Un tout-petit grain de Sel…Extremus

In extremo judicio mundi, per ignem mundus judicabitur, ut quod prius à magistro ex nihilo factum, rursus per ignem redigatur in cinerem, ex quo cinere Phoenix tandem pullos suos produceret: nam in ejusmodi cinere latet verus & genuinus tartarus, qui solvi debet, & post solutionem ejus, sera fortissima conclavis regii aperiri potest

Queste parole di Basilio Valentino sono tratte dalla Chiave Quarta del suo famosissimo trattato sulle Docici Chiavi (in Musaeum Hermeticum, Francofurti, 1677 – Practica, cum Duodecim Clavibus et Appendice, de Magno Lapide antiquorum Sapientum, scripta & relicta).

Eugéne Canseliet, esperto latinista, le tradurrà – nel 1956, in Les Douzes Clefs de la Philosophie, Les Editions de Minuit – come segue:

Au dernier jugement du monde, par le feu, le monde sera jugé, afin ce qui fut primitivement fait de rien par le Maitre, au rebours, par le feu, soit réduit en la cendre de laquelle, enfin, le Phénix créera ses petits. Car, semblablement, dans la cendre, est caché le tartre vrai et naturel qui doit etre dissous. Après la dissolution de ce tartre, la puissante serrure de l’appartement du Roi peut etre ouverte”.

A sua volta, Paolo Lucarelli, le tradurrà in italiano – nel 1998, in Le Dodici Chiavi de la Filosofia, Ed. Mediterranee – così:

Nel giudizio finale del mondo, il mondo sarà giudicato per mezzo del fuoco, perché ciò che prima fu fatto dal nulla dal Maestro, sia di nuovo ridotto nella cenere da cui la Fenice infine creerà i suoi piccoli. Perché in modo simile, nella cenere sta nascosto il tartaro vero e naturale che deve essere dissolto. Dopo la dissoluzione di questo tartaro, la potente serratura dell’appartamento del Re può essere aperta”.

 Il buon Maitre di Savignies aggiunge una caritatevole nota, indicando che il passo parla della “preparazione di uno dei componenti l’aggiunta salina (in Canseliet: adjuvant salin) che, all’inizio della Grande Opera, entra in azione mescolata intimamente ai due protagonisti minerali”.

Gli alchimisti operativi sanno che si avvicina una fine dei tempi, ed ho pensato che quel riferimento di Basilio all’ extremo judicio potesse avere una qualche consonanza con il senso di pacifica urgenza avvertita. Quell’extremo può valere molto: non soltanto come ultimo, finale, ma anche come ciò che sta alle estremità di un asse. Molti ricorderanno l’accorato avvertimento di Fulcanelli sulla fine dei tempi, il Bouleversement di Canseliet, che può forse suonare anche come un versare – per inclinazione – da una sfera. Come spesso ricorda l’onestissimo ma perfidissimo Philalethe, tutti prendono alla lettera le parole dei Maestri, dimenticando che sotto il velo delle parole – limite umano scontato – essi celano, con Amore e per Amore, il cenno indispensabile per ritrovar la Stella. Extremus viene da Exterus, di cui è il superlativo: si tratta di ciò che è fuori, vale a dire di quel che è più fuori. Exterus, a sua volta, è composto dalla particella Ex, fuori, e da Terus, dal verbo Tero, che ha il senso di pestare, triturare, polverizzare. L’estremo suona forse più chiaramente, e la sua localizzazione assiale può aiutare il Cercatore.

 E’ certo giusta e perfetta l’indicazione operativa aggiunta da Canseliet in nota: ma mi chiedo se non si possa trattare anche d’altro, ferma restando l’acuta corrispondenza con alcuni lavori preparatori; quell’accenno al tartaro vero e naturale, oggi, commuove; come a dire che c’è dell’altro, oltre il tartaro. Faccio notare che Lucarelli traduce correttamente quel soit réduit en la cendre di Canseliet con sia …ridotto nella cenere. Nell’italiano parlato si dice generalmente ridurre in cenere, con il senso di incenerire. La cosa pare, in questo piccolo e bizzarro contesto, diversa, visto – fra l’altro – che nell’italiano è scomparsa la seconda ripetizione del per ignem di Basilio, presente anche in Canseliet come par le feu. A seguire questo mio personale filo di follia, pare di dover concludere che è solo la cosa che sta nella cenere che – eventualmente – potrà ricevere il nomen di verus & genuinus tartarus.

 Et alors, di che cenere si starebbe parlando?

Dopo un debito, quanto evidentemente consequenziale, ammonimento sulle proprietà della Calce, Basilio prosegue il suo discorso:

Basilio Valentino - Clavis Quarta

Basilio Valentino - Clavis Quarta

Il passo viene tradotto da Lucarelli – che legge Canseliet – come segue:

 “Se una cosa è ridotta in cenere e trattata secondo l’arte, da se stessa libera il proprio sale. In modo  che nella dissezione di questo sale tu possa conservare separatamente il solfo e il mercurio e poi rimetterli nuovamente nel loro sale, secondo l’esigenza dell’arte. Grazie all’azione del fuoco, questo sale potrà allora divenire quello che  era stato prima della sua distruzione e dissezione. I saggi di questo mondo considerano questo stoltezza e lo ritengono cosa vana, definendola una nuova creazione, che non è permessa al peccatore davanti a Dio. Non comprendono che questa creazione era prima e che l’artista ha almeno dimostrato la propria qualità di maestro col seme di natura e il suo aumento“.

