelli, bensì quello di fornire un tessuto temporale ad una particolare notazione che appare nella seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali, scritta da Canseliet nel febbraio del 1958;  si tratta del famoso passo in cui il Maitre di Savignies ricorda che Fulcanelli passò venticinque anni alla ricerca dell’oro dei filosofi; eccola:

Allora il Maestro commentava, con il grave e nobile volto, incorniciato dalla massa dei lunghi capelli grigi, curvo sulla nostra spalla:

‘E così, l’oro filosofico, anche se pieno d’impurità, circondato da spesse tenebre, coperto dalla tristezza e dal lutto, dev’essere considerato come l’unica e vera materia prima dell’Opera; allo stesso modo in cui la vera e unica materia prima è il mercurio, da cui è nato quest’oro invisibile, miserabile e sconosciuto. Questa distinzione, che di solito non si fa, precisò poi, è d’importanza capitale; infatti facilita grandemente la comprensione dei testi e permette la soluzione delle prime difficoltà.’

[Fulcanelli, Le Dimore Filosofali, prefazione alla Seconda Edizione – Ed. Mediterranee]

L’edizione Italiana tradotta da F. Ledvinka è purtroppo piuttosto imprecisa; d’altro canto quel richiamo alla ‘distinzione‘ non è giustificato da quanto tradotto, ma nessuno – forse – ci fa gran caso: quale sarebbe la distinzione cui allude Fulcanelli nel testo così come è stato tradotto?…qualcosa non va. Vediamo allora lo stesso passo preso dall’originale, nella edizione Francese di Pauvert:

Le Maitre commentait alors, sa grave et noble figure noyée dans le longues cheveux gris et penchée sur notre épaule:

‘Ainsi, l’or philosophique, tout rempli d’impuretés, environné d’épaisses ténèbres, couvert de tristesse et de deuil, doit-il etre considéré néanmoins comme la véritable et unique première matière de l’Oeuvre, de meme qu’en est la veritable et unique matière première, le mercure, d’ou cet or invisible, miserable et méconnu a pris naissance. Cette distinction, qu’on n’a pas coutume de faire, précisait-il, est d’une importance capitale; elle facilite grandement la compréhension des textes et permet la résolution des premières difficultés‘”

[Fulcanelli, Les Demeures Philosophales, preface à la Deuexieme Edition – Ed. Pauvert]

Qui appare chiara quella ‘distinzione‘ che era di fatto incomprensibile nella traduzione italiana: Fulcanelli parla della première matière, attribuendola all’oro filosofico, e della matière première, attribuendola al mercurio. Il passo assume allora il suo vero significato:

Il Maestro commentava allora, il suo grave e nobile volto inondato dai lunghi capelli grigi e curvo sulla nostra spalla:

‘Così, l’oro filosofico, tutto pieno d’impurità, circondato di spesse tenebre, coperto di tristezza e di lutto, deve nondimeno essere considerato la prima materia dell’Opera, allo stesso modo in cui ne è la veritiera ed unica materia prima il mercurio, da cui quest’oro invisibile, miserabile e misconosciuto è nato. Questa disitinzione, che non siamo abituati a fare, precisava, è di un’importanza capitale; essa facilita grandemente la comprensione dei testi e permette la risoluzione delle prime difficoltà’

[Fulcanelli, Le Dimore Filosofali, prefazione alla Seconda Edizione – Ed. Mediterranee – mia personale traduzione]

La ‘distinzione’ tra prima materia e materia prima è molto importante a livello di Filosofia Naturale e, di conseguenza, a livello operativo. Pochi si soffermano a riflettere, pensando che siano la stessa cosa, il che in un certo senso un po’ grossolano è certo vero ma non veritiero, o ritenendo che si tratti di uno dei tanti sofismi che si attribuiscono, stoltamente, ai trattati alchemici. Secondo il senso comune di oggi un chimico ha sempre ragione e conosce la verità, mentre un alchimista ha sempre torto e non conosce come stanno le cose. Siamo abituati a frequentare luoghi comuni, perchè rassicuranti per la nostra esistenza incerta ed affannosa, e mai quelli veramente straordinari; quelli ‘veritieri‘, per dirla con Fulcanelli. A proposito: a mio avviso esiste una differenza tra ‘vero‘ e ‘veritiero‘, tra ‘vrai‘ e ‘veritable‘. Sottile, ma esiste: il veritiero è portatore del vero. Semplice, ma chi ama oggidì le cose semplici? Ma torniamo a quella ‘distinzione‘ sfuggita, che Canseliet aveva amorevolmente incluso nel suo scritto del 1958: la prima materia è qualcosa che attiene molto più all’origine della creazione, essendo di fatto il seme da cui tutti i corpi prendono forma sostanziale e manifesta; pur essendo un termine ‘spostato’ verso il mondo metafisico, è tuttavia uno stato della materia primo, che è alla base di ogni manifestazione. Ovviamente si tratta di trovare, ottenere, questa prima materia, vero primo passo dell’Opera. E’ l’oro dei filosofi. Ma attenzione: l’oro dei filosofi di cui si parla nel passo è ancora in potenza, nascosto, prigioniero, chiuso dalle impurità, dal lutto e dalle tenebre. E’ ovvio che lo scopo è quello di portarlo alla luce, di farlo nascere: quando sarà effettivamente nato potrà chiamarsi più propriamente Oro dei Filosofi.

