Il ‘Cantique’ di Vauquelin…

Nel tempo, il Cantico dei Cantici è stato variamente interpretato e quale che sia il senso che gli si voglia attribuire, resta un emozionante inno d’amore: che sia tra Dio e la sua Ecclesia, o tra Salomone e la sensuale Sulamita, la sua lettura lascia sempre un po’ sgomenti.

Per gli alchimisti, rappresenta una sorta di racconto dell’amore tra i due sposi ermetici; e probabilmente il suo versetto più famoso è quel ‘Nigra sum sed formosa’ che viene citato a più riprese in molti trattati.

Visto che il Post in cui se ne è parlato è uno dei più letti del mio Blog (qui), ho pensato di esplorare meglio qualche aspetto.

Prima di tutto, una precisazione: molto probabilmente quel ‘sed’ è il frutto di un adattamento o di una cattiva traduzione. Il testo greco, al versetto 1:5, suona come segue:

‘μέλαινα ειμί και καλή θυγατέρες Ιερουσαλήμ ως σκηνώματα Κηδάρ ως δέρρεις Σολομώντος’

‘Nera sono e bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come la pelle [che nasconde] Salomone.

‘και’ significa ‘e’ e non ‘ma’; tuttavia, forse perché gli interpreti –  ecclesiastici o meno – ritenevano che una donna di colore scuro potesse essere associata con la bruttezza […poteva mai Re Salomone unirsi ad una ‘brutta‘?], quella congiunzione è diventata una specificazione più rassicurante. D’altro canto, un alchimista non dovrebbe essere sorpreso che il nero sia in realtà il sinonimo del ‘bello’, ancorché – naturalmente – nascosto. Eppure anche nei testi alchemici quel ‘ma’ è restato.

E’ il caso, per esempio, di Messire Jean Vauquelin des Yveteaux, alchimista normanno della fine del XVII secolo; si tratta di un singolare personaggio, la cui vita certo curiosa – per quel po’ che se ne conosce – ho tentato di riassumere nell’Introduzione storica alle Récréations Hermétiques (il libro lo trovate qui).

Oltre a varie opere, da noi poco conosciute, Vauquelin ha affrontato una sua personale interpretazione del Cantico: Le Cantique des Cantiques de Salomon, interprété dans le sens Physique, par des Yveteaus. L’opera ha ricevuto un apparato critico di tutto rispetto da parte di Sylvain Matton in Documents oubliés sur l’alchimie, la kabbale et Guillaume Postel: offerts, à l’occasion de son 90e anniversaire, à François Secret par ses élèves et amis. Issue 353 of Travaux d’Humanisme et Renaissance.

Il trattatello di Vauquelin des Yveteaux offre poco a chi cerca segreti d’Alchimia, ma ne riporterò alcuni estratti: si vedrà così – ed è quel che mi preme mostrare a quegli stessi che cercano, o che dicono di cercare – che la Teoria alchemica è sempre una, identica a sé stessa da secoli, chiara, semplice ed al tempo stesso serenamente ermetica, perfino per un alchimista normanno di quei tempi.

Vauquelin des Yveteaux sa bene che l’argomento del Cantico è un terreno scivoloso, tanto più a quei tempi; ed allora, dopo aver chiarito che non si sogna nemmeno di metter in dubbio l’autorità dei Padri, dichiara che ‘…esaminerà soltanto con qualche attenzione leggera come i naturalisti giudichino che sotto le stesse espressioni si sia celebrato il mistero della pietra benedetta.

‘…sotto il nome dello sposo e della sposa sua sorella, usciti dalla stessa madre o dallo stesso padre…la quale sposa sospira ai suoi baci senza numero, senza i quali non crederebbe di avere il pegno, né essere assicurata del sigillo che costituisce il legame e la pace di tutte le creature; ed è attraverso un’alleanza che accade che ella non è animata che dallo spirito del suo sposo, attraverso il quale viene liberata dalla corruzione che il serpente aveva introdotto in lei; di modo che corporificatosi questo spirito in lei, non furono più che un identico soggetto o materia spiritualizzata, o il medesimo spirito corporificato, unica materia dei filosofi che qualificano con il nome di loro mercurio, e del quale – in questo stato – dicono: est in mercurio quidquid quaerunt sapientes.’

