La Brouette et la Bougie…

”La dernière démarche de la raison est de reconnaître qu’il y a une infinité de choses qui la surpassent.”

Blaise Pascal, uno dei più eminenti scienziati e fine indagatore di cose misteriose, certamente fece uso del suo ragionare nel corso della sua vita. Come tutti i grandi uomini appassionati dalla ricerca, scoprì presto quali fossero i limiti obbligati, e forse per questo pericolosi, del ragionare ad ogni costo su ogni cosa. E’ tipico del saggio esplorataore riconoscere, con dolce umiltà, che vi sono regioni in cui solo il Cuore può avventurarsi, assieme all’Intuizione, sua mirata compagna.

Blaise Pascal

Blaise Pascal, (1623 - 1662)

Nato a Clairmont, precocissimo studente di matematica, sebbene autodidatta, Pascal entra in contatto con il fermento intellettuale dell’Académie di Monsieur Bourdelot, alias Pierre Pinchon:  l’accademia, supportata dal Principe di Borbone, diverrà il luogo deputato nel quale i ‘liberi pensatori‘ francesi, un po’ libertini ed un po’  filosofi, avrebbero gettato le fondamenta della futura Académie de France. E fu propro tramite Bourdelot, che all’epoca della Fronda emigrò rapidamente in Svezia, dove divenne il medico di fiducia della Regina Chistina, che Pascal regalò una delle sue famose Pascaline alla sempre inquieta Christina: essendo di salute cagionevole, Pascal inviò una lettera di omaggio – per la verità un po’ più di un semplice omaggio – assieme ad un Discourse consegnato a Bourdelot, in cui si spiegava l’uso della macchina calcolatrice.

La 'Pascaline'

Blaise Pascal viene ricordato da Fulcanelli nelle Dimore Filosofali per l’enigmatico Memorial, ritrovato cucito all’interno della sua giacca dopo la sua morte, in cui si testimonierebbe di una trasmutazione alchemica, a quell’epoca, per la verità, un evento piuttosto comune nell’Europa dei ‘Learned Men’:

Blaise Pascal, Memorial (1654)

L’an de grâce 1654,

Lundi, 23 novembre, jour de saint Clément, pape et martyr, et autres au martyrologe.
Veille de saint Chrysogone, martyr, et autres,
Depuis environ dix heures et demie du soir jusques environ minuit et demi,

FEU.

« DIEU d’Abraham, DIEU d’Isaac, DIEU de Jacob »
non des philosophes et des savants.
Certitude. Certitude. Sentiment. Joie. Paix.

Val la pena di notare che nel documento di Pascal, che per gli storici è il frutto di una sorta di visione mistica a seguito di un pauroso incidente sul Ponte di Neuilly, cui fortunosamente scampò, viene riportata poco avanti anche questa frase:

Dereliquerunt me fontem aquae vivae.”

Ma Fulcanelli – cui interessa evidenziare l’etimologia di ‘Chrysogone‘ (vide Demeures Philosophales, Tome I, nota pp. 130) –  aveva sottolineato in precedenza il suo disappunto a proposito dell’immagine popolare di Pascal, lamentandosi che lo scienziato fosse più conosciuto per essere l’inventore della ‘brouette‘ che per meriti ben più importanti. Come accade sovente, non tutti sono al corrente dei tanti contributi di Pascal al mondo della matematica, della fisica, della geometria e della filosofia; ecco il passo di Fulcanelli, il quale – in Les Demeures Philosophales, Tome I, pp. 76 – afferma:

“Il serai interessant de savoir pourqoi nos enfants, entre tant d’admirables découvertes dont ils ont sous les yeux l’application quotidienne, connaissent plutot Pascal et sa brouette, que les hommes de génie auxquels nous devons la vapeur, la pile électrique, le sucre de betterave et la bougie stéarique.”

Come ricorda lo stesso Adepto, la carriola non fu certo inventata da Pascal. Ma c’è da domandarsi, conoscendo il modo di insegnare di Fulcanelli, il perché di questo curioso passo ‘di costume’ all’interno del suo ponderoso trattato d’Alchimia.