La materia prima è invece il corpo principale, il protagonista ineludibile della Grande Opera, quello che ne giustifica l’esistenza stessa e ne permette il compimento. Se si legge il passo con attenzione, con calma, con serenità,  si comprende che questa materia prima contiene essa stessa quella prima materia: quello zolfo, che sarà l’Oro dei Filosofi, nasce “dal” mercurio e non soltanto “grazie al“. Molti Maestri l’hanno indicato chiaramente: e molti pensano che le affermazioni come “il vento l’ha portato nel suo ventre” siano solo delle curiose frasi su cui disquisire dottrinalmente, in genere per ore.  Dimenticando che l’Alchimia è una cosa reale, frutto di studi approfonditi, certo, ma che alla fine si compie con le mani , in un piccolo Laboratorio. Dunque questo mercurio di cui si parla è anch’esso un seme, ma di funzione diversa; si legge chiaramente che uno è il maschio, indicato in questo passo nel suo stato di ‘potenza’, nascosto ed occultato; l’altro è la femmina, quello che è in grado – reso manifesto dall’Arte – di portare all’atto quella potenza. Si tratta di una visione cruciale del funzionamento di Madre Natura, ovviamente ben diversa da quella della Chimica; non è una reazione quella che si cerca, anche se la nostra logica ci spinge a incasellarla in questo senso, quanto piuttosto un’azione primordiale e completamente naturale, essendo l’esatta replica di una Creazione.

E’ ovvio che questo processo, di difficile comprensione per la nostra logica, lo è anche a livello operativo. Anche se Madre Natura è di una semplicità disarmante, è per noi umani molto difficile realizzare con compiutezza questa ‘naturalità’. Siamo troppo distanti, per complessità biologica e dunque per funzionamento intellettuale, dalla semplicità originaria del mondo minerale, che fu il primo dei tre regni ad apparire nella manifestazione. E’ così importante riflettere sul termine ‘apparizione‘ che gli antichi, di ogni epoca e contrada, ci ricordano che Maya, l’illusione, è ciò che permea tutta la nostra cosiddetta realtà: la vera esistenza, l’ “essenza” è sempre nascosta, diversa: e questa essenza si manifesta grazie allo zolfo ed al mercurio di ogni corpo manifesto. Quelli sono ‘veritieri‘. Ma sono decisamente occulti, lontani dalla nostra possibilità ‘meccanica’ di percezione: ma sono essi gli attori unici, assieme a qualche altra cosa, della Grande Opera. E a causa di questa difficoltà percettiva, che si riflette immediatamente nella possibilità operativa di ogni artista, i Maestri indicano, con infinita pazienza e molto Amore, il sentiero dello studio assiduo, teso a sgretolare le nostre convinzioni logiche, e quello della pratica ad esso collegata, con identica assiduità, alla ricerca del vero attraverso l’identificazione del veritiero; ecco perché, molto spesso, la ricerca di questo zolfo così importante viene indirizzata in corpi adatti alla bisogna; e nascono le Vie, più o meno particolari. In questo modo, si spera (ma è certamente possibile, e più facile), si può ottenere quello zolfo da un corpo diverso, che tuttavia deve ovviamente essere ‘adatto’ alla femmina a disposizione. Ecco perchè ogni étudiant scopre presto di trovarsi in un vero labirinto di ipotesi, di lavorazioni e di corpi (ma non solo per questo; come si sa senza il Fuoco Segreto non si fa Alchimia); e qui, in soccorso amorevole allo smarrimento che prende il cuore di ogni cercatore, Paolo Lucarelli scrive in un passo della sua Introduzione a Il Mistero delle Cattedrali:

“Si tratta di aggiungere al mercurio comune uno zolfo vivo, definito metallico. È proprio in un metallo, o almeno in qualcosa che ne può assumere la definizione, che Fulcanelli ci invita a cercarlo. Si tratta di aprire questo metallo, il secondo libro chiuso, detto anche oro, oro filosofico, oro non volgare, e di estrarne la parte viva e attiva. Operazione – in realtà insieme di operazioni – detta anche rincrudazione, quella in cui si uccide il vivo per rianimare il morto, che non è evidentemente una vera rianimazione di un metallo morto, ma, come già detto, l’estrazione del suo zolfo e la sua unione con il mercurio.”

In questo caso, è evidente che occorre saper estrarre dal metallo il suo zolfo: una serie di operazioni permetterà di liberare il prigioniero e di rendere possibile quell’unione tra Principia di cui si parla ovunque in ogni testo alchemico. Si noti, tuttavia, come del resto è normale in Alchimia, che bisogna imparare a leggere!…