‘Sotto il nome di sposo e sposa, sono intesi lo spirito luminoso, o il fuoco fissato nella terra vergine, che è la sposa; e per sposa si intende lo spirito vitale luminoso invisibile, fuoco naturale contenuto nella natura umida, inviato dal cielo in qualità di spirito universale, che vivifica e anima tutta la natura.’

Fatta questa premessa luminosa, ecco quel che racconta Vauquelin a proposito della famosa frase di cui sopra [l’autore scrive in francese dell’epoca, con alcuni inserimenti in latino]:

Nigra sum,  sed formosa, Filiae Jerusalem, sicut tabernacula Cedar, sicut pelles Salomonis.

Je suis noire mais je suis belle, o filles de Jerusalem, comme les tentes de Cedar, comme les pavillons de Salomon.

I Filosofi chiamano nero tutto ciò che non è affatto luminoso e che nasconde la luce che racchiude, e la sposa si rivolge alle figlie di Gerusalemme per attirare la loro attenzione… Le tende di Cedar sono quelle degli Arabi, nere all’esterno e tessute di pelo di capra morta, bruciate e arrostite dal sole, esposte alle ingiurie del tempo… Lo sposo ama la dimora della sua sposa come se essa fosse altrettanto superba e scintillante, come i così ricchi e così splendidi padiglioni che Salomone faceva costruire, ed è lo sposo stesso che ne costituisce la parure e l’ornamento. Si cruenta si tetra mundabo. [Nota di Vauquelin: ‘Aqua aqua sunt omnia, aqua lavat, aqua clarificat, et illustrat omnia’].

Questa sposa è nera del fumo elementare e mondano, a causa del suo risiedervi, e per la sua propria miseria da cui essa è avvolta. Ma essa diviene bella e purificata atraverso lo spirito del suo sposo, praemittitur nigredo, et augetur decor.

Aronne e Maria sua sorella mormoravano  del fatto che Mosé (che appariva così raggiante di luce) aevsse preso una Etiope come [sua] donna. Sed Aethiopem lavavit.

La regina <di> Saba [Nota di Vauquelin: ‘Saba secondo saint Jerosme significa Ritorno’] venne a vedere e se ne ritornò tutta illuminata dalla gloria di Salomone, foelix nigredo quae mentis candorem parit, lumen scientiae, conscientiae puritatem, nec quod nigrum sustinere confusa, nec quomodo formosum est imitari pigra. Queste sono le lodi più grandi che si possano fare a una sposa che trae tutto il suo lustro dal suo sposo, il quale attraverso la sua unione e le sue frequenti visite imbianca e illumina la terra vergine che prima aveva un’apparenza sporca, difforme, oscura e così annerita dal fumo e dall’azione del fuoco che aveva preparato.

Il fuoco è il sole del filosofo, vicario di quello celeste, la cui eccitazione esterna non cessa di eccitare e animare il fuoco interno della materia, che è qui vista come la sposa annerita al sole a cui è stata esposta allo scoperto nel suo [di lei] più grande ardore.’

Già su questo passo c’è da riflettere, e non poco. Vauquelin parla esattamente come parla un alchimista, questo è ovvio: tuttavia, alcune singolarità appaiono evidenti nella sua esposizione; ne sottolineo una: se la sposa è ‘formosa’, anche lo sposo è ‘formoso’.

Poi, Vauquelin prosegue:

Nolite me considerare quod fusca sim, quia decoloravit me sol. Filii matris meae pugnaverunt contra me; posuerunt me custodem in vineis; vineam meam non custodivi.

