A Python’s Looking-Glass…

La rappresentazione prediletta dagli alchimisti della loro Materia Prima è il famoso Dragone, il custode del tesoro: e tanto più un tesoro è agognato, tanto più quel drago assume sembianze via via più terribili, per esprimere sia il pericolo del combattimento tra la bestia ed il cavaliere, sia l’aspetto ripugnante del corpo di cui è l’immagine figurata: scaglie, fiato velenoso, fiamme e fracasso, colorazione infernale, e via dicendo. L’immaginazione degli illustratori ha evidentemente trovato un terreno fertile, ispirandosi o alle fiabe o – talvolta – agli incubi dei sogni più spaventosi. Quest’ultima ipotesi pare essere stato il caso dell’anonimo illustratore di un manoscritto del XVII secolo di origine tedesca – qualcuno dice addirittura Rosa Croce – conservato alla Beinecke Library (ms. Mellon 110) :

Python

Python, Ms. Mellon 110 - courtesy Beinecke Library, Yale University

Decisamente, pur nel suo orrore, l’immagine colpisce molto: è evidentemente una rappresentazione che sottolinea la valenza mercuriale di quest’orrendo corpo, indicata dagli stivali rossi alati e dalle ali ugualmente rosse poste dietro le orecchie nere del volto dello spaventoso vegliardo. Ma questo mercurio pare ben racchiuso all’interno del mostro, pur essendone in qualche modo il padre ed il figlio; anche il Python, infatti, ha un paio d’ali, proprie, più grandi, e raffigurate come qualcosa di più essenziale, più spirituale rispetto all’aspetto ben ripugnante del mostro scaglioso. E’ curioso notare come l’artista abbia colorato di nero il petto che racchiude la testa, e di un colore rosato, quasi dorato, più gradevole agli occhi ed allo spirito, la lunga coda: questa si attorciglia in due nodi attorno al collo grigio ed al collo dorato, mentre pare tentare di allungarsi, senza riuscirvi, verso il becco da cicogna della terza testa, dal collo più scuro: la cicogna, si sa, porta i bimbi dal cielo, ed il futuro pargoletto è chiaramente indicato dal suo simbolo filosofale. Le tre teste, a parer di tutti, indicano lo Zolfo, il Mercurio ed il Sale. Si potrebbe commentare ancora a lungo quest’immagine, prendendo spunto da quel che si vede: ma è un utile esercizio che ogni studente può certo svolgere secondo le proprie idee e convinzioni.

Tuttavia, tanto per dare a Cesare quel che è di Cesare, occorre ricordare che l’immagine originale – naturalmente in bianco e nero – è tratta da un’incisione su legno proveniente da un’opera di scuola italiana, molto divertente e suggestiva; si tratta di Giovan Battista NazariIl metamorfosi metallico et humano di Gio. Bat. Na. Bre., nel quale si contengono quattro sogni, il primo de’ quali è della tramutatione sofistica de’ metalli; il secondo della tramutatione reale, o alchimica pur de’ metalli; il terzo della tramutatione fisica de corpi humani; et il quarto della tramutatione spirituale in Christo. Di nuovo dato in luce a utile & commodo d’ogni curioso ingegno, in 4°, in Brescia a Istanza di Francesco Marchetti, al Segno dell’Ancora, 1564 [qui].

Di Nazari non sappiamo praticamente nulla, se non che forse fosse Notaro in quel di Brescia e che scrisse diversi trattati di contenuto diverso dall’Alchimia; il volume del 1564 fu seguito dall’edizione del più famoso Della Tramutatione metallica sogni tre di Gio. Battista Nazari Bresciano; nel primo d’i quali si tratta della falsa tramutatione sofistica; nel secondo della utile tramutatione detta reale usuale; nel terzo della divina tramutatione detta reale Filosofica. Con un copioso Indice per ciascun sogno degl’Auttori, & Opre ch’anno sopra ciò trattato., pubblicata a Brescia nel 1572 per i tipi dei Fratelli Marchetti [qui]. Il testo, che i critici dicono essere in qualche modo ispirato alla Hypnerotomachia Poliphili, narra evidentemente del solito ‘sognar‘ dell’autore, dell’incontro con sapienti (probabilmente il conte Bernardo) e ninfe varie, che lo introducono in scenari estremamente allegorici allo scopo di indicargli la cattiva e la buona via: un classico tòpos alchemico. En passant, ci sarebbe da chiedersi da quale contesto alchemico Nazari avesse tratto ispirazione, fermo restando che alcune parti del trattato sono naturalmente rielaborazioni da opere precedenti e conosciute.