Ritornando a quanto scritto da Canseliet, a quel preciso ricordo del vecchio Maestro chino sul discepolo, un’immagine parlante che indica quanto fosse stato intenso quel particolare momento per il giovane discepolo, ci si potrebbe chiedere: ma quando è avvenuto tutto questo? Canseliet scrive nel 1958, ha 59 anni ed ha già fatto un bel pezzo del suo cammino, prima filosofico e poi operativo; Se dobbiamo leggere tra le date che ho riportato sopra, con tutte le cautele necessarie, si potrebbe dire che Fulcanelli era vicino alla felice conclusione dei suoi lavori. Siamo dunque attorno agli anni ’20, visto che Fulcanelli sarebbe ‘scomparso’ attorno al 1930. Canseliet potrebbe aver avuto un’età compresa tra i venti ed i trent’anni; ha ventiquattro anni all’epoca della famosa trasmutazione di Sarcelles, compiuta sotto gli occhi del Maestro e dei suoi due amici; in ogni caso, è molto giovane, sia anagraficamente che filosoficamente. C’è da ritenere che se nel 1958, in occasione della sua seconda Prefazione a Le Dimore Filosofali, a Savignies, decide di rendere nota quella così particolare raccomandazione da parte del Maestro, che era rimasto bloccato per venticinque anni alla ricerca dell’oro filosofico, debba essere stato per una ragione importante. Se si decide di dar fiducia ad Atorène, Canseliet sarebbe riuscito ad isolare lo zolfo filosofico nel 1936, ‘dopo sedici anni di pratica‘: il che ci porta a dire che Canseliet inizia il suo lavoro operativo per l’appunto negli anni ’20. Se poi si prende in considerazione il fatto che Fulcanelli avrebbe concluso la Grande Opera attorno al 1920 (o forse prima?), visto che è nel 1923 che Canseliet riceve i tre manoscritti di Fulcanelli, se ne dovrebbe dedurre che Fulcanelli avrebbe cominciato ad operare attorno al 1895, o forse prima. E’ dunque attorno agli anni ’20 che sembra di poter datare quel particolare colloquio tra Maestro e discepolo: Fulcanelli ha un’ottantina d’anni e Canseliet è un ventenne!

Ma il 4 Dicembre 1933, a 34 anni, Canseliet decide di scrivere una lettera a Schwaller de Lubicz; si tratta di un testo molto strano, in cui Canseliet di rivolge in modo estremamente deferente all’autore di Adam l’homme rouge: Champagne è morto tragicamente da un anno, dopo aver terminato i suoi lavori con Schwaller de Lubicz a Plan de Grasse, tenendo all’oscuro di qualcosa il compagno di studi che abitava nella mansarda accanto. E proprio da una nuova riflessione su una confidenza fatta dal suo compagno, che Canseliet cambia qualcosa nel suo piano di lavori; nella lettera dalla calligrafia caratteristica, riprodotta e riportata da G. Dubois nel suo Fulcanelli Dévoilé, si narra di questo cambio di passo; eccone una parziale riproduzione:

Lettera di Eugéne Canseliet a René Schwaller de Lubicz, 1933

Lettera di Eugéne Canseliet a René Schwaller de Lubicz, 1933 - tratta da 'Fulcanelli' di G. Dubois, Ed. Mediterranee - 1996

Sembra dunque di capire che Canseliet, nel 1958, proprio a causa di un suo errore giovanile, voglia dare testimonianza, ancora una volta, della bontà di quella caritatevole riflessione a voce alta di Fulcanelli, evidentemente incompresa sino al 1933; en passant, si può notare quanto poco fondate possano risultare quelle ipotesi che fanno di René Schwaller de Lubicz o di Jean Julien Champagne due possibili candidati per tentare di risolvere il grande giallo sull’identità di Fulcanelli.

Sempre nella stessa lettera, piena di amare considerazioni su Champagne, Canseliet riporta una piccola notula di Schwaller de Lubicz, che evidentemente condivideva sul piano operativo (click per ingrandire):

Lettera di Eugéne Canseliet a René Scwaller de Lubicz, 1933 (Notula) - riprodotta da 'Fulcanelli' di G. Dubois - Ed. Mediterranee, 1996

Lettera di Eugéne Canseliet a René Scwaller de Lubicz, 1933 (Notula) - riprodotta da 'Fulcanelli' di G. Dubois - Ed. Mediterranee, 1996

Come si vede, ogni alchimista è un essere umano e nel suo percorrere con passione immensa il cammino sulle tracce della Dama, può (e deve) compiere errori. D’altro canto il cammino è lungo e sempre pieno di ostacoli, nulla è mai scontato. Se veniamo informati dell’ipotesi che fu nel 1936 che Canseliet riuscì nella delicata operazione dell’isolamento dell’Oro dei Filosofi, sarà lo stesso Maitre ad ammettere in un’intervista nel 1978, soavemente e dolcemente, quasi ottantenne, di essere ancora in cammino…

In conclusione, riporto quanto Limojon de Sainct Disdier, nel suo Il Trionfo Ermetico, fa dire ad Eudossio in una famosa spiegazione:

…Essa (la Pietra) sostiene, invece, che è lei che nasconde nel suo seno il vero Oro dei Saggi, vale a dire i primi due tipi di Oro (quello Astrale e quello elementare) di cui ho appena parlato: poiché dovete sapere che la Pietra, essendo la più pura porzione degli elementi metallici, dopo la separazione e la purificazione che il Saggio ne ha fatto, è propriamente l’Oro della seconda specie. Quando questo Oro (l’Oro dei Saggi!) perfettamente calcinato ed esaltato sino alla purezza ed al biancore della neve, ha acquisito grazie al magistero una simpatia naturale con l’Oro Astrale, di cui è diventato visibilmente il vero magnete, egli attira e concentra i se stesso una così grande quantità di Oro Astrale e di particelle solari, che riceve dalla continua emanazione che se ne fa dal centro del Sole e della Luna, che si trova nella disposizione prossima ad essere l’Oro vivente dei Filosofi…

Come sempre, occorre leggere sforzandosi di comprendere, perchè la lettera uccide…a titolo di chicca finale in questa caccia all’Oro dei Filosofi, ecco una pagina molto chiara ed onesta, tratta dall’Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium di Ireneo Filalete, nella traduzione di Paolo Lucarelli per le Edizioni Mediterranee (Cap. XIII, pag. 53):

Filalete - l'Oro dei Filosofi

Filalete - l'Oro dei Filosofi

In questo caso, nel leggere, occorre il quadruplo delle precauzioni; Filalete è noto per la candida onestà e splendida chiarezza, ma non si deve credere – lo dichiara lui stesso – che non abbia preso le sue precauzioni, nello scrivere…

Proprio Paolo Lucarelli soleva ripetere – sempre sorridendo – che  “Il problema dell’ermetismo è che …è così ermetico!