Ne consideré pas que je suis devenue brune, car c’est le soleil qui m’a osté ma couleur. Les enfans de ma mere se sont élévez contre moy, ils m’ont fait gardienne des vignes : je n’ay point gardé ma vigne.

<È> il soggetto dell’arte o la seconda materia dei filosofi esposta all’ardore del sole [Nota di Vauquelin: Si può chiamare sua giovinezza la prima preparazione, che è l’inizio dell’opera filosofica secondo Rhenanus. E in questo senso la calcinazione le fa provare tutto l’ardore del vicario del sole di cui il filosofo fa uso] sin dalla sua gioventù, poiché nella sua origine e nella sua purezza senza mescolanza essa non era nera. Ma essendo stata corporificata, essa è stata bruciata dal sole. Perché la semenza caduta tra le pietre di cui si parla nel Vangelo fu bruciata e calcinata dal sole, ciò che le impedisce di dar frutto per mancanza d’umidità… Questo sole ha annerito la sposa nelle materie differenti e specificate, e nella meno determinata essa appare nera in presenza del sole il cui splendore eclissa ciò che essa ha di luminoso [Nota di Vauquelin: R. Lullo, Codicill….dice che uno spirito di luce lo conduceva a disporre i corpi ad una naturale e segreta decozione, per mezzo della quale attraverso un ordine retrogrado con una lancia toccante (nel testo: poignante) tutta la sua natura fu di colpo dissolta in pura nerezza]. … Poiché l’acqua purga la solforosità escrementizia che il fuoco fa apparire nella calcinazione. Sem (quod nomen vel virtus) et Japhet (quod pulchritudo) cooperiunt retrocedendo quod Cham (calor) detexit et separavit prebens inde occasionem irridendi Noe quod semen mundi. L’Acqua piena di efficacia ripara la sporcizia prodotta dal fuoco di calcinazione.’

Come si vede, Vauquelin cammina sulle orme della Dama: si riconosce senza dubbio la consistenza delle sue note con la Tradizione classica dell’Alchimia, in modo molto chiaro. Naturalmente, avverto, occorre adottare le solite precauzioni. Il racconto’ dell’opera è questo, ma prendere tutto alla lettera è come sempre un azzardo.

Sono certo, comunque, che molti in questi tempi tristi e disperati – dove chi ‘dice’ di cercare vuol ‘trovare’ in quattro e quattr’otto il ‘come si fa’ e ‘cosa si mette nel crogiolo’ – correranno nei vicoli ciechi che li attendono, perdendo di vista alcune sfumature curiose, ma ben nascoste, che Vauquelin ha voluto inserire qua e là. Non posso indicarle, né intendo indicarle; già mi par troppo aver ripreso questo sconosciuto trattato.

Concludo, citando il Cantico:

Ego flos campi, et lilium convallium’.

Probabilmente qualcuno sorriderà.

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22 Responses to “Il ‘Cantique’ di Vauquelin…”

  1. Caro Capitano,
    Tante cose accadono, oltre l’inimmaginabile. Intuisco che tante cose devono ancora accadere, ad esempio ora sono stato impressionato da quei 40 giorni. Anche questi saranno veri ?
    Esiste una musica senza musica ?
    gianni

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  2. Caro Captain,
    Sbaglio o lei ci sta indicando l’acqua contenuta nei metalli?

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  3. Caro Capitano
    Il parto avviene per taglio cesario o per parto naturale?,
    inizio a preoccuparmi,
    Certo un maschio che partorisce non l’ho mai visto.!
    Che il cielo ci assista.

    gianni

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  4. Caro Capitano,
    che dice il Major Grubert !
    Tutto sotto controllo?
    Gli porti i miei saluti