Tornando all’orrido Gallinaccio dipinto quasi due secoli più tardi nelle zone del basso Reno, credo sia utile leggere quel che ne scrisse Nazari in Della Tramutatione Metallica Sogni Tre (Click sulle immagini per ingrandire):

Il Gallinaccio

Della Tramutatione Metallica Sogni Tre, 1572 - Sogno Terzo

Il Gallinaccio

Della Tramutatione Metallica Sogni Tre, 1572 - Sogno Terzo

ll testo, come si vede, racconta – more solito – dell’origine, stato e possibilità di quel corpo immondo e senza valore che è spesso chiamato Chaos dei Saggi: l’amabile donzella, cui come sempre l’autore si rivolge per aver lumi, spiega che la Gallina, il Gallo e l’Uovo sono, pur disgiunti, un’unica cosa; questo mistero, che avvolge da sempre il cuore delle operazioni alchemiche, fa naturalmente a pugni con ogni possibile nostro ragionamento; eppure è a causa di questo mistero, che è di fatto la straordinaria qualità di un preciso corpo che si deve ottenere all’inizio dei lavori, con l’ausilio di Madre Natura, che l’Alchimia si stacca perentoriamente dalla chimica e dalla spagiria. Una preziosa indicazione, non comune nei testi più conosciuti, è quella fatta proprio dallo stesso mostruoso Gallinaccio:

“Il mio padre, & mia madre, mi hanno generato, & io di prima generai quelli. Io son padre, & figliuolo; io son madre, padre & figliuolo; io son invisibile quando volo, e impalpabile quando fuggo per aria: ma toccandomi son visibile, e palpabile: adunque conosci me & occidi me, & sappi che di spada, o d’altra arma non posso morire; ma presentandomi il risplendente specchio, per me stesso m’occido, onde poi se in foco mi nutrirai, per fina che sian prima i membri miei in altra forma mutati, & poi il corpo mio purificato dal mortale veleno; e poi quando il corpo, l’anima & il spirito insieme vedrai congiunti: allora sarai maggior del mondo. Chi mi ode, & non intende, consuma il viaggio, la fatica, & spende il tempo senza altro fine.”

La prima edizione (“Il metamorfosi…“) riporta con maggior chiarezza il seguito della frase evidenziata, proveniente dalla seconda edizione (“Della Tramutatione…“):

“…ma con il mio risplendente specchio per me stesso occiderai, & in fuoco mi nutrirai, per fina che li membri miei & corpo mio, saranno in altra forma formate, & il corpo mio purificato dal mortale veleno. Allora il corpo, l’anima & spirito insieme saranno congiunti…”

Pare insomma che il Dragone, o Gallinaccio che dir si voglia, avverta che la spada non l’uccide (e qui è d’uopo una calma riflessione sulla famosa allegoria di San Giorgio), ma dichiara che muore da sé stesso per mezzo del ‘risplendente specchio‘. Questo speculum viene ricordato e sottolineato dal commento da parte di Paolo Lucarelli all’Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium di Ireneo Filalete (vide Opere – Ed. Mediterranee, pp. 143), in cui – parlando della Vergine – si dice:

“Malgrado il suo aspetto e le sue caratteristiche di apparente laidezza e inutilità, questa materia disprezzabile e di nessun valore, sarebbe già la Pietra Filosofale, almeno in potenza. Una Vergine Nera che è anche Diavolo e Drago. Nel simbolismo usato dai filosofi di cultura cristiana, si mostra, dopo l’Annunciazione, penetrata dallo Spirito, bianca, la terra bianca fogliata, pudica dinanzi all’Arcangelo con la mano che poggia su un libro aperto.

L’apertura del libro, l’acqua che sgorga dalla roccia, l’uccisione del drago che libera la fanciulla prigioniera, sono tutte rappresentazioni simboliche dell’operazione che si deve compiere inizialmente su questa materia misteriosa, libro chiuso che diventa, per l’iniziato che riesce ad aprirlo, lo specchio in cui apprenderà tutti i segreti del macro e microcosmo.”

