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L’Oro spirituale di Philalethe…una densitas sorprendente, ma sufficiente.

Posted in Alchemy, Alchemy Texts, Alchimia, Alchimie, Pietra Filosofale with tags , , , , , , , , , , , , , , on Wednesday, November 14, 2012 by Captain NEMO

La Fons Chemicae Philosophiae di Eireneo Philalethe è spesso trascurata; chissà perché. Eppure è un testo ricchissimo e degno di essere studiato con la massima cura, parola per parola. L’Adepto va in effetti alla radice, alla fonte di tutta la Filosofia Naturale; e compie un’operazione di spiegazione minuziosamente onesta e veritiera. Tra i tanti passaggi che meriterebbero, da soli, una conferenza, ne ho scelto uno che mi ha colpito molto, e che meriterebbe  – seriamente – una piccola rivoluzione.

Infatti il Mercurio è lo sperma dei metalli, che la Natura ha formato in metallo nelle vene della terra con estrema sagacia, e non gli manca nulla se non la pura digestione, ma non è digerito se non da un puro zolfo metallico bruciante che  in effetti ha nel suo centro e per mezzo del quale la Natura in un lungo periodo forma l’oro. Ma all’uomo è ignoto in che modo lo faccia con la sua arte. Infatti, anche se si potesse fare l’oro dal solo mercurio senza nessuna aggiunta, non si preparerebbe, se non in molto tempo e con molte spese, che sarebbe sciocco sopportare per fare del semplice oro.

Vi è nel mondo un unico zolfo preparato dalla natura, che sia stretto parente del mercurio.

Perciò i due si mescolano radicalmente, e per mezzo dello zolfo il mercurio si cuoce, mentre il mercurio per la ripugnanza delle loro qualità lo fa putrefare. Così, grazie alla rigenerazione, risorge un oro, non come quello che si trova nelle miniere, ma spirituale, penetrante e tingente, tanto che può entrare facilmente in tutti i metalli imperfetti quando vi viene proiettato. Allora in un tempo brevissimo li digerisce sino alla proporzione perfettamente equilibrata dell’oro, e rigettate le feci, li riporta a perfetta salute.

[Ireneo Filalete, Opere, a cura di Paolo Lucarelli – 2001, Ed. Mediterranee, pp. 100-101]

SufficitInnanzitutto, alcune brevi considerazioni sul testo.

Il primo paragrafo – Un’osservazione ovvia, ma la cui portata sfugge alla lettura affrettata; lo sperma minerale ha una curiosa conformazione, e il termine non potrebbe essere più appropriato: il Mercurio porta di fatto lo Zolfo al suo interno, nel suo ‘centro’; a differenza dello sperma animale, che è un carrier del seme maschile e che per generare un nuovo essere deve essere unito al seme femminile (esterno), lo sperma minerale è già composto dal seme maschile e da quello femminile; gli manca solo la cottura, la digestione. Madre Natura, con ‘estrema sagacia’, è l’unica in grado di portare a termine questa operazione e l’uomo ne ignora del tutto le modalità. Il punto è, infatti, che lo zolfo bruciante del centro – lo si è detto mille volte – è assolutamente ben nascosto, imprigionato, addormentato, dormiente. Capovolgendo la favola, è in qualche modo ‘il bello addormentato’…e solo un bacio potrebbe risvegliarlo. A parte la difficoltà per  ‘il’ o ‘la’ baciante nel poterlo raggiungere, lascio a voi ritrovare la meraviglie del bacio ed il suo segreto significato. L’ultima frase meriterebbe troppe riflessioni, che tralascio per non risultare antipatico.

Il secondo paragrafo – Nel ‘mondo’ – lo ridico: nel ‘mondo’ – esiste un unico zolfo che sia stretto ‘parente’ del Mercurio; il termine dell’originale – Philalethe parrebbe aver scritto questo testo in Latino – è ‘familiarissimum’, sul quale credo opportuno meditare.

Il terzo paragrafo – Grazie alla particolare conformazione di cui sopra, lo Zolfo digerisce il Mercurio e – contemporaneamente – il Mercurio fa putrefare lo Zolfo. Questa doppia azione che ha del miracoloso, provoca la generazione di un nuovo corpo, che Philalethe definisce ‘oro spirituale’. E questo è tutto, quantum sufficit; questo è tutto ciò che caratterizza l’Alchimia.

Invito il curioso a leggere bene il trattato, che vale tanto ‘oro spirituale’ quanto pesa! E lascio all’appassionato le riflessioni dell’ambito operativo: il punto di partenza, naturalmente, è  comprendere cosa sia ‘quel’ Mercurio di cui parla l’Adepto; poi, in seguito si potranno fare ipotesi più strettamente legate alle manipolazioni di laboratorio. Ovviamente, avverto, c’è una trappola; ma indispensabile. Senza cadere in quella trappola, non si comprenderebbe come uscirne, e come iniziare a operare.