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  5. E per usare le parole di Filalete: “Cosi la vita riceve la vita.” Caro Capitano, sicuramente conoscerà da dove è tratta questa frase, le chiedo: l’autore, secondo lei, in questo capitolo parla di due materie che escono da una operazione precedente o parla di due cose ben distinte ? L’erbetta saturnia pregna del seme focoso, che purifica e digerisce il mercurio, è chiaramente una materia, come lo è l’altra. Di Quest’ultima, nella Fonte della filosofia chimica Filalete dice, “Nella regione meridionale, verso occidente si trova un monte altissimo, il più vicino al sole. È uno tra sette, ed è il secondo per altitudine dal più alto. Il monte di cui stiamo parlando è di temperamento piuttosto caldo perché non dista molto dal sole. In questo monte sta racchiuso un vapore, cioè uno spirito, estremamente necessario per la nostra opera, ma che non sale se non è vivificato e non si vivifica se la terra sulla cima del monte non è scavata fino alle ginocchia.” Poco più avanti dicendo come si deve scavare,” Questo spirito è la forza ignea che si mescola all’acqua e vi risiede, mentre l’acqua a cui lo hai mescolato è il tuo vincolo, cioè il vaso e il forno. lo spirito della saturnia è il fumo imbiancante, il vapore del monte è il fuoco e tutte queste cose sono il mercurio.” Come interpreta questi due passaggi che parlano della stessa operazione, non in termini volgari, ma di disposizione ?
    Un abbraccio

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    • Caro Signor Atrop,

      in merito alla sua prima domanda: ho naturalmente la mia opinione. La Materia è una, ma sono due, ma sono tre, ma sono quattro, e sono cinque…e via dicendo. Lei non crederà davvero che io sciolga l’enigma, no?

      Per la seconda (ma non ho ben capito a cosa si riferisca con ‘di disposizione‘): i due passi che Lei cita sono tra i più belli ed enigmatici della letteratura alchemica. Se Lei mi chiede cosa possano significare o indicare, temo – per i noti motivi – di non poter rispondere.

      Come sa, l’alchimista ha il Laboratorio come proprio banco di prova; ovviamente, ognuno immaginerà quel che riterrà più opportuno.
      La famosa ‘fossa scavata fino alle ginocchia‘ viene dal Novum Lumen Chymicum, mentre la Saturnia viene da quell’altro zuzzerellone di Flamel, certo lo saprà.
      Dunque, non posso che consigliare di essere molto, molto, molto guardinghi: il processo indicato è semplice, ma facile non è.
      Inoltre, il procedimento descritto da Philalethe impone che PRIMA siano state ottenute – e naturalmente bene – alcune cose. Filosofiche.

      Comunque, La ringrazio per aver portato all’attenzione due passi straordinari dell’Arte alchemica: seppur blindati in modo perfetto, lo studiarli con tutta calma non potrà che sottolineare l’importanza esiziale e primaria del corretto Agente; il quale è unico e Celeste. Senza questo Agente determinato e specifico, la Saturnia, i monti, le buche e le varie amenità si traducono in mille perline colorate ed olezzanti.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  6. Caro Capitano,
    che dice, dovrei andare a comprare un po di prodotti per la pulizia della casa e qualche giochino per il bambino?
    che dice, non devo sforzarmi piu’ di tanto?

    I miei ultimi desideri sono:
    Che lei ri-traduca le Dimore Filosofali di Fulcanelli con il suo bel nome in copertina.
    Porti i miei saluti a Fra Birbone, e sa’ lui perche’.

    Grazie grazie grazie

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    • Caro Signor Gianni,

      sono contento che Lei sia di buon umore…di questi tempi è importante.
      Per la ri-traduzione, temo proprio dovrà aspettare…

      Captain NEMO

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      • Mentre ho tra le mani il Cosmopolita l’immagine della tenda di Cedar mi fa venire appetito e penso proprio ai suoi “culargiones” anche perchè a tavola non si invecchia mai “non altrimenti della Formica invecchiata, a cui nella vecchiezza la Natura crea le ali”.
        Il suo silenzio, sul blog, è assordante.
        Stia bene, a presto

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  7. Caro Capitano,

    Ella ha proprio ragione, da questo trattatello di Jean Vauquelin c’è ben poca Alchimia da cavare.

    Almeno di primo acchitto.

