Choisir le Grand Jeu…in cerca di ciò che non si può possedere.

Canseliet diceva negli anni ’80 che l’Alchimia stava godendo di un momento di grande  rilievo, sia per l’interesse crescente  da parte dei più giovani, sia per una sorta di nuova consapevolezza da parte dell’uomo. Forse era così. A quei tempi, è curioso dirselo, il sottoscritto faceva parte di quei giovani.

Oggi, pare, le cose sono mutate: forse a causa dei momenti bui che la nostra banale civiltà sta vivendo sul pianeta, siamo tutti, chi più chi meno, incatenati alle cose pratiche, materiali, spicce. Si dice che vi sia una crisi economica globale, ma più probabilmente si tratta di una crisi di valori interni. L’uomo si scopre sempre più povero materialmente e dimentica, come sotto gli effetti di una brutta droga, la ricchezza del Creato. E’ un processo ciclico, che si può riscontrare molte volte nella nostra storia: una sorta di modello perverso, in cui il salire o lo scendere una scala sempre uguale ci fa assomigliare più a dei teneri criceti in gabbia, appagati dallo stare in gabbia, che ad anime in cerca di verità.

Noto, con un certo disagio, che non si dialoga più d’Alchimia, di Filosofia della Natura, nemmeno tra coloro i quali hanno in qualche modo abbracciato il cammino lungo verso il Campo della Stella. E’ un preciso segnale. Se dovessi dire la mia, parafrasando al contrario ciò che diceva il buon Maitre di Savignies, l’Alchimia non desta più vera Meraviglia. E questo, a mio modesto avviso, è un gran peccato. Voglio dire che abbiamo, di nuovo, smarrito il senso del Meraviglioso. Ma, ormai l’ho ben compreso, non è un problema. L’uomo ama le parole e non ha mai amato più di tanto la sostanza delle cose. L’essere umano è malato, come il mondo in cui dice di vivere, protestando. E soffre: la Baghavad Gita dice che la Sofferenza è mancanza di Conoscenza. Cognoscere è ‘essere con la Gnosi‘, un compito immane. Conoscere la substantia significa andare alla ricerca di ciò che giace sotto, di ciò che regge ciò che ‘sta’. Ma la ricerca  fattuale, non intellettuale, non metafisica, della substantia è una cosa da cui tenersi alla larga.

Il motivo di questo singolare caveat, forse, risiede nel fatto che una volta che soltanto si ipotizzi che tale substantia non abbia i connotati delle certezze che amiamo costruire attorno a noi e  – soprattutto – dentro di noi, allo scopo mai troppo dichiarato di garantirci una sopravvivenza, l’uomo fugge. Atterrito. Tutto ciò in cui crede ed ha creduto, crolla, miseramente. Le cosiddette sicurezze, cessano all’istante di esistere.

La realtà delle cose, di ogni cosa, di ogni Creazione, non è affatto quella che descrivono le nostre Scienze ed i nostri sistemi di conoscenza. Dunque, una cosa è l’interpretazione di un fenomeno attraverso modelli, certo tanto utili e spendibili quanto sempre poco duraturi, un’altra è scoprire che le Cause Prime che sono alla base di tutto ciò che vediamo, tocchiamo, utilizziamo e consumiamo hanno una connotazione unica ed estremamente opposta alla logica umana. E’ un po’ come dire che ci si può innamorare solo di una cosa che è in qualche modo simile a noi stessi: il paragone di Narciso è calzante, e probabilmente lo scambiare il riflesso di noi stessi nelle cose che ci circondano è la miglior operazione per evitarci lo chock di vedere con occhi disincantati come Madre Natura compie il suo corso.

Oggi, temo, a pochissimi importa davvero cercare la substantia, il senso delle cose, scoprire come Natura crea, sforzarsi di comprendere. Tutti vogliamo sapere per usare, nessuno vuole più comprendere per contemplare. Abbiamo bisogno di cambiare, ma non cambiamo. E’ tutto molto semplice, e per questo quasi impossibile.

L’Alchimia, diceva Paolo Lucarelli, è un’Arte d’Amore.

Ma quanti sono disposti ad Amare senza possedere? Madre Natura nasconde bene i suoi tesori, pur mettendoli davanti agli occhi di tutti. Tocca all’uomo smarrito il mettersi in cammino verso Casa. Ma certo occorrerebbe prima rendersi conto che una Casa c’è, e che si può, se non addirittura si dovrebbe,  tornare a Casa. Nessuno verrà mai a dirci perché nasce una stella, o un uomo, o un fiore, o un sasso. Siamo tutti – sempre – scontenti, ma nessuno muta il proprio camminare. La paura della morte è l’unico mantra costante di una vita spesa spesso dietro ad illusioni continue, in cicli di cadute e risalite. Il Meraviglioso però c’è, ovunque, persino in questo mondo malato. Ma se non amiamo comprendere per contemplare, se non intuiamo la serenità che può donare l’abbandonarsi alla scoperta di nuove letture delle Cause Prime, allo sforzo di destituzione della logica ferrea che incatena l’anima che soffre, come mai potremmo aver il semplice diritto a protestare?

L’uomo ha dimenticato il legame con il Cielo e scrolla, come un vecchio mulo recalcitrante di fronte al cambio radicale di direzione, la testa resa ottusa dai comodi dogmi imposti dai propri simili cui ha delegato il compito Sacro di Cognoscere: amiamo sicurezza, mentre in Natura non esiste. Amiamo i meccanismi ad incastro, mentre in Natura nulla si fa fermare. Amiamo consumare inquinando, mentre Natura trasforma senza sporcare. Amiamo possedere, mentre Natura libera. Amiamo forzare, mentre Natura sfiora.

Gli alchimisti sono quelli che si mettono in viaggio: il più lungo dei viaggi, il più solitario. Sono pochi. E l’uomo non ama affatto la solitudine, il silenzio, l’umiltà, l’accettazione di cose ben più smisurate del nostro immaginare. Gli alchimisti cercano la Madre, la Mater ea, e chiedono a dei sassi di mostrare il cammino dello Spirito nella Materia. Gli alchimisti si abbandonano alla Provvidenza munifica che permette di vedere con gli occhi cose mai vedute e di toccare con le mani cose mai toccate. Quante volte si è parlato di Spirito Universale, di Anima del Mondo, di Umido Radicale…ma al di là della bellezza concettuale, qualcuno si rende davvero conto dell’importanza fondamentale di queste cose – tangibili ed osservabili – nell’equilibrio dinamico del Creato? Davvero pensiamo ancora che lo Spirito Universale possa essere soltanto una affascinante figura retorica? Quanti, oggi come ieri, sono davvero interessati a buttare a mare i propri credo e le proprie certezze per soltanto mettersi in cammino verso un mondo nuovo? Quanti potrebbero mai investire il proprio tempo e – soprattutto – il proprio Amore per ipotizzare di poter comprendere come funziona tutto?

E’ per questo, forse anche per questo, che gli alchimisti vengono presi per dei poveri pazzi. La società mette etichette, cataloga. E loro, felici ed un po’ perfidi, si mettono volentieri al collo quel vecchio ed arguto cartello con la scritta ‘Fou‘. E quanti potrebbero mai voler entrare nel Bosco, rinunciando ai propri inganni? Sembra obsoleto ricordare che il Philosophus è colui che ‘ama Sophia‘: ancora una volta, si parla d’Amore. E tutti pensano che per questo Amore basti leggere qualche libro bizzarro, metter le mani su una ricettina intrigante e poter contemplare il volto di Sophia. Forse per questo il vero Amore non è di questo mondo. Chissà.

Ciò che importa è il mettersi nella prospettiva di un cambiamento percettivo, e cambiare la propria vita, le proprie abitudini quotidiane, dall’interno: questo mutamento, radicale, permea la vita dello studente e si traduce, pian piano, in una percezione diretta, mediata – un giorno, se il Cielo vorrà – dall’osservazione disincantata delle materie nel Laboratorio, del modus operandi di Madre Natura.

Al di là delle possibili letture operative, chiunque legga un buon trattato d’Alchimia dovrebbe saper cogliere un aspetto esplosivo: la descrizione del sistema Naturale fatta dai Maestri d’Alchimia è precisa, semplice, diretta. Da secoli, non è mai mutata. E’ una Via di conoscenza perfettamente uguale a sè stessa, lungo tutto l’arco dei secoli. Vorrà dire qualcosa? Pare che chi scriva goda di una visione straordinaria, privilegiata, rivoluzionaria. Talmente rivoluzionaria che subito la nostra mente, probabilmente per proteggere il proprio avido ruolo di Strumento Unico di giudizio, cataloga quello scritto come una visione, un’allegoria, una magnifica costruzione filosofica. Una chimera, alla fine dei conti. Una cosa bella, certo, ma tutto sommato inutile. Non si ricava potere dall’Alchimia, infatti. Per questo è considerata inutile. L’Alchimia non è da considerare, per i più, persino per chi dice di volerla studiare,  frutto di un’esperienza diretta da parte dell’autore, quanto come un bel dipinto da contemplare ogni tanto, quando proprio non si abbia nulla da fare. Quelle descrizioni sono belle, ma perchè mai immaginare che possano – addirittura – descrivere eventi reali, veri, che sono accaduti e che accadono? Meglio dire che l’Alchimista è uno strano personaggio, meglio sostenere che l’Alchimista è un uomo che si immagina fantasie, meglio dire che l’Alchimista altera la verità.

A nessuno pare più capitare di porsi una domanda semplice: “…e se quegli uomini stessero facendo di tutto per narrare come stanno le cose che hanno visto e sperimentato?“. Voglio dire: dimenticando per un attimo il valore simbolico, allegorico, iniziatico, delle parole di quell’autore che tanto si sforza per descriverci, per esempio, la danza di Zolfo e Mercurio, come si fa a non accorgersi che quegli uomini stanno probabilmente facendo ogni sforzo per indicare che Natura esiste e che la Via per Conoscere è aperta a coloro i quali fossero soltanto disposti a guardare oltre lo specchio illusorio della propria razionalità? E per quale folle motivo quegli uomini si sono impegnati nello sforzo di un linguaggio nuovo, più semplice, più diretto, più onesto, per descrivere a tutti il funzionamento del Creato, se non per un purissimo atto d’Amore?…”senza nulla a pretendere“, come diceva Totò.

Se fossero proprio loro, quei Foux,  a donare ciò che hanno visto? Se fossero loro a cantare la musica da cui tutti siamo ‘nati‘ ed a cui tutti dobbiamo ‘morire‘? E se fossero loro ad indicare la strada di quel cambiamento che da secoli e secoli ogni umano afferma di volere e che nessuno è mai riuscito ad indirizzare?

