διαλέγομαι – Lo Spirito

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Lo Spirito

di

Claudio Cardella

dicembre 2017

Partiamo dall’alto. Con un po’ di catechismo.

Padre, Figlio, Spirito Santo.

Il Padre sta nei cieli, in tutti i cieli, nell’unico cielo, unico retroscena degli Universi mondi. Universi –unus-versus- ciascuno è un particolare rovesciamento dell’Uno, dunque molteplicità, manifestazione.

Il Padre è vita.

Lo Spirito Santo dà la vita. A chi, lo Spirito, dà la vita del Padre?

La dà al Figlio innanzitutto, e per mezzo suo ai figli, a noi, che siamo logos, verbo incarnato.

Il Figlio, unigenito, Figlio di Dio, “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre, nato dal Padre prima di tutti i secoli”. Un momento, ma il Padre ha sostanza, un substat?

“Discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato. …”

Si è incarnato per opera dello Spirito Santo. Quindi l’incarnazione è opera dello Spirito Santo, il quale, nel Simbolo Niceno ovvero il Credo Cattolico, “è Signore e dà la vita e procede dal Padre e dal Figlio”.

Invece nell’Antico Testamento, lo Spirito è una forza esteriore proveniente da Dio.

In ebraico è chiamato ruah, nome di genere femminile che significa soffio, aria, vento, respiro; è una potenza divina che può colmare gli uomini. E difatti plana sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste, ma ciò che è stato fatto in quel giorno di Pentecoste può essere fatto ogni altro giorno.

Fine.

Tutto qua?

Se fossi donna non mi porrei questa domanda. La donna è essa stessa il mistero dell’incarnazione. Non ha bisogno di sapere perché e per come, partorisce, mette un nuovo individuo al mondo e lo arricchisce di una nuova evoluzione, di una nuova vicenda che prima non c’era e poi c’è; una vita, un atto transitorio che sospende l’eternità.

IN PRINCIPIO

In principio CREAVIT Deus cœlum et terram.

È questa l’unica creazione ab nihilo, dal nulla. Tutto il resto viene in essere mediante il FIAT.

Dobbiamo perciò intendere che sotto i nomi di cielo e di terra si racchiude tutto quanto Dio fece in seguito. In altri termini, tutta la manifestazione è già contenuta in quel “cielo e terra” che è materia, qui distinta in incorporea, il cielo, e corporea, la terra, fisica e metafisica. É l’insieme dell’unica prima materia di tutta la manifestazione[1].

Successivamente viene spiegato, per parti, in qual modo il creatore operò: dixit Deus fiat. Mediante il Verbo vennero chiamati in essere uno ad uno tutti i costituenti preparatori del futuro mondo fisico. La Scrittura precisa che al principio la materia venne creata informe, onde essa, in ragione della sua informità, tende al nulla da cui proviene ed è perciò chiamata -da Agostino-  prope nihil. È questo il motivo per cui Dio non avrebbe potuto pronunciare il suo fiat fin dall’inizio. Sarebbe stato infatti incongruente che Dio dicesse fiat, quando la materia -creatura imperfetta, ossia incompiuta- non poteva ancora adeguarsi alla forma del Verbo. Questo adeguamento della creatura al verbo creatore presuppone infatti la conversione, della creatura medesima, -secondo il proprio genere-, al Creatore, il quale sancisce poi questa conversione, con le parole: et vidit Deus quod esset bonum, e Dio vide che era cosa buona.

Agostino, -forse il massimo esegeta del Genesi- spiega al proposito che la formazione della creatura è compiuta solo quando il Verbo chiama la creatura nella forma e nell’esistenza in armonia con la propria unione sostanziale formativa col Creatore. In altri termini, sono due i momenti di un solo atto creativo. In un primo momento la creatura scaturisce dalla mano creativa di Dio. Nel secondo momento, la creatura è sospinta a volgersi verso la propria origine, per essere riassunta nell’Unità che non può essere in alcun modo lesa dalla molteplicità, soltanto apparente, della creazione.

Sed terra inanis et vacua.

Agostino traduce, opportunamente: La terra era invisibile e caotica[2]. La terra, materia prima della manifestazione, è in origine inane e vacua, ovvero infruttuosa e vuota di forme, ma ben disposta a riceverle. É materia informe; da essa non è ancora stato formato nulla di ciò che resta da formare. In essa gli elementi sono commisti e confusi; è materia creata dal nulla, che precede ogni specie del mondo e ogni cosa formata che da essa procede, poiché ne è la materia prima. É dunque materia semplice e non costituita che non ha ancora ricevuto dal creatore figura e specie congruente.