    Eppur tuttavia, avendo io avvertito una qualche prurigine durante la lettura del suo encomiabile testo, mi consenta una chiosa laddove Ella termina il suo sapiente dire.

    L’accorto Vauquelin a buon bisogno rende noto che sebbene alcuni col giglio delle valli intendano “il fiore dell’iris, a causa del buon odore e della sua radice profonda, alla quale profondità essi rapportano la parola di ‘convallium’, altri l’interpretano il mughetto, dall’odore così piacevole…” Mentre altri ancora lo prendono per “il ‘giglio dell’arte’, il soggetto fisico, la cui parte superiore, … è la colla dell’aquila [ma la mitica ‘Colla Artiglio’ esisteva già a quei tempi?] e quella inferiore il giglio rosso, lattone, leone rosso e il suo sangue…”

    Sorridendo,

    Fra’ Cercone

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    • Caro Frater,

      ma…perché NON son sorpreso del Suo ‘prurito‘? 🙂 …Sia come sia, Le riporto una frase sul Fleur-de-Lys da parte di Canseliet, che tanto amava – chissà perché – il candido fiore; il buon Maitre sta parlando di Flamel e del suo Blasone, in cui figurano tre fuochi in capo ed un crescente lunare in punta, divisi da una fascia:

      Le principe d’humidité est, en somme, triomphant, et son règne est total que figure l’arche lunaire voguant sur l’océan, pour le pèriple du retour de Flamel à son logis de La Fleur-de Lys.”

      A sostegno della frase, Canseliet inserisce questa immagine:

      Bibliotheque National - Paris

      La fleur de lys ! Ce schème du calice réceptacle et de l’étamine lancéolée et génératrice ! Elle communique sa puissance au long sceptre de l’Hermaphrodite….“.

      Magari varrà la pena ritornarci su, ma son certo che il suo prurito, pur sopito, ritornerà en somme!
      Mi permetta poi di glossare la sua sin troppo eloquente chiosa, con una piccola appendice:

      Vauquelin parla di ‘glu dell’Aigle‘; la Sua associazione con il termine ‘colloso‘, che peraltro mi vede al Suo fianco, ha un ulteriore curioso (forse, addirittura…sagax??) significato; e forse più indicativo per chi legge; mi permetto dunque di riportare, per Suo augusto divertimento & ulterior prurigine, ciò che suggerisce Martinus Rulandus, nel suo Lexicon, a proposito del termine ‘gluten‘:

      Simonia, sinovia est pars corporis nobilissima, subtilis pura, alba, perspicua, sal resolutum dulce, & humor naturalis, seu liquor in omnibus iuncturis membrorum instar albuminis ovorum: in qua perspicua materia si generetur tartarus, ob sal resolutum, quod habet in se quandoque coagulatum, oritur inde podagra, cuius etiam locum & verum domicilium esse asserit GliedWasser…“.

      A parer del Medicus teutonico, si tratterebbe, en somme, di una specie di liquido sinoviale, che facilita le articolazioni nei corpi che si muovono, e che fa da ‘legame’ nei corpi statici, come i minerali. Ma al sottoscritto viene in mente il ‘legame’ di cui tanto si è parlato in alcune opere di un alchimista del Nuovo Mondo…e se – come Lei caritatevolmente ha voluto far notare – la colla-artiglio-non-ancora-inventata ha questa curiosa con-formazione fisica, un’acqua-colla en somme, e se essa ha da fare il paio con il lilium rubeum…oso domandare: ma di che starà mai parlando Vauquelin des Yveteaux, alla luce anche delle singolari allusioni del buon Maitre de Savignies?

      Senza mai dimenticare, beninteso, gli ‘olezzi’, che sono due, e di sentore primaverile e di pace. D’altro canto, essendo una, e due, e tre…

      Così, quasi a stento trattenendomi dal trasformare il sorriso in riso manifesto…

      a questa surreale fine giunto, Frater…Mi inchino,così, alla Sua nobile arguzia, e la lascio doppiamente…incollato, en somme!