Beauvais, Cathédrale Saint Pierre - Archivolte du porche septentrional - L'homme poussant une brouette (DP, Tome I, pp. 101)

Per quale motivo Fulcanelli, dopo l’amabile predica sulla falsa ‘carriola‘ di Pascal, sceglie di sottolineare il ‘vapore‘, la ‘pila elettrica‘, lo ‘zucchero di barbabietole‘ e la ‘bugia stearica‘? Si tratta certo di utili invenzioni, ma paiono davvero assortite in modo quantomeno bizzarro. Certo, è strano che ad una prima indagine si scopra che la bougie stéarique sia stata inventata proprio dal chimico Chevreul:

“En 1783, le chimiste suédois Carl Scheele (1742-1786) avait, dans le cadre de ses recherches sur le savon, fait bouillir de l’huile d’olive avec de l’oxyde de plomb et obtenu une substance au goût sucré qu’il avait appelée Ölsüss et que l’on connaît maintenant sous le nom de glycérine. En 1823, le chimiste français Michel-Eugène Chevreul (1786-1889), poussé par cette découverte, découvrit que ce ne sont pas les corps gras qui se combinent avec l’alcali pour former le savon, mais qu’ils sont d’abord décomposés en acides gras et en glycérine (ou glycérol). Chevreul est ainsi à l’origine de la théorie de la saponification. Ses études chimiques le conduisent à inventer la bougie stéarique (à base d’un acide gras particulier : l’acide stéarique) – notre bougie actuelle – qui remplace définitivement en 1825 la chandelle de suif”

E se ogni cercatore avrà ogni interesse a studiare in modo approfondito l’antico metodo per fare il sapone, come sottolinea Paolo Lucarelli in una nota de Il Mistero delle Cattedrali, resta aperta la questione della curiosa sequenza di invenzioni proposta da Fulcanelli.

Come sempre, occorre cercare ancora, e meglio. Una possibile pista utile per l’indagine viene suggerita dall’articolo di Eugène Canseliet intitolato ‘Alchimie et Magie‘ (numero speciale 11-12, La Tour Saint Jacques, luglio-dicembre 1957), dove il buon Maitre, a quasi trent’anni di distanza dall’apparizione della strana frase di Fulcanelli, getta un prezioso riferimento alla famigerata brouette; naturalmente, nel miglior stile tradizionale, lo fa parlando d’altro, riferendosi alla vecchia insegna della bottega Au Gagne Petit, della Parigi d’antan:

“Nous aimerions apprendre ce qu’est devenu ce gagne-petit, en tricorne noir, redingote rouge et bas blancs, appliqué à son art devant sa solide brouette et utilisant l’action magique des deux premiers éléments, du feu caché de sa meule et de l’eau rare, distribuée goutte à goutte par un gros sabot ?”

“Ci piacerebbe sapere che cosa ne è stato di questo morto di fame, in tricorno nero, redingote rossa, e brache bianche, dedito alla sua arte davanti alla sua solida carriola e utilizzando l’azione magica dei primi due elementi, del fuoco nascosto nella sua mola e dell’acqua rara, distribuita goccia a goccia da un grosso zoccolo

E’ evidente che Canseliet indica al lettore l’utilizzo dell’allegra Cabala Fonetica: e, per continuare il gioco, riporto le note dell’anonimo commentatore della traduzione italiana dell’articolo in questione, apparsa qualche tempo fa sul bel sito ZenIt (qui):

  • Il Francese gagne-petit è traducibile con ’morto di fame’ oppure, in argot, con ’arrotino’; a sua volta questo termine (correttamente rémouleur), gioca con ’rema’, che in greco significa testimonianza.
  • In greco brotos, assonante al francese brouette, significa sanguinario ed è soprannome di Marte.
  • Il francese meule è tradotto in greco con mìlias, termine simile a melas, che ha significato di sudicio, macchiato, nero e ancora a melo, significante oggetto della cura o della provvidenza.
  • Il francese sabot, traduce: zoccolo, vasca, trottola, puntale, cuneo, e nicchia. L’autore utilizzerà in seguito il significato di trottola.
Nota: Fulcanelli dedica alla meule un interessante commento – in Demeures Philosophales, Tome II, pp. 81 – grazie ad un cassettone del Castello di Dampierre intitolato ‘DISCIPLVS POTIOR MAGISTRO‘, di cui riporto un piccolo estratto:
La meule est l’un des emblèmes philosophiques chargé d’exprimer le dissolvant hermétique…Les alchimistes du moyen âge se servaient du verble acuer (aiguiser) pour exprimer l’action qui donne au dissolvant ses propriétés incisives…De cet ouvrage, quel est le maître? Evidemment celui qui aiguise et fait tourner la meule, c’est-à-dire le soufre actif du métal dissous.