Questa volta in cinerem viene tradotto con in cenere, temo con gran ragione. L’operazione qui descritta è molto interessante e fondamentale: si tratta di comprendere cosa sia la dissezione (anatomia) del sale e come estrarre lo Zolfo ed il Mercurio del sale (ohibò), cosa che ovviamente non viene rivelata. Come le Stelle in Cielo e nell’Opera sono tante – lo si diceva in un commento nel Post precedente – anche i sali sono numerosi. E’ bene ricordarsene.

Le mie, beninteso, sono riflessioni a Cielo aperto e non posso che accingermi a verificarle: in Laboratorio, l’unico banco di prova dell’alchimista. Però…come non sorridere in mezzo a questa banda di amorevoli bambini …così Foux?

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16 Responses to “Un tout-petit grain de Sel…Extremus”

  1. Oh Capitano, che con sincero affetto vi preoccupaste della serenità del nostro riposo notturno, e che ora voi stessi ancor più chiaramente parlate del sale e del tartaro!
    Certo è corretto di voler trovare nella cenere quel sale che “mescolato intimamente ai due protagonisti minerali” dà l’avvio alla Grande Opera, non senza avere prima sviluppato il suo benefico effetto in un minerale matrimonio filosofico preliminare, uno sposalizio che favorisce la fecondità e la ricettività del nostro vaso.
    Con altrettanta chiarezza puntate il dito sul fatto che molte sono le vie che portano in un sol posto, ma spesso nei testi dei filosofi altrettanto uno è il nome che indica molti percorsi sia temporali che materiali.
    In tal modo completate la discussione sul tema precedente, con grande benevolenza e privi di ogni invidia. Se lì infatti si indicava che un nome di operazione può indicare molti processi, uniti saldamente da un loro aspetto ma non dalla loro finalità, Voi ora estendete il concetto e sottolineate che un nome di sostanza o principio può indicare molte cose, sicuramente sempre coincidenti per un loro aspetto, ma non per la loro totalità materiale e sopratutto a finalità operative ben diverse. Tanto è vero che se la calcinazione è opera plurima diversissima, il nostro sale si estrae in più modi e se usassimo i nomi del volgo lo chiameremmo in molti nomi diversissimi tra di loro.
    Il filosofo si accontenta di sottolineare che in un caso il sale, secchissimo e resistente al fuoco, va ricercato nella cenere, con opportuna soluzione e cottura, e nell’altro è egli stesso che nasce, novella fenice, dalla propria cenere.

    “Come le Stelle del cielo e nell’Opera sono tante (…) anche i sali sono numerosi.” citate con parole giustissime, e potremmo aggiungere che tale fatto è verissimo non solo per le materie, come sali e stelle, ma anche per i procedimenti ai quali il filosofo sottopone la propria materia.

    Se poi ricordiamo che lo stesso principio vale anche sui prodotti filosofici stessi nati dalla nostre e altrui fatiche, sui materiali che ora sono illuminati da un sole, ora dalla luna, ed ora vivono, apparentemente identici ma profondamente diversi, nel buio più nero e friabile, portiamo troppo in là il mondo delle parole.

    Con costante affetto
    Vostro
    Ptah

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  2. Caro Capitano,

    ma si sta parlando sempre di un sale? e se si, e quello che sta sotto gli occhi di tutti e bisogna trovare?
    pare che questa cosa si trovi all’inizio della prima opera o no?
    in merito a quella cenere di cui lei parla, credo si tratti della stessa di cui sopra?
    Certo che nel caso specificato nel post abbia un grado diverso o no?
    Scusate le mie noiosissime domande ma, che posso fare se non domandare?

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  3. Salve Capitano, dopo avere letto il suo post le dico il mio pensiero, sappiamo che la dissezione dei sali abbisogna di un fuoco che ne divida le parti, nell’ambito spagirico si disseziona con il fuoco comune, e una semplice distillazione in storta dimostra come questo sia possibile, ricavando da un semplice sale, diverse materie, fisse e volatili. Nell’ambito alchemico il fuoco è di origine diversa, anche se il comune calore partecipa ugualmente come mezzo per la separazione. Il fuoco alchemico è lo spirito di-vino filosofico, che non solo separa i principi e gli elementi, ma li porta ad una purezza interiore che altrimenti sarebbe impossibile da raggiungere. Non credo quindi nella chiave citata da basilio si stia parlando della preparazione della prima e unica chiave dell’Alchimia, ovvero la preparazione del fuoco filosofico. Dico unica chiave non perchè non vi siano altri segreti nelle operazioni successive, ma perchè sappiamo bene che senza quello si rimane inevitabilmente nella spagiria. Ritornando al tema, visto che si parla di sale che deve essere dissolto, credo proprio che il solvente sia il famigerato Spirito divino in una delle sue forme o mestrui. La dissoluzione in questo, di qualsiasi sale, tanto più il tartaro comune, che in questo caso diverrebbe il “sapone dei saggi”, e poi la cristallizzazione e l’uso, renderebbe filosofica qualsiasi operazione. Aggiungo che sono poche le materie metalliche e saline che dopo essersi congiunte con il suddetto spirito, lascino dietro di se dopo la distillazione un sale fisso. Quello che viene definito la base o fondamento. Un Saluto a tutti !

