Du Feu & du Sel … un viaggio.


Il Capitolo Settimo dell’Alchimie expliquée sur ses textes classiques – edita da Eugène Canseliet nel 1972 – è intitolato ‘Le Sel des Philosophes‘, ed è uno dei brani più interessanti per chi studia e pratica Alchimia. In tutta evidenza, se è chiaro che anche Canseliet ha sempre sostenuto che lo studio dei buoni testi fosse indispensabile per un proficuo supporto all’esperienza del Laboratorio, è altrettanto chiaro che ciò di cui ha voluto parlare non è certo da prendere alla lettera, come è usanza per chiunque abbia una qualche dimestichezza con il metodo con cui Conoscenza ed esperienza vengono condivise e trasmesse a chi percorre la stessa Via operativa. Torniamo al Capitolo Settimo: il titolo chiarisce che l’oggetto delle considerazioni dell’autore non è in alcun modo il sale comune, ma il ‘Sale dei Filosofi‘, che è – nei fatti – l’attore principale del semplice processo alchemico. Di più: quel ‘Sel‘ di cui parla il Maitre de Savignies non è – e molti ne rimarranno forse sorpresi – nemmeno quel composto chimico che risultasse dalla reazione tra il tartaro e nitro; pur curioso nelle sue qualità, per chi le avesse sperimentate all’Opera, esso è ben lontano da quel  ‘Sel des Phiosophes‘ di cui parlava più di quarant’anni fa Canseliet. Certo, da assiduo sperimentatore quale era – una appassionata assiduità di cui il famoso processo sulla surfusione del piombo ne fu la prova provata – avrà senza dubbio inizialmente ritenuto che quella unione ‘ana‘ potesse essere preziosa: in effetti, la necessità di buoni ‘fondants‘ lungo la via spagirica dei metalli, mostra  all’Artista attento – nel corso della pratica ripetuta centinaia di volte – degli indizi che potrebbero risultare estremamente utili nel corso dei propri studi e delle proprie esperienze: ma occorre un profondo senso dell’osservazione sperimentale , una passione radicata nella Conoscenza della Teoria Alchemica – la quale è Scienza e Arte dei processi della Creazione della Materia, e non certo una tecnica soltanto, banalmente, trasmutatoria mirata all’ottenimento di una o più Pietre – e una abitudine costruita negli anni a verificare sempre nella pratica quella Teoria, più antica del nostro mondo. Nel corso del proprio cammino di studio e pratica l’Artista modula e raffina sia la tecnica che l’operatività: e si accorge che il famoso monito ‘Una Res, una Via, una Dispositione contrasta talvolta con quel che sta cercando di mettere in pratica: e qui, la riflessione, la meditazione profonda sui testi e sui propri appunti di Laboratorio – oh, quanto preziosi -, si rivela – talvolta – esiziale; l’Artista deve studiare Madre Natura nel suo più intimo procedimento della Creazione, e – per l’appunto – è quella peculiare substantia che chiamiamo ‘Sel’ che svolge il ruolo chiave in Creazione negli Universi; e dunque, nel crogiolo alchemico posto nel forno. Quel Sale ha ricevuto una miriade di nomi, frutto dell’acume e dell’ingegno di chi ha studiato e praticato lungo quella Via. Canseliet ne ricorda molti ai suoi lettori: personalmente, credo che sia corretto parlarne come il ‘Sel de Pierre‘, meglio ancora come il ‘Primum Ens dei Sali‘ di Philalethe; più che il nome, quel che conta davvero è la sua funzione, poiché è la funzione di una substantia ciò che la caratterizza nella Creazione di Materia, sia essa in accadimento all’interno di una stella o nel crogiolo alchemico: se l’Artista volesse cogliere meglio quel che cerco di spiegare (perdonate, facile non è spiegare! … direbbe Yoda), quel monito capitale ‘Una Res, Una Via, una Dispositione potrebbe render conto del fatto – sperimentale! – che una stessa sostanza usata in contesti operativi diversi svolge una funzione diversa. Naturalmente non sto parlando di chimica, né di fisica; ma di Alchimia e di Physica, che oggi – chissà perché – nessuno ama più studiare; figurarsi sperimentare.

Prima di proseguire, credo utile esaminare meglio quel Capitolo sul ‘Sel des Philosophes‘, anche alla luce di quanto riportato in un commento del mio Post sulla curiosa medaglia coniata da Herr Friedrich Kleinert (qui), il quale era un appassionato alchimista in quel di Nuremberg, cui il giovane Leibnitz si rivolgeva con una certa riverenza. L’emblema che ha attirato l’attenzione di Madame Compostellae a quanto scritto dall’ottimo e sagace Fra’ Cercone figura per l’appunto all’interno del Capitolo Settimo ed è – secondo quel che scrive Canseliet – ‘La petite vignette, qui éclaire le titre de l’admirable Traité du Feu et du Sel’ di Blaise de Vigenère; eccola:

Traicte du Feu & du Sel – 1642

Il trattato in cui figura la famosa vignetta fu pubblicato nel 1642 a Rouen; tutti conoscono la giusta passione di Canseliet per l’Editio Princeps di un trattato antico; ma questo famoso e ottimo trattato, ritrovato dopo la morte di de Vigenére, fu in realtà edito per la prima volta nel 1618 a Parigi, e questo è il suo frontespizio:


Traicte du Feu & du Sel – 1618

Probabilmente Canseliet scelse la ‘Derniere Edition reueuë & corrigee‘ perché gli era utile per ciò che intendeva esporre a proposito del ‘Sel’; l’emblema dell’edizione del 1642 raffigura il putto-parvulo con una mano che tiene un nastro che sorregge la pietra squadrata, mentre con l’altra indica il Re tra le nubi aperte (si deve notare che questa sua mano destra è ‘alata’); il putto è in piedi su una sommità erbosa, cui fa da sfondo uno specchio d’acqua, con un albero radicato su un promontorio sulla destra di chi guarda. Il motto recita ‘Paupertas summis ingeniis obesse ne provehantur‘, e viene tradotto da Canseliet come ‘La pauvreté nuit aux meilleurs étudiants, de sorte qu’ils n’avacent pas‘. Ai quattro angoli figurano i tre gigli di Francia, una croce greca, il quatre-de-chiffre dell’incisore, e l’Agnus Dei. La didascalia della Pl. XIII recita: ‘Que des confidence Blaise de Vigenère n’aurait pas faites, dans son traité inestimable, qu’il gardait pour lui seul, s’il avait pu prévoir que cet ouvrage fut tout de suite trouvé après sa mort. Ce petit cartouche de titre est assez éloquent du lieu, inaccessible à l’ordinaire, d’ou l’alchimiste reçoit son sel et son feu Philosophiques et secrets.‘.