Leggendo per esempio Philalethe, si resta colpiti dalla esposizione di alcuni strani capitoli; un’esposizione certo singolare, persino noiosa talvolta, perché apparentemente priva di segreti da carpire ma che meriterebbe lunghe riflessioni persino da parte degli ‘addetti ai lavori‘: il capitolo VIII dell’ Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium, per esempio – intitolato ‘Fatica e noia della prima preparazione‘ – ci presenta con parole quasi un po’ retoriche un ben strano scenario; si dice qui che molti ‘Chimici’ sognano che l’Opera sia un semplice lavoro di ricreazione, pieno di piacevolezza; l’autore sostiene invece che ci siano fatiche e difficoltà pesanti da superare, e che in mancanza di Labour, Industry e Diligence il raccolto eventuale che si farà in seguito non potrà che essere vuoto e vano. Pare, insomma, che Philalethe faccia un po’ una sorta di predica a chi pensi di avventurarsi in quella che lui chiama la prima preparazione ritenendola un gioco da bambini. E’ una figura retorica scontata da parte di un Maestro. E tutti i lettori, alzando le sopracciglia, vanno avanti nella lettura, perchè non ritrovano qui le consuete allegorie: giovani alati con spada e/o caducei, dragoni, cani rabbiosi, ombre cimmerie, aquile e via dicendo.

Poniamoci una domanda: un personaggio come Philalethe può davvero aver inserito un capitolo come questo al solo scopo di fare un pistolotto? Vi dico subito la mia personale opinione: no. Non fornirò la mia interpretazione di questo passo, per due motivi: non si può aprire sempre un dono prezioso sottraendosi alle regole della Tradizione, e non sarebbe mai giusto fare i compiti per chi non è capace di impegnarsi con umiltà e serietà. In ogni caso, il passo presenta un insegnamento prezioso, ma evidentemente molto ben criptato. Lo si dovrebbe capire immediatamente quando, alla fine, l’Adepto – dopo il pistolotto in cui si è sperticato a dire quanto sia importante dedicarsi con vera passione al Labour ed al Work (che sono due ‘cose‘ evidentemente diverse; ma quali?), quanto sia inevitabile doversi sobbarcare faticose e tediose lavorazioni – se ne esce con questa frase innocente, che nessuno nota:

But the Mercury, once prepared, then is the rest obtained, which is far more desirable than any Labour, as saith the Philosopher

Questa frase, del tutto innocente e scontata per chi abbia una pur minima conoscenza d’Alchimia, fa da controaltare al pistolotto. Ovviamente, ad una prima lettura, è difficile percepire dove voglia andare a parare l’autore. Lascio a chi vorrà impegnarsi l’onere del cimento, ma segnalo che il metodo utilizzato da Philalethe per indicare qualcosa di importante si basa qui sulla citazione; dopo quella di Augurello, la quale da sola meriterebbe un discorso molto articolato, vi è quella di D’Espagnet. Philalethe ne riporta un piccolo riassunto, e nessuno – o forse pochissimi – si prende la briga di andare a consultare la fonte. Allora, tanto per divertirci un po’, la riporto: il passo di D’Espagnet cui si riferisce Philalethe è il Canone XLII dell’ Arcanum Hermeticae Philosophiae:

“In philosophica Mercurii Sublimatione sive preparatione prima Herculeus labor operanti incumbit; nam sine Alcide expeditionem Colchicam frustra tentasset Iason;

Alter inauratam noto de vertice pellem
Principium velut ostendit, quod sumere possis;
Alter onus quantum subeas.

limen enim à cornupetis belluis custoditur, quae temeré accedentes  non sine dispendio arcent; earum ferocitatem sola Dianae insignia & Veneris columbae mulcebunt, si te fata vocant.”

Come dicevo, a chi interessa andare un po’ più alla scoperta di cose operative lascio il piacere di tradurre (…se i Fati lo chiamano!); raccomandando di far caso a molte parole; in sostanza viene citato ancora una volta Augurello, e forse varrebbe la pena andare a leggere l’intero passo (…ma che fatica, però!). Ma, allo scopo di illustrare prima il metodo adottato da Philalethe in questo capitolo, e poi il sempre trascurato Amore dei Maestri per chi ami sul serio mettersi sul cammino di Madre Natura, raccomanderei di leggere bene il seguito dei Canoni di D’Espagnet, che ovviamente Philalethe non poteva riportare in extenso (…forse parlava ‘a suocera, perchè nuora intenda‘?); in particolare, riporto il Canone LI:

“Duobus perficitur philosophica Mercurii sublimatio, superflua ab eo removendo, & deficientia introducendo; superflua sunt externa accidentia, quae fusca Saturni sphaera rutilantem Iovem obnubilant; emergentem ergo Saturni livorem separa donec purpureum Iovis sydus tibi arrideat. Adde Sulfur Naturae, cuius granum & fermentum Mercurius quidem in se habet, quantum sibi sufficit; sed fac ut etiam aliis sufficiat. Multiplica itaque; Sulfur illud philosophorum invisibile, quousque exprimatur lac virginis; tunc prima tibi patet ianua.”

Questa volta, vista la imprecisa traduzione francese di M. Bachou, offro una mia rapida resa in italiano:

“La sublimazione filosofica del Mercurio si compie grazie a due, rimovendo da esso le superfluità, ed introducendo ciò di cui è deficitario; le superfluità sono gli accidenti esterni, che nascondono il rutilante Giove con la fosca sfera di Saturno; quindi separa l’emergente livore di Saturno finché l’astro purpureo di Giove ti arrida. Aggiungi Zolfo di Natura, di cui il Mercurio in verità ha in sè il grano ed il fermento, quanto gliene è sufficiente; ma fa in modo che anche agli altri sia sufficiente. Moltiplica così; quello Zolfo invisibile dei filosofi, fino a quando si esprima il latte della vergine; allora ti si apre la prima porta.”

Al di là dei numerosi, enigmatici, riferimenti operativi, i quali in ogni caso – vista la apparentissima scontatezza – sarebbero da meditare ben più che bene, mi preme qui sottolineare la sensazione di stupore di fronte a questo piccolo squarcio offerto da D’Espagnet: si sta dicendo qui che per effettuare quel che viene chiamata la ‘sublimazione filosofica del Mercurio, vi è una contemporanea separazione delle scorie esterne ed un aggiunta di qualcosa che manca: questo è lo Zolfo di Natura, che il Mercurio possiede come grano e fermento. Fermiamoci un momento a riflettere: l’autore afferma che il Mercurio, che in questo caso è evidentemente un corpo tangibile, con le proprie naturali inclinazioni volatili, possiede ‘in sè‘ il ‘grano ed il fermento‘ dello Zolfo; ma, quello di Natura. Il quale è, naturalmente, un corpo tangibile, fisso. Come la mettiamo? Il dualismo della substantia della manifestazione, di ogni manifestazione, è qui ben mostrato: Madre Natura utilizza i due Principi, Zolfo e Mercurio, per fare ogni cosa; ma non già per unire ciò che la nostra mente ama razionalizzare come qualità separate, distinte, quanto per rendere attive, attraverso una unione di ‘purezze’, qualità doppie già in essere nel Creato.

Si tratta di una descrizione della base materiale straordinaria, le fondamenta della materia in Essere, di una semplicità incredibile, la cui portata – non soltanto in termini di speculazione intellettuale – è gigantesca. Nel cuore della materia, di tutte le materie, spirituali e corporee, il doppio volto dell’evoluzione è presente, sin dall’inizio. Ogni materia racchiude in sé la sua perfetta completezza: il Progetto Naturale è perfetto, non soltanto perché è di origine per così dire Divina (e questo può magari attenere ad una visione metafisica), ma soprattutto perché ontologicamente tutto quel che è necessario è già in ogni tutto. Sostanzialmente. I due termini Zolfo e Mercurio rappresentano dunque solo i ruoli istantanei delle azioni naturali – e per questo quasi ‘automatiche’ – assunti dai Centri nascosti di ogni corpo quando sono attivati dall’unico Agente capace di infondere l’impulso naturale; questo, lo si sa, è proprio lo Spirito Universale. Questo è il Grand Jeu della Creazione manifesta. Non potrebbe essere espresso con miglior efficacia.

En passant, lo studente potrebbe ricordare quanta passione abbia messo Paolo Lucarelli nel passare una informazione singolare: nella nostra manifestazione, qui, – al momento topico – sembra esserci stato un errore!…per questo, qui, tutto è malato. Anche noi. Questo errore potrebbe essere assimilabile al concetto del Peccato Originale. Curiosamente, proprio D’Espagnet , nel Canone precedente afferma che :

“Argentum vivum a peccato originale inquinatum est, ut duplici labe scateat…”

Come sempre, i Maestri sono in diapason perfetto, pur essendo tra loro separati da secoli: compito nostro è ben comprendere…cosa si possa fare, e come fare per uscire dal cul-de-sac. Ma è ben più elegante, nelle platee dotte, dirimere la vexata quaestio: “Signore e Signori…come mai Dio (…ma… siamo sicuri?) ha potuto addiritura sbagliare?…non sarà un’eresia?“…oppure: “…allora ha ragione Santa Madre Chiesa, allora dobbiamo fare penitenza!”, e via dicendo. Tutto giusto, ma tutto molto lontano dal fatto – semplice, caritatevole e veritiero, – passatoci sottobanco in un impeto d’Amore. Qualcuno si domanda come possa mai un alchimista fare un’affermazione di questa portata?…la risposta è tanto semplice, quanto lontana da chi dimentica cosa fa un alchimista nel proprio piccolo Laboratorio.