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  4. Cari lettori,
    Vi propongo la versione in tedesco del 1612 con sotto l’immagine relativa.

    Am letzten Endurtheil der Welt , wird die Welt durch das Feuer gerichtet werden , das zuvor auß nichts durch den Meister gemacht , wiederumb durchs Feuer zu Aschen werden muß , Auß derselben Aschen wird der Phoenix seine Jungen endlich wieder herfür bringen , Denn in solcher Aschen steckt warhafftig der rechte Tartarus , welcher muß auffgelöset werden , und nach seiner Solution kan das feste Schloß des köngiglichen Gemachs eröffnet werden.
    http://imageshack.us/photo/my-images/266/4chiave.jpg/

    La prima frase: Am letzten Endurtheil der Welt, ha una interessante traduzione in tedesco, in quanto “Endurtheil” non vuol dire propriamente Giudizio universale, che tra il resto (anche anticamente) si diceva Weltgericht, ma ha più il senso di sentenza definitiva o giudizio del mondo. La differenza è interessante nel termine perché i tedeschi uniscono parole con significati ben precisi. Si deve considerare ad esempio “UR-THEIL” che da origine alla parola “ordalia” che era il giudizio di una persona attraverso una prova con il dolore (fuoco e acqua) oppure attraverso un duello.

    Nella versione in francese c’è scritto l’ultimo giudizio, o giudizio finale, della terra no? Ma quanti giudizi ha ricevuto questo mondo prima dell’ultimo? Nella frase in tedesco invece sembra voler dire nell’ultimo giudizio, o forse è meglio parlare di “prova”, del Mondo (Terra in tedesco è Erde e non Welt, che un significato più “universale” che specifico….). Anche qui sembra che ci siano state delle prove antecedenti all’ultima, forse proprio un duello. Forse è proprio la prova finale in cui si saggia questo Mondo.

    La frase poi continua con: il mondo sarà giudicato per mezzo del fuoco (sarebbe interessante parlare anche del verbo “gerichtet werden” in quanto richtet, deriva si da richter, che significa giudice, ma potrebbe anche essere inteso come “richten” che significa dirigere, volgere….), che in precedenza era creato dal nulla dal Maestro (c’è da chiedersi se sta parlando del fuoco o del mondo… presumo del fuoco. Quindi c’è una componente che va “creata”), per mezzo del fuoco in cenere di nuovo deve diventare (si noti come usi il sostantivo Aschen, ed il “di nuovo”, come se lo fosse già stato), dalle stesse ceneri, la fenice porterà di nuovo finalmente i suoi Figli/Ragazzi verso fuori (la frase sembra leggermente diversa dalla traduzione in latino, infatti è vero che il senso di Jungen potrebbe essere quello di ragazzi, figli, che in tedesco i piccoli figli si dicono Kind e gli adulti Sohn, che stranamente ha una assonanza con Sonne che vuol dire Sole… Dico sembra perché anche la mia è sicuramente piena di errori, ma è la più letterale possibile dando, magari qualche significato in più. Ricordo che Canseliet ha chiesto il riscontro ad un amico, un certo dott. Hunwald, che ha confrontato la traduzione del Maitre con quella del 1717 se non erro, che comunque è identica a quella del 1612 a parte le incisioni….), perché in tali ceneri è realmente/veramente il giusto tartaro (interessante notare che chiamano Tartarus e non Weinstein, che letteralmente è pietra del vino), il quale deve essere sciolto (auffgelöset può avere anche il significato di stemperato…), e dopo la sua soluzione, la solida serratura della stanza regale può essere aperta (qui la cosa da constatare è che usa il termine in Latino Solution e non lo stesso che ha appena usato, come ad indicare un procedimento diverso).
    Spero di non aver tradotto in maniera troppo traditrice il testo in tedesco.

    Un’altra curiosità è nell’immagine, in cui si vede una corona, d’alloro secondo me, forse un pochino consunta…. chissà.

    A presto

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  5. Caro atrop,

    il suo bel post ha suscitato il mio interesse e, mi spinge a partecipare all’interpretazione di questa quarta chiave di Basilio.

    Ma innanzitutto desidero ringraziare caldamente Tonneau (con un po’ di invidia per la sua conoscenza della lingua tedesca) del bellissimo regalo che ci fa con l’altra immagine della “Vierdte Schlüssel”, nella quale secondo me si nasconde la risposta all’interrogativo sollevato da Atrop.

