Mad Hatter’s Time…

A Mad Tea Party

A Mad Tea Party

Ricordo sempre con gioia quanto risate ci facemmo, io e Paolo Lucarelli, mentre seduti per terra come due bambini ci lanciavamo le battute più belle di A Mad Tea Party. Eravamo entrambi sorpresi che conoscessimo quasi a memoria quel brano di Alice’s in Wonderland. Furono momenti di grande intimità e di grande fratellanza: parlavamo d’Alchimia e di Alice, in uno di qui giochi perfidi in cui ogni parola allusiva di uno faceva scoppiare l’altro in una risata sincera, con strizzate d’occhi ammiccanti e allegre pacche sulle gambe, in un crescendo surreale; ricordo quel gioco innocente con rimpianto e con emozione.

Non val la pena qui aprire un altro famoso dibattito, che tanto piace ai dotti, a proposito del perché Lewis Carrol abbia deciso di scrivere quel racconto in quel modo. Temo che la ragione vera non la sapremo mai. Mi sono sempre accontentato di credere che l’autore avesse le sue ottime ragioni, e mi è sempre bastata la giocosa profondità delle implicazioni del magnifico racconto. Le favole non si discutono: si amano e basta.

Ed è grazie a quel tipo di amore semplice e disinteressato che consiglio ad ogni innamorato d’Alchimia una serena lettura – meglio se in lingua originale – di quel capitolo fenomenale intitolato, per l’appunto, A Mad Tea Party. Alice tenta di unirsi alla folle cerimonia del Tè, intrattenuta dal ruvido Mad Hatter (il Cappellaio Matto) e dalla sempre imprendibile March Hare (la Lepre Marzolina), mentre Dormouse (il Ghiro), ovviamente sonnecchia, ma attentissismo! Il dialogo è ricchissimo ed è un capolavoro di doppi e tripli sensi. Raffigura bene, a mio avviso, il modello di abbandono richiesto ad ogni etudiant alle prese con l’enigmaticità dell’Arte, così come viene passata dai Maestri nei loro libri.

E’ esclusivamente con l’abbandono della logica che – forse – si potranno percepire nuove note, nuovi suoni e nuove sfumature, che potrebbero preparare un cammino più sensato lungo i sentieri tortuosi del bosco della Gran Dama. La logica va gettata via. Ci vuole Amore ed un pizzico di sana follia. Roba perduta e molto mal tollerata, al giorno d’oggi.

Parliamo un pochino del Cappellaio Matto, vero Maestro delle Cerimonie nel brano di cui sopra: la strana cerimonia del Tè delle cinque, così cara ai sudditi dell’Impero di Sua Maestà Britannica, viene compiuta dal Cappellaio e dalla Lepre, a spese del Ghiro, anche se non sono le cinque! Il motivo risiede nel fatto che il Cappellaio era stato condannato a morte dalla Regina di Cuori per aver “ucciso il tempo“! Scampato alla de-capitazione, il Cappellaio e la Lepre si dedicano alla continuata cerimonia del Tè proprio perché la Regina aveva ragione: il tempo era stato ucciso per davvero! E dunque grazie a questa nuova prospettiva, tutto diventa possibile: sono sempre le sei, o l’ora che si vuole, si può possedere un orologio che fornisce il giorno del mese e non l’ora esatta, lo si può spalmare di burro se non funziona bene (meglio con un po’ di crumbles, se si può) ed inzupparlo nel Tè, ed ogni tanto spostarsi di posto lungo la tavola; ci si muove nello spazio, senza tempo.

Sembra che Lewis Carrol si sia ispirato ad un personaggio reale per il Cappellaio Matto ed ho scoperto per caso sul Web che addirittura il British Medical Journal ha sostenuto in un articolo del 1983 che il Cappellaio sarebbe stato ‘matto‘ perché – per dare ai feltri la forma richiesta dal modello – si faceva largo uso di sale di mercurio, che rendeva morbido il pelo delle lepri da cui venivano confezionati i cappelli; ovviamente la continua esposizione ai vapori velenosi di mercurio portava spesso i cappellai ad ammalarsi di strane malattie. Ma io penso che il motivo della pazzia del Cappellaio di Alice fosse più dovuta ad una ritrovata saggezza, più che ad un avvelenamento. Si dovrebbe riflettere molto su quel murdering of time di cui venne accusato…non tanto come eventuale meta finale, quanto piuttosto come un orizzonte diverso su cui affacciarsi durante lo studio e la pratica, se non almeno durante la vita.