Tornando all’affermazione di D’Espagnet a proposito del Mercurio e dello Zolfo, credo sia d’uopo un’ulteriore riflessione: Madre Natura compie in estrema e semplice ‘naturalezza‘ – è il caso di dirlo – una cosa che per noi ‘separatori‘ è impossibile: noi non possiamo mai essere in grado di ‘produrre’ una cosa come il Mercurio o lo Zolfo, figurarsi isolarli (come adorerebbe poter fare il povero chimico moderno). Per loro nascita naturale, in ogni dove ed in ogni quando, la cosa è doppia. E’ la caratteristica della manifestazione: dall’Uno si passa al Tre, tramite il Due. Sic & simpliciter. Questo processo avviene in continuo, da sempre e per sempre. Questo imprinting naturale è il signum dell’Essere venuto in Luce. Lo si trova qui, come su ogni sassetto di ogni pianeta, di ogni sistema, di ogni galassia, di ogni universo. Noi non siamo assolutamente in grado di produrre questo evento prodigioso che permette la Creazione, che scorre tra ciò che chiamiamo nascita, vita e morte. Quelle qualità doppie sono naturali, non di nostra proprietà, non di nostro possesso, non nella nostra disponibilità. E questo il cuore della Natura, è questo il fondamento – corporeo e spirituale – di ogni materia apparsa ed in via di apparizione. Il Mercurio di Natura – ovviamente ‘quel‘ Mercurio – racchiude già in sè il ‘granum‘ ed il ‘fermentum‘ dello Zolfo di Natura: così, per gradi di sviluppo successivi, si fanno – per Natura – le cose ‘maschie‘ e le ‘cose ‘femmine‘. Le quali, come si vede, sono di per sé rappresentazioni funzionali. Apparenze. Suona tutto come l’Illusione, tanto cara alla Saggezza orientale. In verità, anche un eventuale ‘maschio perfetto‘, quale è la Pietra Filosofale, rappresenterà – al proprio massimo ed al proprio meglio – il ruolo indispensabile del Gran Teatro della manifestazione: ed infatti, quando – dopo il necessario orientamento-  trasmuterà il metallo vile, lo farà ‘morendo‘ a sè stessa, degradando il proprio Zolfo (nato dal Mercurio) ad attivare il Mercurio addormentato nel Centro occulto del metallo vile: il gioco è Zolfo-Mercurio, Mercurio-Zolfo, Zolfo da Mercurio, Mercurio da Zolfo. Per questo Shiva, che danza, crea distruggendo e distrugge creando. Questo gioco danzante, terribile e meraviglioso al contempo, assolutamente incomprensibile per la nostra ragione nutrita di etica e di filosofia sempre troppo da salotto, è la base di ogni apparizione della materia e del suo percorso in ciò che chiamiamo (ma non sono ciò che vogliamo che siano, in verità) spazio e tempo. Tutto è in tutto. Qualcuno, e li abbiamo sempre chiamati filosofi, dimenticando cosa  veramente muova il Philosophus, lo aveva già detto. Da un mucchio di tempo. Però… è più comodo pensare agli atomi (inesistenti), e giocare a far gli Dei, e spaccare ogni cosa, alla ricerca di una cosa che non c’è.

Tornando a Philalethe e D’Espagnet, mi auguro possa risultar un po’ più chiaro il perché un povero umano possa decidere di scegliere un cammino come quello dell’Alchimia: lo studio dell’Arte offre scorci sulle Cause Prime che sono alla base di Madre Natura. E non mi pare poca cosa. Se poi si riflettesse che l’Alchimista fedele, e D’Espagnet e Philalethe lo hanno fatto, racconta ciò che vede e che gli viene offerto da Madre Natura tramite le materie, nel suo piccolo Laboratorio, forse si potrebbe giustificare il mio avervi costretto a leggere questo lungo Post. Necessariamente incompleto, necessariamente un ‘work-in-progress‘.

 

Speculum Naturae

Speculum Naturae

Quel brano di D’Espagnet, indicato perfidamente da Philalethe – ma in realtà con Amore vero – è stato scritto per chi sogna (ma cos’è il ‘sogno‘, in Alchimia?) di arrivare vicino allo Specchio di Madre Natura, spogliato dei dogmi e dei modelli offerti da chi intende usare, nel senso più volgare, quasi diabolico, Madre Natura. Quegli uomini erano uomini come noi, immersi come noi nelle loro cose. Non erano dei Buddha; D’Espagnet era uomo di lettere, diventato Presidente del Tribunale di Bordeaux. Philalethe era uomo di gran prestigio, di gran fede, di grande peso istituzionale: loro hanno fatto, come noi, un mucchio di errori, forse anche azioni non sempre proprio ‘buone’; entrambi, come noi, ‘tenevano famiglia’. Hanno percorso la loro vita, facendo errori, e soffrendo, e facendo soffrire. Uomini tutto sommato normali: l’unica non normalità, era quella di aver scelto – nel cuore – di andare a cercar Natura. Con tutto il proprio cuore. Hanno dedicato la vita allo studio ed alla pratica dell’Alchimia. Il loro corpo è ormai ben decomposto, come si conviene, come a tutti capiterà. Hanno acceso il Fuoco e lo hanno tenuto sempre acceso, anche di fronte al dolore, alla sciagura, alla guerra, alla arrogante stupidità umana. Hanno lasciato degli scritti. Ermetici. Ma pieni: pieni dell’Amore nel voler condividere lo stupore che coglie l’umano quando vede la Dama far giocare  la Materia e lo Spirito nel Gran Teatro della Manifestazione. Lo hanno raccontato. E tutti hanno detto che sono dei poveri pazzi, che cercavano la Chimera della Pietra Filosofale.

Da una parte, quelli che affermano che lo scopo dell’Alchimia è la Pietra, hanno una qualche ‘ragione’: ma – temo – non si renderanno mai conto di quanto s’ingannino. Il punto è ‘scegliere’: ogni scelta è un abbandono finale di ciò che possediamo, senza alcuna garanzia di arrivare. L’unica certezza è che non si possederà: più e mai.

Ecco perché nessuno ama parlare davvero d’Alchimia; ecco perché è sempre stato e sempre sarà così. E va bene così.

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51 Responses to “Choisir le Grand Jeu…in cerca di ciò che non si può possedere.”

  1. Caro Capitano, ha perfettamente ragione, i tempi sono cambiati; sembra ben altro quello che interessa ai più ormai. Ma come ha rimarcato la Dama è sempre la stessa, come lo sono le odi dei suoi innamorati.
    Capisco cosa intende per mancanza di dialogo, e, mi creda, la cosa rattrista profondamente anche me.
    Manca uno spirito comune, il commitment disse una volta, fra i viandanti solitari.
    Pensando positivo, prendiamolo come uno sprone a continuare, e grazie per i suoi post, sempre sinceri e di buon cuore.
    Un abbraccio.

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    • Caro Joe Galaxy,

      lei dice che ‘manca uno spirito comune‘; se posso, direi che quel benedetto Spiritus non manca mai; ciò che manca – eventualmente – è la capacità dell’uomo di armonizzarsi, in sincronia delicata e rispettosa, con la melodia unica della Tradizione antica.
      C’è un solo modo per camminare nel Bosco della Dama. E non è cosa occulta. E’ la prima cosa che si impara all’initium di ogni camminar nel Bosco.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  2. Mi è piaciuto molto questo post…sento che solo determinate esperienze possano avvicinarti alla ricerca della substancia. In ogni modo questa Vita che sta in tutte le cose e il creato viene percepito a volte solo come dei flash improvvisi inafferrabili.
    Più li vogliamo possedere e più ci sfuggono.
    Credo che la coscienza umana senta la necessità storica di ampliarsi,sono come dei vestiti troppo stretti…ma il cambio di valori e di punto di vista sull’essere sia un cammino che solo attraverso la meditazione e la fiducia in se stessi e nel fatto che il genere umano può superare la sua sofferenza…ma in ogni caso l’alchimia è una porta di accesso al profondo, alle esperienze senza spazio e senza tempo dove sono custoditi i gioielli e le grandi aspirazioni dell’umanità.
    Prepariamoci e continuiamo la grande Opera. Ciao grazie

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    • Caro roberto,

      Grazie delle sue buone parole! Condivido. Come ho scritto, la sofferenza è superabile solo imparando a Conoscere. Sta scritto ovunque.

      Ma…l’operazione è maledettamente scomoda, persino importuna, per l’essere umano, il quale si pone, anche nei cosiddetti cammini iniziatici, al centro dell’Opera Naturale. E siccome non è così che è creato il Creato, l’operazione è destinata a creare la più terribile delle Illusioni: quella del ritenere di avere il Potere sulle cose e – di riflesso- su altri ‘esseri‘. L’uomo, meglio: la sua mente, adora controllare le cose.

      Che nulla sfugga alla vigile attenzione del secondino nostro: altrimenti….quel secondino, cioé noi stessi, rischierebbe di trovarsi improvvisamente…senza lavoro!!
      Il controllo fornisce Potere…ma, per fortuna, Madre Natura sfugge perfettamente da questa maldestra trappola approntata dall’uomo: e lo fa – sorniona e perfida – dando ragione al secondino. E così tutti sono contenti ed appagati!

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  3. Mon Captain,

    ricordo tempi lontani, e gloriosi, quando due giovani studenti curiosi s’arrovellavano per capire la fotosintesi (ah, les neiges d’antan!).

    C’era un atomo di Magnesio (toh! chi si rivede) -piazzato nel bel mezzo dell’anello porfirinico-, di cui proprio non si capiva né cosa lo tenesse in posizione, né, tanto meno, la funzione. Quando tutte le ipotesi libresche furono esperite, invano, ci si chiese se quello che agli occhi della chimica era un atomo, non ne fosse in realtà solo una rappresentazione sotto mentite spoglie; in altre parole una funzione della materia, che all’occasione si rivestiva dell’apparenza dell’atomo di magnesio.

    A ricordarmi quei tempi, e quanta Acqua è passata sotto i ponti, è stato un vecchio appunto, recentemente ri-capitatomi tra le mani, copiato non so quando da “Les Cinq Livres…” di Nicolas Valois (Lib. III, ch. II). Eccolo (l’evidenza in maiuscole è mia):

    “[L’Arbre] a en soi une âme attirant de la terre un nourissement et multiplication d’Arbres, qui n’est nie que tere subtile, meslée avec Eau, laquelle garde en son occulte quelque peu de Souffre, lequel Feu fait monter icelle Terre et Eau pour suivre son Compagnon, qui est jà dans le bois, par une certaine Vertu attractive et affinité, je dis qu’icelle Terre aqueuse entre icelui bois par le petit bout de sa racine, commence icelle a prendre la dite nature de bois et se faire bois: car le plus gros de la Terre portée ainsy par l’Eau demeure au au tronc ou branche par l’augmentation d’iceluy, le plus subtil va en feuille.
    Et lorsque l’Eau n’a plus force de monter, porte une vapeur subtile qui se fait fleur; puis épaississant se fait fruict. AU CENTRE DUQUEL SE FORMENT DES PETITS GRAINS DANS LEQUELS L’AME EST IMAGINEE PAR LA VERTU DU FEU, COMME DANS TOUT L’ARBRE. Laquelle par la Vertu du Soleil se nourrissant vient en acte et Vertu d’âme. Et ainsy l’espèce est continué par sa semence et par cette similitude; L’OR A UNE SEMENCE IMAGINEE PAR LAQUELLE IL PEUT ETRE MULTIPLIE, ET FAIT MEDECINE SUR LES CORPS IMPARFAITS.

    celui qui est bon et naturel Philosophe, d’un vif Esprit, doit IMAGINAIREMENT pénétrer le secret des choses les plus occultes”

    Dunque l’albero non solo è in grado di IMMAGINARE (Ohibò!) ma IMMAGINANDO assolve la fondamentale funzione di propagare la specie (Ohibò! Ohibò!).
    Senza l’IMMAGINAZIONE delle piante questo nostro mondo sarebbe una landa sterile e desolata; senza l’IMMAGINAZIONE dei metalli e, per essi, dell’ORO, non potrebbe neppure sussistere, giacché, ricordando l’ineffabile Timeo di Platone, è ADAMAS, il nodo dell’oro che tiene insieme le cose di quaggiù (Ohibò! Ohibò! Ohibò!).