ET TENEBRÆ ERANT SUPER FACIEM ABYSSI ET SPIRITUS DEI FEREBATUR SUPER AQUAS.

Inizia adesso la seconda fase della creazione.

L’Abisso è Chaos, con-fusione, commistione. Uno stato ove gli elementi, pur  esistendo come forme sostanziali, non hanno ancora acquisito specifiche proprietà accidentali. Le tenebre regnano sull’abisso; è l’assenza di luce e qui, per essa, del lumen; è lo stato di putrefazione perfetta, un attimo eterno coperto dal velo delle tenebre, dove la materia viene disposta ad assumere tutte le successive forme. Sulla Terra, nell’orbe sublunare, il medesimo atto, misterioso e fuori dal tempo, si riproduce ad ogni mutazione di forma, ma solo per un istante, quando la materia combinata si scombina e rimane vuota della vecchia forma decaduta, in attesa della nuova forma in arrivo.

Nel frattempo, nello stesso momento lo Spirito di Dio (rieccolo, sempre lui, ma si capisce, perché è Signore e dà la vita) si porta sulle acque. L’acqua qui la dobbiamo intendere come una sostanza informe capace di tutte le forme, e soprattutto capace di movimento. Queste acque sono l’umido radicale di ogni umido radicale, perché senza un umido radicale, intimo, profondo, innato, la vita sfugge via; senza la moderazione dell’acqua -quale che sia, non necessariamente H2O- il ricettacolo di qualunque vita specifica e specificata, cioè individuale, -quale che sia il suo regno di appartenenza-, viene inesorabilmente consumato e distrutto dal fuoco.

Il fuoco, l’eterno provveditore. L’unico elemento con tutte le sue dipendenze: calorico latente e patente, luce e tenebre, attrazione e repulsione, moto ed equilibrio e inoltre il magnetismo e l’elettricità.

Ogni vita individuale, separata, vuole evadere dal corpo, -il carnal carcere della materia[3], per tornare alla propria origine, che è il Padre, l’Unità, l’Essere.

Lo Spirito di Dio si porta sulle acque per fecondarle.

Adesso l’umido radicale è pronto a svolgere la sua funzione. Perché come si è appena detto ogni fuoco -che è vis viva, forza vitale- necessita, per permanere quale costituente elementare del corpo fisico, di uno specifico umido radicale adatto a quel corpo e a nessun altro.

Ma in questa fase i corpi fisici sono ancora di là da venire. Le acque, queste acque, -rese feconde ad opera dello Spirito di Dio- sono adesso pronte a fornire tutti gli umidi radicali necessari alla successiva manifestazione delle creature.

La fase preliminare della genesi si conclude qui; la materia prima è pronta, predisposta, idonea alla manifestazione.

Il cielo e la terra del principio sono ora diventati la Hylé, la Vergine Nera, la Virgo Paritura, l’Iside di Sais, di cui nessun mortale ha mai sollevato il velo.

Adesso, affinché la manifestazione si possa concretare, si deve porre in essere lo strumento che operi il passaggio dalla potenza all’atto, occorre cioè costruire il ponte tra la materia incombinata, pura, unica, non manifesta, ma ricca di forme inespresse (nigra sum et formosa, dice di sé la materia prima nel Cantico dei Cantici) e la materia combinata nei corpi, compimento della nostra fisica molteplicità. Su questo ponte transita l’alimento unico di ogni manifestazione. É propriamente il ponte tra cielo e terra; tra l’unico Cielo e le molteplici terre, tra l’unico Cielo e tutti gli universi possibili.

DIXITQUE DEUS FIAT LUX.

Non temporaliter, avverte giustamente Agostino[4]. Qui dobbiamo intendere le parole della Scrittura in senso storico, in ordine allo svolgimento della vicenda e non in senso temporale. Perché il tempo è ancora di là da venire in essere, (seppure il tempo possa avere un suo essere). Perché, se la Lux avesse una connotazione temporale, dovrebbe necessariamente essere dotata di mutabilità; ma se avesse mutabilità questa dovrebbe esserle stata comunicata da un’altra creatura e in tal caso sarebbe creatura seconda e non prima.