    Con ogni evidenza, questa seconda immagine, (o piuttosto prima, in ordine cronologico, dato che la sua pubblicazione precede quella mostrata dal Captain), è più scarna, e mai parola fu più appropriata, visto e considerato che stiamo trattando di uno scheletro; il quale, come si suol dire, se ne sta normalmente rinchiuso nel nostro armadio, dal quale deve essere estratto.
    Ma l’armadio, come ogni armadio che si rispetti, è a sua volta serrato da sette catenacci e dunque quell’estrazione dovremo sudarcela. Forse per questo il nostro scheletro ha la testa cinta d’alloro, (per quanto è dato capire) e per confondere un po’, ma non troppo, le idee.

    Il particolare che tuttavia trovo veramente illuminante, in questa seconda/prima immagine, è il cielo a tratteggio scuro e soprattutto la nuvola scura in alto a sinistra ove, come se non bastasse, sembra di vedere assiso, dentro una cesta, un vecchio con la barba; ossia il Vecchio più Vecchio del Vecchio.

    Da ciò, mettendo in fila gli indizi predetti, ricavo che qui dovremmo avere a che fare con la testa del corvo, e non con le ombre cimmerie.

    Fraternamente,

    Fra’ Cercone

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    • Anch’io desidero ringraziare – vivamente – il Signor Tonneau per la pubblicazione del brano tedesco e per l’incisione; purtroppo non conosco il tedesco, e il poter – finalmente – leggere qualcosa di Basilio tratto dalla lingua germanica costituisce senza dubbio motivo d’interesse per ogni appassionato.

      E, visto che ci siamo, provo a sottoporre all’attenzione degli ospiti qualche altra immagine della Clavis IVa:


      Edizione Tripus Aureus [Michael Maier] – 1618


      Edizione Von dem Grossen Stein der Uhralten – 1666


      Edizione
      Chymische Schrifften – 1677

      Come si vede, vi sono molti piccoli dettagli, sempre interessanti!

      Captain NEMO

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  6. E’ molto interessante notare nell’Edizione Chymische Schrifften – 1677, il disegno che l’alloro crea con il taglio sagittale del cranio, che identifica un sale particolare, stesso simbolo che ritroveremo poi nel globo cucigero in mano ai regnanti e a Cristo. E noterei anche il volatile appollaiato sulla punta del campanile-torre, che, se come giustamente Fra Cercone avvicina al corvo, può significare anche un sale volatile che si alza da un corpo morto, corpo putrefatto che lascia uscire la sua parte più interna, ovvero lo scheletro che si rizza in piedi. Il volatile compare in tutte e tre le immagini, e in quella del 1666 la relazione caput mortum-uccello è netta, visto che sono posti sulla stessa altezza. Nell’edizione del 1618 il pennuto appollaiato è molto piccolo, quasi nascosto, ma la testa dello scheletro tocca il cielo, ovvero il margine superiore della raffigurazione. E la candela ? Credo che più importante della candela sia il suo piedistallo, si sarebbe potuta inserire la candela nuda e cruda se si fosse voluto puntare sul suo simbolismo, invece si è optato per una struttura più complessa, la mia opinione è che si è voluto sottolineare il luogo della fiamma. Il fuoco è volato in alto e come un uccello è appollaiato sulla cima dello stoppino-testa…magari di moro…

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  7. Gentile Capitano e gentili ospiti,
    ogni volta che osservo illustrazioni di questo tipo mi trovo sempre affascinato e sgomento per la loro semplicità e profondità… Poi subentra lo sconforto per non riuscire a leggerle a dovere… 🙂
    Proverò comunque a dire qualcosa, dato che mi sono promesso di partecipare attivamente nonostante l’inesperienza, sperando di non essere troppo banale.
    Le prime considerazioni le farei sui soggetti presenti in tutte le immagini, che credo quindi essere il fulcro dell’interpretazione.
    In primo piano, il protagonista principale è lo scheletro. La parola scheletro viene dal greco skeletos, che significa un corpo secco o essicato. Molto allettanti sono anche altre considerazioni che mi vengono alla mente: per esempio lo scheletro è ciò che rimane dopo la putrefazione di un corpo.
    Questa figura dal sorriso beffardo preferisce stare in piedi piuttosto che coricata, segno che forse, nonostante l’aspetto piuttosto scarno, non si sta parlando di un corpo morto.
    In due delle figure il teschio è coronato d’alloro; la parola alloro, in francese laurier, sembra proprio affermare che l’or y est! (…ed anche in italiano sembra gridare: all’oro!)
    Lo scheletro si trova su un catafalco coperto da un drappo crociato. Tra le possibili derivazioni della parola catafalco c’é la seguente dal greco che suona molto evocativa: kata (avv. di luogo: sotto, contro, sopra…) + phakos, dove quest’ultimo termine starebbe ad indicare un vaso di rame utilizzato per riporvi le ceneri dei morti.
    La stoffa (in greco sindon, termine suggestivo, visto il contesto) che ricopre la struttura è ornata, come già detto, dal segno della croce.
    Un altro oggetto che ritorna in tutte le immagini è quello della candela o lume. In francese la candela è detta bougie, termine che in italiano indica l’oggetto che la contiene. Da un dizionario di francese antico apprendo che bougié sarebbe un aggettivo che “désigne une sorte d’alun”.
    Altro elemento caratteristico è il volatile. Nell’immagine del Tripus Aureus mi pareva proprio un pavone, ma nelle altre non ci assomiglia per nulla. Avrei escluso il corvo, per il semplice fatto che non è raffigurato in nero. Un particolare che ritorna sempre è che ha il capo crestato. Potrebbe forse trattarsi della mitica fenice?
    Il volatile è, in tre figure su quattro, collegato ad un edificio, la torre di un castello o il campanile di una chiesa. Nelle stesse figure, sotto l’edificio, troviamo anche il ben noto simbolo della vecchia quercia cava.
    Per ora mi fermerei qua, anche se nelle figure ci sono molti altri particolari curiosi.
    A questo punto qualcuno vorrebbe allungare una caritatevole mano per aiutarmi ad eliminare le sciocchezze ed a mettere insieme quello che c’è di buono?
    Un caro saluto a tutti quanti,