Se l’Artista volesse esaminare la vignetta del’Editio Princeps del 1618, osserverebbe un uomo-pastore, inginocchiato e forse pregante, posto a sinistra di un ara sacrificale su cui un agnello arde in un fuoco che lo avvolge, il cui fumo sale verso le nubi dalle quali, aperte in due, appare un piccolo Re coronato e radiante; l’altare reca sulla faccia frontale una stella a sei punte (con due lambelli), nel cui centro è raffigurato il simbolo del Mercurio, il tutto ambientato in una campagna bucolica, con ovini che brucano l’erba e quel che sembra una fascina accanto al sacrificante. Il motto recita: ‘Sacrum pingue dabo nec macrum sacrificabo.‘. Si tratta evidentemente di una rappresentazione del sacrificio al Signore da parte di Abele (si noti che il motto, se letto al contrario, rappresenterebbe quello di Caino), ma quel ‘mercurio’ non dovrebbe far parte di questa iconografia biblica. De Vigenére, diplomatico e famoso crittografo, morì nel 1596 e la vignetta dell’ Editio Princeps del 1618 di Parigi fu scelta da Françoise de Louvain, la vedova di L’Angelier, il quale si chiamava Abel; entrambi i coniugi Angelier erano appassionati editori alla corte di Parigi, ma che dire di quel simbolo?

La ‘Derniere Edition‘ del 1642, quella segnalata da Canseliet, fu edita a Rouen da Jacques Caillou(e): ma – forse – Canseliet ritenne di non parlare dell’Editio Princeps per motivi suoi; questo metodo di ‘dire e non dire‘, ‘guarda qui e non là‘, che fa disperare i neofiti – e che induce molti a pensare che i testi non siano degni di esser studiati – venne naturalmente adottato anche da Canseliet (e non solo in questo suo testo del 1972), il quale – ovviamente – scrive nel Capitolo Settimo: ‘A livello sperimentale gli alchimisti mantennero nei riguardi del sale una discrezione impenetrabile e feroce‘. Fu anche questo metodo, assieme alla ‘pelosa’ venerazione da parte della sua corte di contemporanei francesi, che in qualche modo infastidì il giovane ed inesperto Jean Laplace, il quale – al contrario del maestro – non amava i troppi orpelli, le troppe trappole-per-gli-ingenui, che impedivano ai giovani di avvicinarsi all’Alchimia; sed de hoc satis.

Dopo De Vigenére, il buon Maitre de Savignies sostenne il suo discorso con brani tratti da Altus, Basilio Valentino, naturalmente Fulcanelli (in questo contesto, da Le Dimore Filosofali), Sethon, Sendivogius, Lemery, De Saint-Didier, De Copponay de Grimaldy, Digby, Crassellame, Philalethe, Gosset, et alia. In effetti, l’argomento meritava queste citazioni preziose, nel tentativo più che caritatevole di fornire allo studente innamorato una messe di spunti da approfondire, di aspetti su cui meditare. Si tratta, senza dubbio, di uno dei capitoli più belli, importanti e preziosi del libro del 1972, ed il cui valore è di primissimo piano. Tuttavia, proprio perché Canseliet va studiato – come ogni autore – cum grano salis, proverò a segnalare alcuni passi che magari appaiono scontati, ma che sono a mio avviso piuttosto utili alla ricerca del bandolo della matassa che avvolge quel benedetto ‘Sel des Philosophes‘:

… il sale appare costituito in parte di sostanza fissa, in parte di materia volatile. Si sa, in chimica, che i sali, formati da un acido e da una base, rivelano, nella loro decomposizione, la volatilità del primo così come la fissità dell’altro. Poiché il sale partecipa nel contempo del principio mercuriale per la sua umidità fredda e volatile (aria) e del principio solforoso per la sua secchezza infuocata e fissa (fuoco), serve dunque da mediatore tra i componenti solfo e mercurio del nostro embrione.“.

La citazione chimico-fisica – tratta da Fulcanelli, Les Demeures Philosophales, tome II, p. 82 – merita che si sottolinei: la ‘sostanza fissa‘ e la ‘materia volatile‘, poi l’inciso ‘nella loro decomposizione‘, e la presenza contemporanea di un’aria cui soggiace un’acqua, e di un fuoco cui soggiace una terra. E ci si ricordi che chimica e Alchimia non hanno nulla da spartire: non tutto è quel che sembra. Inoltre, si dice qui – in questo contesto! – che il sale ‘serve‘ da mediatore tra zolfo e mercurio ‘del nostro embrione‘.

La confusione è molto più difficile da dissipare, quando i Filosofi considerano il sale che corrisponde al terzo principio, nell’intimo stesso del minerale o del metallo. Cosicché il neofita non dovrà sperare, come la logica sembrerebbe autorizzare a tutta prima, che sarà informato sulla sostanza che esaminiamo dal Trattato del Sale di Alexander Sethon. La discriminazione pretende sicuramente tempo e sforzo.“.

Questo è un aspetto cruciale: si parla qui di una ‘cosa’ che è nell’intimo di qualcosa, sia quest’ultima minerale o metallo; intimo è ‘in-tumus‘, ciò che “è” più-che-dentro. Non appare; e per dargli eventualmente  ‘parvenza’ occorre il tempo e lo sforzo.