      Captain NEMO

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  8. Caro Capitano,

    il termine ‘colla’ utilizzato da Fra’ Cercone mi ha subito fatto pensare al ‘glutine’, in particolare ad una frase presente nella prefazione all’Aureo Secolo Redivivo (in ‘Tre Trattati Tedeschi del XVII Secolo’ – traduzione di Paolo Lucarelli), l’autore ringrazia Dio per aver trovato la materia della Pietra, ma aggiunge: “…Tuttavia ho ignorato all’incirca per cinque anni il modo utile, corretto e conveniente per separarne il sangue del leone rosso dal glutine dell’aquila bianca, e ancor più come dovevo preocedere secondo il proporzionato peso di natura per mescolarli, racchiuderli, sigillarli e unirli al fuoco segreto: ciò , infatti, va effettuato con eccezionale riguardo ed esperta prudenza”.
    Il glutine dell’aquila bianca…devo dire che solo in questo testo ho incontrato tale espressione. Il leone rosso mi fa venire in mente lo zolfo solare, e il glutine dell’aquila bianca come il ricettacolo umido, mercuriale e volatile. Invece la frase “ego flos campi, et lilium convallium”, mi ha fatto balenare le ‘dense convalli’ cui si è accennato in un altro post, e come immagine mi è venuto in mente un labirinto con un bel fiore al centro.

    Compostela

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  9. Cari tutti.

    Ridete ,ridete pure che Mamma ha fatto i Gnocchi ( o meglio i Malloreddus )

    A presto

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    • Caro Signor Gianni,

      ai buonissimi Malloreddus, preferisco sempre i Culargiones, ma fatti ‘a manina‘. E sa perché?…per il ‘ripieno‘.
      Credo infatti che sarebbe più divertente leggere qualche sua considerazione nel merito alchemico, ogni tanto…tra un malloreddus o culargiones che sia, s’intende!

      A presto, dunque!

      Captain NEMO

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  10. Caro Captain,

    Mi sembrava giusto ricordare che, forse, per l’invenzione della ‘colla artiglio’, ci vorrà un po di tempo ancora, magari lo si può domandare con piu sicurezza a Frà Cercone ma, forse ho preso fischi per fiaschi.

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  11. Visto che si parla di ricette e di Glutini, riporto per il piacere dei cuochi un piatto del grande chef Paracelso:
    “IL LEONE VERDE
    Prendi dell’aceto distillato, con il quale sciogli il Leone verde, metti a putrefare, filtra la soluzione, estrai in balneo l’acquosità sino all’oleosità. Metti in una storta questo olio o residuo, distilla l’umidità in bagno di sabbia a fuoco lento, quindi aumenta il fuoco e il Leone Verde costretto dalla forza del fuoco, darà il suo Glutine, altrimenti detto aria; versa sul caput mortum il suo flegma e metti a putrefare in fimo equino o in balneo, poi distilla, come in precedenza, e di nuovo saliranno gli spiriti: aumenta ancora di più il fuoco e verrà un olio tenace, di colore citrino.
    Versa nuovamente sul caput la prima acqua distillata, metti a putrefare, filtra e distilla, come prima, sino ad un fortissimo fuoco aperto: ne uscirà un olio sanguigno, altrimenti detto fuoco. Riverbera sino a sbiancare la terra residua.”(Aurei veller. Germ. Pag.41)
    Et voilà, si avranno belli e pronti il bianco, il rosso dell’uovo, e il sale per un ottimo condimento, sale ancor più appetitoso se farà più e più bagni nell’aceto citrino…..Buon Appetito !

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  12. Pensando di far opera gradita a tutti….
    “45 – Questo mercurio filosofico non è altro che i denti del serpente che il valente Teseo (2), dice Flamel, seminerà nella stessa terra da cui nasceranno dei soldati che alla fine si distruggeranno. Essi stessi, facendosi per apposizione sciogliere nella medesima terra, permetteranno di strappare le meritate conquiste. Questa apposizione racchiude tutte le operazioni che i filosofi definiscono in tanti modi; e si vede, in quest’occasione, la verità di ciò che insegna Flamel, è cioè che la nostra pietra si scioglie, si congela, si nutre, imbianca, si uccide e vivifica da sé. È il sangue del leone ed il glutine dell’aquila di Paracelso.