    Dunque il buono e naturale Filosofo deve IMMAGINATIVAMENTE penetrare il segreto delle cose più occulte.

    L’IMMAGINAZIONE si può possedere, ma in forma strettamente privata, non pubblica. Non si può comprare a nessun prezzo. Figuriamoci se si può vendere, o dare in locazione, anche per brevi periodi. Eppure è l’unica a darci conto della substantia e del senso delle cose, come lei giustamente scrive. E senza contemplazione nessuna possibilità di immaginazione. Madre Natura ce l’offre gratis et amore Dei, basta osservare, nel silenzio profondo e assordante dello stupore e della meraviglia, attoniti, spesso spaventati, sempre sgomenti della nostra piccolezza.

    La volpe nel momento dell’addio, rivela al Piccolo Principe (Antoine de Saint-Exupery) il suo piccolo immenso segreto: “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”:

    “Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
    ” L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
    ” E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
    “E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
    ” Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
    ” Io sono responsabile della mia rosa….” Ripetè il piccolo principe per ricordarselo.

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    • Caro Frate,

      in effetti “les neiges d’antan” sono sempre lì…e scaldano sempre il cuore! Un manteau bianco abbagliante copre, soffice, il segreto che scende – sempre – sulle cose di questo mondo; perché la pioggia piove, e la neve nevica?….”ah, les neiges d’antan!“.

      Le parole del buon Valois, fin troppo buono, sono nutrienti per chi prova la fame e la sete di quell’antan‘; nel Rosariium Philosophorum, che certo i tre Foux di Flers avevano letto, si dice:

      Ego vero volo quod tu ita facias, imo secundum naturam tua fit imaginatio. Et vide secundum naturam, de qua regeneratur corpora in visceribus terrae. ET HOC IMAGINARE PER VERA IMAGINATIONE ET NON FANTASTICA.

      Paolo Lucarelli, commentando questo magnifico testo, ammoniva a non pensare all’Immaginazione come ad un esercizio di ‘sforzo dell’inventarsi qualche cosa’, ricordando che per gli uomini di quei tempi l’Immaginare era una attitudine precisa dell’attività del Cercare, ove la ‘Visione‘ era disincantata, liberata dai dogmi della mente, e dunque un preciso strumento di Conoscenza, se non addirittura l’unico veritiero. L’autore del Rosarium la distingue infatti dal ‘fantasticare‘, che porta il cercatore a scorgere ‘phantasmi‘ della verità cercata, fantasmi creati ad hoc da noi stessi per provar paura e scappare a gambe levate, ombre e simulacri che la mente frappone tra il cuore che vuol semplicemente ‘vedere‘ e ciò che si pone di fronte a noi per ‘farsi vedere‘: “…per vera Imaginatione et NON fantastica‘.

      Si figuri, dunque, caro Frate, quanta allegria mi fanno tutti quei suoi ‘Ohibò‘…ciò che mi chiedo, però, è se a chi cerca oggi capiti di esclamare quegli ‘Ohibò‘ con lo stesso disincanto, frutto del lasciarsi andare a quella ‘vera Imaginatione‘, di cui tutta Natura è piena.

      Ma la risposta è già chiara, e – come ho detto – non mi preoccupa più di tanto. Ognuno sceglie ciò che preferisce…e quando si leggono taluni passi, in alcuni curiosi libercoli, la maggior parte transita, inconsapevole, di fronte a dolci tesori; pochissimi si lasciano andare al ‘surrender‘…

      Accuso poi, come un vero colpo basso, l’emozione commovente che lei, con la dolcezza e la perfidia che la caratterizzano, mi para davanti con l’explicit de Le Petit Prince; libercolo che adoro, e che tutti relegano al ruolo di un delizioso esercizio di ‘buon essere’; dimenticando che l’autore-pilota (!!!) pare aver detto tutto ciò che sentiva di dover dire, poco prima di scomparire al mondo. Anche qui, quanta Imaginatio dovrà esser resa disponibile per vedere?

      Vede, caro Frate, sono sempre più certo che più una Chose Merveilleuse ci venisse offerta per essere contemplata *, sempre più l’uomo eviterà di avvicinarsi: quasi fosse un veleno letale; scordando sempre che spesso dai veleni, possiamo venir guariti. Specie dalle malattie ‘phantasticas‘ !!

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

      Nota *: “Contemplare” viene da cum e Templum, e sarebbe un’operazione di tipo augurale, in cui il voyant vede il volo degli augelli nella porzione di spazio del Cielo (“Coelum”, il ‘celato‘) prescelto, per ricavarne – grazie al vagare dell’occhio nello spazio libero e vasto – signa et miracula su cui basare le proprie azioni terrene. Il Coelum, dunque, viene qui eletto a Templum, un luogo dove il Sacro “è”, e che si mostra a coloro i quali desiderino essere assieme ad esso. E’ il contemplare. Come si vede un Ouroboros perfetto. Incomprensibile con la ratio, che è una divisione. Comprensibile con una sola Emotione, la quale è il movimento, entusiasta, dello Spirito che alberga da sempre, all’interno di ogni cuore.
      A proposito, caro Frate: visto che ogni cosa ha un Centrum Occultum, ricco di una cosa preziosa, sempre trascurata, se ne dovrebbe concludere che persino i ‘sassi’…si emozionano!? …OHIBO’ !!!

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  4. Caro Capitano,

    forse anche l’alchimia è passata di moda. Ed è un bene.
    Non gli alchimisti.
    Io La conobbi, come lei, in gioventù e continuo ancora a seguirne le tracce.
    E’ un piacere ed una consolazione ritrovarla, dopo il periodo della Monte Sion, attivo e fecondo.
    Con tutta la mia riconoscenza,
    mi creda suo
    vesper

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    • Caro vesper,

      benvenuto e ben ri-trovato!…anche se, a causa dei miei poveri neuroni in decadimento Beta, non ricordo proprio il suo nickname!
      Comunque, non è importante. Ciò che conta, come saprà, è altro…

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  5. Caro Capitano,
    intanto grazie, per lo sprone e per la costanza di questo suo impegno. Ha sicuramente ragione quando afferma che i tempi sono cambiati, dagli anni di Canseliet: aggiungerò che sono cambiati da 4-5 anni fa ad oggi, e non potrà che essere d’accordo. Ogni tentativo, ogni sforzo anche individuale (figuriamoci collettivo) di protendersi oltre il velo del quotidiano viene invischiato in mille ostacoli, molti dei quali – è verissimo – creati da noi stessi grazie ai condizionamenti, sempre più pressanti, della società adoratrice della ricchezza (ma mi spiegate perchè – faccio un brevissimo inciso – dovremmo terrorizzarci se si arresta la ‘crescita’ dell’economia? Se abbiamo crescita zero abbiamo salari statici, risparmi idem, inflazione idem, dunque solo certezze: quello che non cresce è la ricchezza finanziaria, che importa a pochi plutocrati… ma questo è un altro discorso). La frenesia delle cose quotidiane impedisce non solo il trovare il tempo e la disposizione dell’animo adatta, ma avvelena con preoccupazioni e pensieri ‘arsenicali’ ogni buon proposito iniziale.
    Non parliamo di chi usa queste sacre cose per creare potere o per aggregare proseliti: tradiscono la stessa idea dell’Alchimia, di quella trasformazione costante ANCHE di se stessi che, individualmente e con sacrificio, ognuno di noi, da solo, e se benvoluto, deve compiere grazie a quei semplici sassi di cui parlava all’inizio.
    Forse è solo grazie all’incessante impegno di pochi Cercatori come lei che questa Cerca continua, come può, almeno per me.
    Grazie dunque

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    • Caro Chemyst,

      la ringrazio per le sue parole.
      Non credo che una Queste di questo tipo possa ‘continuare’ grazie a quel che vado scrivendo; lei mi dà un’importanza che non ho.
      Da innamorato, scrivo, parlo e – qualche volta – canto, magari prendendo qualche ‘stecca‘.

      Spero solo di riuscire a render un po’ più facile l’abbandonarsi alla scoperta…che a mio avviso è cosa ben diversa dal pensare che Madre Natura abbia bisogno delle nostre ragioni per essere compresa.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

      PS:…leggo ora il suo commento sull’etimo di ‘Imagino‘; IMUM AGO: molto bello e molto veritiero. Delicatamente ‘onesto‘. Mes compliments, Monsieur…è sempre un piacere ospitarla qui, in questo piccolo recesso di poveri Foux!

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  6. Caro Cercone,

    non potendo (per ora) portare un contributo operativo, faccio del mio meglio con i libri: ecco cosa dice il Dizionario Etimologico Pianigiani, sull’Immaginare:

    Immagine, o Imagine, fr. image, sp. imagen, port. imagem: = lat. IMAGINEM, quasi IMITAGINEM (come dice Porfirio), o meglio MIMAGINEM, dalla stessa radice del gr. MIMOS, imitatore, MIMEOMAI imito (v. Mimo e cfr. Imitare).
    Rappresentazione di un oggetto mediante la pittura, la stampa, ecc.; Ritratto, Sembianza; Ombra, Spettro, Idea.
    Deriv. Immaginare, Immaginario, Immaginativo, Immaginevole, Immaginoso.

    Immaginare e imaginare = lat. IMAGINARI, da IMAGO – acc. IMAGINEM – immagine.
    Configurare immagini nella propria mente; Ideare, Fingere, Supporre.

    Eppure, ricordo chiaramente una lezione di Latino delle Medie sui superlativi irregolari, e il caso di imus, superlativo di intus, DENTRO. E quindi Imago venne fuori formato da Imum + Ago: agisco nell’intimo, nel profondo. E questo mi pare un po’ più consonante…
    Spero di essere stato almeno un po’ utile…

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  7. Mon Captain,

    le confesserò, prima che ci rinchiudano, di aver visto sassi in preda a profondissime emozioni.

    Madre Natura ne suscita in continuazione, in quelle povere creature emotivamente instabili. Per noi è più difficile farlo, essendo per buona parte ignari della loro più intima psicologia.
    Ma quando ci riusciamo, essi addirittura si commuovono, e piangono calde lacrime.

    A ben rivederla all’ospedale dei matti.
    Fraternamente,

    Fra’ Cercone

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  8. Caro Chemyst,

    la ringrazio anch’io, di cuore, per la sua profonda e sottile analisi, certamente utilissima; che, per associazione di idee, mi porta a pensare alla Magia.