Segue poi la descrizione del sale da parte del Cosmopolita:

… ce précieux Sel blanc comme neige, qu’il puisse puiser l’eau vive du Paradis, & qu’il puisse avec icelle préparer la teinture Philosophique …“.

Canseliet avvisa che tale indicazione sarà utile a chi abbia già conoscenza della fontaine du sel !

Segue – dopo la famosa frase ‘Notre sel, ou, si l’on préfère, notre fondant, est double parce qu’il est physiquement composé de l’addition ana de deux sels différents …‘ – la citazione dal Mutus Liber delle tavole VIII e XI con i simboli del tartaro e dell’ammoniaco-harmoniaco; poi: ‘Il figlio della scienza noterà che il triangolo e i suoi tre steli lanceolati, che esprimono la feccia del vino solidificata, designano anche lo zolfo filosofico, così come d’altra parte mostra la tavola presa dal Course de Chymie di Nicholas Lemery.‘ (mia traduzione). Ecco la tavola in questione:

Lemery, Course de Chymie, 1756

A seguire: ‘Ce n’est sans doute pas pour rien, que notre salpêtre fondu – sal petræ, sel de pierre – en sa blancheur d’émail, est appelé le cristal minéral .. Mais l’alchimiste n’ignore plus, que notre adjuvant salin, notre médiateur, est constitué du mélange de deux composés oxygénés, lesquels sont, par là même, le feu des sages..‘. Paolo traduce giustamente quel salpêtre come salnitro, ma può valer la pena riflettere oltre. Inoltre, cos’è uno smalto? E, sempre scansando la chimica, perché si parla di ‘ossigenato’? Come si ‘ossigena’ in Alchimia? Dice inoltre Canseliet, che è proprio per questo artificio  che quei due composti – opportunamente mescolati – ‘sono’ … il fuoco dei saggi (!). Consiglio di non saltar subito alle conclusioni, sebbene anche questo sia un punto cruciale, molto caritatevolmente posto in non-evidente-evidenza.

E poche righe prima della notissima citazione di Limojon sulla ‘natura della calce’ di questo fuoco, Canseliet afferma che l’artista lo dovrà conservare ‘… così come l’avrà estratto dal mezzo che lo ha generato, con la più grande diligenza.‘. Sottolineo il ‘mezzo che lo ha generato.‘.

Si passa poi al magnifico testo di de Copponay de Grimaldy, con il famoso brano sul Nitro celeste, le cui frasi si riferiscono, scrive Canseliet, ‘au premier aidant salin‘.

Segue poi l’altrettanto famoso brano sul Salium Ens Primum di Philalethe, dove giustamente Canseliet avverte della onestà delle affermazioni dell’Adepto Inglese, a dispetto dell’assurda frase sulla relazione tra calore esterno ed interno.

Stabilito che si è che il nitro possa essere arricchito con il suo isomero celeste, si passa poi al secondo composto; ancora Limojon ed il Cosmopolita per indicare che è dalla nostra rugiada che si può trarre il Sal petra Philosophorum, fino ad arrivare alla auspicata conclusione: il Vitriol des Philosophes.

Qui, credo che l’avvertimento sia d’obbligo: non tutto è quel che sembra. Per andar dritto, talvolta occorre una curiosa deviazione. Impercettibile, ma esiziale.

Terminata questa escursione sul Capitolo Settimo, della cui lunghezza mi scuso, ma che spero possa essere di una qualche utilità per chi cerca con cuor allegro e privo dei soliti pregiudizi, torno alle considerazioni di Madame Compostellae: concordo che quell’emblema sia coerente con quanto raffigurato sul verso della medaglia di Herr Kleinert; mentre la invito a considerare ancora una volta il contesto dell’operatività suggerita tanto dalla medaglia che dalle due (due) curiose vignette di cui ho tenuto a parlare, le ricordo che quel putto dell’emblema del 1642 non è alato: è la mano destra ad essere alata e indica l’alto, mentre l’altra è per Natura appesantita dalla gravitas di quella ‘cosa’ (lei dice che è salina?  … uhm; forse sì, forse no; dipende, per l’appunto dal contesto funzionale). Chi è davvero alato è quel tipo tra le nubi dell’emblema del 1618, che è d’altro canto rappresentato in alcuni emblemi (in altri testi, non alchemici) pubblicati dall’atelier L’Angelier sia come un angioletto che come un piccolo re; é da notare quel ‘mercurio’ sull’ara di Abele (è qui che si dovrebbe esclamare “così in alto, come in basso“, forse). E se non si può che sorridere divertiti dal fatto che l’editore parigino si chiamasse proprio L’Angelier, come si fa a non pensare a Lancillotto? Si rilegga lo straordinario Chevalier de la Charette di Paolo, e non dimentichi che la famiglia di Lancillotto, che fu un vero personaggio dell’epoca di Arthur of Britain, si nomava de l’Acs, da cui il banale nome di Lancillotto del Lago; e che l’acqua di cui si parla, e che figura anche nell’emblema del 1642, è un’acqua-che-non-bagna-le-mani, pur essendo lo ‘speculum‘ sia il contraltare terreno del Cielo che quello dei Saggi, dove, secondo Sethon, l’Artista può contemplare – con riverente meraviglia – ‘la Natura’.

Mi permetto poi, di ringraziare ancora una volta il sornione ma fraterno Fra’ Cercone per la sua precisissima indicazione nella sua traduzione dei motti della medaglia di Herr Kleinert.

Dimenticavo: va da sé che consiglio vivamente di leggere e poi studiare al meglio il Traitcté du Feu et du Sel: tra le tante perline degne di nota ne ho scelto una; De Vigenére l’ha presa come punto di partenza del suo scritto e – dal Vangelo di San Marco – suona così:

Tout homme sera sallé de feu; & toute victime sera sallé de sel.