    46 – Questo sangue del leone si trova, con il glutine dell’aquila, profondamente nascosto nel nostro soggetto, che è l’isola di Colchos (3). Essi vi giacciono naturalmente come nel loro proprio sale, che gli serve di matrice e miniera, come dice il Cosmopolita. Sono il vero vello d’oro guardato dai tori che gettano fuoco e fiamme dalle narici, sui quali la bella Medea deve versare il suo liquore prezioso, che li abbevera ed addormenta (4); e con questo prezioso liquore, i tori sono assopiti, ed il vello rapito da Giasone; o, piuttosto, attraverso questo mestruo filosofico, il corpo è disciolto e l’anima è liberata dai legami del corpo e cambiata in quintessenza.” Salterio di Ermofilo

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    • grazie, grazie davvero Atrop, forse letto insieme al Cosmopolita…
      “Ma le cose che si vedono sperimentalmente con gli occhi non necessitano di prove.In questi anni passati videro quella DIANA senza veste molti uomini di alta e infima condizione.E sebbene si trovino alcuni che fan festa quando non è il caso(…).
      Infatti è un dono di Dio, cosicchè non vi si può pervenire se non per la sola grazia di Dio che illumina la mente, per mezzo di una paziente e religiosa umiltà(o per dimostrazione oculare di un precettore esperto).Per cui giustamente tiene lontano dai suoi segreti coloro che sono estranei a Dio(…)escludano da quest’arte tutti gli indegni secondo l’uso filosofico.E memori dell’amore per il prossimo bisognoso, in timore di Dio(esclusa ogni vana ostentazione) in un silensioso e pienamente gaudioso riparo cantino lodi sempiterne di gratitudine all’Ottimo tre volte grandissimo per questo dono particolare, senza abusarne .”
      Spero di aver fatto cosa gradita anch’io

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  13. Caro Capitano,

    l’espressione “Lilium Convallium” mi ha riportato alla mente un altro passo del Cantico da cui hanno preso spunto sia Autori ermetici (lo pseudo Tommaso d’Aquino dell’Aurora Consurgens) sia Musici, di quelli ‘buoni’ che io prediligo: ne feci cenno tempo fa, qui:

    http://chemyst.wordpress.com/2012/02/29/laurora-consurgens-di-pierre-de-machincourt/

    Anche qui si parla di fragranze, e l’accostamento stavolta è con i ‘flores rosarum’.

    Mi chiedo poi se quel ‘Flos campi’ sia diverso dal ‘Lilium Convallium’…
    Intanto, non potendo postarne il profumo, vi propongo il suo suono, a cura sempre di uno di quei musici ‘buoni’…

    Sarà una patologica sinestesia, la mia, se paragono il senso di pace sovrannaturale che promana da queste note con il ‘senso’, anch’esso ultraterreno, di quella fragranza che ahimè non ancora conosco?

    Oh, naturalmente, se preferisce una versione di un tal Claudio Monteverde (ma non era un alchimista?) c’è anche quella:

    Saluti

    Chemyst

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  14. […] ci ricorda con il suo ultimo post proprio Captain Nemo, il Cantico dei Cantici di Salomone è spesso visto come metafora alchemica: […]

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  15. Mi piace l’invadenza e la modernità, calore agli operativi, tutto il resto è noia =)
    Capitano, Lei è Funtactic 😉 continui così

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  16. capitano, mio capitano, in quale galassia Vi siete trasferito? ci sono mosche ad infastidirvi? neanche qui ci sono mosche, ma c’è ancora tanto bisogno di Voi.Daeci una voce, diteci che state bene.
    a presto,dunque

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