Consiglio finale:…andare alla fonte, …porta acqua. Buona caccia!

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Le Bouleversement…

Posted in Alchemy, Alchemy Texts with tags , , , , , , , , , , , on Wednesday, November 18, 2009 by Captain NEMO

Dopo aver letto le eleganti pagine de Il Mistero delle Cattedrali, in cui Fulcanelli insegna tutto ciò che è necessario apprendere – secondo Tradizione – si apre, poco prima della fine, un capitolo tutto sommato differente, sia per contenuto che per intento: la Croce Ciclica di Hendaye.

Si tratta di un testo aggiunto da Canseliet solo nel 1960, dopo le prime due edizioni francesi, che ricavò da un manoscritto che era allegato al famoso ‘pacchetto’ del terzo libro, il Finis Gloriae Mundi, che l’Adepto ‘ritirò’ dalle mani del Maitre di Savignies nel 1929.

Del resto, lo si può constatare dal ‘cambio di passo’ della prosa, priva delle consuete allegorie cui Fulcanelli ci ha abituato, colmandoci di stupore e meraviglia, qualcosa appare differente anche al lettore meno esperto. Ma anche in questo caso lo spunto per le sue riflessioni viene da un monumento in pietra, certo meno famoso delle Cattedrali gotiche o delle Dimore di qualche Filosofo della Natura: forse nessuno cercherebbe su una carta geografica Hendaye, a parte qualche turista in viaggio dai Pirenei verso il Golfo di Biscaglia!

Qui, e lo dice lo stesso Fulcanelli, si trova questa bizzarra colonna con la famosa iscrizione: “OCRUXAVES PESUNICA“, il cui piedistallo quadrangolare è adornato da singolari bassorilievi.

Fulcanelli ne parla, in modo decisamente in chiaro, come di una sorta di avviso apocalittico, ad indicare – grazie ad un parallelismo astronomico con il movimento ciclico compiuto dall’asse terrestre che causa la precessione degli equinozi – che ci sarà un punto, un momento, in cui qualcosa accadrà al nostro pianeta; questo evento catastrofico verrà interpretato da Canseliet come il famoso ‘bouleversement‘, in cui l’emisfero boreale verrà distrutto dal fuoco e quello australe dall’acqua, a seguito di un cambio repentino dell’inclinazione dell’asse terrestre.

Fulcanelli indica – con un tipico uso della Lingua degli Uccelli – che:

IL EST ECRIT QUE LA VIE SE REFUGIE EN UN SEUL ESPACE

Insomma, a qualcuno toccherà aspettare, ancora una volta, la discesa delle acque:

“Car les élus, enfants d’Elie, seront sauvés selon la parole de l’Ecriture. Parce que leur foi profonde, leur inlassable persévérance dans l’effort leur auront méerité d’etre éléves au rang des disciples du Christ-Lumiére. Ils en porteront le signe e recevront de lui la mission de renouer a l’humanité régénerée la chaine des traditions de l’umanité disparue.”

Il contenuto di questo malinconico capitolo è decisamente escatologico, finale; l’alchimista ha concluso il suo lavoro e raggiunge la condizione rarissima dell’Adepto; nessuno sa cosa accada, né come, né perché. Oltre alla capacità di trasmutare la materia di questo mondo e di poter – eventualmente – prolungare la vita, riceve ciò che viene chiamata tradizionalmente la Conoscenza vera, per ‘infusione’. Si tratta di un evento di portata decisamente radicale. Ricordo che Canseliet descrive l’Adeptato come una vita su un altro piano, spirituale ma assolutamente reale, in cui la visione del corso temporale e spaziale non conosce più i limiti comuni, come ciò che chiamiamo passato e futuro: l’Adepto vive costantemente nel presente.

Ed è a mio avviso solo per questa straordianria consapevolezza che Fulcanelli decise di includere questo ennesimo monumento, da tutti ignorato, nel suo discorso destinato al famoso terzo libro. Jean Laplace, quando Canseliet ritornò a Casa, prese visione di un appunto del suo Maitre in cui era riportata la sinossi del libro ritirato, che pubblicò nel n° 31 de La Tourbe des Philosophes, nel 1988, e che credo valga una attenta rilettura:

FINIS GLORIAE MUNDI

La décadence de notre civilisation et la déchéance des sociétés humaines.
Incrédulité religieuse et crédulité mystique.
Effets néfastes de l’enseignement officiel.
Abus des plaisirs par la crainte de l’avenir.
Fétichisme à notre époque.
Symboles plus puissants qu’autrefois dans la conception matérialiste.
Incertitude du lendemain.
Méfiance et défiance généralisées.
La mode et ses caprices révelateurs.
Les initiés inconnus gouvernent seuls.
Le mystère pèse sur les consciences.

