Dreams

Emozioni

Camminando nel Bosco si percepiscono emozioni; talvolta è gioia, talvolta è smarrimento.

Riprendo in mano un libretto amato e poco conosciuto dai più, ricco di indicazioni operative: l’autore, l’alchimista Gratianus, le offre per l’appunto con Grazia, intercalandole a sogni curiosi.

Ecco la pagina del sogno che la mano del caso ha aperto oggi:

Andai a letto molto presto quella sera ed ebbi un sogno non appena mi addormentai.

Mi trovavo su di un altopiano circondato da ogni lato da montagne con cime innevate. Percorrevo un sentiero in terra battuta pieno di massi e di buche. Intorno la vegetazione era scarsa: solo cespugli e qualche ciuffo d’erba.

Ciò che caratterizzava quel percorso era la presenza di statue di terracotta che si incontravano ai bordi o al centro della strada o poco lontano tra la bassa vegetazione: raffiguravano uomini e donne di tutte le età, appartenenti a varie epoche storiche e di molteplici nazioni.

Tutte quelle statue parevano costruite per rappresentare la vita quotidiana nelle più disparate situazioni: il loro aspetto era così vivo che non mi sarei meravigliato se improvvisamente si affiancassero a me per accompagnarmi lungo il percorso. Purtroppo gli mancava l’anima.

Assorto in queste considerazioni arrivai nel punto in cui il sentiero iniziava a scendere verso il basso. Stremato dal lungo cammino che avevo lasciato alle spalle, decisi di fare una sosta.

Da quel punto potei osservare la vallata sottostante nella quale sarei sceso di lì a poco. Notai che a metà del fondovalle convergevano nel sentiero principale – quello che stavo percorrendo – altri tratturi provenienti da direzioni diverse. Anche le statue in terracotta non mancavano ma erano molto più diradate rispetto a prima.

Ripresi il cammino verso il basso.

Quella breve sosta mi rese consapevole dello stato di prostrazione fisica in cui mi trovavo: avevo le piaghe ai piedi, facevo fatica a respirare, lo zaino era diventato troppo pesante e le sue cinghie mi tormentavano le spalle.

Rallentai sempre più il passo e mi sarei fermato nuovamente se non avessi visto un altro viaggiatore, non molto lontano da me, che stava percorrendo un sentiero parallelo al mio.

Aveva il viso contratto per lo sforzo ed era in preda, forse, ad allucinazioni: parlava ad alta voce sottolineando le parole con una gestualità eccessiva.

La lontananza non mi permetteva di udire cosa stesse dicendo, ma dalle rare parole che il vento portava sino a me compresi che aveva perduto la fiducia di sè, la speranza nella vita e la fede nel cielo. Quell’uomo, ad un tratto, iniziò a procedere sempre più lentamente sino a fermarsi al bordo del sentiero. Notai che, da quando s’era arrestato, pronunciava le parole con estrema lentezza e così anche i movimenti della sua gestualità rallentarono. Pochi istanti dopo lo vidi immobilizzarsi: si era trasformato in una statua di terracotta.

Spaventato ma deciso a non terminare il mio cammino in quel tratto di sentiero, reagii scattando in avanti, affrettando i passi. Raggiunsi il crocicchio dove si incontravano tutti i sentieri per fondersi in un’unica strada. Imboccai questo nuovo percorso senza prendermi una sosta per timore di trasformarmi in teracotta.

Accompagnato da tristi pensieri, cercai di usare con parsimonia le poche forze a disposizione. Ora procedevo con estrema lentezza, senza più guardarmi attorno e con lo sguardo fisso sul sentiero.

Avevo già percorso un centinaio di metri, quando sentii alle mie spalle un calpestio di passi.

Mi voltai. Due viaggiatori avanzavano rapidamente lungo la strada: avevano lo sguardo rivolto alle montagne.

Mi vennero vicini e mi sorpassarono senza accorgersi dei miei cenni di saluto e dei richiami a voce alta. Intenti come erano a descrivere con parole forbite la bellezza delle cime innevate, che non cessavano un istante di guardare, non si erano accorti di me.