Al di là del valore del suggerimento, appare chiaro il metodo, per così dire la chiave, con cui leggere molti passi di Fulcanelli: un termine francese, dal significato apparentemente innocuo, viene fatto risalire al greco (dorico), viene poi pronunciato nuovamente in francese ed accostato per assonanza ad un nuovo significato, prima nascosto.

Ritornando dunque alla bizzarra frase sulle invenzioni di Fulcanelli, segnalata da quella brouette improvvisamente bellicosa, ecco così emergere dei suoni più intriganti:

  • Vapeur = kapnòs, ma anche kòpros, per sterco.
  • Pile électrique = ptisso, da pistisso, per pestare; e electròn, ma anche elektòr, per sole.
  • Sucre de betterave = sàkcharon, per succo dolce, ma anche sabbia; e betterave è la barbabietola, una radice rosso porpora.
  • Bougie stéarique = indica il piattino porta candela, ma gioca anche con il francese boue, che indica il fango, la melma; e stear è il grasso.

Certo, molti si chiederanno il senso di tutto questo; ma non si deve dimenticare che gli alchimisti scrivono per chi già sa, e l’uso dei giochi fonetici ed allusivi è sempre esistito, inteso proprio come forma di comunicazione riservata a chi percorreva lo stesso cammino. Dietro la falsa carriola, dunque, quella brouette che serve per portare la boue,  ma che è anche un po’ un brodetto, si cela per qualcuno l’ammiccare di una massa rossastra ricca, un sole triturato come sabbia, un fumo che si leva da un corpo spregevole;  qualcuno potrebbe anche affermare che ‘la boue, c’est riche‘, o che ‘pile c’est le tric‘, memore delle prodezze di Rabelais; ma questi calembours, fors’anche eccessivi, ispirati dall’erudito Grasset d’Orcet, appaiono come suggerimenti dai contorni incerti, soltanto allusivi e mai conclusivi, mai – soprattutto – razionali, mai credibili sino in fondo. Eppure, li si ritroveranno persino in testi precedenti, in passi in cui pare impossibile che un autore serio possa mai provare a giocare con i suoni e con le allusioni. E tuttavia non bisogna mai dimenticare che i Maestri alchimisti, chiusi nei loro solitari laboratori, provano il profondo desiderio di dire, di comunicare, di scambiare le loro ‘trovate’, e che non resta loro, talvolta, che tornare dolcemente bambini; qualche volta li si incontra in un pubblico consesso, in un elegante salotto, di fronte ad una tavola imbandita, e li si immagina sentirli parlare – con innocente sussiego – della bougie stéarique, della pile électrique, di quant’è buono le sucre de betterave e del vapeur della bougie stéarique. Certo, all’ospite distratto sarebbe forse sfuggito il leggero alzarsi del sopracciglio, quella piccola sottolineatura del tono di voce, l’occhiata silente e furtiva, il sorriso appena accennato sulle labbra.

Signa, piccoli segni, intersignes direbbe un mio amico belga, accenni casuali, alla ricerca di compagni di viaggio.

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4 Responses to “La Brouette et la Bougie…”

  1. Caro Capitano,

    lascio una traccia di volata, fra un’alzata di sopracciglio e una girata del misto di funghi sul fuoco… proprio ieri rileggevo il passo delle Dimore in cui si cita ἀλέκτωρ, il Gallo, possibile assonanta con l’ elektor cui ha accennato nel post, del quale non trovo la traduzione in sole sul dizionario disponibile online, ma che cercherò di approfondire sul mio sempre più amato Rocci. Piuttosto, incidentalmente ἄβροτος sta per Divino… questo potrebbe suggerire qualcosa, forse?
    Sempre in attesa di cogliere l’alzata di ciglia davanti ad una tavola imbandita…