    Cerconescamente suo,

    Fra’ Cercone

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  9. Caro Capitano,

    Che dire, quante verità elenca in questo post, e dire che in gran parte, ormai, conosciute a molti…, incornicia anche, quasi perfettamente, il mio ritratto, profilo.
    Tralascio le mie buone intensioni e quanto altro uno potrebbe dire…. ma, se il buon Maestro Paolo Lucarelli scrive quanto lei posta;Paolo Lucarelli commentando questo magnifico testo, ammoniva a non pensare all’Immaginazione come ad un esercizio di ‘sforzo dell’inventarsi qualche cosa’, ricordando che per gli uomini di quei tempi l’Immaginare era una attitudine precisa dell’attività del Cercare, ove la ‘Visione‘ era disincantata, liberata dai dogmi della mente, e dunque un preciso strumento di Conoscenza, se non addirittura l’unico veritiero. L’autore del Rosarium la distingue infatti dal ‘fantasticare‘, che porta il cercatore a scorgere ‘phantasmi‘ della verità cercata, fantasmi creati ad hoc da noi stessi per provar paura e scappare a gambe levate, ombre e simulacri che la mente frappone tra il cuore che vuol semplicemente ‘vedere‘ e ciò che si pone di fronte a noi per ‘farsi vedere‘: “…per vera Imaginatione et NON fantastica‘.

    oltre il significante, pare voglia ammonire qualcono che è in cammino, dunque, cose che accadono, e direi, meno male che accadono.
    meno male che Arte c’è, sempre, altro che moda…
    non nascondo che le sue parale mi hanno profondamente scosso, solo ora riesco a malapena a scrivere qualche rigo, ma tant’è.
    il cammino è lungo, lungo….ma lungo, pare lei abbia sritto, o no?
    sa quante volte mi sono detto; questa cosa non è per me, e pure, sovente, mi ritrovo col cuore infranto al solo pensiero di lasciare, c’è sempre qualcosa che mi spinge…
    ma se sono arrivato fin qui un motivo ci deve pur essere, o no?

    il mio cuore lo sa, vuol solo vedere, le prova tutte ma, semplicemente vuole solo vedere.
    se solo riuscissimo a guardarci negli occhi, il cuor vedrebbe.
    lascerò per qualche tempo quest’ostello per reuperare un’altro pò di tempo, per la cerca.
    Grazie infinite.

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    • Caro anto-az,

      mi permetto di darle un consiglio: la Primavera si avvicina e si lasci scaldare il Cuore dai primi tepori; magari, vada a passeggiare in un bosco e si guardi attorno. Quel che succede nel Bosco, succede – sempre – anche a noi poveri umani. Non disperi, mai.
      E stia allegro…non dimentichi che studiare, cercare, deve essere anche un gioco divertente.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  10. Caro Capitano,
    molto timidamente rimanendo “sull’uscio della porta” di questo interessantissimo blog mi permetto di commentare questo post con una poesia del grande poeta K.Gibran:

    Segui l’amore

    «Quando l’amore vi chiama,
    seguitelo, anche se le sue vie
    sono dure e scoscese.
    E quando le sue ali vi abbracciano,
    arrendetevi a lui.
    Quando vi parla, credete in lui,
    anche se la sua voce
    puo’ cancellare i vostri sogni,
    come il vento scompiglia il giardino.
    Come covoni di grano, vi raccoglie in se’.
    Vi batte fino a farvi spogli.
    Vi setaccia per liberarvi dalla pula.
    Vi macina per farvi farina bianca.
    Vi impasta finche’ non siete docili alle mani;
    e vi consegna al fuoco sacro,
    perche’ siete pane consacrato
    alla mensa del Signore.
    L’amore non da’ altro che se stesso e
    non prende niente se non da se’.
    L’amore non possiede
    ne’ vuol essere posseduto,
    perche’ l’amore basta all’amore».

    E’ da poco tempo che “studio e medito” sui testi di Alchimia, per Amore di quella Sophia che altrove non è possibile trovare….son giovinetto e alquanto scapestrato….un “fuorilegge” oserei dire…..però l’Amore è Amore e basta davvero a se stesso.

    Buone “sperimentazioni” a tutti Voi!

    Robin

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  11. Caro Capitano,

    ho provato a tradurre il brano di D’Espagnet da lei indicato – Canone XLII dell’ Arcanum Hermeticae Philosophiae:

    “In philosophica Mercurii Sublimatione sive preparatione prima Herculeus labor operanti incumbit; nam sine Alcide expeditionem Colchicam frustra tentasset Iason;

    Alter inauratam noto de vertice pellem
    Principium velut ostendit, quod sumere possis;
    Alter onus quantum subeas.

    limen enim à cornupetis belluis custoditur, quae temeré accedentes non sine dispendio arcent; earum ferocitatem sola Dianae insignia & Veneris columbae mulcebunt, si te fata vocant.”

    Traduzione mia:
    “Nella sublimazione filosofica del Mercurio o prima preparazione, un lavoro erculeo grava su colui che opera; infatti senza Alcide (Ercole), Giasone avrebbe tentato invano la spedizione in Colchide;

    L’uno (Giasone) mostra dalla sommità nota la pelle non ornata d’oro come l’origine, che tu puoi prendere; l’altro (Ercole), quanto possa sobbarcarsi il peso (l’onere).

    Infatti, essendo la soglia custodita da bestie con le corna, che temerariamente gli avventori tengono lontani non senza difficoltà; quelle ferocità saranno placate dalle sole insegne (gli emblemi) di Diana e dalle colombe di Venere, se i fati ti chiamano”.

    A titolo indicativo, il passo specifico della Crhysopoeia di Augurelli su Giasone ed Ercole si trova nela Bibliotheca Chemica Curiosa a pagina 378 del secondo tomo.

    Sopra ogni cosa, la frase del brano di D’Espagnet che mi colpisce è l’ultima, per due motivi: non solo in corso d’Opera occorrono le famose Colombe, che però qui sono attribuite a Venere (e non a Diana!), ma occorrono anche gli Emblemi o Insegne di Diana. Su queste ultime mi riprometto di fare una bella ricerca, per ora l’emblema che mi viene in mente è il più classico, la falce lunare che adorna la fronte della dea.

    Invece, vagando in cerca di notizie su Venere e le colombe ho incontrato Virgilio.

    Tra i suoi attributi la dea Venere ha proprio le colombe. Nel canto VI dell’Eneide questi candidi volatili appaiono ad Enea nell’episodio del Ramo D’Oro. Ad Enea (Venere è sua madre) occorre il ramo d’oro per poter scendere nel Tartaro e incontrare il padre, Anchise.

    Eneide, Libro VI:
    “Vix ea fatus erat, geminae cum forte columbae ipsa sub ora viri caelo Venere volantes,
    et viridi sedere solo. Tum maximus heros maternas agnovit avis laetusque precatur:
    “este duces, o, si qua via est, cursumque per auras derigite in lucos ubi pinguem dives opacat
    ramus humum. tuque, o, dubiis ne defice rebus, diva parens”.

    Anche questo brano va tradotto con cura.

    Mi accorgo di aver commentato solo la fine del brano di D’Espagnet, ma anche la frase centrale (evidenziata da Paolo Lucarelli) è curiosa perché si indica una pelle – non aurea – come l’ORIGINE da utilizzare.

    P.S. impiego ancora tempi biblici nel tradurre dal latino, ecco perché ho lasciato in originale il brano del Canto VI dell’Eneide.

    Buona serata, Capitano
    Pandora

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    • Cara Pandora,

      la tua traduzione è ‘epica’, non solo nel senso che è un Latino non semplice quello di questo passo (come vedrai, la mia proposta di traduzione è molto meno chiara), ma anche che tende a visualizzare la scena dei due Eroi intenti in un gesto (mostrare la pelle dorata), cosa che D’Espagnet fa sicuramente a titolo esemplificativo, ma anche per velare i concetti (operativi? filosofici?) che le immagini sottendono.
      Ti propongo una mia traduzione, molto poco sensata e sicuramente pochissimo elegante, ma che contiene, ahimè, altre domande senza fornire risposte (penserai: ‘te la potevi risparmiare…’):

      Nella Sublimazione del Mercurio filosofico o prima preparazione un lavoro Erculeo incombe sull’operatore; infatti senza Alcide Giasone avrebbe invano tentato la spedizione Colchica.

      Uno dall’apice noto [ma Noto= vento (del sud)] la pelle dorata come il principio mostra, che puoi assumere
      L’altro quanto peso possa (tu) sobbarcarti

      La soglia infatti è custodita da belve cornute (in realtà: con cui devi cozzare= cornu petis), che temerariamente (sconsideratamente) gli accedenti (anche ‘coloro che si aggiungono’, ma anche ‘gli assalitori’) non senza spesa (ma anche FASE CALANTE DELLA LUNA) trattengono (ma anche: proteggono).
      La ferocia di quelle le sole insegne di Diana e le colombe di Venere addolciranno, se i fati ti chiamano.
      Non so se ho trovato qualche chiave utile o semplicemente sono incappato in qualche trappola… cercherò di farmi perdonare cercando di fornirti una (migliore?) traduzione di Virgilio a breve…
      Buon divertimento!

      Noldor

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  12. Eccomi ancora Capitano,

    questa mattina, pensando alle Insegne di Diana e alla falce lunare, mi sono ricordata di un’immagine del Mutus Liber in cui il Fuoco Segreto o ‘Vulcano Lunatico’ è rappresentato come Efesto zoppo che ha il petto segnato da una falce lunare (montante), proprio come quella che orna la fronte della dea Diana, e accanto a lui è visibile un piccolo scudo araldico: ‘di rosso al crescente montante d’argento’.
    La doppia natura (fuoco acquoso-acqua ignea) del Fuoco Segreto è indicata, in questa immagine del Mutus Liber, nella figura di Vulcano che ha la gamba ‘offesa’ poggiata su un monticello di terra e la falce lunare sul petto, ed è indicata anche nello scudo che riporta due colori, il rosso e ‘lo spicchio’ d’argento. Araldica e Alchimia mi riportano alla mente anche un altro stemma, si tratta dello scudo presente nella serie di arazzi franco-fiamminghi de ‘La dama e l’unicorno’, commissionati da Jean Le Viste. Lo stemma che compare negli arazzi è proprio quello di Le Viste, ed è ‘di rosso, ad una banda d’azzurro caricata da tre crescenti montanti d’argento’. E così come il liocorno, la dama (vergine) e il leone presente negli arazzi hanno una valenza alchemica, anche i tre crescenti d’argento potrebbero indicare le tre reiterazioni necessarie durante l’Opera. Tornando al Mutus Liber, una domanda è: perché sul petto di Vulcano e nello scudo accanto a lui il croissant lunare ha posizione ‘montante’? Come qualcosa che l’operatore vede emergere o che sta comunque ‘sopra’ il rosso.