II°

Témoignages terrestres de la fin du monde.
Les quatre ages.
Les cycles successifs scellés dans les couches géologiques.
Fossiles.
Flore et faune disparues.
Squelettes humains.
L’Asiatide.
Monuments de l’humanité dite préhistorique.
Cromlechs.
Chandelier des trois croix.

III°

Les causes cosmiques du bouleversement.
Le système de Ptolémée.
L’almageste.
Erreur du système de Copernic démontrée par l’etoile polaire.
Précession des équinoxes.
Inclinaison de l’écliptique.
Variations inexplicables du pôle magnétique.
Ascension solaire au zénith du pôle et retour en sens contrire provoquant le renversement de l’axe, le déluge et la fusion à la surface du globe.

E’ evidente, mi pare, che Fulcanelli possedeva una solida cultura, che spaziava dalla Storia antica all’Astronomia: ed è decisamente singolare che il terzo capitolo del libro mai apparso fosse dedicato esclusivamente al ‘bouleversement‘. Ci si potrebbe chiedere: “…e l’Alchimia?

La risposta non è univoca, ma è indubbio che qualcosa di decisivo deve essere accaduto nella visione del nuovo Adepto. E torniamo alla Croce di Hendaye…

Come era da aspettarsi, l’apparizione del testo di Fulcanelli ha generato una valanga di interventi, commenti ed interpretazioni di stampo millenaristico e apocalittico. Li tralascio, perché francamente mi interessano poco. Credo più interessante proporre le immagini di Julien Champagne e le foto del basamento:

Disegno di J. Champagne

Il basamento della Croce di Hendaye - Julien Champagne

Foto dei bassorilievi del basamento

Come si vede c’è un Sole (per la verità, con un sorriso piuttosto simile ad alcune rappresentazioni delle civiltà precolombiane), una Luna (cui Champagne ha tolto un ‘oculo’), una Stella ed un Ovale quadripartito con quattro lettere ‘A’ (piuttosto ‘compassate’).

In un altro articolo di Jean Laplace, dedicato all’obelisco solare di Dammartin-sous-Tige, si parla del movimento elicolidale del Sole, indicato dalla strana serpentina in metallo che adorna la sommità del monumento; senza voler entrare in un altro argomento astronomico (il sole, naturalmente, ha un suo movimento di traslazione complesso, dato dalla posizione del nostro sistema nella galassia e dal movimento della galassia stessa), ricordo che anche Fulcanelli, nelle Dimore Filosofali, parla del ‘retournement hélicoidal‘ del Sole.

E sempre nelle Dimore Filosofali, parlando dello strano Quadrante Solare di Holyrood, si sostiene che sarebbe ‘…un monument élevé au Vitriol Philosophique‘.

Jean Laplace ricorda giustamente che:

“Les but des sublimations est de porter le soleil de l’oeuvre au pole des materiaux afin qu’il rende manifeste ses virtues cachées, cela dans le meme temps où s’effectue l’entière purification de la terre philosophale.”

Ogni innamorato dell’Arte sa che lo scopo delle operazioni che vanno sotto il nome di Sublimazioni è quello di purificare al meglio qualcosa di peculiare: al di là della tecnica manuale, che ovviamente non posso affrontare qui, è chiaro che il Sole e la Luna sono arrivati, al termine della Prima Opera, ad un primo livello di purezza; attraverso la sublimazione, la purificazione viene spinta ancora; si tratta di rendere volatile una cosa secca fissandola (so che sembra paradossale…!), e di raccoglierla nel modo proprio. E’ da ricordare che non si tratta certo di una sublimazione chimica, che è una semplice separazione, bensì di una operazione alchemica della massima importanza; direi, quasi, che tutta l’Opera è, nei fatti, una perfetta sublimazione. Ma anche una circolazione. Dipende da cosa guardiamo e cosa vogliamo raccontare. Sublimare viene da ‘sub‘ e ‘limes‘, cioé ‘sotto‘ e ‘porta‘: dunque portare qualcosa sotto l’architrave di un ingresso, di un passaggio, per elevazione; significa insomma portare ‘in alto ciò che sta in basso‘, attraverso una sublime-azione; la parte spirituale nascosta al centro delle materie deve essere portata alla Luce, e fissata. Ovviamente, qualcosa dovrà morire, anche qui. E qualcosa vivrà. E ci sarà una nuova vita, dotata di qualità nuove, migliori e pure: alla fine delle sublimazioni si otterrà il Mercurio dei Filosofi, per dirla con Fulcanelli.

“De mème voyons nous, dans l’Oeuvre, la nécéssité de rendre manifeste ce feu interne, cette lumière ou cette ame, invisible sous la dure écorce de la matière grave.

L’Opération qui servit aux vieux philosophes à realiser ce dessein, futnommée par eux SUBLIMATION, bien qu’elle n’offre qu’un rapport éloigné avec la sublimation ordinaire des spagyristes. Car l’esprit, prompt à se dégager dès qu’on lui en fournit les moyens, ne peut, toutefois, abandonner complètement le corps mais il se fait un vétement plus proche de sa nature, plus souple à sa volonté, des particules nettes et mondées qu’il peut récolter autour de soi, afin de s’en servir comme véhicule nouveau.

Il gagne alors la surface externe de la substance brassée et continue de SE MOUVOIR SUR LES EAUX, ainsi qu’il est dit dans la Genese (I,2) jusqu’à ce que la lumière paraisse. C’est alors qu’il prend, en se coagulant, une couleur blanche éclatante, et que sa séparation de la masse en est rendue très facile, puisque la lumière s’est, d’elle -meme, placée sur le boisseau, laissant à l’artiste le soin de la recueillir.