Questo passaggio dalla potenza all’atto è descritto ancora da Agostino -in modo furbescamente contorto, concettualmente ineccepibile, ma decisamente elusivo-, che scrive: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Quando infatti la Scrittura afferma che: Tutto è stato fatto per mezzo di Lui (Gv 1, 3), dimostra assai chiaramente che anche la luce fu fatta per mezzo di Lui, allorché Dio disse: Vi sia la luce. Se la cosa sta così, la parola: Vi sia la luce, detta da Dio, è eterna, poiché il Verbo di Dio, …  è coeterno col Padre, sebbene la creatura, fatta per mezzo di quella Parola di Dio pronunciata nel suo Verbo eterno, sia temporale. … nel Verbo di Dio, è fissato dall’eternità ‘quando’ una cosa deve esser fatta e viene fatta ‘allorquando’ è fissato che si sarebbe dovuta fare per mezzo del Verbo, in cui non c’è né ‘quando’ né ‘un giorno’ poiché il Verbo è il ‘Tutto eterno’.” (Aug., Gen. ad litt.: Lib. I, 2.6.)

Ordunque abbiamo la materia prima che non chiede altro che essere plasmata in forma corporea e abbiamo la Lux, lo strumento formativo della creazione, o meglio, della nostra terrigena manifestazione, perché solo di quella abbiamo contezza e dunque titolo (seppure) di dire.

Il tempo fluente non esiste ancora; la scena è immobile. Il tempo è numero numerante il moto che è mutazione di luogo, onde è il primo divenire che precede ed implica ogni altro divenimento poiché la sede di qualsiasi cambiamento è un luogo diverso dal precedente. Il tempo è costituito da un numero di punti o istanti numerati dall’eternità perché l’inizio non ha altra fine che se stesso.

Dunque non temporaliter. Il nostro modo di ragionare ci costringe tuttavia a riconoscere l’esistenza di una genealogia e di una gerarchia delle forme che le dispone secondo un ordinamento logico, ovvero secondo un prima e un dopo che però non è temporale[5].

Lux

Il mistero della luce è ben espresso da Grossatesta nel De Luce. Ho proposto che la luce è quella operazione di cui per sé, ovvero moltiplica se stessa e diffonde immediatamente in ogni parte[6].

La luce non è corporeità essa stessa, essendo priva di dimensioni, ma nel momento in cui si unisce alla materia le conferisce corporeità ovvero estensione. Come avviene tutto ciò?

L’estensione della materia non poté essere prodotta da una moltiplicazione finita della luce, poiché il semplice replicato un numero finito di volte non genera un quanto … Invece [il semplice] moltiplicato infinite volte necessariamente genera un quanto finito, perché il prodotto di qualcosa per moltiplicazione infinita, all’infinito è maggiore di quello dalla cui moltiplicazione è prodotto. …  La luce che in sé è semplice moltiplicata infinite volte necessariamente estende la materia, semplice a sua volta, in dimensioni di grandezza finita. …

 Quindi la luce che è la prima forma creata nella materia prima, moltiplicando se stessa per se stessa ovunque infinite volte e protendendosi ugualmente in ogni parte, insieme a sé estese la materia, che non aveva potuto abbandonare, in quantità tale per quanta è la macchina del mondo al principio del tempo.[7]

Dunque, in buona sostanza, l’estensione, prima qualità dei corpi dipende dall’infinita moltiplicazione di un singolo punto di luce semplice e adimensionale per se stesso; ne discende la corporeità che è tutt’uno con la misura. Perché, -sostiene Grossatesta-, l’infinita moltiplicazione di un semplice -il punto di luce- per se stesso, in seno ad un altro semplice, -la materia-, genera un quantum misurabile. In altre parole opera il passaggio dal continuo al discreto.

Grossatesta, a prima vista sembra giungere alla sua conclusione con una linea di pensiero di matrice euclidea, secondo la quale il punto, semplice, -ossia indivisibile e non esteso- replicato infinite volte genera l’estensione, ossia la linea. Allo stesso modo il punto di luce, anch’esso semplice indivisibile e non esteso -perché la luce è creatura prima-, replicato infinite volte produrrebbe una quantità estesa e misurabile, un quanto, che straordinariamente anticipa il quanto elementare d’azione h di Planck.