    EmmEnthAl

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    • Caro Signor EmmEnthAl,

      la ringrazio per il suo succoso intervento, davvero pieno di spunti.

      Magari qualcuno risponderà alla sua richiesta di ‘mano caritatevole‘, ma nel frattempo vorrei proporre una riflessione: le immagini dei testi d’Alchimia debbono in qualche modo illustrare, sostenendole, le tesi contenute nei relativi scripta; ora, nel caso di Basilio, l’Autore all’epoca della prima pubblicazione da parte di Michael Maier (nel 1608)…è probabilmente non presente. Gli autori delle belle e curatissime incisioni del Tripus Aureus sono i De Bry, che avrebbero prestato la loro opera anche per l’Atalanta Fugiens (1618). Le edizioni francesi seguenti (1660) furono illustrate da Gobille, certamente ispirandosi alle primitive tedesche, anche se con alcune inversioni speculari. Si dovrebbe dunque pensare che Maier – in qualche modo – sia stato il ‘curatore‘ del primo Set di immagini (il che dovrebbe far riflettere, no?); a meno che…Maier non avesse avuto accesso ad un manoscritto originale (precedente) da cui abbia tratto l’impostazione generale delle incisioni affidate al bulino dei De Bry. In effetti, stando a Canseliet, pare che siano esistite a Vienna alcune copie manoscritte originali di Basilio (secodo il puntiglioso e eruditissimo Morhof, che ne dà notizia in una sua lettera, le edizioni a stampa sarebbero in parte ‘mutilate‘ nel testo); e pare – anche – che la Regina Christina di Svezia abbia pensato di ritirarne alcune per sé (lasciando due manoscritti a Vienna) e di portarle in Italia, all’epoca della sua abdicazione e susseguente viaggio a Roma.

      Sia come sia, si sarà notato che – curiosamente – le immagini delle edizioni più recenti sono ben più scarne rispetto a quelle prodotte dai De Bry. Ma alcuni particolari sono restati: e sono quelli su cui si appuntano, credo giustamente, gli occhi di che cerca. Mi domando: visto che nelle incisioni appaiono alcune differenze, quale Set di illustrazioni potrebbe essere quella più sensata, più corretta nell’illustrare il testo di Basilio?…se, per esempio, d’alloro ci si è voluto far parlare (da parte di Basilio, di Maier, o da chi per loro), come se ne dovrebbe parlare e con quale supporto immaginifico? E poi: dopo le incisiono del Tripus Aureus, qualcuno pubblica le incisioni con cambiamenti, pur piccoli, ma molto illuminanti rispetto alle prime. Credo che, chiunque sia stato dietro quest’opera di ri-pubblicazione, lo si debba davvero ringraziare, utilizzando magari lo stesso grazioso silenzio con cui sono state fatte pubblicare. Potrebbe bastare, alla bisogna, un semplice clin d’œil..:!

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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      • Gentilissimo Capitano,
        Da una precedente ricerca effettuata sulle varie versioni delle dodici chiavi del Frate, ne avevo trovato una nel “Aurei Velleris – Tractatus tertium 1600”, completamente senza immagini. Ora non so se esistano altre copie con i disegni, ma dalla mia ricerca sembra che prima del 1617 non esistano copie delle dodici chiavi con incisioni. Di seguito riporto una bellissima riproduzione digitale del testo.

        http://www.e-rara.ch/cgj/content/pageview/1344309

        Saluti

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  8. Caro atrop,

    mi spiace davvero avere indotto, inconsapevolmente, lei e forse altri in errore; ne chiedo venia col capo cosparso di cenere, visto che di ceneri si sta qui considerando.