Apprenons encore, pour que l’étudiant ne puisse rien ignorer de la pratique, que cette séparation, ou sublimation du corps et manifestation de l’esprit doit se faire progressivement et qu’il faut la réitérer autant de fois qu’on le jugera expédient. Chacune de ces réiterations prend le nom d’AIGLE. FAIRE VOLER L’AIGLE, suivant l’éxpression hermetique, c’est faire briller la lumière en la découvrant de son enveloppe obscure et en la portant à la surface.

Mais nous ajouterons que, contrairement à la sublimation chimique, l’esprit étant en petite quantité par rapport au corps, notre opération fournit peu du principe vivifiant et organisateur dont nous avons besoin.

Ainsi l’artiste prudent devra s’efforcer de rendre l’occulte manifeste, et de faire que “ce qui est dessous soit dessus” s’il désire voir la lumière métallique interne irradier à l’exterieur.”

La simbologia alchemica classica rappresenta questa tediosa ed esiziale operazione con le Aquile, che sono le uniche che riescono a volare alto ed a poter guardare il Sole con gli occhi aperti,. Qualcuno sostiene che l’aquila è l’unica in grado di fissare il Sole. E tutti sanno che il numero delle Aquile non è inferiore a sette; meglio, Philalete docet, se undici. Il motivo è facile da intuire.

Dunque, Sole con quattro stelle, Luna Oculata, una Stella, e quattro ‘A’; però, però…siccome siamo dei ‘foux’, e siccome sappiamo bene quale deve essere la Luna ‘giusta’…forse, visto che la sublimazione è molto legata al ‘bouleversement‘, bisognerebbe ‘speculare’ il tutto: e magari uno resterebbe stupito nel vedere quelle quattro ‘A’, così abilmente compassate, divenire qualcosa che nei manuali alchemici corrisponde al simbolo…della terra!…o – addirittura – del ‘vitrum’!…

Il Mercurio, per mirabile azione, sublime, attrae la parte pura dello Zolfo e la porta con sè, in alto; poi tutto discende, trasformato e fissato. E’ a questo movimento di ascesa e discesa che forse si fa riferimento in questo ben strano capitolo. Non mi sorprenderei se fosse davvero elicoidale. Affatto.

Fulcanelli, nelle sue infinite riletture, riserva sempre sorprese; riporto l’incipit del passo in questione:

Petite ville frontière du pays basque, Hendaye groupe ses maisonnettes au pied des premiers contreforts pyrénéens. L’océan vert, la Bidassoa large, brillante et rapide, les monts herbeux l’encadrent. L’impression première, au contact de ce sol âpre et rude, est assez pénible, presque hostile. A l’horizon marin, la pointe que Fontarabie, ocrée sous la lumière crue, enfonce dans les eaux glauques et miroitantes du golfe, rompt à peine l’austérité naturelle d’un site farouche. Sauf le caractère espagnol de ses maisons, le type et l’idiome de ses habitants, l’attraction toute spéciale d’une plage récente, hérissée d’orgueilleux palaces, Hendaye n’a rien qui puisse retenir l’attention du touriste, de l’archéologue ou de l’artiste.

En quittant la station, un chemin agreste longe la voie ferrée et conduit à l’église paroissiale, située au centre de la ville. Ses murs nus, flanqués d’une tour massive, quadrangulaire et tronquée, se dressent sur un parvis exhaussé de quelques marches et bordé d’arbres aux épaisses frondaisons. Edifice vulgaire, lourd, remanié, sans intérêt. Près du transept méridional, cependant, une humble croix de pierre, aussi simple que curieuse, se dissimule sous les masses vertes du parvis.”

No, non c’è nulla che possa trattenere l’attenzione…

Tutti sanno che le cose migliori sono quelle riservate a pochi.

E rifletto sulla portata vertiginosa della visione dell’Adepto Fulcanelli, sulla sua capacità di coniugare Conoscenza di Madre Natura, e di avvisare ‘in chiaro‘ coloro i quali avranno, eventualmente, orecchie per intendere, e di indicare, con semplicità ed Amore e quel pizzico di nonchalance, la Via degli antichi.

A ben guardare, dunque, assieme all’indubbio valore escatologico, questo passo estratto dal vero Finis Gloriae Mundi da parte di Canseliet, rivela un modello di insegnamento, ancora una volta, straordinario. Che varrebbe la pena di approfondire. Infatti…

IL EST ECRIT QUE LA VIE SE REFUGIE EN UN SEUL ESPACE

Finis Gloriae Mundi

Posted in Alchemy, Various Stuff with tags , , , , , , , , on Thursday, July 23, 2009 by Captain NEMO

Non tutto può essere spiegato in Alchimia. Anzi, per la verità, la maggior parte delle cose debbono essere scoperte attraverso lo studio e la sperimentazione, grazie ad una meditazione continuata, serena, disinteressata ed umile, che accompagna ogni étudiant lungo tutto il suo cammino nel bosco, sin dal primo inizio.