Riteniamo tuttavia che a Grossatesta (il quale non a caso scelse per il suo De Luce il bene augurante sottotitolo De inchoatione formarum, Il cominciamento delle forme) non sfuggisse il vero busillis di un formidabile problema. In altre parole era pienamente consapevole che il precedente ragionamento è artificioso e contiene un baco, un inghippo: il procedimento matematico tendente all’infinito è un astuto espediente per tentare di colmare l’abisso che divide il continuo e il discontinuo. È, a ben vedere, il medesimo stratagemma messo in opera, secoli più tardi dalla teoria degli infiniti, mediante l’introduzione degli insiemi. L’insieme, -dice Bertrand Russell- é una collezione di oggetti[8]; gli insiemi possono anche essere infiniti, ed alcuni insiemi infiniti possono contenere più elementi di altri (ma come?), secondo le deduzioni di Georg Cantor, Richard Dedekind e altri che Grossatesta anticipa di quasi un millennio:

É infatti possibile che un aggregato [leggi: insieme] infinito di numeri stia in ogni proporzione numerica e anche in ogni proporzione non numerica con un’altra collezione infinita. E vi sono infiniti più numerosi di altri infiniti e altri più pochi di altri.[9]

Tuttavia il problema permane e il mistero non viene chiarito né dalla genialità di Grossatesta, né da quella dei suoi emuli successivi.

É forse colpa della geometria euclidea, che non permette una transizione continua tra le dimensioni geometriche? Nondimeno la curva di Peano -il primo oggetto frattale-, sembra dimostrare il contrario.

Il mistero del passaggio di dimensione è il mistero del cambiamento di forma e innanzitutto del sorgere della prima forma corporea. É il mistero della putrefazione. É il mistero dell’incarnazione, quando la luce si immerge nella materia e la forma, la plasma, la costituisce secondo la molteplicità dei corpi fisici. É il mistero della natura stessa della luce.

Ritengo che la luce é la prima forma corporale che alcuni chiamano corporeità … la luce non è dunque la forma conseguente alla corporeità stessa, ma è essa stessa corporeità … quindi la luce è la prima forma corporale[10].

Lux: forma sostanziale dei corpi, determinazione prima che la materia assume.

Secondo il teologo francescano Bartolomeo di Bologna (XIII sec.), la luce, sostanza prima, non solo ha potenza e azione in sé, ma è un’intelligenza da cui deriva tutta la catena della creazione.

Ogni forma esistente è, -secondo Grossatesta-, aliquod genus lucis, qualcosa del genere della luce. Ciò significa che la natura stessa della luce include la fisica manifestazione del creato; ovvero, più sinteticamente, che la luce è manifestativa. Ne consegue che il divenire e il cambiamento, -primo tra essi il moto-, risultano dalla potenza generativa della luce che agisce nella materia.

La luce è una e trina, ovvero ha tre distinti modi di operare (e non solo due, corpuscolare e ondulatorio come vuole la fisica corrente). Classicamente la Lux è lumen, splendor, calor. Se la manifestazione fisica è opera della luce anche la fisica elementarità dei corpi deve esserlo. In altri termini la costituzione elementare dei corpi materiali deve essere opera della luce; onde la materia acquista massa, corporeità (lumen), energia, modo di essere, funzione di stato (splendor), campo (calor).

Tutte le cose di cui si ha evidenza sono manifestate dal lume; infatti tutto ciò che è manifesto è lume[11]. Quindi il lume non si limita ad illuminare i corpi, ma è propriamente lo strumento manifestativo della luce, è il ponte tra cielo e terra.

Splendor, effetto fotoelettrico? Rapporto tra soggetto e oggetto?

Lo splendor è ciò che della lux riemerge dalla materia dopo che la lux ha formato la materia e ha preso corpo. É allora una forma concreta, particolare, finita, inserita in un contesto di forme che splendono in modo diverso, perché diversa è la loro luce (splendor formae).

Lo splendore è, inoltre, una qualità manifesta della luce che fa emergere ciò che permette la visione. Se poi intendiamo il pulchrum, il bello come trascendentale, cioè come bellezza dell’essere, dobbiamo allora ritenere che sia percepibile perché splende di luce propria.

Il Calor è vis viva, forza vitale insita nella materia vivente; ogni corpo possiede un calore innato, moderato dal proprio specifico umido radicale che lo mantiene e lo contiene. Senza quel calor nel corpo regnerebbe lo zero assoluto termico che nega ogni forma di vita. La radiazione cosmica di fondo permea l’universo e s’oppone allo zero assoluto; è il calor vitale del creato.