    Per sgombrare subito il campo dall’equivoco e con l’auspicio di agevolare i cercatori assidui, voglio precisare che la mia affermazione: “qui dovremmo avere a che fare con la testa del corvo e non con le ombre cimmerie” in nessun modo intendeva far riferimento al volatile variamente effigiato nelle immagini; appollaiato sulla cima del campanile o volante ad ali spiegate intorno al nostro scheletro.

    Quell’uccello infatti, non è un corvo, ma una fenice; come peraltro si desume dal testo di Basilio:“Nel giudizio finale del mondo, il mondo sarà giudicato per mezzo del fuoco, perché ciò che prima fu fatto dal nulla dal Maestro, sia di nuovo ridotto nella cenere da cui la Fenice infine creerà i suoi piccoli. Perché in modo simile, nella cenere sta nascosto il tartaro vero e naturale che deve essere dissolto …”

    Negli emblemi dell’Alchimia nulla è lasciato al caso, anzi rispettano tutti e sempre un codice simbolico rigoroso, e la fenice, persino nell’iconografia orientale, ha sempre una cresta dietro la testa che la contraddistingue dagli altri uccelli. Come ha acutamente notato EmmHenThal.

    Michael Maier sembra commentare questa quarta chiave quando nel XXXIII Discorso dell’Atalanta Fugiens scrive (mia libera traduzione):

    “Bonellus dice nello stesso luogo [la Turba]: ‘Tutti gli esseri che vivono, muoiono pure: tale è la volontà di Dio. Per questo la natura a cui è stata tolta l’umidità somiglia ad un morto, mentre è abbandonata nella notte. Questa natura ha allora bisogno del fuoco fin quando il suo corpo ed il suo spirito sono cambiati in terra, e in quel momento diventa simile ad un morto nel suo sepolcro. Ciò compiuto, Dio le rende lo spirito e l’anima … ‘ Quindi il fuoco che distrugge ogni cosa questa la costruisce. A tutto il resto porta la morte, e a questa la vita. Qui vi è l’unica Fenice che è restaurata dal fuoco, rinnovata dalle fiamme, che esce dalle ceneri, resa a nuova vita.”

    Insomma, come sostengono tutti i Filosofi, occorre prima far morire la testa del corvo perché dopo nasca la colomba e dopo ancora la fenice.

    Fraternamente,

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  9. Cari amici tutti,
    che piacere leggervi! Quanti spunti e quante curiosità! Se posso, però, dare un veloce contributo, vorrei segnalare che il sempre ricco di suggestioni Dizionario Etimologico (etimo.it) alla voce ‘Catafalco’, pur contestandola, cita l’etimologia riportata da Ducange (spesso citato da Canseliet) che riconduce -falco al Latino ‘Palus’, che in tedesco diventa ‘pfahl’, (palo), e subito dopo, però, cita ‘altri’ che lo riconducono al greco ‘Phakòs’ “vaso di rame ad uso di riporvi le ceneri dei morti”, che mi pare anche e più consono.
    Un grazie particolare a Cercone, infine, per aver citato l’emblema XXXIII di Maier: sono andato a guardare la relativa Fuga, e mi sono accorto di non aver ancora provato a trascriverla, anche se mi pare una delle più ‘consonanti’ delle 50: lo farò al più presto, ma intanto vi segnala che termina con una particolare disposizione delle note detta ‘primo rivolto’… non è la sola, mi pare, e credo che controllerò anche le altre per verificare la posizione di tutti gli accordi finali, nel caso questa sia una possibile chiave di lettura dei risultati delle operazioni descritte dal tedesco. Per essere chiari, gli accordi sono costituiti da tre note, la tonica (che da’ il nome all’accordo), la modale o caratteristica costituita dalla sua ‘terza’, e che si chiama così perchè, a seconda se è una terza maggiore o minore sopra la tonica determina il modo maggiore o minore dell’accordo; ed una dominante che è una quinta giusta sopra la tonica. Le posizioni possibili di un accordo, a seconda di quale nota sia posta più in basso delle tre, sono: fondamentale, con la tonica sotto; I rivolti, con la modale sotto; II rivolto, con la dominante sotto.
    Saluti affettuosi e Buone Feste!

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  10. Carissimi tutti,
    in questo periodo di transizione stagionale, mi sono soffermato sull’introduzione delle dodici chiavi di Basilio Valentino, tradotte da Lucarelli dal testo di Canseliet. Giusto per cercare di confondere ancor di più le acque, l’occhio, per caso eh!, vien attratto dal famoso TRINC del passo di Rabelais. Potrebbe essere un utile spunto per cercare di capire a cosa serve il Tartaro in questione.

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  11. La morte di Clorinda”, Gerusalemme liberata, Tasso.
    Gentile Capitano, gentili Signore e Signori,
    Permettetemi di sottoporvi un frammento tratto dalla rete, sul combattimento tra Clorinda e Tancredi, dove è evidente l’azione di penetrazione violenta del mercurio, che in questo caso fa da maschio, sulla Materia, Clorinda, per dissolverla e sublimarla.