7 Responses to “Du Feu & du Sel … un viaggio.”

  1. Grazie Capitano… Auguri per un felice nuovo anno

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  2. Mia nonna diceva che per condire bene l’insalata c’era bisogno di tre persone: un ricco per l’olio, un giusto per l’aceto e un povero per il sale: era la grande Alchimia della cultura contadina.
    Il mio carissimo Capitano -com’è uso fare- anche stavolta getta il sasso e nasconde la mano: e tuttavia il sasso gli rimane fissato alla mano.
    Ma ha ottime ragioni per cotale azione, perché qui la faccenda è oltremisura sottile, nonché ambigua o per meglio dire ambivalente e ondivaga, onde chi ardisse rivelare il segreto provocherebbe una calamità naturale.
    Lei, mio salace Capitano, si sarà ormai fatto capace che non mi può prendere impreparato. E avrà anche compreso perché quel personaggio che con una mano dà e con l’altra prende, eserciti su di me una fascinazione magnetica.
    E allora, per sopperire alla mia alta ignoranza, ho studiato.
    PAUPERTATEM SUMMIS INGENIJS OBESSE NE PROVEHANTUR.
    In una riedizione degli “Emblemata” di Anderea Alciati dal titolo “Diverse imprese accomodate a diverse moralità con versi che i loro significati dichiarano, tratte dagli emblemi dell’Alciato”, (in Lione, per Masseo Buonhomo, 1549, p. 84), tal Giovanni Marquale traduce: “che la povertà impedisce ai sommi ingegni di levarsi in alto”.
    Naturalmente la parola chiave è PAUPERTATEM; povero è colui che riceve uno scarso salario, ovvero ha una modesta salagione.
    Il motto riecheggia Giovenale (cfr. Satire III, 164-5): “Haud facile emergent quorum virtutibus obstat res angusta domi” (non emergeranno facilmente [coloro] dei quali la ristrettezza in casa ostacola le virtù). Eppur tuttavia Apuleio -che non era certo privo di sale in zucca- nel “De magia” 18, 6 scrive: “Paupertas, inquam, prisca aput saecula omnium civitatem conditrix, omnium artium repertrix, omnium peccatorum inops, omnis gloria munifica, cunctis laudibus apud omnis nationes perfuncta” (la povertà, dico, primaria fondatrice in tutti i secoli di ogni stato, inventrice di ogni arte, priva di ogni errore, ricca di ogni gloria, perfusa di ogni merito presso ogni stato).
    Ecco spiegata l’ambivalenza e la duplicità di cui dicevo.
    Fatto si è che l’Alciato nell’ “editio princeps” -ma non autorizzata- del 1531 dell’ “Emblematum Liber” mostra, in modo molto asciutto, un uomo palesemente zoppo, (la sua zoppia è evidenziata ad arte dalle gambe scoperte) con un braccio alato levato in alto e l’altro proteso in basso con una pietra in mano; in testa ha un petaso (dal Gr. πετασος, da πεταω → stendo, spando) copricapo da viaggio che gli Antichi Greci attribuivano a Hermes.
    In tutte le edizioni successive -e autorizzate- a partire da quella del 1533, il petaso scompare e lo zoppo diventa un putto o un uomo adulto con un piede in terra e uno sollevato in aria. Il motto rimane sempre lo stesso.
    L’emblema verrà riprodotto moltissime volte, ma sempre in questa seconda forma. Così lo si trova ad esempio anche nella pagina del titolo de “Les Ieux de l’Inconnu” (Rouen, 1645) -ma non in quella dell’ “editio princeps” di Parigi 1630-, a firma De Vaux, ma in realtà opera dell’avventuroso guascone Adrien de Monluc conte di Carmail.
    Concludo con le parole di Andrea Alciati nella prefazione a Konrad Peutinger: “Haec nos festivis emblemata cudimus horis, artificum illustri signaque facta manu. Vestibus ut torulos, petasis ut figere parmas, et valeat tacitis scribere quisque notis”. (abbiamo inciso questi emblemi per le ore liete, e [questi] segni fatti dalla mano illustre di artisti. Come s’illustrano con ricami le vesti e con distintivi i petasi, così anche occorre scrivere con linguaggio occulto).
    Cerconescamente Suo,
    FC

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    • Caro Fra’ Cercone,

      ormai dovrei chiamarla “Fra’ Trovone“! … come so da anni, dietro il suo nickname si nasconde il contrario del suo ‘significato’ “di scena”. Ero certo che lei non avrebbe lasciato incompiuto il mio segnalar gli ‘Emblemata‘; e … sì, confesso che a bella posta mi auguravo che qualcuno scoprisse il prezioso inghippo della ‘destra alata’, il contraltare della ‘sinistra affetta dalla gravità’. Quell’emblema un po’ ‘insensato’ sul teatro “di scena” aveva senza dubbio il senso più substantiale “in retroscena”: e l’insieme avrebbe indicato al cercatore sia il soggetto della figurazione e della divisa (il Fuoco Segreto, dei Saggi, o des Philosophes che dir si voglia, come d’altro canto indicava Canseliet; quello zoppo benedetto che popola ogni buon libro d’Alchimia), sia la “modalità di esistenza” e/o – per sovrappiù – persino quella di un eventuale ‘approvvigionamento’ (meglio, di ‘apparecchiamento’? … meglio ancora, di ‘dispositione’?). Onore al merito: l’arte sublime degli Emblemata me la fece scoprire propro lei, anni ed anni fa; era il codice doppio e triplo e quadruplo con cui si comunicava ‘oltre le trinceee‘ dell’Europa in fiamme di quel secolo tragico e meraviglioso, fossero fiamme di Religio o di Scientia. I sapienti – che, al contrario di quanto oggi si recita con iattanza- non facevano della Sapientia materia di sfoggio o di rango o di ridicola appartenenza ‘hermetica’, bensì di fraterna condivisione, schiudevano con perizia i sentieri che conducevano alle praterie della Conoscenza antica; era gente ‘di schiatta schietta’, cosa rara-rarissima oggidì. Alciatus fu il capofila di quel modo di comunicare riservato ai “bambini-con-i-capelli-bianchi” che studiavano e praticavano, a coloro che facevano della Queste eterna la ragione di vita, con allegra profondeur.
      Mentre lascio a chi vorrà approfondire meglio tanto la ‘figurationem duplicem‘ della medaglia di Herr Kleinert che la profumata ‘dispositionem‘ che apparecchiò Canseliet, provvederò quanto prima a documentare al mio meglio gli Emblemata preziosi che lei ha or ora ‘cercato&trovato&citato’. Nelle more, sorrido a lei, contento che la sintonia e la risonanza siano sempre i musici dell’Harmonia ! … ma … ma, … ma, non era codesto il nomen di un Tractatus dalla storia bizzarra !? … Thank you, sir, ed a presto!