    Chemyst

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    • Caro Chemyst,

      lei ha visto giusto!…in effetti ἠλέκτωρ è un termine un po’ desueto, che indica – oltre che il gallo, cioé l’uccello che tradizionalmente annuncia l’arrivo imminente del sole – proprio il ‘sole raggiante‘, meglio ‘radiante‘. Credo sia stato Empedocle ad aver usato questo termine, nella sua accezione di ‘luminoso‘ e ‘scintillante‘ per definire uno dei quattro elementi, vale a dire il Fuoco.
      Elektra, figlia di Agamennone e Clitennestra, esprime proprio l’amore della figlia per il padre ‘solare‘. Da tutto questo, per le solite vie analogiche e di assonanza, si arriva poi al termine moderno di ‘elettricità‘, che figura la corsa di particelle ‘cariche‘ verso la loro controparte di valore opposto. Non vorrei addentrarmi in un ginepraio, ora, ma lo dico sottovoce: in effetti, secondo me, tutte le particelle, compreso dunque il famoso ‘elettrone‘ sono sempre e comunque apparizioni motivate e funzionali del progetto della Luce: lo spartito è sempre quello.
      Comunque in qualche vecchio dizionario si tova ancora ‘elektor‘ con il senso di ‘sole luminoso’: il vecchio Merriam-Webster lo riporta.
      Qui, se vuole, trova qualche riferimento al buon gioco di Fulcanelli su alektor – elektron.

      Approfitto per offrirle, in estratto, quanto dice Dujols, nel suo Hypotypose, nel suo commento alla Quarta Tavola del Mutus Liber:

      “…Questi due animali [l’ariete ed il toro] simboleggiano le due nature della Pietra. La loro unione forma l’Azim degli egiziani. L’Asimah della Bibbia, mostro ibrido che rappresenta l’oricalco, l’oryx di ottone o di bronzo, il toro di Phalaris o di bronzo, il vitello d’oro o di crisocolla che differisce, certo, dal similor di Mannheim ed ha qualcosa del mechior.
      E’ infine, insomma l’electrum dei poeti, ma bisogna comprendere bene questa parola in cui è rinchiuso l’arcano magico.
      Filalete insegna che l’oro degli ermetisti è, ad un certo punto, simile all’oro volgare.
      Aggiungeremo ancora che, secondo la Mitologia, la pietra divorata da Saturno si chiamava betulus che corrisponde, tutto somato, a vitelus, nome latino del vitello e che vitellus è il giallo dell’uovo. La pasta degli azzimi ne era il geroglifico. I sacerdoti della terra ai bordi del Nilo non toccavano mai i pani del sacrificio con uno strumento tagliente d’acciaio o di ferro. Sarebbe stato un sacrilegio. Da questa antica consuetudine rimane ancora l’usanza di spezzare il pane. Allo stesso modo, nel rito cattolico, l’officiante suddivide l’ostia con la patena dorata (piccolo disco d’argento o d’oro con il quale il celebrante cattolico copre il calice e sul quale deposita le particelle dell’ostia consacrate). Tutta questa logomachia (disputa sulle parole) nasconde il vermiglione (varietà di cinabro pulverulento) dei Saggi o amalgama filosofica del mercurio, dell’oro e dell’argento dell’arte, resa indissolubile dal flos coeli…”

      Sempre raccomandando l’uso del provvido granum salis, non mi resta ora che augurarle buon divertimento nella divertente caccia ai suoni e alle assonanze, possibilmente in francese!

      Sempre di buon cuore

      Captain NEMO

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  2. caro capitano,

    mi viene da chiedere se il gallo avesse la cresta, perche nel caso non l’avesse sarebbe una gallina….
    chissa se poi canta questa gallo la notte…?
    non so perche ma mi viene in mente anche venere.
    e poi poi quella mola del’arrotino…….a visto mai le scintille?
    sa, nel mio paese si dice come in francia.
    ho pochi attimi, ed una serie di problemi in famiglia, conto di riprendere a tempo.
    il mio gallo è un gran bugiardo non rispetta mai l’ora.

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  3. Caro Capitano,
    sto preparando una risposta più articolata, e anche disordinata, frutto di una incursione nel Rocci, il mio vocabolario di greco. Naturalmente ho trovato poi ἤλεκτρον, e significa AMBRA: un dato colorimetrico interessante, all’intero del suo discorso. Il nome dell’elettricità e dei vocaboli correlati è dovuto al fatto che i Greci notarono i primi fenomeni di elettricità statica legati a questo materiale. Poi ci sono altri significati, ma tutti interessanti… a presto!

    Chemyst

    P.S.: a proposito di ‘meule’: per intuizione, sfogliando il dizionario Francese online, mi è venuto in mente di cercare la traduzione di Moulu: significa (e credo sia etimologicamente correlato a meule) ‘pestato, tritato, polverizzato’. Non le pare divertente che un compositore fiammingo si chiami Pierre Moulu?

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