Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 2

Il Bretone di cui ho parlato in precedenza era un tipo che studiava, certo, ma che traeva ispirazione da un piccolo gruppo di autori, che evidentemente amava e stimava: Dom Pernety (debbo ad Offerus la tempestiva segnalazione; thank you, much obliged…), a Maier, a Basilio Valentino ed al Presidente d’Espagnet, autore quest’ultimo, come si sa, di due trattati di Physica, entrambi magistrali. A questo proposito ho tuttora due curiosità: la scelta precisa di questi autori, che appare quasi come una filiazione (mi riprometto di parlarne presto, sto verificando alcuni materiali); e il fatto che le citazioni, riproposte quasi di peso, sono però leggermente corrette, con qualche espuntazione qua e là. Val la pena di notare che Fulcanelli – il quale, lo ripeto, conosceva con certezza il Bretone suo contemporaneo, senza peralto mai citarlo – mostra di condividere molto quella impostazione classica&alchemica.

Proseguo nel riportare alcuni passaggi più squisitamente alchemici, che di fatto sono riassunti e adattazioni (un po’ di cut&paste, ante-litteram) di brani di Dom Pernety (Les fables égyptiennes et grecques, dévoilées & réduites au même principe: avec une explication des hiéroglyphes, et de la guerre de Troye – 1758)

Materia della Grande Opera

Di ogni cosa materiale si fa la cenere, della cenere si fa il sale, del sale si separa l’acqua e il mercurio, del mercurio si compone una quintessenza o un elixir. Il corpo si riduce in cenere per essere pulito delle sue parti combustibili, in sale per essere separato dalle sue terrestreità, in acqua per marcire e putrefare,   e in spirito per diventare quintessenza. I sali sono dunque le chiavi dell’arte e della Natura; propriamente non vi è che un sale di Natura, il quale si divide in tre: il nitro, il tartaro e il vetriolo. Di questi sali e dei loro vapori si fa il mercurio che gli antichi hanno chiamato Semenza Minerale. Di questo mercurio e dello zolfo, sia puro che impuro, sono fatti tutti i metalli nelle viscere della terra e sulla sua superfice.

La prima materia è chiamata comunemente zolfo e argento vivo. Raimondo Lullo li chiama i due estremi della pietra e di tutti i metalli. Altri dicono in generale che il sole è suo padre e la luna sua madre; che essa è maschio e femmina, che è composta di quattro, di tre, di due e di uno, e tutto ciò al fine di nasconderla. É certo che non vi è che un solo principio in tutta la Natura, e che lo è tanto della pietra che delle altre cose. Non vi è così che un solo spirito fisso composto di un fuoco purissimo e incombustibile che fa sua dimora nell’umido radicale dei misti. É più perfetto nell’oro che in ogni altra cosa, e il solo Mercurio dei Filosofi ha la proprietà di estrarlo dalla sua prigione, di corromperlo e di disporlo alla generazione. L’argento vivo  è il principio della volatilità, della malleabilità e della mineralità, lo spirito fisso dell’oro non può nulla senza di esso. L’oro è umettato, reincrudato, volatilizzato e sottoposto alla putrefazione attraverso l’opera del mercurio, e quest’ultimo è digerito, cotto, inspessito, disseccato e fissato attraverso l’opera dell’oro filosofico, che lo rende con questo mezzo una tintura metallica.

L’uno e l’altro sono il mercurio e lo zolfo filosofici. Ma non è sufficiente che si faccia entrare nell’opera uno zolfo come lievito; ve ne serve anche uno come semenza di natura sulfurea, per riunirsi alla semenza di sostanza mercuriale. Questo zolfo e questo mercurio sono stati saggiamente rappresentati dagli antichi da due serpenti, l’uno maschio e l’altro femmina, attorcigliati sulla verga d’oro di Mercurio. La verga d’oro è lo spirito fisso sul quale debbono essere attaccati. … Il mercurio proprio all’opera deve dunque per prima cosa essere impregnato di uno zolfo invisibile, affinché sia più disposto a ricevere la tintura visibile dei corpi perfetti, e che possa in seguito comunicarla con usura.

Rapimento di Proserpina

I poeti hanno aggiunto alla favola di Proserpina che ella ebbe un figlio che aveva la forma di un toro; e che Giove, per avere commercio con lei, si era metamorfizzato in dragone. Dicono anche che il toro era il padre di questo dragone; di modo che essi erano il padre l’uno dell’altro, il che sembra un paradosso. La spiegazione di questa parentela consiste nel sapere che vi è un’unica materia del magistero, ciononostante composta di fisso e di volatile. Il dragone alato e la femmina indicano il volatile, ed il dragone senz’ali ed il toro sono i simboli del fisso. Il Mercurio Filosofico o dissolvente universale si compone di questa materia, che i filosofi dicono essere il principio dell’oro. L’oro dei saggi nasce da questa materia; essa è di conseguenza sua madre: nelle operazioni dell’opera occorre mescolare il figlio con la madre, allora il figlio che era fisso e designato come il dragone senz’ali, fissa anche sua madre, e da questa unione nasce un terzo fisso o il toro. Ecco il dragone padre del toro. Che si faccia di nuovo la mescolanza di questa nuovo nato con la femmina, o la parte volatile dalla quale è stato estratto, allora ne risulterà il dragone senz’ali, che diventerà il figlio di quello che lo ha generato; poiché la materia cruda viene chiamata dragone prima della sua preparazione e nel tempo di ogni disposizione o operazione dell’opera