      sempre di buon cuore,

      Captain NEMO

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  3. Caro Capitano,

    provo a districarmi nella selva di argomenti presenti sui due tavoli, mi riferisco a questo post e al precedente (sulla medaglia)…direi che abbiamo tanta carne al fuoco, e proprio di “carne” al fuoco vorrei parlare, prendendo spunto dal recto della medaglia in questione:
    https://nemocap.wordpress.com/2018/12/05/veritas-scientia/#jp-carousel-2185
    e il frontespizio del Trattato del Fuoco e del Sale, 1618:

    In entrambi i casi vi è un sacrificio in atto, nel primo caso il Mercurio (non più alato, sottolinea Fra’ Cercone) giace avvolto dalle alte fiamme di una pira e si producono anche “dense volute di vapore”, le quali avvolgono Diana, che sovrasta Mercurio. E’ in atto una calcinazione (Filosofica, non spagirica): il Mercurio non sembra soffrire del suo stato, perché sta mutando ed è consapevole che la mutazione di stato sarà un bene per lui. Fra’ Cercone ha sottolineato che qui Mercurio non è più alato, potrebbe significare che la materia che l’operatore si troverà a dover calcinare filosoficamente non sarà più volatile (come un tempo), e però tornerà ad esserlo grazie alla calcinazione stessa, così assumerebbe senso il motto criptico del verso della medaglia: “Non fui, quod eram; nunc sum, dum morior”, che Fra’ Cercone traduce: “Non sono stato quel che ero, [ma lo] sono adesso, mentre muoio”, che potrebbe intendersi come ‘non sono stato (per un certo tempo) quel che ero (solitamente o secondo mia natura, ovvero volatile), ma torno ad esserlo adesso, grazie alla calcinazione filosofica’, che – a differenza della calcinazione spagirica – aumenta l’Umido Radicale della materia calcinata. Diana potrebbe essere la protagonista del cambiamento di Mercurio.
    La calcinazione filosofica ha come personaggio chiave il Fuoco Segreto, come scrivono tanti Filosofi nei testi e la pira e i vapori potrebbero ben rappresentarlo.
    Anche nel frontespizio sopra indicato è in atto un sacrificio, questa volta riguarda un agnello, avvolto dalle alte fiamme sprigionate da un’ara sacrificale e anche in questo caso si producono “dense volute di vapore” che avvolgono una figura importante, un re o un angelo alato. Il Capitano sottolinea che sull’ara è visibile la Stella di Salomone e al centro di essa vi è il simbolo del Mercurio, quindi ho trovato singolare il fatto che Mercurio, di nuovo, fosse presente e connesso ad un sacrificio attraverso il fuoco. D’altra parte, tra le ossa combuste della zampa di un montone (che sempre agnello è) – ricorda Fulcanelli ne Le Dimore Filosofali – ne troveremo una particolare, “segnata” dal Sigillo di Salomone, è la Stella, o Latte della Vergine, o Mercurio.
    Volevo solo portare all’attenzione dei presenti questo aspetto singolare, che lega la pira sulla quale giace Mercurio all’ara segnata dall’astragalo.
    Il Capitano descrive così la scena del frontespizio: “un uomo-pastore, inginocchiato e forse pregante, posto a sinistra di un ara sacrificale su cui un agnello arde in un fuoco che lo avvolge, il cui fumo sale verso le nubi dalle quali, aperte in due, appare un piccolo Re coronato e radiante; l’altare reca sulla faccia frontale una stella a sei punte (con due lambelli), nel cui centro è raffigurato il simbolo del Mercurio, il tutto ambientato in una campagna bucolica, con ovini che brucano l’erba e quel che sembra una fascina accanto al sacrificante”.
    Caritatevolmente, io credo, ha scritto “aperte in due” a proposito delle nubi, per ricordarci un’altra immagine, che si trova in un suo vecchio post I Due Fumi della Profetessa https://nemocap.wordpress.com/2010/04/07/i-due-fumi-della-profetessa/ ed ecco l’immagine:
    https://labyrin6-wpengine.netdna-ssl.com/wp-content/uploads/2013/01/symbola-aureae-mensae-3-mary-prophetess.jpg
    Maria la Profetessa parla di un “imbiancamento” (a me torna in mente Diana che sovrasta Mercurio sulla pira), e riporto questo passo dal post del Capitano, è Maria la Profetessa che parla: “Radices huius operis sunt praedicti duo fumis & calx humida. Sed corpus fixum est de corde Saturni comprehndificans Tincturam. Et compar eius est corpus album et clarum de monticulis. Vas Hermetis quod Philosophi occultaverunt, non est vas nigromanticum, sed est mensura ignis tui.”
    E riporto anche questo passo: “…(…) A chiudere il cerchio ci pensa sempre Filalete, il quale in Fons Chemicae Philosophiae, conclude così (traduzione – in corsivo – di Paolo Lucarelli):
    “Questo spirito è la forza ignea che si mescola all’acqua e vi risiede, mentre l’acqua a cui lo hai mescolato è il tuo vincolo, cioè il vaso o forno. Lo spirito della Saturnia è il fumo imbiancante, il vapore del monte è il fuoco e tutte queste cose sono il mercurio.
    Avrai così l’erba Saturnia Vegetale, Regale e Minerale da cui, con carne grassa, si fa un brodo che non gli può essere paragonato nessun cibo al mondo.”
    E’ interessante che in entrambi i brani si parli di ‘corda’ e ‘vincolo’, che ricollego sia al recto della medaglia, in cui Eros tiene fissato il Mercurio (ora volatile), sia la corda che lega la materia nella mano del putto, che però – come ha scritto Fra’ Cercone – nell’edizione non autorizzata dell’Emblematur Liber del 1531 non è un putto ma un uomo adulto, zoppo come il dio Vulcano e provvisto di petaso come il dio Mercurio, eccolo: https://www.mun.ca/alciato/images/31-121.gif

    Buona Epifania
    Compos Stellae

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    • Cara Madame,

      in effetti la ‘facienda’ – pur essendo semplice, appare intricata e complessa; del resto, non tutto deve venir scritto.