Non tentai neppure di seguirli. Ero troppo spossato per farlo. Il mio procedere rallentò ulteriormente. Poco dopo, avvertii ancora dei passi. Mi voltai. Era un altro viaggiatore che procedeva solo. Questa volta mi fermai ed attesi. Non passò molto tempo e mi raggiunse. Dopo lo scambio di saluti, iniziammo a discutere di filosofia. Era estremamente colto ed aveva la capacità di scoprire in ogni pensiero filosofico aspetti che non avrei mai intuito. Parlatore instancabile, piacevole, ebbe il merito di distrarmi. Lo ascoltavo estasiato.

Fu così che arrivammo al termine di quella strada, che proseguiva immettendosi in uno stretto viottolo pietroso che terminava sul bordo di un precipizio.

Più avanti i due che mi avevano sorpassato stavano già percorrendo la stadicciola. Notai che il loro modo di procedere con lo sguardo rivolto alle vette innevate gli impediva di vedere il pericolo a cui andavano incontro.

La mia attenzione, ora, si era divisa tra le parole del mio amabile conversatore e l’osservazione dei due che si avvicinavano sempre di più al precipizio.

Cercai di comunicare al compagno di viaggio il pericolo che correvano quei due viaggiatori davanti a noi, ma senza alcun successo. Preso dal suo disquisire non sentì le mie parole.

I due erano orami a pochi metri dal precipizio e fu allora che con tutta la voce che avevo in corpo li chiamai per avvertirli del pericolo. Ottenni che si voltassero più volte nella mia direzione, ma avendo lo sguardo sempre rivolto verso le vette, non si accorsero di me e del mio compagno.

Radunando le ultime forze rimaste, mi lanciai in avanti correndo, gridando e sbracciandomi per attirare l’attenzione. Tutto questo fu inutile: poco dopo li vidi precipitare nell’abisso sottostante. Gli occhi mi si riempirono di pianto. Singhiozzai come un bimbo.

Quando il compagno di viaggio mi raggiunse compresi che non si era accorto della tragica sorte di chi ci precedeva. Il troppo impegno nel disquisire gli aveva impedito di vedere quel terribile incidente!

Arrivammo in prossimità del precipizio. Più volte avvisai ad alta voce il compagno del pericolo. Quando fummo in prossimità dell’abisso lo afferrai per gli abiti.

Infastidito per l’interruzione dei suoi ragionamenti, si voltò verso di me imprecando. Lo lasciai per evitare di essere colpito da un manrovescio. Riprese il suo cammino e un istante dopo, sull’orlo dell’abisso, mise un piede nel vuoto. Mentre cadeva ebbi il tempo di afferrarlo ancora una volta per gli abiti: pur essendo sospeso nel vuoto continuava a rincorrere le sue parole. Ancora una volta imprecò contro di me cercando di liberarsi dalle mie mani che lo tenevano sospeso nell’abisso. Dopo qualche istante l’abito si lacerò e lo sventurato precipitò senza averne la consapevolezza.

Ero disperato. Iniziai a piangere, rimproverandomi di non essere stato abbastanza convincente con quei tre viaggiatori.

Quando mi ripresi, notai poco lontano un altro viandante. Era un cieco che avanzava battendo il bastone sui sassi e le buche del sentiero. Mi precipitai verso di lui.

Il cieco, giunto sul ciglio del precipizio, battendo il bastone nel vuoto, cambiò direzione. Frenai la mia corsa e rimasi ad osservarlo. Quell’uomo, saggiando il terreno, procedette a fianco del precipizio con passo sicuro per un lungo tratto.

Fu allora che notai uno stretto sentiero intagliato nel fianco della roccia che portava in basso. Il non vedente con l’aiuto del bastone aveva individuato il percorso che mi avrebbe salvato. Poco dopo scendevo nella valle preceduto dal cieco.

La gioia di quel momento mi causò il risveglio.