La materia, ad opera della luce diventa il mezzo per il quale si manifesta e si estrinseca il bios, che Fulvio Di Pascale definisce: “‘energia sostanziale e continua’ allo stato soprannaturale vivente in fase cosmica; è una ‘carica di energia sostanziale’ allo stato idro-colloidale se in fase di ‘fattore attivante fisiologico’ ”.

In conclusione la luce apre al figlio, -il logos incarnato (tutto minuscolo)- la comunicazione col Padre che è Vita.

Ma come fanno i corpi singoli e discontinui ad accedere all’unica Vita universale e continua? O meglio ad approvvigionarsi di quel “pane quotidiano” che è il fabbisogno di luce necessario a sostentare la forma e a mantenerla nel corpo?

La capacità di attrarre la luce per quanti, quantità discrete, o per così dire a morsi, è legata al magnetismo, una proprietà della materia che gli Antichi conoscevano bene, ma che oggi è completamente travisata.

LEO VIRIDIS

La fotosintesi è il sistema con cui la materia accede alla luce e la condensa, ovvero la incamera sotto forma di “fattore attivante” delle proprie funzioni vitali. Lo strumento della fotosintesi fu chiamato dagli antichi sapienti magnetismo, in analogia al magnete, la calamita che attira il ferro. Il magnes, la magnesia, diventa così quello stato in cui materia diventa capace di attirare la luce. Il magnetismo è dunque una funzione fondamentale della materia combinata nei corpi, mentre nella materia elementare è una proprietà innata: ne è conferma il ben noto e incompreso magnetismo del neutrone, la cui carica magnetica è unitaria e indivisibile ed è chiamata magnetone di Bohr.

Osserviamo adesso questa famosissima immagine.

È arcinoto, almeno da coloro che hanno qualche tintura di alchimia, che il Leone Verde rappresenta il Vetriolo, altrimenti detto Servo Leale e Fuggitivo e Mercurio Comune, non perché sia di facile reperibilità, ma perché ha familiarità e consuetudine con tutti i metalli.

Pochi, forse pochissimi, si sono tuttavia chiesti perché il leone è rappresentato di colore verde. Come il Santo Gradale, come l’oggetto della Tavola Smeraldina, del Sogno Verde, della leggenda dei Ceri Verdi e così via enumerando.

Inoltre per essere Servo Leale deve essere ligio e disciplinato al volere del suo possessore, ma non padrone, ovvero di colui che ne ha momentaneo possesso, ma non certo proprietà, ossia l’Alchimista (qui la maiuscola è d’obbligo); perché rimane pur sempre fuggitivo, ossia fugace, di breve durata. È infatti un composto instabile, un pellegrino alieno in terra  straniera; non è cittadino di questo mondo e quindi non partecipa completamente ai nostri fisici divenimenti. Insomma, è un individuo -come si suol dire- borderline, di frontiera, con un piede di qua (calzato) e un piede di là (scalzo), che non vede l’ora di andarsene via e tornare là donde è venuto.

Ed è verde, non può essere altro che verde. E mangia il Sole, il quale può essere certamente inteso come il principio sulfureo ma, molto più semplicemente, è la luce solare. Il Sole, secondo la Scritture è un luminare, distributore di lumen e di calor, che il Creatore, insieme alla Luna, ha posto nel firmamento non per illuminare, ma ut lucerent super terram, affinché essi facessero luce sulla terra, ossia producessero Lux e non solo lumen, ad uso e consumo del nostro infimo pianeta e di noi terrigeni, altrimenti avrebbe usato il verbo illuminare e non lucere.

Quindi il leone verde mangia la luce proveniente dal sole ed è una fiera dotata di voracità pantagruelica (dal Gr.: panta = ovunque + grao = mangiare)E ciò facendo produce sangue, che cola al suolo dalle sue fauci.

Il grande teatro della fotosintesi -cosiddetta clorofilliana- è ricco di colpi di scena, con effetti fantasmagorici, inattesi e insospettabili. Il deus ex machina della rappresentazione non è la clorofilla, -come si potrebbe pensare-, ma il ferro, senza il quale la fotosintesi non si fa. Se ne sono accorti nel 1962 gli scienziati della DuPont che hanno battezzato ferredossine le proteine -originariamente estratte dai cloroplasti degli spinaci- contenenti cluster ferro-zolfo. Esse avrebbero la funzione di mediare -secondo i detti scienziati- il trasferimento di elettroni provenienti dalle molecole di clorofilla eccitate dalla luce solare, con un meccanismo il cui funzionamento a tutt’oggi non è stato ancora completamente chiarito.