      In ogni caso, il suo ragionare e il ‘metter-insieme-i-pezzi-di-un-puzzle‘ sono indizio di acume e passione, il che è già di per sé ottimo. Fra l’altro, il paragone con l’immagine (ed il testo, di Maier!) su quei “due fumi” di Maria la Profetessa, è a mio avviso, più che pertinente; certo, altri quesiti sorgono: tra i tanti, quei due “fumi” originerebbero da un unico ‘focherello’ o da due? Non trova contro logica che l’arrostir un Mercurio possa fornire … un altro Mercurio? … non voglio confondere il lettore: quanto raffigurato nella Medaglia a me pare molto corretto, soprattutto alla luce – lo ripeto – della preziosissima traduzione dell’amato Frate. E dunque, quel suo ragionare sul ‘prima’ e sul ‘dopo’ dovrebbe aiutare a comprender bene, ancora una volta, che l’umana logica in Alchimia posto non ha.
      Forse conviene rcordarsi che le Maschere … paiono divertirsi non poco con ‘il gioco dei due cappelli‘, al punto di confondersi in un sol corpo, ma di natura doppia, proprio come ricordato dal Fra’Cercone, con quell’allegro e paffuto signore provvisto di Petaso e Zoppo; con un braccio alato “più-alto-di-un-tot” rispetto a quello con l’ “onerosa” materia.
      Gli eventi alchemici accadono seguendo la Logica di Madre Natura, la qual Logica – lo vado ripetendo da anni – nulla avrà mai a che vedere con quanto accettabile dal consensus dogmatico delle cosiddette ‘scienze esatte’.
      Ma in Alchimia – ‘quella’ Logica – deve essere osservata, contemplata e studiata, per poi sperimentare.

      Ciò sottolineato, debbo togliermi un sassolino dalla scarpa: mi pare che di questo Post, certo piuttosto ‘tecnico’, poco importi a chi legge, o a chi studia e/o pratica Alchimia. Certo non è un problema di capitale importanza; quel che duole un pochino è il constatar che – complice forse il periodo post-bagordi natalizio – a nessuno sia venuto in mente di andarsi a leggere il Trattato di de Vigenére, che Canseliet definì “inestimable” e parlarne un po’; sintomo triste della ormai attestata semina delle indicazioni ‘contra-libros‘. Segno dei tempi …

      Dicevo che il Traicté du Feu et du Sel, – pur molto noioso nel continuo, massiccio, uso di massime, citazioni, tratte dal mondo Classico, Religioso ed Alchemico – conferma che chi si interessa davvero di Alchimia, non può fare a meno di riservare il massimo approfondimento verso il lato nascosto delle cose, siano esse persino quelle alchemiche. Oltre gli orpelli legati alla cultura del tempo, alla professione crypto-diplomatica dell’autore, al costrutto arzigogolato, la sostanza di quel che scrive è extra-ordinario. Un approccio di ricerca e di sperimentazione (de Vigenére senza dubbio passava molto, molto tempo, nel suo Laboratorio) molto raro in un uomo di quei tempi, e animato da uno spirito che Newton, forse, non avrebbe disdegnato di studiare con cura. Non posso trascriver qui quello che mi ha fatto prudere il naso, ma trovo carino questo suo “statement” a proposito della Terre Vierge e del Sel:

      Ma né il limo, né la sabbia, né l’argilla d’altro canto, sono – né se presi individualmente, né quando ridotti assieme -, questa terra vergine & pura, che è rinchiusa al centro di ogni composto elementare, vale a dire, nella loro profondità; perché quest’ultima non produce nulla, dato che è incorruttibile, & che ciò che non può corrompersi non può per questo produrre nulla che sia soggetto a corruzione, come constatiamo con il fuoco, & il sale, & la sabbia, che è della natura del vetro; tutte sostanze non soltanto incorruttibili di per sé, ma che proteggono dalla corruzione ciò con cui si mescolano …” [Edizione 1618, p. 82]

      E poi, un passo sull’acqua, dalle proprietà ancor oggi sorprendenti; l’autore ha appena descritto l’estrazione dalla fuliggine di un caminetto, con acqua piovana, con un lungo e paziente lavoro, di ‘una terra pura, chiara & cristallina, rinchiusa nel centro‘:

      L’acqua ha delle grandi proprietà & virtù, ma questa terra ancor più, sulla quale mi riserverò di parlare più avanti. Se ne può estrarre anche del sale attraverso la dissoluzione della sua acqua, & del vetro, dalle terre che resteranno dopo l’elevazione della terra vergine; Omne enim privatum propria humiditate, nullam nisi vitrificatoriam præstat fusionem, dice Geber: e ve ne sono qui tre, due volatili, l’acqua e l’olio; & la terza fissa & permanente, che è congelata, vale a dire il sale, Quod est super omnes alias humiditates expectans ignis pugnam, dice lo stesso Geber: poiché non vi è nulla di più umido & più untuoso che il sale, né di più durevole al fuoco. Così tutti i metalli non sono altro che sali fusibili, nei quali si risolvono facilmente. Il sale comune si fonde anch’esso, dopo esser stato ri-calcinato & dissolto tre o quattro volte, come diremo più apertamente a suo tempo.” [Edizione 1618, p. 85]

      Ora, occhio alla penna, perché anche de Vigenére amava giocare con le parole; ma – pur essendo un dotto e rinomato Crypto-Diplomatico – mi pare attento e onesto.