    Tancredi vuole lanciare sfida a Clorinda: un uomo che sia all’ altezza di confrontarsi con il suo valore. Ella continua a girare intorno alla cima di Gerusalemme per trovare la porta d’ingresso . Egli la segue impetuoso, per cui, molto prima di averla raggiunta, succede che faccia suonare l’ armatura in malomodo, tanto da far si che ella si volti e gridi: “O tu cosa vuoi che corri così tanto?”. Egli risponde: “E guerra e morte”. “Guerra e morte avrai” rispose “io non rifiuto di dartele, se le cerchi”, e ferma aspetta. Tancredi, visto il suo nemico a piedi, scese dal suo destriero. E una volta impugnata entrambi la spada acuminata, accesero l’ira ed aguzzarono l’ orgoglio; e si assalgono come due tori gelosi ed ardenti di ira. Non danno colpi finti, pieni o scarsi: l’ oscurità e l’ impeto impediscono un corretto uso delle regole di scherma. Senti le spade urtarsi orribilmente a metà lama, e il piede non si sposta dalla sua orma; il piede è sempre fermo e la mano sempre in movimento, non cade un colpo invano nè affonda una punta a vuoto. La vergogna dei colpi ricevuti, porta alla vendetta e la vendetta a sua volta riaccende la vergogna ; quindi colpiscono continuamente e frettolosamente. Di ora in ora la distanza fra loro diminuisce e i loro corpi si mescolano, si una il corpo a corpo, e la spada non serve più: si colpiscono con i pomi e con le else, violenti e spietati, si scontrano con gli elmi e con gli scudi. Per tre volte il cavaliere stringe la donna con le sue robuste braccia, ed altrettante volte la donna si scioglie da quelle prese tenaci, presa di un fiero nemico e non di un amante. Tornano alle spade, ormai tinte di rosso ; stanchi e ansimanti, entrambi si distaccano e dopo tanta fatica prendono fiato. Si guardano a vicenda, e appoggiano il loro corpo sanguinante sull’elsa della spada . Già il bagliore dell’ ultima stella sparisce e si vedono i primi raggi di sole. Tancredi vede che il suo nemico è molto insanguinato, e che lui non è tanto ferito. Ne gode e diventa superbo. Oh nostra folle mente che ogni soffio di fortuna fa insuperbire! Misero, di cosa godi? Oh quanto saranno dolorosi il trionfo e il vanto! I suoi occhi pagheranno (se resteranno in vita) ogni goccia di quel sangue con un mare di pianto. Così tacendo e guardandosi, questi due guerrieri sanguinanti smisero (di combattere) per un pò. Alla fine Tancredi ruppe il silenzio e disse, per far dire all’ altro il suo nome:”La nostra Disgrazia è che qui si impieghi tanto valore cioè, dove non esistono testimoni, quindi per un’ impresa che rimarrà sommersa nell’ oblio, ti prego (se ha senso pregare durante una battaglia) di rivelarmi il tuo nome e il tuo grado affinchè io sappia, vinto o vincitore, chi onorare in caso di morte o di vittoria”. Rispose lei ferocemente:”inutilmente chiedi ciò che non è mia abitudine rivelare. Ma chiunque io sia, tu hai davanti uno di quei due che hanno incendiato la grande torre”. Tancredi a quel tono bruciò di sdegno e disse: “ L’ hai detto nel momento sbagliato” quindi riprese “quello che hai detto e quello che non mi hai detto mi spronano in ugual misura alle vendetta, o barbaro scortese”. Tornò l’ ira nei cuori, e li trasporta, benchè indeboliti dalla guerra. Oh efferata lotta, dove le regole sono bandite e la forza è già morta, dove invece (della forza), combattono i furori di entrambi. Oh che profonde e sanguinanti ferite fanno l’ una e l’ altra spada; e se la vita non se ne va è perche’ la rabbia la tiene attaccata al petto. Come nell’ Egeo profondo benchè cessino l’ Aquilone o il Noto, che prima l’ hanno tutto sconvolto e scosso, non si calma, ma conserva il fragore e il moto delle onde ancora agitate e gonfie, così sebbene venga a loro meno, per il sangue versato, quel vigore che mosse le braccia, sembrano ancora piene di impeto, e vanno sospinti da quello ad aggiungere ferite a ferite.Ma ecco ormai che l’ora segnata dal fato è arrivata, la vita di Clorinda deve giungere alla sua fine. Spinge egli (Tancredi) la spada di punta nel suo bel seno che si immerge nel sangue che avido beve; e l’ armatura ricamata d’ oro si riempie di sangue il quale teneva strette le mammelle in un caldo fiume. Ella già si sente morire, e il piede diventa privo di forze e vacillante. Prosegue Tancredi per la vittoria, e minaccioso, incalza e preme sulla trafitta vergine. Ella, mentre cadeva, disse con voce afflitta le sue ultime parole; parole a lei suggerite da una nuova ispirazione,ispirazione di fede, di carità, di speranza: virtù che ora Dio le infonde, e se in vita fu ribelle, la vuole, quando morta, come sua ancella. “ Amico, hai vinto: io ti perdono… perdonami anche tu; non il mio corpo (uccisione), che oramai non teme più nulla, ma la mia anima. Tu! Prega per lei, e dona a me il battesimo così che ogni mia colpa venga lavata.” In queste parole languide, risuona un non so che di debole e dolce, che scende al cuore e ogni rabbia spegne, e invita e obbliga gli occhi a piangere. Poco lontano da lì in una valle della montagna, sorgeva mormorando un piccolo ruscello. Egli vi accorse e riempì l’ elmo di acqua,tornò serio al suo grande e pio dovere. Sentì tremare la mano, mentre liberava la fronte non ancora riconosciuta dall’ elmo. La vide, la riconobbe, e restò immobile senza parole. Ah cosa vide! Ah chi riconobbe! Non morì subito, ma raccolse tutte le sue forze e le mise in guardia il cuore, e cercando di non affannarsi, si voltò per dare la vita con l’ acqua a che venne ucciso con la spada. Mentre egli pronunciava le sacre formule, lei trasfigurò di gioia e sorrise; e mentre moriva lieta sembrava dire: “si apre il cielo; io vado in pace”. Il bianco volto aveva preso un bel pallore come bianchi gigli misti a viole, e gli occhi fissavano il cielo, e il cielo e il sole, sembravano rivolti per pietà verso di lei; e la mano nuda e fredda, alzandosi verso il cavaliere come se fossero parole gli dà segno di pace. In questo modo muore la bella donna, e sembra che dorma. Non appena egli vede uscir l’ anima gentile, lascia andare quelle energie che aveva raccolto; e il controllo di sè cede al dolore già diventato incontenibile e irragionevole, che entra nel cuore e gli riempie di morte i sensi e il volto, essendo in lui la vita ridotta ad un ben piccolo spazio.
    Cordialità.
    Antos