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  13. Gentilissima e volenterosa Pandora,

    perdoni l’ardire, ma a costo di passare per uno scorbutico professore di liceo dalla matita rossa facile, mi sento in dovere di correggere la sua versione; ma non per pusillanimità, quanto per ristabilire il senso di un passo molto importante per gli studiosi dell’Arte.

    “…L’uno mostra, dalla nota sommità, una pelle dorata, che puoi prendere come principio,
    l’altro, quale onere dovrai sopportare.

    La soglia è infatti custodita da belve con le corna rivolte verso i piedi* che tengono lontano chi temerariamente s’avvicina, seppur con molta fatica [con gran dispendio d’energia]; solo l’insegna di Diana e le colombe di Venere addolciranno la loro ferocia. Se i fati ti chiamano.

    *cornupedis →Il toro cornupète, è l’animale che che rivolge le corna verso i suoi piedi (mantenendo etimologia della parola “cornupète„, che viene dal latino “cornupedis„ = corna al piede; l’espressione latina esatta è questa: “Bos Cornupeta”). Certamente qui, “il piede„ è la zampa del toro. Alcune monete romane rappresentano tori cornupètes, ove l’animale inferocito raschia il suolo con la zampa, la testa abbassata, in un atteggiamento ostile. In particolare tori cornupètes sono raffigurati sulle monete degli imperatori Augusto e Vespasiano.)

    Fraternamente,

    Frà Cercone

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  14. … se posso aggiungere qualcosa, mi è tornata in mente un’altra mia ruvida traduzione letterale del ‘Veni creator Spiritus’ (inno sul quale ho fatto qualche riflessione qui http://chemyst.wordpress.com/2010/06/06/veni-creator-spiritus/ ):
    “Accendi il lume ai sensi, infondi l’amore ai cuori, indebolisci i nostri corpi, che consolidi con fortezza costante. Respingi il nemico a lungo, e dona subito pace, con te che conduci davanti eviteremo ogni danno”
    … non sembra simile, o quanto meno consonante?

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  15. Cari Ospiti tutti,

    sono davvero contento che qualcuno si sia cimentato con la traduzione del brano del President D’Espagnet !!
    In particolare, vorrei complimentarmi con Pandora: la sua traduzione è molto bella e porta alla luce molte considerazioni, su cui – magari – sarà utile ritornare.
    Concordo con Frà Cercone e Chemyst a proposito di ‘inauratam‘; puo indicare sia una cosa dorata che non ornata d’oro; trattandosi di Giasone, si deve concludere che sia ‘dorata‘; anche se la traduzione offerta da Pandora è intrigante: si potrebbe dire, infatti, che il Vello d’Oro, in origine, proviene da una cosa ‘non dorata’…una cosa vile, insomma.

    La Nota tauromachica di Frà Cercone, poi, mi pare sensata: sono i tori – le bestie ‘cornupedi‘ – che tengono a bada quelli che, temeriaramente, si avvicinano al Vello d’Oro; il soggetto della frase è infatti espresso da quel ‘quae‘, che si riferisce proprio alle bestie. Per ciò che riguarda Diana, a mio avviso l’attributo di cui si parla si deve leggere al plurale (‘insignia‘): dunque le ‘insegne‘. E magari Pandora potrà approfondire meglio il senso araldico dell’insegna, espressa al singolare, o al plurale. Oso immaginare che quelle plurali sono quelle della Casata originaria (ma è un solo ‘signum‘), mentre quella singolare è quella del singolo appartenenete alla Casata (espressa da più ‘signa‘, tra cui quello della Casata).
    In ogni caso, il secondo Commento di Pandora mi pare degno del più grande interesse. Trattandosi di Fuoco Segreto, questo commento, da solo, meriterebbe un dettagliato approfondimento, sia simbolico che – magari – operativo. Chissà…ancora complimenti per il suo acumen…!
    Ringrazio anche Chemyst per il suo prezioso contributo: l’ultima nota a proposito del Veni Creatur Spiritus è decisamente evocativa! Attendiamo la traduzione del brano di Virgilio proposta da Pandora…e poi ne riparliamo.

    Resta da approfondire, inoltre, quella strana indicazione a proposito di quel ‘cormupetis‘, e il suggerimento preciso di Frà Cercone merita un’attentissima riflessione. D’Espagnet non scriveva nulla per caso…

    A questo proposito, rilancio: ma se di Colombe si è spesso parlato, qui ed altrove,…chi ha mai sentito parlare delle ‘insegne’ di Diana ?

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  16. Caro Capitano,
    ripromettendomi di ampliare il discorso, volevo lasciare ai lettori una immagine di Venere a dire il vero, ma penso sia abbastanza in tema (forse…).
    questo è il collegamento:
    http://img88.imageshack.us/f/venerev.jpg/

    Ancora Saluti.
    Tonneau

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  17. Caro Capitano, Caro Frà Cercone, Caro Chemyst e Caro Tonneau Rouge,

    devo ringraziare ognuno di voi perché adesso ho molteplici spunti, tutti interessanti, tutti da approfondire, e non vedo l’ora di farlo assieme a voi.
    Aggiungo un ulteriore spunto (sempre considerando le insegne di Diana), non so se centrato o meno, ma proviamo.
    La dea Artemide o Diana, come tutte le divinità molto antiche, ha numerosi emblemi, la falce lunare, arco, frecce e faretra, i cani, praticamente tutti gli animali (dall’orso ai leprotti) che scorazzano lieti nei boschi, al chiaro di Luna…tra questi c’è il cervo (o la cerva), animale particolarmente caro alla dea. Tra le tante leggende trovo intrigante quella della ‘Cerva di Cerinea’, che riporto velocemente dal web:

    “Nei pressi della regione di Cerinea viveva una splendida cerva, sacra ad Artemide, dalle corna d’oro e dagli zoccoli di bronzo (o argento, secondo altre versioni) che fuggiva senza mai fermarsi incantando chi la inseguiva, trascinandolo così in un paese dal quale non avrebbe più fatto ritorno.
    Eracle non poteva assolutamente ucciderla, poiché essa era una cerva sacra, e quindi l’eroe si limitò ad inseguirla. La frenetica corsa durò circa un anno, sconfitto in ogni tentativo di raggiungerla, non gli rimase altra scelta che ferire leggermente l’agile cerva con un dardo, e caricarsela sulle spalle per riportarla in patria.
    Lungo la strada del ritorno incappò in Artemide, infuriata con lui per aver ferito una bestia a lei sacra: ma l’eroe riuscì a placare le sue ire, ed ottenne da lei il permesso di portare la cerva ad Euristeo. Dopodiché, al leggiadro animale venne permesso di tornare a correre libero nelle foreste”.

    In Alchimia il ‘cervo fuggitivo’ ha un valore tutto speciale. Canseliet,da a pagina 211 dei ‘Due luoghi alchemici’ scrive cose degne di nota a proposito del Fuoco Segtreto, e nello specifico del ‘cervo sottomesso’ e del menisco lunare, due degli emblemi di Diana.
    Ecco un brano (pag. 216): “Si immagini un grande triangolo di forma isoscele capovolto sul vertice, come il simbolo dell’acqua nella chimica antica, con la base in alto curvata a semicerchio. Si apriva per formare, sul raggio verticale e mediano, un secondo triangolo molto più piccolo, chiamato ‘la testa del cervo volante’. Sotto questo geroglifico del solfo o Fuoco Segreto, la carta che copriva tutta la superficie dell’intelaiatura portava un viso giovanile circondato da raggi, poi, nell’angolo acuto inferiore, tra i pianeti e le stelle, il menisco lunare ‘verso il primo quarto’. Tutto raffigurava davvero perfettamente nei simboli e nelle proporzioni reciproche l’acqua e il fuoco. Questo meno importante rispetto a quella. Principalmente, insistiamo, la falce lunare ascendente, a sottolineare la condizione sine qua non d’esecuzione che Dio pose come ostacolo, spesso insormontabile, alla diabolica avidità degli indegni.
    E’ con lo stesso obiettivo di insegnamento ermetico che l’alchimista Jacques Coeur fece scolpire dei cervi volanti sul timpano della porta del salone, nel palazzo di Bourges”.

    Credo che tutto questo si possa collegare abbastanza, dato che sempre di Acqua e Fuoco si sta parlando, anche con il piccolo stemma del Mutus Liber indicato in precedenza, quello del Vulcano Lunatico.

    Spero di non aver fatto troppa confusione. A presto, a tutti voi.

    Pandora

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  18. Caro Frà Cercone,

    un grazie particolare per le correzioni alla mia traduzione, continui pure a usare la matita rossa come e quando le pare!
    Devo dire che l’idea di una pelle ‘non ornata d’oro’ (o meglio: ancora non dorata) intesa come ‘il principio’ (da prendere) mi allettava…così come la successiva frase riguardante l’onere da sopportare e dunque ‘la fatica’ da compiere, dopo, su quella stessa pelle. Sembrava avesse un senso operativo.

    Ma è più sensato tradurre ‘inauratam’ come pelle ‘dorata’, dato che a mostrarla dalla sommità del monte è proprio Giasone, ovvero colui che alla fine dell’impresa ottiene il Vello d’Oro.

    “…L’uno mostra, dalla nota sommità, una pelle dorata, che puoi prendere come principio,
    l’altro, quale onere dovrai sopportare”.

    Tuttavia posso sempre considerare quella pelle ‘il principio’ da prendere, anche se è già dorata e non più vile, perché in fondo si tratta sempre della stessa cosa in momenti diversi dell’Opera, no? Fulcanelli (Il Mistero delle Cattedrali, pag. 280), parlando a proposito del bassorilievo del Toson d’Oro, dice infatti che la Pietra dei Filosofi (inizio) e la Pietra Filosofale (fine) sono simili per specie ed origine. E merita ampia riflessione ciò che Fulcanelli scrive di seguito a proposito della Quercia e della spoglia aurea dell’Ariete (trovata appesa alla Quercia), così come della galla e del Kermes.

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  19. Che dire, Pandora? Immagino un francesissimo Canseliet, nei modi e nella pronuncia, pronunciare le parole ‘cervo fuggitivo’ come ‘servò fusgitivò’… Oggi mi sento ‘giocoso’, ma prometto che mi metto a tradurre Virgilio, cercando di evitare matite rosse e rimbrotti vari…
    Abbiate pazienza, tornerò anche su Cornupedis e Cornu petis, appena riesco a tornare nell’apposito angolo di lettura nel mio studio…
    Alla Proxima (Centauri)

    Chemyst

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  20. Caro Capitano,

    Seguo il suo consiglio, tuttavia, mi sovvengono alla gola due parole due, Fedeltà e Fermezza, …sempre.

    saluto e, ringrazio tutti.