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  4. Salve a tutti,
    ho preparato questa piccola ricerca per un post che pubblicizzava questo bell’articolo del Capitano che saluto. Spero possa essere fonte di aiuto o ispirazione.

    Cercherò di tirare qualche filo per stimolare la discussione eventuale, BLAISE DE VIGENÈRE, nel suo TRATTATO DEL FUOCO E DEL SALE dice:

    “Ma né il limo, né la sabbia, né l’argilla d’altro canto, sono – né se presi individualmente, né quando ridotti assieme -, questa terra vergine & pura, che è rinchiusa al centro di ogni composto elementare, vale a dire, nella loro profondità; perché quest’ultima non produce nulla, dato che è incorruttibile, & che ciò che non può corrompersi non può per questo produrre nulla che sia soggetto a corruzione, come constatiamo con il fuoco, & il sale, & la sabbia, che è della natura del vetro; tutte sostanze non soltanto incorruttibili di per sé, ma che proteggono dalla corruzione ciò con cui si mescolano …”

    IN SINTESI:

    -Terra vergine e pura, incorruttibile, non produce nulla di distruttibile, protegge dalla corruzione.

    -Questa terra è rinchiusa al centro di ogni composto elementare, nella loro profondità.

    Queste parole richiamano alla mente potentemente due altri grandi personaggi i cui scritti vediamo qui sotto:

    EDMUND DICKINSON, QUINTESSENZA DEI FILOSOFI

    “È dunque da accettare, che il nostro Oro non è la stessa cosa del comunissimo metallo. Infatti, si deve sapere, che i Filosofi hanno i loro metalli segreti e, quando, parlano del comune metallo, ne parlano in relazione alla loro grande opera, non dei comuni metalli. I Filosofi hanno tre specie di Oro: uno astrale, uno elementare e uno metallico:

    I) L’Oro astrale è quel Sale puro e igneo, che il Sole produce negli astri (raggi) col suo potente influsso e da questi viene, poi, sparso per tutto il firmamento.

    -SALE ASTRALE VOLATILE
    -SPARSO PER IL FIRMAMENTO

    II) L’Oro elementare è quel Sale puro e fisso, che per il fuoco di Natura è racchiuso in ciascun corpo degli Elementi, anzi è generato in ogni Elemento stesso.”

    -SALE PURO E FISSO
    -PRESENTE NEL CORPO DI OGNI ELEMENTO (vedremo che per corpi degli elementi i Filosofi intendono ogni misto sublunare)
    (Tralasciamo il terzo, l’oro Au.)

    LIMOJON DE SAINT DIDER, TRIONFO ERMETICO

    “Il primo è un oro astrale, il cui centro sta nel sole che, attraverso i suoi raggi, lo comunica, contemporaneamente alla sua luce, a tutti gli astri che gli sono inferiori. Si tratta di una sostanza ignea e di una emanazione continua di corpuscoli solari che attraverso il movimento del sole e degli astri, in un continuo flusso e riflusso, riempiono tutto l’universo; tutto ne viene penetrato nella vastità dei cieli, sulla terra e nelle sue viscere; respiriamo continuamente questo oro astrale, queste particelle solari penetrano i nostri corpi e la loro emanazione non si interrompe mai.

    -SOSTANZA IGNEA VOLATILE
    -SPARSO PER IL FIRMAMENTO E IN TUTTE LE COSE

    (I due passi sono molto simili quindi ci troviamo di fronte alla descrizione della stessa cosa, una descrizione arricchisce l’altra.)

    Il secondo è un oro elementare, cioè è la parte più pura e più fissa degli Elementi e di tutte le sostanze che ne sono composte, di maniera che tutti gli esseri sublunari dei tre generi contengono al centro un prezioso grano di quest’oro elementare.”

    -ORO ELEMENTARE
    -PRESENTE NEL CORPO DI OGNI ELEMENTO (Limojon spiega qui che questo oro elementare o sale puro come lo definisce Dickinson è presente in tutti gli esseri dei tre regni.)

    (Tralasciamo il terzo, l’oro Au.)

    IPOTESI:

    Quanto affermato da Vigenére, ovvero che: esiste una TERRA VERGINE e pura, rinchiusa al centro di ogni composto elementare. Concorda grandemente con quanto affermano L. e D. riguardo a questa sostanza nascosta nei misti.

    Un altro interessante tassello è che l’aver chiamato Oro questa sostanza non è casuale e concorda con le descrizioni di V. quando afferma che questa terra è incorruttibile.

    ERGO, LA TERRA PURA È L’ORO ASTRALE FISSO, IL SALE DEI SALI, IL PRIMO ENTE SALINO, IL PRIMO ZOLFO DEI SAGGI, CHE UNITO AL SUO MERCURIO, CREA IL CIELO DEI FILOSOFI, CAPACE DI RIPORTARE IN VITA I MORTI METALLI.

    Non riporterò altri passi ma tutti i filosofi del passato da Bacone a Filalete e oltre concordano sulla presenza di questa presenza sottile, chiave di ogni porta alchemica.
    Chiave presente in ogni dove. Chiave che riesce a svegliare dal sonno i pesanti zolfi metallici.

    Riguardo ciò posto uno stralcio di un qualcosa di abbastanza inedito:

    “Lettera di Pierre Jean Fabre inviata a Roma al Marchese Palombara

    Ho ricevuto la tua graditissima lettera datata Roma, 25 febbraio 1646, alla quale rispondo secondo preghiera, non però in lingua italiana benché questa lingua mi sia sufficientemente nota; ma poiché non so parlarla bene, e similmente scriverla mi è difficilissimo, perciò, per non muoverti al riso a causa della mia imperizia della lingua che è il tuo idioma natale, scriverò in latino, sapendo che questo idioma è a te notissimo.

    Sappia invero l’eccellenza tua che la materia nostra è unica e vera e reale, e tale che si trova e si ottiene dappertutto.
    L’acqua è dappertutto, e così la terra. In questi elementi soli si trova il seme dei metalli: dall’acqua e dalla terra si produce qualsiasi metallo; e secondo la purificazione di quel seme si producono metalli puri, o impuri.