(da Gratianus, “Incontri con il Maestro – Introduzione all’Alchimia operativa“, 2000 – Promolibri Magnanelli)

E, con lo stesso stupore di questo sogno così vivido, ripenso ad un incipit di un capitolo dell’ Introitus Apertus di Philalethe:

Somniant quidam chemicolae ignari totum opus à principio ad finem meram esse recreationem jucunditate plenam, laborem verò extra huius artificii cancellos ftatuunt; atqui sua tutò fententia fruantur. In opere, quod tam facile fibi affinxerunt, messe fané inanem ab otiosa sua operationem metent.

Se la edizione latina di Langius del 1667 è secca nella sua chiarezza, la versione inglese di Cooper del 1669 è leggermente più esplicita, per quanto singolare:

Some ignorant Chymists do Dream That the whole Work from the beginning to the end, is a meer Recreation, full of pleafantnefs; but the Labour they fet afide, without the bounds of this Art. But let them fafely enjoy their own Opinion in a Work which they have imagined to be so easie; certainly they will reap but an empty Harvest, from their idle Operation.

che potrebbe tradursi più o meno così:

Alcuni Chimici ignoranti sognano di fatto che l’intera Opera dall’inizio alla fine, sia una mera Ricreazione, piena di piacevolezza; ma mettono da parte il Lavoro, al di fuori dei limiti di quest’Arte. Ma lasciateli godere con sicurezza della loro Opinione in un’Opera che hanno immaginato essere così facile; certamente non raccoglieranno che un vuoto Raccolto, dalla loro inutile Operazione.

Per chi volesse esser più curioso, segnalo che ‘Labour‘ può indicare anche un ‘Travaglio‘, e che ‘idle‘ ha anche il senso di ‘non attivo‘: l’italiano lo traduce addirittura con ‘in folle‘! Ovviamente, pensando ad un motore senza l’innesco dato dal ‘cambio‘.

Penso che occorra imparare a Sognare, di nuovo: è un altro percepire, un altro vedere. C’è il sogno vero – che è uno stato a metà tra la veglia ed il sonno profondo – messaggero di verità nascoste, cui allude forse Gratianus, ed il sognare ad occhi aperti, con la testa ben accesa; è il sogno ingannevole indicato da Philalethe. Stessa parola, signa diversi…

 

Raffaello - Il Sogno del Cavaliere; ca. 1500, National Gallery, Londra

Raffaello - Il Sogno del Cavaliere; ca. 1500, National Gallery, Londra

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8 Responses to “Dreams”

  1. caro Capitano,
    ho pensato spesso, leggendo quel sogno, che con ogni probabilità una di quelle statue di terracotta potrei essere io. E forse anche più fortunato di chi cade allegramente nell’abisso, credendo di ‘esserci quasi’… Che tristezza! E non per il mancato raggiungimento del ‘target’, ma per l’abbandono del viaggio. E quanto alla fessura, poi… bisogna ‘accecarsi’ per scorgerla! Certo la Dama è esigente, e il sentiero impervio…

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  2. Ci sono studi interessanti sui sogni direzionati. Nel senso che prima di addormentarsi o al momento del risveglio a volte anche anticipato … si possono chiedere delle risposte a domande profonde..
    Le risposte saranno simboli, allegorie o storie ed a volte incontri mitici che rivelano spesso verità profonde che riguardano il contatto con l’essenza della vita, con il senso trascendente della vita. Consiglio: librettino e penna di fianco al letto e buona notte…grazie 🙂

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  3. Nel sogno hai incontrato una guida profonda che ti ha indicato un cammino per comprendere il senso della morte.
    L’illusione del precipizio e invece la continuazione in un sentiero, addirittura scoperto da un cieco…
    Non può essere la vista o i sensi comuni ad indicarti la strada per questa intuizione o per alcuni un’esperienza in vita, ma è un’altra indagine quella che devi percorrere…. le statue possono rapppresentare per te che cosa pensi della morte…o forse che cosa credi di essa.