Tra le tante cose inspiegabili, vi è l’ormai famoso Finis Gloriae Mundi, dipinto da Juan de Valdés Leal

Juan de Valdés Leal (1662- 1690)
Juan de Valdés Leal (1622- 1690)

nel 1671 e posto, assieme all’altrettanto famoso In Ictu Oculi, nella Cappella dell’ Hospital de la Caridad a Siviglia. I due quadri , impressionanti allegorie delle vanità terrene di fronte alla morte, furono commissionati al pittore spagnolo da Don Miguel de Manara, Cavaliere dell’Ordine di Calatrava, che decise di erigere l’Ospedale per i poveri dopo essersi in qualche modo pentito della vita libertina e dissoluta che aveva condotta: la vita e la sorte di Don Miguel costituiscono di fatto l’ispirazione per i successivi lavori teatrali e musicali che culminarono nel Don Giovanni di Mozart (e – qualcuno non potrà non sobbalzare – in un’opera teatrale di Oscar Venceslas… Milosz de Lubicz !) . Fu Canseliet a rendere celebri i due quadri, sostenendo che Fulcanelli ne avesse una particolare predilezione: non a caso, probabilmente, Finis Gloriae Mundi era il titolo previsto per la terza opera di Fulcanelli, mai pubblicata. E’ ben noto, ormai, il furbo e pessimo tentativo di plagio editoriale perpetrato qualche anno fa da un tizio che, sotto il nome di Fulcanelli, di tutto parla tranne che di Alchimia in un libro inviato via Internet ad un noto ermetista francese che si prestò bellamente al gioco. Del vero Finis Gloriae Mundi, del vero Fulcanelli, nessuno sa nulla. Solo Jean Laplace, dopo la morte di Canseliet potè visionare la sinossi dell’opera, ovviamente ben diversa da quella maldestramente pubblicata. E fu lo stesso Laplace a ritrovare, fra le carte del Maestro, una cartolina di Siviglia ed una foto di Fulcanelli.

“…un petit rectangle de bristol phographique dentelé sur ses bords à la mode des années cinquante. Je suis tellement impressionné par ce que représente cette vénérable relique, que je n’ose en révéler l’existence… Qu’en faire? Détruire ? Il serait regrettable de volatiliser à tout jamais l’esprit magistral fixé sur la plaque sensible à tout ce qui irradie.”

“Il ne faut pas comprendre qu’un ectoplasme s’y soit imprégné. Je parle ici du visage qui n’a gardé du commun des mortels que la forme humaine et s’est enrichi d’une indescriptible expression.”

(J. Laplace, Index général dans l’Oeuvre complète d’Eugéne Canseliet, Ed. J.J. Pauvert)

Anche l’episodio narrato da Canseliet a proposito del suo famoso viaggio a Siviglia, dove avrebbe incontrato – attorno al 1954 – il suo Maestro ultracentenenario, ma in perfetta forma, deve probabilmente essere considerato con maggiore attenzione. Ma questo è un altro discorso…

Finis Gloriae Mundi - Juan de Valdés Leal
Finis Gloriae Mundi – Juan de Valdés Leal

Del quadro intitolato Finis Gloriae Mundi ormai si è detto tutto e di più. Come sempre, le interpretazioni sono soggettive e dunque perfettamente libere ed ammissibili. Certo è che il quadro, se ci si libera dello spirito lugubre che vi aleggia, presenta dei punti interessanti per chi studia Alchimia.

  • In primo piano, sulla sinistra, una bara rossa di un Vescovo, il cui cadavere è ormai scheletrico.
  • Sulla destra, una bara nera di un Cavaliere di Calatrava, con il cadavere ancora conservato.
  • Sullo sfondo sono adagiati ossa, crani ed uno scheletro.
  • In alto, uscendo da delle nubi, ammantata di stoffa rossa, una mano femminile, che porta il segno di una ferita, come fosse stata trafitta, regge una bilancia in perfetto equilibrio: nel piatto di sinistra un ariete, un cinghiale con un cuore rosso appoggiato sul ventre, un cane bianco e nero, ed un rospo; nel piatto di destra dei libri, un pane, un cuore portatore di croce con l’acrostico JHS, e vari oggetti e monili poco riconoscibili.
  • Sulla sinistra, semi illuminata da una luce proveniente da una finestra alta, una civetta appollaiata su un forziere.
  • Tre filatteri: “Finis Gloriae Mundi” davanti la bara del vescovo, “Ni Mas” sul piatto di sinistra, “Ni Menos” sul piatto di destra.

Jean Laplace, in una nota a proposito del quadro, vede nella bilancia un riferimento al ‘peso di natura‘ ed al Vitriol; e commenta:

Ce sel, moyen, mi spirituel, mi corporel, feu-eau, est le milieu entre le ciel divin et le monde sublunaire, il comprend ce que les anciens appelaient les eaux supérieures, non seulement parce que ce sont des ondes, mais aussi parce qu’elles sont susceptibles de prendre toutes les formes. Nous apprenons donc que ce sont ces eaux moyennes, ces ondes (feu-eau), le feu secret et le vitriol, qui serviront de balance, qui seront l’instrument de la catastrophe apocalyptique, lors du jugement – ni mas, ni menos ; ni plus, ni moins.

Finissant de se décomposer, l’évêque, vêtu de blanc, attend le moment de sa résurrection. Mais avant d’aller plus en avant, il convient de se pencher sur le sens du mot évêque. Nous aimerions apprendre comment certains lexicographes font venir le mot évêque du grec ou du latin épiscopos ou épiscopus. Certes, le sens y est mais il n’est pas possible que du mot épiscopos naisse le vocable évêque. Pour nous, évêque vient du grec épheika parfait de éphinmi signifiant qui permet, ordonne, recommande, mais aussi qui pousse, excite. On comprend mieux que ce mot ait pu donner évêque puisqu’il est courant par ailleurs de voir le ph se transformer en f ou v.”