    Dall’acqua si ottiene un seme infixum, e dalla terra un seme fixum (benché si possa ottenere da uno solo di quegli elementi – sono infatti uno, e il medesimo la terra e l’acqua – dalla congiunzione di questi si ottiene più facilmente).

    Dalla congiunzione di questi si ottiene qualunque cosa si possa desiderare per praticare l’alchimia, e per curare ciò che è imperfetto sia tra gli uomini, sia tra i metalli.

    Quel seme fixum e infixum (I DUE ORI DI L. E D.) che da quei soli elementi si può tirar fuori in gran copia, suole essere insignito di infiniti nomi di ogni cosa, perché da quel medesimo seme, tutte le cose sono use sia prodursi, secondo la sua diversa preparazione, sia comporsi insieme.

    Perciò a volte è chiamato “vino nostro”, a volte “vetriolo”, a volte “salnitro”, “sale.
    E sotto la preparazione di questi i Chimici antichi e moderni occultano la preparazione del vero seme metallico.

    Di qui sono chiari gli errori di quelli che prendono il vino comune, l’urina comune, il vetriolo volgare, e altri misti comuni per ottenerne il vero e legittimo seme metallico.

    Dai metalli soli si può trar fuori allora, per modo che siano ridotti alla prima sostanza metallica, o materia, dalla quale gli stessi metalli avevano avuto origine: ma non possono essere ridotti in quella materia se non per beneficio dello spirito dell’acqua e di quel sale che si trovano in abbondanza nel centro dell’acqua e della terra.

    (questo concorda con quanto riporta Lullo, Parisino, Villanova, etc., senza le acque di Diana, senza il Cielo dei Filosofi tutti i metalli e i minerali rimangono senza vita)

    Questo spirito, e sale dell’acqua e della terra è il vero seme metallico, per mezzo del quale soltanto la natura conduce i metalli a perfezione; e anche l’arte dell’Alchimia può ridurre quei metalli, sole, luna e mercurio, in quel seme, per mezzo di quel seme che è la materia prima dei metalli.””

    A conferma di queste parole possiamo leggere nel SALTERIO DI HERMOPHILO:

    119 – Questo famoso mercurio, al quale i filosofi hanno tributato tante lodi, merita d’avere simbolicamente un precursore che abbia lo spirito di Elia e che prepari le vie del suo Signore.

    Il precursore è della stessa natura del Signore, ma quest’ultimo è infinitamente più nobile, poiché è nato da una TERRA VERGINE e concepito da uno spirito celeste (GLI STESSI PROTAGONISTI DI PRIMA), mentre il precursore è stato concepito in iniquità come gli altri corpi metallici, benché sia stato purificato in seguito e lavato nel ventre di sua madre per esser reso degno di preparare le vie del RE filosofico. (STESSA COSA AFFERMA FABRE)

    E per ulteriori suggestioni e stimoli riporto quanto afferma Ali Puli:

    […]“Allora ebbe origine la nostra Tessa libera da lordura e perfettamente pura, nata dalla TERRA VERGINE, senza odore, senza sapore. Il vero Figlio della Saggezza può con arte attirare la goccia salina filosofale filtrata con diafanità lunare.”

    […] “Il Mondo che contiene l’elemento più alto e più immediato dei Saggi per la realizzazione del Capolavoro è l’Uomo stesso. La Cava è la Decima Porta. Il Minerale grezzo è il migliore ed anche il peggiore. La più preziosa è un’acqua torbidissima.

    Questi sono simili alla Terra e all’Acqua, eppure né l’uno né l’altra sono di alcuna utilità da soli.

    Da questi due emerge un Figlio, o un Seme, e dai tre corpi sono formati lo Spirito e l’Anima nell’Uomo, che nasce per suo bene e per sua necessità; il nome suo è Tessa. Se l’Artista riuscisse a trovare ciò, per Grazia di Dio, potrebbe allora separare il puro dall’impuro. Potrebbe fare, senza fuoco e senza alcuna materia estranea, una TERRA VERGINE inodore e incolore.

    Potrebbe separare e procurarsi da essa: il Sal Centrale, il Vitriolum Microcosmi, la Venere dei Saggi, il Sal Astrale, il Mercurium Microcosmi e la Lunam Philosophicam.”

    […] “Molti hanno sbagliato nella Filosofia del Fuoco, considerando l’instabilità del nostro magnete: l’acqua è la base in cui viene ridotto l’etere, ma ciò non avviene mediante una violenta condensazione o compressione dell’Aria, ma tramite l’energia del nostro magnete universale, la TERRA, che esso abbraccia strettamente, e della nostra Tessa.”

    […] “Comunque, ora sinceramente ed apertamente lo spiego e dico che significa (Tessa) niente meno che una terra bianconeve, senza odore o sapore, fatta dal limo terrestre, senza fuoco ed in cui stanno nascosti il Mercurio e il Vetriolo comuni, come potrete capire quando arriverò a parlare del Sale della Terra.”

    Un Caro saluto ai cercatori Giovanni Atrop

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  5. Caro Capitano,
    io la vedo in questi termini:
    Un requisito essenziale della comunicazione tra cielo e terra è la povertà pauper o l’essere bambini parvus piccoli, la povertà di spirito, lo spirito non potrà mai andare su qualcosa che ne è già saturo, mentre invece andrà su ciò che è vuoto.
    Esempio, il tartaro si forma sul legno di quercia che ha la fama (o la fame) di essere cava.
    La coppia del libro muto, strizzano i teli che sono capaci di trattenere la rugiada.
    È possibile pure che il parvulo che tiene il parallelepipedo, con uno pseudo filatelio sia semplicemente una scatola vuota dei suoi giochi (Sembrerebbe abbastanza leggera).
    E la famosa frase “chi ha orecchie per intendere  intenda” è simile al detto di San Marco che il crimine più grande che possa essere commesso, è quello del peccato contro lo spirito, informano entrambi sull’importanza del mezzo.

    Saluti a tutti
    Gianni

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