Ma, stavolta, vorrei raccontare alcune mie personali riflessioni, che scaturiscono dal brano riportato. In buona sostanza, gli attori, una volta messi in grado di compiere il loro ruolo, fanno tutto da soli. Il ruolo dell’operatore è laterale: come ripeterà ancora, poco dopo, Philalethe ricorda che la congiunzione dei due Principia  ‘…non si fa con un’operazione manuale ma naturale, e che l’uomo, non solo non aiuta, ma non ne capisce bene nemmeno la causa, per cui quest’opera è detta divina’. In effetti, la causa è misteriosa, visto che per noi animaletti avidi la cosa è assolutamente incomprensibile.

Ma, se non è dato conoscere la causa, l’Adepto spiega come accada questa misteriosa e miracolosa congiunzione. Riporto un brano di poco precedente:

Il motivo per cui il colore del mercurio nella dissoluzione (nell’originale: ‘decoctione’ ) non è modificabile dal corpo dissolto consiste nel fatto che la terra e l’acqua del mercurio sono omogenee e così contemperate che nessuna delle due può essere separata dall’altra, e sono così fortemente commiste, che tanta è la densità della sostanza con la meravigliosa tenuità della materia da nascondere i colori.”

Philalethe descrive qui le caratteristiche della commistione originale dei due Elementi che compongono il Mercurio; e questa descrizione è talmente straordinaria da meritare un approfondimento: l’ultimo periodo latino recita: ‘…quod una cum mira materiae tenuitate tanta est substantiae densitas,…’; una traduzione meno elegante è la seguente: ‘…assieme ad una straordinaria tenuità della materia vi è una talmente grande densità della sostanza…’. Questo periodo innocente e magari ritenuto una sorta di figura retorica, racchiude in verità qualcosa di straordinario ed unico. Naturalmente tutti lo leggiamo con il nostro metro comune, quello di umani indaffarati nelle cose della vita; ma Philalethe sta raccontando una cosa che ha delle implicazioni colossali, sia per averla concepita e scritta a metà del 1600, sia per il gran coraggio nel proporre la visione del Sistema Naturale, persino per i suoi tempi. Si tratta di una visione ben più che moderna, tanto è avanzata rispetto a quella odierna. Cercherò di accennarne qualcosa, nei limiti di ciò che è permesso: in soldoni, l’Adepto, usando solo dieci parole dieci, descrive uno dei meccanismi più intimi e segreti del come la materia prende corpo in manifestazione. E lo fa da autentico Scienziato della Natura, con semplicità pesantissima e umiltà: vi sono due ‘cose’, la materia e la sostanza; per quanto molti storcano il naso, queste due ‘cose’ sono ben diverse: la materia del Mercurio è la parte materiale del corpo, ed essa è ‘straordinariamente tenue’, vale a dire straordinariamente rarefatta. La sostanza, la sub-stantia, è la parte spirituale del corpo, ed essa è molto densa. Infatti, è una materia anch’essa, con una qualità – quella spirituale – che caratterizza in modo informativo l’altra materia, la materia materiale. Questi due aspetti del corpo – una volta arrivato in manifestazione, vale a dire ‘creato’ – coesistono in spazio e tempo. Chi lo desiderasse, troverà nella mia Introduzione al Liber Secretus di Arthephius alcuni utili spunti a proposito della materia spirituale (…una tenue pubblicità, di cui chiedo venia). Le implicazioni legate a questa visione, sia di carattere scientifico che sperimentale, tanto per l’alchimista che per il fisico, sono enormi. E non ritengo opportuno affrontarle qui. Si tratta di collateral damages che è preferibile affrontare nel più privato silenzio, se proprio lo si vuole.

Per spiegare la mia meraviglia nel riflettere su quella precisazione di Philalethe, vi invito a soffermarvi sul senso di una densità di una ‘cosa’ spirituale: la materia spirituale è ‘densa’ di Spirito. In effetti, lo Spirito deve avere una sua massa, perché, sulla bilancia della cucina, quello spirito pesa. Gettando alle ortiche il consueto ciarpame occultistico e le solite dotte definizioni mistico-esoteriche, si sta affermando che la componente spirituale possiede una densità, nel caso del Mercurio superiore a quella della componente materiale. Qui ci si dovrebbe porre una domanda: ‘…da dove viene questa maggiore densità?‘…è da notare che questo ‘carico’ di densità è  – Naturalmente – mutevole. Per esempio, l’alchimista cerca infatti di arricchire il contenuto di Spirito Universale – non corporificato – di questo corpo miracoloso che ospita il Principio Mercurio; se vi riesce, e confermo che è possibile riuscirvi, la conclusione è che il transito di questa componente spirituale deve avvenire tramite un locus non appartenente a questa manifestazione. Debbo fermarmi qui, ricordando che questo Mercurio porta il suo Zolfo al suo interno, e che non vi è dubbio alcuno sul fatto che la Fisica moderna non ha nemmeno l’idea di come stanno le cose nel cuore intimo della materia.