Otto anni prima, nel 1954, Fulvio Di Pascale scriveva:

“… nella clorofilla e propriamente nei plastidi verdi è contenuto il ferro proveniente dall’ ‘ignis telluricus’ del terreno, e ciò avviene per il tramite dei peli radicali i quali lo assorbono allo stato atomico in idro-sol -questo ferro (chimicamente può considerarsi alla stregua di un sale ferrico o di un ossido ferrico) è l’isotopo ‘A’ del ferro, peso atomico 56- ed è fortemente magnetico. …

Gli atomi di ferro trivalenti dei plastidi verdi sono quattro e la posizione che occupano sul supporto è quella di bi-specularmente opposti …

Naturalmente gli atomi di ferro tendono ad attrarsi e per effetto del loro numero e della loro posizione vengono a determinare il manifestarsi, in condizione di ‘equilibrio di reciprocità’, di due campi magnetici uguali e contrapposti tendenti al medesimo punto di incontro …

Con l’intervento della luce [solare] ha inizio un autentico bombardamento atomico che si effettua a mezzo di elettroni-atomo di deuterio. …

Nel campo magnetico, … vengono attratti i ben noti quanta-fotoni, ovvero cariche-unità di energia luce allo stato di energia pura di morfologia cosmica …

Ed è noto il fenomeno conseguenziale alla azione di un’onda che agisce nel campo di un nucleo e cioè la produzione di una coppia: elettrone positivo ed elettrone negativo e, nel nostro caso, il raggio-onda-fotone agisce nel campo di un nucleo, quello dell’idrogeno (stato ionico dell’atomo di idrogeno in oggetto).

Ma il fotone, ovvero la più piccola unità raggio-onda, per essere tale, è altresì la più piccola unità di energia pura che in apparenza morfologica si converte in massa. …[12]

La calamita, l’attrattore della luce solare è dunque un isotopo del ferro a tutt’oggi sconosciuto e parente stretto del nickel, suo coinquilino nel nucleo caldo del nostro pianeta. È in quella fucina del claudicante Vulcano lunatico, artefice di ogni magnetismo che risiede l’alchimico ignis telluricus.

Il recipiente del bios cosmico ripristinato e riprodotto a terra, dalla fotosintesi, è l’ozono (cosmico, non chimico e non atmosferico) è verde, l’ossigeno (cosmico anch’esso) proveniente dall’ozono è rosso come quello dell’ossiemoglobina, ossia del sangue che cola dalle fauci del leone verde. Durante la trasmutazione dell’ozono in ossigeno il volume di Avogadro, lo spazio occupato, e per esso e la densità di materia, si espande in ragione di 2 a 3.

È l’ozono cosmico che riluce di luce verde nelle aurore boreali, nella ionosfera ben oltre lo strato che ci protegge dalle radiazioni ionizzanti; l’ossigeno cosmico riluce invece di luce rossa nelle sfere ancora più alte. L’aurora boreale non è solo una fantasmagoria fluorescente del gioco tra fotoni solari, elettroni e ioni, è l’immagine della biosfera che amorevolmente avvolge la Terra.

È l’ozono cosmico il ricettacolo della vita nel quantum di fattore attivante fisiologico che si occulta e si contiene nell’acqua cosmica, sestupla ed ozonica, effigiata nel Sigillo di Salomone e congelata nel cristallo di neve.

Photo by Dan Russel, 8-10-2013, Colchester, Vermont, USA

Ecco spiegato perché il leone vitriolico è verde.

Lo sapeva bene anche l’enigmatico Philalethe: “Poiché seme è spirito vitale che rimane soltanto nell’acqua del suo tipo, vive quando l’acqua vive, e in essa mostra una forza attiva; quando questa è uccisa dallo strapotere della congelazione, giace perso e smarrito, passivo in Contemplazione.[13]


N O T E

[1]           “Da principio fu dunque creata la materia confusa e disordinata, affinché a partire da essa fossero fatte le cose ora distinte e formate; credo che ciò i greci lo chiamino chaos. Così infatti anche in un altro passo della Scrittura, tra le lodi di Dio, leggiamo la frase: Tu che hai creato il mondo da una materia senza forma (Sap 11,18), o, come hanno altri manoscritti: da una materia invisibile. Ecco perché è assolutamente conforme alla ragione credere che Dio creò tutto dal nulla poiché, anche se tutte le cose con le loro forme particolari furono create a partire da questa materia, tuttavia questa stessa materia fu creata dal nulla assoluto”. (Agostino, Gn. adv. Man. I, v, 9–vi,10; trad. NBA)

[2]           Cfr.: Agostino, De Gen. ad litt. 4. 11.