Madre Natura opera al di fuori del nostro concetto di tempo, il quale è soltanto il vestito indossato per render conto del divenire della materia manifesta. E’ chiaro che muoversi senza tempo sconvolge il comune modo di pensare, e rende possibile domande sibilline come : “Why is a raven like a writing-desk?“. La risposta appare difficile, anche se una possibile risposta forse esiste. E’ anche curioso notare che pochi si siano chiesti come mai il Cappellaio abbia dimenticato il cartellino del prezzo (“10/6”) sul suo copri-capo; eppure, anche in questo caso, ricordando che il Cappellaio vive in una dimensione diversa dalla nostra, si potrebbe pensare ad un piccolo suggerimento…è la dimensione oltre lo specchio, non bisogna mai dimenticarlo. Questa scelta di campo è una delle prime necessità per intendere correttamente il senso delle proprie domande; i suoi folli commensali lo ricordano ad Alice per tre volte: “vedo ciò che mangionon è la stessa cosa di “mangio ciò che vedo” (il Cappellaio), “mi piace ciò che honon è la stessa cosa di “ho ciò che mi piace” (la Lepre Marzolina), “respiro quando dormonon è la stessa cosa di “dormo quando respiro” (il Ghiro). “Not the same thing a bit!“, sottolinea perentorio il Cappellaio.

Più chiaro di così si muore. E dunque 10 diviso 6 non è la stessa cosa di 10 su 6….no?

If you knew Time as well as I do,‘ said the Hatter, `you wouldn’t talk about wasting it. It’s him“.

Mad Hatter, serving Tea

Mad Hatter, serving Tea

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4 Responses to “Mad Hatter’s Time…”

  1. Eh… ogni volta che sento parlare di Alice in Wonderland mi sale un brivido lungo la schiena. Questo Tè da Matti, al pari del terribile sorriso del Chesire Cat, da’ il senso di un Altrove totale rispetto alla nostra vita, alla nostra dimensione. E questo è affascinante, fa stordire la testa.. al confronto di un simile Altrove ogni altra cosa sembra mera paccottiglia. Forse si può lambire questo Altrove con qualche audace volo.. di metafisica pratica. Chissà.

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  2. caro capitano

    ora che mi viene in mente…una sera di qualche primavera fa, mi venne alla bocca una frase del tipo; “in mei autem” premetto che ahime! non conosco bene il latino,forse per niente a fatto, resta pero che questa cosa mi fece zittire per qualche tempo.
    Immerso nella continua ricerca del suo significato, che non andai certo a cercare nel dizionario si capisce, come di botto mi venne la risposta, se vogliamo la traduzione ( almeno credo) “in me tu sei” lascio immaginare le forti emozioni che ebbi per non parlare di altro… è per me come una domanda piu che una risposta per cui credo la risposta vi è inclusa.

    mi scusi per la banalita,mi rendo perfettamente conto di
    lei dice che la possibile traduzione sia quella da me riportata?

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    • Caro anto-az,

      ho qualche dubbio, personalmente, che “in mei autem” possa essere tradotto con “in me tu sei“, anche se intuisco il senso che lei vuol dargli.
      La frasetta mi pare monca, o tronca: così come l’ha scritta, immaginata o pronunciata suonerebbe come “…ma nei miei...”.
      Ma magari mi sbaglio, o mi sfugge qualcosa.

      Captain NEMO

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  3. Caro Capitano,

    vorrei porre alla sua analisi anche un’altra storia. E’ un manga giapponese intitolato FullMetal Alchemist (con cui mi sono appassionato alla Grande Arte). Se vuole può leggere la storia che io credo sia molto ricca di segni alchemici. Uno tra tanti è l’Homunculus,uno dei protagonisti della storia(Paracelso sarà il primo a parlarne),le chimere,si parla anche della pietra filosofale,del Portale di Rodane,ecc.
    Ci sono riferimenti all’alchimia che vorrei mi dicesse se sono solo fantasie o ce qualche cenno di verità.

    Saluti

    rubellus

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