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  21. Caro Capitano,

    ho provato a tradure il passo dell’Eneide…

    Dal VI libro dell’Eneide:

    “Vix ea fatus erat, geminae cum forte columbae ipsa sub ora viri caelo venere volantes,
    et viridi sedere solo. Tum maximus heros maternas agnovit aves laetusque precatur:
    “este duces, o, si qua via est, cursumque per auras derigite in lucos ubi pinguem dives opacat
    ramus humum. Tuque, o, dubiis ne defice rebus, diva parens”.

    Traduzione:

    “Aveva appena parlato, quando (ecco) venire dal cielo una coppia di colombe volanti sotto lo sguardo dell’eroe , e sedere (posarsi) sul verde suolo. Allora il sommo eroe riconobbe gli uccelli materni e lieto supplica: ‘Oh, Siate guide, se in qualche modo la via c’è, e dirigete il corso attraverso le arie nel bosco sacro ove il prezioso (aureo) ramo ombreggia il fertile terreno. E tu, oh dea genitrice, non abbandonarmi nelle vicende incerte”.

    Aspettando impaziente la traduzione di Chemyst (che conosce il latino molto meglio di me), sottolineo alcuni passaggi: la coppia di colombe viene ‘dal cielo’ e si posa sul ‘verde’ suolo. Enea supplica le colombe di fargli da guida nella Via, attraverso ‘le arie’ (aria), guidandolo nel sacro bosco ove si trova il Ramo d’Oro che ombreggia il ‘pingue’ terreno (la terra grassa).

    Intanto medito sulla Colombe di Diana “avviluppate inseparabilmente negli eterni abbracci di Venere”…il cassettone 9 ne le Dimore Filosofali riporta le due Colombe posate su un terreno roccioso, e i volatili sono decapitati.

    Pandora

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  22. Mon Captain,

    di questo passo dell’Eneide, citato e strombazzato (“ebuccinatus” … direbbe Maier, ohibo!) a ogni piè sospinto, mi ha sempre incuriosito, quella locuzione di cui nessuno parla: IPSA SUB ORA.

    Perché Virgilio, profondo conoscitore delle segrete cose, al punto da essere assunto come guida niente meno che da Dante, usa proprio quelle parole, che letteralmente significano “SOTTO LE BOCCHE STESSE” per dire “proprio sotto lo sguardo”, come la cara Pandora, giustamente traduce?

    Fraternamente,
    Frà Cercone

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    • Carissimo Frà Cercone,

      lei mette il dito nella piaga… Abbiamo ‘chattato’ per un’ora buona ieri in proposito: per quanto suoni ‘logico’, resta il fatto che SUB regge l’ablativo, ed esiste un termine Ora – orae che significa lembo, orlo, ma anche lembo di terra e, come secondo significato, gomena. Mi pare che quella radice Or- sia la medesima di Oros, montagna, territorio (orografia) e questo mi fa tornare (tanto per cambiare) in mente Maier e i suoi… monti.
      Sembra, a naso, un passo pieno di ‘cose’: abbiamo un Cielo, una Terra, delle colombe di Venere che partono dalla terra, vanno in cielo e si posano su un suolo, per di più VERDE.
      Come dice lei, Virgilio doveva essere un profondo conoscitore delle ‘segrete cose’.
      un caro saluto

      Chemyst

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  23. Caro Chemyst,

    eh si, una chiacchierata proprio su quell’IPSA SUB ORA, che ci ha lasciati comunque dubbiosi.
    En passant, nella mia traduzione ho dimenticato di tradurre IPSA, quindi così com’è non va molto bene…

    Tornando alla frase, seguendo Chemyst le colombe si trovano IPSA SUB ORA ovvero ‘sotto la stessa porzione’, ‘sotto lo stesso lembo’ in cui si trova anche l’eroe Enea. ORA come orlo, margine, spiaggia e, appunto, lembo di terra o di cielo.

    Chemyst, perché scrivi che “le colombe partono dalla terra” e poi vanno in cielo?

    Pandora

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  24. Miei cari,

    premesso che SUB con l’accusativo indica luogo, per lo più con verbi di moto, come in questo caso ove “columbae venere volantes” e significa: sotto, in, a, presso, vicino, ai piedi di… continuo a ritenere che qui ORA sia da leggere come sostantivo neutro e accusativo plurale di OS.

    Sorridendo, vostro,

    Frà Cercone

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  25. “Adde Sulfur Naturae, cuius granum & fermentum Mercurius quidem in se habet, quantum sibi sufficit; sed fac ut etiam aliis sufficiat. Multiplica itaque; Sulfur illud philosophorum invisibile, quousque exprimatur lac virginis; tunc prima tibi patet ianua.”

    Mi interrogo sul dativo aliis. Affinchè basti per le altre “operazioni”, “aggiunte”?. Oppure agli altri Mercuri? COme hanno notato un po’ tutti i pellegrini, è un passo formidabile.

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  26. Caro Capitano e caro Frà Cercone,

    per la serie ‘dilettanti allo sbaraglio’ vorrei esporre un pensiero che mi è balenato ieri notte. La frase IPSA SUB ORA come ‘Sotto le stesse bocche’ mi ha fatto riflettere sul significato alchemico della ‘bocca’ e mi è venuto in mente il termine francese ‘gueule’ in italiano simile a gola (il femminile francese è ‘gorge’), a sua volta legato all’antro, alla caverna.
    E come colore il rosso. Ricordo alcune considerazioni interessanti legate al colore rosso e alla ‘gola’ su un vecchio thread nel quale si discuteva dello stemma di Fulcanelli (presente nel retro copertina de ‘Il Mistero delle Cattedrali’). Ma il rosso è anche colore dominante del piccolo scudo del quale ho già fatto cenno qui, in uno dei primi post, lo stemma che orna il petto del Vulcano Lunatico nel Mutus Liber, ed è ‘di rosso al crescente montante d’argento’. Ma forse lavoro troppo di fantasia e non c’è collegamento tra la ‘gola’, il rosso e la ‘bocca’ indicata da Frà Cercone, nel qual caso invito tutto gli amici di Cerca a non tener conto di questo post.

    Pandora

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  27. Molto bella questa discussione…piena di spunti e di curiosità…Quando poi si discute di Vulcani Lunatici, di Miti e di Alchimia, non riesco proprio a trattenermi dall’intervenire… 😉
    Tanto per rintuzzare ancora un pò il Fuoco (ma ce n’era proprio bisogno?) ecco un breve estratto tratto dalla mitologia concernente Efesto-Vulcano (lunatico?) che per ragioni di tempo prendo velocemente da wikipedia:

    “Efesto si prese la sua vendetta su Hera (che lo aveva gettato giù dall’Olimpo) costruendo e donandole un magico trono d’oro che, non appena ella vi si sedette, la tenne imprigionata non permettendole più di alzarsi. Gli altri dei pregarono Efesto di tornare sull’Olimpo e liberarla, ma egli si rifiutò più volte di farlo. Allora Dioniso fece in modo di ubriacarlo e lo riportò indietro legato sul dorso di un mulo. Efesto acconsentì a liberare Hera, ma solo dopo che gli venne concessa in moglie la dea dell’amore Afrodite”.
    Proprio simpatica l’idea di Dioniso…non trovate?

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    • In effetti mi viene da tornare più volte su quanto detto dalla cara “Gaelica curiosa” a proposito del Vulcano Lunatico. Le fasi del’Opera, è indubbio, sembrano tra loro ASSAI simili. Del resto il buon Ruland ci parla di “separatio a substantia puriore”.

      Il “vent” e la luna montante mi fanno pensare a sublimazioni/circolazioni, cui alluderebbe anche il monticello calpestato dal claudicante Vulcano. In una “confusione” spero non eccessiva, mi ha poi colpito la rilettura del sesto capitolo dell’Introitus. Qui ritornano molte cose: c’è lo zolfo estraneo da scacciare e quindi un’indispensabile separazione, poi le colombe di Diana (necessarie, che forse muiono al primo volo), e persino un’ allusione al Trevisano. Ahi, le vesti nere del sovrano..

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  28. Cara Pandora,

    metti in campo degli spunti davvero “succosi”…
    A proposito di gola et similia, mi viene in mente un passo di Cyliani in merito al combattimento dove il nostro coraggioso alchimista infilza la gola del Drago.

    Saluti, Tonneau

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    • Caspita, Tonneau, la tua osservazione mi sembra… folgorante! La spada, immagino, sarà d’acciaio o comunque d’un ferro molto ben temp(e)rato. E mi riporta ad una immagine di Basilio Valentino, esattamente la III, che il nostro buon Capitano in un lontano altrove commentò così: “Come in ogni immagine proveniente dall’iconografia alchemica, la splendida tavola di De Bry mostra molti particolari di raccordo: evidentemente il nostro Dragone si nascondeva nella ‘Silva’ alle sue spalle, sovrastata dal Castrum, che domina tre casette; quanto al tesoro che ogni Dragone degno di questo nome nasconde, Basilio ce lo mostra già evoluto, già ‘risolto’, per la gioia di chi vuole intendere il combattimento del gallo e della volpe; i due antagonisti se le danno di santa ragione, mentre il dragone pare immobile, quasi sofferente…”. Ha qualcosa, fra le fauci, il nostro Dragone…

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      • Ha qualcosa, fra le fauci, il nostro Dragone…

        Eh si, sembra la “lancetta” di Marte! Ma non siamo forse qui piu avanti, all’inizio della Prima Opera? Come ho già accennato, trovo similitudini tra due “inizi”: la preparazione del Magnete e il combattimento tra drago e chevalier… Ognimodo anche qui servirà qualcosa per temperare la contesa tra i due attori.
        Spesso il cavaliere ha il “bouclier”, lo scudo. Che cosa sarà mai?

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  29. Cara Pandora,
    in una mia ricerca personale, ho trovato una piccola curiosità sempre sulla “bocca”. In greco si dice “stoma”, se non erro, ed in un testo del 1675 si legge:”Si dide Acciaio da gli Italiani, e da i Greci Stomoma, dalla parola Stoma, che vuol di Bocca…”. Penso sia interessante non credete? Comunque potrei aver detto una stupidata.

    Tonneau

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    • Caro Tonneau,

      che dire… quel testo che hai segnalato contiene un’inesattezza, ma credo (al solito) voluta, per richiamare la nostra attenzione a non fidarsi del significato superficiale delle parole. Ecco infatti cosa dice (sintetizzo) il Rocci alla voce Stoma: bocca, ma anche viso, sguardo, faccia. Non finisce qui: oltre a ‘foce, imboccatura’ è anche ‘il filo della lama’, ossia il medesimo significato del latino ACIES. Bello vero? Una singolare ‘convergenza’, e chissà perché mi torna in mente la raccomandazione del Capitano intorno al rileggere il metodo di tempra dell’acciaio…
      Saluti!

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  30. Cher frére,

    benritrovato!

