L’insostenibile légèreté di Sulphur e Mercurius…

In quest’inizio del 2011 mi capita spesso di riflettere sull’eterno gioco delle parti dello Zolfo e del Mercurio; leggendo e studiando i libri dei Maestri si resta talvolta stupefatti di come i due Principia alchemici possano danzare una singolare sarabanda, talvolta scambiandosi i ruoli. E si pensa che i Maestri siano volutamente ingannevoli. Chi è arrivato al Laboratorio, scopre spesso – con identico stupore – che non è così. Madre Natura non opera in base alle nostre concezioni così schematiche. I due Principia sono due attori indispensabili, ma la loro origine resta sempre una: lo Spirito Universale.

Il Grand Jeu della manifestazione si dipana sotto i nostri occhi ogni giorno, e si fa beffe del nostro povero rigore.

Debbo ad un mio Amico caro, l’Elfo Noldor che si avventura per il Bosco incantato della Dama, musico delizioso e sapiente, la segnalazione di un brano che mi ha molto colpito: si tratta dell’esecuzione in forma magnificamente divertita della Ciaccona del Paradiso e dell’Inferno, di un anonimo italiano del seicento, da parte dell’Ensemble Arpeggiata. Lo propongo qui come ritrovamento dell’eterno gioco tra Zolfo e Mercurio, tra Maschio e Femmina, tra Luce e Tenebre, tra Paradiso ed Inferno. Lo trovo delizioso: non soltanto per la maestria dei musici, ma anche per la leggerezza, l’allegria e la spontaneità di cui ogni artista, di ogni Arte, dovrebbe sempre esser capace. Tanto più nei nostri tempi di oggi, ove spesso per non perdersi nei labirinti della ragione impazzita, si corre il rischio di erigere altri muri della nostra prigione dorata.

Questo il testo del brano:

O che bel stare è stare in Paradiso
Dove si vive sempre in fest’e riso
Vedendosi di Dio svelato il viso
O che bel stare è star in Paradiso.

Ohimè che orribil star qui nell’inferno
Ove si vive in pianto e foco eterno
Senza veder mai Dio in sempiterno
Ahi, ahi, che orribil star giù nell’inferno.

Là non vi regna giel, vento, calore,
Che il tempo è temperato a tutte l’hore
Pioggia non v’è, tempesta, nè baleno,
Che il Ciel là sempre si vede sereno.

Il fuoco e ‘l ghiaccio là, o che stupore
Le brine, le tempeste, e il sommo ardore
Stanno in un loco tutte l’intemperie
Si radunan laggiù, o che miserie.

Havrai insomma là quanto vorrai
E quanto non vorrai non haverai
E questo è quanto, o Musa, posso dire
Però fa pausa il canto e fin l’ardire.

Quel ch’aborrisce qua, là tutto havrai
Quel te diletta e piace mai havrai
E pieno d’ogni male tu sarai
Disperato d’uscirne mai, mai, mai!

O che bel stare è star in Paradiso
Dove si vive sempr’in fest’e riso
Vedendosi di Dio svelato il viso
O che bel stare è star in Paradiso.

Troppo spesso dimentichiamo come lo studio e la pratica d’Alchimia debba esser Gioia ed allegria: anzi, più si va avanti nel proprio cammino, e più si dovrebbe esser capaci di riscoprire di essere bambini dentro, e che i bambini conoscono alla perfezione come danzano Zolfo e Mercurio.

 

Le Cerf et la Licorne - <i>De Lapide Philosophico</i>

Le Cerf et la Licorne - De Lapide Philosophico

Buoni preparativi per la prossima Primavera

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11 Responses to “L’insostenibile légèreté di Sulphur e Mercurius…”

  1. caro capitano,
    quella femmina che prima era maschio?!! o no?
    ma che in qualche modo ha il maschio dentro, e viene continuamente in-formata dal maschio che la sposae e lei diventa maschio per poi ri-diventare femmina di nuovo eccetera eccetera…? o no?
    ma non manca qualcosa in tutto questo danzare, ovvero, ciò che permette la ballatta ?
    capitano devo accendere il fuoco, non vedo l’ora di vedere, mi preparerò, devo farlo, secondo me è l’unico modo, no.

    seguo i suoi conscigli nel leggere e rilegere, rilegere, rilegere..
    spero di non aver preso fischi per fiaschi…
    grazie per tuttto.

    ps. sono, sento la passione la sento.

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    • Caro anto-az,

      sì,…quella; …o quello. Faccia lei…
      Dalle sue parole emerge una gran voglia di ‘fare‘; questo è bello.
      Sì, per la ballata forse manca qualcosa: è sotto gli occhi di tutti, e bisogna trovarlo.
      Ma usi sempre calma e si dia tutto il tempo che vuole: il cammino è lungo, lungo….ma lungo. Entrare in Laboratorio non è cosa da poco.
      E prender fischi per fiaschi farà sempre parte del gioco. Ed è anche per questo che il gioco, quel gioco, è bellissimo.

      Non dimentichi mai, soprattutto, che il Laboratorio dell’alchimista è il Regno di una cosa che non è nostra, né mai potrebbe esserlo: il Sacro.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  2. Caro Anto-az,
    il famoso “clic” del passaggio c’è ormai stato e tutti gli innamorati guardano trepidanti il viaggio delle stelle che nel firmamento corrono verso il periodo in cui “tutto può accadere”.