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  4. Dormire è la miglior meditazione dice il Dalai Lama.
    😉

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  5. Gentile Capitano,

    sentirla parlare di Sogni in maniera così profonda mi conforta, anche se, nel caso specifico del sogno di Gratianus, ha ragione Chemyst nel ‘rabbrividire’ pensando a quanto sia facile cadere nell’abisso…se non si hanno occhiali, lanterna, bastone e buone orme da seguire.
    Alcune persone ‘vedono’ attarverso i sogni. Vedono compiersi azioni, vedono persone, vedono luoghi che poi si materializzano nella realtà.
    Questo perché il Sogno apre possibilità precluse alla veglia, è un dolcissimo ‘luogo di mezzo’ nel quale la persona addormenata attiva facoltà che sono a loro volta addormentate quando lui è sveglio. Bello, no? Per ‘svegliare’ una parte di noi, abbiamo bisogno di addormentarci…

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  6. Mon Captain,

    traggo le note seguenti saccheggiando a piene mani gli scritti del caro amico Giosué Auletta, (Il Crocevia delle Fate, Roma 2005, infra), che spero non me ne vorrà.

    Santa Palomba, l’antica Albunea.
    Gli antichi Latini credevano che ogni Luogo avesse un suo Spirito, il “Genius Loci”cioè una divinità tutelare, profondamente legata alla natura del territorio, che perpetua la storia e la memoria locale … Il Genius Loci di Santa Palomba, l’antichissima Albunea, si chiamava Fauno (la Voce) ed era un oracolo che aveva la sua sede nel bosco sacro di Albunea, presso un antico crocevia … dove è stato trovato anche il santuario delle Fate Latine.

    Virgilio, nell’Eneide, scrive che venivano da tutta l’Italia per consultare, sognando, l’oracolo di Fauno nella grotta a lui dedicata, uno dei luoghi più sacri e venerati della latinità: Albunea. La voce di Fauno, che conosceva i misteri della natura e della vita, fu messa a tacere dai Romani quando, nel IV secolo a.C. sconfissero i popoli latini. Da allora la Natura non parlò più o non siamo stati capaci di ascoltarla. …

    Scrive Virgilio (En. VII, 81-89):

    “Il re, in preda all’ansia, decide di consultare l’oracolo di Fauno, il fatidico genitore, nei boschi sacri della profonda Albunea che si manifesta con l’acqua della sacra sorgente tra esalazioni fumanti di zolfo. Da tutta l’Italia vengono qui per avere responsi nel silenzio della notte, dopo essersi distesi sulle pelli degli animali sacrificati. E’ necessario addormentarsi per entrare in comunicazione con le divinità infernali attraverso la visione di strani fantasmi e l’ascolto di svariate voci.”

    Il luogo si trovava all’incrocio delle vie che collegavano Ardea e Roma, Lavinium e Albalonga … era una valle profonda, una vera discesa agli inferi, in mezzo alla Selva Laurentina dove ribollivano le acque di un lago alimentato da effervescenti sorgenti sulfuree, ancora attive. Il colore dell’acqua sulfurea, torbida e bianca (alba) aveva dato il nome alla località di Albunea. …
    Le grotte naturali, nella profonda depressione di Albunea, sembravano le bocche spalancate di un mondo infernale, che ribolliva nel sottosuolo. In una di queste grotte risuonava ( ed ancora risuona) una sorgente sulfurea. Il suono dell’acqua sorgiva era amplificato dalle pareti di tufo e veniva interpretato come uno strano linguaggio della natura. …
    L’impressionante suggestione del luogo, infatti, rendeva possibili esperienze soprannaturali di oniromanzia che attraverso il sonno ed il sogno mettevano in comunicazione il mondo dei vivi con il mondo dei morti: la sapienza degli antenati rifluiva dal passato al presente annullando la dimensione del tempo che impediva la comunicazione diretta tra le generazioni.

    L’animatore del bosco era il selvatico Fauno, la Voce. L’oracolo di Fauno si manifestava come il Fato, il destino inesorabile che non può essere cambiato. Il destino, tuttavia, non è altro che la rivelazione della nostra natura più profonda e, secondo la mentalità latina, non può essere svelato da nessun intermediario. Nel bosco di Albunea, infatti, non c’erano sacerdoti o sibille. La conoscenza del Fato, o destino fatale, poteva essere soltanto il risultato di una esperienza personale. Il sonno introduceva ad una forma di conoscenza onirica che non corrisponde alla verità di una realtà oggettiva ma alla sapienza: il sogno svela la realtà che siamo e sentiamo.