    Il vostro sentito e accorato richiamo alla Natura della nostra Opera non può che scaldarci il cuore! Tra le molte cose dette desideriamo richiamare l’ultima, che punta il dito su un fatto di singolare importanza: l’Amante dell’Arte non è uno spiantato, un “fallito” della vita, ma spesso dietro gli pseudonimi si celano persone di grande se non grandissimo rilievo sociale, successo e, perché no, capacità economica. Citate D’Espagnet, ma aggiungete pure Flamel, per arrivare allo stesso Fulcanelli!

    Perché ci preme sottolinearlo? Facile, perché aiuta a puntare il dito da una angolatura nuova e forse insolita verso il fatto che l’Alchimia è Arte realistica, pratica, lontana da ogni mistica devozionale. Non è il “cerotto sul cuore” di certe pratiche benevoliste, sicuramente belle, nobili e poetiche, ma “cosa altra” rispetto alla via della Natura.

    Purtroppo oggi, e concordo con Voi nell’analisi di fondo che è verosimile segno del degrado intellettuale in cui versiamo, troppo spesso si mettono in concorrenza da una parte l’avidità materialista, plutocratica ed azionista moderna, e dall’altra un socialismo poetico di amore civile e benevolenza tranquilla e remissiva, riduzionista. Senza voler giudicare sull’una o altra scelta, che Voi ben sapete che a noi è indifferente il giudizio morale, desideriamo sottolineare solo che l’Alchimia è cosa diversa da queste semplificazioni antitetiche o supposte tali.

    Essa non si cura della ricchezza materiale, non cerca di possedere, come bene dite con grande dettaglio. Ma essa non è nemmeno partigiana della scelta riflessiva o sottomessa, pacifista o chi ne ha più ne metta. Essa si trova un una sua realtà propria, attiva ed operativa, positivista e contraria al sogno. La sua poesia è il lavoro, il suo sogno la veglia notturna, la sua estasi il risultato tangibile ed utilizzabile che esce dal crogiuolo.

    Anzi, ci pare giusto sottolineare che proprio l’eccessivo mentalismo moderno, analitico e sezionatorio, le sono altrettanto nemiche il sincretismo devozionale, bhaktico e le derive mistiche.

    Da questo deriva che l’Arte non può mai essere un toccasana per le ansie esistenziali delle persone, non è una medicina per una vita dai successi parchi o dai fallimenti ampi. Non è un modo per uscire dal triste anonimato di chi nasce e muore senza alcun atto degno di nota nel frammezzo, o almeno da lui percepita in tal modo. Dicono gli antichi autori che per fare l’alchimista bisogna essere dotato di mezzi materiali e mentali, di posizione sociale adeguata, perché altrimenti non si hanno i mezzi per compiere l’opera. L’alchimia segue il successo mondano, non lo concede. Il fatto che spesso grandi amanti dell’Arte sono persone, come abbiamo già accennato, di successo nella vita profana, e tengono all’anonimato anche per questo, in quanto nulla hanno da guadagnare, da prendere, da tesaurizzare o possedere, come dite così bene voi, dall’Arte, ne è operativo testimone!

    Vi prego di perdonare questo mio risveglio momentaneo, ma data la levatura ed importanza dell’argomento, mi sentivo puntare il dito sul problema, che nella storia sappiamo avere condotto su strade aride e infruttuose, se non addirittura dannose, molti cercatori animati di buona volontà.

    Pace agli uomini benvoluti

    vostro rispettosissimo e devotissimo lettore

    ptah

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  31. Gentile Ptah, una parte del suo messaggio fa davvero sorridere…Dopo le vie secche e quelle umide, c’è anche la via “borghese” e benestante …Suvvia.

    Secondo il suo “metro”, Canseliet sarebbe un “fallito della vita “: non era dirigente d’azienda, nè di banca, nè un professionista qualsiasi di grido. E la lista di Alchimisti umili e “invisibili” socialmente parlando è davvero lunga….

    No, sono cose davvero troppo differenti : traghettare la forma mentis di un certo uomo moderno , arraffone-arrogante e con una bella carta di credito, in ambito alchemico, è decisamente comico.

    Fulcanelli poi…forse neanche è esistito. Dujols era “solo” un libraio, Champagne un pazzoide un po’ alcolista e spiantato…

    Non cerchi di salvare il suo personale attaccamento a certe “vanità” all’interno di una visione ermetica seria. E guardi che non c’entrano nulla visioni “mistiche ” e spirituali dell’esistenza ( profondamente rispettabili, comunque ).

    Inoltre : più si “ha” ( in termini mondano/materiali ), più si vorrebbe avere…e si ha sempre meno tempo per lo studio e l’eventuale pratica. Per cui diviene necessario semplificare la propria esistenza…

    L’Alchimia, quella vera e non da operetta, spinge AUTOMATICAMENTE a divenire prudenti, umili, silenziosi . Ciò che si fa nella vita profana, sia il postino o il farmacista o il manager d’azienda, NON CONTA PIU’ NULLA.

    Sul piano economico poi, a meno che non si sia dei senza-tetto, non è necessario chissà quale benessere ( a meno che non si voglia foderare d’oro e diamanti il corridoio che precede il Laboratorio..)….diversamente, c’è qualcosa che non va nella nostra concezione. Anzi, spesso proprio presso coloro che “credono” di “essere importanti” nella vita profana ( vita ben lontana da ciò che cerchiamo ) è difficile rinvenire qualcuno appena appena adatto a seguire certi percorsi. Troppo ego e troppe auto-illusioni.

    Riassumendo : 1) il portafoglio deve essere pieno Q.B…ovvero Quanto Basta.

    2 ) L’Ego Puzzone devve essere svuotato il più possibile ( passo impossibile per certuni…)

    3) Il Cuore devve essere colmo di una Vibrazione sconosciuta ai pesanti materialisti…anche quando si entra in Laboratorio.

    Geronimo, detto “lo spillo”…

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  32. Cari Amici,

    con la bella scoperta di Tonneau Rouge e la precisazione di Chemyst sul significato di Bocca- Stoma – Acies – Acciaio, credo siano tornate in mente a tutti le varie rappresentazioni di Santi o Cavalieri che ammazzano draghi dalle fauci spalancate. Questi Santi e questi Cavalieri hanno spade temprate o lance poste sul fuoco e ‘rese rosse fin quasi al bianco’. E infatti Chemyst ci invita a riflettere sul metodo della ‘tempra’ delle spade, con particolare riferimento alla loro immersione ‘nell’acqua’.

    Eppure Frà Cercone ha insistito su IPSA SUB ORA come ‘Sotto le stesse bocche’. Bocche, plurale.

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  33. Santi e cavalieri che noi vediamo combattere nelle turbolenti fluttuazioni della incandescente materia del nostro crogiuolo, sempre pronti a operare un sogno senza mai esserne posseduti.

    Certamente un degli aspetti più difficili della nostra opera resta nella combinazione di essere da una parte capaci di vedere draghi, pulzelle da salvare e cavalieri bellicosi in un “banale” crogiuolo, e dall’altra restare con i piedi per terra, operatori reali in un mondo reale, mai vittime del sogno.

    Il nostro nuovo mondo non è un sogno ma una tangibile realtà, ammantata dall’odore della mirra.

    con affetto

    ptah

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  34. Il problema è che ci sono tanti che “sognano” anche con un crogiuolo funzionante…

    Sarebbe poi bello scoprire qual è il “mondo reale”, magari armandosi di pazienza e indagare con umiltà e profondità quanto dicono le escatologie e le metafisiche tradizionali di tutti i tempi e di tutto il mondo…

    Geronimo

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  35. Caro Capitano,

    leggendo ‘L’Alchimia spiegata sui suoi testi classici’ di Canseliet ho scoperto che l’immagine di pag 32 è quella del frontespizio dell’Entrata aperta al palazzo chiuso del Re di Filalete, versione latina stampata a Modena nel 1695, e proprio su questa pagina è riportata la frase di Virgilio sulle Colombe di Venere, ecco la frase in latino: “Geminae Columbae & Maternae Aves. Virg. lib. 6, AEneid. Multi fundum si profundum laborando inveneris crede mihi habes totum unde beari poteris”.

    Cercando nel web ho trovato l’immagine, eccola:
    http://www.tpissarro.com/alquimia/mercurius-f.htm

    Un volenteroso traduttore potrebbe aiutarmi?

    Il dio alato + il globo, visti come un tutto, formano un globo-crucifero, dato che lui ha le braccia aperte e forma una croce con il suo corpo.

    e sopra la testa la scritta: Mercurius de Mercurio…’Il Mercurio dal Mercurio’.

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  36. Cara Pandora,

    per fortuna hai postato il link all’immagine… comincio a credere che anche tu, ormai avanti nel Sentiero, inizi ad elargire piccole ‘trappole’ (ma forse era involontario… 😉 ).

    Il testo che circonda sui due lati il Mercurio dell’immagine in effetti dice:

    “MUNDI fundum si profundum…” (ecc.): In questo caso è facile (!) tradurre così:

    “Se il fondo profondo del mondo per mezzo del lavorare troverai, credimi, hai tutto di cui potrai bearti”

    Al solito, la mia traduzione è volutamente poco ‘stylish’ per tentare di conservare assonanze e costruzioni.

    Comunque, cosa intendiamo per ‘Mundus’? Senza percorrere qui il fil rouge che conduce sulle rive del Nilo, riporto ciò che si legge nel Calonghi:
    “Mundus: 1. corredo di abbigliamento (dal greco kòsmos), oggetti di toeletta, acconciatura e per senso traslato utensili, strumenti, corredo.
    2. ordine cosmico, universo, mondo. in casi particolari, assume significato di ‘corpi celesti, cielo’: ad es. in Cicerone mundus lucens, il cielo lucente, e (guarda un po’) Virgilio, mundus arduus (cielo arduo… questo è interessante). Altri significati: Globo terrestre. Mondo infernale. Umanità.

    Anche ‘Fundus’ riserva qualche sorpresina: significa naturalmente ‘fondo, limite’, ma anche ‘podere, tenuta’. E deriva dal verbo fondare (Fundo-as -avi -atum -are) che significa 1. porre le fondamenta 2. tener fermo, saldo, assicurare.

    Subito sotto (già… 😉 ) c’è Fundo -is, fusi, fusum, fundere, a noi più congeniale anche se lontano semanticamente da Fundum: sta per versare, spargere, sciogliere, liquefare, formare, bagnare, stendere, coricare, sdraiare, sconfiggere, lanciare, emettere dalla bocca, pronunciare.

    Profondo, a sua volta, assume significato di profondo, sotterraneo, infernale, ma come sostantivo anche quello di profondità, abisso, il suo contrario eccelso, ignoto, e, dulcis in fundo, segreto.

    Buon divertimento con le varie sostituzioni…

    Chemyst

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