In una parola, l’oro si dissolve nel dissolvente volatile dei filosofi da cui è stato estratto; allora è la madre che uccide suo figlio. Quest’oro, nel fissarsi, fissa sua madre con lui; ecco che il figlio genera sua madre e che allo stesso tempo la uccide, perché da volatile che essa era, la genera in fissità; e fissare il volatile significa ucciderlo. Ecco svelato il mistero di questo paradosso.

Il Becco

Tutte le nazioni si sono accordate nel considerare il becco [il capro – NdC] come il simbolo della fecondità; era quello di Pan o il principio fecondante della Natura, vale a dire il fuoco innato, principio di vita e di generazione. <Quando i sacerdoti volevano – dice Eusebio – rappresentare la fecondità della primavera e l’abbondanza di cui è la fonte, dipingevano un bambino seduto su di becco e girato verso Mercurio.> Bisogna, con i sacerdoti, vederci piuttosto l’analogia del Sole con Mercurio e la fecondità di cui la materia dei filosofi è il principio in tutti gli esseri. É questa materia, spirito universale corporificato, principio di vegetabilità, che diviene olio nell’oliva, vino nell’uva, gomma, resina negli alberi, etc. Se il Sole attraverso il suo calore è un principio di vegetabilità, non lo è se non eccitando il fuoco assopito nelle semenze dove è come intorpidito sin quando venga risvegliato e animato da un agente esterno. Così, nell’operazione ermetica, il mercurio lavora la materia fissa dove dorme il fuoco innato; la sviluppa rompendo i suoi legami e lo pone nello stato di agire per condurre l’opera alla sua perfezione. Ecco questo bambino seduto su di un becco ed allo stesso tempo la ragione per cui si gira verso Mercurio; Osiride, essendo questo fuoco innato, non differisce da Pan; di conseguenza, il becco era consacrato all’uno e all’altro. Per la stessa ragione, era uno degli attributi di Bacco.

Prometeo liberato

Prometeo aveva come padre Japeth figlio del cielo e fratello di Saturno; sua madre si chiamava Clymene, figlia dell’Oceano; conoscendo quel che era Saturno, si sa cosa occorre intendere per Japeth, che viene da ίαίνω, dissolvere, rammollire, versare, e πεταω, aprire, sviluppare, perché nella putrefazione nella quale la materia è pervenuta al nero, chiamato Saturno dai filosofi, la materia si apre, si sviluppa e si dissolve; è per questo che Clymene, figlia dell’Oceano, è chiamata sua moglie, perché le parti volatili si elevano dall’Oceano o mare filosofico, e sono una delle principali cause efficienti della dissoluzione. Queste parti volatili o l’acqua mercuriale sono la madre di Prometeo che è lo zolfo filosofico, o la pietra dei filosofi. … Un’alluvione desolava tutta la parte d’Egitto dove comandava Prometeo; è la pietra dei filosofi perfetta che si trova sommersa nel fondo del vaso. Occorse il consulto di Ercole andando a prelevare i pomi d’oro del giardino delle Esperidi, perché prima di arrivare alla fine dell’opera o all’elixir perfetto che sono questi pomi d’oro, occorre necessariamente fare e servirsi  della pietra del magistero, significata da Prometeo. Il fuoco del cielo che ruba, è questa pietra tutta di fuoco, una vera miniera di fuoco celeste. Attraverso la prima operazione, quella attraverso la quale si fa lo zolfo o la pietra, si ottiene Prometeo ed il fuoco celeste che ha preso grazie all’aiuto di Minerva, e per la seconda, quella che fa l’elixir  o la perfezione dell’opera, l’artista prende i pomi d’oro dal giardino delle Esperidi.

In quest’ultimo brano, Dom Pernety cita d’Espagnet (Canone 121), ma il Bretone, che in altri passaggi lo cita espressamente, ne toglie l’attribuzione nel suo volume…

Insomma, si può affermare che il Bretone copia le parti salienti dell’opera di Dom Pernety (ma senza citarlo espressamente), ma riorganizza il testo con un ‘montaggio’ diverso, usando anche d’Espagnet (un po’ citandolo ed un po’ non citandolo, e via dicendo). In ogni caso, i passi ‘prelevati’ sono molto ben selezionati dalla mole di argomenti esposti da Dom Pernety, cercando di evitare le cortine fumogene usuali delle Fables e di altri testi. Domanda: perché?