    Albunea educava i Latini a sognare, cioè a conciliare saggezza e follia, sentimento e ragione, logica e fantasia. … Il destino dell’uomo è legato alla vita e alla morte ed era assegnato, al momento della nascita, dalle tre Fate, o Tria Fata di Albunea. All’oracolo di Fauno, infatti era associato il santuario delle Fate Latine, divinità fatali e protettrici dei nascituri, che si chiamavano Parca, Nona e Morta.

    Il Destino delle Fate Latine era irremovibile come i tre impressionanti monoliti di tufo che portavano i loro nomi. Il Destino coincideva con la Fortuna, che, in latino significa “ciò che si porta” (fors da fert). La fortuna, intesa come destino, era il carico personale di bene e di male che le Fate Latine assegnavano ai neonati come un peso da portare fino alla morte. …

    Con la denominazione romana del Lazio, al culto del primordiale e selvatico Fauno, l’imprevedibile e incontrollata divinità di Albunea, si sovrappone il culto dell’eroe per eccellenza: Enea, l’interprete degli dei. Enea, nel crocevia di Albunea, [il crocevia delle Fate], era venerato come il Lare, il divino protettore di un territorio dove si erano incrociati i destini fatali di città latine come Ardea, Lavinium, Alba Longa, Roma.

    Voglio condividere con lei queste “divagazioni” perché le ritengo belle, istruttive e interessanti. Il senso della Latinità, delle nostre vere e più profonde origini, è andato perduto: crediamo di discendere dagli Etruschi e dai Romani ma, come vede, non è solo così, c’è di più, molto di più.

    Fraternamente,

    Fra’ Cercone

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    • Mio caro Frate,

      la sua proverbiale ‘cerconeria‘ ci porta stavolta un vero tesoro di sapienza.
      Ringraziarla per la sua dolce perizia e per l’amorevole desiderio di condivisione sarebbe di fatto compiere un atto solo formale.
      Lascio ai lettori di questo piccolo ‘anfratto‘ virtuale scoprire i fili incantati che reggono il sogno di cui andiamo parlando. Mi permetto di porre in evidenza questa ben strana coincidenza tra i due scritti, la quale pare indicare un ‘cader sopra o dentro‘:

      “…all’incrocio delle vie che collegavano Ardea e Roma, Lavinium e Albalonga … era una valle profonda, una vera discesa agli inferi, in mezzo alla Selva Laurentina dove ribollivano le acque di un lago alimentato da effervescenti sorgenti sulfuree, ancora attive. Il colore dell’acqua sulfurea, torbida e bianca (alba) aveva dato il nome alla località di Albunea. …
      Le grotte naturali, nella profonda depressione di Albunea, sembravano le bocche spalancate di un mondo infernale, che ribolliva nel sottosuolo. In una di queste grotte risuonava ( ed ancora risuona) una sorgente sulfurea. Il suono dell’acqua sorgiva era amplificato dalle pareti di tufo e veniva interpretato come uno strano linguaggio della natura. …
      L’impressionante suggestione del luogo, infatti, rendeva possibili esperienze soprannaturali di oniromanzia che attraverso il sonno ed il sogno mettevano in comunicazione il mondo dei vivi con il mondo dei morti: la sapienza degli antenati rifluiva dal passato al presente annullando la dimensione del tempo che impediva la comunicazione diretta tra le generazioni.

      Una Via, Una Res, Una Dispositione“:…non era questo che raccomandavano tutti i Maestri d’Alchimia?…questo tourbillon di immagini, e di suoni, e di parole, questo andirivieni di Fata e Viandanti, sembrano tutti indicare lo stesso crocevia. Sarà lì che il Fato attende gli umili cercatori?

      Lo sapremo solo camminando sin lì…si te Fata Vocant!

      A lei, sempre birbone, non posso che tirare le orecchie…ma con un gran sorriso!

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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