Quale che sia la giusta origine della parola Vescovo, trovo singolare questa nota: perchè il Vescovo ‘…il est là, …mort‘. L’apocalisse ciclica, prefigurata da Fulcanelli, il famoso bouleversement di Canseliet, viene qui letta come dovuta alla morte del Sale in cui si è corporificato lo Spirito Universale !…la sua assenza vitale provoca inesorabilmente, secondo i Maestri, la ribellione di Madre Natura, ad ogni livello. Queste considerazioni sono ovviamente opinabili; ma mi domando se non vi sia un fondo di verità e di buon senso. Senza la presenza attuativa dello Spirito Universale, che è la vera vita di ogni manifestazione, tutto muore…e la Natura, trafitta, percée,  come la mano che regge la bilancia, ricomincia un Ciclo.  Forse per questo è davvero così importante l’ottenimento di questo Sale, veramente benedetto. Forse per questo un mio amico suole ripetere che gli alchimisti, nel loro silenzio, nel loro piccolo laboratorio, hanno una responsabilità gigantesca, se non persino fuori dal mondo. E se ne dovrebbe dedurre il motivo della tanta riservatezza che avvolge l’insegnamento operativo relativo a questa fase. L’Alchimista è veramente un piccolo demiurgo, e non si può, né si deve mai,  far giocare con il Fuoco Celeste chi non fosse PRIMA accettato dal Sacro, unico vero Guardiano della Soglia. In alcun modo.

Ma se il Vescovo nel quadro è ormai ridotto ad uno scheletro, il Cavaliere parrebbe star meglio: qualcuno dice che avrebbe addirittura gli ‘ocula‘ aperti…e che rappresenterebbe nientemeno che  lo stesso Don Miguel de Manara !

D’altro canto, un altro strano quadro di De Valdes Leal ci mostra proprio il nobile Cavaliere, ex libertino, che legge ad un parvulus ammicante la Regola dell’Hospital de la Caridad:

Don Miguel de Mañara leyendo la Regla de la Santa Caridad
Don Miguel de Mañara leyendo la Regla de la Santa Caridad – Juan de Valdés Leal

Sono certo che questa ulteriore nota intrigante di Jean Laplace – tratta dal suo Le Four Alchimique de Winterthur, Ed. Liber Mirabilis – Londra, 1992 – potrebbe solleticare qualche curioso:

Au frontispice du volume d’étude que nous proposons aujourd’hui, vous remarquerez qu’un Tout-petit (Parvulus) vetu de bure, ouvre le premier livre et porte l’index à ses lèvres pour signifier la nécessité du silence, geste que indique en outre l’importance de l’arcane suggéré. Don Miguel de Manara par opposition, se montre très éloquent dans sa lecture d’un second livre, ouvert lui aussi. Personnifiant la terre noire du caput mortuum du Grand Oeuvre, l’initié porte sur l’epaule gauche la croix, rouge, des chevaliers cistercensiens de Calatrava affiliés au Temple que rappelle le Beauceant blasonné au sol où un emballage sigillè et froissé, qui enveloppe l’ouvrage, porte cette suscription:

<A Don Miguel Manara Vicentelo de Leca cavallero de la Orden de Calatrava gde Dios. Provincial de la Hermandad y hermano Mor de la Ssta Caridad de Nro Senor Jesuchristo P. Mor. Sevilla>

Don Miguel de Manara - Juan Valdés de Leal

Don Miguel de Manara - Juan Valdés de Leal

Sur la table, comme pour un rappel discret, a été déposé un autre livre du meme auteur: Discurso de la Verdad, d’où nous extrayons cette phrase assez révélatrice des occupations alchimiques du fondateur de la Santa Caridad:

<L’humidité cherche, par la terre, son élément qui est l’eau où avec la force des rayons du soleil elle est èlevée en vapeur et convertie en eau>

Cette terre, récepctacle de l’umidité flegmatique et destinée a etre à nouveau séparée, cette masse (molem) cultivable, nou l’avons reconnue sans peine dans le coeur sommé d’une croix du blason de l’Hermandad

Anche in questo caso, val la pena di notare alcune cose:

  • Il pavimento a scacchi (il blasone del Beauceant).
  • Lo strano quadro su cui fa bella mostra di sè uno strano fiore, sormontato da una nube rossastra.
  • Tre Libri chiusi, due aperti
  • Due urne.
  • Un Caput nell’ombra.

In conclusione, com’è ovvio che sia, la Finis Gloriae Mundi riserva molte sorprese: alcune certo apocalittiche, altre più filosofiche e persino operative. Del resto, l’interesse di Fulcanelli a questo proposito doveva nascere da sicure e approfondite verifiche.

Ad ognuno le proprie riflessioni e conclusioni. Da parte mia, non posso che lasciarmi andare ad un diffuso senso di meraviglia…con un pizzico di inquietudine, però.

Come sempre: se una cosa deve accadere, accade. No?

Dimenticavo:…la civetta è il simbolo di Minerva, ed indica la Saggezza. Ora, curiosamente, la parola francese Sagesse veniva sottolineata da un astuto autore del ‘700 come la parola indicante …la materia prima degli alchimisti… !

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