[3]           Cfr.: Giordano Bruno, Degli eroici furori.

[4]           Cfr.: Biblia Vulgata Clementina cum glossa ordinaria,1598, Gen. 1:5:Dixitque Deus: Fiat lux. AUG. ibid., c. 2 Non temporaliter: si enim temporaliter, et mutabiliter; si mutabiliter, et per subjectam creaturam, non est lux prima creatura. Sed forsitan, etc., usque ad ut sit et ut maneat. Fiat lux. AUG. ibid., c. 4, 5, 9 Ea conditione scilicet qua cuncta subsistunt intemporaliter in Dei sapientia, priusquam in seipsis. Et facta est lux, id est angelica et cœlestis substantia, in se temporaliter; sicut erat in sapientia, quantum ad ejus incommutabilitatem, æternaliter.

[5]           Il problema del tempo psicologico e la sua enigmatica connessione con la mutabilità dei corpi è esposto da Agostino: “Chi dunque nega che le cose future non esistano ancora? Ma tuttavia esiste già nell’animo l’attesa delle cose future. E chi nega che le cose passate non esistano più? Ma tuttavia esiste nell’animo il ricordo delle cose passate. E chi nega che il tempo presente sia privo d’estensione, giacché se ne va in un istante? Ma tuttavia perdura l’attenzione, attraverso la quale ciò che ci sarà si avvii a non esserci” (Agostino, Confessioni, conf. XI, xxviii, 37; trad. tratta da G. Catapano, Agostino, Roma 2010, 138)

[6]           Cfr.: Die Philosophischen Werke des Robert Grosseteste, Bischofs von Lincoln, Münster I. W., Aschendorff, 1912, pp. 51 – 59, p. 52: Atqui lucem esse proposui, cuius per se est hæc operatio, scilicet se ipsam multiplicare et in omnem partem subito diffundere.

[7]           Id. ibid., p. 52: Nec potuit extensio materiæ fieri per finitam lucis multiplicationem, quia simplex finities replicatum quantum non generat … Infinities vero multiplicatum necesse est finitum quantum generare, quia productum ex infinita multiplicationem alicuius in infinitum excedit illud, ex cuius multiplicatione producitur. … Lux igitur quæ est in se simplex, infinities multiplicata materiam similiter simplicem in dimensiones finitaæ magnitudinis necesse est extendere. … Lux ergo, quæ est prima forma in materia prima creata, seipsam per seipsam undique infinities multiplicans et in omnem partem æqualiter porrigens, materiam, quam relinquere non potuit, secum distrahens in tantam molem, quanta est mundi machina, in principio temporis.

[8]           Cfr.: A. N. Whitehead, B. Russell, Principia Mathematica, Cambridge University Press, 1910.

[9]           Roberto Grossatesta, op. cit.: pp. 52-3: Est autem possibile ut aggregatio numeri infinita ad congregationem infinitam in omni numerali se habeat proportione et etiam in omni non numerali. Et sunt infinita aliis infinitis plura et alia aliis pauciora.

[10]         Id. ibid.: incipit, p. 52: Formam primam corporalem, quam quidam corporeitatem vocant, lucem esse arbitror … Non est ergo lux forma consequens ipsam corporeitatem, sed est ipsa corporeitatas. … Lux est ergo prima forma corporalis.

[11]         R. Grossatesta, Dictum 55, ms. Cambridge. Fol. 51v. Omnia autem quæ arguuntur a lumine manifestantur; omne enim quod manifestatur lumen est.

[12]         Fulvio Di Pascale, La vita… dell’uomo… ed i misteri che lo circondano…, Parte Prima “Il Bios”, Idelson, Napoli, 1954, pp. 43, 44, 49, 70.

[13]         Cfr.: Ireneo Philalethe, The Marrow of Alchemy, stanza 61, mia traduzione.

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