    Buon per Lei!!!

    un saluto
    Tonneau Rouge

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  3. La grande Opera passa attraverso la creazione del Cinabro elemento che la natura realizza in migliaia di anni,ma che attraverso l’alchimia in laboratorio puoi creare in poche ore,procedendo poi al suo processo fino al contatto con il profondo essere spirituale.
    Zolfo dalla terra del vulcano e le sue profondità al mercurio il regalo che il cosmo ha voluto fare agli esseri umani inviando dal cielo gli elementi per evolversi. E’ anche un’allegoria della creazione e del contatto con gli esseri che vivevano nelle caverne e attraverso il fuoco hanno potuto fare il primopasso evolutivo della coscienza. Ora tocca a noi e così che il Destino Antico vuole…
    Zolfo e mercurio mescolati per ottenere un nero lavagna con scintillii metallici… da lì poi il sale …ecc.

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  4. Caro Captain Nemo,

    che dire? Grazie per le belle parole, sono anche stupito dell’accostamento del brano dell’Arpeggiata alla ‘danza’ di Zolfo e Mercurio, che però, appena l’ha fatto, mi è parso palese, anche se il mio suggerimento di questa esecuzione di Jaroussky & C. era solo per farla divertire. Chissà, magari inconsciamente l’ho suggerito, senza motivo apparente, proprio perchè lei poteva indicarne un significato, un ‘senso’… la Musica è strana, ha i suoi modi, proprio come l’Alchimia.
    A proposito, la Ciaccona è una danza… ;-). A proposito, è in tempo ternario.
    Saluti dal Bosco!

    L’Elfo

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  5. Mon Captain,
    son corvi o colombe gli augelli che mi sembran svolazzar tra gli alberi?
    Frà Cercone

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  6. Caro Frà Cercone,

    …è un modo birbonesco per indicare il fatto che sia in Prima Opera che in Seconda c’è un particolare svolazzar d’ali, seppur di diverso ‘piumaggio’?

    Pandora

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  7. Cara Pandora,

    ci viene insegnato che nell’Opera vi sono quattro putrefazioni, ma non sempre vi è uno svolazzar d’ali….
    Nel mare senza fecce risiede l’uccello di Ermete, che mentre sale e scende continuamente dal cielo in terra, divora le proprie ali per addolcirsi… Vi sono uccelli bianchi che si dibattono nelle fronde degli alberi, ove alloggia anche un corvo che sembra addormentato.
    Per non parlare delle aquile, dello sparviero e dell’avvoltoio, che divora il fegato dello sfortunato Prometeo.
    Fraternamente,
    Fra’ Cercone

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  8. Caro Frà Cercone,

    grazie per la precisazione iniziale, è utile.
    Purtroppo non riesco a seguire ‘il volo’ di tutti questi uccelli, se non in maniera approssimativa. Filalete, in riferimento all’uccello di Ermete, ma parlando a proposito delle Aquile, avverte che lo si può chiamare ora Oca, ora Fagiano…
    Nella pergamena di Ripley ritrovo i versi dal lei citati:
    “The Bird of Hermes is my name,
    eating my wings to make me tame.
    In the Sea withouten lesse
    standeth the Bird of Hermes:
    eating his wings variable,
    and thereby maketh himselfe more stable…”

    ‘In the sea withouten lesse’ molti lo traducono ‘nel mare pulito’, ma lei scrive ‘nel mare senza fecce’ e in effetti la parola ‘lesse’, moderno ‘lees’, significa anche feccia (di vino, per la precisione). Un’altra considerazione forse inutile quanto la precedente è che di solito ‘to tame’ viene tradotto con ‘domare, addomesticare’, ma lei usa la parola ‘addolcire’, che è simile nel senso, ma non uguale.
    A proposito di volatili che addolciscono: anche la coppia di Colombe di Diana, ne parla il Capitano in un altro post, ‘addolcisce’ il rabbioso Cane di Corascena.
    Ho esposto alcuni miei pensieri alla rinfusa, non avendo chiaro ogni riferimento alchemico corrispondente ai vari ‘birds’, non mi dilungo oltre, adesso.

    Buona serata,
    Pandora

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    • Cara Pandora,

      mi permetto di entrare in punta di piedi per sottolineare che gli umani camminano con i piedi, ed i volatili volano con le ali…gli uomini sono tutti uguali, anche se hanno colori di pelle diversa, come gli uccelli che hanno livree di diversi colori…e forse quando i Maestri indicano tutti questi uccelli, lo fanno per qualche semplice motivo. Un’Aquila, per esempio è tale perchè – pare – è l’unico volatile in grado di fissare il Sole con gli occhi, e vola a grandi altezze, nidificando su cime rocciose e talvolta innevate. Ma è in grado, da Regina dei rapaci, di piombare veloce su ciò che intende ghermire…e poi torna, con la preda tra gli artigli, lassù…dove gli uomini non possono arrivare. Vi sono casi in cui il colore caratterizza, altri in cui il carattere viene espresso dalla caratteristica di specificità. Sembra un ossimoro, lo so…ma forse dobbiamo imparare anche – tra le tante cose nuove – a volare liberi…

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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