Ireneo Filalete, con la sua perfidia, terribilmente onesta e soavemente pericolosa, al Capitolo VII – Prima operazione. Preparazione del Mercurio Filosofico per mezzo delle aquile volanti – aveva fornito la sua ‘recipe‘:

Si prenda del nostro Drago igneo, che occulta nel suo ventre l’acciaio magico, quattro parti; del nostro magnete nove parti. Mescola insieme per mezzo del torrido Vulcano in forma di acqua minerale su cui galleggerà una schiuma che va rimossa. Getta l’involucro, scegli il nucleo, purga per tre volte per mezzo del fuoco e del sale; sarà facile se Saturno avrà visto la sua immagine nello specchio di Marte.

Nella edizione inglese, edita da William Cooper, questo specchio è chiamato Looking-Glass, ed è tradotto, correttamente nelle edizioni in latino, con la parola speculum. Ma talvolta dietro le parole apparentemente normali si celano piccoli segreti; non tutto può essere detto, ma tutti sanno che Lewis Carrol scrisse una straordinaria e sempre stupefacente fiaba, intitolata per l’appunto Through the Looking-Glass, and what Alice found there (qui). Si tratta del seguito della più famosa Alice’s Adventures in Wonderland (qui), in cui Alice entra – attraverso uno specchio appeso sul camino – in un mondo in cui tutto è speculare alla realtà della sua casa. Ma, si dice sempre, non tutto va sempre preso alla lettera…lo specchio mostra le cose in un modo semplice, ma con una caratteristica felicemente singolare: è un po’ l’idea proposta dal capitolo intitolato A Mad Tea Party, dove Alice pensa, erroneamente, che il Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina – senza dimenticare Dormeuse – stiano festeggiando il compleanno del Cappellaio; dopo un colloquio surreale, ma non per questo meno condivisibile, le viene rivelato che è decisamente molto meglio festeggiare il non-compleanno, l’un-birthday. Walt Disney, per parte sua, aggiunse la scena in cui il Cappellaio offre ad Alice la torta – ovviamente – del non-compleanno, una torta che è tratta dal suo magico cappello, e che indica con astuzia una possibile idea per iniziare a comprendere il delizioso enigma dello specchio. Ecco dunque, per concludere in allegria questo Post iniziato dall’orrendo Gallinaccio di Nazari, la scena memorabile:

Si sa, gli studenti d’Alchimia sono anche un po’ bambini, e spero vorrete perdonare questo mia piccola incursione nel magico mondo della fantasia. Fedele al gioco, non mi resta che augurare a tutti, da dietro un vecchio specchio inglese …

A Very Merry Unbirthday to You!

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9 Responses to “A Python’s Looking-Glass…”

  1. Mon cher Captain,

    Ah! Quelle ali a coda di pavone … mi spingono a condividere con lei e con i suoi incliti ospiti questo breve “Programma” di Filalete, posto ad epigrafe di “The Marrow of Alchemy …” nella rara edizione di Londra, “printed by A. M. for Edw. Brewster at the Signe of the Crane in Pauls Currch-yard 1654.”

    Programma.
    Inveni, accepi, purgavi, pondere justo
    Composui, inclusi faetum, debitoque calore
    Fovi, Expectavi, signa haecque in tempore vidi.
    Mox amplexa virum mulier, sua membra repenti
    Ictu disjunxit, sic sunt facta omnia pulvis.
    Obscuro tinctus sua membra dirempta calore
    Turgidus Exudat, volitatque per Aera fumus.
    Qui Condensatus generat nigredine Corvum.
    Saepe fluit liquidus, necnon durescit, & omnes
    Induit in toto quotquot sunt orbes colores
    Hunc Putrem aspersi Lymphato rore, lavando,
    Dum color albescens visus magis Ense coruscans.
    Canduit ad vices septem, lapis hic Paradysi,
    In Lunam tingens impurius omne metallum.
    Non tamen hic finis non non haec meta laborum:
    Invictus pergo, debitum retinendo Calorem
    Sanguineus quoadusque color, cum Sole metalla
    Infima sex aequans, vera haec tinctura Sophorum.
    Soli Deo Gloria.

    A bientôt vous voir,

    Frà Cercone

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    • Caro Frà Cercone,

      davvero grazie per la ‘perlina‘.
      Sono fiducioso che qualcuno non si fermerà al falso ostacolo del latino, e proverà a tradurre il ‘Programma’…per scoprire che Alchimia dice sempre le stesse cose, da secoli, con grazia e precisione.