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  12. Mi sia consentita la giunta. Grazie
    Antos

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  13. Gentile Capitano e tutti quanti i visitatori,
    interrogato in questa maniera sul riferimento all’alloro mi trovo costretto a ribadire la mia ignoranza…
    non riesco a trovare nessun collegamento abbastanza esplicito per essere letto (da me…) in maniera conveniente.
    Ma non mi do per vinto, prendo le poche cose che so su questa virtuosissima pianta e comincio a giocare.
    In assenza di basi certe il gioco si fa pericoloso, perché non è una conferma che cerco di trarre da questi voli, ma, viceversa, tento di immaginare una possibile via a partire da essi… via che potrebbe facilmente non portare da nessuna parte!

    Partiamo dal mito, leggendo le Metamorfosi di Ovidio (in un mio breve riassunto).
    Apollo, vedendo Eros tendere l’arco, lo derise… la vendetta del fanciullo alato non tardò: trafisse Apollo con un dardo dalla punta d’oro e acuminata, mentre scagliò su Dafne, ninfa figlia del fiume Peneo, un dardo dalla punta di piombo.
    Apollo innamorato insegue senza tregua la dolce ninfa devota alla casta dea Diana.
    Sfinita dal correre nei boschi e temendo che il dio potesse cogliere la sua verginità, Dafne prega suo padre di aiutarla: in pochi attimi la fanciulla è tramutata in un albero di alloro.
    Apollo decide che quella pianta sarà da allora a lui consacrata.

    L’alloro è una pianta solare, sempreverde, destinata a coronare i vincitori ed i poeti.
    Il suo nome porta un chiaro riferimento aureo.
    In greco la corona d’alloro è chiamata stemma, a sua volta legato a stepho, che significa “incorono”, ma anche “cingo”, “unisco strettamente”, etc…
    La radice è la stessa del verbo “sta-re”: sta-, che significa “essere o rendere fermo”, “saldo”, “compatto”.
    Molto vicino a stemma è il termine stema, che significa “sostegno”, “puntello”.
    Un’altra assonanza è con stemon, che vuol dire “stame” (il filamento delle piante contenente il polline), ma anche “trama” o “ordito”.

    Cercando di tirare qualche somma, questa corona di alloro che cinge il cranio del nostro scheletro, potrebbe rappresentare questo attributo di fissità (legata anche alla fine dell’inseguimento di Dafne, messo in moto dagli strali di Eros) così tipico dello Zolfo o questa capacità di sostenere e tenere saldo suggerita dall’etimologia dei termini.

    Basilio Valentino in effetti afferma:

    Come il sale è il supporto di tutte le cose e le protegge dalla putrefazione, così il sale dei nostri maestri difende i metalli dall’essere interamente ridotti in nulla e corrotti senza che ne nasca ancora qualcosa…

    Ammetto che sono anche affascinato dalla visione data dallo stame, che potrebbe suggerire un seme presente nello scheletro, o nel suo capo.
    Un riferimento al “seme di natura” citato nel testo?

    Chissà se in tutto questo vagare è uscito fuori qualche spunto sensato…
    Attendo le dovute lavate di capo e saluto tutti con un caloroso abbraccio.
    A presto,

    EmmEnthAl

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