Mi pare comunque che questo enunciato semplice e chiarissimo dovrebbe obbligarci a delle serissime meditazioni, tanto in campo epistemologico quanto nel dominio non banale dello studio dei fenomeni Naturali.

Riepilogo breve: Madre Natura, in questa manifestazione che ci vede ospiti del tutto ignari, è in qualche modo preordinata al fine di produrre il corpo – definito perfetto – dell’oro metallico, quello che Philalethe definisce ‘semplice oro’. Oltre, non va. Né ci andrà mai. Tralasciando il fatto non marginale per cui quest’oro metallico è il vero dio di questo pianetucolo (oggi siamo riusciti anche a affliggerci con mostruose transazioni in ‘oro virtuale’, istantanee, che squassano i destini di tutti i viventi), l’Oro vero, quello spirituale di Philalethe, è un corpo ‘unico nel mondo’, che Natura non produce. Tuttavia, può essere prodotto da un artista illuminato, utilizzando il Principio Mercurio che Madre Natura, graziosamente, ‘prepara’ (ma di cui nessuno sa dell’esistenza, né della sua funzione; a che serve, ci si dovrebbe chiedere, questo Mercurio?…e l’oro spirituale, serve per solvere metalli e vari corpi, per fare la Pietra Filosofale?).

Sembra dunque di dover concludere che l’affermazione famosa di Paolo Lucarelli, che definì questo nostro mondo una ‘prigione’, sia confermata nella sostanza: Madre Natura non produrrà mai, qui, qualcosa di più ‘perfetto’ dell’oro metallico. Siamo fritti, e lo siamo sempre stati; ab initio. Il Progetto Naturale che ci vede ospiti è ‘perfettamete’ fissato e non migliorabile; è così perfetto nel suo meccanismo, che l’uomo ha sempre e soltanto basato la sua vita sulla ricerca del possesso del metallo raro e dei sui moderni derivati. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, sono sempre state evidenti, e non muteranno per qualsiasi modello futuro: Madre Natura non produce Oro Spirituale. Et alors…?

Allora, qualche povero pazzo, molto meno che una mosca bianca, va dicendo che – nel Progetto – è presente la possibilità di utilizzare ciò che Natura ha ‘preparato’ – in gran segreto – per “fare qualcosa”; il compito terribile, per la sua gravosità e per gli annessi&connessi, è quello di ‘fare’ una nuova, piccola ‘creazione’. Molti sorrideranno, immagino, o scuoteranno la testa. Eppure, questo è ciò che leggiamo nei testi migliori. Perché tale nuova creazione possa avere un senso, però, occorre far sì che quella ‘densitas’ di Spirito Universale possa venir attratta canonicamente e corporificata opportunamente. Il senso dell’Alchimia è tutto qui: l’alchimista ha un compito gigantesco, i cui risvolti – Naturalmente – non sono affatto personali, bensì universali. Per inciso, la disponibilità di Spirito Universale in questo corpo ‘unico’ ha delle conseguenze che non sono a mio avviso ben percepite, né da chi studia Alchimia, né da chi ne parla. Anzi, probabilmente non lo sono mai state. Di fatto, tutti hanno l’idea che l’alchimista sia uno che sogni di far oro, o quant’altro. In realtà, l’alchimista si affaccia ad una finestra dell’universo, il cui limite è molto più che vertiginoso. Si percepisce, in un lampo, che siamo del tutto non proporzionati alla ‘densitas’ di quello Spirito Universale, ed il senso di inadeguatezza è pesantissimo. Siamo, di fatto, troppo ‘tenui’. Estremamente rarefatti, e – per di più – estremamente stupidi. Ma non posso qui dilungarmi su questo.

Un ultimo avviso: il giovane Isaac Newton possedeva la Fons Chemicae Philosopiae nella sua biblioteca alchemica (MS Keynes 35), e la studiò a lungo. Poi, qualche anno dopo, pubblicò i suoi magnifici Philosophiae Naturalis Principia Mathematica: ho scritto qui qualcosa di quel famoso incipit, mai compreso per davvero dal mondo degli accademici, e lo riporto perché lo trovo molto assonante con ciò che Philalethe andava dicendo:

Quantitas Materiae est mensura ejusdem orta ex illius Densitate & Magnitudine conjunctim.

Va da sé che la Massa del corpo di cui parla Sir Isaac non è proprio quella che si ottiene moltiplicando la densità per il volume occupato; forse, una riflessione molto accorta, persino accorata, sulla ‘tanta densitas’ del passo di Philalethe e su quel ‘conjunctim’ di Newton potrebbe aiutare il pellegrino ad incamminarsi e – soprattutto – a ‘darsi da fare’, al suo meglio. Naturalmente.

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