Se si tiene bene a mente che il materiale delle Fables è de facto originato dall’Arcana Arcanissima di Maier (pubblicata a Londra, nel 1614), la domanda si fa più importante. Sembra quasi che il Bretone abbia inteso togliere li versi strani e proporre una visione quasi in chiaro (naturalmente, sempre sotto le regole della Tradizione) della dottrina alchemica in corso in quei tempi, in un’operazione di riproposta decisamente nuova, specie durante la fine del secolo che si stava avviando verso il funesto occultismo. Se a questo si aggiunge che Fulcanelli lo frequentava, e che la formazione del circolo di Avenue Montaigne è ancora da venire, e che Fulcanelli sposa questa linea didattica – pur restituendo a Cesare quel che è di Cesare per ciò che concerne le citazioni e le authorships – e che il filone parte da Maier, con un’opera pubblicata durante l’unica visita fatta presso la corte Giacobita, in pieno Furor Rosacrucianus … forse, forse,  si comprende meglio il profondo imprinting originario dell’Alchimia proposta sin qui da questa sorta di filiazione. La scelta degli autori, tutti, di indicare con malcelata precisione come asse portante dell’Alchimia una Physica precisa, antica ma solida, concreta, sfrondata dalla nebbia di misticismo-da-quattro-soldi e para-sacralità (Fulcanelli docet; è un uomo di Scienza, Accademico, e il suo approccio – pur perfetto nella Tradizione alchemica classica – è persino più ‘scientifico’ di uno scienziato del giorno d’oggi) deve far riflettere.

Voglio precisare: non si sta parlando solo di una eventuale storia dell’Alchimia moderna, o di una banale operazione intellettuale pour épater le bourgeois, quanto di un discrimine essenziale nello studio dell’Alchimia, ove il senso e la portata dell’Arte sono indicati in modo netto e consapevole: Alchimia non è certo chimica, né fisica, tantomeno loro parente; si tratta d’altro, di ben altro, di ben più fondante: Conoscenza, attraverso studio&pratica. La Metafisica Sperimentale di Canseliet – oltre ad essere felicissima espressione – sembra d’altro canto suonare ed alludere a questa vera e propria Armonia. La ‘langue-des-oiseaux‘, così cara a Fulcanelli e Canseliet, così ben spiegata e studiata da Grasset d’Orcet, indicherebbe – pare – la fonte nascosta dell’Arte, la Prisca Sapientia di Newton. En passant, Grasset d’Orcet, il Bretone, Fulcanelli et alia … si conoscevano molto bene. Molto.

To be continued …

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4 Responses to “Alchimia, ovvero della Philosophia Naturale e della Physica… – 2”

  1. Caro Captain Nemo, considerazioni davvero molto molto interessanti, soprattutto la parte riguardante i Sali! Tra l’altro ho una stima profondissima per tutta l’Opera di Dom Pernety, sulla cui figura ho letto recentemente delle notizie curiose in un testo di Alessandro Boella e Antonella Galli. Ma il misterioso bretone di cui si parla è per caso Pierre Aristide Monnier, detto Alcyon? A tal proposito c’è un testo molto interessante (non so se è uscito in italia): Le maître secret de Fulcanelli (Editions de la Pierre Philosophale, 2011). Mi chiedevo se l’astratto del bretone postato supra è per caso tratto da “Clef des oevres de Saint Jean et Michel de Notredame” e nel caso se fosse reperibile in qualche modo. Grazie! Cari saluti

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    • Caro Signor Operaalnero,

      come vedrà nel mio ultimo post (qui sopra), il Bretone è proprio Pierre Aristide Monnier. Il testo è piuttosto poco disponibile, ma si può trovare … Quanto a Dom Pernety, condivido il suo sentire; ma, secondo me, Pernety era un uomo di profonda cultura ermetica ‘incaricato’ di diffondere alcuni aspetti filosofici ed operativi. Non è comunque un personaggio di facile decrittazione, e, d’altro canto, pure lui esercita il singolare mestiere di cut & paste… Vedremo quel che, nel tempo, uscirà da qualche cassetto.

      E sì, il testo sul presunto Maitre di Fulcanelli è uno dei testi che porta alla luce alcune cose ‘francesi’… come ho scritto, in terra di Francia c’è molto fervore sull’identità di Fulcanelli; personalmente io guardo alla linea dottrinale ed alla sua impostazione; la ‘cortina’ mistica, magica, ieratica – di cui l’Alchimia ha sempre sofferto – è spuria, e priva lo studente di una visione coerente. Sia a livello di studio che di pratica.

      A presto!

      Captain NEMO

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  2. Ho l’impressione che Operaalnero sia nel giusto. Possiedo la Clef des Ouvres de Saint Jean et Michel de Nostredame, in francese, un libriccino denso ed interessante pubblicato in Francia nel 1983: c’è un capitoletto in cui l’autore (nella mia copia indicato come M.A. de Nantes) dice che per comprendere l’Alchimia bisogna studiare la Fisica. Così, letteralmente. E Nantes è in Bretagna…

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    • Caro Chemyst,

      sì il libro è quello; ma vi sono altri scritti, di non facilissima reperibilità. Ma, come mi ha fatto notare il buon Offerus, Monnier si è diciamo ‘ispirato‘ pesantemente a Pernety (in massima parte), e a d’Espagnet. Resta la domanda: per quale motivo, vista la mole di autori de rang tra i quali poteva scegliere?

      A presto!

      Captain NEMO

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