      Captain NEMO

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  2. Caro Capitano, questo post, come si suol dire, capita proprio a fagiuolo…Uno dei miei ultimi acquisti è stato proprio il “Della Trasmutazione Metallica” in versione anastatica, mentre proprio in quest’ultimo periodo mi trovo a rileggere il primo tomo de “Le dimore filosofalì”, con le caritatevoli introduzioni del Canseliet. In queste ultime si discorre molto di Materia Prima, Vergine, ptero-draghi e aptero-draghi…c’è un bel passo, nella seconda introduzione, dove l’allora Discepolo si destreggia in un superbo assolo (mi si perdoni il termine rockettaro musicale) riguardante la Terra Fetida, nostro Letame, bava di Drago, alias Zolfo Nero, alias Sol Niger, alias schiuma: Ora, questo zolfo nero, questo agente filosofico, nasce dal mare ermetico ed appare, nel momento in cui più forte è l’agitazione delle acque, sotto forma di schiuma, che si alza, affiora, si addensa e galleggia in superficie. E’ la Nostra Venere, il nostro Corvo…Ora, caro capitano, quella breve scenetta di Alice da Lei postata, chissà perchè, mi ha fatto venire in mente che il Canseliet all’inizio della seconda introduzione, appunto, stava discorrendo del Vetriolo, icosaedro simbolico, Cristallo Sconosciuto, Specchio Dell’Arte….Il Cappello, o la coppella?…La torta ha l’aspetto di un cono rovesciato…o triangolo rovesciato…il mare ermetico…la candelina…il fuoco segreto…puff, bum….Mmmmm forse solo vaneggiamenti? Chissà…Un caro saluto

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    • Caro Operaalnero,

      in effetti quella Introduzione è molto bella ed interessante: quella fase così ‘cinematografica‘ che porterà alla apparizione dell’Isola di Delo è stata raccontata in mille modi; ma il fenomeno, pur con parole diverse, è probabilmente uno dei punti più delicati della Grande Opera. Per questo, e per altre ragioni, occorre meditare molto sul senso Filosofico dell’operazione, avvertendosi però di non fermarsi a ciò che la logica propone. Ognuno di noi, in quei marosi della mente, si aggrappa come può alle proprie certezze: le quali, temo, sono le più abili sirene che portano il fragile vascello verso il naufragio.
      Ciò che conta è la Verità: pur apparendo talvolta sotto i nostri occhi, non viene colta…e scompare. ‘En un clin d’œil‘, diceva Canseliet: In Ictu Oculi.

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  3. Caro Capitano,

    che dire? Innanzitutto grazie: grazie per questo prezioso post e per le preziosissime indicazioni. Spero davvero che arriverà il momento in cui esse ci ‘salveranno dal pericolo’ di veder scomparire tutto ‘in ictu oculi’. L’immagine è molto suggestiva, e magari di spunti ce ne sono ben più di uno sui quali commentare ed argomentare. Lo farò dopo, sicuramente sui miei appunti (nei quali i suoi post stanno assumendo piano piano la dimensione di un libro…) e forse, se consentito, anche qui.

    Ma oggi mi premeva dirle che ho colto il senso di urgenza con il quale ha pervaso il suo post, o almeno così l’ho percepito, per evitarci future brutte sorprese e cantonate. Magari è solo una soggettiva sensazione, oppure nulla accade per caso, e così arrivano a proposito le sue riflessioni. Ed ecco che, meravigliosamente, le chiose di Cercone ed Operaalnero sembrano quasi da lei previste e sapientemente evocate, a completare il quadro.

    Quanto al ‘falso ostacolo’, eccomi pronto. Cercando di non essere troppo ‘traditore’…

    Chemyst

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  4. caro capitano,
    credo lei si riferisca allo specchio reale..o giu di li.
    buon non compleanno anche a lei.

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  5. Maria Grazia Says:

    Capitano… aiuto per una neofita, una mano caritatevole…mi parli dello specchio…

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  6. Salve a tutti sono nuovo del blog, alle spalle ho qualche anno di letture ma considerando la mia giovane età, ho ancora tantissima strada da fare…non mi sento pronto per intervenire ma la butto li così, tornando allo specchio pensavo potesse riferirsi alla figura femminile, lo specchio d’ “acqua” la stessa acqua pura che sgorga dalla montagna , la stessa acqua nella quale purifichiamo la prima materia…

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  7. dimenticavo un saluto a tutti voi e in particolar modo al Capitano Nemo.

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